Coppola, che scoppola: 7 anni di cella

Un mese fa era scoppiato a piangere in aula. E davanti ai giudici aveva assicurato: “Sono sempre stato una persona per bene”. Ma i giudici del tribunale di Milano non gli hanno creduto. E l’immobiliarista Danilo Coppola, in passato tra i protagonisti delle scalate dei furbetti del quartierino, è stato condannato a sette anni di carcere per bancarotta fraudolenta in relazione a una serie di fallimenti. Una condanna che si aggiunge a quella a nove anni inflitta nel 2016 dal tribunale di Roma per altri crac. Ma questa volta rischiano di restare inguaiati alcuni pezzi da novanta della finanza, per i quali il tribunale ha disposto la trasmissione degli atti alla procura con l’ipotesi che abbiano concorso ai reati di bancarotta. Tra di loro Pier Francesco Saviotti, ex amministratore delegato del Banco Popolare, istituto di cui Coppola in una delle ultime udienze aveva detto: “Ci ha finanziato e sapeva benissimo quali erano le condizioni del gruppo Coppola, dal 2009 ha diretto tutte le operazioni che noi abbiamo eseguito”. Per poi tirare in ballo una serie di “autorevoli professionisti” che hanno assistito l’immobiliarista nelle sue operazioni e la cui posizione verrà ora valutata dai pm: l’avvocato ed ex deputato di Forza Italia Vittorio Emanuele Falsitta, il commercialista Paolo Costanzo, l’advisor Arnaldo Borghesi (ex Lazard Italia), gli avvocati Francesco Gianni e Giuseppe Mercanti.

Al centro del processo tre bancarotte. Quella di Porta Vittoria spa, società protagonista di un’operazione immobiliare mai portata a termine su un’area da 151mila metri quadri in zona sud-est di Milano, fallita nel 2016. E le bancarotte di Gruppo Immobiliare 2004, fallito nel 2013 con un buco di circa mezzo miliardo di cui 320 milioni di debiti con l’erario, e della società Mib Prima, fallita nel 2015.

Non è la prima volta che Coppola, tra le altre cose ex azionista di Mediobanca, finisce sulle cronache giudiziarie. Fu uno dei protagonisti delle scalate bancarie del 2005 dei furbetti del quartierino. Arrestato nel 2007 dalla procura di Roma con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta, riciclaggio, falso e appropriazione indebita, fu assolto in appello nel 2013. Tre anni dopo, ad aprile 2016, la condanna a Roma per il crac da 300 milioni di una decina di sue società. E il mese successivo l’ arresto per l’inchiesta milanese che ieri ha portato alla sentenza di primo grado. Oltre alla condanna a sette anni, i giudici, presieduti da Luisa Ponti, hanno disposto per Coppola le pene accessorie di rito, come l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. E in aggiunta il risarcimento danni alle società fallite, ora parte civile: 153 milioni a Porta Vittoria, a garanzia dei quali è stato mantenuto il sequestro di immobili già congelati, e una provvisionale di 50 milioni al Gruppo Immobiliare 2004. Accolte dunque quasi in toto le richieste dei pm Mauro Clerici e Giordano Baggio. L’immobiliarista, a cui sono stati confiscati anche i titoli di due società lussemburghesi, è stato invece assolto dal reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte all’erario con cui ha un debito milionario. Prescritti alcuni reati minori. Probabile il ricorso in appello di Coppola, che si è sempre dichiarato innocente.

Alchimia Alitalia: vende pezzi a 1.500 e li ricompra a 215 mila

Questa è la storia di un pezzo che era di ferro quando è uscito dai magazzini Alitalia di Fiumicino e si è tramutato in oro dopo un volo sopra l’Atlantico, una lunga peregrinazione negli Stati Uniti e il rientro nello stesso punto da dove era partito. Sembra una fiaba e invece è cosa vera. Quando il pezzo prese il volo era perché Alitalia lo stava dando via a 1.500 dollari, quando rientrò era perché lo stesso pezzo Alitalia lo ricomprava a un prezzo 143 volte superiore: 215 mila dollari. Il prodigio avviene tra novembre 2014 e marzo 2015, negli stessi mesi in cui la compagnia aerea era piombata nell’ennesima turbolenza, costretta a cambiare pelle trasformandosi da italiana in araba. Era il momento in cui l’Emiro di Abu Dhabi con Etihad si presentava con i dollari in mano (non molti, per la verità) e in cambio pretendeva la decimazione dei lavoratori italiani. Così fu: Alitalia licenziò la bellezza di 2.251 persone proprio nelle stesse settimane in cui si compiva il miracolo del ferro trasformato in oro. Mentre molti piangevano per la perdita del lavoro qualcuno in azienda si gonfiava il portafogli. Insomma, ci sarebbe stato chi avrebbe approfittato del marasma della crisi e dei vortici di cambi di proprietà per spolpare ulteriormente la compagnia (che sarebbe vittima della truffa).

Di chi si tratti intendono scoprirlo i magistrati di Civitavecchia competenti a indagare sulle faccende Alitalia. Alla Procura il portentoso caso del ferro d’oro è stato segnalato, con relativa documentazione allegata, dal sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, a cui era stato prospettato da alcuni dipendenti e sindacalisti Cub Alitalia nel corso di un’assemblea pubblica. Il sindaco ha passato la documentazione anche ai commissari Alitalia e la compagnia ora fa sapere al Fatto di ritenersi parte lesa e di avere a sua volta presentato un esposto-denuncia alla Procura di Civitavecchia. L’ex vice ministro dell’Economia Stefano Fassina, candidato alla Camera per Liberi e Uguali, martedì ha sottoposto con una lettera l’inquietante vicenda anche al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, avanzando il sospetto che il caso del ferro d’oro non sia isolato benché clamoroso. Ma rientri piuttosto in quell’enorme capitolo che va sotto il titolo di extracosti, 450 milioni di euro di creste sulle spese essenziali, dal carburante all’handling, dalla manutenzione al leasing degli aerei che hanno strangolato la compagnia fino al fallimento. La cifra in questione, 215 mila dollari per un solo componente di un motore, autorizza a pensare che la faccenda sia transitata dagli uffici dei dirigenti Alitalia.

Secondo la terminologia tecnica, il pezzo trattato è un noozle, un ingranaggio che serve ad agganciare alle alette della turbina la parte interna di un motore aereo, nel caso specifico un General Electric 90 per Boeing 777. Così come risulta dai documenti Alitalia di cui Il Fatto è entrato in possesso, il 27 novembre 2014 il noozle viene spedito dall’Alitalia alla Kp Aviation di Reno nel Nevada, azienda specializzata nella fornitura di componenti d’aereo. Secondo la descrizione allegata il pezzo risulta costruito il 16 giugno 2008, ma sei anni dopo è ancora nuovo o almeno non usato: tempi di uso e cicli di utilizzo zero. Perché venga venduto non è chiaro: c’è chi sostiene che in quei mesi burrascosi Alitalia si sarebbe liberata di parti intere del magazzino ricambi. Il prezzo fissato è 1.500 dollari.

Passano i mesi, il pezzo attraversa tutta l’America e il 27 marzo 2015 riappare alla East Air Corporation di Hackensack nel New Jersey, altra azienda specializzata in forniture aeree. Che sia lo stesso noozle planato mesi prima in Nevada non ci sono dubbi: il numero di serie che lo contrassegna, che è come il numero di telaio di una qualsiasi auto, è lo stesso. A questo punto il pezzo di ferro viene rimesso in volo, destinazione Fiumicino, magazzini Alitalia. E nel tragitto si tramuta in oro. Prezzo di acquisto 215 mila dollari. Il certificato di rilascio autorizzato della East Air Corporation definisce “nuovo” il noozle e questa circostanza insieme alla descrizione iniziale dello stesso componente fatta da Alitalia ha per ora portato a ritenere che la storia del pezzo di ferro d’oro implichi la corruzione, ma non riguardi la sicurezza dei voli. Insomma: il noozle sarebbe partito nuovo da Fiumicino e sarebbe tornato nuovo a Fiumicino dopo aver fatto il giro del mondo. All’Enac, l’Ente dell’aviazione civile a cui il caso è stato sottoposto per una valutazione tecnica, ritengono sia proprio così. Speriamo abbiano ragione, cioè che il noozle Alitalia fosse davvero nuovo e non già usato. Un usato ricomprato a peso d’oro come nuovo. E il giro di pezzi emigrati e poi tornati a prezzi centuplicati potrebbe essere più grosso.

Anche i No Tav si spaccano: tra M5s e Potere al Popolo

“Bisogna votare il M5s”. L’ex portavoce dei No Tav, Alberto Perino, prende le distanze da Nicoletta Dosio, la “pasionaria” del movimento in Valsusa che si è candidata nelle liste di Potere al Popolo. Durante un incontro al palasport di Bussoleno, per la presentazione dei candidati pentastellati, Perino rivolgendosi ai 5stelle ha detto: “Queste sono persone che hanno fatto cose eccezionali, ma hanno fatto una legge elettorali per fotterli”. E aggiunge: “Noi dobbiamo farci carico di fare campagna elettorale per loro”. Quindi il riferimento alla candidata con Potere al Popolo, Nicoletta Dosio: “A me dispiace che qui in Valle ci siano persone No Tav che sono in un’altra lista. Io a Nicoletta le faccio un monumento” ma, per Perino, si pone il problema della dispersione di voti. “Alla fine sono voti che ti distruggono e ti tolgono delle possibilità a riuscire ad arrivare a fare quello che hai fatto negli ultimi cinque anni o magari fare anche di più – ha aggiunto – Io starei malissimo se dopo il 4 marzo dovessimo notare che i voti che potrebbero essere mancati a qualcuno dei nostri candidati sono andati persi in un’altra lista che corre, certo No Tav come la nostra, ma che alla fine non concludono nulla”.

Il governo ammette: sul Tav ci siamo sbagliati, ma si farà

Dicono che il tempo è galantuomo. Forse è così. Un esempio è quello che emerge dalla lettura di un recente documento dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino – Lione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica… Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni”.

Scusateci, sembrano dire i tecnici dell’Osservatorio, ma dieci anni fa era impossibile prevedere quanto sarebbe emerso in seguito. Verrebbe da domandarsi il perché, allora, fare delle previsioni. Ma la realtà è molto diversa da quella narrata nel documento. A più riprese, fin dal 2005, ben prima dunque del manifestarsi della recessione economica, sono stati pubblicati numerosi contributi di economisti dei trasporti che mostravano come le previsioni di crescita dei traffici fossero del tutto irrealistiche. Vediamo alcuni numeri: in base alle previsioni governative, nel 2035 lungo il corridoio di progetto del Tav avrebbero dovuto transitare oltre 43 milioni di tonnellate di merci su strada e 15 su ferrovia; a metà secolo i flussi su strada avrebbero dovuto superare gli 80 milioni di tonnellate. Tali previsioni erano incoerenti con l’evoluzione storica dei traffici. La strada aveva conosciuto una rapida crescita fino alla prima metà degli anni ‘90 dello scorso secolo per poi declinare, anche in ragione del forte aumento dei pedaggi praticati lungo i trafori del Monte Bianco e del Fréjus, nella decade successiva e ulteriormente in quella immediatamente alle nostre spalle. Il traffico su ferrovia ha oscillato tra gli 8 e i 10 milioni di tonnellate tra il 1980 e il 2000. Tra il 2003 e il 2011 la galleria è stata ammodernata con forte limitazione della circolazione dei convogli. Nel periodo successivo alla conclusione dei lavori non si è registrata alcuna ripresa dei flussi che si attestano attualmente intorno ai 3 milioni di tonnellate (lo stesso valore registrato a fine anni ‘60).

Seppure in clamoroso ritardo, sono ora gli stessi proponenti del progetto a porsi l’interrogativo. Leggiamo ancora nel documento: “La domanda che i decisori devono farsi è invece un’altra: ‘Al punto in cui siamo arrivati, avendo realizzato ciò che già abbiamo fatto, ha senso continuare come previsto allora? Oppure c’è qualcosa da cambiare? O, addirittura, è meglio interrompere e rimettere tutto com’era prima?’ ”.

Purtroppo, la risposta che viene data all’interrogativo sembra dare ragione a quanto scrisse Henry Kissinger: “Quando un ragguardevole prestigio burocratico è stato investito in una politica è più facile vederla fallire che abbandonare”. Si riesuma la retorica dell’anello mancante della rete ferroviaria europea, si ripropongono le già più volte confutate motivazioni ambientali a favore del trasferimento modale dalla strada alla ferrovia. La qualità dell’aria, a Torino, in Valsusa come in tutta Europa è in miglioramento da decenni. Tale tendenza proseguirà in futuro grazie alla progressiva sostituzione dei mezzi più inquinanti: dieci veicoli pesanti a standard Euro VI emettono come uno solo Euro 0. Gli storici utenti del Fréjus e del Monte Bianco sanno molto bene come la qualità dell’aria nei trafori un paio di decenni fa fosse ben peggiore di oggi. Si può aggiungere, tra parentesi, che la qualità dell’aria al confine italo-francese dove il 93% delle merci utilizza la strada è migliore rispetto a quella lungo il confine svizzero.

Si riafferma di voler proseguire lungo il percorso intrapreso senza peraltro fornire alcun nuovo elemento quantitativo a sostegno della fattibilità economica del progetto. Per molti decenni non si registrerà infatti alcun vincolo di capacità sulla rete stradale, unico fattore che potrebbe, a determinate condizioni, giustificare l’opera. I tunnel stradali sul versante occidentale delle Alpi sono infatti utilizzati all’incirca per un terzo ed è in fase di realizzazione una seconda “canna” del traforo del Fréjus che allontanerà ulteriormente la prospettiva di saturazione delle infrastrutture esistenti.

Come dimostra l’esperienza svizzera, neppure con il tunnel di base la ferrovia potrebbe diventare competitiva con la strada e dovrà continuare a essere pesantemente sussidiata. Non solo, come ebbe a dire tempo fa l’ex presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta: “Toccherà al governo mettere in campo politiche di disincentivo economico del trasporto su gomma a favore di un trasferimento modale, specie delle merci, verso il ferro”. Politiche di disincentivo economico significano un incremento artificiale dei costi del trasporto: è come se un’impresa incapace di contrastare un concorrente di maggior successo chiedesse al governo di incrementare il livello di tassazione che grava sui servizi prodotti da quest’ultimo per metterlo fuori mercato o, peggio, ne impedisse l’acquisto.

La conferma del progetto non può che essere giudicata un pessima scelta: costosa per i contribuenti che pagheranno prima per la costruzione e dopo per incentivare l’uso dei servizi, dannosa per l’economia come dimostrano le analisi costi-benefici indipendenti e irrilevante per l’ambiente. Ma assai gradita dai costruttori e da un manipolo di operatori ferroviari che vorrebbero prosperare a nostre spese.

“La Torino-Lione superata e dannosa: ripensiamoci”

Dopo trent’anni di proclami e di progetti il TAV Torino-Lione è ancora ai blocchi di partenza, essendo state realizzate solo alcune opere preparatorie, anche se “l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera” è stato autorizzato dal Parlamento che ha ratificato precedenti accordi tra Italia e Francia. Nel frattempo molte cose sono cambiate. È stato pubblicato un documento dell’Osservatorio per il Tav istituito presso la Presidenza del Consiglio in cui si riconosce che “molte previsioni fatte 10 anni fa, sono state smentite dai fatti”, salvo poi giustificare la realizzazione del tunnel di base e di altri interventi non meno devastanti in territorio italiano adducendo nuove opinabili ragioni concernenti l’asserita necessità di ammodernare un’infrastruttura obsoleta e non integrata. Siamo, dunque, di fronte a un’opera progettata e studiata per far fronte a un aumento a suo tempo definito insostenibile dei traffici che viene infine deliberata dando atto del venir meno dei presupposti iniziali. È un’evidente anomalia tanto più grave se si considera che le “nuove ragioni” non sono sorrette da alcuna analisi indipendente dei costi-benefici e del ciclo di vita dell’opera e sono contestate da autorevoli tecnici di diversa estrazione, con riferimento sia agli studi previsionali sia ai modelli analitici usati (è stato presentato alla Procura di Roma, da parte di diversi soggetti tra cui alcuni sindaci della Valle, un esposto, in fase di indagini preliminari). In tale contesto, elementari ragioni di trasparenza e di prudenza impongono una riflessione e la riapertura da parte del governo di un confronto con i cittadini, le istituzioni, i tecnici da queste nominati e, più in generale, il mondo degli studiosi e dell’economia. Per questo rivolgiamo alla politica e al governo un appello: la decisione di costruire la linea ferroviaria è stata presa 30 anni fa. Oggi tutto è cambiato, i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati. Aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe, dunque, né battute d’arresto né ritardi. Sarebbe un atto di responsabilità.

Tra gli altri Massimo Bray, don Luigi Ciotti, Paolo Cognetti, Vittorio Emiliani, Carlo Freccero, Elio Germano, Paul Ginsborg, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Marco Revelli, Salvatore Settis e Gino Strada

 

Don Ferrante e il nuovo Marx: accorati appelli per Gentiloni

Eniente, manca ancora una settimana al voto e siamo già agli accorati appelli. Ieri sul Corsera, ad esempio, Michele Salvati – economista ed ex deputato Ds col dubbio merito di essere stato il primo a proporre di costruire il Pd, uomo che potremmo definire il Don Ferrante del vincolo esterno – invitava gli italiani, che pure considera primati non del tutto evoluti, a votare Renzi, o comunque il centrosinistra, o almeno Forza Italia. “Il discrimine”, ci fa sapere, è “un’Europa senza se e senza ma” e per due motivi: il primo è che così sulle politiche italiane non potranno decidere gli italiani, specie quelli che non sono d’accordo con Don Ferrante Salvati sul fatto che la peste non esiste; il secondo è che l’Ue (che lui chiama Europa) “è l’unico modo per moderare le conseguenze negative di una globalizzazione senza freni”. E che diamine! Un freno ci vuole: l’azienda brasiliana X del gruppo Usa Z mica può prendere e spostarsi da Torino in Bangladesh così; no no, nell’Ue prima viene frenata in Slovacchia e da lì poi, con calma, se ne va in Bangladesh. Su Repubblica, invece, Mario Tronti, già teorico operaista e negli ultimi cinque anni senatore Pd, schiera il peso della sua storia a sostegno del governo rivoluzionario di Gentiloni, Padoan e pure di Carlo free trade Calenda: dice che teme “l’umor nero” del popolo (ma com’è che sono così incazzati se il governo è tanto bravo?). L’uomo già noto come “il Marx italiano” finisce dunque per novellare l’antico adagio: a vent’anni incendiario, a quaranta entrista, a sessanta pompiere, a ottanta Gentiloni.

Gentiloni il serio tutela in Val di Susa gli affari del Tav

In questa campagna elettorale c’è un’impostura. Si descrive, anche molto autorevolmente, il candidato eterno premier Paolo Gentiloni come profeta del governo serio e responsabile. Sarà lui a preservare la stabilità del Paese dalle insidiose promesse “spendi e spandi” dei candidati? Bisogna essere un po’ storditi per credere che l’erede e continuatore di una storia che ha i suoi pilastri in Berlusconi a Renzi ci tutelerà dalle promesse irresponsabili di Renzi e Berlusconi. Per non mettersi a ridere e capire la serietà del problema basta andare sul sito del governo a leggersi un recente documento sul Tav Torino-Lione. Lì si capisce quale tradizione di buongoverno Gentiloni incarni. È quella secondo cui dare il reddito di cittadinanza, abolire il canone Rai o dimezzare le tasse sono chiacchiere irrealizzabili ma imperdonabili per i mitici mercati; mentre continuare a buttare miliardi su un’opera inutile come la Torino-Lione è molto saggio e indice di grande senso di responsabilità.

La Tav in Val di Susa anticipa e rappresenta le larghe intese nell’accezione più scandalosa. Al nuovo tunnel sotto le Alpi hanno consacrato riti propiziatori tutti i governi e ministri degli ultimi quindici anni, dallo scavatore di gallerie berlusconiano Pietro Lunardi all’Antonio Di Pietro in versione prodiana che disattivava la modalità “angelo vendicatore” e si inginocchiava ad autostrade o ferrovie. Per anni ogni esperto con un po’ di sale in zucca (non solo l’opposizione locale) ha spiegato che non serviva una ferrovia nuova per un traffico merci che poteva essere tranquillamente smaltito dalla vecchia. Ma il succulento affare è stato difeso trasformando la discussione in un tema di ordine pubblico e addirittura di dignità dello Stato. Ed ecco che l’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione, cioè il governo, ammette che, per poter aprire i cantieri, hanno spacciato per anni cifre sballate.

Per i più giovani e gli smemorati: dieci anni fa raccontavano che in pochi anni il traffico merci sulla ferrovia Torino-Lione sarebbe cresciuto dell’80 per cento e nel 2015 la linea si sarebbe saturata. Peccato che nel frattempo il traffico merci su rotaia si sia dimezzato sia in Italia che in Val di Susa. Le Fs dichiarano di aver trasportato nel 2016 40 milioni di tonnellate, contro le 87 del 2000. Nel 2004 nel vecchio traforo ferroviario sono passate merci per 7 milioni di tonnellate, l’anno scorso ce ne sono passate meno di 4 quando la capacità è di almeno 15 milioni. Nel frattempo il fassiniano (sic) capo dell’Osservatorio Mario Virano è stato promosso alla società costruttrice delTav, dopo aver fatto l’osservatore neutrale con tale dedizione da finire a processo per omissione di atti di ufficio – riferisce l’agenzia Ansa – per non aver consegnato per anni certi documenti su questioni ambientali a un sindaco della valle che li chiedeva.

Il successore di Virano, Paolo Foietta, scrive oggi a nome del governo italiano: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti”. Ma bravi, e complimenti per la buona fede. Però grazie a Dio abbiamo al governo il saggio Gentiloni e il tunnel si fa lo stesso, in nome del più cristallino metodo Sticazzi. E i contribuenti? Si fottano: “Occorre lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse”. Ma bravi. E perché non far giudicare agli elettori? Niente da fare, quando scende in campo il partito del cemento a lorsignori piace l’occultismo. Il popolo discuta se mantenere la Rai con il canone o con le tasse, ma lasci trafficare il saggio Gentiloni.

 

Chi vuole essere felice deve fare suo l’insegnamento di Gesù

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. (Marco 9,2-10).

La Trasfigurazione non si comprende se non rileggiamo il dialogo incoraggiato da Gesù con i discepoli poco prima della salita sul monte. Interrogatili su quale opinione avesse la gente e su che cosa essi pensassero al suo riguardo, Gesù accoglie l’entusiasta professione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo” cioè il Messia. In questa risposta, i discepoli sono troppo coinvolti col destino di Gesù. Il Maestro dona parole e compie segni attribuibili all’Inviato definitivo di Dio, e loro si sentono partecipi di questa “fortuna”. Per questo Gesù incomincia a rivelare loro, in modo esplicito e franco, il suo autentico destino. Il progetto messianico prevede per lui molte sofferenze e umiliazioni, fino alla sua morte violenta, non come spiacevole incidente di percorso, ma come compimento della liberazione definitiva dal male e dalla morte. Infine, sarebbe risorto! Pietro protesta con Gesù, sminuendo il valore della proclamazione precedente e si merita l’aspro rimprovero: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Non è incapacità di comprendere, ma è paura di compromettersi con il destino di Gesù e venirne travolti. D’ora in poi, non è possibile un programma alternativo. Seguire Gesù significa camminargli dietro con decisione radicale.

Gesù vuol far sperimentare a Pietro, Giacomo e Giovanni un momento di paradiso. Dopo la frustrazione di quell’annuncio che li ha disorientati, per un attimo possono condividere la bellezza e l’intimità di Gesù col Padre Suo, cogliere un po’ di quel mistero che abita in quell’Umanità santissima. Sul monte “fu trasfigurato davanti a loro”. Ed è sempre Pietro a prorompere: “Maestro, è bello per noi stare qui”. I tre vedono il mondo illuminato dall’incredibile bagliore di luce: non solo le cose assumono misura diversa, ma anche il parlare si fa divino. Infatti, Gesù conversa con Mosè ed Elia; il loro discorso verte di certo sul disegno di Dio che Gesù è venuto a compiere, che loro hanno preparato con la Legge e mantenuto vivo con la Profezia.

Pietro è pieno di gioia e vorrebbe dare stabilità a questo momento d’incanto e di comunione: “Facciamo tre capanne”. Chi di noi non ha la sua “capanna” pronta per rinchiudervi e rendere permanente il bene, chi non desidera stabilizzare la felicità della quale abbiamo sete insaziabile e chi non vive mendicando la libertà che perseguiamo con sforzi sempre inadeguati ad ottenerla?

Per questo, una voce dal cielo indica un volto riconoscibile dai discepoli: “È il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. State con lui, amate le cose che lui ama, combattete le cose che lui condanna, abbiate cura di coloro che sono da lui preferiti. La Trasfigurazione porta i discepoli e il credente al primo insegnamento del Maestro, le beatitudini! Per essere felici non c’è altro modo che fare nostro il suo insegnamento e viverlo con la forza dello Spirito donato da Lui Risorto.

 

La sinistra che c’era è andata a destra

La destra e la sinistra non esistono più. La frase, che circola anche nei migliori partiti, è come una benda gettata all’improvviso sugli occhi dei cittadini per costringerli a un gioco a mosca cieca. Dovunque cerchi, non trovi. L’epoca, affollata di computer e robot, non ha ricordi. Che senso ha cercare la destra del mercato e del capitale, se non esiste più (non conta niente) il sindacato della lotta di classe? Se sei italiano, però, prima di rispondere alla domanda su destra e sinistra, devi tener conto di un fatto.

L’Italia ha due destre, una di interessi economici e di difesa dei capitali, con la sua visione conservatrice. L’altra destra è ideologica, è fondata sulla violenza e sul potere, che trucca, tradisce, condanna, reprime, se ha il potere. Qual è la destra che non esiste più, al punto che vi dicono: la parola non ha più senso? Evidentemente la prima, che partecipava al gioco con la sinistra sapendo di avere sempre delle buone carte in mano, ma anche interessata (la pace sociale costa meno) a non rompere i ponti. Il fatto strano, almeno per l’Italia, è che è stata la sinistra ad alzarsi dal tavolo e ad abbandonare il gioco, imperfetto ma funzionante, delle due parti con interessi diversi e la comune convenienza. Mille convegni non hanno spiegato perché la sinistra se ne è andata o si è sempre più travestita da destra, arrivando a spingere più in là di quel che le imprese volevano. Qui è accaduto un effetto collaterale che forse la sinistra non aveva calcolato: il suo popolo, sentendosi non più rappresentato se n’è andato alla spicciolata, lasciando un largo spazio vuoto. Perché quello spazio vuoto sia tuttora celebrato come “il popolo della sinistra” non si sa. Certo che se c’è stato un tempo in cui la destra erano Agnelli e Pirelli e la sinistra erano Pertini e Berlinguer, stiamo parlando di un universo perduto. Ora c’è la sala vuota della Confindustria, ci sono i circoli chiusi del Pd e qualcuno ha la faccia tosta di organizzare la Festa dell’Unità dopo avere fatto morire, deliberatamente, il giornale di Gramsci. Il fenomeno però non è così simmetrico come sembra. Impossibile negare che la sinistra non c’è più, nel Paese in cui domina l’anelito di tagliare le pensioni e diminuire i salari (vedi Fornero e Whirpool). Ma, delle due destre, ne è rimasta una, quella ideologica e del potere, quella fascista. È viva negli Usa, con il suo presidente che vuole armare gli insegnanti, con il capo dell’estrema destra (alt right) Steven Bannon che è appena un passo dalla Casa Bianca, con i misteriosi contatti con Putin. È viva nei Balcani e nell’Europa dell’Est (dall’Ungheria all’Austria alla Polonia). E dove sembra che non ci sia fascismo compare un Breivik niente affatto povero e marginalizzato, un fascista abbiente e bene armato, che uccide in un paio d’ore cento giovani socialisti di una scuola di partito. Se pensate che il fascismo, per tornare a crescere, abbia bisogno di un popolo abbandonato dalla sinistra, ecco l’idea: dedicarsi a diffondere e far crescere la paura dell’immigrazione. Gli stranieri sono gente impura, non cristiana, sconosciuta, diversa, con cui vorrebbero obbligarti a dividere la vita fino a sottometterti. Poiché questo è ciò di cui bisogna occuparsi, anche con la forza, se necessario: qualcuno sta organizzando l’invasione di una immensa quantità di stranieri in Italia e dunque sta creando un grave pericolo per la pura razza italiana.

Se pensate di non aver notato nulla di così sconvolgente, ma solo povera gente terrorizzata da fame, guerra e dal pericolo di annegare in mare, se temete che ci sia una falsificazione o una esagerazione dei dati, ecco la vera notizia, il complotto. Come aveva previsto Umberto Eco ne Il pendolo di Foucoult, ne Il cimitero di Praga e nel bellissimo testo Il fascismo eterno, arriva la notizia del complotto. Qualcuno trama per la sostituzione dei popoli, i neri (i neri!) prenderanno, qui, nel nostro Paese di pura razza italiana, il posto dei bianchi. Naturale che i popoli non si sostituiscono da soli. Ci vuole il miliardario canaglia che, come è naturale in un mondo fascista, è ebreo. Si tratta di un certo Soros, e anche se persino Minniti o Salvini o Meloni o Lombardi (il cuore d’oro del M5S) non hanno ancora rivelato la causa di questo complotto (ci impongono di accettare nuovi schiavi o nuovi padroni?), il complotto c’è e vi partecipano persino (quando non sono in Siria a salvare bambini o in mare a salvare naufraghi) le Ong, compresi i “Medici senza frontiere” onorati dal presidente della Repubblica. E l’invasione continua. Non dite vanamente che l’invasione non c’è. Nessun partito importante in queste elezioni vi starebbe a sentire. Abbiamo dunque alcune certezze. La sinistra non c’è. Ma la destra, con il coraggio di dirsi fascista, c’è e conta.

Mail box

 

L’Italia si avvia alla paralisi grazie pure al Rosatellum

La destra ride, la sua estrema ad ispirazione fascista è di fatto sdoganata; Casini viene preferito ad Errani, Tabacci ride a fianco della Bonino, Berlusconi si congratula con Renzi per aver cancellato le ultime tracce di una sinistra che fu, quella una volta onesta, almeno negli intenti. Renzi non sembra gradire che Gentiloni possa impedire il suo ritorno a presidente del Consiglio, lo scopo sul cui altare ha scatenato da anni una lotta senza quartiere, usando le necessità dei cittadini come strumento occasionale, mai come fine istituzionale. L’Italia si avvia alla paralisi, non tanto politica, che forse sarebbe un bene, se ci fosse un’alternativa democratica, quanto di leggi e provvedimenti che continueranno sempre meno a favore dei bisogni e delle aspettative degli elettori, che saranno incolpati perfino dell’ennesima porcheria elettorale studiata dal Rosatellum.

Giampiero Buccianti

 

Un pericolo da scongiurare: Berlusconi al Quirinale

Ho ascoltato Massimo Cacciari, a Piazza Pulita, sostenere che la prima ipotesi per un nuovo governo sia quello espresso da un’alleanza formata dal Pd e da Berlusconi (dimenticando, non fosse altro per i numeri, di metterci dentro anche D’Alema e Maroni). Poi l’ex sindaco faceva una seconda ipotesi di un centrodestra con Belusconi e Salvini con un presidente del Consiglio di Forza Italia (Tajani).

Ecco, in caso di una vittoria di Berlusconi insieme a Salvini, a mio avviso non è affatto detto che la Lega non scavalchi Forza Italia.

Cosa succederebbe in tal caso? Berlusconi sarebbe lui a boicottare e a cercare di far cadere questo governo (o a non farlo nemmeno nascere) per non essere in posizione subalterna rispetto a Salvini. Ma c’è un grande “ma.” Salvini, con la prospettiva che la Corte dei Diritti Europea potrebbe far decadere la condanna di Berlusconi (speriamo che operino oculatamente), potrebbe trovare il modo di andare avanti: facendo balenare di fronte agli occhi di Berlusconi la possibilità di eleggerlo alla presidenza della Repubblica. God Save Mattarella! Perché è solo la presenza di Mattarella al Colle fino al 2022 (anno in cui Berlusconi avrebbe 86 anni) a poter far traballare questa prospettiva tutt’altro che recondita.

E comunque teniamo presenti due cose: Napolitano è stato rieletto Presidente della Repubblica a 88 anni; Berlusconi ci potrebbe tranquillamente arrivare a 86 anni e, pure a rimanerci per un mese, farebbe di tutto (persino lasciare governare Salvini) per far scrivere il suo nome fra quelli dei Presidenti della Repubblica Italiana. È l’unica cosa che gli manca e Silvio non è, ormai lo conosciamo bene, uno che si ferma all’ultimo giro di pista.

Al culmine di questa decadente Repubblica rifondata da Berlusconi, sulla televisione speriamo non si debba arrivare al risultato finale di un tele-voto che lo incoroni Mister Italia.

Giuseppe Cappello

 

Come per l’ultimo referendum dobbiamo partecipare al voto

Vorrei rivolgere un appello ai lettori del Fatto Quotidiano che pensano di astenersi, ma che si erano mobilitati nella grande vittoria del No il 4 dicembre 2016. So bene che la politica italiana è spesso uno spettacolo inguardabile, ma chiederei loro uno sforzo proprio in nome di quella straordinaria battaglia che non dev’essere sprecata.

I nemici della Costituzione sono sempre in agguato: nemmeno una batosta come quella subita nella consultazione del 2016 è bastata a mettere a tacere, almeno per qualche anno, gli immancabili ritornelli sulle riforme. Per questo è fondamentale, in mancanza di altre motivazioni per un voto, scegliere uno dei partiti che hanno difeso la Costituzione e ci offrono buoni argomenti per pensare che continueranno a farlo.

Antonio Maldera

 

Le promesse mai mantenute dell’uomo di Arcore

Mi spiace constatare purtroppo che l’italiano è uno strano tipo, non esistono fac-simili nel mondo. Posso capire, anche se non lo condivido, chi per rabbia o per protesta vota Cinque Stelle, ma sostenere un tipo come Berlusconi è da fuori di testa.

Come può una persona con un po’ di buon senso votare e credere a uno che ti ripropone le solite promesse mai mantenute da venticinque anni, uno che ci avrebbe portato nel baratro se non lo avessero fermato. Uno non candidabile per reati commessi, salvato da molti processi per prescrizione o per leggi ad personam quando governava, un puttaniere incallito con altri processi in corso, uno che ci ha fatto vergognare in ambito internazionale con le sue battute infelici, uno che dice di essere liberale e europeo e poi si allea con fascisti e razzisti che vogliono uscir dall’Euro e dall’Europa.

Il mio giudizio ricalca in parte quello che ha detto Di Battista: per me chi vota Berlusconi è un rincoglionito, eppure c’è ancora gente che crede alle sue tavolette sganciate senza pudore e con faccia di bronzo in questa campagna elettorale.

Carlo Giglioli