A Roma sfilano in 30 mila. Renzi si risparmia i fischi

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” Matteo Renzi, in piena sindrome Ecce Bombo, si materializza alla manifestazione antifascista e antirazzista promossa dall’Anpi, ma organizzata dalla Cgil, direttamente a piazza del Popolo, nel retropalco, intorno alle 15 e 30. Baci e abbracci e staffetta con Paolo Gentiloni, che era arrivato 15 minuti prima (sempre sotto al palco) e stava già andando via. Sguardo cupo e rapida dichiarazione alle telecamere (in italiano e in inglese): “Era importante esserci tutti per dare un segnale”. Saluti ai vertici dell’Anpi e repentina sparizione, prima delle 16. La piazza non la vede proprio, meno che mai il corteo. “Il Pd aderisce convintamente alla manifestazione dell’Anpi a Roma”, aveva detto Maurizio Martina, vice segretario, dopo il tentativo del Pd di fermare quella di Macerata e la scelta di non partecipare. L’immigrazione è tema incandescente per un Pd in caduta. E i fischi sono un rischio troppo alto.

A Roma piove dalla mattina. Concentramento alle 13 e 30 a piazza della Repubblica. A sfilare con Anpi e Cgil, ci sono la Fiom, Arci, Cisl, Uil. Per i 5 Stelle c’è Luca Bergamo, ma in rappresentanza di Roma, non dell’M5s. “Avevamo chiesto se volevano aderire alla petizione ‘mai più fascismo’, ma hanno preferito non farlo”, spiega Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci. L’Anpi ha chiesto che non ci fossero bandiere di partito. La difficoltà del (fu) centrosinistra a stare insieme è plastica. LeU è presente in blocco (tranne Massimo D’Alema, che però aveva avvertito). Pier Luigi Bersani e Nicola Fratoianni, Pietro Grasso e Laura Boldrini marciano in ordine sparso. Grasso sceglie la testa del corteo. E va via prima di arrivare a piazza del Popolo. Vicino a lui c’è Susanna Camusso, segretaria Cgil. Presente Maurizio Landini, ma da un’altra parte. Per + Europa, non c’è Emma Bonino ma Riccardo Magi. Martina per un po’ è in testa anche lui e mantiene i rapporti. Per un attimo appare Veltroni, vicino alla Boldrini. Ma la delegazione del Pd sta nelle retrovie. In prima fila, Matteo Orfini e Andrea Orlando, un tempo insieme nei Giovani turchi, adesso in rotta. “Ciao Andrea”, dice il presidente del Pd (ora ultra renziano). Il Guardasigilli risponde con un mezzo ciao e neanche lo guarda. A sfilare anche Piero Fassino, Gianni Cuperlo, Luigi Zanda. I ministri, Valeria Fedeli, Marianna Madia, Anna Finocchiaro, Roberta Pinotti, arrivano solo in piazza. Lo sforzo dei leader, più che incontrarsi, è evitarsi. “Siamo migliaia”, ripetono gli altoparlanti del camion in testa. Nessun applauso. Le note di Bella Ciao sembrano di un’altra epoca. Pare un evento creato a tavolino, dove a mancare prima di tutto è la gente comune, quella non portata dalle organizzazioni promotrici. L’Anpi aveva chiesto piazza del Popolo pensando a 10mila persone, ieri ne contava 20-30mila. Mentre la Questura non dà numeri. La piazza è piena a metà. Intanto, dall’altro lato del centro storico, dall’Esquilino a piazza Venezia, sfilano i Cobas contro il Jobs Act: qualche migliaia di persone, diecimila secondo gli organizzatori. Tra loro, anche una rappresentanza di migranti. Le forze dell’ordine si mantengono a distanza dal corteo. Prima della partenza, i militanti di Potere al Popolo, che distribuiscono dei volantini, vengono invitati a non fare campagna elettorale. Per il resto, tutto fila liscio ad eccezione di un piccolo parapiglia per uno striscione in solidarietà con un ragazzo arrestato la scorsa settimana a Piacenza per le botte a un carabiniere e di una bomba carta su via dei Fori Imperiali.

Il bilancio parla di 18 militanti di Forza Nuova identificati venerdì sera nel corso dei controlli preventivi e un manifestante, arrivato da Brescia per il corteo dei Cobas, denunciato per una maschera antigas. Sollievo: il centrosinistra unito è il passato, ma non ci sono incidenti né fischi.

Zeman: “Voterò Cinque stelle gli altri non mi convincono”

Dopo l’endorsementdell’ex calciatore della Juventus e della nazionale campione del mondo 1982, Claudio Gentile, al quale il capo politico dei Cinque stelle, Luigi Di Maio, aveva offerto la poltrona di ministro per lo Sport in un eventuale governo pentastellato, un’altra bandiera del calcio fa pubblica dichiarazione di voto a favore dell’M5s. “Penso che voterò cinque stelle alle prossime elezioni perché propongono qualcosa di nuovo e gli altri non mi convincono” ha detto ieri il tecnico della formazione biancazzurra Zdenek Zeman al 91’ di Pescara – Cremonese, annunciando la sua partecipazione alla presentazione del programma nazionale sport del Movimento grillino intitolato “Sport e Legalità” che si terrà mercoledì prossimo all’Aurum di Pescara. “Vado alla convention perché sono curioso sulle novità, l’M5S è un movimento nuovo e voglio sapere cosa vogliono fare, sono stato contento che hanno pensato anche a me” ha rimarcato Zeman. Questo vuol dire che potrebbe entrare in politica? “È difficile, non credo, il mio mestiere è un altro” si è schermito l’allenatore del Pescara.

“Condannato e non l’aveva detto”. Via un altro candidato, copiava i cd

Fuori un altro. E i candidati sconfessati salgono a 13, anzi 14, se si tiene conto dell’autosospesa Giulia Sarti, con un piede e mezzo fuori. Nella saga infinita delle liste a 5Stelle la puntata di sabato è nel segno di Antonio Tasso, candidato nell’uninominale in Puglia, nel collegio di Cerignola e Manfredonia. La sua colpa è quella di aver taciuto al Movimento una condanna in primo grado a sei mesi di carcere e 2000 euro di multa subìta nel 2007, come scoperto ieri mattina dal Foglio, per violazione del diritto d’autore. Un processo che in appello si era concluso con la prescrizione.

E così ieri sera Luigi Di Maio ha calato di nuovo la mannaia: “Tasso ha accettato la prescrizione prima che esistesse il codice etico del M5S, ma non ci ha informati di questo episodio. Per questa ragione è stato segnalato al collegio dei probiviri a cui ho proposto l’espulsione”.

Insomma fuori anche lui, che nel 2000, da gestore di un negozio di elettronica, era stato sorpreso mentre “con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso abusivamente duplicava o riproduceva a fine di lucro, 308 cd per videogiochi e 57 cd musicali”. E così sette anni dopo era arrivata la sentenza, con pena sospesa perché il candidato a 5Stelle non aveva precedenti penali. Soprattutto, il giudice del tribunale di Foggia, sezione distaccata di Manfredonia, gli aveva concesso le attenuanti generiche e, soprattutto, la non menzione. Circostanza importante, perché spiega come mai non ve ne fosse traccia nel casellario giudiziario consegnato al Movimento da Tasso. Tradotto, dalle carte i 5Stelle non potevano scoprire della sentenza. Però il regolamento del Movimento era chiaro, e inibiva la candidatura a chiunque fosse stato condannato anche solo in primo grado “per qualsiasi reato commesso con dolo”. E pazienza se il candidato ieri si era difeso con un video su Facebook: “Una denuncia ci fu, 20 anni fa, ma non c’è stata alcuna condanna amministrativa o penale”.

Nel frattempo il patron del Potenza Salvatore Caiata, sconfessato da Luigi Di Maio venerdì perché indagato per reati finanziari, è tornato a parlare. “Qualora dovessi essere eletto sosterrò il programma e il M5S, le voci su un mio ritorno al centrodestra sono favole ” ha giurato ai cronisti a Potenza, dove è candidato nell’uninominale. Oggi invece Di Maio, assieme ad Alessandro Di Battista, parteciperà a Mezz’ora in più sulla Rai e annuncerà il primo ministro della sua squadra di governo.

 

“Su Caiata abbiamo scritto 6 mail: nessuno ci ha mai risposto”

“Avevamo segnalato che la candidatura di Salvatore Caiata non era opportuna a gennaio, prima della chiusura delle liste. Abbiamo mandato mail a sei indirizzi diversi di referenti regionali e nazionali: ma non ci ha risposto nessuno”. Michele Pinassi è uno dei due consiglieri comunali del M5S a Siena, nonché uno degli autori di un duro comunicato in cui i 5Stelle locali avevano avvertito i vertici che la candidatura del patron del Potenza nascondeva rischi “per le sue frequentazioni politiche e imprenditoriali, lontanissime dal modo di essere del Movimento, oltre al fatto che lo stesso Caiata non lo aveva mai sostenuto o frequentato in precedenza”. Due giorni fa si è appreso dell’indagine a Siena sul candidato per reati finanziari, e Di Maio lo ha messo “fuori dal Movimento”. E ora il M5S cittadino può rivendicare: “Avevamo ragione noi”. Mentre il deputato Alfonso Bonafede, vicino a Di Maio e uno dei referenti per la Toscana, assicura: “Avevamo tenuto in debita considerazione la segnalazione del nostro gruppo di Siena in merito alle vicende che riguardano Salvatore Caiata. Purtroppo la genericità dell’alert, fondato solo su vaghissimi chiacchiericci che circolavano in città, non ci ha permesso di seguire una pista circostanziata. Ma abbiamo operato con scrupolo tutti i controlli possibili”.

Pinassi, perché e quando vi siete mossi?

A gennaio, quando si è saputo della possibile candidatura di Caiata. Io prima non sapevo neppure che faccia avesse, ma alcuni del gruppo lo conoscevano, perché in città possiede diversi locali. A spingerci a scrivere ai nostri referenti sono stati molti cittadini, anche con messaggi sui social: “Se lo candidate non vi voto più”.

Perché questa preoccupazione diffusa?

Lo percepivano come non in linea con il M5S, anche per la sua storia (era stato coordinatore del Pdl locale, ndr). E comunque noi non sapevamo nulla di inchieste a suo carico, sia chiaro.

Però vi siete mossi.

Sì, abbiamo scritto a vari indirizzi.

Nel dettaglio a chi?

Abbiamo sicuramente mandato una mail allo staff nazionale, quello che si occupava delle liste. E abbiamo scritto anche a Giacomo Giannarelli (il capogruppo in Regione, ex candidato governatore, ndr).

Non vi hanno mai risposto?

Mai. Ma non ce la siamo sentita di parlarne pubblicamente. Non volevamo e non vogliamo danneggiare il Movimento.

Però nella nota chiedete “la rinuncia al ruolo di chi ha deciso e, come in altri casi, ha sbagliato”.

Ci sembra naturale che chi ha commesso errori faccia un passo indietro. È stata danneggiata l’immagine di tutto il M5S, in modo importante.

Ma perché hanno insistito su su Caiata? Perché portava tanti voti?

Non so. Io sono certo che siano tutti errori in buona fede. E che Luigi Di Maio non c’entri nulla: non poteva certo conoscere bene questo candidato. E poi lui è un’ottima persona.

Però tutti i candidati negli uninominali erano vidimati direttamente da Di Maio, anche perché non sono passati per le votazioni sul web.

E questo è stato il vero nodo, il metodo. I problemi emersi in questi giorni sono tutti sui candidati negli uninominali. E questo prova che bisognava passare dai territori, anche perché così avremmo avuto nomi riconosciuti dalle comunità locali, quindi più forti.

Ora quanto ne risentirete nella campagna elettorale?

Non lo so. Io posso dire che alle amministrative del 2013 prendemmo il 9 per cento e che ora i sondaggi ci danno come possibile vincenti in un ballottaggio a maggio.

Si candiderà lei?

No, la mia esperienza da consigliere si concluderà tra poco. Io non sono per il doppio mandato, sono per il mandato unico. Sono nel Movimento dal 2007, e favorirò il ricambio.

Puglia, cittadinanza simbolica per 50 figli di immigrati

Più di cento bambini e adolescenti hanno partecipato nella Sala delle Feste di Palazzo De Mari ad Acquaviva delle Fonti, in Puglia, alla cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria italiana a 50 ragazzi nati in Italia da genitori extracomunitari. Il sindaco, Davide Carlucci, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, la vicepresidente nazionale Unicef Silvana Calaprice e il vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, monsignor Giovanni Ricchiuti, hanno consegnato anche un attestato all’amico del cuore di ognuno di loro. L’iniziativa è stata intitolata “Io come Tu” e ha riguardato per il momento cinquanta bambin di età compresa fra i 9 e i 18 anni e le loro famiglie originarie di Albania, Cina, Perù, Senegal, Marocco, Tunisia, Somalia. Ad Acquaviva ci sono almeno altri 50 bambini fra zero e 9 anni che hanno i requisiti per ottenere la cittadinanza onoraria ma “per loro – dicono gli organizzatori – speriamo non serva un gesto simbolico, ci auguriamo che presto ci sia una legge che li renda italiani di diritto”. Quello della cittadinanza onoraria ai minorenni nati in Italia da genitori extracomunitari è un percorso avviato da Unicef e Comune di Acquaviva circa un anno fa.

Il fantasma di De Magistris sulla campagna elettorale

Un fantasma si aggira per questa campagna elettorale. E non è quello del comunismo, presente solo negli incubi di Berlusconi e soci. No, stiamo parlando di Luigi de Magistris, il sindaco di Napoli. Non è candidato, non sostiene ufficialmente cartelli elettorali (si limita a mostrare simpatie per Potere al Popolo), il suo movimento “DeMa” ha saltato anche questo turno, ma lui gira. Si muove come una trottola in tante città italiane. Fa politica, lo scontro elettorale non gli è indifferente, sembra arare il terreno per prossimi appuntamenti. Giovedì, ad esempio, ha portato un migliaio di napoletani sotto Montecitorio per protestare contro il blocco della casse del Comune di Napoli a causa di due debiti antichi non saldati dalle precedenti amministrazioni. Folla, comizio e strategia precisa: diventare il leader dei sindaci che protestano contro i tagli del governo sui servizi. Due libri, La Città ribelle (scritto con Sarah Ricca e edito da Chiarelettere) e DemAcrazia, edito da Fandango e scritto da Giacomo Russo Spena, giornalista e studioso dei movimenti in tutta Europa, sono l’occasione per presentazioni in tutta Italia.

Librerie, sale convegni, centri sociali, sempre affollati. “Mannaggia, per questa campagna elettorale mi prudono le mani”, è la frase che gli amici più vicini gli sentono ripetere spesso. De Magistris vuole giocarsi una partita nazionale, ma non prima, ha promesso ai napoletani, della naturale scadenza del suo secondo mandato da sindaco. “Luigi – dice un suo ascoltato consigliere politico – sa che c’è spazio. Dopo le elezioni alcuni pezzi del M5s, quelli più progressisti, si staccheranno delusi dalla gestione dorotea di Di Maio, LeU non risponde affatto al bisogno di sinistra che c’è nel Paese, e a questi settori vuole offrire una politica e spazi”.

L’ultima speranza a sinistra nasce nel “carcere dei pazzi”

Napoli

Iniziamo dal provolone. Inteso non come formaggio, ma come epiteto. Una stilettata linguistica che a Napoli può atterrare un gigante. Provolone è uno che non sa, non capisce, che è così stupido al punto da rendere una perdita di tempo l’interlocuzione. Essere chiamato provolone nei vicoli della città è peggio che essere oggetto di una sonora pernacchia.

Viola Carofalo, la ricercatrice universitaria capo politico di “Potere al Popolo” è una ragazza a modo e proprio non se l’è sentita di chiudere la mano destra ed emettere il famoso suono reso immortale da Eduardo De Filippo. “In televisione non stava bene”, dice sorridendo. E racconta cosa è successo l’altra sera a Dalla vostra parte, “una di quelle trasmissioni intrise di odio e razzismo. Lo schema che aveva preparato Belpietro era prevedibile. Il clima di tensione, gli opposti estremismi, il ritorno agli anni ’70. Provano a spaventare la gente, così poi non si parla dei problemi reali del paese e le persone vanno a votare quelli che promettono ‘sicurezza’, gli stessi che ti affamano, che ti tagliano i servizi”. Maglietta con la scritta “Restiamo umani”, la frase più bella del pacifista Vittorio Arrigoni, deve partecipare al “teatrino” e parlare di antifascismo con due fascisti di fronte. Li guarda, riflette un attimo e poi… “i neofascisti sono quattro provoloni! Sono persone frustrate, non molto intelligenti. A furia di gonfiarli, di rappresentarli come forti, va a finire che qualche ragazzino in cerca di sicurezze ci crede”. Stupore in studio, quando Viola si alza e se ne va regalando a tutti una copia della Costituzione, “Magari se la leggono e la prossima volta evitano di dare spazio ai fascisti, che sono dei provoloni criminali, che seminano odio, razzismo, intolleranza ”.

Scuola, palestra, tango: la nuova vita dell’ex Opg

Ecco, quelli di Potere al popolo sono così. Imprevedibili, come questo posto che è il loro quartier generale. Un ex Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario), occupato e diventato Centro sociale dal nome più che significativo: “Je so pazzo”. “Ecco, se giri per le stanze, i saloni, il cortile per l’ora d’aria, le celle al piano di sopra, capisci cosa siamo e per cosa lottiamo”.

Un centro sociale, obietto, quelli che la Meloni minaccia di chiudere manu militari dopo le elezioni. Mi risponde Matteo, “qui a Materdei non sarà facile chiuderci, dovranno spiegarlo alla gente del quartiere”. Per farmi capire apre alcune stanze, quelle del doposcuola, dove decine di bambini vengono a studiare di pomeriggio aiutati da volontari. “Maestri in pensione, studenti universitari, mamme, così lottiamo contro la dispersione scolastica che a Napoli è una piaga”. E poi gli ambulatori, ci lavorano una trentina di medici volontari, più due ex primari in pensione. “Sapessi quanti italiani esclusi dalle cure mediche vengono a curarsi qui”. Gli anziani del quartiere, invece, imparano il tango. Tutto gratis, come la palestra e la stanza per le arrampicate, lo sportello legale e gli abiti distribuiti a chi ne ha bisogno, il corso di yoga, la biblioteca, la scuola di italiano per migranti e l’assistenza psicologica.

Con Viola, la capo politica, definizione che la fa sempre sorridere, e Marco, siamo nel parlatorio di quello che una volta era il “carcere dei pazzi”.

Il programma e la Carta

Iniziamo proprio dal carcere, quello duro, il 41 bis per mafiosi e terroristi che Potere al popolo vuole, come da programma, eliminare. “Vogliamo rendere il carcere più umano e riportare il concetto di pena ai dettami della Costituzione, invece ci accusano di voler favorire i mafiosi. Una accusa schifosa a noi che in Sicilia abbiamo candidato Giovanni Impastato, il fratello di Peppino. Lui sa cosa è il dolore di un parente di vittima di mafia e lotta con noi”.

Valeria si indigna. “Perché in politica le parole sono importanti, invece oggi tutto va per slogan. Stop migranti, Italia invasa, aiutiamoli a casa loro, sono frasi che diventano senso comune e tu fai fatica ad opporre ragionamenti che per forza di cose devono essere complessi. In questi anni la sinistra, anche gli esponenti che oggi hanno dato vita a Leu, non ha avuto il coraggio di difendere le parole giuste e di contrastare una deriva pericolosissima. Ecco, anche per questo, dopo il fallimento del Brancaccio, abbiamo deciso di metterci in gioco”. Ma che sinistra è Potere al Popolo? “Di lotta e mutualistica”. Due parole che sanno molto di Ottocento. “Su questioni come il lavoro, i diritti sociali, le conquiste degli anni passati, siamo tornati all’Ottocento. Quando in un call center si pagano 33 centesimi l’ora, dimmi dove sta la modernità”, mi risponde.

“Noi non siamo una sinistra identitaria che sventola e conserva gelosamente simboli e bandiere, siamo una sinistra sociale che riparte dai bisogni reali delle persone. Siamo qui e la gente riconosce il lavoro che facciamo, e questo diventa politica e lotte”. Come finirà l’avventura elettorale? ”Vedremo – risponde Viola -, quello che è certo è cosa faremo dal 5 marzo in poi”. Cosa? “Ricostruiremo una sinistra moderna e popolare”. Ci lasciamo perché il tempo è scaduto. I volontari di “Je so pazzo” fremono. A Napoli fa freddo e devono occuparsi di senzatetto.

Pubblicità in stazione, da Potere al Popolo esposto contro Emma

”Ho presentato un esposto – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, candidato di Potere al popolo – per segnalare la pubblicità elettorale illegale da parte della lista di Emma Bonino, in almeno due punti della città di Roma. Sia alla stazione Termini che Tiburtina, infatti, cioè in due punti nevralgici della Capitale, sono presenti degli enormi pannelli luminosi con propaganda elettorale luminosa. Si tratta di una modalità di propaganda espressamente vietata, nel mese precedente alle elezioni. È vergognoso che questa palese illegalità non sia stata oggetto di intervento da parte delle autorità e ancor di più che ne sia protagonista una che si presenta come paladina del rigore. Eppure nel protocollo inviato dalla Prefettura di Roma è espressamente formulato il divieto”. La replica di +Europa è netta: “L’attività di propaganda con mezzi pubblicitari audiovisivi in luoghi aperti al pubblico nei trenta giorni antecedenti le elezioni non é vietata né dalla legge (L. 212/56) né dalla circolare ministeriale sulla propaganda elettorale. La comunicazione fatta dalla lista è quindi perfettamente lecita”.

Una Bonino per ogni stagione. È radicale, Renzi o B. è uguale

Non ditemi che vi siete meravigliati. La notizia che, prima tra gli alleati di Renzi, Emma Bonino, assieme all’ultraclericale Lorenzin, si è assunta la responsabilità di aprire a un governo con il pregiudicato incandidabile Berlusconi, era scontata. Noi ci avremmo scommesso qualche soldo. I radicali sono animali politici strani ma consuetudinari: spesso si impegnano in qualche battaglia civile sacrosanta, ma se si infilano in parlamento o nelle battaglie partitiche raggiungono vette di trasformismo e di avventurismo che non hanno uguali.

Forse non hanno colpe soggettive, il loro DNA è quello. Nel Novecento, alle epocali svolte reazionarie non sono venuti a mancare mai all’appello. Dopo la marcia su Roma i radicali presero armi e bagagli e, sorprendendo tutti, si vendettero a Mussolini per una manciata di ministeri, all’avvento di Berlusconi si precipitarono ad Arcore col cappello in mano per “aiutare” la nascente Forza Italia a realizzare la “rivoluzione liberale”. Rigonfi di cinismo e di presunzione si svendettero per un mucchietto di quattrini e qualche posto secondario. Ebbero persino la sfacciataggine di entrare in parlamento all’interno del gruppo di Forza Italia e così ebbero l’onore di sedere accanto al fior fiore del malcostume politico italiano. Ma i pannelliani avevano ed hanno stomaci forti. L’unica che ci guadagnò qualcosa fu proprio Emma Bonino, scelta da Berlusconi come commissario europeo dal 1995 al 1999. Avevano l’intento di insegnare a Berlusconi il liberalismo e ovviamente non ci riuscirono, però regalarono, per il mainstream, una patina “ideologica” a chi nel frattempo pensava rigorosamente solo a salvare le sue aziende in crisi, e sé stesso e i suoi accoliti dalle disavventure giudiziarie. Nacque allora il risibile mito del Berlusconi “liberale”. Nacquero allora le leggi ad personam e Raiset, e i radicali con grande in/dignità digerirono tutto. Loro, i presunti massimi difensori della legalità e della libertà di informazione. Non potevano insegnare il liberalismo a Berlusconi, non solo perché l’alunno aveva la testa dura, era disinteressato alla materia e pensava a cose più solide, ma anche perché ormai da tempo i radicali stessi avevano smarrito i principi di base. Non era stato Pannella, durante l’ipocrita predicazione antipartitocratica, a inventare per primo il “partito personale”? Non era stato lui a creare la lista con su, bello scritto, il nome del Capo? Non fu lui a precorrere tutti nell’organizzazione del partito totalitario sotto un padrone, carismatico o finanziario che fosse? Ostentando il disegno di “cambiare” Berlusconi, furono proprio i pannelliani a subire una metamorfosi. Senza vergognarsi neppure un po’, passarono dal liberismo della scuola italiana al neoliberismo selvaggio all’americana. Passarono da Ernesto Rossi al servizio del più disinvolto “padrone del vapore”.

Il loro tradimento non ha attenuanti, perché dopo Tangentopoli, con i comunisti e i socialisti a pezzi, i pannelliani avrebbero potuto costituire davvero il nucleo fondante di una sinistra liberale, democratica e laica. Non lo hanno fatto, anzi si sono intruppati col peggio del peggio dell’Italia d’allora. Tradirono per mettersi con Dell’Utri e Previti. Che conoscevano benissimo. Per qualche poltrona di nessun valore hanno mancato un’occasione storica che non si ripresenterà presto.

Dopo la scomparsa di Pannella, i radicali si sono divisi, e a quanto sembra proprio quelli che hanno seguito Bonino sono i veri prosecutori del trasformismo radicale. Già un segno inquietante quanto risibilmente sfacciato è venuto in occasione delle elezioni comunali di Milano, quando il boniniano Cappato, prima, fa fuoco e fiamme contro il candidato del Pd, Sala, additato come “incandidabile”, e solo dopo pochi giorni – fatto aumentare il prezzo, tra il primo e il secondo turno lo trasforma in santo, la fa diventare per miracolo non solo candidabile ma il migliore sulla piazza. I radicali invitano a votare Sala e incassano un assessorato. (…)

Infine arriviamo ai tempi nostri. I boniniani, nel momento della presentazione della lista si accorgono (solo allora) che la riforma elettorale di Renzi è pessima e li danneggia. Hanno ragione, ma ciò li spinge ad allearsi proprio con Renzi, aiutati da vecchi democristiani. Operazione del solito trasformismo di bassa lega? Certo, ma non solo: Emma Bonino non si accontenta e lancia la possibile alleanza con Berlusconi. Le è indifferente che oggi la mummia di Arcore sia alleato in coalizione, con un programma comune, con i sovranisti e i fascioleghisti. Ma che ci si vuol fare: i vecchi amori non si dimenticano mai. E non conoscono pregiudiziali. I radicali, quando ritornarono in parlamento nel 1976, volevano sedersi in “Montagna”, in alto a sinistra, ora siederanno compiaciuti in quello che Duverger definì “l’éternel marais”, nella palude, tra Giggino ‘a purpetta e Boschi, la costituzionalista.

Bonino, ventriloqua di Renzi, si propone come “pontiera” per le “larghe (quanto?) intese”, quelle che hanno distrutto la sinistra e hanno riabilitato un frodatore dello stato. (…) C’è da rimanere sgomenti di fronte a tanto cinismo. Quando gli storici del futuro dovranno scrivere la storia di questo periodo chissà a quale posto porranno Emma Bonino nella classifica dei politici che hanno la responsabilità della distruzione materiale e morale dell’Italia.

Il ’900 finisce con Casini: Bologna è tutta sbiancata

Il bianco, ovunque. I fiocchi mattutini di neve, al risveglio. Le facce del Pd sulle fiancate degli autobus che procedono per via dell’Indipendenza, il corso più noto di Bologna, coi portici, e che finisce in piazza Maggiore. Tutte bianche le quattro facce, compresa quella del renziano Ernesto Carbone. Pubblicità elettorale per rivendicare diritti. Ma nessun nero o migrante.

E poi il bianco di Pier Ferdinando Casini, democristiano. Un tempo leader del centrodestra con Berlusconi, Bossi e Fini. Oggi candidato del centrosinistra nel collegio cittadino del Senato. Il rosso antico di Bologna si stinge a furia di inseguire Casini per circoli del Pd e incontri riservati, al chiuso, con le fatidiche categorie produttive. L’esponente centrista, presidente della commissione sulle banche voluta da Matteo Renzi, va sul sicuro e scansa ogni insidia. Scansa le iniziative antifasciste, dove ha paura di essere contestato. E scansa le domande su unioni civili e fine vita per evitare gli imbarazzi da credente, seppur divorziato. La sua propaganda è senza contorni nitidi. Tutto sbiancato. L’unico simbolo vivace che lo distingue è la sciarpa del Bologna.

Casini è talmente convinto della sua elezione a Palazzo Madama, con una percentuale che va dal 35 al 40 per cento, che non si pone neanche il problema del competitor. Sondaggi non ne circolano e così dal suo staff ammettono: “Noi facciamo il nostro ma non sappiamo chi arriverà secondo”. Se la candidata azzurra del centrodestra, Elisabetta Brunelli, o quella grillina, Michela Montevecchi. Oppure Vasco Errani, già governatore e centravanti di peso del riformismo storico di questa terra. Errani corre con Liberi e Uguali e punta più sul proporzionale che sull’uninominale, sempre al Senato. In ogni caso, un duello tra lui e Casini che è nemesi e sentimento.

Bologna la rossa non esiste più. Il Novecento finisce in bianco, senza più orgasmi rivoluzionari. E in campagna elettorale sbiadisce pure la città campione dei diritti e dell’accoglienza. Il populismo sui migranti ha messo radici anche qui. Alle comunali di due anni fa, il sindaco uscente Virginio Merola sconfisse al ballottaggio la leghista Lucia Borgonzoni per scarsi 15mila voti. Un’inezia blasfema per quella che fu la via emiliana al socialismo. Per questo il Pd predilige solamente facce bianche sui cartelloni elettorali.

La pioggia ha preso il posto della neve e in un angolo di piazza dei Martiri, al coperto, c’è uno strillone di Piazza Grande, “il giornale di strada fondato dalle persone senza dimora”. La copertina del numero è dedicata ai “Senza voto”. Questi: “Amareggiati, delusi, arrabbiati. Sono i giovani di seconda generazione che lo scorso dicembre si sono visti scippare la possibilità di diventare cittadini italiani, per mancanza del numero legale in Senato”. È la ferita della farsa finale del Parlamento sullo ius soli.

Il solo rimasto, a parlare di accoglienza, è don Matteo. Al secolo monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo della città. È stato nominato da Francesco nel 2015 ed è un “prete di strada”, della comunità di Sant’Egidio a Roma. Il suo arrivo ha riportato la Chiesa petroniana all’era del cardinale Giacomo Lercaro, finita nel 1968. Zuppi ha quindi interrotto la lunga stagione conservatrice dei suoi predecessori Biffi e Caffarra e questo genera un altro paradosso della nuova Bologna bianca. L’arcivescovo è più a sinistra del futuro senatore Casini, peraltro fedele devoto degli arcivescovi anticomunisti Biffi e Caffarra. E in ogni caso, proprio la candidatura dello storico esponente democristiano ha compattato la Curia bolognese. Stavolta preti e suore bolognesi non avranno problemi a barrare il simbolo del centrosinistra.

Un’altra ferita di questa campagna elettorale è quella della comunità di gay e lesbiche, parte integrante dell’identità progressista di Bologna. Il Pd ha detto sì a Casini ma no a Sergio Lo Giudice, presidente onorario dell’Arcigay e senatore uscente. Insieme con Monica Cirinnà, Lo Giudice è stato il protagonista della storica legge sulle unioni civili. Il renzismo lo ha escluso dalle liste. Per dare un’idea del clima. All’inizio della settimana, Errani di Liberi e Uguali ha avuto un incontro sul tema. A un certo punto si è alzato un maturo signore e gli ha gridato: “Siete tutti maschi, tutti vecchi e tutti etero: perché dovrei votarvi?”.

Migranti neri nascosti e gay cancellati. Ma l’antifascismo resiste, come raccontano anche le cronache quotidiane. Sotto i portici di via dell’Indipendenza, c’è un banchetto della Cgil per firmare contro i fascisti di oggi. Più avanti, in piazza Re Enzo, c’è il bar “La linea” di Mauro Collina. Collina, ex di Lotta continua, presiede l’associazione intitolata a Francesco Lorusso, il compagno ammazzato nel 1977 e ancora senza giustizia: il carabiniere che sparò venne assolto. “Io voto il Pap”, dice Collina. Il Pap: Potere al Popolo.

Nei centri sociali, ci sono antifascisti che non voteranno. E ci tengono a farlo sapere. Il primo marzo, a Scienze Politiche, ci sarà una festa del collettivo universitario Hobo. “No astensione, no party”. Birra gratis per chi strappa la tessera elettorale. Una lezione per i “soliti noti che ci impoveriscono da anni”.

Una delle icone di Bologna è l’umarell. Cioè l’ometto pensionato che guarda i cantieri, fa la fila alle feste dell’Unità e vota per il Partito, con la maiuscola. Come ha fatto a ingoiare Casini? Sostiene un autorevole esponente del Pd bolognese, a taccuino chiuso, senza nome: “Gli hanno fatto credere che pure Casini è stato ‘conquistato’ con le nostre idee. E se Casini diventa senatore, poi toccherà al Comune”. Il mandato di Merola scade nel 2021 e al momento i possibili successori sono due. Uno è l’assessore Matteo Lepore. L’altro è il centrista Gian Luca Galletti, casiniano e ministro dell’Ambiente. Alla base di tutto c’è la faticosa pace raggiunta tra i veri poteri della città sul controverso renzismo: quelli economici e finanziari delle coop (rosse, bianche e verdi insieme) e dell’Unipol di Pierluigi Stefanini, allevato sulle ginocchia della “Ditta” di Errani e Bersani. Todos con Casini e forse Galletti.

Per respirare, vedere, ascoltare un po’ di sano comunismo bisogna solo andare in un museo. Al Mambo, il Museo d’arte moderna di Bologna. Fino a maggio c’è Revolutija, la magnifica mostra coi capolavori sovietici del museo di San Pietroburgo. Chagall, Malevich, Repin, Kandinsky. L’arte ai tempi della rivoluzione russa. Durante la visita si ascoltano l’inno dell’Armata Rossa e l’Internazionale. Allo shop un quaderno con il ritratto di Stalin costa però 7 euro e 50 centesimi, non proprio accessibile alle masse operaie. Al primo piano del Mambo c’è anche una mostra dedicata a Roberto Daolio, intellettuale e critico d’arte che nel 1977 fu artefice con Renato Barilli e Francesca Alinovi di un altro evento rivoluzionario: “La Settimana internazionale della Performance”. Al Mambo il bianco non manca. Per chiudere con Kandinsky: “Sembra quasi (il bianco, ndr) il simbolo dell’universo. Da lì proviene un grande silenzio. Questo silenzio non è morto, ma pieno di possibilità”. Perfetto. Solo che nessuno immaginava Casini tra queste possibilità.