Il traguardo di Vittoria è fuori dal talent

Vittoria da oltre due anni si dedica anima e corpo alla sua band, con Gabriele Tirelli, Lorenzo Ferrari e Silvia Ottanà. Alcuni la conoscono per la sua ex collaborazione con Virgin Radio, altri per il suo passaggio a X Factor. #VHP è l’album d’esordio, un traguardo agognato e costruito in ogni dettaglio con passione ed entusiasmo.

“Il nostro sound è borderline, tra pop e rock”, racconta Vittoria, “sul palco ci sentiamo più vicini ai Queen che a Kety Perry. Il canto è la mia unica passione e ragione di vita, molti si ricordano di me come Vittoria Hyde di X Factor. Molta strada è passata; tra esperienze, traguardi ed errori oggi potrei scrivere un libro sulla mia esperienza. La cosa che mi rende più felice è aver imparato a lavorare in un gruppo, costruire la squadra, creare musica insieme. Possiamo piacere o non piacere, ma siamo autentici. Tutto il mercato musicale italiano si muove nella direzione opposta alla nostra: la discografia propone solo interpreti con canzoni già impacchettate, non vogliono artisti pronti ad osare, così l’investimento economico ed il relativo rischio è minore. Dicono: tu canta, al resto ci pensiamo noi. E poi altro talent, nuove reclute, fuori il prossimo. Questa strada l’ho già percorsa e so dove può portare. Di sola fama non si vive a lungo, se vuoi fare musica devi prima imparare a rispettarla quale arte. Da due anni ho ricevuto tante di quelle emozioni che non tornerei mai indietro. Anche lavorare a Virgin Radio mi ha fatta crescere, anche se onestamente preferisco il microfono con un pubblico davanti al palco, con persone visibili”.

Il disco colpisce all’ascolto per due fattori: la voce di Vittoria, spietatamente simile a quella di Lady Gaga (ascoltare “Tomorrow” per credere) e l’arrangiamento delle tracce con un mix di electro-pop-rock fresco e frizzante.

Tra le tracce spicca su tutte “Calling Your Names”, densa e onirica: “Descrive lo stato d’animo di chi entra in una nuova relazione con ancora addosso le cicatrici delle esperienze precedenti. La voglia di lasciarsi andare si sovrappone alla frustrazione di sentirsi insicuri nell’affrontare il nuovo percorso, con la speranza di camminare finalmente insieme”. “Dimes” (feat. Ben Alexander) e “Let’s Talk About Us” lasciano il segno: “Con ‘Dimes’ abbiamo voluto sottolineare come sia importante riuscire a cogliere l’attimo, senza troppo attendere quale possa essere il momento più appropriato. La vita può cambiare all’improvviso, tanto vale correre il rischio e ballare, baciare, osare”.

A sorpresa c’è il featuring di Joe Bastianich in “This Spell”, il nuovo singolo. Il brano parla di una coppia di innamorati talmente in stato di grazia da non poter fare a meno di pensare e fare qualsiasi altra cosa senza l’altro partner, quasi in modo ossessivo. “La nostra amicizia con Joe, ottimo musicista e cantante, – prosegue Hyde – è nata grazie al suo festival in Friuli. Due anni fa abbiamo partecipato ed è nato un bel feeling tanto da condividere con lui il palco insieme in diverse altre occasioni. Un po’ per amicizia e, soprattutto, perché è un fan della nostra musica: Gabriele e Lorenzo stanno collaborando alla produzione del suo primo album”.

Folco Quilici, l’uomo che scoprì i segreti del “Sesto continente”

Posso dire che ho perso un amico, come lo sono le persone eccezionali che sanno rinsaldare con passione e poesia i legami col mondo deteriorati dalle difficoltà, dalle differenze, dai contrasti. Folco Quilici è morto ieri, all’ospedale di Orvieto, dove era ricoverato. Avrebbe compiuto 88 anni il 9 aprile. Viveva in un casolare delle campagne di Ficulle, meta di chi voleva ascoltarlo, perché – lo scrisse Forbes nel 2006 – era considerato “uno dei più influenti pensatori al mondo”. Paladino di luoghi remoti, sperduti negli oceani ma anche vicini a noi nel nostro vecchio Mediterraneo, si batteva perché non venissero sopraffatti dalla volgarità turistica e non fossero fagocitati dal cosiddetto progresso non in armonia con la natura, le culture e le tradizioni locali. Coi suoi splendidi documentari girati in tutti i mari, Folco ci mostrava il Paradiso perduto (1957) e ci faceva capire i rischi dei delitti ambientali.

Era nato a Ferrara, dove suo padre Nello era caporedattore del Corriere Padano ed aveva conosciuto e sposato nel 1929 la pittrice Emma Buzzacchi. Aderente al fascismo, il livornese Nello Quirici ebbe una carriera altalenante, in sintonìa con i dissidi tra i ras del partito: diresse il Resto del Carlino e fu caporedattore alla fine del 1923 del Corriere Italiano che ebbe vita breve per il coinvolgimento del suo direttore Filippo Filippelli nel delitto Matteotti. Nello morirà a Tobruk il 28 giugno 1940 sull’aereo di Italo Balbo (abbattuto dalla contraerea italiana). Un’ipoteca esistenziale che il ragazzo Folco si portò dietro, cercando nei viaggi esotici un modo per dimenticare il suo inconscio. Studiò regia al Centro Sperimentale romano di Cinematografia, specializzandosi in riprese sottomarine, insiprandosi molto al Comandante Jacques-Yves Cousteau, celebre “alpinista marittimo” che girava i sette mari a bordo del suo panfilo “Calypso” per perlustrare il mondo del buio e del silenzio, cioè quello sott’acqua.

Folco Quilici divenne il nostro straordinario “occhio” sui mari e sotto i mari, la nostra coscienza sulla sopravvivenza degli oceani e della gente che ci vive (o sopravvive): ebbe e continuò ad avere grande curiosità e rispetto della natura. Non fu mai pedante, anzi, spesso fu capace di dare grazia a momenti terribili. È stato uno degli ultimi intrepidi esploratori delle isole, delle tradizioni e dell’anima dei popoli del Sesto Continente (non a caso titolo del suo primo e ormai famoso lungometraggio del 1954), girato in Technicolor al seguito di una spedizione italiana nel Mar Rosso che studiava le abitudini della fauna acquatica e la spericolata temerarietà dei cacciatori subacquei. Quilici osserva, documenta con dignità, senza indulgere in facili e scontati lenocinii spettacolari.

Nel corso degli anni, cercherà di affiancare al proprio lavoro quello dei migliori antropologi e degli storici più sensibili. Le sue sequenze – più che notevoli – dimostrano come sia stato capace di non lasciarsi condizionare dagli stereotipi: “Volevo dare a chi vedeva i miei film qualcosa che non fosse soltanto un banale documentario, ma di più, volevo trasmettere emozioni”. A chi? “A chi quelle cose, quei viaggi, quei mari, quegli oceani li aveva sempre sognati, senza averli potuto mai vedere”. Quelli che sognavano le avventure sotto i mari del capitano Nemo e del suo Nautilus, o che ancora s’inebriavano di Salgari e di un’inesprimibile desiderio di esotismo…

Fin dall’inizio il lavoro di Quilici fu apprezzato e premiato: Sesto Continente ottenne il prestigioso Premio Speciale alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954. Due anni dopo, a Berlino, Ultimo Paradiso guadagna l’Orso d’argento, Ti-Koyo e il suo pescecane (1962) forse il più fiabesco (non a caso l’adattamento dal romanzo di Clement Richter fu opera di Italo Calvino, mentre alla sceneggiatura provvedette Augusto Frassinetti) non solo ebbe grande successo tra i ragazzi ma conquistò il premio Unesco per la cultura. Il tocco di Quilici era garanzia di qualità, meraviglia, serietà. Sapeva dosare con equilibrio favola e realtà, leggenda e storia, mito, cronaca e presente. L’immaginario indefinito…

Ma poi Folco seppe sfruttare sapientemente la sua altissima professionalità anche in tv. Negli Anni Settanta mise in piedi Geo sulla rete Rai3 (1971-1989), poi fu conduttore sul canale Marco Polo. Così come non si possono dimenticare le 14 storiche puntate de L’Italia vista dal cielo (quella dedicata alla Toscana, venne candidata all’Oscar), girate dall’elicottero tra il 1965 al 1978 commentate dal fior fiore della cultura italiana dell’epoca, da Cesare Brandi a Mario Praz, da Calvino a Guido Piovene, da Michele Prisco a Ignazio Silone e Mario Soldati. Il tutto divenne materia per 16 volumi illustrati che andarono a ruba. Così come sarebbero da rivedere sempre i 13 film della serie dedicata al Mediterraneo e gli otto all’Uomo europeo: Folco coinvolse l’antropologo Levi Strauss e lo storico Fernand Braudel, nel progetto di decifrare il grembo della nostra storia e della nostra civiltà con la filologia del mare, una sorta di moderna Odissea dove l’eterno s’incontra con l’attualità, in un ingorgo affascinante di immagini e analisi, di voci e di speranze. Che il mare ti sia lieve, Folco.

“Sono tanta. Sono fastidiosa. Sono esagerata. Sono Levante”

Appuntamento alle 10 del mattino. Non è molto rock. “In realtà sto provando dalle nove meno un quarto”. Non è molto rock. “Da sempre mi sveglio prestissimo, e magari vado a letto alle dieci e mezzo della sera, sotto certi aspetti sono nata vecchietta. Anzi, subito dopo il concerto voglio, e sottolineo voglio, andare in stanza, mettermi sotto le coperte e dormire. Devo riposare la voce. Altrimenti il giorno dopo non rendo come dovrei”. Scusi l’insistenza: non è molto rock. “E che ci devo fare? Sono così, e da sempre. Però sul palco è tutta un’altra storia, a volte il pubblico pensa sia tarantolata, che abbia preso qualcosa di strano. No, no. Tutto naturale. Neanche bevo”. Parola di Claudia Lagona, in arte Levante. Neanche trentun’anni e già il ruolo della veterana, con un tour teatrale quasi ovunque sold out, perché quello che la televisione non storpia, a volte riesce ad alterare la percezione di chi vive e frequenta il piccolo-grande schermo, e lei è solo l’ultimo dei casi: da bella promessa, da gioiello dell’underground, palati fini al potere, si è improvvisamente tramutata in personaggio, tazza in mano e riflettori a illuminarla seduta al tavolo dei giudici di X Factor.

Adesso non dica pure “il mattino ha l’oro in bocca”.

Ma è così! Lo penso realmente, io non so come i colleghi riescano a stare su un palco la sera, gozzovigliare dopo, e il giorno successivo ricominciare. Per me impossibile. Non sarei a mio agio, avrei il dubbio di non offrire il meglio di me al pubblico. Quindi a letto presto e la mattina in piedi.

Come andare a scuola.

Ecco, non è proprio uguale: lì soffrivo, detestavo venir giudicata, per me era un problema vero.

Solo a scuola?

No, non mi piace in generale. Però ai tempi delle superiori mi salvavo con una straordinaria faccia da culo: studiavo appena il giusto e poi sfoggiavo un’eccellente dialettica.

Imparata come?

In parte grazie a mio padre: quando poteva mi parlava in greco, e spesso il nostro gioco era sfogliare il dizionario per scoprire e digerire nuovi termini.

Lei e i compagni di classe.

Avevo e pretendevo i miei spazi, però sono stata anche rappresentante d’istituto, elezioni vinte grazie alla mia battaglia per ottenere la carta igienica nei bagni.

Questione di rispetto.

Di viver civile.

Non ha inflessioni dialettali.

L’accento siciliano l’ho perso molti anni fa, quello piemontese di recente; però quando discuto torno alle origini sicule. La natura fuoriesce, e non intendo comprimerla.

Ha dichiarato: “Non sono bella, ma attraente”.

In realtà è stata mia madre a dettare la legge rispetto al mio aspetto.

In che modo?

Si era accorta della mia predilezione, o predisposizione, per lo specchio: mi guardavo sempre, mi immobilizzavo ovunque ce ne fosse uno, secondo lei più che altro mi “ammiravo”. Così decise di abbassare il tasso di autocelebrazione con quella frase.

Ma si sente bella o no?

Ho dei tratti molto forti, la mia non è una bellezza assoluta, è più che altro decisa, specialmente per quanto riguarda il mio viso: i capelli scuri, le labbra evidenti. Ho dei tratti forti. In molti amano disegnarmi, lo trovano semplice, fumettistico, i fan mi mandano le loro prove su Instagram.

Da cantante di nicchia, a star: i fan storici si sono sentiti traditi?

I fedeli sono rimasti, mi hanno anche seguito nel tour europeo, mentre la televisione porta un pubblico più interessato al personaggio che all’artista. E il numero di follower è un dato importantissimo per gli addetti ai lavori.

Il follower è il parametro.

Sì, ma attenzione: ci sono artisti forti sui numeri virtuali, poi però deboli quando c’è da tramutarli in presenze reali ai concerti.

La sua sembra una rielaborazione delle “legge”: piazze piene, urne vuote.

Può essere. Comunque per fortuna la mia carriera l’ho costruita piano, senza correre, senza fretta, pezzo per pezzo.

Non ha neanche 31 anni.

Eppure è così: nel 2010 ho anche rifiutato di partecipare a X Factor, non mi sentivo pronta, preferii andare un periodo in Inghilterra (a Leeds) per studiare.

Resta la sua giovane età.

Le do altri due dati: prima volta su un palco a 13 anni, mentre il primo produttore l’ho incrociato a 17 e lì ho percepito sulla mia pelle la canzone di Bennato Il gatto e la volpe.

E quindi…

Testarda ho cambiato strada, non mi sono lasciata affascinare dalle facili promesse e ho iniziato a lavorare, qualunque lavoro per racimolare i soldi giusti per potermi pagare il mio primo album, un album nato sotto la stella dei pasticcini.

Sta parafrasando una canzone di Venditti?

No, è vero: la maggior parte delle mie entrate sono arrivate attraverso il mio impiego da commessa in una pasticceria, poi la sera andavo a suonare nei pub, magari davanti ad appena dieci persone, la maggior parte delle quali erano amici o parenti…. Quando raggiungevo le 50 presenze tra il pubblico, voleva dire “successo”.

Scuola di vita.

Totale, in quelle serate ho imparato a cantare in ogni condizione: senza monitor, senza auricolari, magari con la corda della chitarra che saltava, qualcuno che parlava, le spalle girate di chi stava al bancone per bere, la porta del bagno aperta con la luce accesa.

E magari ripensava a quel mancato sì ad X Factor.

Mai. Non cercavo l’esplosione mediatica, avevo bisogno dei miei tempi.

Poi il cambio di prospettiva e ha detto sì al ruolo di giudice.

Mi sono chiesta quale era il mio obiettivo, se volevo salire la montagna o meno (Ci pensa su un attimo). Comunque in trasmissione ho trovato dei ragazzi sgamatissimi, preparati, carichi, sicuri del loro obiettivo, e con vocalità molto mature. Non me l’aspettavo.

Ma a X Factor si è divertita? Non sempre sembrava…

Molto! Il massimo è stato a Livorno, durante le registrazioni della fase dei bootcamp. Era giugno, giorni caldissimi e ritmi serrati dalla mattina alla sera. Ci trovavamo al Modigliani Forum, dove al pomeriggio del primo giorno alcuni tecnici del posto ci avevano raccontato la leggenda del “fantasma” del palazzetto.

Goliardia labronica.

Proprio da quel momento, sono accaduti una serie di imprevisti che hanno scosso i più superstiziosi… L’aria condizionata ha smesso di funzionare, strane voci dai monitor, la luce è andata via.

Lei derisa per le tante lacrime in tv.

Ma piango normalmente nella vita, esterno tantissimo. Sono tanta. Sono fastidiosa. Sono esagerata. Sono entusiasta. E vado a letto presto.

Questo è chiaro.

Ah, non fumo neanche le sigarette, se ci provo sono guai a causa dell’asma.

L’alcol, lasciamo perdere.

Bevo latte di riso.

Mai un bicchiere di vino?

Sono quasi del tutto as-te-mi-a!, se bevo sbarello, mi sciolgo pure troppo. Mi è successo solo una volta di cedere a un po’ di rosso e chi ha assistito al mio successivo concerto si è divertito molto.

Niente alcol neanche a X Factor?

Dipendeva dalla puntata: se non era troppo complicata lo versavo nella tazza e via così.

La sua vita ora che è famosa.

Il dato più importante è che negli ultimi tempi non sono più sola: se esco trovo sempre qualcuno che mi riconosce, magari un selfie, un sorriso…

E non è male…

No, anzi. Solo una volta m i sono trovata in imbarazzo: piangevo, una ragazza l’ho vista guardarmi da lontano. Fissarmi. A un certo punto si è avvicinata, era stanca dell’attesa: “Ti fai un selfie?”

Lei è religiosa?

Credo ci sia qualcosa di grande, di oltre. Ma ho smesso di pormi questa domanda quando avevo nove anni ed è morto mio padre. Però da quel giorno ho scritto molti diari nei quali il destinatario era Dio. Oggi tutta la mia vita è un diario, e credo che una delle idee più scontate del mondo sia quello di approcciare alla musica come forma curativa.

Non lo è, realmente?

È altro. Lo è anche. Ma è altro. Non ha idea delle volte che ho pianto sul palco mentre cantavo, perché questo non è solo un mestiere e a me della voce perfetta non me ne frega nulla, punto su altro.

All’inizio della carriera ha aperto i concerti di Max Gazzè e Negramaro: cosa ha imparato da loro?

A Max ho rubato il suo modo di porsi con gli altri, il sorridere sempre, la gentilezza, l’estrema cortesia. Max non cade mai nella retorica dell’uomo impegnato al quale non si può chiedere nulla.

Dai Negramaro?

Con loro sono di parte, li amavo già da prima di suonarci insieme, e come loro ho cercato di costruire una narrazione tutta mia, come raccontavo prima, partendo dal nulla. (Si ferma un attimo) Capisce la bellezza? Ho suonato con artisti che ammiravo dalla platea, che guardavo insieme agli amici e sognavo. Oddio, una volta ho anche superato le transenne e sono salita.

Assalto ai Negramaro?

No, con i Meganoidi (gruppo musicale di origini genoane). Una figuraccia.

Pronti ad ascoltarla…

Ero pazza del loro cantante e mentre cantava, senza dire nulla a nessuno, ho superato tutti, saltato gli ostacoli e sono salita sul palco. Ancora ricordo il suo odore, un misto tra sudore e alcol. Quindi l’ho baciato e mi sono buttata a volo d’angelo sul pubblico.

Questo è rock.

Dopo di me un’altra ragazza ha imitato la mia mossa, e io per ripicca ci ho riprovato. Solo che il cantante questa volta si è difeso, mi ha dato uno spintone e sono finita tra il pubblico. Senza bacio. E senza volo d’angelo.

Qualche marachella quindi l’ha fatta anche lei.

Poche. Veramente poche. Dopo la morte di mio padre, a 13 anni abbiamo lasciato la Sicilia e proprio nella fase adolescenziale mi sono ritrovata a ribaltare tutto, dalla città alla casa, dalla scuola alle amicizie. Ogni equilibrio in discussione.

E lei?

Il mio unico obiettivo era proteggere mia madre, non creare problemi, evitare dolori inutili. Poi, per carità, mica ero una santa, a 15 anni mi sono presentata in casa con tatuaggio e piercing.

I bambini la prendevano in giro per la sua sicilianità?

I primi anni mi attaccavano per l’accento, non pronunciavo bene i termini con “gl”, così per giorni mi sono piazzata davanti lo specchio per correggere l’inflessione. Poi ho avuto qualche incomprensione a causa di alcune abitudini…

Tipo?

Per me era normale salutare le persone con due baci sulla guancia, mantenere un affettuoso contatto fisico. Impensabile per gli altri. Ogni volta che mi avvicinavo percepivo il loro irrigidirsi, varcavo lo spazio di sicurezza, invadevo la loro aerea, quindi ho imparato a frenarmi.

Cosa fa con i soldi guadagnati?

Sono un topolino che mette da parte. E il mio sogno è quello di comprare una casetta tutta mia.

Tipico, da italiano.

E da brava italiana chiudo gli occhi e la sogno.

Twitter: @A_Ferrucci

Mi manda papà: Junior in India fa il piazzista

Ssembra un fachiro su un letto di chiodi, Donald Trump jr, nel suo percorso indiano. Uomo di gaffe, senza avere la noncuranza del padre, si presenta così: “Sono qui come uomo d’affari, non parlo a nome di nessuno”, per sottrarsi alla polemiche su una missione d’affari ‘familiare’. Poi si piange addosso: “Con l’elezione di mio padre, stiamo perdendo milioni di dollari in tutto il mondo”, dice a The Times of India. Infine, sciorina tutto il suo tatto: parlando delle prospettive degli affari in Asia, afferma che “l’India è un posto migliore della Cina”, perché “la gente sembra più onesta”.

Il figlio maggiore del magnate presidente è in India per questioni immobiliari, specialità di famiglia. Inseguito dalle polemiche – il Los Angeles Times denuncia “problemi etici” nella sua missione da commesso viaggiatore della Trump Organization – ha ieri deciso di cancellare in extremis una conferenza di politica internazionale che doveva fare al Global Business Forum di Mumbai, presente il premier indiano Narendra Modi, riducendola a una “chiacchierata” con un giornalista. La missione di Donald jr, coinvolto in patria nel Russiagate e già venuto alla ribalta altre volte per sortite infelici, rilancia le polemiche sul familismo di Trump, che s’è portato alla Casa Bianca la ‘prima figlia’ Ivanka e il ‘primo genero’ Jared Kushner, finanziere ebreo, consigliere speciale per il Medio Oriente, tuttora privo del nulla osta dell’Fbi per l’accesso a informazioni riservate.

Il presidente spesso delega ai familiari ruoli di rappresentanza: alla chiusura dei Giochi in Corea del Sud c’è Ivanka, ‘la prima figlia’ contro ‘la prima sorella’ del dittatore nord-coreano Kim, presente all’inaugurazione.

Trump è stato in India sei giorni per promuovere progetti immobiliari della Trump Organization, di cui è vice-presidente. Quando s’è saputo che stava per ‘ridisegnare’, sia pure in un discorso, “le relazioni indo-pacifiche”, nel segno della “nuova era della cooperazione”, Robert Menendez, senatore, capofila democratico nella Commissione Esteri, ha scritto all’ambasciatore a New Delhi Kenneth Juster, per esprimere preoccupazione: “Trump Jr avrebbe dato l’impressione di parlare a nome del padre”, mentre lui – contrariamente a Ivanka e a Jared – non ha ruolo per farlo.

La nota di Menendez ha colto nel segno, nota il quotidiano Hindustan Times: la conferenza è stata derubricata e il conferenziere ‘declassato’ s’è presentato come un Signor Nessuno. Che ha comunque progetti immobiliari ambiziosi in varie città indiane e che farebbe soldi a palate – sostiene – senza un padre alla Casa Bianca: chi pensa che quello sia un vantaggio fa solo “congetture sballate”, perché la Trump Organization “ha scelto, per scongiurare potenziali conflitti etici, di non firmare accordi con partner fuori dagli Usa fintanto che mio padre sarà presidente”. Quindi, “stiamo rispedendo al mittente proposte di affari per centinaia di milioni di dollari”.

Eppure, Donald jr venerdì ha inaugurato a Guragram, a sud di New Delhi, un lussuoso progetto, denominato Trump Towers, con appartamenti di valore altissimo per il mercato indiano, vicini o ben oltre il milione di dollari. L’india è nel cuore, oltre che nel portafoglio dei Trump: c’era già venuta a novembre Ivanka, per partecipare ad Hyderabad al Global Entrepreneurship Summit. Oltre che a Mumbai e a Gurugram, Donald jr ha avuto incontri immobiliari a Kolkata e a Pune.

Vivere con 350 euro al mese: gli agricoltori contro Macron

“Attenzione, agricoltori arrabbiati”. Con questa scritta stampata sulle magliette e una pioggia di fischi alcune decine di agricoltori hanno accolto Emmanuel Macron al Salone dell’Agricoltura di Parigi, il suo primo da quando è presidente.

Ci sono stati scambi accesi con i produttori di cereali sulla questione del glifosato e allevatori con addosso maschere di animali o travestiti da verdure per rimproverare al capo dello Stato di appoggiare l’accordo di libero scambio Ue-Mercosur. È stata una giornata-test per il presidente francese. Lo scorso anno, in visita al salone, da candidato all’Eliseo e in piena campagna elettorale, Macron aveva ricevuto un uovo di protesta in piena faccia.

Questa volta l’Eliseo ha fatto sapere di aver previsto più vestiti di ricambio. Il Salone dell’agricoltura si tiene tutti gli anni dal 1964 nei padiglioni della porte di Versailles. È detto “la più grande fattoria di Francia”. Vi partecipano più di mille espositori e sono presentati più di 3.000 animali. Per i presidenti francesi è una tappa obbligata. Macron è arrivato prima delle 8, orario di apertura, deciso a battere il record del suo predecessore, François Hollande, che vi aveva trascorso più di 10 ore di seguito. Una giornata-maratona dunque, fino alle 19, per tentare di conquistare gli agricoltori e gli allevatori ai quali, appena alcuni giorni fa, ha promesso una “rivoluzione culturale”.

Il settore arranca da anni. Oggi la popolazione agricola rappresenta solo il 2,8% degli attivi in Francia. Il numero degli agricoltori è in netto calo. Erano 4 milioni ancora negli anni 60. Oggi sono 900mila. “Il settore ha subito crisi economiche a ripetizione ma anche una crisi morale profonda – ha spiegato il sociologo François Purseigle – il fatto che, nel corso degli anni, sempre meno figli hanno ripreso le aziende familiari ha determinato un crollo demografico nella professione. Tuttavia esiste una giovane generazione di agricoltori attaccata al mestiere. Nonostante la crisi resta un mestiere desiderato, che si sceglie, non si subisce”. Che le difficoltà esistano lo dimostrano i dati. Un quarto degli agricoltori vive al di sotto della soglia di povertà. Un terzo guadagna meno di 350 euro al mese.

Il tasso di suicidi è superiore rispetto alla media della popolazione. Stando a uno studio Odoxa quasi 9 francesi su 10 (l’88%) ha una buona opinione degli agricoltori ma ben il 65% non crede nella politica agricola di Macron. “L’agricoltura francese è una terra di conquista, ci sono tante cose da fare”, ha detto ieri il presidente, promettendo di cambiare le cose in tre anni.

Le attese sono tante. Incontrando 700 giovani agricoltori nei giorni scorsi all’Eliseo Macron ha annunciato un piano di finanziamento per l’agricoltura di 5 miliardi euro. Ha assicurato un miliardo di prestiti garantiti per i giovani che si vogliono lanciare nel mestiere. Ha anche promesso di proteggere i terreni francesi con “lucchetti regolamentari”: “Non possiamo lasciare centinaia di ettari a investimenti stranieri senza che si conoscano le finalità delle acquisizioni”.

Si riferiva al fatto che di recente il gruppo cinese HongYang ha acquistato ettari su ettari di campi di grano nel centro-sud della Francia, sollevando molte polemiche. Macron si è impegnato a favorire lo sviluppo della filiera biologica. Ma gli agricoltori hanno bisogno di essere rassicurati anche riguardo agli accordi internazionali sul Mercosur. Temono l’importazione ogni anno a tasso ridotto di 70 mila tonnellate di carne bovina dal sud America.

Della carne prodotta con standard sanitari meno esigenti di quelli europei e a basso costo. “Non ci saranno mai bistecche con gli ormoni in Francia – ha promesso Macron – si faranno controlli. Nessun accordo internazionale potrà determinare un abbassamento dei nostri standard sociali, ambientali, sanitari e di qualità”.

Talebani e Daesh, gara a chi semina terrore

Quattro attentati, tre rivendicati dai talebani e uno dall’Isis (Daesh) hanno causato 23 morti e una ventina di feriti. L’attacco peggiore è avvenuto a Farah, dove i talebani hanno fatto irruzione in una base dell’esercito a Bala Buluk, uccidendo 18 soldati. A Kabul invece l’azione è stata rivendicata dall’Isis: un kamikaze si è fatto esplodere vicino alla zona diplomatica, uccidendo tre persone.

Jihad, Parigi teme il contagio nelle carceri

La Francia creerà 1.500 nuovi posti nelle carceri per isolare i detenuti radicalizzati e accogliere i jihadisti di ritorno dalle zone di guerra in Siria e Iraq.

Di questi posti, 450 saranno creati prima della fine dell’anno. È una delle misure del nuovo piano di prevenzione della radicalizzazione presentato dal premier Edoaurd Philippe. Sui circa 70 mila detenuti nei 187 istituti penitenziari in tutta la Francia, 512 lo sono per fatti di terrorismo e 1.100 sono identificati come radicalizzati. Al momento in Francia solo la prigione di Lille-Annoeullin, nel nord, presenta una zona per radicalizzati in un’ala separata dal resto della prigione da diversi strati di cancellate e posta sotto altissima sorveglianza. Una sorta di “prigione nella prigione”, così viene descritta, che oggi conta 19 detenuti.

Il modello di Lille-Annoeullin sarà riprodotto nelle altre prigioni francesi. In queste zone di isolamento i detenuti saranno sorvegliati da personale specializzato. Per evitare “contagi” e proselitismi non potranno mai incrociare altri detenuti non radicalizzati. Saranno obbligati a seguire in piccoli gruppi, da 3 a 5 persone, dei programmi anti-radicalizzazione condotti da psicologi e educatori. È prevista anche la creazione di quattro nuovi centri per la valutazione del livello della radicalizzazione dei detenuti alle prigioni di Vendin-le-Vieil e Condé-sur-Sarthe. Il principio è di esaminare i detenuti divisi in gruppi di 12, su un periodo di 4 mesi, per stabilirne la pericolosità e decidere in che tipo di cella e reparto smistarli.

L’obiettivo è di valutare 250 detenuti ogni anno. Di questi centri ne esistono già tre nelle prigioni della regione di Parigi, a Osny, Fresne e Fleury-Mérogis, il carcere più grande d’Europa, dove, in una cella di isolamento, sorvegliato 24 ore su 24, è detenuto anche Salah Abdeslam, il terrorista del commando degli attentati di Parigi del 13 novembre 2016 al Bataclan e nei caffé. È il terzo piano nazionale di lotta alla minaccia terroristica presentato in Francia dagli attentati del 2015 nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Un piano promesso dal presidente Macron, arrivato con qualche mese di ritardo, che deve servire a far dimenticare i fiaschi precedenti. In particolare l’ultimo, quello del centro anti-radicalizzazione di Pontivy, Francia centrale, aperto con tante speranze nel settembre 2016 ma chiuso neanche un anno dopo. Un centro che avrebbe dovuto accogliere 25 giovani a rischio radicalizzazione su base volontaria. Se il test avesse funzionato si sarebbe dovuto estendere a tutto il paese. Di fatto solo 9 giovani sono stati accolti a Pontivy e senza nessun risultato.

La creazione di spazi per detenuti radicalizzati è molto attesa anche dagli agenti penitenziari: denunciano da settimane le aggressioni di cui sono vittime all’interno stesso delle carceri da parte di detenuti particolarmente violenti.

All’inferno e ritorno Ghouta Est, l’ultimo fortino di Al Qaeda

Per l’Occidente è la nuova Aleppo, dove è in atto un massacro di civili. Per Mosca e Damasco, Ghouta Est è l’ultimo fortino degli estremisti islamici alle porte della capitale. A Ghouta si muore. Piovono bombe e le organizzazioni non governative accusano il presidente Assad di colpire in modo indiscriminato.

L’Onu invoca una tregua e la Russia si oppone: teme che un ‘cessate il fuoco’ agevoli i jihadisti: perché, se è vero che nel Ghouta muoiono innocenti, è altrettanto vero che nei quartieri sono asserragliati i miliziani ex al-Nusra, il fronte di Al Qaeda in Siria. Al- Nusra ha cambiato nome, ora si chiama Hayyat Tahrir al-Sham (Movimento per la liberazione del Levante); dentro questa sigla non ci sono solo gli ex qaedisti ma miliziani di almeno altri tre gruppi che operavano in altre province, come Idlib, e in parte provengono dall’Esercito libero siriano. Fra loro, la formazione Jaish al Sunnah che in passato è stata accusata di addestrare i bambini al combattimento.

A dispetto della sigla mutata, gli ex al-Nusra non hanno mai interrotto i legami con il capo di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri. A guidare al-Sham c’è Abu al-Shaykh che ha cercato di compattare le formazioni armate dopo la sconfitta di Aleppo; l’intento è quello di proseguire la lotta contro Damasco, seppure questa abbia ormai ribaltato le sorti del conflitto grazie all’aiuto sia dell’alleato russo che dell’Iran e di Hezbollah: da sciiti, non gli pare vero di scontrarsi apertamente con gli estremisti sunniti. Questo è quel che vedono da Damasco e Mosca: non Ghouta Est piena di civili, ma Ghouta Est come barricata di terroristi. Non è la prima volta che gli abitanti della regione vengono falcidiati: nel 2013 in quell’area ci fu un attacco con armi chimiche che fu attribuito da Francia, Regno Unito e Stati Uniti alle truppe di Assad. Ghouta Est doveva essere una delle quattro zone – con Homs, Idlib e la striscia al confine con la Giordania – dove attuare il “cessate il fuoco”: così era stato stabilito nell’ottobre scorso ai colloqui di pace di Astana. Ma questo dialogo è stato rifiutato proprio dal gruppo al-Sham e Damasco non aspettava altro che approfittare della situazione.

In mezzo a tutto questo ci sono i civili che come ad Aleppo, finiscono sotto i bombardamenti a tappeto, probabile preludio a una azione di terra. In mancanza di osservatori terzi sul campo, ci si affida alle notizie che filtrano da organizzazioni che però sono state accusate di parzialità, come l’Osservatorio per i diritti umani (Syrian Observatory for Human Rights). Secondo questa ong “in sette giorni, 505 civili sono stati uccisi, fra cui 123 bambini”: a corredo di queste cifre, come accadeva ad Aleppo, le agenzie di stampa sono state inondate di foto con bambini sofferenti. Non c’è motivo di non credere a quelle immagini ma è necessario andare oltre: l’Osservatorio è una persona sola, si chiama Rami Abdel Rahman, lavora da casa, nella campagna di Coventry. Il New York Times nel 2013 gli ha dedicato un ritratto dal titolo A Very Busy Man Behind the Syrian Civil War’s Casualty Count. Rahman ha fondato la sua organizzazione nel 2006 dopo essere scappato dalla Siria, temendo l’ennesima condanna per il suo attivismo contro Assad; nel Regno Unito ha aperto due negozi di abbigliamento.

Chi lo guarda con sospetto ritiene che sia appoggiato da Londra, che non ha mai smesso di sperare di eliminare il regime amico di Mosca. Al giornalista del New York Times, Rahman dichiarò: “La verità renderà consapevoli i siriani: sentire ogni giorno il numero delle persone uccise nel conflitto li porterà a chiedere al governo: dove finiremo?”.

A dare un tocco di tragicommedia al conflitto siriano ci pensa il presidente turco Erdogan: mentre le sue truppe attaccano i curdi (gli stessi che hanno combattuto contro l’Isis) ad Afrin, in territorio siriano, chiede che si condanni il massacro di Ghouta: “Avete visto o sentito un Paese che abbia reagito seriamente alle continue atrocità che proseguono da diversi giorni nella Ghouta orientale? Ci sono ancora persone squallide che dicono ‘uniamoci ad Assad’”. Sipario.

Lenghane, Dialla e gli altri alla battaglia dei “pacchi”

Questa è la storia di quaranta maschi neri e di una donna bianca, una storia di sfruttamento. Loro sono facchini e lei è il caporale che li costringe per mesi a lavorare a nero, promettendogli ogni settimana un contratto che non arriva mai. Loro si spezzano la schiena per dieci e anche dodici ore al giorno, “Non tutte pagate, certe sì, certe no”, caricando e scaricando “colli” giorno e notte dai camion al magazzino della Gls di Piacenza e dal magazzino ai camion: ante di armadi, poltrone, robot da cucina da smistare ai negozi e ai centri commerciali. Hanno tutti tra i 20 e 28 anni, lavorano a nero per una cooperativa “falsa”, quelle dove i soci lavoratori sono in realtà lavoratori sfruttati dal caporale che li chiama per fare il lavoro che i facchini più anziani, i quarantenni assunti con i contratto della logistica, non sanno fare più perché hanno le ossa spezzate. Sono i compagni di Abd El Salam, il facchino ucciso il 14 settembre del 2016 durante un picchetto ai cancelli della Gls, mentre tentava di bloccare le merci in uscita dal magazzino. Picchettava con gli altri perché Gls non rispettava gli accordi che aveva sottoscritto promettendo di stabilizzare i precari. Abd El Salam aveva il contratto a tempo indeterminato, ma lottava con gli altri perché, come ripetono i suoi colleghi:“Tocchi uno, tocchi tutti”.

A denunciare non sono in quaranta ma 29, perché qualcuno occorre che nel processo faccia il testimone e qualcun altro è andato via, a inseguire da qualche altra parte un contratto regolare, per non perdere il permesso di soggiorno. Quelli che hanno denunciato sono stati sbattuti fuori. Sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini: “Continueremo a fermare i camion delle merci con i nostri corpi, fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni, ma non picchiamo i crumiri che vengono assunti a chiamata quando noi picchettiamo, perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone”. Per mesi hanno vissuto tra l’incudine e il martello. L’incudine era denunciare e ritrovarsi l’Agenzia delle entrate a chiedere le tasse non versate: “Farlo nella speranza però di ottenere giustizia, prima o poi, di ottenere il contratto”, sempre che nel frattempo la cooperativa non fallisca (“Non venga fatta fallire”, dice Roberto Montanari, dell’Unione Sindacale di Base) e i lavoratori non si ritrovino peggio di prima, “con l’azienda che non ha mai versato i contributi per la loro pensione e le tasse da pagare per i mesi lavorati a nero”. Il martello è non denunciare e perdere il permesso di soggiorno, il diritto di restare nella Repubblica fondata sul lavoro, un diritto riconosciuto solo allo straniero che ha un lavoro e non a quello costretto da un italiano a lavorare a nero. Così aspettano a denunciare, con “lei” che promette che il contratto arriverà presto. Ora che si sono decisi, hanno portato in questura gli audio delle telefonate. Partono le indagini, per questo non posso fare il nome di “lei”, ma faccio la cosa che sempre vorrei fare quando racconto le storie dei lavoratori che lottano per i loro diritti: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane, 26 anni, dalla Costa d’Avorio. Coulibaly Assamado, 23 anni, dalla Costa d’Avorio. C. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane, 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.

Impennata dei posti di lavoro a rischio: dal 2012 un +37%

Ben162 tavoli di crisi aziendale aperti al ministero dello Sviluppo (Mise), in gioco il lavoro per 180mila persone: i dati 2017 sono i più alti degli ultimi sei anni, con un aumento dei posti di lavoro a rischio che dal 2012 è del +37% sia pur in un quadro che per il ministero è di “sostanziale stabilità”. Oggi su Embraco, come sull’Aferpi di Piombino, i fari mediatici si accendono di volta in volta su vertenze diverse, ma c’è uno scenario di fondo pesante. Nel 2012 i tavoli aperti erano erano 119, i posti di lavoro a rischio 118mila. La media 2012-2017 – dati del ministero – è di 146 tavoli aperti per 143mila dipendenti interessati. Dal 2016 al 2017 i lavoratori coinvolti sono 25mila in più, dal 2012 +62mila: un aumento che, indica il ministero, “deriva dall’ingresso di alcune grandi imprese (come Alitalia e Almaviva) che in precedenza pur essendo interessate da difficoltà non avevano attivato un tavolo al Mise”; ma anche dal potenziamento delle strutture del ministero che “consente la gestione di più vertenze”. Il “tasso medio di soluzione positiva sui 6 anni è del 58%”. Nei sei anni pesa “una crisi sistemica” per gli elettrodomestici”, dal 2016 “crescita delle crisi” nella siderurgia, dal 2015 entrano nei tavoli i call center.