Palermo, si riunisce la corrente anti-Renzi: “Basta Pd padronale”

Si riuniscono a Palermo per la prima volta stamattina i “Partigiani del Pd”, la corrente del partito siciliano che protesta contro la gestione di Renzi e contro le candidature alle elezioni del 4 marzo, piene di esuli del centrodestra e presunti impresentabili: “Daremo la parola a chi è stanco del modello padronale del Pd”, afferma Antonio Rubino, uno dei “partigiani”. Un modello che ha permesso a Sicilia futura, il partito di Totò Cardinale, di “scalare” rapidamente le gerarchie del Pd siciliano. Anche l’ex governatore Rosario Crocetta torna a protestare contro le candidature decise dal Nazareno sull’Isola. E in particolare contro quella di Pietro Navarra, rettore dell’università di Messina e nipote di Michele, boss corleonese. “Dove finiscono i soldi dei boss mafiosi e dei corrotti? – si chiede Crocetta – Le colpe dei padri non ricadano sui figli. Sono d’accordo. Una domanda però è d’obbligo: l’immenso bottino proveniente da furti, ruberie, omicidi, traffici illeciti, dove finisce? Sarebbe sicuramente un atto di igiene storica e persino di onestà pubblica che i loro parenti, che si dichiarano estranei a quell’orribile storia restituissero alla comunità i soldi illecitamente sottratti”.

Boschi si imbuca all’evento del ministero

Salvate il soldato Boschi. Ministri, sottosegretari, alpinisti, arrivano tutti a Bolzano per comizi a sostegno di Maria Elena Boschi. Mentre il Pd locale perde altri pezzi pregiati.

I democratici si sono asserragliati sulla ridotta dell’Adige. Gli appuntamenti non si contano più. Con qualche polemica, perché in questa frenesia pre-elettorale il confine tra partito e istituzioni pare assottigliarsi molto.

Il caso è un convegno organizzato dalla Niederstätter. Parliamo di un colosso dell’impresa altoatesina. Una società specializzata nella locazione di macchine industriali di alta qualità. Che, si legge sul suo sito, “sfrutta le sovvenzioni statali anche internamente all’azienda e vuole mettere a disposizione dei propri clienti – in prima linea le imprese edili – le vaste conoscenze sulle agevolazioni”. Quelle agevolazioni che sono uno dei punti cardine della campagna elettorale altoatesina che vede candidati nel collegio Bolzano-Bassa Atesina i due sottosegretari Pd Maria Elena Boschi e Gianclaudio Bressa.

Così ecco che giovedì primo marzo, proprio a ridosso delle elezioni, si terrà l’evento “Infotalk Ministero & Niederstätter”. Già il titolo lascia intendere un appuntamento organizzato congiuntamente dalla società con il ministero dello Sviluppo Economico (Mise). Non è il solo elemento che induce questa impressione: sarà infatti presente tra gli oratori anche il sottosegretario del Mise, Ivan Scalfarotto (lui pure del Partito Democratico). Ma si legge ancora nell’opuscolo di presentazione dell’evento: “Parteciperà all’evento anche un tecnico del Mise”.

Insomma, il ministero ci mette le persone e la faccia. Ma a far storcere il naso agli avversari politici della Sudtiroler Volkspartei e del Partito Democratico è stata la presenza anche di Boschi, che viene presentata come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E non come candidato alle elezioni. L’appuntamento, sostengono i critici, ha un volto istituzionale, ma rischia di trasformarsi in un evento elettorale sotto l’egida di un ministero della Repubblica.

Scalfarotto non è l’unico membro del Governo che è planato in Alto Adige. In questi giorni è arrivato anche il ministro delle Politiche Agricole e Forestali, Maurizio Martina. Molto ascoltato in una provincia che ha fatto dell’agricoltura di qualità uno dei capisaldi della propria economia: “L’Alto Adige è un modello in Italia e nel mondo per il suo sistema agricolo e cooperativo, che nei tempi della globalizzazione ha comunque forti radici nel territorio”, ha ricordato Martina. Applausi dagli agricoltori che sono in larga maggioranza elettori della Svp.

E toccherà anche a Reinhold Messner, il grande scalatore, molto ascoltato nel mondo altoatesino. Che ha già manifestato la sua passione politica e alpinistica per Boschi: “Apprezzo molto la Boschi, che ho avuto il piacere di conoscere anche durante un’escursione in montagna”, ha esordito Messner, compagno di ascese politico-alpinistiche anche della cancelliera Angela Merkel. Aggiunge Messner: “Boschi è una persona vivace, creativa e molto preparata. La sottosegretaria condivide anche l’importanza della nostra autonomia. È prevedibile che sarò criticato per questa iniziativa, ma non me ne importa nulla. La mia agenda è davvero piena, ma volentieri ho dato la mia disponibilità per questa iniziativa”. Così lunedì sera saranno insieme sul palco.

Boschi, la cui vittoria è certa, allarga il suo appoggio tra gli elettori di lingua tedesca. Ma rischia di perdere sostegno proprio tra gli italiani. Ieri anche Roberto Bizzo, presidente del Consiglio Provinciale di Bolzano, ha lasciato il Pd in aperta polemica contro le candidature – Boschi e Bressa – calate da Roma. Strano paradosso: “Boschi e Bressa, due italiani eletti in parlamento con i voti degli altoatesini”.

Incontri, mail e cene a Trento. Dellai e l’appaltone a Deloitte

Finora, della campagna elettorale di Lorenzo Dellai, era rimasto solo il blitz (fallito) per mettere la Margherita nel simbolo della lista Civica Popolare che ha fondato insieme a Beatrice Lorenzin e con cui ora è candidato alla Camera, nel collegio della Valsugana.

Meno petalose, ma di certo più interessanti, sono invece le e-mail agli atti del processo sull’ex consorzio Trento Rise. Il consorzio, ora in liquidazione, si occupava di ricerca scientifica e tecnologica per conto della Provincia autonoma che Dellai, già due volte sindaco, ha governato per un decennio prima di diventare deputato nel 2013.

Si tratta di un’inchiesta che a Trento ha fatto parecchio rumore e non solo perché riguardava commesse per oltre 7 milioni di euro. Dieci giorni fa, l’udienza preliminare si è conclusa con tre condanne, due patteggiamenti e un rinvio a giudizio: tra loro, la figura più rilevante è quella dell’ex dirigente generale della Provincia di Trento, Ivano Dalmonego, condannato per turbativa d’asta. In ballo una serie di consulenze milionarie affidate alla società internazionale Deloitte che dal 2010 al 2013 si è occupata, per conto della Provincia, del trasferimento di competenze alle Comunità di valle e della riorganizzazione tecnologica complessiva dell’ente.

In estrema sintesi, dice il Tribunale di Trento, una serie di affidamenti erano stati cuciti addosso alla società, proprio attraverso il rapporto tra il dirigente generale condannato in primo grado (Dalmonego) e Massimo Bonacci, legale rappresentante in Trentino di Deloitte (che invece ha patteggiato).

Dellai nell’inchiesta non è entrato. Eppure, numerosi scambi di e-mail agli atti dell’indagine raccontano che l’allora presidente della Provincia, qualche idea su quel bando doveva essersela fatta.

Sono i primi di novembre del 2011 quando i dipendenti della Deloitte condividono via posta elettronica il “Nuovo modello_Dellai”. Si chiama proprio così, il file: con il nome del presidente della Provincia. I militari della polizia tributaria di Trento annotano che questa (ed altre) conversazioni dimostrano non solo che il bando “ancor prima della sua indizione e scrittura” fosse destinato alla Deloitte ma pure che il nuovo modello fosse “visto da Dellai”. Il 3 novembre è Bonacci (responsabile trentino della Deloitte) ad avvertire i colleghi che il giorno dopo avrebbe avuto “un incontro con tutti i dir gen, Dalmonego e Dellai”. La corrispondenza tra i dipendenti della società destinataria del bando prosegue e a fine mese si apprende dalle mail di Bonacci che per il primo dicembre è in programma una cena molto importante. Il ristorante, Villa Madruzzo, lo prenota la segretaria del direttore generale Dalmonego: a tavola, insieme a loro, dovranno sedere Fausto Giunchiglia, all’epoca presidente di Trento Rise, legatissimo a Bonacci, e il presidente Dellai.

Sull’esito della cena, non ci sono comunicazioni. Però, qualche settimana più tardi (è il 24 gennaio), una mail inviata ai soci Deloitte dice testualmente: “Noi stiamo scrivendo un bando al quale risponderemo per vincere la partnership su innovazione organizzativa ed innovazione di business (…) Allego ipotesi di allegato tecnico del bando ed anche la presentazione del nostro ruolo che è stata approvata da Dellai”.

Il rapporto tra la Provincia e la Deloitte era stato proficuo già nei mesi precedenti: nell’estate del 2011, sempre Bonacci avvisava i dirigenti Deloitte di Roma e Milano che avevano “fatto bingo” e che la conferma arrivava direttamente da “i nostri informatori interni della commissione”. “Siamo grandi – gli avevano risposto da Roma – La Padania è conquistata!”. Bonacci replicava: “È stata dura, complessa (…) ma i link su Trento sono forti ed al livello più alto e hanno funzionato”.

Gli aiuti a Confindustria. I favori miliardari di Renzi

“Nessun governo ha fatto quello che abbiamo fatto noi per rispondere alle esigenze di Confindustria”, dice Matteo Renzi nella sua Firenze a un incontro con l’associazione degli industriali. Si può discutere se per un segretario del Pd questo debba essere un punto di cui vantarsi, specie in una campagna elettorale dove in teoria occupa lo spazio del centrosinistra, ma è impossibile mettere in dubbio la dedizione dei governi renziani ad assecondare le esigenze di Confindustria.

LAVORO. “Non abbiamo bisogno di un nuovo contratto, neppure a tutele crescenti. Abbiamo bisogno di semplificare e migliorare la disciplina di quello a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente e attrattivo per le imprese, lasciandole più libere di organizzare in maniera flessibile i processi di produzione e rimuovendo gli ostacoli che scoraggiano le assunzioni”, diceva Giorgio Squinzi nella sua relazione annuale da presidente di Confindustria nel maggio 2014. Il governo Renzi va oltre ogni aspettativa degli industriali: i nuovi contratti sono a tutele crescenti, ma senza articolo 18, le tutele contro i licenziamenti ingiustificati (quasi impossibile essere reintegrati, al massimo risarcimenti). Vengono anche liberalizzati i voucher per il lavoro occasionale che si estenderanno al punto da spingere la Cgil a indire un referendum per la loro abolizione, nel 2017 (il governo Gentiloni li cancella in fretta e furia per decreto in modo da evitare una sicura sconfitta e subito dopo li ripristina con poche modifiche).

SGRAVI. Poi arrivano gli sgravi fiscali abbinati al Jobs Act: ne beneficiano i lavoratori che vengono assunti, certo, ma soprattutto le imprese che hanno uno sconto sui contributi. Un trasferimento dallo Stato alle imprese che vale tra 2014 e 2017 ben 27,7 miliardi di euro. La seconda tornata di incentivi, dalla decontribuzione specifica per il Sud a Garanzia Giovani, aggiunge altri 7,8 miliardi. Secondo i calcoli del sindacato Uil, Ufficio economiche politiche territoriali, sgravi e incentivi alle aziende valgono complessivamente 40 miliardi tra 2016 e 2017. Se si conta anche il 2015 il conto sale a 50. E se si considerano anche gli effetti delle politiche in essere fino al 2019 compreso il conto arriva a 80 miliardi complessivi. Comprensibile che ora Renzi, con le urne imminenti e i sondaggi poco rassicuranti, provi a passare all’incasso.

Industria 4.0. Nei giorni scorsi anche il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, che ha lavorato a lungo ai vertici di Confindustria, ha diffuso i risultati del piano Industria 4.0 di cui si è occupato. Soltanto gli interventi attivati nel 2018, rivendica Calenda, mobiliteranno 9,8 miliardi di risorse, “senza comprendere le misure pluriennali come Credito di imposta in ricerca e sviluppo valido fino al 2020 e le agevolazioni strutturali per le startup”.

Calenda, che si occupa anche di energia, in questi anni ha applicato in Italia un approccio che è tipico di grandi Paesi industrializzati come la Germania, ma non per questo meno criticato: aumentare un po’ i costi di elettricità e gas per le famiglie così da poter alleggerire la bolletta delle grandi imprese e renderle più competitive. La revisione degli “oneri di sistema”, una delle voci più pesanti della bolletta che ha contribuito anche agli ultimi aumenti scattati a gennaio, determina uno sconto di 1,7 miliardi per le imprese energivore e un aggravio di 250 milioni per le famiglie e di 450 milioni per le piccole imprese.

Non va poi dimenticata l’eliminazione della componente costo del lavoro dall’Irap (6 miliardi l’anno dal 2015) e il taglio di 3,5 punti dell’Ires, che nel solo 2017, con altre misure complementari, ha fatto mancare allo Stato 8,3 miliardi di gettito.

RIFORME. La Confindustria, per quanto indebolita dall’abbandono di soci di peso (tipo Fca) e dalla crisi del suo giornale, il Sole 24 Ore, continua a voler esercitare un ruolo di indirizzo politico. Oltre a chiedere sussidi. La riforma della “buona scuola”, per esempio, è presa da un dossier dell’associazione Treelle, che ha molti punti di contatto con Confindustria. E la riforma costituzionale del 2016 realizzava uno degli eterni auspici dell’associazione degli industriali: un governo che decide, libero dai condizionamenti del Parlamento. Per sostenere Renzi nei mesi difficili della campagna referendaria, il centro studi di Confindustria allora guidato da Luca Paolazzi si è avventurato a vaticinare scenari catastrofici in caso di bocciatura della riforma: Pil in calo di 4 punti in tre anni, addio a 600.000 posti di lavoro e al 20 per cento degli investimenti. Poi ha vinto il No, prima ha perso il posto Renzi a palazzo Chigi e poi Luca Paolazzi al centro studi. Il Pil dell’Italia nel 2017 è cresciuto dell’1,4 per cento, un record per gli ultimi sette anni.

Mattarella nomina Viganò alla Consulta Corsa alla presidenza

È uno dei massimi penalisti italiani il nuovo giudice della Corte Costituzionale nominato ieri dal presidente Sergio Mattarella. Si tratta di Francesco Viganò, ordinario di diritto penale alla Bocconi di Milano. Sostituisce Paolo Grossi che ha terminato il suo mandato di 9 anni alla Corte venerdì, ultimo giorno anche da presidente. Il Quirinale non ha perso tempo per la nomina di sua competenza, mentre il Parlamento da 16 mesi deve sostituire il dimissionario Giuseppe Frigo. Proprio delle competenze di un penalista aveva bisogno la Corte perché con l’assenza di Frigo, il solo esperto in materia è il vicepresidente Giorgio Lattanzi, ora presidente facente funzioni perché il componente più anziano. Lattanzi e la giudice Marta Cartabia sono i due nomi papabili per la presidenza della Consulta. Probabilmente il voto ci sarà dopo le elezioni. Quanto al curriculum del neo giudice Viganò, 52 anni, è molto ricco: ha iniziato la carriera accademica come docente di diritto penale comparato a Brescia. Nel 2004 va alla Statale di Milano per insegnare diritto penale progredito ed European Criminal Law. Da oltre un anno è alla Bocconi. È il fondatore e direttore della rivista “Diritto penale contemporaneo”.

Torino, ecco il candidato che non è candidato

Nella campagna elettorale appare anche un candidato “fantasma”.
Si tratta di Maurizio Tomeo, vicesindaco del comune di Trofarello, in provincia di Torino. Campione di candidature a tutti i livelli di governo, questa volta non è riuscito a convincere i vertici del suo partito, che non lo ha inserito nelle liste per le politiche. Ma il vicesindaco vanta evidentemente un vasto elettorato che lo vedrebbe bene alla Camera dei deputati. Ci aveva già provato nel 2006 ma con esito infausto. Allora, per non disperdere preziosi voti a sostegno della lista “Noi con l’Italia – scudo crociato”, Tomeo ha deciso di scendere in campo lo stesso. O almeno ha fatto finta.

L’esponente moderato ha fatto stampare migliaia di volantini da distribuire alla popolazione per promuovere il suo nome accanto ai candidati veri. “Mi è stato chiesto di candidarmi nell’area di Centro Destra moderato nella quale da sempre milito e nella quale credo fortemente per le sue caratteristiche di concretezza e lungimiranza” scrive aulico il deputato “impossibile” nel manifestino. “Per votare Maurizio Tomeo e il Centro Destra” si raccomanda sul retro, “metti una croce sul simbolo e non barrare nessun nome”, soprattutto quello che non c’è. Preside e dirigente scolastico, Tomeo è un vecchio “impresentabile” della politica. Ci aveva già provato nelle elezioni del 2006, quando si era presentato con Forza Italia per il Parlamento, nonostante fosse indagato per presunte molestie sessuali nei riguardi di due dipendenti comunali quando era sindaco di Trofarello. Al termine del processo “a luci rosse” – come lo avevano definito le cronache locali – nel 2008 Tomeo viene condannato in secondo grado dalla Corte d’appello di Torino che lo ritiene colpevole di maltrattamenti e ingiurie ai danni delle impiegate.

Durante un violento litigio in sala giunta, la responsabile dell’Ufficio ragioneria si era sentita male ed era finita all’ospedale in preda a una forte crisi d’ansia. Da qui le denunce. Tomeo non si perde d’animo e si presenta alle elezioni provinciali nel 2009. Questa volta non manca il bersaglio e viene eletto tra i banchi del Popolo della Libertà. Nel 2014, finito il mandato, si candida al consiglio regionale per Forza Italia, ma raccoglie solo 306 preferenze. Da allora si tiene stretta la poltrona da vicesindaco e rilancia l’accantonata carriera scolastica, sognando la prossima candidatura.

Politica e affari: la classifica dei conflitti d’interessi in lista

Un incarico in azienda ogni due candidati, 1.848 partecipazioni sparse tra i 7.662 aspiranti parlamentari alle prossime elezioni. Sono i dati elaborati dal portale Openpolis, che ha deciso di vederci chiaro sui conflitti di interessi dei futuri onorevoli. Di ogni nome che comparirà sui listini proporzionali, il report “A schede scoperte” specifica incarichi e partecipazioni in aziende, elaborando i dati delle camere di commercio.

Il dominio del centrodestra

Si scopre così che i candidati mettono insieme 3.862 incarichi aziendali e 1.848 quote di proprietà, con un dominio incontrastato del centrodestra: i 327 candidati delle liste di Forza Italia accumulano 181 proprietà e ben 325 poltrone, ovvero una a testa di media.

Un record raggiunto grazie ad alcuni candidati particolarmente attivi: Giuseppe Massimo Ferro, in corsa al Senato in Veneto, risulta avere 14 incarichi aziendali che spaziano dal settore dell’alloggio e della ristorazione (con la Gestioni Benancensi, di cui è amministratore unico) al manifatturiero (con l’Adriatica spa). Il primatista assoluto del partito è però Sergio Gaddi, l’ex assessore di Como che ha accumulato 15 ruoli in altrettante aziende, tra cui la Eldae, specializzata in sicurezza informatica, e l’impresa edile Selva Mercurio. Interessi variegati, tanto quanto quelli di Claudio Lotito, il presidente della Lazio e della Salernitana sceso in campo con Forza Italia, che prima di entrare nel mondo del calcio ha fatto affari con le pulizie (tramite la Linda srl), l’immobiliare (Immobiliare Appia srl, Immobiliare 03) e la ristorazione (Bona Dea srl).

Ma anche gli alleati dei forzisti si danno da fare: le proprietà in aziende nella quarta gamba del centrodestra, Noi con l’Italia, sono 138, corredate da 272 ruoli nei consigli. Seguono, nella speciale classifica delle poltrone, gli altri due partiti della coalizione: Lega Nord (124 proprietà, 245 incarichi aziendali) – in cui spiccano i 17 ruoli affidati a Stefano De Luca, che possiede anche quote in 8 aziende, soprattutto nel settore della vigilanza – e Fratelli d’Italia (119 e 231). Una menzione d’onore se la guadagna l’imprenditrice nonché politica di lungo corso Daniela Santanché, candidata con la lista di Giorgia Meloni. Oggi, secondo Openpolis, ha interessi in 16 aziende, dalla Visibilia Editore – che pubblica il magazine VilleGiardini (acquistato dalla Mondadori) e i mensili PcProfessionale e Ciak – alla Bioera, che si occupa di prodotti per il benessere. Ma nella stessa lista c’è anche il recordman dei candidati “aziendali”: è Stefano Serena, 8 proprietà e la bellezza di 19 incarichi, tra cui la Sc Servizi e la Logistic (impegnate nei trasporti) e il Mestre Calcio, di cui è presidente dal 2014 e che ha riportato tra i professionisti.

Centrosinistra e Movimento 5 Stelle

Numeri inferiori tra i candidati del Movimento 5 stelle, con 37 proprietà aziendali e 70 incarichi su 376 aspiranti parlamentari. Guida la truppa, con i suoi i 4 ruoli, Stefano Bianco, candidato in Lombardia, che ha i principali interessi nella vendita di prodotti per auto (Tip Top Rivolta industriali) e nell’immobiliare (Hiram).

Ma occhio ai potenziali conflitti di interessi anche nella coalizione di centrosinistra, dove Openpolis evidenzia che la lista Insieme, che unisce Italia dei valori, Verdi, Socialisti e alcuni prodiani, porta in dote 84 proprietà e 198 incarichi aziendali. Numeri ancor più alti di quelli del Partito democratico, incrementati anche dal contributo di Giulio Santagata, prodiano doc, presidente del consiglio di amministrazione di Stu Reggiane – di cui è socio anche Luca Torri, suo compagno di lista –, azienda incaricata della riqualificazione dell’area delle Officine Meccaniche Reggiane, a Reggio Emilia. Santagata è anche consigliere della società che gestisce l’Autostrada del Brennero, oltre ad avere interessi in altre tre aziende, tra cui BolognaFiere.

All’interno del Pd il primatista di incarichi è invece Mario Giuseppe Bezzi, imprenditore alla prima candidatura e presidente, tra gli altri, del cda della Società Elettrica Dalignese e degli impianti sciistici del Consorzio Adamello Ski Pontedilegno-Tonale.

Sette incarichi anche per il renziano Andrea Marcucci, candidato in Toscana, consigliere della Kedrion, che distribuisce prodotti terapeutici, e del Ciocco, società che gestisce una tenuta nelle colline lucchesi. Nessun incarico diretto per il segretario dem Matteo Renzi, così come restano fuori dalle imprese gli altri big di partito, per lo meno quelli candidati: Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Emma Bonino, Beatrice Lorenzin, Pietro Grasso, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. A proposito di Liberi e Uguali: secondo OpenPolis sono 38 le proprietà in azienda dei candidati e 102 gli incarichi, molti meno delle 128 poltrone in +Europa – la lista unitaria dei Radicali e di Centro Democratico – e delle 125 tra gli aspiranti parlamentari di Il popolo della famiglia, la formazione politica di Mario Adinolfi.

È proprio nel movimento ultracattolico che risaltano le gesta di Luigino Ruffini, 73 anni, proprietario in varia misura di 4 aziende con all’attivo ben 17 incarichi e interessi che variano dalla vendita all’ingrosso (I.b.s spa) agli impianti di risalita (Sirpa srl). Per essere eletto dovrà sperare in un clamoroso exploit del suo partito, che gli ultimi sondaggi, prima del divieto di ogni pubblicazione, davano lontano dalla soglia di sbarramento. Nel caso ci riuscisse, a lui e a tutti gli altri resterà l’arduo compito di fugare ogni dubbio sui conflitti di interesse. Nel frattempo, votiamo a schede scoperte.

Quelli competenti

Facciamo un esempio. Il tunisino Mohammed è intercettato dalla Procura di Roma perchè sospettato di spacciare droga per conto di una gang di connazionali malavitosi. Ascoltando le sue telefonate, la polizia giudiziaria scopre che il tizio è dà appuntamenti notturni ai presunti clienti in un giardino pubblico. Altre telefonate dimostrano che ha pure un’intensa attività sessuale con diverse ragazze ed è solito vantarsi delle sue prestazioni con una certa Fatima chiacchierando con l’amico del cuore Abdullah, che abita a Napoli. Con la legge attuale, alla scadenza delle intercettazioni, la polizia giudiziaria consegna al pm un rapporto investigativo con la trascrizione-brogliaccio delle sue telefonate penalmente rilevanti (sullo spaccio) e con un’annotazione che registra solo i destinatari e l’oggetto delle telefonate penalmente irrilevanti (sulle notti brave), senza trascriverle. Se il pm, leggendo i riassunti, ha il dubbio che qualche telefonata non trascritta possa essergli utile, la ascolta. E così l’avvocato di Mohammed: se, puta caso, il tunisino risultava a casa di una ragazza la notte in cui è accusato di aver spacciato droga, anche la telefonata a sfondo sessuale diventa rilevantissima, perchè contiene l’alibi che può scagionarlo.

Ora, come ha spiegato ieri il Pg di Palermo Roberto Scarpinato sul Fatto, la legge sta per cambiare: il 25 luglio entrerà in vigore il decreto delegato del ministro Andrea Orlando sulle intercettazioni. Cosa cambia? La polizia giudiziaria non dovrà più informare il pm su tutte le conversazioni intercettate, ma solo su quelle ritenute (da lui) rilevanti, trascrivendole nei verbali-brogliacci; invece quelle che il poliziotto riterrà irrilevanti per la sua indagine non dovrà più riassumerle nell’annotazione, a meno che non gli venga il dubbio che siano rilevanti. Certo il pm non riceverà più una riga su condotte private, tipo quelle sessuali, in nome della privacy. Cosa cambierà nel caso di Mohammed? Che il poliziotto non annoterà più nulla delle telefonate sulle notti a luci rosse: né l’oggetto, né i nomi delle ragazze, nè quello dell’amico Abdullah. Dunque il pm non ne saprà nulla, salvo che abbia qualche mese da perdere per ascoltarsi tutte le telefonate. Ora, poniamo che Mohammed non sia solo uno spacciatore, ma anche un terrorista jihadista, che finanzia la sua cellula col traffico di droga per comprare l’esplosivo e fare una strage; e che, già che c’è, abbia messo su un giro di squillo che al telefono gabella per sue amanti. E che il suo amico Abdullah sia indiziato di jihadismo dalla Dda della Procura di Napoli.

E che la sua presunta amica Fatima sia scappata da Roma e l’abbia denunciato a Firenze. Oggi anche le annotazioni di polizia sulle intercettazioni irrilevanti con i nomi di Mohammed, Abdullah e Fatima finiscono nella banca dati della Procura di Roma, in rete con i database di tutte le Dda coordinate della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, inventata da Falcone per garantire lo scambio di informazioni nella lotta alla criminalità organizzata. Così, incrociando l’Abdullah intercettato a Roma insieme a Mohammed con l’Abdullah sospettato a Napoli si può sgominare la cellula terroristica. E, incrociando la Fatima che denuncia Mohammed a Firenze con la Fatima citata a Roma, si può dare un nome al suo sfruttatore e stroncare il clan che lucra sulle ragazze.

Con la riforma Orlando e l’ancor più restrittiva relazione illustrativa, invece, i pm di Roma non sapranno mai quel che fanno i pm di Napoli e Firenze, e viceversa. Dunque, anziché per terrorismo e prostituzione, Mohammed se la caverà con un processetto per spaccio. Abdullah sarà archiviato per insufficienza di prove, la cellula jihadista resterà in piedi e farà una strage. E Fatima e le altre continueranno a essere sfruttate. Tutto perché la polizia giudiziaria non annoterà più i contatti di Mohamed con Abdullah e con Fatima, ritenendoli penalmente irrilevanti, e con piena ragione (con la droga non c’entrano). Peccato che non lo siano nelle indagini di Firenze e Napoli, di cui il poliziotto non sa nulla. Oggi Firenze e Napoli, con una ricerca per nomi sul database, possono sapere dell’inchiesta di Roma e viceversa. Con la “riforma” Orlando, non più. C’era da attendersi che l’allarme di Scarpinato inducesse il governo a scusarsi e riparare immediatamente al grave errore (sempreché di errore si tratti), come ha subito chiesto la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi. Invece Orlando ha diffuso un comunicato-supercazzola che fa dubitare non solo della buona fede, ma anche dell’intelligenza dell’autore: “Al pm spetta impartire alla polizia giudiziaria delegata ogni utile istruzione per orientarla ad un corretto modo di eseguire il compito assegnatole, nel fermo rispetto del ruolo decisorio del pm stesso. La trascrizione del contenuto delle conversazioni è guidata dal criterio (ampio e non irragionevolmente selettivo) della rilevanza a fini di indagine. La rilevanza investigativa ben può essere affermata anche in riferimento a procedimenti altri rispetto a quello ove le intercettazioni sono eseguite, seppure di altri uffici del pubblico ministero”. Fantastico: il pm dovrebbe essere il Padreterno, ubiquo e onnisciente, e sapere in anticipo se e quali altre Procure stanno indagando sul suo stesso indagato o su persone in rapporti con lui in “procedimenti altri”; e, a priori, dare le “utili istruzioni” alla polizia giudiziaria perché trascriva gli elementi rilevanti in inchieste “altre”, altrui e altrove che non conoscerà mai neppure a posteriori. E questi, signore e signori, sarebbero i politici “competenti” che ci mettono in guardia dal rischio di un governo di incapaci. Figurarsi se fossero incompetenti.

Dolori europei, rivincite in campionato

L’Europa ci ha lasciato un sacco di rimpianti e di rimorsi. L’Atalanta, per esempio: non paga di aver graziato il Borussia, gli ha regalato addirittura il gol-qualificazione e così contro la Juventus, domani in campionato e mercoledì in Coppa Italia, non si sa bene se sarà più feroce o più avvilita. Allegri l’aspetta a piè fermo. Ha scollinato Firenze e il derby, ha perso Higuain e Bernardeschi, recupera Dybala e Mandzukic. Il suo calcio “noia chi molla” sta spaccando persino il mondo Juve. Però è sempre lì, dentro a tutte le competizioni. E allo Stadium, Papu o non Papu, Madama si trasforma. Il Napoli, che giocherà lunedì sera a Cagliari, è reduce dalla vittoria di Lipsia, vittoria che ha spinto Sarri al più ardito dei paragoni: “Siamo stati eliminati ma vi ricorderete di noi come dell’Olanda degli anni ‘70”. Mamma mia. Resterebbe da far luce sul “suicidio” del San Paolo, sull’1-3 che il 2-0 di giovedì ha reso ancora più imbarazzante: a naso, fu vero calcolo. Contenti loro. E adesso, tutti per uno: lo scudetto. A cominciare dalla missione in Sardegna, l’isola, salvo sorprese, dell’ennesimo tesoro. L’Inter in caduta libera ospita già stasera il Benevento. Non vincerà facile, probabilmente, ma vincerà. Il clou sarà all’Olimpico, tra Di Francesco e Gattuso. La Roma, in Ucraina, si è buttata via, cosa che ogni tanto le capita. In compenso, le parate di Alisson e i gol di Under ne hanno decorato il terzo posto. Il Milan è in ripresa, a meno sette dall’Inter e a meno otto dalla Lazio di Immobile, quarta, ultima inquilina con vista Champions. Gli serve, per osare l’inosabile, un colpo grosso in trasferta. Sono i giorni di Cutrone: se non segna, fa segnare. Potrebbe essere proprio lui la bussola del risultato.

Non può fare di più: l’Italia in scivolata sul ghiaccio di Corea

Povera Carolina: alle Olimpiadi non le riesce proprio di lasciare il segno. Eppure la Kostner ha vinto un mondiale (2012), 5 europei, una finale di Grand Prix, 9 titoli azzurri, per due stagioni – dal 2010 al 2012 – è stata classificata la migliore del mondo, ma alle gare dei cinque cerchi ha sempre incocciato con qualcuna più in forma, o, come è successo ieri, con una fuoriclasse stratosferica, la russa Alina Zagitova, una ragazzina di 15 anni (e 281 giorni, la seconda vincitrice più giovane dei Giochi Invernali, dopo l’americana Tara Lipinski che a Nagano 1998 aveva sedici giorni di meno) che ha mandato in visibilio il pubblico dell’Ice Arena di Ganggneung.

In verità, la prestazione della nostra vedette sul ghiaccio è stata così così, per non dire deludente. Senza acuti. E pochi applausi. La finalissima del pattinaggio artistico è l’evento principe dei Giochi Invernali, quello che strappa le audience televisive più alte: unisce agonismo, tecnica e spettacolo. Purtroppo, nella prima impegnativa combinazione di triplo flip – è un salto puntato che prevede tre rotazioni in aria – la veterana trentunenne Carolina è inciampata. Ha poggiato le mani sul ghiaccio e ha compromesso il successivo triplo toe-loop (altre tre rotazioni complete in aria). Il punteggio (212,44) l’ha relegata ben lontana dalla splendida Alina che si è esibita danzando sulla musica del Don Quixote di Leon Minkus e sparando, nella seconda parte del programma, sette salti tripli con un incredibile combinazione di triplo lutz-triplo loop: “Comunque, è presto dire addio. Voglio gareggiare ai prossimi Mondiali, che si disputeranno in Italia. E poi, chi cade può rialzarsi”.

Archiviata la Kostner, c’è da segnalare l’ennesima prodezza di Arianna Fontana, che ha vinto il bronzo dei 1000 metri in una gara di short-track dove se le sono suonate di santa ragione. La Fontana sfoggiando l’oro dei 500, l’argento della staffetta e il bronzo ha lanciato un appello ai giovani: “È importante andare a votare, diamoci tutti una svegliata, non solo i politici…”. Che stia già meditando un futuro in politica? “Non ci ho mai pensato, ma le porte sono aperte”.

Politica e Giochi. Luca Lotti, delfino di Renzi, nonché ministro dello Sport, ci mette subito il cappello: “Avevo scommesso con Giovanni Malagò, il presidente del Cio, che saremmo arrivati a doppia cifra in questi Giochi…”. Rivendica un fondo sport per aiutare le atlete a proseguire la carriera. Strizza l’occhiolino alle donne che hanno salvato la nostra numerosa spedizione con le loro vittorie: la Fontana, Sofia Goggia e Michela Moioli. Tre lombarde, e questo stuzzica gli appetiti di Lega e Forza Italia. Nel frattempo, la Moioli va da Fazio a Che tempo che fa di domani (con Tomba che festeggerà i trent’anni del suo primo oro a Calgary). I numeri, tuttavia, dicono che l’Italia, 7a squadra più numerosa con 122 atleti, è per ora 12esima nel medagliere. Difficile vincere altre medaglie. Dei 92 paesi partecipanti 29 sono saliti sul podio. L’Italia ha conquistato 3 dei 91 ori assegnati (al 22 febbraio), 10 medaglie su 272. La Norvegia ne ha vinte 37, 13 d’oro. Il nostro sci alpino maschile è a zero tituli. I velocisti mugugnano contro la federazione perché le donne hanno i tecnici migliori. Il biathlon ha deluso. Il fondo è arrivato quasi… al fondo: il solitario argento di Federico Pellegrino non è riuscito a mascherare polemiche e veleni: “La nostra disciplina è da ricostruire, siamo stati abbandonati a noi stessi…”, i giovani reclamano l’aiuto dei grandi vecchi campioni. E questa è la vera notizia: rottamare l’esperienza è dannoso. Come l’inforcata di uno slalomista o la sciolina sbagliata di un fondista.