“Niente passi indietro” Renzi si inchioda alla segreteria del Pd

“Se il Pd va male non ci sarà nessun passo indietro”. Negli studi di Sky Matteo Renzi lo dice così che non si dimetterà. Meglio mettere le mani avanti ed evitare l’effetto boomerang. Dopo il referendum del 4 dicembre, il segretario del Pd ha fin troppo chiaro che solo far aleggiare la possibilità di dimissioni (in questo caso dalla guida del partito) potrebbe convincere gli indecisi non a votare il Pd, ma a non votarlo.

C’è un’aria cupa al Nazareno e lo stesso segretario appare più abbattuto del solito. Pure se a Brescia assicura che il Pd “è già primo in un ramo del Parlamento” (sarebbe il Senato). In realtà, i sondaggi che circolano non registrano nessun miglioramento: il Pd resta inchiodato a un 22% per essere ottimisti. E i candidati dem non riescano a conquistare nessun collegio uninominale, se non quelli della Toscana e (forse) dell’Emilia Romagna. Con un ridimensionamento personale di tutti i big, che lo stesso Renzi ha quasi costretto a misurarsi.

Mentre mancano 5 giorni alle elezioni, un’iniziativa dopo l’altra, il segretario non si risparmia. Sempre a Sky rispolvera una delle sue argomentazioni preferite: “Se il 5 marzo non ci sarà maggioranza è anche perché si è voluto dire di no a una riforma costituzionale che semplificava il sistema elettorale”. In realtà, era legata a una legge elettorale – l’Italicum – che poi la Consulta ha dichiarato incostitizionale. Risponde così a Berlusconi che sostiene che il rapporto con lui è difficilmente ricomponibile: “Patto del Nazareno bis? Lo ha rotto Berlusconi, non era un accordo di governo o politico, era un’intesa sulla riforma delle istituzioni”. Non è chiara la differenza. Quel che è certo è che non contempla scenari che vedano un governo nel quale non dà le carte.

Per mesi ha ricevuto pressioni da dentro e da fuori il partito per fare un endorsement netto a favore di Paolo Gentiloni. Ovvero: “Il candidato premier del Pd è lui e non sono io”. Non l’ha fatto. E non lo farà. Anzi, ha legato il suo destino a quello del premier: Gentiloni, alla fine di una campagna elettorale che ha cercato di giocare marcando il suo profilo istituzionale, esce indebolito. Oggi i due saranno a Roma per l’unica manifestazione coingiunta prima del voto. Per il premier è un obbligo. Le trattative vere sono tutte rimandate a dopo il 5 marzo. Ma con un Pd così debole, difficile pensare che il presidente del Consiglio possa arrivare dai dem.

Nel Pd prima di tutto si cercherà di capire cosa succede con il governo. Sul tavolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci sono vari dossier. L’ipotesi più accreditata in questi giorni (sempre se il centrodestra non dovesse essere autosufficiente) prevede il tentativo di formare un esecutivo con dentro tutti per fare una nuova legge elettorale. Magari guidato da qualcuno (relativamente) fuori dai giochi. Come Giuliano Amato, nome che comincia a circolare nei palazzi della politica. I partiti ci starebbero? Renzi lo sosterrebbe? Ha costruito le liste scientificamente per avere gruppi parlamentari di fedelissimi e poter così condizionare il futuro della legislatura. O almeno il proprio, magari procedendo a un’operazione “Macron” (anzi “Micron”), e portando il Pd a una definitiva trasformazione. Anche qui, a meno di discese dal carro collettive.

Walter Veltroni ha chiarito che il Pd “non può essere un passaggio, ma un traguardo”. Da parte sua, è il tentativo di giocare un ruolo nel futuro. Renzi, ragionano amici e nemici, può anche dire che non si dimetterà. Ma il Pd non è cosa sua.

Non c’è nessuno della cosiddetta squadra che sia davvero allineato con lui: né Graziano Delrio, né Marco Minniti, né Andrea Orlando, né Dario Franceschini. “Il segretario? L’ho già fatto”, si schermisce quest’ultimo, sempre indiziato numero uno per uno sgambetto. Mentre Michele Emiliano parla della necessità di una fase nuova. Qualcuno si spingerà a chiedere le dimissioni di Renzi? I fedelissimi del segretario ricordano che solo l’Assemblea nazionale può sfiduciarlo. In quell’ organo, Renzi ha la maggioranza assoluta. Per adesso.

Tajani viene in tour a Roma, ma FI nei sondaggi è ferma

“Non credo ci sia qualcuno che possa pensare ora di diventare l’erede di Berlusconi come leader di Forza Italia o del centrodestra…”. Sono le sette di sera quando il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, forzista dal 1994, pronuncia queste parole alla presentazione del libro del Corriere della Sera, Luciano Fontana, (Un paese senza leader) al Tempio di Adriano a Roma. Una risposta che stride con la domanda rivoltagli dal giornalista Pierluigi Battista, moderatore del dibattito che vedeva impegnati anche Walter Veltroni ed Enrico Mentana. La domanda a Tajani, infatti, era la seguente: “Si dice che Berlusconi voglia te come premier di un futuro governo di centrodestra. Ti risulta? Accetteresti?”.

Il presidente del Parlamento Ue la dribbla parlando di leadership di partito o di coalizione, mentre il quesito riguardava tutt’altra questione: Palazzo Chigi. Ovvero, in caso di vittoria del centrodestra, designare alla guida del governo una persona di estrema fiducia, che goda della stima dei vertici europei e che risponda direttamente all’ex Cavaliere, tutt’oggi impossibilitato a ricoprire cariche pubbliche dopo la condanna in via definitiva per frode fiscale. “Sono onorato per le parole positive che Berlusconi ha avuto nei miei confronti per come sto svolgendo il mio lavoro in Europa…”, aggiunge Tajani. “Ma come vedete non ho voluto strumentalizzare le istituzioni europee e mi sono tenuto a distanza dalla campagna elettorale…”.

La verità è che Tajani si muove da tempo come candidato premier. Segno che dal leader forzista deve aver ricevuto più di una rassicurazione. Ieri, per esempio, ha incontrato un gruppo di imprenditori umbri nella sede di Confindustria a Terni, dove si è espresso pure sulla vicenda Embraco. Mercoledì scorso aveva invece ricevuto un importante semaforo verde dal capogruppo del Ppe a Strasburgo Manfred Weber, segno di stima nei suoi confronti da parte di Angela Merkel. Ieri, infine, altro endorsement di rilievo da parte di Roberto Maroni, che sembra ormai con un piede fuori dalla Lega. “Tajani sarebbe un ottimo premier”, ha detto l’ex governatore lombardo, anche lui tempo fa in odore di premiership del centrodestra.

Insomma, Tajani c’è e lotta insieme a noi. E con Veltroni è un po’ uno scambio di amorosi sensi. “Eravamo al liceo insieme (al Tasso di Roma, ndr), già allora su posizioni differenti, ma almeno noi ci credevamo, facevamo politica per passione e continuiamo a farla con la stessa tensione ideale”, dice Tajani. “Bisogna tornare alla politica dell’alternanza: chi vince governa e chi perde sta all’opposizione. Le regole, però, vanno scritte insieme”, osserva l’ex segretario del Pd. Che poi chiude la porta alla possibilità di un suo ritorno alla politica attiva nel caso di stallo e nuove elezioni: “Darò idee, ma da fuori”.

Gli alleati di Forza Italia, invece, sul nome di Tajani fibrillano. Se Salvini non gradisce nemmeno parlarne, forse per non perdere voti, Meloni s’impunta. “Tajani non è il mio candidato. Berlusconi, però, dovrebbe fare chiarezza sul nome prima del 4 marzo, perché dopo io non garantisco che ci siano i miei voti per fare qualunque governo…”, afferma la leader di Fdi. Già, ma Berlusconi si sbilancerà prima del voto? A quanto trapela in Forza Italia, l’ex Cavaliere nelle prossime ore non rivelerà le sue carte. Ma qui le scuole di pensiero divergono.

Secondo alcuni non lo farà per non bruciare lo stesso Tajani e non esporlo ai marosi della tempesta elettorale. Secondo altri, invece, il nome che B. ha in testa per Palazzo Chigi è un altro e vuole tenerlo “coperto”. Qualcuno butta lì il nome di Franco Frattini, ma non vi sono certezze. “Per un patto siglato con l’interessato, non posso dire il suo nome”, ha detto ieri l’ex Cav. Ciò che invece è reale, in quel di Arcore, è il nervosismo sui numeri.

Secondo i sondaggi riservati, infatti, Forza Italia non si schioda dalla percentuale di due settimane fa (16-18%), ben al di sotto delle aspettative dell’ex Cav, che reputava il superamento del 20% assolutamente alla portata, specialmente dopo il suo strabordante presenzialismo in tv e radio. Sono lontani i tempi in cui, con l’offensiva mediatica, B. faceva recuperare 10 punti a partito e coalizione.

La percentuale è sempre quella e qualcuno, in quel di Arcore, è terrorizzato dall’ipotesi di un sorpasso della Lega, che potrebbe essere sottostimata nelle rilevazioni. Questo sì che, per Berlusconi, sarebbe un vero dramma. Anche per questo il leader forzista ancora nicchia sulla partecipazione a una kermesse comune con Meloni e Salvini, il primo marzo a Roma.

Impresentabili e improvvisati

Una decina di furbastri dello stipendio intero, quattro massoni, un imprenditore che sa di essere indagato per reati finanziari e non lo dice, un altro che nasconde una vecchia condannetta prescritta per dvd taroccati, un tipo manesco che si fa i selfie con uno Spada e vanta una casa popolare da 7 euro al mese, tre o quattro ex iscritti o candidati di altri partiti. Quasi tutti espulsi, cioè preventivamente sottratti – in caso di elezione – al prossimo gruppo parlamentare dei 5Stelle. A leggere i giornaloni, pare che i candidati del M5S siano tutti così, ma dei giornaloni e dei tg a rimorchio ormai è inutile parlare, tanto è scoperto il gioco sporco che fanno (chi li legge pensa che le liste “impresentabili” siano quelle di Di Maio, non quelle di Renzi con 29 inquisiti, di Berlusconi con 22, di Salvini con 9, di Noi con l’Italia con 8 ecc.). Ma le scelte sbagliate dei pentastellati dovrebbero indurli a una bella autocritica. E non per l’effetto mediatico negativo che hanno causato, oscurando le parti buone del programma e le tante candidature eccellenti (secondo l’Espresso, i baluba grillini ignoranti e incompetenti hanno il più alto tasso di laureati in lista): senza quei casi, i media ostili a “prescindere” – cioè quasi tutti – si sarebbero inventati qualcos’altro. Come dimostra l’incredibile linciaggio del comandante De Falco per un’accusa di violenze in famiglia, poi smentita persino dall’ex moglie.

No, l’autocritica che, subito dopo le elezioni, dovrebbero fare tutti, da Casaleggio a Grillo a Di Maio in giù, riguarda il meccanismo di selezione delle candidature e, più in generale, della classe dirigente. Che, anche con i correttivi apportati negli ultimi mesi, si è dimostrato inadeguato e rischioso. Intendiamoci: ogni sistema di selezione ha i suoi pro e i suoi contro, e non ne esiste nessuno perfetto. Alcuni dei casi di incompatibili (a norma di statuto e codice etico) emersi dopo la presentazione delle liste avrebbero superato qualsiasi vaglio preventivo. Se uno è indagato e non te lo dice, puoi chiedergli il casellario giudiziale (registra solo le condanne definitive, e nemmeno tutte: quelle troppo recenti non ci sono ancora, quelle vecchie sono spesso cancellate dalla “riabilitazione”) e l’interpello alla Procura di residenza su eventuali indagini (alcune sono coperte da omissis, altre sono aperte in altre procure, come nel caso del potentino Caiata indagato a Siena), ma la cosa non verrà mai fuori. O verrà fuori quando le liste sono già state consegnate e timbrate.

Quanto alla cosiddetta “Rimborsopoli” (che poi è una storia di donazioni promesse e non fatte), il M5S l’avrebbe evitata solo creando un fondo interno per la raccolta, dove controllare mese per mese i versamenti per poi girarli al ministero dell’Economia: invece hanno optato per un fondo direttamente presso il governo, dove una gentile manina ha spifferato i donatori morosi quando ormai erano in lista. Il resto degli incandidabili nasce da una svolta giusta e attesa da tempo: l’apertura dei collegi uninominali agli esterni, cioè ai non iscritti al Movimento, che si sono fatti avanti o sono stati sollecitati a farlo per intercettare consensi più ampi, nello spirito del maggioritario che premia un solo candidato per collegio. Alcuni indipendenti si sono rivelati inadeguati e, quando sono emersi alcuni loro altarini (grembiulini, tessere partitiche o guai giudiziari), è scattata la scomunica. La trasformazione del M5S da setta impenetrabile in movimento aperto alla “società civile” è un fatto positivo e un segno di maturazione, nel solco delle esperienze delle giunte Raggi, Appendino e Nogarin, che hanno attinto assessori fra i non iscritti, soprattutto nelle aree culturali della sinistra e dell’ambientalismo tradite dai partiti. Ma la svolta è arrivata troppo tardi, rispetto al tempo necessario per passare ai raggi X gli “esterni”. Se le primarie per il candidato premier si fossero svolte già l’estate scorsa, Di Maio avrebbe avuto 6-8 mesi per appellarsi alla società civile e scremare le autocandidature senza la fretta precipitosa dell’ultimo minuto. Che ha portato a molti errori, scoperti solo col senno di poi, ma figli di liste annunciate last minute. Comunicarle un mese prima di presentarle avrebbe aiutato a far emergere alcuni incompatibili in tempo utile per rimpiazzarli.

Lo stesso discorso vale per la squadra di governo. È giusto, anzi sacrosanto comunicarla prima del voto. Ma non sarebbe scandaloso tenere coperte le carte di alcuni nomi contattati e disponibili ma solo dopo il 4 marzo, quando le bocce saranno ferme, i numeri saranno certi e le possibili alleanze o convergenze saranno più chiare. Ciò che conta è che l’infelice esperienza fatta con diversi esterni non induca i 5Stelle a rimpiangere i vecchi vizi del settarismo. Le centinaia di Meetup che supportano il M5S nei territori come un tempo facevano le sezioni di partito devono continuare ad aprirsi, organizzando iniziative con professori, professionisti, esperti e cittadini non iscritti per selezionare, anche con corsi di formazione, le candidature indipendenti della prossima tornata elettorale. Che potrebbe essere vicina. Solo frequentando le persone, conoscendole, discutendo con loro e condividendo la Politica si può distinguere chi vuole rendere un servizio da chi cerca solo il taxi più comodo e rapido per arraffare una poltrona. La “società civile” non è un detersivo che lava più bianco. Contiene tutto e il contrario di tutto. In parte è migliore della classe politica, in parte è uguale, in parte è addirittura peggiore. Bisogna setacciarla, conoscerla, metterla alla prova e poi, possibilmente, scegliere il meglio.

Fabbri racconta Umberto Eco a Beirut in “Maître à penser”

Il libro Ainsi parlait Umberto Eco (a cura di Gazi Bherro, editore Dar el Farabi, Beirut) è una raccolta di interviste di Umberto Eco con giornali, e televisioni francesi o francofone, con una essenziale introduzione di Paolo Fabbri: Maître à penser, ami à presenter, un anagramma (uno dei giochi prediletti di Eco ) e, assicura Fabbri, funziona anche in arabo.

È una straordinaria occasione di affacciarsi sull’ immenso arcipelago della cose viste, scritte, trovate, scoperte, inventate dell’autore “che è stato, insieme (cito Paolo Fabbri ) “scrittore e teorico, filosofo, semiologo, editore, giornalista. In questo senso la vasta collezione di scritti pubblicata a Beirut, da un lato ha il pregio di oggetti di valore toccati da mani attente ed esperte. Dall’altra neppure a un livello così accurato si può si possono raggiungere tutti i punti di una creatività e una capacità di scoperta che, per Eco, è durata tutta la vita. Ci sono libri chiave nella grandiosa biblioteca di Eco, ciascuno portatore di rivelazioni diverse, dalla Estetica in San Tommaso a Sulle spalle dei giganti. Lo specialista cammina accanto al divulgatore, immensamente erudito e incredibilmente chiaro, specialistico e popolare, ossessivo lavoratore e compagnone di gite letterarie, filosofiche, semiotiche, di burle linguistiche, di continui viaggi in mondi inventati da annettere a mondi veri da rivelare.

Il lavoro di Paolo Fabbri si svolge con la consapevolezza della difficoltà del compito. Si tratta di centinaia di interviste in francese (qui tradotte in arabo) che sono andate ripetendosi (il rito dell’intervista, non le parole) per decenni (dalla celebrità del Nome della rosa in avanti) su una immensità di spunti, occasioni e argomenti diversi. Ci sono due grandi avvertimenti, in questo libro che fanno dire al curatore: “Propongo di leggere il libro come un’unica grande intervista in cui Eco risponde a un coro simultaneo di voci”. Gli avvertimenti, benchè mascherati da “agilità delle repliche e attualizzazione del sapere” sono che Eco è un filosofo, e dunque non constata il mondo. Lo racconta attraverso passaggi e visioni che senza di lui non ci sarebbero. Eco insegna ed è stato il suo modo profondo di comunicare e ricevere la realtà, di crearla e di cambiarla. Lui, insieme ai suoi allievi, è stato un fantastico mondo carico di cose nuove e mai immaginate, di intuizioni geniali, di invenzioni, che hanno cambiato la cultura non solo occidentale, come dimostra questo libro in francese e in arabo, come dimostrano centinaia delle più prestigiose università del mondo che gli hanno conferito la Laurea ad honorem.

La famiglia Boccoli scelta dall’Auditel

La mia famiglia è una famiglia Auditel! Ci hanno scelto l’anno scorso con una semplice telefonata: “Buongiorno qui parla Auditel, la vostra famiglia è stata scelta tra 832mila nuclei familiari, da oggi le vostre scelte televisive ci permetteranno di calcolare gli ascolti dei programmi, siete contenti?”. Mia madre non sapeva cosa rispondere perché già non è facile essere una famiglia normale, figuriamoci diventare una famiglia Auditel. Ma poi, che vuol dire essere Auditel? Cosa penserà la gente di noi? La gente si sa mormora, e poi c’è tanta invidia nel mondo. Perché noi sì e la famiglia Carletti del terzo piano no? Che cosa abbiamo di diverso in più o in meno? Cos’è che ha spinto quelli di Auditel a scegliere proprio noi?

Abbiamo formulato diverse ipotesi: mamma è convinta di essere stata selezionata per il suo noto buon gusto e la tenacia con cui segue da sempre tutto ciò che compare sullo schermo televisivo. Noi ragazzi l’abbiamo presa in giro accusandola di commuoversi anche davanti alla tv degli agricoltori e alle previsioni metereologiche. La filippina parla solo di Beautiful, è convinta di somigliare a Brooke, e grazie ad Auditel partirà per l’America e si fidanzerà con Ridge. Mio padre, pragmatico come sempre, ha chiesto se era previsto un compenso “…perché questo è un lavoro!”. Gli hanno detto di no! Dovevamo essere contenti di orientare i gusti dei telespettatori italiani, anzi più che contenti orgogliosi, e questo doveva bastarci. “Ma almeno per noi il canone sarà gratis?”. “No, mi spiace. Non insista!”. “Vabbè d’accordo – ha concluso papà – però se devo essere sincero, già mi sento un po’ meno Auditel!”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Clodio, Milone e il demone della violenza

Un demone si è risvegliato. Quel demone che pensavamo sconfitto per sempre ha rialzato la testa. Il demone della violenza è ritornato a incendiare la vita e la lotta politica nel nostro Paese. Dal pestaggio del palermitano forzanovista all’accoltellamento del militante di Potere al Popolo a Perugia, ai disordini di queste ultime settimane, si devono trarre seri elementi di preoccupazione per la tenuta democratica. Se alla polverizzazione del sistema dei partiti e alla loro sostituzione con nuovi potentati e notabilati, alla violenza e alla volgarità della dialettica politica svuotata di ogni contenuto, aggiungiamo la violenza fisica di neofascismi, ineffabilmente ammessi alle elezioni democratiche, e di estremismi, il mix è davvero esplosivo. Ciò ricorda molto le dinamiche politiche dell’ultimo secolo della Roma repubblicana: assenza di partiti e programmi, ricorso alla violenza e alle torme di plebaglia, bollate con disprezzo da Cicerone come ‘feccia della città’ (Lettere ad Attico 1.16.11) o ‘la più bassa e corrotta feccia del popolo’ (Lettere al fratello Quinto 2.4.5). Nel 52 a.C. il caos era al culmine per gli scontri tra le bande di Milone e di Clodio, candidati rispettivamente al consolato e alla pretura. Il clima era così infuocato da aver determinato una sorta di anarchia, e mentre s’impediva lo svolgimento regolare delle elezioni, un casuale incontro lungo la via Appia tra Milone e Clodio sfociò in un ennesimo violento tafferuglio, in cui lo stesso Clodio rimase ferito. Milone, appreso il luogo in cui l’avversario si era rifugiato, mandò alcuni dei suoi a eliminarlo. Oggi come allora, quando la politica, quella vera, tace, inevitabilmente urlano la violenza e le armi.

Toro: innanzitutto la sobrietà. Capricorno, dai che la cura esiste

 

ARIETE – Fatti un piatto di Macaroni! e “non stare tanto in pensiero. Agli adulti piace un sacco litigare, non è un motivo sufficiente per divorziare”. T. Campi e V. Zabus (Coconino) prevedono schiarite in famiglia, anche quella non ufficiale.

 

TORO – “Un whisky lo avrebbe bevuto volentieri. Anche 2 o 3. Ma la chiacchierata stava andando bene e voleva evitare di incasinare tutto”: se vuoi venire a capo del Caso Kellan (Baldini+Castoldi), ovvero una relazione né-dentro-né-fuori, Franco Vanni ti consiglia innanzitutto sobrietà.

 

GEMELLI – Ti rimprovera Nicolai Lilin nel Marchio ribelle (Einaudi): “Una rissa non è divertente se dai solo botte e non sei disposto a prenderle. Non si chiamerebbe rissa, ma massacro”. Preparati a prendere un po’ di schiaffi dall’amante, ma non è bondage.

 

CANCRO – Per sbarazzarti di un tot di luoghi comuni, sui colleghi in primis, ti sia propedeutico L’ebraismo dalla A alla Z di P. Petzel e N. Reck (Edb): ciascuno ha la sua storia, nessuno viene giù da un pero, nemmeno quel “Gesù che ha praticato la Torah, e non se ne è sbarazzato”.

 

LEONE – Non far finta di esserti scordato Il suo nome quel giorno (Marsilio). Certo il tuo flirt non è erotico come l’assonante film di Guadagnino, ma Pietro Spirito è ancora più ottimista: “I nodi complessi di un’esistenza si sciolgono con inattesa semplicità”.

 

VERGINE – Roberto Emanuelli è un po’ un autore della mutua, ma tu dovresti dargli retta: “Quando non stai bene e non vivi la vita in modo sereno, tendi a disturbare pure quella degli altri”.

Hai la prova della débâcle sentimentale Davanti agli occhi (Rizzoli): aprili!

 

BILANCIA – Dice Petra Hammesfahr (Giunti) che The sinner, la peccatrice, “ogni volta che qualcuno cercava di aprire una breccia nel suo muro, lei gettava tutto ciò che le passava per la mente nel calderone, creando un gran caos”. Poi non lamentarti se il corteggiato scappa.

 

SCORPIONE – Javier Azpeitia racconta Lo stampatore di Venezia (Guanda), al secolo Aldo Manuzio, uno con la vocazione dello zitello: “Sono un uomo avvezzo agli studi. Le donne mi sono d’intralcio. Ho bisogno di silenzio in casa”. Alla fine però si è maritato: come te, del resto.

 

SAGITTARIO – Peter Wohlleben ti ricorda La saggezza del bosco (Garzanti), quella per cui “chi taglia gli alberi non può proteggerli, perché un albero tagliato è un albero morto”. Tienilo bene a mente, prima di recidere un legame cui tieni parecchio, anche senza ammetterlo.

 

CAPRICORNO – “L’angoscia, come l’oceano, aveva facoltà di estendersi oltre ogni immaginazione”, scrive Antonella Ossorio (Neri Pozza). C’è una buona notizia per te però: la cura esiste, ed è La cura dell’acqua salata. Dai che è facile.

 

ACQUARIO – “È facile incontrare un insegnante di qualsiasi materia ma è difficile incontrare un maestro di vita”: non illuderti perciò sul nuovo compagno. Maestro non è, e difetti ne ha eccome, però D. Ikeda e S. Wider ti sollecitano a usare con lui solo L’arte dell’abbraccio (Piemme).

 

PESCI – L’Iconic Frida, descritta da Massimiliano Capella (Centauria), si lamenta di “certe gringas che mi imitano, ma somigliano a delle rape: hanno un aspetto davvero orribile”. Come lei non ti curare delle rivali: né a letto, né in ufficio.

Facce di casta

 

Bocciati

Kasini con la k

Una mattina mi son svegliato… e mi son trovato ‘compagno’. Deve aver pensato questo Pierferdinando Casini nello scorgere la propria faccia immortalata davanti a quelle di Palmiro Togliatti, Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci e Giuseppe Di Vittorio. Destino non troppo diverso da quello di Gregor Samsa svegliatosi ex abrupto in un corpo d’insetto, quello dello storico leader dell’Udc, al quale le zampine d’insetto tra l’altro farebbero un gran comodo per l’arrampicata sugli specchi con cui è alle prese. Al centrista girato a destra per antonomasia, infatti, ora tocca la mascherata comunista tra ritratti davanti alle figure simbolo del Pc e comizi nelle Case del Popolo di Bologna, nel tentativo di sottrarre a Vasco Errani la parte di quello di sinistra nel collegio uninominale di Bologna. Se li riconosci, malgrado il costume, li eviti.

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Politiche vibranti

Tiziana Santanello, adepta della santona Sri Mataji Nirmala Devi, che il 2 dicembre 1979 dichiarò di essere la reincarnazione della madre divina sulla terra e che il cancro e l’Aids possono essere curati con la meditazione, è candidata per il Movimento Cinque Stelle al Senato. Questo è il messaggio pubblicato su WhatsApp in cui il gruppo milanese aderente alla Sahaja Yoga comunica che la sorella Santanello “inaspettatamente e, dopo una lunga riflessione e consulto vibratorio collettivo, ha deciso di accettare. Vi chiediamo di dare tutto il vostro supporto vibratorio a lei e a questa impresa, con il desiderio di portare vibrazioni nelle istituzioni italiane per iniziare una rinascita Sahaja e illuminata del nostro Paese”. Qui non è questione di scarsa capacità di selezione, serve proprio un casting per scovare soggetti di questo genere. La domanda sorge spontanea: ma dove diamine li vanno a pescare?

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Sparare bene, sparare tutti

Gli c’è voluto qualche giorno dopo la strage di Parkland, ma vista la genialità della proposta l’attesa è valsa la pena: Donald Trump ha trovato la soluzione per fermare le stragi da arma da fuoco: “Un’idea potrebbe essere quella di armare i professori, come deterrente. Potrebbero avere un’arma nascosta ed essere addestrati per usarla. Magari non tutti, il 20-30% di loro”. Aumentare le armi per diminuire i morti: chiaro no?

3

 

Promossi

Sirene off

“Ho messo nero su bianco che dal sogno di poter essere la parte migliore di questo partito, abbiamo finito per ereditarne le peggiori logiche e modi di fare; cosa che, paradossalmente, si accentua, sempre, in concomitanza con gli appuntamenti nevralgici della vita democratica: tesseramenti, congressi ed elezioni. Non posso più avallare logiche che definirei ai limiti del banditismo”: Francesca Scarpato, 26 anni, ha corredato con queste parole le sue dimissioni da segretario regionale dei giovani del Pd in Campania dopo l’esplosione del caso Roberto De Luca. La giovane avvocata, che ricopriva l’incarico da luglio 2016, è un’altra sirena che si è stancata di cantare lo spartito renziano di una rottamazione che non c’è mai stata e che non ci sarà mai.

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Vinci la paura di volare e ti sentirai (quasi) un dio

Vagli a dire che è più probabile morire per un attacco di squalo o una caduta dal letto che per un incidente aereo. O che andare in aereo è 60 volte più sicuro che in macchina e che l’unico mezzo meno rischioso è l’ascensore. Non servirà a nulla. L’aviofobico, infatti, resterà indifferente, accartocciato nel suo terrore, senza possibilità di riscatto. L’unica consolazione è che si trova in buona compagnia, visto che ben il 53% degli italiani, più donne che uomini, mai metterebbe piede sulla scaletta di un aereo, mentre la lista di personaggi famosi che hanno fatto i viaggi più strampalati pur di non volare è praticamente infinita, a partire da calciatori ed ex calciatori (l’attaccante olandese Dennis Bergkamp, Eraldo Pecci, Paolo Guerrero, Omar Sìvori, Javier Mascherano, Stefano Tacconi) per finire con attori e cantanti: Alex Britti, Celentano, Mina, Barbara D’Urso, Enrico Ruggeri, Pamela Prati, Cher, Colin Farrell, Fiorello, Meg Ryan, Martin Scorsese. Persino Totò, in un’intervista del 1966, rivelava di essere rimasto, quanto ad aerei, “ai progetti di Leonardo da Vinci” e che sull’aereo non era mai salito né lo avrebbe mai fatto, essendo una delle sue quattro paure, insieme ai funghi, alle ostriche e all’ascensore.

Per fortuna, però, esistono storie di ex aviofobici, persone che a un certo punto non solo sono guarite ma hanno scoperto il piacere un po’ onnipotente di raggiungere ogni parte del globo in poche ore. Una di queste, la giornalista Vania Colasanti, ha scritto, insieme al neurologo Rosario Sorrentino, il libro Grazie al cielo. Vincere la paura di volare (e non solo), in cui racconta come abbia ripreso a volare dopo 23 anni di puro panico.

Il racconto del “prima” è per molti qualcosa di conosciuto: la rinuncia a viaggi da sogno, le partenze in anticipo per raggiungere i compagni di viaggio, lo stupore nel vedere gli amici saltare da un volo all’altro, l’impossibile richiesta di essere anestetizzati durante il volo e persino, come per l’autrice, la frequenza di corsi per vincere la paura conclusisi senza successo. Poi l’incontro con un neurologo e l’inizio di una terapia fatta di dialogo, spiegazioni scientifiche e farmaci adeguati, ma soprattutto, impartito come una medicina, molto sport, per sviluppare serotonina e ridurre le reazioni di panico. Così l’autrice, piano piano, riesce a fare un breve volo di prova in Italia, riappropriandosi anche del lessico aeroportuale – controlli, check in, gate – un tempo associato solo a una serie di immagine negative. Dal primo volo si passa al secondo e poi al terzo. E il terrore diventa entusiasmo, nonostante un leggero rimpianto per le occasioni passate. Merito delle medicine giuste? Certo. Ma anche di un medico empatico, che è riuscito a stanare quel desiderio nascosto in ogni uomo e dunque persino nel più incallito degli aviofobici: volare, proprio come uccelli, provare immenso piacere nel farlo, realizzare – infine – l’incredibile fortuna di essere nati in un’epoca in cui essere inchiodati a uno stesso suolo non è più destino.

Il Male contro il Maligno: l’approccio opposto tra i cattolici e gli ortodossi

Ci sono due modi di chiudere il Padre Nostro. “Liberaci dal male”, recitano nel Pater i cattolici. “Liberaci dal Maligno”, invece, chiedono a Dio gli ortodossi. Una differenza, questa, che in due parole comunque derivate da una stessa radice linguistica – il male – svela un approccio opposto rispetto allo stesso avversario tra le due comunità di credenti. Il Maligno, secondo la Chiesa ortodossa, è una persona vera. Quasi un’astrazione – perfino una metafora, o un cascame morale – nel sentimento diffuso della comunità cattolica quando, al contrario, per la stessa dottrina della Chiesa di Roma, per il Rito e per la fatica quotidiana degli esorcisti, questo tema teologico va a ricondursi alla concretezza del vissuto: il Diavolo, insomma, abita presso noi.

Padre Cesare Truqui, un esorcista – “ornato di pietà, di scienza, di prudenza e d’integrità di vita” – attraverso il Corriere della Sera informa l’opinione pubblica del triplicarsi degli esorcismi malgrado “molti cristiani non credono più all’esistenza del Maligno, vengono nominati pochi esorcisti e non ci sono più giovani preti disposti a imparare la dottrina e la pratica di liberazione delle anime”.

Nessuno, dunque, crede all’esistenza del Diavolo e lui – buontempone, con la sua faccia avvolta in volute di nulla – mette in atto la suprema astuzia: far credere a tutti di non esistere. E ci riesce se tra i credenti, ormai, solo pochi tengono in petto il più oscuro dei segreti: se la preda diventa astuta non ci sarà più un cacciatore. Ecco, anche adesso a scriverne – e di certo anche a leggerne – s’avverte il tipico gelo improvviso che annuncia la prossimità dell’Avversario il quale, come spiega frate Paolo Carlin, un padre cappuccino, ha due azioni: “Quella ordinaria, la tentazione, e quella straordinaria, la possessione vera e propria”.

E il sussurratore, il Demonio – il cui occhio penetra fin a scorgere in ciascuno l’anima – lascia dilagare la peste della tristezza nelle carni e nello sguardo di chi ne ascolta il respiro. Cattura nelle proprie spire, il Nemico, ogni vagito di gioia e ne fa urto di cupa malia e solo chi ha la basmala – Bi-smi ‘llahi al-Rahmani al-Rahami – l’imperativo del Pater o il Fuoco di Vesta nel cuore riesce a farlo indietreggiare. Solo il vivo cielo, infatti, lo rende pazzo. Ed è un po’ come da sempre sanno i popoli del Mediterraneo quando – nell’umiltà della semplicità, povera di tutto – adornano le proprie case di piastrelle di vivo blu, presagio di luce. E come una semplice piastrella, viva di blu, Il Poema Celeste di Muhammad Iqbal, filosofo e poeta del Novecento (edito in Italia da Libreria Editrice Aseq) mette a nudo la Bestia: “Io non ho né angeli né servitori; non ho portato né tradizioni né libri sacri, e ho strappato l’anima ai teologi”.