“Certo che eravamo a conoscenza del grave problema dell’inquinamento a Kabul e delle indicazioni della Nato, nel 2016 abbiamo fatto anche un comunicato chiedendo l’attenzione dei vertici della Difesa. Ma non ci hanno mai risposto, come non ci hanno mai risposto quando abbiamo chiesto di confrontare i dati sui malati da uranio impoverito, anche per poter fare le opportune distinzioni tra diversi teatri operativi: Afghanistan, Balcani, Iraq”.
Questo racconta Domenico Leggiero, maresciallo in congedo dell’Aviazione dell’Esercito (Aves), presidente dell’Osservatorio militare che da vent’anni segue migliaia di casi di soldati morti o malati di tumori dopo missioni all’estero e attività nei poligoni, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Gian Piero Scanu che recentemente ha concluso i lavori in termini contestati aspramente dallo Stato maggiore della Difesa.
Nel gennaio 2016 – come riportiamo sopra – il comando Nato in Afghanistan scrisse agli Stati maggiori alleati che i militari a Kabul avrebbero dovuto limitare l’esposizione all’aperto e in particolare la notte e la mattina presto quando è più alto il rischio di inalare particelle inquinanti, nel dicembre 2017 un altro memorandum – riportato ieri dal Fatto – suggeriva controlli medici specifici per chi rientra dalla capitale afghana. “Ma nessuna di queste precauzioni è stata adottata dai nostri vertici militari”, afferma Leggiero. Anche l’inquinamento urbano di Kabul, come le nanoparticelle formate dall’esplosione di proiettili rivestiti con uranio impoverito, potrebbe essere all’origine di malattie neoplastiche che hanno colpito i nostri militari. “Abbiamo – dice Leggiero – una quindicina di persone che si sono ammalate dopo aver svolto missioni all’estero solo a Kabul. Ricordo, tra gli altri, una ragazza. Parliamo di linfomi, tumori delle vie aeree e quindi alla tiroide e ai polmoni e tumori del sistema di filtraggio, cioè al fegato, ai reni, eccetera. Su www.facebook.com/groups/ vittimedelluranioimpoverito/ ci sono nomi e cognomi”.
L’Osservatorio conta circa 7.000 malati e 354 decessi che si ritengono collegati all’esposizione all’uranio impoverito e ad altri agenti tossici o cancerogeni. In una settantina di casi, dando torto alla Difesa, la magistratura ha riconosciuto il probabile collegamento tra l’uranio impoverito e le patologie insorte nei militari, ma è evidente che gli uomini delle nostre forze armate sono stati esposti a numerosi pericoli a cui va aggiunto l’inquinamento di Kabul.
Secondo Leggiero il problema è la mancanza di informazioni corrette e complete per il personale, esattamente come è successo per l’uranio impoverito anche dopo che gli americani nel 1995 avevano avvertito di quanto fatto in Bosnia e indicato le contromisure da prendere: “Noi militari – ricorda il presidente dell’Osservatorio – siamo abituati a operare in ogni contesto, sappiamo che Kabul non è piazza San Pietro. Ma è irresponsabile chi non ci mette a conoscenza del pericolo. Siamo liberi di accettare qualsiasi rischio, ma lo dobbiamo sapere”.
Conferma un ufficiale dei paracadutisti, il colonnello Danilo Prestia che è in pensione dal 2014 dopo 43 anni di servizio: “Andai per la prima volta a Kabul nel 2002, era stata appena liberata, l’ambasciata italiana riapriva dopo 15 anni. Poi ho fatto altre missioni in Afghanistan fino al 2013 ma non a Kabul. L’inquinamento c’era già nel 2002, il Paese veniva da 23 anni di guerra: l’occupazione sovietica, la guerra civile e poi ai talebani. Non avevano più nulla – racconta il colonnello – bruciavano qualunque cosa per scaldarsi, noi ce ne accorgevamo perché l’inquinamento si respirava ma non se ne parlava. Mai sentito parlare di specifiche precauzioni”.