La “ribelle” fotogenica che divide i palestinesi

Per gli attivisti internazionali, mobilitati in tutta Europa, è la nuova Mandela. La nuova Malala. Per gli israeliani, invece, che da un mese ormai non parlano d’altro, è un’attrice. La Knesset ha commissionato un’indagine per capire se davvero Ahed Tamimi, 17 anni, capelli biondi e occhi chiari, e nessun hijab, sia palestinese. O non sia forse pagata, insieme a tutta la sua famiglia, per animare le manifestazioni del venerdì di Nabi Saleh, un agglomerato di case vicino Ramallah che dal 2010 si oppone all’espansione dell’insediamento di Halamish; dei suoi 600 abitanti, 350 sono stati feriti. E 50, ora, inclusa la madre di Ahed, hanno disabilità permanenti.

Il 18 dicembre Mohammed Tamimi, 14 anni, finisce in coma per un proiettile alla testa. Si salverà, ma con mezzo cranio in meno. Un’ora dopo, sua cugina Ahed nota un soldato all’ingresso di casa. Gli dice di andare via, comincia a strattonarlo: e gli tira uno schiaffo. Il video diventa virale. E il 19 dicembre, in piena notte, l’esercito torna ad arrestarla.

Da allora, Ahed è in carcere per assalto alle forze di sicurezza. Solo un paio di settimane prima, Trump aveva deciso di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata Usa in Israele. E si erano avuti scontri e morti un po’ ovunque. Ma alla fine, l’Intifada che tanti si attendevano non è mai iniziata. Ma se per gli attivisti internazionali è un’eroina e per gli israeliani “una che andrebbe punita al buio, senza testimoni né telecamere”, come ha scritto il noto editorialista Ben Caspit, chi è Ahed Tamimi per i palestinesi?

 

Ehab Ewedat, 23 anni, Hebron

“Ma che senso ha uno schiaffo? Cosa cambia? I miei, se mi avessero visto discutere con un soldato, si sarebbero precipitati a tirarmi via: non sarebbero certo stati lì a filmare come la madre di Ahed. Genitori così istigano i figli. E consapevolmente o meno, finiscono per usarli e strumentalizzarli, privandoli del diritto di essere bambini. Esattamente quello che fa Israele. Vivo a Hebron, che non è molto diversa da Nabi Saleh, perché è l’unica città in cui i coloni non vivono in insediamenti, ma in mezzo a noi, casa per casa: e quindi gli scontri sono quotidiani. Gli attivisti sono molti, fondamentali, certo. Ma diciamo la verità: sono anche uno contro l’altro, tutti in competizione tra caccia a fama e finanziamenti. Da quando sono arrivati gli internazionali, è diventato tutto una specie di sceneggiata. Di attrazione turistica. Sembra che la resistenza consista nello sfidare i soldati ai checkpoint. Nell’intossicarsi un po’ di gas. Ma è tutto molto più complesso. Perché non siamo contrapposti: siamo interconnessi economicamente e amministrativamente. E il mondo invece pretende di congelarci nell’immagine del ragazzo con la kefiah e la fionda, e da noi si aspetta solo il sacrificio in nome della terra, speculare a quello dei coloni, che per stare inchiodati alla terra, abitano in luoghi assurdi, colline di sassi in cui a stento sopravvivono le capre. Resistere è restare qui, ma vivendo una vita vera. E invece adesso Ahed sarà rilasciata, e inizierà a girare per conferenze in tutto il mondo”.

 

Mariam Barghouti, 24 anni, Ramallah

“Una nuova Intifada? L’unica vera battaglia dei palestinesi, in questi mesi, è stata per il 3G. Gli scontri sono quotidiani, sì. Ma ormai tirare pietre non è che uno sfogo. Non abbiamo più nè leadership nè strategia. Fatah e Hamas sono reti clientelari al servizio degli israeliani. Oslo ha cambiato tutto. L’idea era rinviare la discussione sulle questioni più difficili, come gli insediamenti, o i rifugiati, e iniziare intanto a costruire questo famoso stato palestinese: nella convinzione che lo sviluppo economico avrebbe allentato le tensioni, e semplificato i negoziati. Ma non c’è sviluppo possibile se non controlli le frontiere, le importazioni e le esportazioni. Né le infrastrutture, se non controlli risorse come l’acqua e persino le tasse vengono riscosse da Israele. La ricchezza che vedi è un’illusione. Qui tutto è fondato sui debiti, prestiti e mutui. Se lavori trenta ore al giorno, non hai tempo per un’Intifada, il settore privato è minimo, le sole opportunità di lavoro sono Israele o la pubblica amministrazione. E, in entrambi i casi, sei prima sottoposto a uno screening di sicurezza. Prima di assumerti, si assicurano che tu non sia politicamente impegnato. Però, onestamente, con tutte le nostre responsabilità, è anche vero che tra gli attori di questo conflitto, siamo quelli nella posizione più difficile. State sempre a chiederci perché non iniziamo una nuova intifada. E la mia risposta è: Oslo e tutto quello che ha generato. Ma voi eravate i garanti di Oslo. E allora? Voi che avete molta più forza, molto più potere, molte più opzioni di noi, perché non tirate uno schiaffo a Israele?”.

 

Khadija Khweis, 40 anni, Gerusalemme

“Io vivo a Gerusalemme, e il mio obiettivo è non essere arrestata. È quello che Israele cerca: un pretesto per cacciarmi da qui. Ora si parla tanto dello stato unico. Con tutti questi insediamenti, si dice, non c’è più spazio per due Stati, il processo di Oslo ormai è fallito. Ma Gerusalemme è il laboratorio di questo famoso stato unico da cui siete tanto affascinati, per gli israeliani è la città che più di ogni altra è indivisibile. E il risultato è che mi è vietato anche solo avvicinarmi alla moschea di al-Aqsa. Gerusalemme è come Hebron. La nostra vita è segnata da mille incidenti, mille logoranti soprusi quotidiani che non finiscono sulla stampa internazionale. E la polizia non interviene mai. In questo stato non siamo cittadini. Nel 1980 Israele si è annesso Gerusalemme, ma non ci ha esteso la cittadinanza. Non abbiamo diritto di voto. abbiamo solo un permesso di residenza permanente revocabile se non stai qui per più di 7 anni o se Gerusalemme non è più il centro della tua vita. Per esempio se lavori nella West Bank. Paghiamo tutti le stesse tasse, ma solo il 52% delle nostre case è allacciato all’acquedotto. Questo è lo stato unico. Neppure la resistenza è più una sola. Ahed ha scelto quello che era giusto per il contesto di Nabi Saleh. Ma qui saresti arrestato e basta. Arrestato e cacciato via. E comunque abbiamo bisogno di molto più che un’Intifada. Finora solo Hezbollah ha tenuto testa a Israele. Ma con una guerra, non con uno schiaffo”.

 

Yahia Rabee, 21 anni, Birzeit Student Council

“La storia di Ahed per un palestinese non è niente di speciale. Ahed è perfetta per voi, più che per noi: è bionda, senza hijab, con quell’aria così europea, così poco araba. Ma distrae da quella che è la priorità: l’Autorità palestinese. L’occupazione non è cambiata. Israele è sempre lo stesso, e anche noi siamo sempre gli stessi, nessuno si è arreso. Ma ora tra noi e Israele c’è una barriera in più, quella dell’Autorità palestinese, che spende un terzo del suo bilancio in sicurezza. Fa questo, di mestiere. Reprime. E abbiamo tutti paura. Ci arrestano e ci consegnano a Israele. In cambio, e ormai non è un segreto, di monopoli e rendite di posizione nei settori più vari dell’economia, dall’edilizia al commercio, dalle telecomunicazioni alle banche. I figli di Mahmoud Abbas, Yasser e Tareq, sono a capo di un impero che fattura milioni di dollari. E le loro aziende hanno infinite connessioni con l’Autorità palestinese. Ma se ti azzardi a scrivere di questo anche solo su Facebook finisci in carcere o ucciso. Questo è un regime autoritario. Il Consiglio legislativo non si riunisce dal 2007. Mahmoud Abbas governa per decreti: e il suo mandato è scaduto nel 2010. Non esistono più spazi di espressione e organizzazione. E così è difficile avviare una nuova Intifada. Sono tutti sfiduciati. Ti dicono: ‘Abbiamo tentato di tutto’. E non ha funzionato niente. E però non è vero: in cambio di Gilad Shalit, abbiamo ottenuto il rilascio di 1.027 prigionieri. Perché la violenza è un linguaggio che Israele comprende bene. Ed è quello con cui ci intenderemo”.

 

Sami Hureini, 21 anni, At-Twani

“In realtà, qui quello preso a schiaffi sono io. Da quando ero piccolo. Da quando andavo a scuola, e i soldati dovevano scortarci, e difenderci dai coloni. Dalle pietre e dagli sputi. Hanno fondato prima un insediamento, e poi anche un avamposto, lì dentro, dentro quel bosco, sono ovunque. E sono armati. Altro che schiaffo: se mi avvicino, mi sparano. Anche se onestamente, non è solo questo. Soprattutto per la mia generazione. Sono cose blasfeme, ma la verità è che vogliono andare tutti in Israele, funziona tutto molto meglio, è tutto molto più avanti. E l’unico lavoro possibile non è il commesso o il muratore. E onestamente, lo stato unico non sarà mai uno stato a maggioranza araba, come sperano in tanti. Perché se davvero un giorno gli equilibri demografici dovessero cambiare, a Israele sarebbe sufficiente chiedere all’Europa di lasciare entrare i palestinesi senza visto. E partirebbero tutti. Comunque, detto questo, non ho la minima intenzione di tirare uno schiaffo a un colono. Sono gli israeliani ad avere bisogno della violenza per restare qui, non io.

 

Anonimo, 31 anni, Nablus

Immagino ti abbiano già detto tutto… Che non abbiamo una leadership. E che comunque abbiamo tutti una sorella, un fratello in carcere, e quindi che novità è? E poi abbiamo il mutuo da pagare. Anzi, tre mutui. E ti hanno detto, no? Che se parli, qui, ti arrestano. E che tanto è inutile: tiri uno schiaffo a un soldato, e allora? Israele ha il nucleare. Non scriverai il mio nome, vero? Che non voglio guai. Ma al fondo, la verità è che Ahed ha coraggio, e noi no. E stiamo qui a trovare scuse.

Una milanese a Roma per dire a scuola le “parole proibite”

Il viso da educanda, quello c’è ancora. Inconfondibile. Lo stesso con cui mi si sedette davanti per l’esame tanto tempo fa, correva l’anno 2009. Sapeva praticamente tutto. Un’espressione buona e disarmante, i libri ordinati e gonfi di segni e di colori. Ci siamo persi di vista e riincontrati, grazie al comune interesse per la criminalità organizzata. Poi di nuovo allontanati, perché ha vinto un dottorato alla Sapienza a Roma. E la capitale, si sa, cattura, affascina. Specie i giovani studiosi di mafia e affini, viste le novità locali in materia, che sembrano un’epifania. Mafia capitale. I Casamonica. Ostia e gli Spada. I clan autoctoni, di terra e di mare, il riciclaggio in via Veneto, le mafie che crescono là dove lo Stato non è assente ma c’è il pieno assoluto di caserme e ministeri.

Ilaria Meli, ricercatrice che ama perlustrare i territori ma ama pure la teoria, ha trovato la sua Mecca. Tutto quello che c’è di nuovo da sapere le si apre davanti come un libro intonso e generoso: “Ho incominciato a studiarmi la zona sud est di Roma, quella dei Casamonica. Che non si vedono ma si sentono. Nel senso che non c’è un loro accampamento, come ci si immagina, ma sono distribuiti nelle case popolari. Forti, temuti, intessuti tra loro, e ti spuntano fuori in massa come nel famoso funerale con l’elicottero in cielo. Mi piace andare a parlar di mafia nelle scuole difficili, con i bambini che per mezze ore intere ricalcano l’omertà dei grandi. Sapete cos’è la mafia?, gli chiedo. Silenzio assoluto, nessuno apre bocca. Poi fai il nome dei nomi: Casamonica. E allora scopri in un attimo che tutti sanno e un ragazzino dopo l’altro ti tirano fuori l’episodio, il ricordo personale, il sentito dire in casa. A quel punto tutto appare naturale. E diventa un racconto collettivo, così capisci che la loro vita, anche se giovanissima, è già tatuata dall’incontro con il mito criminale”. Quando per un altro dottorato le chiesero come avrebbe ottenuto quello che in terribile sociologhese viene chiamato l’“accesso al campo” (che sarebbe la possibilità di studiare da vicino l’oggetto della propria ricerca), non seppe rispondere a tono. Come è giusto. Perché queste possibilità si conquistano solo andandoci davvero, sul “campo”. Soprattutto se ci si muove con l’innocenza eversiva che solo gli scout come lei sanno avere. Scuole, visite in proprio, visite con spettacoli teatrali, lezioni, seminari, intrufolamenti sapienti in campo avverso, interviste beneducate.

Per sapere, per capire, per “bere” tutti gli ambienti possibili, a Roma e fuori Roma. Ad Anzio, a Nettuno e a Ostia. “Le scuole in cui siamo andati? Si trovano principalmente a Roma sud-est: lungo la tuscolana a Quarto Miglio, Statuario e soprattutto Borghesiana, che è territorio dei Casamonica, o in zona Furio Camillo, di fianco ad Acca Larenzia, presidio di estrema destra, che ha molta influenza sul territorio e anche sulla scuola; o a Tor Marancia, zona Eur, e San Basilio. Qui i ragazzi sono preparati, soprattutto alle medie fanno molte attività con Libera, e spesso conoscono anche fatti relativi ai territori, anche se non pronunciano quasi mai i nomi proibiti. Ma sono stata pure a Roma nord, zona Boccea, e in centro, dove sono molto meno consapevoli del fenomeno, a meno che non ci siano professoresse attente e impegnate. Certo, anche fuori Roma, recentemente a Frosinone e a Nettuno”.

I riccioli sodi le incorniciano la faccia di sempre, ma Ilaria è diventata in nove anni la giovane leader di un movimento educativo che non ha paura di finire in una classe in cui “puoi trovare i figli dei boss al 41 bis, e allora devi avere tatto ma non rinunciare ai giudizi di valore”. E che per formare davvero i ragazzi, invece di metterne cento tutti insieme, si fa tre turni di fila in un solo mattino. “D’altronde”, dice, “è impressionante come i ragazzi vogliano sapere, perché sono fatti che nessuno gli racconta, chiedono di organizzare tante cose ma non abbiamo abbastanza forze disponibili. Il 21 di marzo per la giornata della memoria vogliono venire tutti a piazza Vittorio. Il mio accento milanese? Sì, ogni tanto mi sento un po’ straniera, ma credo che alla fine sia un problema mio, non loro, mi documento sulle zone in cui vado e questa conoscenza viene apprezzata. In realtà penso che sto facendo una vita bellissima. Sono pagata per fare ricerca sulla materia che più mi interessa, e riesco pure a portare tutto nelle scuole.” Ogni tanto, bisogna dire, la cercano strani giornalisti. Ma lei fiuta ed evita. Mai sottovalutare gli scout.

I meridionali hanno deciso di farsi fottere dal nemico

Caro Leo, brutte notizie. Pessime, direi. Ancora una volta, accade da secoli, i meridionali hanno deciso di farsi fottere dal nemico. Si sa, i miei concittadini pensano sempre di essere più furbi degli altri. Hanno creduto al Re Borbone e a Garibaldi, a Mussolini e agli americani, alla Dc e ai suoi nemici, sempre pensando di potersi arrangiare. Piegati giunco che passa la tempesta (traduco male in italiano) più che una frase è la croce alla quale abbiamo appeso le nostre speranze.

Ci siamo adeguati, abbiamo accolto il nemico in casa tra putipù e tarantelle pensando di blandirlo, ma il nemico è stato più furbo di noi. Con i Borbone fummo garibaldini e don Peppe ci fregò, diventammo Briganti e Bixio ci mise al muro, credemmo nei Savoia e in Benito, e poi alla Dc che ci abbuffò di Casse per il Mezzogiorno da mungere, centri siderurgici, Pomicino-De Mita e Gava. Tutti statisti a Roma, tutti padroni di feroci sistemi di potere nelle nostre contrade. O con noi o contro di noi, il loro clientelismo ti accompagnava dalla culla alla bara. Pure a Berlusconi tributammo applausi e messe di voti. Veniva a Napoli, gli piacevano le femmine e le sfogliatelle, e si accompagnava con Apicella alla chitarra. Le sue canzoni facevano schifo pure a chi le scriveva, ma noi lì ad applaudire manco fosse un novello Caruso. E ora? Ora tutti con Salvini, Matteo. Poco tempo fa lui li schifava i napoletani (ebbro di birra, una sera gli cantò una canzone su quanto puzzavano ed erano colerosi), e pure con i calabresi, i basilischi, i pugliesi e i siciliani non è che andasse tanto d’accordo. Ora no, la sua Lega sbancherà anche al Sud: 10-11% dicono i sondaggi. Vedremo. Per il momento i teatri dove c’è Matteo sono pieni. Accorrono riciclati, pezzi dei vecchi sistemi di potere, imprenditori che hanno fatto scempio di provvidenze pubbliche, capi clientela e portatori di voti al miglior offerente, ma anche gente comune. Gli “askari” del 2000, sempre pronti a salire sul cammello del vincitore.

Il turpiloquio ha sostituito l’arte plebea del dileggio

Promett Romma e tomma, dicevano i vecchi milanesi, quando andavano in piazza ad ascoltare i comizi elettorali dei candidati di mezza tacca, i politici sono come gli imbonitori delle sagre di paese, promettono “mari e monti”, che vuol dire grandi balle, sono come i bagolon del luster, i venditori ambulanti di lucido da scarpe che per reclamizzare i loro prodotti le raccontavano grosse, pur di convincere la gente. C’era già un bel disincanto, caro Enrico, che la gente meneghina sintetizzava in sapide immagini, robba de cuntà ai pover mort, guarda che ci tocca ascoltare, roba da raccontare ai morti. L’importante, aggiungeva sempre qualcuno che la sapeva lunga, è salvà la cavra e i verz, salvare capra e cavoli, votare il meno peggio. E far capire allo spudorato oratore che non era proprio aria: “Scarliga merluzz che l’è minga el tò uss!”, sparisci merluzzo che non è il tuo uscio, va via, questo non è posto per te! Non c’era bisogno del turpiloquio. Il dialetto infilzava. La parolaccia era da zuruch. Da zoticone.

Oggi, però, quest’arte plebea del dileggio è svanita, relegata ai bar sport o in qualche mercatino di quartiere, come sono scomparsi gli invadenti manifesti elettorali che coprivano muri, facciate, fermate del tram. Nessuno li rimpiange. Salvo chi guadagnava qualcosina nell’affiggerli e chi si divertiva ad imbrattare facce e slogan, o a ridicolizzare i tirapee, i tirapiedi dei politici. Qualche traccia beffarda resta, a livello di assonanze dialettali. Per esempio, leggi lider, cioè il leader, e pensi a lader (ladro). Quanto ai discorsi sui massimi sistemi – e sulle clientelari sistemazioni – della politica, vige il fatalismo post Mani Pulite: la bissa quej voeulta la mord el ciarlatan, la biscia qualche volta morde il ciarlatano, come dire che chi si crede furbo talvolta resta fregato. Distillato di sapienza popolare che resiste ai social web, al revival neofascista e alla lingua “anonima e scadente che scende dallo schermo tv, sempre più piatto!” (copyright dell’amico Maurizio Cucchi, grande poeta e milanese doc).

Mou, lo Special One anche di cantonate

Scene da una sala-stampa Champions. Dopo-partita di Siviglia-Manchester United 0-0, l’inviato della tv inglese chiede a Mourinho un giudizio sulla prova del giovane Scott McTominay, 21enne prodotto del vivaio United. “Posso abbracciarti? – risponde lo Special One –. Questa sì che è una domanda! In conferenza stampa tutti mi chiedevano di Pogba quando invece dovevano chiedermi del ragazzino, che ha fatto tutto bene, è stato fantastico!”. Quando si dice: la lingua batte dove il dente duole. Perché è vero, il giovane McTominay aveva davvero giocato una gran partita; ma allo stesso tempo aveva continuato a giocare male, anzi malissimo Paul Pogba, mandato in panchina da Mou e poi, al 18’, spedito in campo al posto dell’infortunato Herrera. Per la cronaca: Pogba è il giocatore che Mou fece acquistare due estati fa, 23enne, pagando alla Juventus 105 milioni (più di Bale: l’acquisto più caro di sempre), presentato al pubblico dell’Old Trafford come il futuro Pallone d’Oro e rivelatosi invece un pacco; al punto che oggi Josè lo ha tolto di squadra preferendogli il “prodotto a km zero” McTominay, di cui non si stanca di cantare le lodi. Meritatissime, ma che non possono far passare in secondo piano un flop sanguinoso, finanziariamente parlando, come si sta rivelando allo United Pogba.

Che Mourinho sia un allenatore già entrato nella galleria dei Grandi della storia, e con pieno merito, per doti tecniche e (soprattutto) di personalità, è un dato di fatto; ma che sconti un difetto evidente – e pesante per i club che lo hanno stipendiato – quello cioè di prendere topiche colossali in fatto di acquisti e cessioni di calciatori, è indiscutibile.

Qualche altro esempio? Nel gennaio del 2015, col Chelsea un po’ in affanno, Mou si invaghisce di Cuadrado, reduce da una splendida stagione alla Fiorentina. Abramovich glielo compra per 33 milioni più il prestito gratuito di Salah, che a Mou non interessa. Risultato: Cuadrado nel Chelsea giocherà in tutto 12 partite senza segnare un gol, dopo 6 mesi verrà sbolognato alla Juventus e il Salah spedito in Italia come “resto mancia” verrà ceduto dopo due anni al Liverpool per 42 milioni + 8 di bonus (alla Roma), oggi è capocannoniere in Premier League e dopo i 160 milioni pagati dal Barça per Coutinho, vale non meno di 150 milioni. Dopo le scottature già avute tra il 2004 e il 2007 (primo periodo di Mourinho al Chelsea), quando Josè lo spinse ad acquistare Kezman (PSV), Del Horno (Atletic Bilbao) e Wright-Philips (City), tutti flop conclamati, nel solo affare Cuadrado-Salah Abramovich ha bruciato qualcosa come 200 milioni! Ma non è finita. Avete presente il centravanti Lukaku che lo United di Mourinho ha acquistato in estate dall’Everton per 84,7 milioni? Ebbene, è lo stesso Lukaku che rientrato per fine prestito al Chelsea nell’estate del 2014, venne ceduto all’Everton, col beneplacito di Josè, per 35 milioni. Oggi Mou lo ha fatto acquistare all’United, considerando l’ingaggio, al triplo.

Detto che anche Moratti, nel conto delle gioie per il triplete, trovò un addebito inquietante: i 18 milioni pagati al Porto per il pupillo di José, Quaresma, 32 presenze e 1 gol nelle due stagioni in nerazzurro, la morale della favola è una. Vuoi Mourinho? Ti farà vincere. Ma occhio alle sue cantonate di mercato. Le pagherai carissime.

“Giustizieri del bene e del male”,

È un “librino”, come l’ha chiamato Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, l’organo della Santa Sede, di appena cinquanta pagine. Ma denso e talvolta sorprendente.

Si tratta di alcuni discorsi ai giornalisti di papa Giovanni Battista Montini: Paolo VI, i giornalisti e i geroglifici (Edizioni Viverein, pagine 51, euro 5). A curarlo e introdurlo due figure centrali del pontificato di Bergoglio: monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Casa Pontificia, in pratica il custode silenzioso dell’agenda di Francesco, e monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del C9, il consiglio dei nove cardinali che affianca il papa nel governo della Chiesa. Per comprendere l’attenzione e la passione che Paolo VI aveva per la stampa, compresi gli aspetti morali, c’è innanzitutto un fattore familiare: il papà del pontefice fu a lungo direttore del Cittadino, quotidiano cattolico di Brescia. E lo stesso Montini jr., da sacerdote e poi arcivescovo di Milano, fu promotore di vari periodici.

Premesso questo, nel “librino” c’è il discorso che Paolo VI rivolse ai giornalisti della stampa estera il 28 febbraio 1976, per ringraziarli dopo la chiusura dell’anno santo del 1975. Il titolo riprende una frase del papa su giornali e complessità della Chiesa: “Noi vogliamo essere letti nel senso profondo come se si leggessero (accenna a un sorriso) dei geroglifici di una piramide – chessò io – egiziana. Se non si legge questo, non si comprende quello che significa quel monumento”. Allora c’erano la guerra fredda e il Muro, non c’era Internet e l’ideologia teneva banco anche nelle redazioni, ma le parole montiniane s’adattano alla perfezione a questi cupissimi tempi. Ché “l’arte sublime e difficile” del giornalista si colloca tra due versanti non sempre coincidenti: la verità e l’opinione pubblica.

Ancora: “L’onore della vostra professione è quello di essere i difensori accreditati della verità, i giustizieri del bene e del male, i formatori della coscienza morale e civica dell’opinione pubblica”. Proprio così: “Giustizieri del bene e del male”. Sorprendente, eh?

La svolta di Trump verso una nuova Guerra Fredda

Durante la campagna elettorale e nei primi mesi della presidenza Donald Trump ha stabilito nuovi principi di politica estera: una riconfigurazione e ridimensionamento della Nato, una maggiore attenzione all’accresciuto peso politico, economico e militare della Cina e alla sicurezza interna degli Stati Uniti. Il terrorismo islamico era il pericolo da distruggere con opportune alleanze. L’Iran era la potenza islamica da contenere in modo da impedire lo sviluppo del suo programma nucleare. Allo stesso tempo Trump ha tentato di rovesciare il paradigma dominante nella relazione Usa-Russia: “Avere una relazione positiva è cosa buona, soltanto gli stupidi o i pazzi penserebbero che sia un male”. Durante la campagna elettorale Trump ha molte volte parlato del presidente russo in termini elogiativi e Vladimir Putin è stato uno dei primi a cui ha telefonato dopo essere entrato alla casa bianca.

Questo repentino cambiamento nella politica estera ha fin dall’inizio sollevato durissime reazioni nella classe dirigente americana e nelle istituzioni militari di informazione, spionaggio e cybersecurity, istituzioni che hanno nel loro Dna una forte componente prima antisovietica e ora antirussa. È il deep state americano che si ribella a un cambiamento di visione dei propri fini istituzionali e quindi tenta di ostacolare la svolta radicale che il nuovo presidente vuole imprimere alla politica verso la Russia.

Questi propositi di riorientamento della politica estera americana sono stati sostituiti, dopo appena un anno di presidenza, da una nuova politica estera conflittuale con la Russia. Le relazioni fra Usa e Federazione Russa sono ormai ad un minimo storico. In queste ultime settimane la presidenza americana ha emanato una serie di atti che hanno portato lo stato di tensione fra Stati Uniti e Federazione Russa ad un livello simile a quello che esisteva fra Usa e Urss nei periodi più duri della guerra fredda.

Il primo provvedimento presidenziale di questa sequenza è stato la firma di una lista di oltre duecento personalità politiche ed economiche russe passibili di future sanzioni. In pratica è un atto con il quale si mette sotto accusa tutta la classe politica ed economica russa. Quasi l’intero governo russo è compreso nella lista, dal primo ministro Dmitrij Mevdevev al ministro degli esteri Sergej Lavrov. Il presidente Vladimir Putin ha detto ironicamente di sentirsi trascurato per non comparirvi. Mevdevev ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra commerciale su larga scala contro la Russia.

È anche in aumento il numero di cittadini russi arrestati all’estero ed estradati negli Stati Uniti: negli ultimi giorni sette russi sono stati arrestati negli Stati Uniti o estradati da altri paesi per essere processati negli Usa. L’ultimo caso è stato quello di Stanilislav Lisov, accusato di aver diffuso un virus informatico che ha creato milioni di dollari di danni a investitori americani. Il governo russo, di fronte a questa ultima estradizione, ha avvertito tutti i cittadini russi che si recano all’estero che possono essere soggetti a tali procedure.

Il ministero della difesa americano ha reso pubblico un documento chiamato Nuclear Posture Review in cui viene dichiarato che l’attuale armamento nucleare non è più in grado di esercitare alcuna deterrenza su quelli che vengono indicati come potenziali avversari degli Stati Uniti: Cina, Russia, Nord Corea e Iran. Viene prevista la costruzione di testate nucleari a bassa potenza che possono distruggere obiettivi circoscritti. Se, per esempio, la Russia che, sempre secondo il documento sta costruendo nuove armi atomiche (nuove armi di distruzioni di massa di irachena memoria?), invadesse l’Estonia o la Polonia, armi nucleari a bassa potenza dissuaderebbero la Russia dall’iniziare un vera guerra nucleare con missili intercontinentali. La Lituania e la Polonia non dovrebbero valere per la Russia una guerra nucleare e la Russia sarebbe così dissuasa dalle sue eventuali ambizioni regionali. Un ragionamento alquanto contorto.

Questa ravvicinata sequenza di provvedimenti antirussi sembra suggerire che l’amministrazione Trump, al di là delle sue intenzioni di stabilire una diversa relazione politica con la federazione russa in nome della lotta al terrorismo e al di là delle presunte pressioni russe sulla nomina del presidente, rappresenta l’allinearsi dell’amministrazione repubblicana alla strategia antirussa che era meglio espressa dalla candidata democratica sconfitta nel 2016, Hillary Clinton e che rispecchia comunque il profondo sentimento russofobo della popolazione americana formatosi in cinquanta anni di guerra fredda.

Il 18 marzo ci saranno le elezioni presidenziali russe: Putin sarà senza alcun dubbio eletto e questi ultimi avvenimenti rafforzeranno la sua candidatura, rendendolo l’unico interprete del patriottismo russo. La Russia sarà sempre più vicina alla Cina, altro bersaglio della nuova dottrina nucleare Usa, annullando il risultato della politica kissingeriana che aveva rotto il blocco comunista che dominava tutta l’Eurasia. L’attuale politica americana ha creato questa nuova alleanza con buona pace degli europei impegnati a non avere una politica estera autonoma dagli Stati Uniti.

Vita sospesa di Lady Golpe: “Vi prego, fatemi uscire”

Lady Golpe vive in due camere e cucina al quartiere Trionfale, a Roma, con il figlio che non l’ha mai abbandonata, un cagnolino e l’incubo dello sfratto per morosità. Fa avanti e indietro con l’ospedale perché l’anoressia che aveva fin da ragazza l’ha ridotta pelle e ossa, gli occhi sempre più incavati. “Rischio – dice – un altro ricovero”. Sa che il mondo l’ha dimenticata, un po’ le dispiace ma forse anche lei vorrebbe dimenticarsi di sé stessa, di quella che era, dell’idea dei soldi facili, della pretesa di farla sempre franca. “Ero una che non pensava mai alle conseguenze di quello che faceva, lo facevo e basta”, racconta oggi, a 59 anni, sofferente ma anche combattiva.

A un quarto di secolo dai fatti che la resero celebre, Donatella Di Rosa sta ancora scontando la pena. Una pena tutto sommato lieve, quattro anni e quattro mesi per due condanne per calunnia (prescritta l’autocalunnia e la truffa), roba per cui un incensurato in genere non va in galera. Lei invece, che tra diffamazioni e appropriazioni indebite qualche altra piccola condanna l’ha avuta, in galera ci è andata, sia pure per pochi giorni, ma molto tardi, nel 2015, perché la giustizia è lenta e dopo tanti anni nessuno la cercava. Ora è in detenzione domiciliare: “In carcere sarebbe molto peggio, lo so, ma non posso lavorare, ho solo qualche ora di permesso la mattina, così non riesco neanche a curarmi”, dice nello studio del suo avvocato, Antonio Morelli di Roma.

Anno 1993. Donatella Di Rosa, bergamasca, occhioni azzurri e parlantina svelta, raccontò al procuratore di Firenze Piero Luigi Vigna e ai giornali la trama di un traffico d’armi e di un improbabile golpe da operetta, che nel Paese dei golpe da operetta ci poteva anche stare, nel quale erano coinvolti suo marito, il tenente colonnello dell’Esercito Aldo Michittu, il comandante dei parà della Folgore e altri ufficiali, con la partecipazione di un neofascista dei Nar, Gianni Nardi, che risultava morto in Spagna da tempo ma non tutti ci credevano. Sembrava credibile: Michittu era stato legato alla madre di Nardi. Fu riesumato il cadavere, che invece era proprio quello di Nardi. E soprattutto ci fu un mezzo terremoto nelle forze armate, con rimozioni, dimissioni e processi per alto tradimento poi conclusi nel nulla. I coniugi furono arrestati ma durò poco. “Ventitrè giorni”, ricorda lei.

Lady Golpe finì su tutti i giornali e in tv, scrisse un libro, posò mezza nuda su Playmen, finì addirittura sul palco di un localaccio romano in cui credevano che si spogliasse e la trattarono malissimo quando rifiutò. Poi sparì, legandosi a un imprenditore toscano: “Lavoravamo insieme nel settore immobiliare, lavoravo 12 ore al giorno, ma io non dovevo figurare, usavo un altro nome. Così mi ha portato via tutto e un bel giorno ci ha messo in mezzo alla strada: io, mio figlio e il cane”. È rimasta con qualche scrittura privata in mano, un anno fa ha sporto denuncia a Siena con l’assistenza dell’avvocato Morelli. Si vedrà.

Intanto, però, i processi erano andati avanti. Le accuse di eversione caddero, rimasero quelle di calunnia ai danni del generale Franco Monticone, il comandante della Folgore, amante e vittima della signora che gli spillò nel tempo 800 milioni di vecchie lire con la scusa che doveva lasciare il marito, prendere casa, annullare il matrimonio alla Sacra Rota. “Seguivo mio marito, ho sbagliato, lo so, non c’era nessun golpe, volevamo solo i soldi di Monticone”. Michittu a Firenze patteggiò un anno e quattro mesi. Lei prese due anni e otto mesi, ridotti a due anni e due con l’indulto.

Quando nel 2011 è arrivata la seconda condanna definitiva, ancora per calunnia ma a Bologna per la storia di un assegno scomparso, lei non c’era. “Lei non ci crederà ma io non sapevo niente di quel processo, avevo dato la procura speciale all’avvocato”, cioè ad Antonino Iuvara, che per un po’ è stato anche il suo compagno e oggi non è più fra noi. Nessuno l’avrebbe mai cercata. Qualche anno dopo, nel 2015, l’hanno beccata per caso i carabinieri che dovevano fare un controllo sul figlio. Lei si è presentata, ha detto di essere latitante: due giorni di carcere, poi l’ospedale e i domiciliari per motivi di salute. Medici e psichiatri riconoscono la sua patologia e il decadimento delle sue condizioni fisiche, alcuni sottolineano anche i tratti “manipolativi” del suo carattere. Gli stessi giudici che le hanno concesso i domiciliari ne ribadiscono la “pericolosità sociale”, anche ricordando le sue relazioni nei “contesti eversivi” in cui maturarono le “rivelazioni” del 1993.

Ora però ha scontato più di metà della pena, con i normali benefici potrebbe uscire a fine anno: “Abbiamo chiesto l’affidamento in prova al servizio sociale, non ci hanno ancora risposto, io andrei anche a fare volontariato. Ho sbagliato e pago, non mi lamento di nulla, ma che senso ha dopo tutti questi anni?”. E Michittu? “L’ho fatto rintracciare, a breve avrò il divorzio”.

“Favorisca i documenti per lasciare l’Italia”. La provocazione antirazzista in stazione

“Un visto per uscire fuori dall’Italia? Ma questi sono matti”. E se la paura del terrorismo prendesse piede nella società occidentale, Schengen diventasse archeologia politica, i confini venissero chiusi e per espatriare non bastasse più il passaporto ma una trafila autorizzativa dall’esito non scontato? Non è la sinossi del nuovo film di Andrew Niccol ma una provocazione messa in atto nella giornata di ieri in tutta Italia – da Bolzano a Matera – dai volontari del forum “Per Cambiare l’Ordine delle Cose” promosso dal regista Andrea Segre. Decine di finti funzionari di un fantomatico “Ufficio Unico Mobilità Sicura” hanno distribuito ai passanti un volantino dove si avvertiva che dal 1 Aprile “i passaporti non saranno più validi” e che “tutti saranno tenuti a chiedere visti di uscita dal proprio paese”, con tanto di modulo dove si chiede motivazione del viaggio, durata e descrizione delle tappe. I risultati di questo “esperimento” fanno riflettere. A Roma, l’azione fra Termini e via Nazionale è stata accolta con diffidenza e spavento. “Questi non sono del Governo saranno dei sovranisti”, afferma un uomo sui 50 anni, mentre un 30enne appare allarmato: “Speriamo che ci ripensino – dice un 30enne alla fermata dell’autobus – la mia fidanzata lavora a Londra”. I giovani sono i più svegli, ma anche i più spaventati: “Si vede che è uno scherzo – dice Francesco, 24 anni – ma non è così inverosimile. Noi siamo abituati a viaggiare ma chi governa fa leva sulle paure degli anziani, che non sono mai usciti dal loro quartiere”. Oggi dalle 10.00 lo “scherzo” sarà rivelato, e tutti potranno tirare un sospiro di sollievo. Almeno per ora.

Ancora un incendio doloso colpisce i familiari dei giornalisti di Fanpage

E due. Salgono a due i casi di incendi sospetti contro i familiari dei giornalisti di Fanpage, la testata web che sta pubblicando la videoinchiesta a puntate “Bloody Money” su rifiuti e tangenti che sta facendo tremare la politica campana. Nella notte tra sabato e domenica un incendio probabilmente doloso ha semidistrutto un bar-edicola-tabaccheria in via Atenolfi a Cava dei Tirreni (Salerno). L’attività è conosciuta come “bar Rosa”, ed è gestita da circa 25 anni dalla famiglia di Carmine Benincasa, uno dei reporter firmatari della videoinchiesta, il suo nome compare alla fine di ogni puntata tra quelli dei giornalisti che hanno collaborato al lavoro firmato da Sasha Biazzo. I vigili del Fuoco hanno impiegato diverse ore per sedare il fuoco. Sull’episodio ora indagano i carabinieri di Nocera Inferiore. I militari stanno lavorando a una prima informativa da trasmettere alla Procura di Nocera Inferiore guidata da Antonio Centore. Non si esclude nessuna pista, compresa quella della ritorsione a Fanpage e alle inchieste di Benincasa, anche alla luce di un dato: giovedì pomeriggio in via Sedile di Porto a Napoli un altro incendio doloso ha distrutto il ballatoio dell’appartamento al quinto piano dove vive la famiglia della cognata di Francesco Piccinini, il direttore di Fanpage. Si tratta dell’unico indirizzo noto a Napoli riconducibile a Piccinini, che conduce una vita riservata.

A Napoli gli inquirenti avrebbero ritrovato tracce di un liquido infiammabile, anche se quasi certamente si tratta dell’acqua ragia custodita nell’armadietto degli attrezzi situato sul pianerottolo. Anche in quel caso le fiamme hanno causato danni abbastanza ingenti, fino a toccare parte degli interni della casa.

Coincidenze? Oppure c’è la regia di una mano ignota che vuole lanciare un “avvertimento” agli autori di “Bloody Money”? Sono domande alle quali è presto per dare una risposta. Si aspettano gli esiti delle indagini e dei rilievi scientifici sui luoghi, a Cava dei Tirreni si spera nella presenta di telecamere in zona che aiutino a risalire ai presunti attentatori. Il bar “Rosa” era chiuso da qualche giorno e questo forse ha agevolato il lavoro dei piromani. L’attività era ferma a causa di un contenzioso tra i gestori e la proprietà dell’immobile sull’importo dell’affitto, conclusosi da poco con una sentenza che condannava i proprietari a risarcire la famiglia Benincasa di circa 100.000 euro. Si era poi in attesa della decisione del giudice sui tempi di prosecuzione del contratto.

Dalla redazione di Fanpage.it non filtrano dichiarazioni ufficiali, ma la loro preoccupazione è palpabile. La tempistica degli incendi è un dato che conduce verso la direzione indicata in una nota dal parlamentare di LeU, Peppe De Cristofaro: “Due coincidenze inquietanti, perché immediatamente successive alle inchieste di Fanpage.it che hanno disvelato un sistema di connivenza affaristico-criminale. Nelle prossime ore – annuncia De Cristofaro – allerteremo il questore di Napoli, perché bisogna tenere alta la guardia in vista delle elezioni di domenica prossima”.