“Almeno 15 soldati malati sono stati solo lì”

“Certo che eravamo a conoscenza del grave problema dell’inquinamento a Kabul e delle indicazioni della Nato, nel 2016 abbiamo fatto anche un comunicato chiedendo l’attenzione dei vertici della Difesa. Ma non ci hanno mai risposto, come non ci hanno mai risposto quando abbiamo chiesto di confrontare i dati sui malati da uranio impoverito, anche per poter fare le opportune distinzioni tra diversi teatri operativi: Afghanistan, Balcani, Iraq”.

Questo racconta Domenico Leggiero, maresciallo in congedo dell’Aviazione dell’Esercito (Aves), presidente dell’Osservatorio militare che da vent’anni segue migliaia di casi di soldati morti o malati di tumori dopo missioni all’estero e attività nei poligoni, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Gian Piero Scanu che recentemente ha concluso i lavori in termini contestati aspramente dallo Stato maggiore della Difesa.

Nel gennaio 2016 – come riportiamo sopra – il comando Nato in Afghanistan scrisse agli Stati maggiori alleati che i militari a Kabul avrebbero dovuto limitare l’esposizione all’aperto e in particolare la notte e la mattina presto quando è più alto il rischio di inalare particelle inquinanti, nel dicembre 2017 un altro memorandum – riportato ieri dal Fatto – suggeriva controlli medici specifici per chi rientra dalla capitale afghana. “Ma nessuna di queste precauzioni è stata adottata dai nostri vertici militari”, afferma Leggiero. Anche l’inquinamento urbano di Kabul, come le nanoparticelle formate dall’esplosione di proiettili rivestiti con uranio impoverito, potrebbe essere all’origine di malattie neoplastiche che hanno colpito i nostri militari. “Abbiamo – dice Leggiero – una quindicina di persone che si sono ammalate dopo aver svolto missioni all’estero solo a Kabul. Ricordo, tra gli altri, una ragazza. Parliamo di linfomi, tumori delle vie aeree e quindi alla tiroide e ai polmoni e tumori del sistema di filtraggio, cioè al fegato, ai reni, eccetera. Su www.facebook.com/groups/ vittimedelluranioimpoverito/ ci sono nomi e cognomi”.

L’Osservatorio conta circa 7.000 malati e 354 decessi che si ritengono collegati all’esposizione all’uranio impoverito e ad altri agenti tossici o cancerogeni. In una settantina di casi, dando torto alla Difesa, la magistratura ha riconosciuto il probabile collegamento tra l’uranio impoverito e le patologie insorte nei militari, ma è evidente che gli uomini delle nostre forze armate sono stati esposti a numerosi pericoli a cui va aggiunto l’inquinamento di Kabul.

Secondo Leggiero il problema è la mancanza di informazioni corrette e complete per il personale, esattamente come è successo per l’uranio impoverito anche dopo che gli americani nel 1995 avevano avvertito di quanto fatto in Bosnia e indicato le contromisure da prendere: “Noi militari – ricorda il presidente dell’Osservatorio – siamo abituati a operare in ogni contesto, sappiamo che Kabul non è piazza San Pietro. Ma è irresponsabile chi non ci mette a conoscenza del pericolo. Siamo liberi di accettare qualsiasi rischio, ma lo dobbiamo sapere”.

Conferma un ufficiale dei paracadutisti, il colonnello Danilo Prestia che è in pensione dal 2014 dopo 43 anni di servizio: “Andai per la prima volta a Kabul nel 2002, era stata appena liberata, l’ambasciata italiana riapriva dopo 15 anni. Poi ho fatto altre missioni in Afghanistan fino al 2013 ma non a Kabul. L’inquinamento c’era già nel 2002, il Paese veniva da 23 anni di guerra: l’occupazione sovietica, la guerra civile e poi ai talebani. Non avevano più nulla – racconta il colonnello – bruciavano qualunque cosa per scaldarsi, noi ce ne accorgevamo perché l’inquinamento si respirava ma non se ne parlava. Mai sentito parlare di specifiche precauzioni”.

Aria letale a Kabul: un altro allarme Nato due anni fa

Il grave rischio per la salute dei militari Nato impegnati in Afghanistan, tra cui anche quelli italiani, era già stato segnalato all’inizio del 2016, due anni prima del documento rivelato ieri da Il Fatto.

Il 13 gennaio 2016, la colonnello Allison Bowden, responsabile dei servizi sanitari della missione Resolute Support, ha scritto una nota molto circostanziata a tutti i reparti dipendenti per ordinare misure di prevenzione ai militari in missione a Kabul.

Dopo aver ricordato che l’inquinamento nella capitale afgana era del “mille per cento superiore ai livelli delle norme statunitensi”, dava disposizioni affinché tutti i militari riducessero drasticamente le attività all’aperto, soprattutto di notte e di mattina presto quando i livelli di inquinamento sono maggiori, e non svolgessero attività fisica all’esterno. Tra gli inquinanti, la Bowden segnalava in particolare il monossido di carbonio, il piombo, il diossido di azoto e l’ozono.

Una situazione grave e consolidata, da molti anni a conoscenza dei comandi, sottovalutata – secondo quanto risulta al Fatto – dall’esercito italiano, nonostante quello che scrive lo Stato maggiore della Difesa in una replica al nostro primo articolo.

Il comunicato del vertice della Difesa precisa che “tutti i militari vengono edotti sulle specifiche problematiche sanitarie e ambientali”. Dalle nostre informazioni, invece, i soldati italiani in Afghanistan non hanno mai ricevuto disposizioni specifiche in relazione all’inquinamento a Kabul. Oppure a Herat, dove gran parte del contingente italiano è stanziato e dove la qualità dell’aria è altrettanto pericolosa, come confermano i rapporti Poems delle forze armate statunitensi. Non si capisce poi perché, anziché smentire il giorno dopo, la Difesa non abbia risposto a una nostra email inviata all’ufficio stampa dello Stato maggiore alle 15:03 di giovedì. L’unico chiarimento – pubblicato sull’edizione di ieri – l’abbiamo ricevuto dal ministero della Difesa: “Non ci risultano situazioni di particolare emergenza”.

Nella nota dello Stato maggiore – affissa in tutte le caserme con la prescrizione che è vietato parlare con la stampa senza autorizzazioni – si confutano anche le notizie riguardanti la base italiana di Gibuti sostenendo che “sono stati condotti tutti gli accertamenti necessari a verificare la salubrità dell’aria e del suolo”. Ma a smentire la smentita ci pensa la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito che, a proposito delle analisi condotte nel Paese africano, cita l’audizione dell’8 marzo 2017 del direttore del Centro Tecnico Logistico Interforze Nbc, a cui fa riferimento lo Stato maggiore. Il direttore rivela che “l’ente non è in grado di effettuare analisi su particolato aerodisperso e nanoparticolato” e a maggio 2017, sempre davanti a parlamentari, aggiunge che “il Centro si sta attivando per superare queste carenze, anche se purtroppo la soluzione non è dietro l’angolo”. Ma la base di Gibuti esiste dal 2013.

 

Violenza sessuale ed esorcismi: arrestato sacerdote

Un sacerdote del Casertano di 42 anni, è stato arrestato con l’accusa di aver compiuto “medievali e brutali riti esorcisti” su numerose donne, tra cui una minore e una giovane, le cui modalità – secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere – hanno concretizzato la realizzazione della violenza sessuale aggravata. Ai domiciliari sono finite altre tre persone, due delle quali sono genitori della minore vittima e un dirigente della Polizia, amico del sacerdote. Il sacerdote arrestato, Michele Barone, era stato sospeso appena una settimana fa per un anno dalle funzioni sacerdotali dal vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Del caso si erano occupate Le Iene in un servizio in cui si denunciavano esorcismi praticati su una tredicenne che avrebbe avuto problemi psichici. Il dirigente di Polizia finito ai domiciliari è Luigi Schettino, alla guida del commissariato di Maddaloni fino a pochi giorni fa. Secondo i pm era vicino al sacerdote e avrebbe fatto pressioni sulla sorella della vittima minorenne affinché ritirasse una denuncia contro il sacerdote e non avrebbe impedito il compimento delle azioni violente. Gli altri due finiti ai domiciliari sono i genitori della minorenne che avrebbero permesso gli esorcismi.

Un like può distruggere molte vite

La signora S. di un piccolo comune in provincia di Arezzo è stata ritrovata. È viva, altroché. Federica Sciarelli ha appena lanciato il servizio, finito quello, sembra guardarci con costernazione. E anche noi, da qui dove stiamo, la guardiamo con il medesimo sentimento e una domanda a fil di labbra: ma davvero? Sì, davvero.

La lezioncina morale si riduce al silenzio compartecipe o al massimo a un paio di annotazioni. Primo: gestione consapevole dei like e dei commenti tipo “Bellissima” “stupenda”, sotto profili Facebook di donne che non sono Sophia Loren e tanto meglio. Secondo: non è sempre vero il motto che recita “credici sempre” o perlomeno non crederci “sempre sempre”. Ma procediamo con ordine. La signora S. sparisce per diciannove giorni. Scompare a fine gennaio lasciando un biglietto ai figli, vado da un’amica, torno domani, scrive all’incirca. Buio. Se ne occupa Chi l’ha visto. Viene intervistato il marito. Solita manfrina, sospetti reconditi mal indirizzati, noi che guardiamo curiosi, ah il marito, la cronaca ci insegna. E invece manco per niente.

Il marito è arrabbiato, strano però: “La rovina sono questi cellulari” sibila. La signora S. non ha lasciato tracce. Non ancora.

Il marito passa una prima settimana di intontimento. Guarda fisso la parete, seduto in casa. Immaginiamo. La donna ha lasciato tutto, marito, figli, genitori anziani. Deduzione di prassi: non lo avrebbe mai fatto, osserva l’amica più cara. Come no.

Allo scoccare del diciannovesimo giorno la signora S. di Arezzo, suo malgrado, deve recarsi in commissariato nella città in cui si trova e dichiararsi. Consiglio che le suggerisce la proprietaria del bed and breakfast in cui la signora S. si sta riposando. A Napoli. Voleva una pausa di riflessione. Era a Napoli. Non era morta. Più viva che mai.

Nel frattempo, mentre la signora voleva la sua pausa di riflessione, intorno a lei si stava disintegrando l’esistenza di almeno due poveracci, il marito e lo sventurato che per ultimo aveva chattato con la signora S. di Arezzo e che forse (sì?) l’avrebbe incontrata a Napoli. Indagato, quest’ultimo, come persona informata sui fatti.

Due Procure, quella di Napoli e quella di Arezzo, lavorano testardamente fino ad allora. Fino a che la signora S. detta Rebel su Facebook – stando almeno all’avatar utilizzato prima di sparire, Rebel l’eroina dei cartoon – decide di riaffiorare dalla terra degli scomparsi, direbbe la Sciarelli.

Ma la terra degli scomparsi è terra di tragedia. Il limbo di intenzioni dalle quali proviene la signora di Arezzo è una terra di desideri irresponsabili. C’è un oceano a dividere l’una tragedia, dall’altra betise, se non fosse che ovviamente a pagarne il prezzo siano stati altri. Tutti tranne Rebel.

Quindi, ricapitolando, sotto le foto di questa signora prossima alla mezza età, notiamo un elenco di commenti estatici dinanzi a tanta e siffatta bellezza. I like come si dice “fanno svoltare”.

Stiamo attenti alla loro gestione consapevole, bisogna capire dove vanno a svoltare, in certi desideri e a un’età possono diventare ridicoli trompe l’oeil.

Abbiamo capito che per amore si potrebbe fare qualsiasi cosa: Rebel forse lo cercava a Napoli?

A Treviso una donna lascia il marito per un ectoplasma ovvero una ladra seriale di account, si spacciava per un tizio muscoloso e con un discreto sorriso, un carabiniere. Questa donna di Treviso se ne innamora e lascia il marito. Ora è sola con un ectoplasma che vuole denunciare. Lo confida ai microfoni di Chi l’ha visto.

Noi guardiamo la Sciarelli, la Sciarelli guarda noi.

“I preti sono terrorizzati dal dossier sulle chat gay”

“Dallo scoppio del caso sulle chat dei preti gay mi contattano diversi sacerdoti per chiedermi se nel dossier c’è il loro nome”. Francesco Lepore è caporedattore di gaynews.it, quotidiano online LGBT fondato 20 anni fa da Franco Grillini, che, come Il Fatto Quotidiano, si è occupata del documento depositato in Curia a Napoli dall’escort Francesco Mangiacapra. Oltre mille pagine con screenshot che mostrano la vita sessualmente dissoluta di 50 sacerdoti. Dialoghi spinti, sesso a pagamento, incontri di gruppo sono i contenuti delle conversazioni che restituiscono l’immagine di una Chiesa dalla doppia morale. Fino a 12 anni fa anche Lepore era un sacerdote. Ha lavorato come latinista nella Segretaria di Stato del Vaticano e nella Biblioteca apostolica vaticana. Un suo saggio teologico ha avuto la prefazione di un Ratzinger non ancora Papa. “Qualcuno dei preti che mi chiamano è citato nel dossier. Molti altri no, ma hanno il terrore di esserlo. Questo dimostra quanto siano diffusi nel clero tali stili di vita: una percentuale maggioritaria, a tutti i livelli gerarchici, conduce una doppia vita”.

Come mai è ancora in contatto con diversi sacerdoti?

In questi anni alcuni ex colleghi mi hanno affidato in via informale consulenze su testi in latino. E dopo aver lasciato il ministero nel 2006, ho frequentato per un po’ locali per incontri gay, dove ho incontrato preti ed ex colleghi del Vaticano. Con loro non ho mai fatto mistero della mia disapprovazione per certi comportamenti.

Anche lei è passato per un periodo di contraddizioni.

Entrai in seminario a 15 anni perché avevo capito di essere omosessuale. Vedevo il sacerdozio come un cammino di espiazione per quella che sentivo una colpa. Nel periodo del seminario ho osservato pienamente la castità, riuscendo a evitare anche la masturbazione. A 24 anni ero già sacerdote. A 27 fui chiamato in Segreteria di Stato, nella sezione Lettere latine, dove si preparano tutti i documenti papali in latino. Ma qualcosa era cambiato. Dopo l’ordinazione ho iniziato a sentire fortemente la mia condizione di omosessuale, soffocata per anni.

Si diede al sesso?

Avevo rapporti sessuali saltuari legati a fugaci innamoramenti con persone esterne al clero. Non uno stile di vita abituale: non frequentavo locali né chat per incontri. Ma col mancato rispetto del celibato, capivo di prendere in giro me stesso, un Essere superiore in cui credo ancora e soprattutto i fedeli. La cosa peggiore è ingannare le persone che hanno fiducia in te.

È il caso dei preti delle chat raccolte nel dossier?

Hanno una morale fai da te che li porta ad autoassolversi e a essere subito dopo pronti a puntare il dito, a gravare gli altri delle loro stesse colpe commesse impunemente.

Nei colleghi in Vaticano vedeva contraddizioni simili?

Come buona parte dei componenti della Segreteria di Stato alloggiavo a Santa Marta, l’attuale residenza di Papa Francesco. Non era difficile notare qualcuno portarsi talvolta uomini sconosciuti in stanza. Io stesso ho subito avance.

Tutti sapevano, ma tacevano. Potere della lobby gay?

Più che di lobby, si tratta di singole cordate di sacerdoti con un proprio prelato di Curia come protettore. Se un sacerdote ha la protezione di un cardinale importante, i superiori chiudono gli occhi.

Lei a un certo punto lasciò.

Ero da tempo in crisi. Avevo smesso di celebrare la messa perché non mi sentivo adatto. A 30 anni mi consigliarono di rientrare nella mia diocesi di appartenenza. Era inaccettabile che mi ritenessero non idoneo a stare tra i manoscritti, ma adatto per un incarico pastorale in diocesi, e pure di rilievo. Colsi la palla al balzo e abbandonai.

Molti non lo fanno.

Lasciare è uno stravolgimento totale. Ti accorgi di frantumare una identità costruita negli anni con convinzione. Il sacerdozio poi è rimasto una condizione di privilegio, assicura uno stipendio. Io mi sono ritrovato in strada, senza più entrate, in rotta con i miei genitori. Ma se un prete è incapace di rispettare gli impegni presi con l’ordinazione, deve avere il coraggio di lasciare.

Ci sono preti rispettosi degli impegni?

In molti hanno una vita integerrima. Ma una percentuale maggioritaria, a tutti i livelli gerarchici, conduce costantemente una vita doppia.

Che cosa succederà a chi è citato nel dossier?

La Curia di Napoli informerà i vescovi di altre diocesi, che avvieranno indagini canoniche. Se appurassero le accuse, dovrebbero adottare misure disciplinari, come la sospensione a divinis.

Platì, Comune ancora commissariato: a casa il consiglio

Se non fosse Platì il paesino della Locride “culla della ‘ndrangheta” si direbbe: “Ai platiesi i commissari piacciono”. Stavolta le infiltrazioni mafiose non c’entrano con il commissariamento disposto dalla prefettura. Nel 2016 ci furono le dimissioni in blocco dei consiglieri di opposizione all’indomani delle elezioni che, dopo 10 anni di commissariamento per mafia, hanno dato un sindaco a Platì (Reggio Calabria). “Abbiamo delle idee profondamente diverse” si era giustificata la candidata Ilaria Mittiga che ha contestato le “eventuali promesse che sono state fatte”. Adesso pure quattro consiglieri di maggioranza hanno abbandonato il piccolo Comune aspromontano dove sono rimasti in tre, più il sindaco Rosario Sergi che, è scritto in una relazione dell’Antimafia, ha “rapporti di affinità con esponenti di vertice della cosca Barbaro”. Al di là di questo, il numero legale non c’è più e il prefetto ha sciolto il Comune. Nessun ricorso, però, sarà presentato dal sindaco che attacca i suoi: “Hanno deciso in autonomia che questa esperienza amministrativa dovesse finire”.

Acireale, in cella il sindaco Pd per corruzione

Servono voti per la campagna elettorale? L’ultimo sistema di stampo intimidatorio lo ha inaugurato in Sicilia il sindaco di Acireale (Catania) Roberto Barbagallo, Pd, finito ieri in carcere insieme ad altri quattro dirigenti comunali (altri tre, tra cui l’assessore allo Sport, sono ai domiciliari) per corruzione e voto di scambio.

Secondo l’accusa, per procurare il sostegno della famiglia di ambulanti al candidato alle regionali Nicola D’Agostino, già fedelissimo di Raffaele Lombardo, condannato per voto di scambio, e oggi segretario di Sicilia Futura, la formazione dell’ex ministro Salvatore Cardinale, il primo cittadino di Acireale ha spedito il vigile urbano di sua fiducia, Nicolò Urso, a controllare due venditori ambulanti di frutta minacciando il sequestro del camion: così “iddi mi vennu a cercari“(“mi vengono a cercare”). Il metodo usato richiamerebbe quello mafioso, se il latore della minaccia non indossasse una divisa da vigile urbano: “Ci puoi andare per farli spaventare” gli dice il sindaco nel dialogo intercettato, palesando una vera e propria intimidazione: “Ci fai un passaggiu e ci dici: stu camiun è senza assicurazione? …vu fazzu livari accussì (“ve lo faccio togliere”)”. Minaccia che coglie nel segno immediatamente: due ore dopo il sindaco riceve una telefonata di un consigliere comunale, Filippo Raimondo, che gli preannuncia la visita di uno dei due ambulanti con i quali fissa un appuntamento a casa sua 48 ore dopo. Il giorno dopo il sindaco si informa con il vigile: “ci passasti ri docu?” (“ci sei passato da lì?”). “L’assicurazione è a posto, non ha la revisione” è la risposta del vigile che assicura: “Gli ho detto che mi devo sentire con te”.

Lo scambio di favori avviene il giorno dopo a casa del primo cittadino: il sindaco chiude un occhio e i due ambulanti, Cristian e Sebastiano Principato, accettano l’imposizione elettorale. Gli investigatori registrano le parole di Raimondo, che per rassicurare uno degli ambulanti, anch’essi indagati per voto di scambio, gli rivela che tutti i problemi burocratici sarebbero stati risolti “a costo anche di bruciare le carte”. La conferma del patto di scambio arriva dalla successiva telefonata di Sebastiano ad uno zio, Fabio, che rimprovera i congiunti rivelando che per il sindaco era una prassi: “Riescono ad abbindolarvi un’altra volta, quando ci sono le elezioni vi pigghianu pu culu”.

Anche i due fratelli sono indagati per voto di scambio nell’operazione “Sibilla” coordinata dal procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita e dal pm Fabio Regolo che ha portato a galla una serie di illeciti commessi nelle stanze del municipio di Acireale: dai verbali di sopralluogo per lavori al cimitero falsi a fronte, secondo l’accusa, di 6600 euro incassati dal dirigente comunale Salvatore Di Stefano, agli incarichi assegnati con inviti fittizi dall’assessore allo Sport Giuseppe Sardo a favore dei tecnici Anna Maria Sapienza e Ferdinando Garilli nell’ambito dell’appalto per il rifacimento della pista di atletica dello stadio Tupparello e del parco Angelo D’Arrigo di Malvagna, in provincia di Messina. Fino ai favori scambiati tra i funzionari comunali, Salvatore Di Stefano, capo area Protezione Civile, e Giovanni Barbagallo: il primo avrebbe riconosciuto un contributo non spettante di 14.600 euro ricevendo in cambio incarichi di responsabile unico del procedimento per lavori nel territorio comunale.

“Voto a Ostia, verbali senza timbro e schede taroccate”

“Abbiamo riscontrato centinaia di irregolarità sulle schede esaminate. Bisogna ricontare i voti delle elezioni a Ostia. Quelle che potrebbero essere state condizionate dalla criminalità, dal clan Spada e non solo”. Parlano Filippo Bertolami e Cecilia Poggi dell’Accademia Civica di Sicurezza Pubblica. Nell’autunno 2017 erano stati candidati in una lista civica, “ma durante il primo turno elettorale ci siamo resi conto che c’erano state evidenti irregolarità”. Di che cosa stiamo parlando? Le cronache raccontarono di un clima di intimidazione, della presenza di affiliati al clan Spada che presidiavano i seggi.

Tanto da indurre il ministro dell’Interno, Marco Minniti, a convocare un Comitato dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica, da lui presieduto, proprio a Ostia. Al termine arrivò la rassicurazione che il ministero dell’Interno avrebbe vigilato sulle procedure elettorali garantendo trasparenza e legalità in vista del ballottaggio.

Ma i guai, forse, sono già avvenuti. Bertolami e Poggi – entrambi funzionari del ministero dell’Interno – vogliono vederci chiaro e presentano un’istanza d’accesso per poter esaminare le schede e i verbali. Vogliono che il controllo sia fatto subito, prima che si arrivi alla proclamazione degli letti. Insomma, quando la frittata non è ancora fatta.

Ma le carte arrivano quando ormai è tutto finito: “Solo la proclamazione degli eletti, hanno fornito tre scatoloni pieni di schede con i 183 verbali delle sezioni di voto”, raccontano Bertolami e Poggi. Ma che cosa è stato trovato con un controllo a campione? È tutto scritto nel verbale d’accesso redatto dalla Direzione del Municipio Roma X: si parla di scatoloni “contenenti i documenti relativi al voto chiusi con semplice nastro adesivo e non sigillati. E senza firme o timbri. Insomma, sarebbero facilmente ‘taroccabili’. È solo l’inizio: in decine di verbali di voto si segnalano “presenza di cancellature, senza apposizione di firme o di timbri che attestino l’autenticità”.

Insomma, cala un’ombra sulle elezioni di Ostia. Quelle avvenute dopo anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose. Le elezioni che si sono tenute in un clima tesissimo, in concomitanza dell’aggressione a un giornalista cui un membro del clan Spada ruppe il naso con una testata. Ecco, le elezioni che avrebbero dovuto ripulire il municipio di Ostia – che pur avendo ben 200mila abitanti è solo una circoscrizione di Roma – per evitare che diventi avamposto delle mafie verso la Capitale.

“La prima cosa di cui ci siamo accordi era la mancata attribuzione delle preferenze, per di più senza verbalizzazione. Faccio un esempio concreto: la nostra lista civica prese 1.321 voti, ma oltre 700 preferenze non sono state attribuite. Senza verbalizzarlo”. Nel verbale ufficiale si parla anche di “sovrapposizione di fogli di carta incollati coprenti le pagine scritte in originale del verbale, senza alcuna firma o timbri che ne attestassero l’autenticità”. Su 183 verbali, ne sono stati analizzati a campione dieci: di questi ben sette presentavano anomalie.

“I verbali saranno trasmessi a chi di dovere”, spiegano ambienti del X Municipio. Potrebbe trattarsi del primo passo di un’inchiesta giudiziaria. Che potrebbe avere effetti clamorosi se mostrasse che il risultato del voto è alterato. Nessun reato finora è ipotizzato, né ovviamente ci sono indagati.

A Ostia ha vinto Giuliana Di Pillo del Movimento Cinque Stelle. Che oggi dice: “Il controllo dipende dai presidenti di seggio. Ma sono contenta che la magistratura controlli. Non metterà in discussione le nostra vittoria”.

Domenico Vulpiani, che è stato commissario a Ostia per due anni (prima delle elezioni), racconta: “Noi abbiamo trovato corruzione, degrado sociale e urbano. Ma Ostia si può salvare, non è un territorio ormai conquistato dalla criminalità”. E l’ipotesi di un voto inquinato? “Noi non abbiamo avuto sentore che ci siano stati brogli. Ma i controlli dipendono dal Comune di Roma, non da noi”.

I cinesi investono sulla Daimler, una Mercedes per il mercato Ue

Secondo l’agenzia Bloomberg Geely, produttore di automobili cinese che ha già tra i suoi marchi tra gli atri Volvo e Lotus, starebbe acquistando una quota da 7,5 miliardi di euro nella Daimler, il colosso automobilistico tedesco che ha tra i suoi marchi la Mercedes, divenendone il maggior investitore. L’annuncio ufficiale è atteso a giorni. Geely avrebbe acquistato azioni Daimler sul mercato nelle ultime settimane, accumulando una partecipazione sotto al 10%. Per Geely, che nel nostro continente ha già Volvo, avere una quota importante nella case madre di Mercedes vuol dire entrare direttamente sul mercato Ue.

La nave dell’Eni lascia Cipro: “I turchi volevano speronarla”

Alla fine ha lasciato le acque di Cipro la Saipem 12000, la nave affittata Eni per l’esplorazione nelle acque intorno all’isola, bloccata dal 9 febbraio scorso da cinque navi militari turche. Ankara difende le pretese dei turco ciprioti per una quota delle risorse energetiche, nonostante le rassicurazioni della parte greco-cipriota che ha affidato a Eni il compito di esplorare alla ricerca di idrocarburi in una “Zona Economica Esclusiva” a sud dell’isola. Secondo i media greci e greco-ciprioti, i turchi avrebbero addirittura minacciato di speronamento la Saipem 12000, costringendola al dietrofront sembra in direzione Marocco.