“È una storia d’autunno. Finisce male di sicuro”

Pubblichiamo un testo di Luca Ricci, in libreria con il suo nuovo romanzo “Gli autunnali”. Una riflessione – attraverso la letteratura – sulle stagioni e su come queste influenzino gli scrittori.

 

Scrivere Gli autunnali mi ha obbligato a confrontarmi con un aspetto della vita tanto evidente quanto ineffabile: il tempo. A un certo punto uno dei personaggi del mio romanzo dice: “Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento”. Penso anch’io che sia così, ma la natura – e l’uomo – hanno escogitato un espediente per illuderci che il tempo non sia un fenomeno lineare bensì circolare: le stagioni.

Le stagioni, di anno in anno – con oscillazioni ancora impercettibili – tornano uguali, e ci danno un conforto, una rassicurazione. Non importa se sia ingannevole, noi ci vogliamo credere, che tutto sommato la vita non sia una candela che si accorcia.

Ecco allora spiegato anche l’interesse dell’arte nei confronti delle quattro stagioni, a cui nel corso dei secoli sono stati dedicati veri e propri cicli, da Giuseppe Arcimboldo, passando per Antonio Vivaldi, fino a Eric Rohmer o Kim Ki-Duk. In letteratura un eccellente Bernacca (Edmondo, il meteorologo) è stato Italo Calvino, che nel suo Marcovaldo (1963) dedica alle stagioni un’intera raccolta di racconti.

Marcovaldo è un personaggio buffo e melanconico, una specie di Charlot che si arrabatta alla bell’e meglio nella vita, e dove il passare delle stagioni diventa l’unica bussola per non impazzire in mezzo al caos. Calvino, discendente di agronomi e botanici, mostra una particolare sensibilità, un gusto sincero, nel descrivere con minuzia i fenomeni atmosferici, il tipo di luce, il mutare della vegetazione, da una stagione all’altra. Ecco la descrizione di un parco estivo: “Nelle fronde degli ippocastani, dov’erano più folte, dardeggiavano gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa”. E questo è ciò che si può leggere dell’inverno: “Il freddo ha mille modi di muoversi nel mondo: sul mare corre come una mandria di cavalli, sulla campagna si getta come uno sciame di locuste, nelle città come lama di coltello taglia le vie”. Ma Calvino sa dire anche con una sola frase l’essenza – almeno nelle intenzioni, nelle aspettative umane – di un’intera stagione. Ad esempio della primavera: “L’inverno se ne andò e si lasciò dietro i dolori reumatici”.

Tornando al mio Gli autunnali, ho cercato di farmi suggerire l’andamento drammatico della vicenda proprio dal trascorrere dei mesi. Alla domanda, che qualcuno potrebbe farmi, del perché non abbia optato per un happy end, potrei rispondere che una storia non può finire in modo felice se termina durante il solstizio d’inverno, cioè nel giorno con meno luce dell’anno. D’altronde in the Human seasons John Keats paragona le stagioni dell’anno alle fasi più importanti della vita di un individuo, e naturalmente all’autunno riserva la fase della maturità, insomma ciò che precede di poco la morte. L’autunno è questo struggimento e ritrarlo mi ha dato un piacere fisico, e mi hanno aiutato quasi più i poeti che non i prosatori. “Le foglie morte cadono a mucchi/ come i ricordi e i rimpianti” diceva Jacques Prévert. “Oh qual caduta di foglie, gelida/ continua, muta, greve, su l’anima!/ Io credo che solo, che terno/ che per tutto nel mondo è novembre” gli fa eco Giosuè Carducci.

E come dimenticarsi del versi di Giovanni Pascoli: “Silenzio intono: solo, alle ventate,/ odi lontano, da giardini ed orti,/ di foglie un cader fragile. È l’estate/ fredda, dei morti”. Se c’è il sentore della morte, però, ci deve anche essere, fortissimo l’amore. E infatti l’autunno è la stagione più romantica dell’anno, benché venata di un certo insindacabile pessimismo cosmico. Ecco il discorso che Woody Allen fa fare a due amici in veranda al crepuscolo nella pellicola intitolata Settembre: “Tutto è casuale, originato dal niente, senza uno scopo, e alla fine svanirà per sempre, e non sto parlando del mondo, sto parlando dell’universo, tutto lo spazio, tutto il tempo, è solo una convulsione temporanea”.

Tra tutti gli artisti che si sono occupati dell’autunno (in ordine sparso devo almeno citare Paul Verlaine, Francesco Guccini, Ingmar Bergman, Tommaso Landolfi, Richard Gere & Winona Ryder, Giacomo Leopardi, Nina di Majo, Sergej Ejzenštejn, Ray Bradbury), mi piace ricordare una tela di Wassily Kandinsky intitolata molto banalmente Fiume d’autunno. Il creatore della pittura astratta, di fronte all’evidenza della stagione, non si spinge più in là di un bozzetto figurativo. L’autunno che trasforma Kandinsky in un impressionista qualsiasi, che prende pennello e cavalletto e diventa amante della pittura en plein air… che volete di più? Si è detto all’inizio: parlare delle stagioni dell’anno volendo essere originali sarebbe sbagliato.

Le stagioni sono fatte di luoghi comuni che sarebbe delittuoso scardinare: siamo tutti dei Marcovaldo che si appigliano al calendario per salvarci dal trascorrere impetuoso del tempo. Ah, dimenticavo: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.

La “primula” Puigdemont inguaia la stella di Guardiola

A Pep Guardiola arriva il conto per il suo supporto pubblico alla causa dell’indipendentismo catalano. Ieri, la Football Association inglese ha avviato una inchiesta contro di lui, colpevole di “aver adottato un messaggio politico, specificamente un fiocco giallo”. È il simbolo diffuso in Catalogna dallo scorso ottobre in segno di solidarietà verso Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, leader catalani incarcerati dopo che il referendum indipendentista è stato dichiarato incostituzionale dal governo di Madrid.

L’allenatore del Manchester City è un aperto sostenitore della causa catalana. Nel giugno 2017, a Barcellona, davanti a migliaia di persone, aveva letto il manifesto indipendentista, dichiarando “voteremo anche se lo Stato spagnolo non vuole” perché, aveva aggiunto, “la Catalogna è vittima di uno Stato che ha messo in atto una persecuzione politica indegna del XXI secolo”. Già durante il match con il West Bromwich, lo scorso 28 ottobre, aveva iniziato a indossare il fiocco giallo in occasioni pubbliche, inclusi match europei e di Premier League. Per questo aveva già ricevuto due richiami formali dalla Football Association, l’organo di autogoverno del calcio inglese, secondo la quale l’ostentazione di messaggi politici è una violazione dei regolamenti pubblicitari.

Ignorandoli, lunedì scorso Pep ha di nuovo indossato il fiocco giallo durante la partita di campionato Manchester – Wigan: da qui l’avvio del provvedimento formale. Pep ha tempo fino al 5 marzo per replicare alle accuse. Lo scorso dicembre, l’arci-rivale Jose Mourinho, oggi manager del Manchester United, non si era fatto scappare l’occasione per un commento provocatorio, lasciando intendere che per Guardiola ci fosse un occhio di riguardo: “Conosco Pep da molti anni. Credo di sapere cosa prova per il suo paese. Ma portare questi sentimenti nel calcio…. Non conosco le regole. Se le regole lo permettono, è libero di farlo, ma non sono tanto sicuro che le regole consentano di ostentare messaggi politici in campo. Penso che a me non sarebbe permesso”.

Poco dopo, durante una conferenza stampa, Guardiola aveva replicato spiegando le ragioni della sua decisione. A proposito della prolungata carcerazione di Sanchez e Cuixart, aveva detto: “Un giorno in carcere sarebbe già troppo, e sono lì da molto più tempo. Come tutti sanno, spero di poter smettere di indossare il fiocco giallo prima o poi. Spero che tutti i politici ora in prigione possano tornare al più preso a casa dalle loro famiglie e continuare a vivere la vita che meritano di vivere. Se la Uefa, la Fifa, la Premier League vogliono sospendermi per questo, ok, verrò sospeso”.

Ma la pressione sull’allenatore catalano non si ferma qui. Nelle ultime settimane, secondo il quotidiano La Vanguardia, la polizia spagnola ha perquisito almeno due volte l’aereo privato usato da Guardiola e dalla sua famiglia per viaggiare fra il Regno Unito e la Spagna. La motivazione? Il sospetto che sull’aereo potesse nascondersi l’ex presidente catalano Carles Puidgemont, colpito da un mandato di cattura dopo che il referendum è stato dichiarato incostituzionale e riparato, in Belgio. E sempre alla ricerca di Puidgemont la Guardia Civil avrebbe anche perquisito l’auto della figlia del tecnico, all’aeroporto di Barcellona.

 

Molestie e abusi, l’orco è dentro casa: una francese su dieci vittima di stupro

Più di una francese su 10 (il 12%) sostiene di essere stata vittima di stupro e il 43% di aver subito molestie sessuali. È il risultato di uno studio Ifop realizzato per la Fondation Jean Jaurès su un campione di 2.167 donne dai 18 anni in su. Primo studio completo in Francia realizzato sulla scia dello scandalo Weinstein e la nascita di hashtag come #balancetonporc. Il 58% delle donne ha subito comportamenti inopportuni, il 50% insulti sessisti, il 45% gesti volgari a carattere sessuale, il 43% palpeggiamenti non desiderati, il 29% messaggi pornografici. Nel 78%-88% dei casi le vittime conoscevano il loro aggressore. Si trattava del partner o di un parente. Nel 48% la violenza è avvenuta tra le mura di casa. I numeri importanti non sorprendono la sociologa Alice Debauche, intervenuta su France Info: “Sul lungo termine, la soglia di tolleranza alla violenza cala. Le giovani generazioni parlano più liberamente, negli anni 50-60, invece, le donne tendevano a considerare quasi normale subire carezze non volute”. Eppure risulta che solo l’11%-19% delle vittime sporge denuncia. La maggior parte non ne parla con amici o familiari (56%-68%) e non consulta specialisti (64-74%).

Un samba calibro 9. Rio violenta, Temer chiama l’esercito

Non ci piace questo tipo d’intervento. La nostra ultima operazione è stata nella Maré. Siamo rimasti nella favela, senatore, quattordici mesi. Un giorno mi resi conto che i nostri soldati puntavano le armi verso donne e bambini. Ho capito a quel punto che i fucili erano rivolti verso la popolazione brasiliana. Siamo una società malata. Una settimana dopo che siamo usciti dalla comunità, tutto è tornato com’era prima. Dobbiamo ripensare all’impiego dell’esercito nella sicurezza pubblica, poiché è logorante, pericolosa e inutile”.

La dichiarazione è stata fatta il 22 giugno 2017 in un’udienza pubblica al senato brasiliano dal comandante dell’esercito, generale Eduardo Villas Boas, il quale ha rammentato che i militari sono stati utilizzati 115 volte negli ultimi trent’anni per controllare inutilmente la violenza e la sicurezza pubblica in Brasile.

Il 16 febbraio scorso, il presidente Michel Temer ha decretato l’intervento dello stato federale per quel che riguarda la sicurezza pubblica di Rio de Janeiro. Il controllo federale è eseguito attraverso l’esercito, sotto il comando del generale Walter Souza Braga Netto che, durante la campagna elettorale per le presidenziali previste nel prossimo ottobre, comanderà la polizia civile, militare e i vigili del fuoco fino a dicembre. A Rio 114 poliziotti militari sono stati ammazzati nel 2017 e – secondo l’Istituto della Sicurezza Pubblica – 1124 civili sono stati uccisi dalle forze dell’ordine. Souza avrà a che fare non solo con la criminalità comune e l’endemica corruzione presente anche nell’esercito, ma con i narcos che controllano circa 763 favelas, dove vive circa il 22,3 % della popolazione di Rio. Marè, Prazeres, Rocinha, Complexo do Alemão, Cidade de Deus, Providencia, sono alcune delle principali favelas, dove Amigos dos Amigos e il Terceiro Comando Puro intraprendono una sanguinosa lotta contro il Comando Vermelho, l’ex alleato della potente mafia paulista, il Pcc. La lotta tra il Pcc e il Comando Vermelho ha scatenato da poco più di un anno una guerra combattuta dentro e fuori i penitenziari brasiliani. L’antropologa Alba Zaluar, professoressa dell’Istituto di scienze sociali e politiche dell’Università statale di Rio de Janeiro, teme che l’intervento dei militari possa rafforzare l’espansione del Pcc nel paese: “Uno degli effetti dell’intervento militare – ha dichiarato Zaluar al quotidiano Uol – dovrebbe essere diretto a smantellare il Comando Vermelho. Il Pcc potrebbe uscirne avvantaggiato”. Quando il Pcc nacque nelle prigioni pauliste (1993), Temer era segretario della sicurezza dello stato di São Paulo e l’attuale ministro del Supremo federale tribunale Alexandre de Moraes difendeva, come avvocato, esponenti dell’organizzazione criminale.

Secondo Zaluar l’intervento federale a Rio è solo una cortina di fumo per nascondere gli altri problemi del paese.

L’ex presidente Lula che, nonostante le condanne giudiziarie per corruzione, continua, secondo i sondaggi, a essere il candidato favorito alle presidenziali, ha affermato che il provvedimento di Temer è una mossa elettorale del presidente che vorrebbe concorrere alle presidenziali come ‘uomo forte’ e sottrarre voti al candidato dell’estrema destra, l’ex capitano della riserva Jair Bolsonaro che è attualmente al secondo posto nella classifica delle preferenze elettorali. La sicurezza pubblica, secondo i sondaggi elettorali, è la principale inquietudine dei brasiliani: supera persino la paura della disoccupazione.

Gli affari sporchi del colonnello che uccise Escobar

Pensava di averla fatta franca ancora una volta il colonnello Hugo Heliodoro Aguilar Naranjo, conosciuto come colui che uccise Pablo Escobar nel 1993 durante una controversa caccia all’uomo che finì sul tetto di una casa di Medellin, la città colombiana oggi diventata una meta culturale del Paese.

La serie Narcos mostra al temine dell’ultimo episodio la foto reale di un Aguilar ancora giovane e felice mentre, in bilico tra le tegole, esibisce come un trofeo il cadavere del narcotrafficante più famoso di tutti i tempi. Fu un’operazione sostenuta dall’Agenzia Federale Antidroga statunitense (Dea) ma anche dalla milizia Los Pepes, paramilitari di estrema destra, a propria volta legati alla criminalità organizzata. Durante le fasi precedenti lo scontro a fuoco finale rimase sul terreno un numero cospicuo di persone costrette a subire i ricatti di Escobar e, secondo Aguilar, informate delle mosse di Pablo che in tal modo cercava di non essere catturato.

Ai familiari di queste vittime innocenti o costrette a collaborare con il super narcos, pena la morte, il colonnello avrebbe dovuto versare i risarcimenti decisi dalla magistratura.

Ma non sempre l’ufficiale ha avuto una condotta limpida, basata più sul principio della giustizia sommaria e sull’abuso di potere anche quando non sfoderava un fucile d’assalto.

Ancora prima di pubblicare tre anni fa il best seller Asì matè a Pablo Escobar (Così ho ucciso Escobar), Aguilar, dopo essere diventato deputato e quindi governatore dello Stato di Santander, nel 2011 fu condannato per il suo legame con la milizia Autodefensas Unidas de Colombia guidata dal narcotrafficante calabrese Salvatore Mancuso, in carcere negli Usa dopo essere stato estradato dalla Colombia dove risiedeva.

Mentre Hugo Aguilar finiva in carcere, il figlio Richard prendeva il suo posto al vertice dello Stato di Santander. Grazie alla testimonianza di Mancuso, il colonnello in pensione fu condannato a 9 anni di prigione per “cospirazione aggravata” contro lo Stato. Dal 2015 era però libero con obbligo di firma. All’aria aperta è rimasto tuttavia solo due anni e poco più.

È stato arrestato nuovamente, questa volta con l’accusa di riciclaggio di denaro relativo alle attività di un’altra milizia di estrema destra ora smobilitata. Le autorità lo accusano di aver accumulato una fortuna superiore a 5,2 milioni di dollari per i suoi legami i paramilitari di Central Bolivar. L’inchiesta contro Aguilar è iniziata l’anno scorso, quando il militare fu fotografato mentre guidava una Porsche, nonostante sostenesse di essere pesantemente indebitato per pagare risarcimenti alle vittime della violenza paramilitare.

Il periodico Cambio ha inoltre realizzato un’inchiesta da cui emerge che Aguilar avrebbe usato per scopi privati fondi pubblici e inoltre avrebbe ottenuto tangenti per partite di liquori da distribuire nei negozi del proprio Stato d’origine, Santander, per l’appunto. L’indagine giornalistica ha anche scoperto che “l’eroe” ha acquistato per quasi due milioni di dollari un ampio lotto di terreno per la costruzione di una villa nella zona esclusiva di Ruitoque. Avrebbe anche avuto a libro paga molte persone per ottenere il loro voto quando si presentò alle elezioni per diventare governatore.

Da eroe a criminale per smania di potere allo scopo di accumulare “lo sterco del diavolo”, come i sudamericani amano chiamare il denaro, con il loro humor nerissimo.

Ambasciata Usa operativa dal 14 maggio per la festa dell’indipendenza di Israele

La sede del consolato americano a Gerusalemme nel quartiere di Arnona assumerà le funzioni di ambasciata in Israele dal prossimo 14 maggio, giorno della dichiarazione d’indipendenza israeliana.

Secondo i media ebraici l’ambasciatore David Friedman si trasferirà da quel giorno dalla sede di Tel Aviv con un ristretto gruppo di funzionari e in un primo momento saranno assicurate solo le funzioni consolari.

All’annuncio, Hamas replica a muso duro: “Una dichiarazione di guerra nei confronti della Nazione araba e musulmana”.

Abu Rudeinah, portavoce del presidente Abu Mazen (Autorità palestinese) conferma: “Qualsiasi atto unilaterale non contribuisce al raggiungimento della pace e crea un clima negativo e dannoso”. Rudeinah sostiene che la pace si può ottenere perseguendo la “soluzione dei due Stati, la creazione di uno Stato palestinese indipendente, con sua capitale a Gerusalemme est e i confini del 1967”. È probabile che le dichiarazioni di Nikki Haley – ambasciatrice americana all’Onu – in un discorso all’Institute of Politics dell’Università di Chicago, non piaceranno ai palestinesi.

Haley ha detto che i negoziatori Jason Greenblatt e Jared Kushner, il genero del presidente Donald Trump, stanno “mettendo a punto un piano. Non sarà amato da entrambe le parti, ma non sarà neanche odiato”. Frase sibillina che non dice molto, se non che gli Stati Uniti proseguono sulla loro strada: ambasciata a Gerusalemme, con il giubilo di Israele. Il ministro dei trasporti e dell’intelligence, Israel Katz. su Twitter: “Vorrei congratularmi con Donald Trump per la sua decisione di trasferire l’ambasciata Usa nella nostra capitale nel 70° anniversario dell’Indipendenza. Non c’è regalo più grande di questo. La mossa più corretta e giusta. Grazie amico”

Newsweek, tutti gli uomini del presidente fuori dalla porta

Newsweek si fa l’auto scoop e scoppia un putiferio: inchiesta della magistratura, punto di partenza della vicenda, licenziamenti, dimissioni, polemiche. Se qualcuno aveva dubbi che il giornalismo 4.0 del Terzo Millennio negli Usa sia ancora parente di quello di The Post, il film sui Pentagon Papers, legga qui: troverà indicazioni contraddittorie, di che restare nell’incertezza. L’impressione è che direttori come Ben Bradlee se ne facciano ancora, ma che forse s’è perso lo stampo di editori come Katharine Graham. Eppure, nell’America di Donald Trump motivi per essere editori coraggiosi ce ne sono, almeno quanti nell’America di Nixon.

Sul tema, i media Usa paiono essi stessi dubbiosi e riluttanti: ne parlano Washington Post e la Cnn, UsaToday e varie testate online, Mother Jones e The Daily Beast, ma la storia non diventa valanga. Un po’ perchè prevale la linea ‘lavare in famiglia i panni sporchi, ciascuno i propri’; e un po’ perché è difficile da spiegare, complessa e intricata. Roba d’affari, non di sicurezza nazionale.

Newsweek, un tempo una delle riviste più prestigiose al mondo, oggi ridotta a poco più d’un sito, vive le sue ore più buie: saltano il direttore Bob Roe, il direttore esecutivo Kenneth Li e la reporter Celeste Katz, che – sbattuta la porta – ringrazia con un tweet i colleghi e annuncia: “Questa notte, dormirò bene. Domani, cercherò un lavoro”.

Tutti hanno perso il posto per un servizio investigativo sulla società editrice della testata, il discusso Newsweek Media Group. Il posto di Roe è stato preso da Nancy Cooper, iperattiva direttrice dell’International Business Times, sito di economia noto in tutto il mondo e di proprietà della stesso Newsweek Media Group.

Numerosi giornalisti si sono dimessi in segno di protesta, molti altri colleghi hanno invece indagato ulteriormente. Martedì 20, il sito online ha pubblicato i risultati dell’inchiesta redazionale, denunciando nel contempo le pressioni cui i reporter e lo staff erano stati sottoposti. Alessandra Baldini, una delle più acute ed attente osservatrici italiane della realtà americana, nota: “Al di la’ delle rivelazioni dell’inchiesta, a fare scandalo è stato quanto Newsweek ha scritto come premessa allo scoop: ‘Ci hanno passati al setaccio, violando le regole dell’etica giornalistica. E hanno mostrato la nostra storia ai suoi protagonisti e ci hanno chiesto di rivelare le nostre fonti. Abbiamo resistito, ma giornalisti e loro responsabili si sono sentiti in dovere di dimettersi’”.

Alla fine era stato il CEO del gruppo, Dev Pragad, ad autorizzare la pubblicazione senza tagli. Prima, però, c’era stata, secondo la ricostruzione di Cnn e Daily Beast, una battaglia senza quartiere, “all’ultimo sangue”, tra redazione e amministratori. EMother Jones s’interroga su “chi c’è dietro Newsweek”. Cerchiamo di capirlo.

L’intervento della magistratura, di cui nessuno ha parlato per oltre un mese, risale a metà gennaio: gli inquirenti di New York avevano sequestrato 18 computer dagli uffici di Newsweek a Manhattan. L’indagine riguarda i legami tra il Newsweek Media Group e la Olivet University, ateneo cristiano conservatore fondato da un controverso reverendo di origini coreane, David Jang.

I giornalisti di Newsweek hanno scoperto che nel 2016 la Olivet, che cercava di avere sgravi fiscali per aprire un campus nello Stato di New York, aveva offerto a funzionari statali pubblicità gratuita su Newsweek per un valore di 149 mila dollari.

“Erano giorni in cui la rivista era in crisi e tuttavia s’è permessa di rinunciare a 150 mila dollari” , chiosa su Twitter un capo redattore, Jason Le Miere.

C’erano dietro interessi personali e legami non chiariti tra il Newsweek Media Group e l’Università. Johnatan Davis, co-fondatore del gruppo editoriale, ha ammesso i suoi legami con la Olivet, di cui sua moglie è presidente e lui in passato è stato consigliere accademico: “Sono amici – ha detto – aiutare gli amici non è un reato”, almeno fin quando non truffi o derubi la tua azienda per farlo.

Newsweek è un settimanale di grandi tradizioni: fondata nel 1933, nei suoi momenti migliori vendeva tre milioni di copie negli Stati Uniti e quattro in tutto il Mondo. Vittima della crisi dell’editoria, nonostante la qualità delle informazioni e degli articoli, la rivista aveva annunciato, nell’ottobre 2012, la cessazione dell’edizione cartacea, passando in toto al digitale, con la testata Newsweek Global.

Alla drastica decisione, si arrivò dopo passaggi di proprietà clamorosi – The Washington Post Company, la casa madre, vendette il settimanale per un dollaro più i debiti. Dopo un altro passaggio di proprietà, a quello che stava per divenire il Newsweek Media Group, e la separazione da The Daily Beast, il 7 marzo 2014 la rivista tornò in edicola cartacea, senza però ritrovare l’antico successo, anche se la qualità del prodotto restava alta.

Poco trasparente, sempre discussa e ora indagata la proprietà. Anche Etienne Uzac, che nel 2006 fondò l’International Business Times, co-fondatore e presidente del Newsweek Media Group, s’è appena dimesso, insieme alla moglie Marion Kim, direttrice finanziaria, per i legami con la Olivet.

Uzac, un economista, e Davis, un ingegnere informatico, hanno accumulato milioni di debiti, dopo avere acquistato la rivista ed averla voluta rilanciare cartacea: solo al fisco Usa, devono due milioni di dollari. Già in passato le loro pratiche aziendali e redazionali erano parse ‘disinvolte’: l’International Business Times vanta edizioni locali in otto Stati, fra cui fino al giugno 2017 l’Italia, ma un’inchiesta di BuzzFeed News rivelò che l’edizione australiana era scritta nelle Filippine e che la sede di Sidney era vuota.

La star twitta contro Snapchat e il titolo crolla: bruciati 1,3 mld

Quanto può costare un tweet? Se a “cinguettare” è la star della televisione Kylie Jenner, sorellastra di Kim Kardashian, il danno può essere miliardario. In due giorni infatti l’azienda di messaggistica Snapchat ha bruciato in borsa oltre 1,3 miliardi di dollari, proprio a causa delle critiche all’app per cellulare scritte sui social network da Kylie Jenner. Giovedì la star americana aveva scritto su Twitter: “Qualcun altro non apre più Snapchat? O sono solo io… è talmente triste”. Poco più tardi, un altro messaggio: “Ti amo ancora Snap…mio primo amore”. Ma ormai il danno era fatto, perché le azioni di Snapchat erano già in picchiata, diminuendo di oltre il 6%, che corrisponde a una perdita di circa 1,3 miliardi di dollari. E l’eco del tweet di Jenner, che può vantare su oltre 24 milioni di follower, è proseguito ieri. I titoli della società sono calati dello 0,74%.

Dati che preoccupano l’azienda, da mesi duramente criticata anche dagli utenti, soprattutto a causa degli ultimi – poco graditi – aggiornamenti. Proprio contro queste novità è stata lanciata una petizione online dal titolo “Remove the new Snapchat Update”, firmata già da 1,2 milioni di persone.

Femministe talebane, il problema non è quanto sia scollato l’abito

Tre giorni fa mi trovavo a Londra e a Londra c’era pure Jennifer Lawrence per promuovere il suo ultimo film. “E chi se ne frega”, direte voi. C’entra perché ero su Kensington Street quando, dando un’occhiata alle notizie sul cellulare, ho visto una foto di Jennifer su una terrazza, all’aperto, in compagnia di alcuni suoi colleghi uomini, con l’inconfondibile London Eye alle spalle. Il titolo era qualcosa tipo “Jennifer e l’abito scollato nella gelida Londra: critiche sessiste”. Leggendo, apprendevo che il caso del giorno era l’attrice americana e il suo outfit contestato da giornali, siti e numerosi utenti sui social (il sito femminista Jezebel, per esempio) perché del tutto stonato e fuori contesto metereologico rispetto a quello dei colleghi maschi.

Loro col cappotto e gli anfibi, lei con i sandali aperti e un abito Versace che la esponeva alle intemperie ma pure agli sguardi di un qualsiasi essere vivente con un palpitante e comprensibile slancio ormonale. Insomma, la questione era “Oddio, date un cappotto a quella ragazza costretta dallo showbiz maschilista a starsene mezza nuda nella fredda Londra, mentre gli uomini possono sbavare al suo fianco in pashmina”.

Leggevo e battevo i denti. A Londra era effettivamente una giornata piuttosto fredda e io avevo un cappotto leggero, con un maglioncino a V anch’esso troppo leggero e nessuna sciarpa a coprirmi il collo. Avevo scelto di vestirmi così nonostante il freddo non perché non possedessi cappotti più pesanti e maglioni a collo alto, ma semplicemente perché così pensavo di stare meglio. Mi vedevo meglio. Non me lo aveva chiesto il mio fidanzato e non avevo una prima cinematografica per la quale un bavoso produttore mi aveva chiesto di mostrare le tette ai fotografi. Avevo la sacrosanta voglia di vestirmi così. A Londra. Il 21 di febbraio. Come Jennifer, probabilmente. E ho pensato che in effetti, se i giornali e i siti e i social avevano ragione, se è vero che vestirsi troppo leggere in giornate troppo fredde è da femmine succubi di sessismo imperante, se decidere di soffrire un po’ per concedersi lo sfizio di un abito sexy è sintomo di maschilismo inconscio e interiorizzato, beh, io sono la regina delle sottomesse al patriarcato. Ho pensato a tutte le volte in cui ho indossato gonne senza calze a dicembre e a quelle in cui qualche maschio fesso e ignaro della nostra capacità di sfidare tempeste di grandine con tubini inguinali mi ha chiesto “Ma non hai freddo vestita così?” e ho realizzato che se davvero Jennifer era una tosta, doveva fare solo una cosa: mandare tutti beatamente, aulicamente, delicatamente a cagare. E così è stato.

Con un post di quelli da incorniciare come un master ad Harvard, la Lawrence ha spiegato la mondo che quell’abito l’aveva scelto lei, che non le era parso il caso di rovinarlo abbinandolo a una misera sciarpa e che sarebbe stata anche in mezzo alla neve, pur di indossarlo. Chiudeva con un epocale: “Tutto quello che indosso lo decido io. E se voglio stare al freddo ANCHE QUELLA È UNA MIA SCELTA. Questo non è femminismo, è sessismo”. Femministe talebane zittite e social costretti a fare un passo indietro perché sì, Jennifer Lawrence non aveva bisogno della coperta larga dell’indignazione. Del femminismo funzionale alla polemica da bar. Anzi. Se proprio vogliamo dirla tutta, è stata l’ennesima volta in cui la Lawrence si è trovata a dover indossare i panni (anche togliendoseli) della femminista controcorrente suo malgrado. Le è successo quando qualcuno violò il suo iCloud e le sue foto nuda finirono sui cellulari e computer di mezzo mondo. Con quel suo perentorio “È stata una violazione impossibile da descrivere a parole. Niente mi ridarà il mio corpo nudo destinato solo a me e Nic”, spiegò al mondo che il corpo di un’attrice è degli altri solo in quell’ora e mezzo di durata di un film.

Le è accadutopure quando scoprì, sempre per via di un hackeraggio di mail della Sony, di essere pagata molto meno dei suoi colleghi maschi e anche all’epoca, anziché incolpare il sistema maschilista, affermò coraggiosamente “Mentirei se non dicessi che a influenzare la mia decisione di chiudere l’accordo economico senza lottare davvero c’era anche il desiderio di piacere. Non volevo passare per quella “difficile” o “viziata”. Come a dire: ok, la strada della parità passa anche attraverso l’assunzione delle nostre responsabilità, ragazze. Ed è poi finita che lei, la bionda meno lagnosa a più cazzuta della storia, è diventata l’attrice più pagata di Hollywood.

Infine, nel pieno del ciclone Weinstein, ha detto che no, Weinstein non l’aveva mai molestata, ma in compenso una produttrice donna in passato le aveva detto che era grassa. Ha aggiunto: “Devo ancora imparare a non sorridere quando un uomo mi mette a disagio”. In compenso, quando il legale di Weinstein ha provato a utilizzare le sue dichiarazioni a riprova del fatto che il suo assistito non era un molestatore, Jennifer ha stroncato ogni tentativo di strumentalizzazione sul nascere: “Lui e la sua società stanno continuando a fare quello che hanno sempre fatto, ovvero togliere le cose dal loro contesto e usarle per i propri scopi. È la tattica usata dai predatori ed è una situazione che deve finire. Anche se non sono stata personalmente una vittima del produttore sostengo le donne che sono sopravvissute ai suoi terribili abusi e le apprezzo perché usano tutti i mezzi a loro disposizione per ottenere giustizia”. Ed è finita che lei, Jennifer, è anche una delle poche donne a cui Weinstein ha chiesto scusa.

Insomma, la femminista per caso, ha insegnato ancora una volta che il problema non è quanto l’abito sia scollato, ma quanto la polemica sia onesta. E francamente, in quella foto col London Eye alle spalle e la Lawrence sexy all’inverosimile, l’unica cosa davvero onesta di tutta l’intera vicenda, era quel paio di tette esibite con orgoglio da una donna indipendente, libera e felice di mostrarsi. Come e quando decide lei però. Questo è femminismo. Il resto è la quota rosa dell’indignazione: quella che se oggi non c’è un corsivo sull’emancipazione femminile, il pretesto tocca inventarselo.

 

“Bugie sull’uranio”. Denunciato il generale Errico

Il presidente dell’Osservatorio militare Domenico Leggiero, consulente della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, ha presentato un esposto alla Procura di Roma contro il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Danilo Errico, che giorni fa avrebbe detto: “Non ci vuole una commissione politica ma scientifica per dire che l’uranio fa male, non vi è alcuna conferma scientifica al contrario di quanto sostiene la commissione parlamentare d’inchiesta che fa confusione in merito”. Errico avrebbe parlato così il 21 febbraio davanti al personale del Comando Militare della Capitale in via Slataper a Roma. “Il personale – scrive Leggiero – tra cui militari malati già riconosciuti contaminati da uranio sarebbero rimasti basiti. Che un alto vertice militare possa gettare discredito su un atto parlamentare allora no, questo atteggiamento in un Paese democratico si chiama eversione! La relazione della commissione mette una pietra tombale sulla questione: nesso eziologico confermato tra patologie tumorali ed esposizione ad uranio impoverito e conferma che i vertici militari sapevano e non hanno fatto nulla affinché non si ammalassero oltre 7.000 militari di cui 354 deceduti”.