Il Pd premiato in centro. La galassia 5 Stelle in periferia

Viola, 19 anni, vive a Spinaceto e ha da poco terminato l’Istituto Rossellini di fotografia: “Non mi informo tantissimo, sto cercando in casa un consiglio dai miei genitori su cosa votare. Penso per il Movimento 5 Stelle perché gli altri non mi piacciono. Però, vatti a fidare, a me sembra che dicano tutti le stesse cose. Non ho usato la card da 500 perché non ho fatto in tempo”.

 

Marco, 18 anni, vive al Nomentano, frequenta un liceo scientifico della zona: “Voterò +Europa, penso sia l’unica lista con un programma politico che cerca di affrontare i problemi reali. Tra compagni di classe, a scuola, purtroppo devo dire ne parliamo proprio poco delle elezioni, vengono sentite come una cosa che non ci riguarda. La card per i 18enni secondo me è utile, l’ho usata quasi tutta per libri e teatro, magari potesse essere prolungata anche per altre età”.

 

Luca, 18 anni, studente al liceo artistico De Chirico, vive a Torre Angela: “Credo voterò per i 5 Stelle, mi ritrovo nel loro linguaggio, sono diretti e mi piace come usano in social. La politica non la seguo, di noi ragazzi non si parla mai, ci trattano come sfaticati oppure come dei poveretti a cui dare qualche mancia. Dopo la scuola vorrei andare a lavorare all’estero, perché questa città non ha molto da offrirti se non vieni da una famiglia con i soldi”.

 

Alessia, 18 anni, vive a Centocelle dove frequenta il liceo Scientifico Francesco d’Assisi: “Voto Potere al Popolo, perché la politica si fa dal basso, con la partecipazione, il recupero degli spazi comuni, l’antifascismo militante, non quella roba che va di moda adesso dove chi ha più like nei post su Facebook vince. Tanti amici voteranno per questa lista, sarà una delle sorprese alle elezioni”.

 

Riccardo, 18 anni vive alla Balduina e frequenta il liceo Classico Mamiani: “Sto cercando di farmi un’idea parlandone a casa e guardando qualche programma elettorale in tv, ma sono noiosissimi e dei problemi dei ragazzi non si parla mai. Sono di sinistra, penso alla fine voterò Pd, mi è piaciuta la carta per i diciottenni, e poi non ce la posso fare a sentire parlare Salvini e Berlusconi, dei 5 Stelle invece non mi fido”.

Sicurezza e immigrazione spingono il centrodestra

Luca Mino, 18 anni, liceo scientifico Vittorio Veneto, zona San Siro: “Voterò centrodestra, soprattutto per la questione della sicurezza. Nelle periferie e sui mezzi pubblici si stanno raggiungendo livelli preoccupanti di insicurezza, la gente non è più tranquilla e le forze dell’ordine sono in numero limitato. Penso che voterò Forza Italia o Fratelli d’Italia, perché la Lega ha un target di cui non sento di far parte. Senza voler offendere nessuno, mi pare che l’approccio terra terra di Salvini parli soprattutto al muratore bergamasco”.

 

Edoardo Giroletti, 18 anni, liceo artistico Caravaggio, zona via Padova, periferia nord est: “Sono ancora indeciso tra Liberi e uguali e Più Europa. Il partito di Grasso è di sinistra e vicino alla mia linea di pensiero. Di +Europa mi piace l’idea che sia fondamentale rimanere nell’Ue. Non voterò il Pd, perché in questo momento non è molto di sinistra. E poi c’è ancora Renzi, che dopo il referendum aveva promesso di lasciare la politica”.

 

Luca Ive, 19 anni, diplomato l’anno scorso in informatica all’Istituto di istruzione superiore Curie-Saffra, periferia nord ovest: “Al referendum ero già maggiorenne e ho votato no, perché mi dava fastidio che la riforma costituzionale fosse stata fatta con la complicità di Verdini, un condannato. Ora voterò M5S. Sono arrabbiato per la situazione generale del Paese, con molti italiani in difficoltà che non vengono aiutati dallo Stato, come i terremotati. Io sono affetto da tetraparesi spastica dalla nascita e anche sulle politiche per la disabilità gli ultimi governi hanno fatto poco e hanno tagliato i fondi ai disabili. I Cinque Stelle sono più attenti a certi temi come disabilità e reddito di cittadinanza”.

 

Margherita Petri, 18 anni, liceo classico Manzoni, centro: “Sono sicura di non votare il centrodestra, perché ha idee diverse dalle mie, soprattutto in tema di immigrazione. Sto confrontando i programmi di Pd e Leu, ma non ho capito bene le differenze. Mi trovo in linea con entrambi, anche se non sono d’accordo con l’abolizione delle tasse universitarie proposta da Leu”

 

Francesco Di Fede, 18 anni, studia elettrotecnica all’Istituto di istruzione superiore Giorgi, zona Romolo: “Mi sono informato guardando trasmissioni come Porta a Porta e leggendo su Internet. Probabilmente voterò Pd. Renzi mi è simpatico e il programma del Pd mi sembra credibile e attuabile, mentre gli altri partiti fanno promesse non concrete”.

Ribelli invisibili, per chi votano i (pochi) giovani

Non hanno grandi aspettative nei confronti della politica. Tanto che andrà alle urne solo il 40% di loro. E di questi solo uno su due ha le idee chiare su chi votare. Il 60%, invece, diserterà il voto. Parliamo dei diciottenni, ovvero i ragazzi nati tra il 1999 e il 2000, circa 500 mila persone che il 4 marzo andranno a votare per la prima volta. Ma l’esordio alle elezioni politiche riguarda anche i giovani tra i 18-23 anni, che nel 2013 erano ancora minorenni: qui la platea si allarga fino a 2 milioni e mezzo di persone. “I 18enni sono alla ricerca di sensazioni forti per questo motivo su di loro fanno presa le formazioni fortemente a sinistra o a destra. Oppure il Movimento 5 Stelle. Chi parla chiaro e chi estremizza il messaggio. Tra loro, dunque, ci sarà chi voterà Liberi e Uguali (Leu) e Potere al popolo, ma pure Lega e Casa Pound. La maggior parte sceglierà M5S. Meno bene i partiti tradizionali come il Pd e Forza Italia”, spiega Alessandro Amadori dell’Istituto Piepoli.

Se si passa all’età appena superiore, fino ai 23 anni, secondo Roberto Weber (Ixè) il voto si orienterà molto verso l’M5S, ma tengono Pd, LeU ed Emma Bonino. Nel centrodestra va bene la Lega, mentre sprofondano Forza Italia e FdI. “I giovani sono orizzontali: orientano il loro voto in base alle opinioni degli amici e della loro comunità. Ma anche la famiglia è importante”, spiega Weber.

Ma i ragazzi del Duemila sono davvero così lontani dalla politica? “Assolutamente sì”, risponde Antonio Noto (Noto sondaggi), “non la vedono come un elemento che può cambiare loro la vita, hanno un tasso di fiducia nei partiti molto basso”. Secondo il sondaggista, i millennials alle urne non pensano che la loro scelta possa cambiare le cose. Molti di loro decideranno negli ultimissimi giorni. Ma non si tratta di apatia completa: se metà dei millennials si disinteressa completamente alla politica, l’altra metà la segue, anche se a distanza.

Secondo tutte le ricerche, però, occorre fare una distinzione tra i 18enni e i 25enni (che votano anche per il Senato). “I primi, giovanissimi, hanno appena finito le superiori, vivono in famiglia, hanno un atteggiamento positivo dovuto anche al fatto di non essere ancora toccati dai problemi della precarietà lavorativa: il loro è un voto di speranza. Più si alza l’età, più aumentano rabbia e frustrazione e voto di protesta, nella maggior parte per i Cinque Stelle. L’elettorato maggioritario di Beppe Grillo ha tra i 25 e i 45 anni, dove arriva a punte anche del 41%”, racconta Maurizio Pessato di Swg.

Oltre ad amici e parenti, è il web il primo canale da cui i ragazzi traggono informazioni. Solo dopo arriva la tv. Non pervenuti i giornali. I giovanissimi vanno poco sui siti di informazione generalisti e, quando lo fanno, è solo per rimando da articoli postati sui social. Usano il web in modo verticale, facendo ricerche specifiche su argomenti che li interessano.

Uno studio dell’Espresso pubblicato qualche settimana fa offre indicazioni interessanti sull’indice di gradimento dei leader. Il preferito dai 18enni è Matteo Renzi, seguito da Luigi Di Maio, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Ma al 44,6% del campione non piace nessuno.

“Il vero problema dei giovani è che contano poco, perché sono pochi”, dice Dario Tuorto, sociologo dell’università di Bologna che per il Mulino ha appena pubblicato L’attimo fuggente, una ricerca sui comportamenti di voto dei giovani nella storia d’Italia (basata soprattutto su indagini campionarie). Durante la Prima Repubblica i partiti si contendevano i giovani perché era in quel blocco sociale in fermento che si potevano pescare i voti decisivi a cambiare i rapporti di forza. Nel 1968 i giovani iniziano ad allontanarsi dalla Dc (che nella fascia 18-30 prende il 4,8 per cento in meno che in quella 31-60) e alle elezioni del 1972 si spostano in massa sul Pci che raccoglie preferenze dell’8,6 per cento superiori tra i giovani rispetto agli adulti e anziani, secondo i dati elaborati da Tuorto. Poi arriva la Seconda Repubblica: nel 1994 il centrosinistra inizia a perdere voti tra i giovani e nel 1996 c’è lo sfondamento del centrodestra che nella fascia 18-30 ottiene il 10 per cento di preferenze in più rispetto alla fascia 31-60.

Nel centrosinistra il distacco non si fermerà mai, i giovani votano Ds, Margherita e poi Pd meno degli adulti, qualcosa del voto perduto viene intercettato dalle forze di sinistra radicale (anche An ha successo a destra), fino al terremoto del 2013. I giovani votano il centrosinistra meno degli adulti (-8,2 per cento) ma abbracciano in pieno la novità del Movimento Cinque Stelle: 11,8 per cento in più nella fascia 18-30 rispetto a quella 31-60. “Il voto ideologico a sinistra dei giovani, negli Anni Novanta, era l’ultimo canale di trasmissione tra genitori che si erano formati nella a fase dei movimenti e figli che seguivano la tradizione. Oggi c’è un voto nuovo, che rispecchia un conflitto generazionale e forse anche l’interesse per nuove forme di politica, ma è certo che se il Movimento Cinque Stelle avesse una connotazione ideologica non sarebbe così votato”, spiega il professor Dario Tuorto.

Nella Prima Repubblica le preferenze degli adulti erano congelate, frutto anche di esperienze polarizzanti del dopoguerra, ma i giovani intercettavano per primi i grandi cambiamenti e si posizionavano: anticipano il voto conformista per la Dc, poi lo spostamento a sinistra (anche come reazione al boom economico dei primi Anni Sessanta) e sono i primi a perdere fiducia nel partito di massa novecentesco e a essere sedotti da Silvio Berlusconi. Poi scompaiono, per riemergere soltanto con l’arrivo del Movimento Cinque Stelle. Ma neppure Luigi Di Maio, candidato premier M5S, li ha messi al primo posto nel suo programma elettorale. Ci ha provato Liberi e Uguali di Piero Grasso, lanciando l’idea di cancellare le tasse universitarie (in realtà un aiuto alle famiglie), il Pd nel programma propone incentivi per andare a vivere da soli, ma poi in tv e suoi giornali parla solo di pensionati, pensionandi e lavoratori dipendenti. Tutte categorie in cui di giovani ce ne sono ben pochi.

“Il fascismo si combatte col lavoro, non in piazza”

“La gente che viene nelle piazze chiede lavoro, soluzioni. Non vuole parlare di fascismo o antifascismo, come succede nei salotti tv”. Dalla Sardegna, dove è per il suo tour di un mese lungo l’Italia, Alessandro Di Battista inizia così. Mentre sui giornali e in altre piazze si sfila e si discute del pericolo “nero”, lui insiste su altro. “Di cosa dobbiamo parlare, della possibilità che si riformi il partito fascista? Ma per favore”. Poche ore prima la diretta sul suo profilo Facebook mostrava il suo camper circondato da una piccola folla, con una signora che gli regalava vasetti di acciughe, e lui a cercare posto nel frigo colmo.

Le regalano anche il cibo?

In ogni tappa ci riempiono di roba. Abbiamo dovuto distribuirne un po’, non avevamo più spazio.

La trattano come una star, altro che cittadino tra i cittadini.

Non è così, è un atteggiamento da comunità familiare. Una persona mi ha regalato dei sandali usati per mio figlio Andrea. Me li ha passati, come si fa con un parente.

Sarà anche una comunità, ma gli attivisti sono furibondi per la vicenda delle restituzioni mancate. Quanto si lamentano con lei?

Nelle mie tappe non me ne parlano mai. Sono tutti fieri delle restituzioni del Movimento, ma come me sono incazzati con chi non ha rispettato i patti e che noi abbiamo cacciato.

Ma come è possibile?

Glielo giuro.

Sarà: ma perché questi suoi colleghi hanno violato quel patto? Bisogno di denaro?

L’uomo è debole.

E allora perché in questi anni non avete mai controllato?

Per eccesso di onestà. A inizio legislatura decidemmo di destinare quei soldi direttamente a un fondo del Mef, per non poterli teoricamente toccare. Il controllo era nelle rendicontazioni pubbliche. Ma non sarei mai arrivato a pensare che qualcuno ritirasse i bonifici.

Il metodo era sbagliato: e poi tutti quegli scontrini…

Il metodo per me va bene perché ci ha consentito di ridare oltre 23 milioni. Ma ora per evitare le furbate di pochi creeremo un fondo intermedio dove destinare i soldi.

È vero che i parlamentari verseranno una cifra fissa?

Non lo abbiamo deciso.

C’è pure il tema dei rimborsi. Per esempio Panorama ha fatto notare che lei in agosto ha usato oltre mille euro di rimborsi per pagarsi il tour in Sicilia. Ma quei soldi servono per l’attività parlamentare.

Non sono rimborsi, erano soldi del mio stipendio, che ho usato in modo trasparente per tutta la mia attività politica. E non mi sono fatto mancare nulla. Eppure ho restituito oltre 200 mila euro. Quelli che non adopero per questo fine e per pagare la mia collaboratrice li restituisco tutti. Chieda agli altri partiti se lo fanno. E poi come pensa che gli altri si paghino le trasferte per eventi e comizi?

Non è stato inopportuno?

Assolutamente no. Io pago perfino un affitto a Roma con i miei soldi, senza usare la diaria.

Torniamo sull’estrema destra. Perché non avete partecipato alle manifestazioni di sabato? E perché siete rimasti zitti dopo l’attentato di Macerata?

Abbiamo detto che di fronte a una tragedia tale la politica deve restare in silenzio, per evitare strumentalizzazioni. Dopodiché siamo sempre stati contrari a ogni forma di violenza. Ma questi fatti si combattono con le proposte per risolvere i problemi economici e sociali, non con i minuti di raccoglimento stile Boldrini.

Un grande partito deve prendere posizione, analizzare i fatti e dire se li ritiene sintomo di qualcosa.

Sintomo di cosa? Sta tornando il partito fascista?

No. Ma organizzazioni come Casapound e Forza Nuova sono tornate forti, soprattutto nelle periferie.

Queste organizzazioni le blocchi dando lavoro e risposte. Io chiedo a tutti di manifestare pacificamente, ma finché non arriveranno aumenterà la violenza. Le piazze dove vado sono colme di 50enni e 60enni rimasti senza occupazione, trattati come fantasmi.

Roberta Lombardi, candidata governatrice del Lazio, ha pubblicato un post in cui auspica “più turismo e meno migranti”. E lei ha preso le distanze.

Lei è bravissima, una persona profondamente etica. Io non avrei utilizzato quelle parole. Ma la sostengo, convintamente. E poi perché certe leggi non vengono analizzate come i nostri post?

Lei la sostiene, ma gli altri in campagna elettorale latitano, Di Maio compreso. Pare abbandonata a se stessa.

Ma no, c’è la campagna per le Politiche, nei collegi, e sono tutti impegnati. Io non sono candidato e ho più spazio.

Ma che gente viene a sentirla? Soprattutto i 50enni?

Ci sono persone di tutte le età. E un buon 30 per cento non era mai andato a un evento del M5S. Prima di iniziare faccio sempre un test dal palco.

Insisto: vengono per vedere il personaggio della tv.

Io giro per tanti centri minori, dove Berlusconi e Renzi non vanno mai. E certo, una delle molle è la curiosità. Ma quella principale è il bisogno di soluzioni.

Ogni giorno c’è un nuovo vostro candidato massone o con precedenti penali.

Abbiamo centinaia di candidati, e questa volta avevamo aperto agli esterni. Abbiamo avuto qualche caso negativo. ma quelli scoperti li mandiamo subito fuori, perché abbiamo regole dure e chiare. Però non è possibile controllare tutto. Le liste dei massoni non sono pubbliche.

Avrete una pattuglia di eletti sconfessati. Andranno tutti in altri partiti, magari votando le larghe intese?

(Pausa, ndr). Non lo so. Ma spero che gli attivisti facciano una pressione democratica ed equilibrata per ricordargli certi valori del M5S.

Certi valori ce li ha pure l’allenatore di calcio Zdenek Zeman? Oggi presenta con voi il programma per lo sport, e ha detto che vi voterà.

Siamo andati a trovarlo un mese fa a Pescara, dove allena. Eravamo io e i colleghi Valente, Vacca e Del Grosso. Gli abbiamo spiegato i punti del programma e dopo averci pensato un po’ ha accettato di presentarli assieme a noi.

Magari lo farete ministro dello Sport.

(Sorride, ndr) No. Abbiamo parlato solo di proposte. E gli è piaciuta molto quella contro i conflitti di interesse nello sport.

Il 4 marzo è vicino, come il suo arrivederci al M5S. Dovrà dire addio a folle e doni.

Sono già preparato.

Tutto questo le mancherà.

Non abbandonerò mai il M5S. E lo seguirò anche fuori del Palazzo, in vari modi.

Farà ancora piazze.

Può essere. Vedrete.

Le cattedre “reazionarie” abbandonano la sinistra

Beata continuità. Lo si raccontava già nel 2015: il Partito Democratico ha perso con l’ultima legislatura il voto dei docenti, almeno 700 mila in Italia. E se da un lato è semplice decretare la fuga dal Pd, non lo è altrettanto capire dove si riverserà il loro voto. O meglio, idee e orientamenti sono multiformi, i programmi dei partiti sulla scuola generici e privi di una visione strutturale. Oltre i democratici, non c’è una destinazione univoca del voto. “Frammentario” è la parola più usata da sindacalisti e rappresentanti degli insegnanti. La scelta sarà semplicemente “reazionaria”. La scuola, infatti, ha perso la sua rappresentatività moderata e progressista mentre ha iniziato a covare la rabbia dovuta al tradimento della legge 107.

L’origine dello scontento è la riforma della Buona Scuola: respinta e osteggiata già quando era un embrione (è stata votata nel 2015), nel tempo ha solo confermato tutte le sue criticità. Dalle chiamate dirette all’alternanza scuola-lavoro, passando per il caos della mobilità dei docenti. Ha dato materiale a chi ne era direttamente colpito, ha creato nuova insoddisfazione, ha fornito strumenti a chi ha potuto usarla contro il governo durante la grande stagione dei ricorsi: “Il governo ha portato avanti la riforma in modo autoritario, fuggendo da qualsiasi confronto costruttivo”, spiega chi è vicino al mondo ministeriale e associazionistico. Peggio di non sentirsi rappresentati c’è la sensazione di non essere neanche ascoltati.

Inutili anche le oltre 50 mila assunzioni arrivate dopo il concorsone del 2016: “Tra i precari – spiega Sara Piersantelli, fondatrice del Coordinamento Nazionale Tfa – c’è solo una piccola parte che riconosce un merito al governo Renzi e ritiene che per lo meno abbia ricevuto un posto a tempo indeterminato e la fase transitoria per accedere al mondo della scuola. Per la maggior parte, invece, il concorso e l’assunzione sono stati percepiti come un atto dovuto arrivato, oltretutto, troppo tardi”. E quando oramai era inevitabile: il rischio era che gli alunni trovassero le cattedre vuote e fossero costretti a subire la discontinuità didattica. “Ovviamente i problemi dei docenti e della scuola sono sempre esistiti – spiega la Piersantelli – ma negli ultimi quattro anni sono stati affrontati tanti cambiamenti in una sola volta e tutti troppo velocemente. Si faceva il buco e si metteva la toppa, a volte anche con incompetenza provocando un altro buco. È ovvio che così si perde fiducia”.

Stesso ragionamento per l’aumento salariale introdotto con l’ultima firma del contratto nazionale. Bloccato da decenni, per tutti è stato percepito come un atto dovuto, per molti come un fallimento per la sua entità considerata insufficiente. Nessuno spazio, per la gratitudine.

Dove andranno a finire allora questi voti? Guardare ai programmi è inutile. Storicamente, il corpaccione del mondo della scuola è legato alla sinistra non radicale, formato da moderati e progressisti (con sacche vicine al mondo cattolico, come ad esempio nella scuola primaria. Orientamento che si confermerà in parte per il mancato ricambio generazionale).

Il voto dei docenti, da sempre, è stato legato più al senso di appartenenza che ai programmi e alle promesse sull’istruzione. L’insegnamento è infatti visto prima di tutto come una vocazione (per lo meno da chi, la maggioranza, non lo ha vissuto come un rifugio statale e garantito): senza prospettive di carriera e di guadagno, non ci sono interessi quantificabili su cui far leva. La legge 107, la Buona Scuola appunto, è però riuscita a capovolgere questa dinamica ed è stata vissuta come un tradimento di valori.

Il primo contraccolpo elettorale è arrivato con il referendum costituzionale, quando i docenti hanno deciso di votare No. Ora ci sarà la conferma del 4 marzo. Secondo gli ultimi sondaggi (Ipsos per il Corriere della Sera), insieme agli impiegati il voto dei docenti dovrebbe riversarsi sul M5S, così come quello degli studenti. Solo al secondo posto c’è la scelta del Pd e al terzo c’è la Lega. Frammentazione, appunto, con una interpretazione condivisa: quello della scuola è un voto di “reazione”, non di convinzione. “Chi non si sente più rappresentato dalla sinistra – spiega un sindacalista di vecchio corso – si sposta automaticamente a destra o sui Cinque Stelle perché lì trova il solo sfogo alla rabbia che ha accumulato”. Sostiene che proprio il fallimento della politica di questi anni abbia contribuito anche a ingrossare le file dei comparti sindacali che si occupano di scuola, tanto dei sindacati confederali che dei nuovi, concentrati quest’ultimi prevalentemente sui ricorsi, centinaia negli ultimi anni, attraverso i quali costringono i docenti (soprattutto precari) ad avere la loro tessera. Più volte, da ambienti ministeriali, è stato fatto notare che i ricorsi si moltiplicano quando “si fanno le cose”, come ad esempio concorsi per assumere migliaia di persone. I rischi (e calo del consenso) a quanto pare sono scomodi annessi.

Matteo il leader che nel dubbio la butta sul collettivo

Nell’ultima domenica preelettorale ecco Matteo nostro al centro del Consensodromo italiano per eccellenza, il Che tempo che fa di Fabio Fazio, luogo che esclude per vocazione ogni sorpresa o intoppo. E infatti: nessuna palla liftata, ogni domanda scartavetrata al millimetro per evitare spigoli, ottimo impiattamento. L’enterteiner di Rignano sa di avere una buona spalla e mette mano al repertorio. “Trump dà le armi agli insegnanti, e invece le armi degli insegnanti sono i libri”, dice quello che agli insegnanti ha dato la buonascuola. Vero che Fazio gli rovina per irruenza una battuta e lui è costretto a infilarla per forza senza i tempi giusti, ma è poca cosa (“La Flat tax è Babbo Natale e il reddito di cittadinanza è la befana”. Nota per gli autori di Renzi: essù, ragazzi!).

Abituato a personalizzare quando vinceva, ora che rischia di perdere collettivizza molto, dice “noi del Pd”, e parla di sé solo per autoammonirsi (…“se no divento noioso”).

Sul fascismo calma piatta: e quando hanno sparato alla sua sede (oltre che a sei migranti, dettaglio) a Macerata, nessuno gli ha dato solidarietà. Nemmeno lui, peraltro, che non ha voluto manifestare a Macerata. Comunque non si lascia sfuggire l’occasione per mettere sullo stesso piano Potere al Popolo e Forza Nuova, prove di opposti estremismi che sono il cacio sui maccheroni dei centristi. Dopo aver detto che il suo bello è di non far promesse, promette più soldi a tutti “nel sociale”. Risultato mesto e mogio e un guizzo solo, ma involontario: lui all’anziano malato darà “Incentivi fiscali per morire nel suo letto”. Ah. Però!

Veltroni, prove generali per un Pd senza Renzi

Manca una settimana al voto ma ad assistere agli ultimi eventi elettorali del Pd sembra che Matteo Renzi e tutta la sua stagione politica sia già stata archiviata. Il premier Paolo Gentiloni rilascia un’intervista a Repubblica che torna sui temi iniziali di una campagna elettorale che si era aperta con effiemere denunce di grandi complotti a base di fake news, Russia e Cinque Stelle: “Voto utile contro il populismo o si torna al passato”. Eppure al teatro Eliseo di Roma, con la classica platea democratica di rughe e capelli bianchi, il ritorno al passato non sembra affatto una cattiva idea. L’ex segretario del Pd Walter Veltroni strappa applausi imprevisti quando, con un lapsus, parla del “Pci che è stato un punto di riferimento come forza di governo”.

Sul palco del teatro (di Luca Barbareschi, ex deputato di centrodestra) sale Marianna Madia, ministro della Funzione pubblica e candidata all’uninominale ai Parioli, parla di “orgoglio e umiltà”, rivendica il rinnovo del contratto degli statali, un attimo prima delle elezioni. Poi tocca a Veltroni che da tempo ha lasciato il confino delle produzioni culturali per tornare a occuparsi del partito che ha fondato nel 2007 e affondato alle elezioni del 2008, quando la “vocazione maggioritaria” lo condannò all’opposizione.

Per una singolare scelta scenica, Veltroni parla sul palco, in piedi, mentre Gentiloni lo ascolta su una sedia a lato. Con una perifrasi riesce a evitare il suo “endorsement” formale a Gentiloni, “Paolo ne ha ricevuti molti, autorevoli e sinceri, in questi giorni e del mio penso non abbia bisogno, lo consideri naturale”. Poi presenta un manifesto per un Pd e un centrosinistra diverso da quello renziano, in un discorso di 20 pagine e almeno altrettanti applausi. Cita Renzi due volte e soltanto per sottolinearne l’incoerenza: “Renzi nei mesi passati ha sempre giustamente insistito su un concetto che per me è basilare per il futuro della democrazia e che fu alle radici della nascita del Pd: i governi si sanno la notte delle elezioni, li stabiliscono i cittadini con il loro voto e non le segreterie dei partiti, la democrazia è democrazia dell’alternanza”. Una doppia critica: una alla legge elettorale Rosatellum, che richiede la formazione di coalizioni in Parlamento, e una preventiva alle tentazioni di larghe intese con Forza Italia. Silvio Berlusconi, dice Veltroni rispolverando la sua contestata espressione del 2008, “per me rimane il principale esponente dello schieramento a noi avverso”, dando un nuovo significato bellicoso a quella formula che era il rifiuto dell’anti-berlusconismo.

In caso di stallo, per Veltroni si deve tornare a votare dopo aver approvato “una legge elettorale con un premio di maggioranza al livello che la sentenza della Corte costituzionale ha stabilito”. Le regole si scrivono insieme ma poi si governa separati. E chi governa “non deve ricorrere alle orrende forzature dei voti di fiducia ripetuti, delle leggi delega omnibus”, due strumenti usati sia da Renzi che da Gentiloni. L’ex segretario del Pd delinea poi una sinistra che si fonda su un pantheon da rivendicare – Enrico Berlinguer, Guido Rossa, Federico Fellini, Vittorio Bachelet – una sinistra che dice alla camorra “votate chi vi pare ma non noi” (e chissà che non volesse evocare il caso Fanpage-De Luca), una sinistra che sia “dentro il popolo, dentro il suo malessere, il suo disagio” e che abbia risposte concrete da offrire.

Tocca al premier parlare dopo Veltroni ma, come spesso accade della prosa di Gentiloni, si trattiene poco. Giusto un’espressione – “questa cosa degli 80 euro su cui qualcuno ha ironizzato” – che tradisce anche da parte del pacato inquilino di palazzo Chigi una certa stanchezza nel dover rivendicare ancora i prodigi dei mille giorni del governo renziano.

Berlusconi accusa il Fatto: “Io, vera vittima di mafia”

Alla convention milanese di Forza Italia Berlusconi l’ha definita “un’infamia” di questo giornale (chiamandolo “il Falso Quotidiano”) ma che l’uomo di Arcore ha pagato Cosa Nostra per diciotto anni, dal ’74 al ’92, è un dato ormai cristallizzato, come si dice in gergo giudiziario, in una sentenza della Cassazione. In un Paese normale la questione avrebbe dovuto sollevare domande e indagini parlamentari e non solo il rilancio mediatico di una “smentita fake” che ha lo stesso sapore della prescrizione “bufala” spacciata per assoluzione il giorno della sentenza Andreotti. Nel verdetto emesso nel luglio 2014, a conclusione di un’iter giudiziario lungo quasi vent’anni chiuso con la condanna di Marcello Dell’Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, le parole della Suprema Corte non si prestano ad equivoci: Dell’Utri, “assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni” garantiva “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”. Accordo che non cambia per il mutamento nel vertice di Cosa Nostra, con la morte di Stefano Bontade e l’irruzione sulla scena mafiosa dei corleonesi di Totò Riina: “La sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà – scrive la Cassazione sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”. Sentenza che aveva confermato il verdetto di appello emesso l’anno prima che era stato, se possibile, ancora più chiaro: “Berlusconi – hanno scritto i giudici – ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”.

Nelle 447 pagine della sentenza i giudici descrivono Berlusconi come un imprenditore “mai sfiorato dal proposito di farsi difendere dai rimedi istituzionali”, ma pronto a rifugiarsi “sotto l’ombrello della protezione mafiosa, assumendo Mangano e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. E fissano l’inizio dell’accordo in un giorno di maggio del 1974, “tra il 16 e il 29” quando Dell’Utri organizza con il mafioso Gaetano Cinà nel proprio ufficio a Milano un incontro che precede di poco l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore. Quel giorno, davanti ai boss palermitani Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, lo sconosciuto Berlusconi, all’epoca imprenditore rampante, sigla un “patto di protezione con Cosa nostra”: un contratto che durerà fino al ’92 in virtù del quale – sostengono i giudici – sia i contraenti che il mediatore conseguono “un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale” dell’ex premier, “mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo versa a Cosa nostra per mezzo di Dell’Utri”. “Finanziava Cosa Nostra negli anni in cui furono uccise decine di persone delle istituzioni’’ – ha detto il pm della Dna Nino Di Matteo in un’intervista a El Pais – non è una mia opinione ma un verdetto della Corte Suprema”. Non solo, Berlusconi che paga Cosa Nostra è un dato acquisito da Falcone ed ammesso da Riina: il primo, con la sua inequivocabile grafia, aveva appuntato su un bloc notes a quadretti la frase: “Berlusconi dà 20 mln ai Grado (boss trapiantati a Milano, ndr) e anche a Vittorio Mangano”. Il secondo, passeggiando nel carcere di Opera con Alberto Lorusso, dopo avere parlato di “Mubarak” e dei “festini in Sardegna”, gli confidò: “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”. Resta da capire se quei soldi sono il costo della più lunga estorsione della storia o se, invece, parte di un colossale riciclaggio: finora le inchieste sono state archiviate ma l’opacità dei conti è rimasta. “La scarsa trasparenza o l’anomalia di molte delle operazioni finanziarie effettuate dalla Fininvest negli anni 1975-84 – scrisse il Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta – non hanno trovato smentite nelle conclusioni del consulente della difesa”. L’unico a fugare quei dubbi avrebbe potuto essere lui, il Cavaliere, ma a palazzo Chigi, il 26 novembre 2002, davanti il Tribunale scelse il silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere.

Ma mi faccia il piacere

Fatti e olfatti. “Non credo di puzzare, eppure nessuno vuole incontrarmi per un confronto all’americana” (Matteo Renzi, L’aria che tira, La7, 12.2). “Turatevi il naso e votate Pd” (Matteo Renzi, Il Mattino, 19.2). Si è poi annusato.

Chi copia chi? “Travaglio fa il Falso quotidiano e io dei falsi non mi interesso. Deve chiedere scusa, lo farà in tribunale, il direttore del Fatto non deve scappare” (Matteo Renzi, segretario Pd, Ottoemezzo, La7, 12.4.2017). “Il Falso quotidiano, o il Fatto, come si chiama, mi accusa di aver pagato per tanti anni la mafia. Vi rendete conto che infamia buttarmi addosso un’accusa di questo genere? Io sono stato al contrario una vittima della mafia… Mi fa star male il Falso quotidiano. Adesso che ci sono le elezioni tira fuori questa storia e Travaglio ci fa anche un libro” (Silvio Berlusconi, 25.2.2018). Matteo, esci da quel corpo!

La vittima. “Io, al contrario, sono stato una vittima della mafia: per proteggere i miei figli, dovetti assumere una polizia privata” (Berlusconi, 25.2). I poliziotti privati, per la cronaca, si chiamavano Macello Dell’Utri e Vittorio Mangano.

Per via rettale. “Vi dico la cura che mi consente di restare giovane alla mia età: vi do il nome delle mie supposte!” (Berlusconi ai giovani di FI, 21.2). Le conosciamo da 24 anni: si chiamano governi Berlusconi.

Gioco pesante. “Non è facile trovare dei geni intorno, ma io vivrò fino a 120 anni quindi ho ancora un po’ di tempo per trovare il mio erede” (Berlusconi, ibidem, 21.2). Che fa, passa alle minacce?

Il rischio. “Qui si rischia che vinca la destra” (Emma Bonino, +Europa, Corriere della sera, 11.2). Quella in cui sono stata dieci anni.

Genticloni. “Questo voto è una scelta di campo” (Paolo Gentiloni, Pd, presidente del Consiglio uscente, la Repubblica, 25.2). Ecco, facci sapere qual è il tuo campo, così andiamo in un altro.

Terùn in gondoeta. “Io sono un terrone per scelta e mi vanto di esserlo!” (Renato Brunetta, veneziano, capogruppo FI alla Camera, in un comizio in Campania, 20.2). Ecco, ora fai il bravo e ripetilo nella tua Venezia.

Paura eh? “A Bruxelles temono la vittoria del M5S” (Antonio Tajani, FI, presidente del Parlamento europeo, La Stampa, 24.2). Si divertono così tanto con Tajani che temono di perderlo.

Incompetenza. “Il paragone che Renzi ha fatto tra Craxi e Di Maio a proposito della cosiddetta ‘Rimborsopoli’ è profondamente offensivo per la memoria di Bettino. Craxi era uno statista, Di Maio è un piccolo politicante” (Berlusconi, Il Dubbio, 24.2). Non sa neanche rubare.

Sgarbilax. “Ascoltatemi: per cagare non usate Guttalax, usate Di Maio, il lassativo che non vi abbandona” (Vittorio Sgarbi, candidato FI, 22.2). Ecco, fate come fa lui: aprite la bocca ed evacuate.

Napoloni. “Napolitano e il ruolo di Gentiloni: è essenziale per la governabilità” (Corriere della sera, 22.2). Aspetta, mo’ me lo segno.

Grasso che copre. “Ogni giorno emerge un impresentabile nelle liste del M5S” (Pietro Grasso, presidente del Senato e leader Liberi e Uguali, Corriere della sera, 25.2). Così non si parla degli impresentabili nelle liste di LeU.

Colpa di Virginia. “Raggi toglie i mici all’allevatrice: ‘Disturbi ai vicini’” (la Repubblica-cronaca di Roma, 24.2). Com’è noto, la sindaca di Roma importa topi ed esporta gatti.

Senti chi parla. “Il comandante De Falco crocifisse mio padre e distrusse la mia vita a 15 anni” (Rossella Schettino, figlia dell’ex comandante Francesco, corriere.it, 25.2). Suo padre invece distrusse la vita di appena 22 persone. Che sarà mai.

La parola all’esperto. “’Basta, è camorrismo’. Vincenzo De Luca scatenato contro i cronisti e Grasso” (Corriere della sera, 20.2). Il signore sì che se ne intende.

Il titolo della settimana. “M5S campagna a ostacoli. Candidato rischia 12 anni” (il Giornale, 24.2). Se si candidava in Forza Italia, era percorso netto.