I populisti vincono anche quando non sono al governo

“I populismi si alimentano di un’illusione che può essere pericolosa: il recupero della sovranità. Ma si tratta di una promessa che non si può mantenere, perché le leve del potere sono, ormai, inesorabilmente altrove”.

Stefano Feltri. Populismo sovrano. Einaudi.

Giorni fa, sul “Corriere della Sera”, Federico Fubini osservava che gli ultimi giorni di questa campagna elettorale “verranno ricordati non per quello che dicono i candidati, ma per ciò di cui hanno smesso di parlare”. La spiegazione è semplice: “È ormai talmente evidente che i conti delle proposte dei partiti non tornano che i candidati, a questo punto, cercano di parlare d’altro”. Ma allora la domanda è: se sapevano di fare i conti senza l’oste perché promettere l’impossibile?. Una risposta la troviamo nelle pagine di un saggio sul populismo scritto da un altro giovane e brillante giornalista economico, Stefano Feltri, vicedirettore di questo giornale. Che coglie il punto citando a sua volta un articolo di Ernesto Galli Della Loggia sulla necessità di “ogni vincolo esterno e delle grandi coalizioni necessarie per rispettarlo”. In sintesi. Primo: la degenerazione della politica e della società italiana è iniziata con il trattato di Maastricht del 1992. Secondo: con la moneta unica si sono poste le basi del disfacimento del sistema politico italiano e della conseguente crisi di legittimità. Terzo: oltre alla prima Repubblica è finita negli anni Novanta, a causa di regole e limiti definiti in sede europea, la piena sovranità nazionale in materia di moneta e di bilancio. Quarto: i vincoli di bilancio privano la politica della principale leva del consenso, l’autonomia (e la disinvoltura) nell’uso della spesa pubblica. E dunque, spiega Feltri: “l’ascesa di leadership carismatiche si deve non soltanto al talento dei singoli protagonisti e alla loro capacità di sfruttare nuovi mezzi di comunicazione, ma anche al fatto che con meno controllo sulla spesa pubblica, un leader ai propri elettori non può offrire molto più del proprio carisma. E se il carisma è decisivo e la concretezza delle promesse elettorali degradata a mero dettaglio, l’ascesa dei movimenti populisti e dei loro capi urlatori era solo questione di tempo”. Analisi impeccabile a cui aggiungerei un paio di osservazioni. La prima riprende ciò che scrive Stefano nella sua premessa: che ormai “i populisti hanno già vinto anche quando non sono al governo”, poiché “tutti partiti, gli intellettuali, i giornali e le televisioni ne hanno assorbito il linguaggio, l’agenda, gli strumenti, le parole d’ordine”. Ciò spiega come mai le “urla” di Matteo Renzi (leader di un Pd dichiaratamente antipopulista) si siano aggiunte a quelle (populiste) di Matteo Salvini e dei discepoli di Beppe Grillo (Silvio Berlusconi è oltre il muro del suono), nella gara a chi la spara più grossa. Mentre, fateci caso, a parlare sottovoce sono rimasti Paolo Gentiloni e il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani. Non a caso, tra i più consapevoli che dal 5 marzo in avanti, terminato il carnevale elettorale comincerà la quaresima e l’Italia dovrà fare i conti con la Commissione Europea. Non a caso, entrambi tra i più seri candidati a guidare quel governo di grande coalizione di cui sopra. Infine: se gran parte della sovranità è altrove perché meravigliarsi se l’astensionismo cresce senza sosta? Se per una quota sempre più consistente di cittadini il voto sta diventando una pratica triste?

Palermo, un altro no alla scarcerazione di Marcello Dell’Utri

Anche la corte d’appello di Palermo ha detto no alla scarcerazione di Marcello Dell’Utri. Ai giudici palermitani si erano rivolti i legali dell’ex senatore di Forza Italia, che chiedevano, in sostanza, di dichiarare ineseguibile la condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, proprio alla luce della sentenza Contrada che ha stabilito che questo reato non era sufficientemente definito prima del 1994. Il collegio presieduto da Antonio Napoli ha rigettato l’istanza in quanto riguarda argomenti che sono già stati esaminati e respinti nel 2016. Decisione questa confermata in Cassazione. Solo a inizio febbraio, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto l’ennesima richiesta di scarcerazione per motivi di salute, stabilendo che Dell’Utri – che è affetto da problemi cardiaci cronici, diabete e un tumore alla prostata – può essere curato anche nell’attuale condizione di detenzione (si trova a Rebibbia) e che altrimenti, come ha già fatto, potrebbe scappare. Qualche settimana dopo questa decisione, l’ex senatore è stato trasferito nel Campus Biomedico di Roma, legato all’Opus Dei, per controlli medici.

Liggio, i fascisti, gli 007: la mafia anni 70 a Milano

Quando entrò nella macchina delle Fiamme Gialle che lo stavano arrestando, fu lui stesso a dire il suo vero nome: “Mi chiamo Luciano Liggio”, perché gli agenti pensavano si trattasse di un altro. Era il 16 maggio del 1974 e finì così la lunga latitanza del corleonese che liquidò la mafia feudale e latifondista di don Michele Navarra e aprì le porte di Cosa Nostra al commercio, all’edilizia e agli appalti. Nel libro Il Boss. Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità, da poco in libreria grazie a Castelvecchi, la brava giornalista Antonella Beccaria e Giuliano Turone, uno di quei magistrati ai quali l’Italia democratica deve molto, ricostruiscono a quattro mani la storia dell’imprendibile latitante che proprio Turone arrestò scoperchiando il lucroso affare dei sequestri di persona in Lombardia nella prima parte degli anni 70. Perché prima della ’ndrangheta calabrese e del banditismo sardo, i rapimenti come finanziamento delle attività illegali furono praticati da Cosa nostra al tempo in cui gli uomini di Liggio (nome che si è imposto sul Leggio, correttamente registrato all’anagrafe) frequentavano l’esclusiva enoteca di via Giambellino insieme ai fascisti e a quelli del Mar di Carlo Fumagalli – Pio La Torre, da vera avanguardia, lo disse chiaramente in una intervista a L’Unità del 21 luglio 1974: “Una parte dei proventi dei sequestri è stata utilizzata per finanziare il terrorismo nero”.

Entrando nelle storie dei sequestri, che Turone ricorda nei minimi particolari ricostruendo anche le vie che prendevano i soldi (in Svizzera e a Palermo), il lettore si troverà a fare i conti con una sensazione di sgomento: com’è possibile, si chiederà, che ancora oggi c’è chi osa negare la potenza del radicamento del crimine organizzato al di fuori degli insediamenti storici del meridione? Perché il quadro che abbiamo di fronte è proprio il dato storico della presenza mafiosa tra Lombardia e Piemonte già dai primi anni ’70 quando Cosa nostra installa attività economiche legali, compravendita di immobili, edilizia o ristorazione, e illegali, appunto i sequestri di persona, e poi ancora il riciclaggio su ampia scala. Lo sgomento del lettore non sarà forse lenito dall’apprendere che Liggio non era solo un boss potente ma anche un uomo protetto da una parte dello Stato.

Non si tratta della questione sollevata da Tommaso Buscetta a Falcone: “è un uomo malato di sbirritudine”. Se andiamo a guardare bene, gli uomini di Cosa Nostra si intrattenevano spesso con gli sbirri. No, il punto è che Liggio-latitante dal 1948 al 1964 e dal ’69 al ’74, dopo essere stato assolto al processo di Bari nel giugno del ’69 dovrebbe andarsene al soggiorno obbligato fuori da Corleone ma preferisce riprendere la sua latitanza. Infatti, il foglio di via non va nelle questure d’Italia: resta in un cassetto degli Uffici degli Affari Riservati, struttura della direzione generale della Pubblica sicurezza che si era ritagliata compiti di intelligence. Da quel momento si dilegua definitivamente, garantito da un pezzo dell’anti-Stato. Quando il colonnello Vessicchio bussa alla sua porta per mettergli le manette, Liggio prima di dire il suo vero nome, gli chiede, davvero incredulo: “È sicuro che non ci sia un errore?”.

A proposito: sapete perché Liggio fu arrestato dalla Guardia di Finanza, che per la prima volta partecipava ad una operazione non finanziaria? Turone scelse di collaborare con le Fiamme Gialle dopo aver scoperto che un carabiniere del Gruppo della Pastrengo di Milano guidata da Pietro Rossi, nome centrale nella strategia della tensione, era implicato nei sequestri in Lombardia. Inevitabile, a quel punto, “licenziare” gli investigatori dei carabinieri, perché è dannatamente vero quello che disse una volta Giulio Andreotti: “Ahi l’Arma! Fedele nei secoli ma nel breve periodo… meno”.

Intercettazioni, Pd spaccato Bindi: cambiare. Orlando: no

La presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi chiede verifiche sulla riforma delle intercettazioni voluta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, che entrerà in vigore a luglio: “Sono certa che se questo provvedimento non dovesse essere efficace per la lotta alla mafia, non potrà venire meno la vigilanza di tutti perché si apportino eventuali modifiche”, ha detto ieri dopo le gravi preoccupazioni espresse dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato dalle pagine del Fatto sia sulla mancanza di effettivo controllo del pubblico ministero sul lavoro della polizia giudiziaria, previsto dalla legge, sia in merito al rischio, concreto, che vada disperso il patrimonio di condivisione delle informazioni fra Procure, “eredità preziosa del metodo Falcone”, anche con il coordinamento della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo.

“Sappiamo che questa, come tutte le riforme di questa legislatura, ha detto Bindi, compreso il codice Antimafia, sarà oggetto di un monitoraggio non formale da parte di tutte le istituzioni. Sono sicura che il ministro Orlando, finché resterà in carica, e chi verrà dopo di lui, non potrà non prendere in considerazione il parere delle Procure, di quelle più esposte”.

Nel suo intervento, Scarpinato ha parlato di “aspetti ambigui e insidiosi” della riforma intercettazioni a proposito del divieto per la polizia giudiziaria di fare un riassunto, il cosiddetto brogliaccio, come avviene, invece adesso, delle registrazioni che non reputa rilevanti, in modo che sia effettivamente il pm a decidere su rilevanza e utilizzo. Questo divieto sarebbe bilanciato, spiega il Pg, da “annotazioni contenenti una sintesi delle conversazioni che” la polizia giudiziaria ha ritenuto “non rilevanti e la cui trascrizione è stata omessa”. Ma, osserva Scarpinato, “a causa dell’ambigua formulazione della norma sulle annotazioni” il ministero “nella relazione illustrativa ha, invece, fornito indicazione che gli ufficiali di pg non hanno l’obbligo di informare sistematicamente il pm con apposite annotazioni… ma solo se nutrono il dubbio se si tratti di conversazioni rilevanti o meno” e quindi se debbano trascriverle.

Il ministero della Giustizia ha replicato a Scarpinato: la sua “lettura non trova riscontro nel chiaro dettato normativo. La polizia giudiziaria non ha alcun potere di decidere sulla irrilevanza delle conversazioni captate, ogni decisione a tal proposito spetta solo e soltanto al pm”.

Il ministero sostiene, inoltre, che la riforma è “in piena continuità con le linee direttrici dell’ordinamento processuale e della migliore esperienza investigativa degli anni del ‘pool antimafia’ di Giovanni Falcone”.

Nella replica si riportano passaggi della relazione illustrativa del decreto legislativo in cui si dice che “l’ufficiale di polizia giudiziaria è un mero delegato all’ascolto” e che il pm “ben può dettare le opportune istruzioni e direttive al delegato per concretizzare l’obbligo di informazione preliminare sui contenuti delle conversazioni di cui possa apparire dubbia la rilevanza”. Quanto poi al problema posto da Scarpinato sulla dispersione di materiale investigativo magari irrilevante per una Procura e “rilevantissimo” per un’altra, il ministro sostiene che la nuova disciplina “non interferisce in alcun modo” sul coordinamento.

Ma un punto cruciale su cui verte l’intervento del Pg Scarpinato è sull’indicazione del ministero della “non obbligatorietà” per la polizia giudiziaria di fare “annotazioni sistematiche” al pm che, quindi, non avrebbe sempre l’effettivo potere decisionale sull’uso del materiale. È vero che non si tratta di “circolare interpretativa”, come erroneamente ha scritto il Fatto in un box, ma di una “relazione illustrativa” del ministero come indicato da Scarpinato.

Bullismo, 12 enne picchia una coetanea perché “grassa”

Il bollettino delle violenze nella scuola si allunga. Anche ieri la cronaca racconta episodi che stridono con il contesto educativo in cui avvengono. In una scuola media di Augusta (Siracusa) un dodicenne ha colpito con pugni in faccia una ragazzina, coetanea, perché ritenuta grassa. L’aggressione è avvenuta davanti gli altri compagni e l’insegnante di sostegno, che ha avvisato la mamma dell’alunna finita al pronto soccorso. I carabinieri, dopo la denuncia da parte dei genitori della vittima di bullismo, hanno informato l’autorità giudiziaria. Sempre in Sicilia altre due vicende dove le “bulle” però sono insegnanti. A Modica (Ragusa) due maestre della scuola materna De Amicis, accusate di maltrattamenti nei confronti degli alunni, sono state rinviate a giudizio. Le due docenti, di 60 e 45 anni, sospese dal servizio dal ministero dell’Istruzione, sono accusate di avere tenuto atteggiamenti aggressivi e ingiuriosi nei confronti di un minore di origine tunisina, i cui genitori si sono costituiti parte civile. Mentre a Trapani dopo tre mesi di indagini la polizia ha denunciato quattro maestre per violenze fisiche e verbali contro i propri alunni di una scuola elementare. Insegnanti interdette per un anno.

“Rei” contro la povertà, un appello ai partiti

In questa campagna elettorale il tema della povertà è stato evocato più volte dalle forze politiche e sono state ipotizzate anche alcune soluzioni, pur in assenza di un vero e proprio confronto pubblico sulle diverse misure. A partire dall’1 dicembre, è in vigore il Reddito di inclusione e di questo sarebbe interessante discuterne. Il Rei è nato dopo un intenso confronto tra il Parlamento, il governo e l’Alleanza contro la povertà in Italia. L’introduzione del Rei è un risultato storico, che dota l’Italia di una misura nazionale, strutturale, contro la povertà assoluta. Si tratta, però, del primo passo.

Ora come Alleanza chiediamo alle forze politiche tre cose. La prima è estendere la copertura del Rei e incrementare il contributo economico, affinché si possa “coprire” tutti quei 4,7 milioni di poveri assoluti con contributi adeguati. La seconda è riconoscere l’importanza dell’attuazione: occorre monitorare e valutare, correggendo le disfunzioni, e non ripartire ogni volta da zero. La terza è fare del Rei il punto di partenza per un rinnovamento del welfare.

Per questo abbiamo scritto un manifesto in cui invitiamo tutte le forze politiche a conservare e implementare il Rei. Una riforma così (così condivisa con le forze sociali, così faticosa da “partorire”, così strutturale) merita di essere tenuta al riparo dalla temperie elettorale, perché può essere il comun denominatore di ogni forza politica, di ogni disegno di welfare che intenda partire dai più poveri. Non so se si può parlare di patto, di lodo, di impegno o di qualunque altra cosa serva a dire che la lotta alla povertà ci può unire proprio attraverso uno strumento come il Rei che è moderno e impegnativo, che è una sfida per tutta la Repubblica e una speranza per quei milioni di persone che vivono in povertà assoluta.

 

La Madia ci chiede i danni, ma il “Fatto” li chiederà a lei

Dopo averlo annunciato quasi un anno fa, a pochi giorni dalla fine della campagna elettorale il ministro Marianna Madia (Pd) ha convocato il Fatto Quotidiano, il direttore Marco Travaglio, il vicedirettore Stefano Feltri e la collaboratrice Laura Margottini, dando il via alla procedura di mediazione che prelude, salvo accordo fra le parti, piuttosto improbabile, all’introduzione della causa civile per risarcimento danni, definito allo stato “indeterminato”. La Madia contesta gli articoli sulle irregolarità nella sua tesi di dottorato che hanno avuto una “eco vastissima”, articoli dai quali il ministro si è sentita “gravemente diffamata e ingiuriata”. Le “accuse” infondate, secondo la denuncia degli avvocati Nicola Madia e Giuseppe Niccolini, sono tre: aver copiato la tesi di dottorato in Economia del lavoro discussa all’Imt di Lucca nel 2008, “aver altresì copiato altri saggi su riviste scientifiche”, non essersi mai recata all’università di Tilburg, dove, secondo quanto dichiarato nella tesi, la Madia avrebbe dovuto svolgere un esperimento di economia comportamentale al centro del terzo capitolo del lavoro. Queste notizie sono “false”, scrivono gli avvocati, come hanno certificato la commissione istituita dall’Imt, la perizia della società Resis, e il Cambridge Journal of Economics.

In realtà il Fatto non ha mai contestato alla Madia di “aver copiato” l’intera tesi di dottorato, ma di non aver rispettato le regole sulle citazioni, con oltre 4000 parole riprese da lavori altrui senza che questo fosse evidente dal testo. E non soltanto per aspetti marginali ma anche, tra l’altro, per il modello economico al centro del secondo capitolo che, alla lettura, pare una creazione originale della Madia, mentre così non è. Queste irregolarità sono state confermate sia da esperti indipendenti contattati dal Fatto – che hanno riscontrato un numero maggiore di parole riprese da lavori altrui senza corretta citazione – e perfino dalla perizia Resis, società incaricata da Imt di analizzare la tesi (e tutt’altro che terza perché titolare di un contratto assegnato senza gara per quasi 40.000 euro per docenze e consulenze proprio da Imt). La perizia, e dunque la commissione, hanno poi assolto la Madia sostenendo che nella ricerca economica vigono standard sul plagio e sulle citazioni diversi da altre discipline, giudizio inedito e subito contestato dalla Società italiana degli economisti e da accademici importanti come Roberto Perotti della Bocconi. Il Cambridge Journal of Economics ha ritenuto di non sanzionare l’articolo firmato da Madia e dalla collega Caterina Giannetti ma resta il fatto che quell’articolo, con due autrici, appare pressoché identico nella tesi ma a firma della sola Madia. E omettere la presenza di un co-autore in un lavoro di dottorato è una scorrettezza grave, come riconosce anche la perizia di Resis.

E veniamo all’università di Tilburg: il Fatto ha più volte contattato l’ateneo olandese in cerca di una conferma di quanto dichiarato dalla Madia nella tesi, cioè di essere stata lì come “short visiting PhD student” e di aver condotto nel CENTER dell’università un esperimento di economia comportamentale sull’impatto della flessibilità contrattuale sul comportamento di lavoratori e aziende. Tilburg non ha mai fornito elementi a sostegno di queste affermazioni, dell’eventuale passaggio della Madia non esiste alcuna prova, dicono dall’ateneo, e neppure dell’esperimento sui cui risultati si regge un terzo della tesi (e questo è inusuale perché questi esperimenti devono rispettare protocolli standard che richiedono autorizzazioni e liberatorie). Il 15 febbraio, in una intervista a Vanity Fair, per la prima volta la Madia ha risposto a una domanda precisa sul punto: “All’Università di Tilburg è andata davvero a svolgere un esperimento di tesi?”. Risposta: “Ma certo, ho partecipato a un seminario informale dove ho presentato un articolo della tesi. Ci sono professori che sono pronti a testimoniare in tribunale”. Neppure la Madia, quindi, conferma quando dichiarato dieci anni fa nella tesi: a un seminario informale si presentano risultati o si ascoltano relazioni altrui. Ma se ha soltanto seguito un seminario, dove e quando ha svolto l’esperimento? E come mai non ha lasciato traccia?

Questi sono i fatti. Nulla di quanto scritto dal Fatto è mai stato smentito. Anche le analisi della società Resis con i software antiplagio hanno, con piccole variazioni dovute all’impostazione discrezionale, confermato i risultati ottenuti da analoghi controlli svolti da Laura Margottini per il Fatto. Eppure da un anno il ministro Madia usa i suoi social network per diffondere l’impressione che ci sia una campagna contro di lei a base di menzogne condotta dal Fatto. “Le faccio una domanda: quella perizia lei l’ha letta in originale o sul giornale”, dice per esempio all’intervistatrice di Vanity Fair, suggerendo che il Fatto abbia manipolato il documento o presentato una selezione faziosa del contenuto. Già con le sue prime minacce di querela, a marzo 2017, e poi con l’infondata richiesta di risarcimento danni ora la Madia ha cercato di minare la credibilità del Fatto, non avendo argomenti per contestare nel merito quanto rivelato.

Per queste ragioni all’incontro tra le parti, previsto il per il 7 marzo, il Fatto non avvierà alcuna mediazione con il ministro Madia, anzi. Il Fatto, con l’avvocato Caterina Malavenda, presenterà una domanda riconvenzionale, chiederà cioè il risarcimento del danno subito dall’accusa infondata di aver tenuto una condotta diffamatoria nei confronti della Madia.

Baldelli (Forza Italia), foto ricordo col Duce alla cena elettorale

La Costituzione italiana può essere modificata ma fino a quando esiste chi rappresenta le Istituzioni, o si appresta a farlo, a maggior ragione se si tratta del vicepresidente della Camera dei deputati, il forzista, Simone Baldelli, dovrebbero fare attenzione a scegliere i ristoranti per evitare quelli dove campeggia la foto di Benito Mussolini, che, a quanto pare, sta tornando in auge. In modo da evitare, la foto di gruppo con il Duce. Esattamente come è accaduto un giorno fa nel ristorante “Hotel Le Palme” contrada San Pietro, Massignano (Ascoli Piceno) dove si è svolta la cena di presentazione dei candidati di Forza Italia, circoscrizione Marche sud: Simone Baldelli, Andrea Cangini, dimessosi da direttore del Resto del Carlino, Graziella Ciriaci e Donatella Ferretti. Nessun imbarazzo per la presenza di “Mussolini in sala” visto che la foto è stata prontamente postata sula sua pagina Facebook dalla forzista Antonella Baiocchi, assessore alle Pari opportunità a San Benedetto del Tronto. Foto che, in pochi secondi,ha scatenato i commenti più sarcastici sul web.

Brescia, i sinti guidano la piazza antifascista

Un corteo nel centro di Brescia. In difesa dei Sinti. Degli zingari, come ormai li chiamano in molti.

“Speriamo vada tutto bene”, sussurravano ieri pomeriggio i dirigenti della polizia. Già il luogo era un simbolo per una manifestazione anti-razzista: piazza della Loggia dove nel 1974 un attentato fascista uccise 8 persone.

Nelle ultime due settimane gli episodi di violenza a Brescia sono stati tre: l’11 febbraio bombe carta contro le casette prefabbricate in via Gatti che una volta ospitavano gli operai e oggi sono ricovero di senza casa, sfrattati, stranieri. Il 12 febbraio in via Orzinuovi, al campo Sinti, bruciate quattro auto. Non è finita: nella notte tra il 23 e il 24 febbraio qualcuno entra nel Centro Sociale Magazzino 47. Raccontano i ragazzi: “Dei topi di fogna si sono introdotti nel centro sociale e hanno appiccato un incendio alla libreria. La finestra forzata, gli evidenti segni di effrazione e un intenso odore di benzina non lasciano dubbi. Per fortuna il nostro compagno che era dentro sta bene”.

Sì, ce n’era abbastanza per temere guai. In questa città simbolo del terrorismo anni 70. Ma in tempi recenti terra di altre tensioni: gli immigrati in Provincia sfiorano il 13%, ma in città sono di più. Brescia ancora in mano al centrosinistra, in una Lombardia dove il centrodestra sta per fare il pieno. I contrasti, però, ieri sono rimasti fuori dalla piazza. I movimenti di estrema destra hanno cancellato le iniziative. E dai manifestanti arrivavano continui richiami: “No alla violenza, no al razzismo”.

Intanto la folla cresceva: cinquecento, alla fine oltre un migliaio. Dall’altoparlante arrivavano proteste (“Noi siamo gente che lavora, se ne date la possibilità”) e ironia: “Prendi questa mano zingara”, cantavano i giovani sinti e la musica faceva ballare anche i ragazzi bresciani in centro per lo struscio. “A Brescia vivono 500 sinti. Un centinaio nel campo, gli altri in appartamenti e strutture”, racconta Carlo Berini dell’associazione Sucar Drom–Bella Strada che lavora per l’integrazione. Così centinaia di sinti si sono ritrovati insieme – con i centri sociali, con decine di immigrati – tra luci e vetrine del centro.

Nessuna violenza, solo una diffidenza che scoloriva in indifferenza. O forse in curiosità. Poi l’incontro con il sindaco Emilio Del Bono, il passaggio in prefettura. Ma l’importante è stato essere in strada insieme: il primo corteo sinti. In piazza Della Loggia, dove da secoli i bresciani si ritrovano. Già nel 1848, come vedi nei quadri di Faustino Joli, il pittore reporter che raccontava Brescia prima che arrivasse la macchina fotografica.

Salvini giura, i centri sociali si scontrano con la polizia

Si è autocitato più volte come “il premier Salvini”. E il comizio in piazza Duomo a Milano, il leader della Lega lo ha concluso inscenando un giuramento come se fosse già stato nominato presidente del consiglio dal Quirinale: “Mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, a 60 milioni di italiani, giuro di applicare davvero la Costituzione italiana, da molti ignorata, e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo”. Parole pronunciate davanti a qualche decina di migliaia di persone a cui ha assicurato che dopo il voto di domenica prossima il suo partito sarà “la prima forza del centrodestra”. Sul palco con lui il governatore del Veneto Luca Zaia, il candidato alle regionali lombarde Attilio Fontana e Giulia Bongiorno, candidata al Senato. Assente, invece, Roberto Maroni. Toni più moderati dal solito, quelli di Salvini, davanti a una piazza che non è stata toccata dalle tensioni che invece si sono viste in zona Moscova nel pomeriggio: qui i centri sociali manifestavano contro il contemporaneo comizio di CasaPound in Cairoli, dove il leader Simone Di Stefano è arrivato dopo che in mattinata a Bologna aveva detto di non avere intenzione di “rinnegare il fascismo”. In zona Moscova tensione quando dal presidio antifascista un gruppo di manifestanti ha cercato di forzare un cordone di polizia suscitando la reazione degli agenti in tenuta antisommossa che hanno caricato: pochi minuti di manganellate, bombe carta e lacrimogeni. In mattinata nella zona multietnica di via Padova aveva sfilato il corteo di Fd’I guidato da Giorgia Meloni.