Pubblichiamo un testo di Luca Ricci, in libreria con il suo nuovo romanzo “Gli autunnali”. Una riflessione – attraverso la letteratura – sulle stagioni e su come queste influenzino gli scrittori.
Scrivere Gli autunnali mi ha obbligato a confrontarmi con un aspetto della vita tanto evidente quanto ineffabile: il tempo. A un certo punto uno dei personaggi del mio romanzo dice: “Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento”. Penso anch’io che sia così, ma la natura – e l’uomo – hanno escogitato un espediente per illuderci che il tempo non sia un fenomeno lineare bensì circolare: le stagioni.
Le stagioni, di anno in anno – con oscillazioni ancora impercettibili – tornano uguali, e ci danno un conforto, una rassicurazione. Non importa se sia ingannevole, noi ci vogliamo credere, che tutto sommato la vita non sia una candela che si accorcia.
Ecco allora spiegato anche l’interesse dell’arte nei confronti delle quattro stagioni, a cui nel corso dei secoli sono stati dedicati veri e propri cicli, da Giuseppe Arcimboldo, passando per Antonio Vivaldi, fino a Eric Rohmer o Kim Ki-Duk. In letteratura un eccellente Bernacca (Edmondo, il meteorologo) è stato Italo Calvino, che nel suo Marcovaldo (1963) dedica alle stagioni un’intera raccolta di racconti.
Marcovaldo è un personaggio buffo e melanconico, una specie di Charlot che si arrabatta alla bell’e meglio nella vita, e dove il passare delle stagioni diventa l’unica bussola per non impazzire in mezzo al caos. Calvino, discendente di agronomi e botanici, mostra una particolare sensibilità, un gusto sincero, nel descrivere con minuzia i fenomeni atmosferici, il tipo di luce, il mutare della vegetazione, da una stagione all’altra. Ecco la descrizione di un parco estivo: “Nelle fronde degli ippocastani, dov’erano più folte, dardeggiavano gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa”. E questo è ciò che si può leggere dell’inverno: “Il freddo ha mille modi di muoversi nel mondo: sul mare corre come una mandria di cavalli, sulla campagna si getta come uno sciame di locuste, nelle città come lama di coltello taglia le vie”. Ma Calvino sa dire anche con una sola frase l’essenza – almeno nelle intenzioni, nelle aspettative umane – di un’intera stagione. Ad esempio della primavera: “L’inverno se ne andò e si lasciò dietro i dolori reumatici”.
Tornando al mio Gli autunnali, ho cercato di farmi suggerire l’andamento drammatico della vicenda proprio dal trascorrere dei mesi. Alla domanda, che qualcuno potrebbe farmi, del perché non abbia optato per un happy end, potrei rispondere che una storia non può finire in modo felice se termina durante il solstizio d’inverno, cioè nel giorno con meno luce dell’anno. D’altronde in the Human seasons John Keats paragona le stagioni dell’anno alle fasi più importanti della vita di un individuo, e naturalmente all’autunno riserva la fase della maturità, insomma ciò che precede di poco la morte. L’autunno è questo struggimento e ritrarlo mi ha dato un piacere fisico, e mi hanno aiutato quasi più i poeti che non i prosatori. “Le foglie morte cadono a mucchi/ come i ricordi e i rimpianti” diceva Jacques Prévert. “Oh qual caduta di foglie, gelida/ continua, muta, greve, su l’anima!/ Io credo che solo, che terno/ che per tutto nel mondo è novembre” gli fa eco Giosuè Carducci.
E come dimenticarsi del versi di Giovanni Pascoli: “Silenzio intono: solo, alle ventate,/ odi lontano, da giardini ed orti,/ di foglie un cader fragile. È l’estate/ fredda, dei morti”. Se c’è il sentore della morte, però, ci deve anche essere, fortissimo l’amore. E infatti l’autunno è la stagione più romantica dell’anno, benché venata di un certo insindacabile pessimismo cosmico. Ecco il discorso che Woody Allen fa fare a due amici in veranda al crepuscolo nella pellicola intitolata Settembre: “Tutto è casuale, originato dal niente, senza uno scopo, e alla fine svanirà per sempre, e non sto parlando del mondo, sto parlando dell’universo, tutto lo spazio, tutto il tempo, è solo una convulsione temporanea”.
Tra tutti gli artisti che si sono occupati dell’autunno (in ordine sparso devo almeno citare Paul Verlaine, Francesco Guccini, Ingmar Bergman, Tommaso Landolfi, Richard Gere & Winona Ryder, Giacomo Leopardi, Nina di Majo, Sergej Ejzenštejn, Ray Bradbury), mi piace ricordare una tela di Wassily Kandinsky intitolata molto banalmente Fiume d’autunno. Il creatore della pittura astratta, di fronte all’evidenza della stagione, non si spinge più in là di un bozzetto figurativo. L’autunno che trasforma Kandinsky in un impressionista qualsiasi, che prende pennello e cavalletto e diventa amante della pittura en plein air… che volete di più? Si è detto all’inizio: parlare delle stagioni dell’anno volendo essere originali sarebbe sbagliato.
Le stagioni sono fatte di luoghi comuni che sarebbe delittuoso scardinare: siamo tutti dei Marcovaldo che si appigliano al calendario per salvarci dal trascorrere impetuoso del tempo. Ah, dimenticavo: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.