La Settimana Incom

 

N.c.

Muccino aka Cipolla

La battuta più riuscita di “A casa tutti bene”, ultimo film corale di Gabriele Muccino, la dice Valeria Solarino all’ex marito Pierfrancesco Favino, parlando della di lui attuale consorte: “È stupida. E gli stupidi sono pericolosi. Non vedi come ti fa vivere male?”.

Una sintesi de “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, guizzo anarchico dell’intelligenza dell’economista.

 

Sono un pirata ed un signore (ma anche una rockstar)

Johnny Deep, 55 anni, torna all’antico amore, il rock. Sarà in Italia in luglio con la sua band, gli Hollywood Vampires (il 7 luglio al Lucca Summer Fest e l’ 8 al Rock in Roma).
Con lui Alice Cooper e il chitarrista degli Aerosmith Joe Perry, Matt Sorum dei Guns n’ Roses e Robert DeLeo degli Stone Temple Pilots. I Vampires ono una cover band: il repertorio è composto solo fatto di grandi classici, “canzoni senza le quali la mia vita sarebbe stata molto diversa”, ha detto Deep. Che ha voluto sottolineare: “L’attore, alla fine, lo faccio solo per lavoro”. E poi ci troveremo come le star…

 

Odio il capitalismo

“Una vita in vacanza”, la canzone con cui Lo Stato Sociale ha conquistato il secondo posto a Sanremo e il Premio della sala stampa Lucio Dalla è al primo posto della classifica Earone dei brani più trasmessi dalle radio e per la seconda settimana consecutiva al vertice della classifica Fimi/Gfk dei singoli più venduti in Italia. Il pezzo ha superato i 3 milioni di streaming su Spotify e 5 milioni e mezzo di visualizzazioni su Youtube. Adesso diranno che si sono “imborghesiti”.

 

Promossi

Il filo di Arianna
Ai Giochi invernali di PyeongChang la regina indiscussa è Arianna Fontana, atleta dello short track, ha collezionato un bronzo nei 1000, dopo l’argento nella staffetta e l’oro nei 500.
Apprendiamo dalla “Gazzetta dello sport” che nello short track olimpico è già la donna più vincente, con otto medaglie. E in chiave azzurra, ai Giochi invernali, solo Stefania Belmondo, con dieci, ne vanta di più. Girl, and snow, power.

 

Scrittori si nasce

Presentando “La mossa del cavallo”, tratto da uno dei suoi romanzi storici (questa sera su Rai1, dopo i clamorosi successi di Montalbano), Andrea Camilleri ha parlato anche del 4 marzo, senza giri di parole: “Non sto assistendo a una campagna elettorale. Impossibile dare un nome a una cosa tanto disgustosa tra false promesse e insulti reciproci da comari. E il divario tra Nord e Sud oggi è spaventoso”. Poi spiega perché non vuol essere chiamato maestro: “Non chiamatemi così. Sciascia lo permetteva solo perché era stato veramente maestro di scuola. Io no”. La lezione di un maestro.

La carbonara è un piatto yankee (ma non ditelo ai miei bisnonni)

Ma è vero che la Carbonara l’hanno portata a Roma nel ’44 gli americani, insieme alle Lucky Strike, lo swing e il boogie woogie? La tesi, divenuta popolare sul web e confermata da antropologi e chef televisivi, è autorevolmente supportata da Marco Guarnaschelli Gotti, autore della Grande enciclopedia della gastronomia: “Quando Roma venne liberata la penuria alimentare era estrema, e una delle poche risorse erano le razioni militari, distribuite dalle truppe alleate; di queste facevano parte uova in polvere e bacon, che qualche genio ignoto avrebbe avuto l’idea di mescolare condendo la pasta”. In realtà qualcuno si è già attribuito il titolo di genio inventore della Carbonara. È, o meglio era, lo chef bolognese, Renato Gualandi “gran cancelliere della Commanderie des Cordons bleus” spentosi un anno e mezzo fa a Riccione a 95 anni, che fino all’ultimo rievocava con la stampa: “Insomma mescolo tutto con crema di latte, crema di formaggio e finisco con una spolverata di pepe nero, a tavola, ci sono anche i generali Harold Alexander e Sir Oliver Leese, si festeggia la liberazione di Riccione: gli spaghetti vengono un po’ bavosetti, è un successo”.

Del resto anche lo scrittore palermitano Davide Enia, nel suo libro Uomini e Pecore aveva già messo alla questione parole finali: “L’età media dei soldati americani era di 19 anni – spiega Enia in un’intervista – gli mancava casa, hanno trovato gli ingredienti della colazione americana e li hanno messi sulla pasta”. Stante le conclusioni, raggiunte qualche sera fa anche dai giovanissimi ascoltatori dell’emittente romana Radio Rock, la definizione da inserire nelle moderne enciclopedie di cucina on line, alla voce “Carbonara” potrebbe essere la seguente: “Piatto principe della cucina romana nato nel secondo dopoguerra dal fortunoso incontro fra gli ingredienti della tradizione culinaria yankee e la pasta e miscelati dal genio di un giovane oste bolognese a Riccione”. “Ma che me dici, davero davero? Nipote mio me sa tanto che te stanno a cojona’” mi direbbero i miei bisnonni, “trattori” a Roma agli inizi del 900 e eredi di una tradizione culinaria tanto umile e popolare da non avere una “storia”.

E sì perché trovare le vere origini della Carbonara è come pretendere di stabilire chi fu il primo a mettere insieme la pasta con i fagioli o il basilico nel pesto. II carbonaro si accollava per scale e androni i sacchi di carbone per le stufe da cucina delle vecchie case romane e spesso raccimolava un cartoccio di cibo, magari un uovo, una fetta di grasso rancido, un pezzo di formaggio. Gran parte dei piatti romani sono il risultato di questo “riciclo” degli scarti delle tavole più nobili. E la ricetta? A ben guardare racchiude gli ingredienti di un’antesignana del sugo all’amatriciana: la “Gricia”, evolutasi con l’arrivo del pomodoro, questo sì dalle Americhe. La ricetta della Gricia è da tempo immemorabile guanciale saltato in padella e pecorino. Chissà che nel corso dei secoli a un pastore errante degli Abruzzi o a qualche cuoca dei dintorni, non sia venuto in mente di sbatterci dentro un uovo, tanto per arricchire il pranzo domenicale?

Cambio emisfero e torno. Con l’amore certo, ma anche con un problema in più

Ciao Selvaggia La premessa è una cordiale stima nei tuoi riguardi e anche una certa sfida al destino: sei una filantropa, ami scrivere e sei ragionevole. Presupposti che mi tolgono di dosso lo scorno di stare qui ad annaspare sperando che tu possa tendermi una mano. Mi chiamo Roberta, ho compiuto 29 anni l’altro ieri e attualmente mi trovo in Peù, ad Ayacucho, nell’altipiano andino centrale, a terminare il mio anno di servizio civile all’estero in un orfanotrofio. Sono una maestra laureatissima e precarissima, per cui l’anno scorso ho deciso di candidarmi per andare a prestare servizio altrove, dove il mio essere me non fosse annullato nella definizione di supplente e nella vana e svilente attesa di stipendi che non arrivavano mai (da dipendente dello Stato, sottolineo).

Quest’anno in Perù (manca pochissimo al mio rientro in Italia) è stato una rocambolesca discesa verso il nuovo e l’inaspettato, ho visto l’amore manifestarsi sotto forme impensabili e ne ho goduto lontana da un’Italia arrabbiata e cieca, nella quale non mi riconosco ma che mi ha dato le gambe per camminare. L’Italia dove voglio assolutamente tornare. E non ci tornerò da sola, bensì con l’uomo di cui mi sono innamorata. Peruanissimo. Al novero delle cose incredibili che mi sono accadute quest’anno, devo aggiungere la repentina scomparsa di mio padre, terminato da tre infarti consecutivi la mattina del 24 giugno, mentre io, ignara, ero in quest’altro emisfero. Questo improvviso colpo infimo è venuto a sovvertire tutti i miei pronostici: l’idea era di provare a rimanere in Perù per un periodo, azzardare un assaggio di vita qui, malgrado non ne fossi entusiasta; però era un proposito doveroso per dare il tempo necessario al mio ragazzo per acquisire una padronanza perfetta dell’italiano e per permettergli di mettere da parte un gruzzolo di soldi necessario alla vita in Italia – il cui tenore non è neppure paragonabile a quella in Perù.

Con la morte di papà, dicevo, i miei piani si sono ribaltati, sento il bisogno di rimanere vicino alla mia famiglia e non penso di fermarmi in Perù. Il mio compagno ha così comprato il suo volo Lima-Milano (per farlo ci siamo messi in gioco organizzando una “pollada”, un’attività tipicamente sudamericana che prevede la vendita di pollo alla brace destinando i fondi raccolti ad una iniziativa personale. Insomma, un crowdfounding casereccio). Per me tutto ciò è incredibile, sto provando a costruire la mia vita con le mie mani, le mie mani intinte nell’amore. Però l’amore da solo non serve molto, soprattutto se ha le braccia aperte su due emisferi e un fuso orario di sette ore. Curioso, ma la vita è così e non ci sono miracoli né indulgenza possibili. Ti seguo e ho avuto più volte prova della tua gentilezza. Non ti chiedo niente in particolare ma se conoscessi qualcuno, in Emilia Romagna (Reggio Emilia, Bologna, Modena e Parma) che ha un ristorante e volesse contrattare uno chef peruviano esperto in piatti a base di pesce (ceviche con chicharròn) e cucina fusion peruana-oriental – ma anche dispostissimo ad imparare i rudimenti della cucina italiana – ci aiuteresti a rendere sicura la nostra relazione. Purtroppo la questione degli ingressi di stranieri in Italia è un po’ controversa, con un visto turistico la sua permanenza sarebbe destinata a durare tre mesi e niente più. E la nostra idea da utopisti, poveri stronzi è una vita ad invecchiare bene assieme.

Roberta

 

Se avete un ristorante e soprattutto una passione per le storie romantiche con lieto fine, questo è l’indirizzo mail di Roberta: robertacetro@gmail.com

 

Ci vuole tanto perché un ex tolga le mie foto da Facebook?

Vorrei chiederti un consiglio. Vista la tua esperienza di dinamiche legate al web, tu pensi che ci sia la maniera di segnalare a Facebook una persona che ha pubblicato foto mie senza il mio permesso? Il tizio è un mio ex, non è cattivo ma ha qualche problema di comprensione dei concetti base. Gli ho chiesto gentilmente di tenere le foto per sè, sul suo pc di casa, ma di toglierle dal suo profilo Facebook perché non stiamo più insieme dal 2013 e questa cosa mi sta creando problemi seri con il padre di mia figlia, il quale la prende come scusa per non versarmi la sua parte di retta scolastica di nostra figlia. Non sono foto particolari, nulla di così intimo, è vero, però sono foto nostre e di una relazione che non c’è più da anni. Tutte queste cose al mio ex le ho spiegate per benino e con calma (inizialmente) e poi, visto che fingeva di non capire, l’ho sollecitato. A nulla è servito e infatti, anche dopo averlo minacciato di denuncia alla polizia postale, le foto sono ancora lì. Lui è francese, io non posso andare a prenderlo per il collo.

Ho tentato di segnalarlo a Facebook ma non ottengo che risposte automatiche in cui mi si dice di pensarci io a dirgli di togliere le foto. È impossibile ottenere qualcosa secondo te o sono io che non sono capace?

Isabella

 

Cara Isabella, questa storia sembra la versione 2.0 del bellissimo film “Se mi lasci ti cancello” in cui il protagonista aveva la possibilità di cancellare i ricordi della sua precedente relazione: “Se mi lasci ti cancello l’account”. Detto ciò, mi sfugge la relazione tra la tua foto a Barcellona con un ex francese e “non pago la retta scolastica di nostra figlia”. Forse il tuo ex marito ha poco chiaro il concetto di causa/effetto. Proverei a raccontarglielo così: oggi non paghi la retta scolastica di tua figlia per dispetto/un domani per lei sarai uno stronzo. Magari gli chiarirai le idee. Invece, per quel che riguarda il tuo ex francese che tiene lì su fb le vostre foto come santini, sii paziente: fagli trovare una fidanzata nuova e vedrai che gli farà cancellare non solo le tue foto, ma pure il tuo numero di telefono.

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com

Senza una riforma il Brasile sarà travolto dal peso delle sue pensioni

Il presidente brasiliano, Michel Temer, è stato costretto a mettere nel cassetto la sua riforma del sistema pensionistico, anche dopo una serie di diluizioni al progetto originario. L’ultimo scacco si deve alla peculiare natura del processo legislativo sulla spesa pubblica, per modificare la quale serve un emendamento costituzionale votato dai tre quinti degli appartenenti a ciascuna camera del Congresso, che tuttavia non può avvenire se è in corso un intervento federale. Temer ha infatti disposto l’utilizzo dell’esercito nella zona di Rio De Janeiro per contrastare un’ondata di crimini violenti, il primo intervento militare dopo il ripristino della democrazia, nel 1985. Già prima della calendarizzazione del voto nella camera bassa, poi sospeso, l’esecutivo mancava di circa 40 voti sui 308 necessari. A dicembre 2016 Temer, succeduto a Dilma Rousseff, ha presentato la prima proposta di riforma: età minima di pensionamento di 65 anni, per uomini e donne, contro i circa 54 anni di età media attuale di uscita. Un pensionato brasiliano di 55 anni può contare su un assegno di circa il 70% dell’ultima retribuzione, contro una media Ocse di poco più del 50%. La riforma prevedeva anche il dimezzamento della pensione di reversibilità per il coniuge superstite, oggi pari alla pensione intera del deceduto. L’insieme di queste misure avrebbe fruttato risparmi per 800 miliardi di reais, pari a 240 miliardi di dollari, in un decennio. Dopo proteste anche violente, Temer ha diluito l’impianto della riforma, permettendo alle donne di pensionarsi a 62 anni, ma i voti del Parlamento sono mancati anche in questo caso. L’ultima versione della riforma, quella bloccata, con risparmi di spesa dimezzati nel decennio rispetto alla prima formulazione, prevede che i lavoratori rurali e le vedove di agenti di polizia morti in servizio rimangano nel regime attuale.

La spesa per pensioni è su una traiettoria insostenibile: rappresenta un terzo degli esborsi federali prima degli interessi sul debito, il 9,1% del Pil. Il Brasile sta invecchiando e non può più permettersi questi trattamenti: entro il 2060 gli over 65 cresceranno da 17 a 58 milioni di persone; le pensioni assorbiranno un quinto del Pil ma già nel 2030, secondo la Banca Mondiale, in assenza di riforma, divoreranno l’intero bilancio federale.

Chi succederà a Temer, con le elezioni a ottobre, avrà vita dura a quadrare i conti anche a livello di capitoli di spesa perché l’attuale presidente, nel 2016, ha fatto approvare una riforma costituzionale che per 20 anni azzera la crescita della spesa pubblica al netto dell’inflazione. Il fatto che Temer, coinvolto a sua volta nel gigantesco giro di tangenti dello scandalo Lava Jato, abbia una popolarità intorno al 5% e sia politicamente morto, non esimerà il suo successore (forse lo stesso Lula, malgrado la condanna in primo grado per corruzione) a fare i conti con la realtà.

“Pazzi” e in cella: la legge che non c’è

Il 20 febbraio l’avvocato Giulio Vasaturo, che difende A. L., 25 anni, affetto da una gravissima schizofrenia paranoide e internato nella Casa di Lavoro di Vasto nonostante sia stato dichiarato incompatibile col regime carcerario (ordinanza del 7/12/2017), ha depositato un’istanza al Tribunale di sorveglianza di Pescara affinché sia sollevata la questione di legittimità costituzionale sull’esatta interpretazione delle norme che disciplinano l’accesso alle strutture sanitarie dei malati psichici “socialmente pericolosi”. Il ragazzo dovrebbe essere ricoverato in una rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza che ha sostituito dal 2014 gli opg), ma nella rems non c’è posto. Oltre a lui, altri 55 pazienti psichiatrici si trovano illegittimamente dietro le sbarre, come già denunciato. Le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Il pericolo che compia atti autolesivi è stato annunciato. La madre ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Chieti. L’ordinamento penale, ricorda l’avvocato, non disciplina affatto il caso in cui sia impossibile procedere al ricovero in rems a causa della sua indisponibilità. Perché nessuno fa niente?

Mestiere degli erboristi a rischio per il solito pasticcio all’italiana

“Un pasticcio legislativo gravissimo che cancellerà dalla sera alla mattina una professione riconosciuta 90 anni fa e che, soprattutto, mette a rischio la salute degli italiani”. Angelo Di Muzio, il presidente della Federazione degli erboristi italiani, va dritto al cuore del problema quando racconta quello che potrebbe accadere il 27 febbraio, quando scadrà il termine ultimo per l’emissione del parare del governo contro il decreto legislativo che vuole abrogare la legge 6 gennaio 1931 n. 99, vale a dire la figura dell’erborista.

Dal burocratese al concreto, la questione si fa seria. Il mestiere che ha reso famoso Maurice Messeguè e il cui studio delle erbe e delle loro proprietà ha radici antichissime che si perdono nella notte dei tempi, rischia di scomparire perchè il governo per aggiornare e liberalizzare la disciplina della coltivazione, della raccolta e del commercio delle piante officinali tra Natale e Capodanno ha presentato un decreto non accorgendosi (“O forse sì, sotto la pressione degli agricoltori”, sottolinea Di Muzio) che tra i primi effetti tangibile c’è la cancellazione improvvisa della professione di erborista prevista proprio dalla legge del 1931.

Il testo del decreto presentato dal Consiglio dei ministri, infatti, non cita mai la parola erborista ma stabilisce che la coltivazione, la raccolta e la prima trasformazione di piante cosiddette medicinali, aromatiche e da profumo, oltre ad alghe, funghi e licheni, siano da considerare attività agricole a tutti gli effetti. Inoltre, sempre secondo il testo, il risultato dell’attività delle singole specie officinali potrà essere direttamente impiegato o sottoposto a trattamenti di prima trasformazione senza passare dall’erboristeria. E, dunque, chiunque potrà raccogliere, trasformare piante officinali e commercializzare prodotti naturali legalmente senza bisogno di un titolo di studio . Non bisogna, infatti, pensare che l’erborista si trovi solo dietro al bancone di un negozio; è un professionista che presta soprattutto consulenza nel mondo agricolo. Insomma, un vulnus che mette in crisi non soltanto il commercio nel settore ma anche migliaia di posti di lavoro e persino alcuni corsi di laurea, come quello in Scienze tecniche ed erboristiche, istituiti presso le facoltà di Farmacia in concorso con Medicina ed Agraria.

I numeri sono chiari. In Italia ci sono circa mille aziende specializzate nella trasformazione e commercializzazione di piante officinali e circa 5mila erboristerie che generano un giro d’affari di oltre un miliardo di euro, escluso l’indotto. “Le nostre erboristerie – sottolinea Di Muzio – si dovranno confrontare con una concorrenza sempre più despecializzata e senza regole, mettendo in crisi migliaia di lavoratori e le loro famiglie. Non parliamo poi degli oltre 3mila studenti iscritti ai corsi di laurea che si ritroveranno con un pugno di mosche in mano per la perdita del valore del loro titolo di studio conseguito a fronte di ingenti investimenti economici. Con la forte possibilità che gli stessi corsi di laurea vengano chiusi”.

Le conseguenze, tuttavia, potrebbero diventare persino pericolose. “Provocando l’ingresso di soggetti assolutamente non qualificati”, avvertono gli erboristi, potrebbero esserci gravi ripercussioni per la sicurezza dei consumatori, perché si deve tener conto del fatto che le erbe possono curare molto bene, ma bisogna conoscerne altrettanto bene gli effetti collaterali, che non sono mai nulli. Naturale, infatti, non fa sempre rima con sano. E, come ha avuto modo di spiegare nelle scorse settimane uno studio condotto da un gruppo di farmacologi sudafricani, pubblicato dal The British Journal of Clinical Pharmacology, dal momento che le piante medicinali possono interferire con alcuni farmaci e aver un effetto dannoso per la salute dell’uomo, bisogna sapere che, ad esempio, chi assume ciclosporina (un farmaco salva vita per chi ha avuto un trapianto di rene) non deve esagerare con la camomilla o con la curcuma. Accorgimenti fondamentali che, fin qui, sono stati sempre dati dagli erboristi.

Per il presidente degli erboristi ritirare il provvedimento è, quindi, “un atto di responsabilità delle istituzioni verso una categoria professionale che merita di essere tutelata in quanto portatrice di valori culturali e scientifici maturati nel tempo”. In rete, intanto erboristi e studenti si sono già mobilitati intorno all’hashtag #salvalerborista ed è attiva una raccolta firme che ha già raggiunto 60mila firme per convincere il governo a tornare sui suoi passi.

Londra 1978, le chitarre unite contro il razzismo

Accadeva quarant’anni fa, in Gran Bretagna. Ma potrebbe – e dovrebbe – accadere oggi, in Italia. Nella primavera del 1978, in un Regno tutt’altro che unito, percorso com’era da pulsioni razziste e con le strade delle grandi città incendiate dalla violenza nazionalista, la campagna Rock Against Racism toccò il culmine della propria parabola. Decine di musicisti, famosi e meno famosi, ma quasi tutti appartenenti a quella che allora veniva chiamata “new wave”, l’ondata di energia e di idee fresche succedutasi allo tsunami punk del ’76-’77, si riunivano in grandi concerti contro un’altra “wave” montante: quella dell’estrema destra.

Band bianche, nere e miste, rock e reggae, maschili e femminili, tutte assieme per riaffermare un concetto semplice ma sul quale nessuno intendeva derogare: il fascismo non passerà. C’erano i Clash e gli Steel Pulse, gli X-Ray Spex di Poly Styrene e i Generation X di un allora giovanissimo Billy Idol, i Ruts e i nord-irlandesi Stiff Little Fingers, Elvis Costello e gli Aswad, Tom Robinson e Graham Parker. E tanti altri. Forse non tutti con una coscienza politica così radicata, alcuni anzi con un atteggiamento militante talmente naif da risultare imbarazzante – basti ricordare la maglietta sfoggiata da Joe Strummer con la scritta “Brigade (sic) Rosse” – ma la sincerità di intenti dei musicisti coinvolti non era comunque in discussione.

Al Victoria Park, nell’East End londinese, si radunarono in centomila per ascoltarli, al termine di una gigantesca marcia per quelle stesse strade spazzate in quei mesi dalle aggressioni contro gli immigrati. Il bersaglio di Rock Against Racism aveva del resto un nome ben preciso. Si chiamava National Front, organizzazione neo-fascista dai tratti profondamente razzisti e populisti che in quegli anni parlava chiaramente di “tornare a un’Inghilterra bianca” e identificava nella popolazione originaria delle Indie Occidentali o del Pakistan la causa di tutti i mali che affliggevano l’economia britannica e le classi svantaggiate (ricorda qualcosa?). Alle origini del movimento, tuttavia, c’erano state anche le prese di posizione esplicitamente xenofobe e para-fasciste di un paio di celebrità tra le più riverite del music-biz inglese.

Eric Clapton durante un concerto si era lanciato in un attacco contro gli stranieri, sostenendo che l’Inghilterra era sovrappopolata ed era ormai diventata una colonia di neri, mentre David Bowie aveva fatto scandalo con frasi deliranti sulla necessità che arrivasse un nuovo Hitler – “la prima rockstar della storia” – a sistemare le cose nel paese. Va detto che entrambi gli artisti per vari motivi non erano all’epoca in condizioni psicologiche normali, e che nel corso degli anni hanno più volte chiesto scusa per il loro comportamento, ma certo quelle affermazioni improvvide (per usare un eufemismo) fecero da detonatore per un movimento musicale anti-razzista e anti-fascista che contribuì, nel suo piccolo, ad arginare derive pericolose soprattutto nelle generazioni più giovani.

Gettando allo stesso tempo le fondamenta per una coscienza critica che avrebbe accompagnato la musica inglese, anche nelle sue diramazioni più pop, nel lungo inverno thatcheriano che sarebbe seguito. Una coscienza che se oggi è vacante nella stessa Inghilterra post-Brexit, da noi è totalmente assente. In un periodo in cui fascismo e anti-fascismo sono incredibilmente tornati a dettare l’agenda politica e i palinsesti dei talk-show, in un Paese nel quale c’è chi impugna una pistola e si mette a sparare ai primi africani che incontra per strada senza che si abbia il coraggio di chiamare fatti del genere con il loro nome – e cioè raid terroristici di marca fascista – e nel quale organizzazioni politiche che si richiamano al Ventennio partecipano alle elezioni, il mondo musicale pare vivere su un altro pianeta. Al di là delle occasionali dichiarazioni di singoli artisti, in genere affidate a tweet o post su Facebook, ciò che manca è proprio una dimensione politica collettiva nella quale i musicisti italiani sappiano riconoscersi e agire concretamente. L’universo pop italiano è come inerte e chiuso in una dimensione parallela, atomizzato in scene che non si parlano tra di loro – l’indie, il mainstream, il rap, l’elettronica, la canzonetta sanremese, le vecchie glorie – e incapace di far valere quel poco o tanto di ascendente che la musica può ancora esercitare su giovani e giovanissimi.

Cantautori alternativi (a cosa?) tutti concentrati sul loro ombelico spirituale da trentenni precari, idoli della trap con l’ossessione dei soldi, rocker ingrigiti e insopportabilmente retorici come la musica che suonano, il privato e l’ironia (quella maledetta ironia da comunicazione social diventata un segno dei tempi) che prevalgono sul racconto della realtà. Possono sembrare discorsi da Anni 70, ma il problema in effetti è proprio questo: siamo di nuovo negli Anni 70.

Con tutti i veleni di quel periodo, ma senza gli antidoti. Rock Against Racism, con tutte le contraddizioni del caso, provò a essere un rimedio contro una malattia che oggi si sta ripresentando con gli stessi sintomi di allora. È utopia sperare in un Rock Against Racism nell’Italia del 2018? Non fosse che per non doversi rassegnare all’idea che tra rock e razzismo sia morto solo il primo.

I soldi non sono tutto, basta lamentarsi

Gentili contribuenti, l’introduzione dell’indice di Felicità permette finalmente di superare gli aridi calcoli del Pil. I soldi non sono tutto nella vita, ci sono anche piccole e grandi gioie come trovare parcheggio sotto casa (più 2 punti felicità), la radiografia senza brutte sorprese (più 15 punti felicità, ma vi aumentiamo il ticket), e la signorina del quarto piano che, contro ogni previsione, accetta l’invito a cena (più 75 punti, ma in questo caso vi raddoppiamo l’aliquota Irpef). A cinquant’anni dalla famosa invettiva di Bob Kennedy contro il Pil, abbiamo finalmente uno strumento che misura la felicità, un semplice algoritmo per cui risulta che il Buthan, per esempio, sia uno dei paesi più felici al mondo, anche se il Pil pro-capite è leggermente inferiore a quello di un disoccupato calabrese. Questo lo diciamo per i disoccupati calabresi: coraggio amici, su con la vita, ci sono ampi margini di miglioramento, se c’è gente felice con una capra e un etto di burro di yak, chi siete voi per lamentarvi?

Per i calcoli della misurazione della felicità interna lorda e della felicità pro-capite rimandiamo alle tabelle del ministero, ma è chiaro che in un sano paese liberista la felicità si paga. Così abbiamo studiato un complesso sistema di compensazioni per cui all’aumento della felicità si affianca una riduzione delle detrazioni nel Modello Unico. Siete felici perché è nato il bambino? Perfetto: vi raddoppiamo la rata dell’asilo nido. Tanto la felicità coi soldi non c’entra niente, vero?

Da parte nostra, ci impegniamo al rapido adeguamento della macchina amministrativa: creazione di un ministero della Felicità, con otto sottosegretari, 42.000 dipendenti e provveditorati in tutte le province. Il cittadino è tenuto a comunicare entro giorni tre il momento di felicità conseguito (modulo Sf-23-D), aspettare la risposta (entro 60 giorni), farla vidimare in un altro ufficio, spedirla per raccomandata (allegando il modulo Gf-67-K) e pagare.

Dai, non siete felici?

La battaglia della felicità contro la dittatura del Pil

Ricchezza e felicità non vanno mai di pari passo. E la questione non è filosofica, ma prettamente numerica. In Bhutan ci sono i cittadini più felici del mondo: non importa che il piccolo Stato himalayano sia tra i più poveri dell’Asia. Il loro “Fil”, il tasso di felicità interna lorda usato come unico parametro per calcolare lo stato di benessere è altissimo. Nel World Happines Report 2017 l’Italia risulta, invece, al 48° posto su 155 Paesi. Dietro, quindi, non solo a mezza Europa e appena avanti all’Algeria, ma assai più infelice di Uzbekistan ed Ecuador. Siamo, quindi, veramente così infelici? A guardare l’unico indicatore del benessere fin qui riconosciuto, il Prodotto interno lordo (Pil), si direbbe di no: l’Italia rientra nel 16% dei Paesi più prosperi. Il problema è che questo valore non ci dice come effettivamente vivano le persone, se aumenta perché i poveri sono meno poveri. L’importante è che qualcuno sia sempre più ricco. Insomma, un’immagine parziale e deformata della società che rappresenta solo un termometro dello stato dell’economia confrontabile.

Dagli Anni Sessanta si lavora per uscire da questa prigione e imboccare la strada verso uno sviluppo sostenibile (vale a dire “l’unico modo possibile per evitare i rischi di un collasso socio-economico e riconosciuto dai leader politici dei Paesi Onu”, ha argomentato l’ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini ne L’utopia sostenibile, edito da Laterza) in grado di conciliare “le curve fredde” con i parametri che contribuiscono al raggiungimento della felicità come i “progressi sociali, la difesa dell’ambiente, il grado di istruzione” (questi quelli elencati da Robert Kennedy il 18 marzo del 1968 in un discorso durissimo nei confronti del Pil). Ma in Italia, ora si è certificata l’esistenza di due palle al piede che ostacolano la felicità: la scarsa libertà di fare scelte di vita e la percezione della corruzione. Variabili che – e qui le cose si complicano – potrebbero indicare un eccessivo grado di autoritarismo, formalismo, una scarsa trasparenza dei meccanismi di selezione e una scarsa efficienza nell’allocazione del fattore lavoro, senza dimenticare una forte insoddisfazione generale.

Almeno, così emerge dal report stilato dai tecnici del Senato e dedicato ai Bes, i nuovi 12 indicatori del Benessere equo e sostenibile (reddito medio disponibile, diseguaglianza del reddito, povertà assoluta, speranza di vita, eccesso di peso, abbandono scolastico, disoccupazione, lavoro femminile, criminalità, giustizia civile, emissioni di CO2 e abusivismo edilizio) che l’Italia, anche senza aver ancora imboccato la strada maestra verso la sostenibilità e con un terzo delle famiglie che vive al di sotto della soglia di povertà, ha deciso di inserire nel prossimo Def di aprile.

Peccato che la felicità non sia di casa per gli italiani e che il Bes non solo va ad aggiungersi ai 17 obiettivi fissati dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu, al Better like index dell’Ocse, al Genuine Progress Indicator o al Rapporto della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi (la più completa requisitoria contro il Pil stilata nel 2008), ma che abbia già generato parecchia infelicità tra il Tesoro e l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) fondata da Giovannini nel 2016 e che tiene conto dei parametri dell’Agenda 2030.

In breve la storia. Negli scorsi giorni è stata presentata al Parlamento la Relazione del Tesoro con la stima di come la legge di Bilancio possa andare a modificare il quadro del Bes nel prossimo triennio, dove si stima “un aumento superiore ai 1.000 euro in tre anni del reddito disponibile aggiustato pro capite. Che dovrebbe salire dai 22.252 euro a famiglia del 2017 agli oltre 24 mila nel 2020. Portando con sé un calo di 0,2 punti dell’indice di disuguaglianza”. Di tutt’altro avviso è, invece, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile: dal 2010 al 2016 sono aumentati i poveri e la distanza tra redditi alti e redditi bassi ed è peggiorata la qualità del lavoro. Insomma, il problema di misurare il benessere degli italiani resta e le osservazioni dei tecnici del Senato non sono esaltanti: “La scelta degli indicatori adottati non è definitiva”. Insomma, gli impegni a cui avrebbe dovuto portare rimangono per adesso sulla carta. Del resto, come spiega Giovannini “se i partiti non metteranno lo sviluppo sostenibile al centro della legislatura, le condizioni dell’Italia saranno destinate a peggiorare”.