Jindal prende tempo e, al momento, resta in stand-by la vendita dell’Aferpi di Piombino. Dopo l’annuncio di giovedì, secondo cui la cessione delle acciaierie da parte dell’algerina Cevital a Jindal sembrava cosa fatta, tanto da programmare la firma ufficiale per ieri mattina al Mise, il gruppo indiano – spiega il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda – ha chiesto qualche giorno per un passaggio in cda. La trattativa sembrava essersi sostanzialmente conclusa. Una maratona al termine della quale lo stesso Calenda aveva rinviato a ieri mattina, a causa del fuso orario, per la firma dell’intesa e a fine marzo il closing. Ieri, dopo oltre 5 ore di attesa, Calenda ha detto: “Bisogna aspettare che arrivi la firma di Jindal”. Il patron del colosso indiano “era in Corea del Sud e sta rientrando in India, dove deve riunire il board. Loro hanno in mano il documento firmato dall’Algeria”. Un via libera da parte del board che lo stesso ministro ha confermato in serata a Piombino, dove ha parlato con operai e cassintegrati. Calenda spera che “non ci siano rischi” ma ostenta una certa prudenza perché, ammette, “finché non vedo la firma ci sono sempre rischi”. Piombino infatti dovrebbe partecipare alla gara per le rotaie di Fs.
Unipol, scontro con i sindacati su contratti e rischio esuberi
“Stiamo sopportando esternalizzazioni e condizioni al ribasso. E ora temiamo ci possano essere esuberi”. Sono le preoccupazioni dei sindacati, che in questi giorni stanno coordinando le assemblee territoriali per deliberare nuovi scioperi, soprattutto per i lavoratori dei call center della holding. Lo scontro con l’azienda va avanti da mesi. Unipol ha già esternalizzato alcuni servizi delle sue controllate, ora svolti da ditte terze o da aziende satellite, che però non applicano il contratto delle assicurazioni, con cui è assunta la maggior parte dei dipendenti del gruppo. “A inizio anno UnipolBanca ha creato Unipol Rec – fa sapere Donatella Farruggio, dirigente sindacale della FNA, sindacato autonomo del comparto assicurativo – che gestirà i crediti in sofferenza di Unipol Banca e i cui dipendenti sono stati assunti con il contratto nazionale del commercio. Lo stesso contratto viene applicato in diverse società del Gruppo (Auto Presto & Bene, Alpha Evolution) che svolgono attività assicurative, con condizioni svantaggiose rispetto al contratto assicurativo”. Il metodo, accusano i sindacati, rischia di portare ad una “destrutturazione contrattuale con pesanti ricadute”. Unipol, dal canto suo, nega: “Sono state esternalizzate poche decine di lavoratori su un totale di quasi 15 mila. E il tipo di contratto applicato dipende sempre dalle attività svolte”. I sindacati sono preoccupati per il prossimo futuro: “Essendo UnipolSai uscita dall’Ania (l’Associazione nazionale imprese assicuratrici, ndr) ha più libertà. Temiamo esuberi, ma anche che chi resta debba presto sottostare a un nuovo contratto unico per il Gruppo, naturalmente al ribasso”. “Nessun esubero – ribatte l’azienda – e nessuna intenzione di stipulare nuovi contratti, tantomeno al ribasso”. Ma i sindacati non si fidano e sono pronti a incrociare le braccia.
Ryder cup, la pioggia di fondi statali che fa felici solo i privati
Il 14 dicembre 2015, quando l’Italia si aggiudicò a sorpresa la Ryder Cup 2022, nei salotti della Capitale fu festa grande. Si brindava alla FederGolf di Franco Chimenti e al Coni di Giovanni Malagò, che si assicuravano il più importante torneo di golf al mondo e un grande evento da gestire a piacimento. E si brindava a casa Biagiotti: i proprietari del “Marco Simone Golf & Country club”, la sede prescelta per la manifestazione, erano infatti gli unici ad avere la certezza che da quell’azzardo da 160 milioni (in buona parte pubblici) ci avrebbero guadagnato. Nessun bando pubblico: gli organizzatori hanno sempre spiegato che la struttura era stata designata per le sue bellezze (“dalla buca 18 si vede la cupola di San Pietro”), scaricando le responsabilità della scelta sugli inglesi, che l’avrebbero imposta come condizione imprescindibile. Ora, però, si scopre che Ryder Cup Europe non ha mai messo becco sulla sede, che invece è stata scelta dalla FederGolf. E passata la sfuriata mediatica, sono in arrivo i soldi: 10,5 milioni per rifare il circolo della Biagiotti. Solo le prime gocce del fiume di denaro che di qui al 2027 scorrerà grazie alla Ryder.
L’Italia, Paese a tradizione golfistica pressoché nulla, ha deciso di fare il più grande investimento sportivo dell’ultimo decennio su una disciplina che con 90mila tesserati (tutti veri?) non rientra nemmeno fra le 10 più praticate. Circa 160 milioni, in origine quasi tutti pubblici: col tempo la garanzia statale da 97 milioni è stata assorbita dal contratto firmato con Infront (40 milioni) e da una polizza (30 milioni) stipulata dalla FederGolf. Dopo le polemiche (e le pressioni da Palazzo Chigi), la Fig ha deciso di assicurare la parte più a rischio della fideiussione, quella che riguarda l’aumento da 90 a 120mila tesserati che dovrebbe generare 30 milioni di ricavi (ma negli ultimi 3 anni sono diminuiti). Per farlo, spenderà 100 mila euro l’anno fino al 2027: un altro milioncino preso dal bilancio federale, che nel 2017 ha chiuso col passivo record di 4,5 milioni. E poi restano i 60 milioni di contributi statali alla manifestazione.
Per capire come sia stato possibile tutto ciò bisogna fare un passo indietro. A fine 2014 al Circolo Canottieri Aniene, il club più esclusivo di Roma di cui sono soci, Chimenti e Malagò discutono a un tavolino del bar. Al presidente del Coni lanciato nel sogno di Roma 2024 farebbe comodo un evento di prestigio da aggiungere al carnet della candidatura, e il pacchetto di voti che porta in dote l’influente capo del golf (alle ultime elezioni Coni è stato il dirigente più votato, diventando vicepresidente). Tra i due nasce una forte amicizia. E la pazza idea: portare la Ryder in Italia.
All’estero è un evento planetario, ma da noi c’è più di un’incognita. Per scacciare i dubbi degli organizzatori, il Comitato presenta una proposta indecente da oltre 150 milioni, più di quanti ne siano mai stati spesi per le edizioni passate. Anche il governo Renzi è d’accordo, come testimonia la controfirma di 8 ministeri sul dossier. Quanto sia forte il coinvolgimento lo si capirà meglio in seguito, quando la sindaca Virginia Raggi stroncherà la candidatura di Roma 2024 e il ministro Luca Lotti dovrà spendersi personalmente per far passare i finanziamenti, venuti meno insieme al sogno olimpico. Prima infilando nella finanziaria 60 milioni di contributi, si dice all’insaputa del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Poi approvando a colpi di emendamenti la contestata garanzia da 97 milioni, dichiarata più volte inammissibile in Senato (alla fine entra nella “manovrina” ad aprile 2017).
Restava solo da trovare il campo. La soluzione più logica avrebbe portato a Sutri, nel Viterbese, dove la Fig possiede la sua unica struttura di proprietà: non è un gioiello, ma a colpi di milioni si poteva rifare, lasciando in eredità un centro di eccellenza pubblico per rilanciare il movimento (come farà la Francia). Invece la scelta della Federazione, consigliata dall’advisor Img, è ricaduta sul Marco Simone di Guidonia Montecelio, più rinomato e vicino alla Capitale, e soprattutto di proprietà della famiglia Biagiotti. Secondo le malelingue, proprio i buoni contatti di Lavinia Biagiotti nel jet-set romano e della compianta Laura (al suo funerale Malagò era in prima fila) sono stati determinanti. Il direttore del progetto Ryder, Gian Paolo Montali, ha sempre negato: “Era l’unico campo possibile, altrimenti non ci avrebbero dato il torneo”. Una versione riportata anche sul sito: “Il campo è stato scelto dalla Ryder Cup Europe perché ritenuto l’unico idoneo ad ospitare la competizione”. Ora la ricostruzione viene smentita, smascherando l’ennesima bugia: “Non abbiamo mai imposto nessuna condizione: abbiamo invitato i Paesi interessati a presentare una candidatura, chiedendo di indicare all’interno il campo scelto”, ha chiarito Rce al Fatto.
La scelta di portare la Ryder Cup a casa Biagotti comincia così ad assomigliare a un regalo ai privati. A breve arriverà il contratto con cui il Marco Simone riceverà 10,5 milioni (trovati dall’advisor Infront, che dovrebbe versarli direttamente nelle sue casse con una dilazione di pagamento sull’accordo firmato con la Fig), come canone di utilizzo per la Ryder, due Open d’Italia e altri eventi. Certo, di solito è chi ospita il torneo a pagare la Federazione (per l’ultima edizione a Monza la Lombardia ha sborsato 500mila euro), e non viceversa. “Ma questa è la Ryder”, si giustificano gli organizzatori. E poi quei soldi ai Biagiotti servivano proprio: è più o meno la cifra necessaria ad accendere un mutuo col Credito Sportivo (banca “governativa” dove Lotti ha appena messo mano con nuove nomine) per ristrutturare il campo. Il resto della storia è ancora da scrivere di qui al 2022 (anzi, al 2027): allora si capirà chi ci avrà guadagnato.
Mail Box
La politica ci chiede sacrifici, ma non dà nulla in cambio
Leggo sul Fatto Quotidiano che gli insegnanti italiani hanno lo stipendio più basso d’Europa. Ma non credo che abbiamo qualche altro stipendio, dal muratore al medico, che sia almeno alla pari dei colleghi europei. La crisi tocca solo i lavoratori. Una delle belle frasi dei nostri politici è: “Siamo in crisi, non si può fare”. Come mai abbiamo gli stipendi di tutta la classe politica, compreso il sottobosco, che fanno veramente schifo per quanto sono enormi, in proporzione alla categoria di ogni lavoratore? Oltretutto trovano denaro anche con prepotenza, per ponti, olimpiadi, aerei presidenziali e militari. Ricordiamolo il 4 marzo.
Omero Muzzu
Una speranza per il 4 marzo: onestà e giustizia sociale
Speriamo che dal voto emergano rappresentanti capaci, onesti, in grado di rilanciare l’economia e dare maggiore vitalità, stabilità e sicurezza al Paese. Negli ultimi decenni i nostri politici hanno dimostrato e prodotto risultati deludenti, sembra che non conoscano la realtà che li circonda: stiamo pagando a caro prezzo una politica errata, un ambiente sempre più inquinato, una disoccupazione in aumento. L’età pensionabile è diventata una chimera, ci sono tagli alla sanità, una burocrazia sempre più devastante, il problema sicurezza che angoscia molte famiglie. La questione morale poi ha toccato il fondo, e tutto questo determina sentimenti di paura.
Speriamo che chi andrà al governo non illuda ancora i cittadini con facili promesse, ma sia veramente l’anno della svolta, in difesa dei valori e per vedere rilanciare l’economia e appianare le disuguaglianza evidenti, che oggi penalizzano i cittadini più deboli.
Massimo Malagutti
Nessuna “rimborsopoli”, i 5 Stelle non hanno rubato
Sui giornali si continua a parlare della “rimborsopoli” grillina. Nella migliore delle ipotesi non sanno quello che scrivono; nella peggiore lo sanno benissimo e agiscono in perfetta malafede per creare confusione. Il termine “rimborsopoli”, infatti, fu creato in occasione dello scandalo dei consiglieri regionali di diversi partiti rinviati a giudizio perché si facevano rimborsare con denaro pubblico le più varie spese personali (comprese mutande e vibratori) spacciandole per spese istituzionali.
Nel caso dei 5 Stelle, invece, mi sembra che la faccenda sia completamente diversa. Com’è noto, i parlamentari del Movimento versano parte del loro stipendio in un fondo per il microcredito e fino ad oggi sono stati versati 23 milioni di euro che hanno consentito l’avvio di 7mila imprese. A quanto pare alcuni furbetti non avrebbero rispettato il regolamento interno e non avrebbero effettuato i versamenti dovuti. È senza dubbio una condotta censurabile, che merita i provvedimenti di espulsione che sono stati annunciati, perché un politico che viene meno ai suoi impegni non dà alcun affidamento. Non siamo, però, nel campo delle ruberie, trattandosi di libere donazioni di proprie disponibilità.
Domenico Forziati
Ognuno pensi ai suoi massoni, a partire da Renzi
Per giorni e giorni ogni apertura di tg e giornaloni (oni oni) parla dello “scandalo del M5s”. C’è una quindicina di persone disoneste che non ha tenuto fede alle promesse, comportandosi come i colleghi. Il ducetto di Rignano, ironizzava sul massone del M5s- Eppure lui ha trattato e tratta con un Piduista e ha come alleato un altro Piduista come Cicchitto.
Federico Vana
Non far correre alcune liste è un abuso di potere
Negli anni 30-40, il fascismo trionfava a forza di olio di ricino per chi non veniva alle manifestazioni di massa, manganellate o peggio per chi era antifascista. Oggi s’è ampliato il fascismo cosiddetto “democratico”.
Oggi con la legge elettorale, che impone di raccogliere oltre 20mila firme per presentare le liste, si fa in modo che queste forze siano nell’impossibilità di far convalidare il simbolo. Alle piccole organizzazioni, non avendo raccomandazioni, si toglie la possibilità di presentarsi: se questo non è fascismo “democratico” che cos’è? Non è forse un abuso di potere?
Pippo Carrubba
La legge elettorale ci porterà a non avere maggioranze
Tante persone ripongono speranza di cambiamento nelle elezioni del 4 marzo. Ma potranno essere accontentate? Il primo partito sarà sicuramente il M5S ma, con la coalizione di centro-destra che tocca il 35%, essere il primo partito servirà a poco. Come altre volte è successo, Berlusconi cerca di avere la maggioranza alleandosi con altri partiti. La Lega, nonostante Matteo Salvini abbia più volte sostenuto che non si sarebbe mai più unito col partito di B., ha accettato l’alleanza e con altri piccoli partiti il centro-destra avrà una maggioranza imbattibile.
Tutto questo fa pensare che si andrà incontro all’ingovernabilità più totale, con il centrodestra che si spaccherà subito dopo il voto, con gli altri partiti che, non riuscendo a formare un governo, si scaglieranno l’uno contro l’altro. Dobbiamo aspettarci un Gentiloni-bis?
Monica Stanghellini
Agenzia del farmaco. Gli italiani, eterni secondi, protestano per abitudine
Mi chiedo e vi chiedo come avrebbe reagito l’Olanda se l’Italia avesse vinto la gara per l’Agenzia del farmaco con dati tarocchi. Come hanno fatto gli olandesi. Nessun politico che abbia detto qualcosa e, per la verità, neanche un giornalista. E poi all’estero ci prendono in giro. Fanno bene!
Alberto Montanarini
La saga di Ema, l’Agenzia europea del farmaco, ci riserva sempre nuove sorprese. Milano, che si era candidata a ospitarne la sede che deve traslocare da Londra causa Brexit, è stata battuta da Amsterdam al sorteggio, dopo tre votazioni finite in parità. Poi però si è scoperto che la città olandese ha fatto votare ai rappresentanti europei un dossier che prometteva cose non mantenute: la sede era diversa da quella proposta e l’affitto superiore di 60 milioni di euro. A questo punto Milano, che ha maldigerito di aver perso la partita con il lancio della monetina, ha fatto ricorso, sperando di ribaltare il risultato e portare Ema a Milano, nel grattacielo disegnato da Gio Ponti. Questione di soldi (l’Agenzia genera un buon giro d’affari per la città) e d’immagine (l’arrivo di una istituzione europea confermerebbe il trend di successo di Milano). Ha davvero possibilità di spuntarla? La stampa italiana ha enfatizzato gli errori degli olandesi, sostenendo addirittura che sarebbero imbrogli, carte false. È d’accordo, naturalmente, anche il sindaco Giuseppe Sala, per cui l’arrivo di Ema a Milano sarebbe una vittoria personale. La stampa europea è più propensa a considerare peccati veniali, quelli degli olandesi, imprecisioni tutte sanabili. Anche gli extracosti, che non sarebbero a carico di Ema, ma del governo dell’Aja. Milano fa comunque bene a giocare questa nuova partita per tentare di ribaltare il risultato del primo, sfortunato match. Anche se resta vero che è nel primo che l’Italia si è dimostrata debole sullo scacchiere europeo, incapace di vincere: non è riuscita a completare il percorso diplomatico per raccogliere i 14 voti che sapeva necessari. Si è fermata a 12. Il resto, dopo il ballottaggio, lo ha fatto la sfortuna. Questa storia europea è comunque tanto simile alle storie italiane. Non solo perché scopriamo che anche gli olandesi taroccano le offerte, ma anche per la successiva reazione italiana: mi ricorda tanto i ricorsi al Tar, a cui i secondi provano ad appellarsi dopo che non sono riusciti ad arrivare primi.
Gianni Barbacetto
Prodi, una mossa che accontenta tutto il Pd
Caro Romano Prodi, se c’è una cosa che caratterizza la sua vita da “pensionato” della politica (parole sue) è indubbiamente il senso del dovere. “Ho fatto quel che dovevo fare”, ha detto l’altro giorno dopo essere salito su un palco elettorale dopo 9 anni di assenza. Era il palco del Teatro delle Celebrazioni di Bologna e lei ha celebrato Gentiloni, rilanciandolo alla guida di Palazzo Chigi: ha detto che non voterà Pd (Renzi tiè) ma la lista ulivista Insieme, e che Gentiloni è “la persona giusta per guidare un governo che riformi il Rosatellum”.
Fatto salvo l’apprezzabile senso del dovere – ad avercene di politici mossi da quello e non da altro – viene però da chiedersi se lei sappia che Gentiloni è del Pd di Renzi, che la lista Insieme è alleata col Pd di Renzi e che, se non supererà il 3%, il suo voto andrà comunque a Renzi (come le ha ricordato il suo “amico” D’Alema). Soprattutto: sa che il “prode” premier, che lei vedrebbe bene a riformare l’orrenda legge elettorale con cui andremo a votare, è lo stesso che governava quando è stata approvata? Sa che sul Rosatellum ha posto ben 8 fiducie tra Camera e Senato, così da essere sicuri che passasse? Diciamo che nella migliore delle ipotesi – non la condivideva, ma è stato costretto ad avallarla obtorto collo dalla premiata ditta Renzi-Berlusconi per far fuori il M5S (e pure sé stesso, visto che 8 volte è tecnicamente strangolamento) – non è esattamente l’intrepido capo di governo di cui abbiamo bisogno, viste le tante, difficili, e magari impopolari sfide che il Paese ha davanti. Ma, forse, lei certe cose non le sa, perchè “sto più all’estero che in Italia”.
In realtà, da quando è pensionato e viaggiatore, non è la prima volta che “sente il dovere” di prendere posizione sulle vicende politiche nostrane. Sul referendum costituzionale dell’8 dicembre 2016, ad esempio, mica poteva far mancare la sua voce. Eccola quindi, a una settimana dal voto, dichiarare che, sì, “è una riforma modesta”, ma “sento di dovere rendere pubblico il mio…” – suspense degna di X Factor, nel senso: metterà la croce su Renzi o sopra Renzi? – “Sì!”. Su Renzi. E così al referendum sulle trivelle dell’aprile 2016: Renzi diede indicazione di astenersi per non far raggiungere il quorum, ma lei disobbedì, sempre ovviamente per senso del dovere: “Sono un vecchio democratico”, disse con la consueta paciosità da nonno di Heidi, “vado a votare e voto…” – ancora rullo di tamburi – “No!”. Come avrebbe votato Renzi se fosse andato ai seggi.
Caro Prodi, suvvia, non si schermisca: altro che pensionato migrante, lei è ancora un caposaldo della politica italiana e i suoi interventi sono dirompenti. Prodi ha detto così, Prodi ha detto cosà.
Ammesso che lei sia un pensionato, non è tipo da giardinetti: lei è di quelli che dirigono energicamente il traffico davanti alle scuole! Ma – con tutto il rispetto – alla fine che dice davvero? Al netto dell’aplomb rivoluzionario, le sue prese di posizione non lasciano un po’ il gusto gattopardiano (democristiano?) del “Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”? Quel “senso del dovere” che la spinge a esporsi – e di cui non dubitiamo, per carità – non somiglia molto (troppo?) al classico “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”?
Un cordiale saluto.
Giornalisti politici: scelta legittima ma senza ritorno
“In politica, il cinismo è inappropriato: l’elettore desidera essere trattato da animale nobile”.
(da “I falò dell’autunno” di Irène Némirovsky – Adelphi, 2012 – pag. 101)
Fra tutti i mestieri e le professioni del mondo, quella del giornalismo è forse la più affine all’impegno politico. L’uno e l’altro consistono essenzialmente nell’interpretare e rappresentare le esigenze, i bisogni, le aspirazioni dei cittadini. La differenza, sostanziale, è che alla politica spetta in più il compito di realizzare e soddisfare queste aspettative; mentre il giornalismo, libero e indipendente, deve informare, controllare, criticare e all’occorrenza, se ne è capace, magari proporre.
Diciamo che la politica può anche essere considerata una proiezione del giornalismo. Nel senso che, a differenza dell’operaio, dell’imprenditore, del docente o del professionista, chi fa il nostro mestiere ha un’inclinazione naturale a occuparsi delle questioni sociali. E probabilmente è proprio questo il motivo per cui i giornalisti in politica ci sono sempre entrati.
Non è uno scandalo e, anzi, si può considerare una scelta legittima. A patto, però, che sia una scelta senza ritorno. Al pari del magistrato che dev’essere “super partes”, una volta indossata la casacca di un partito il giornalista perde automaticamente la sua aura d’indipendenza, autonomia di giudizio e imparzialità, ammesso naturalmente che l’abbia mai coltivata e meritata. Poi, quando esce dalla politica, potrà anche continuare a scrivere per esprimere – come la Costituzione garantisce a qualsiasi cittadino – le proprie opinioni, ma senza le credenziali professionali del giornalista: da quel momento, sotto la sua firma dovrebbe comparire la dicitura “ex parlamentare”, “ex assessore” o “ex consigliere” di questo o quel partito.
Questo vale per tutti coloro che si sono candidati o sono stati eletti in Parlamento, italiano ed europeo, nelle assemble regionali o comunali: fu un’eccezione quella di Eugenio Scalfari che, all’epoca della campagna di stampa condotta dalle colonne dell’Espresso sul “caso Sifar”, dovette fare una scelta di necessità candidandosi nelle liste del Psi per ottenere l’immunità parlamentare. Ma, a maggior ragione, la regola vale per tanti divi o dive del piccolo schermo che sono saliti sul grande palcoscenico della politica, sfruttando la loro popolarità televisiva. E vale, infine, anche per tutti quei colleghi che hanno deciso di presentarsi in massa alle elezioni del prossimo 4 marzo, in una formazione o nell’altra, con un impeto che ricorda la “carica dei cento e uno”.
Nel nostro Parlamento, siedono già troppi politici di professione che si fregiano ancora della qualifica di giornalista per aver lavorato in organi ufficiali di partito o per averne assunto la direzione. E spesso, come accade in genere per gli spretati, sono i peggiori denigratori del nostro mestiere. Sta di fatto che quando un giornalista “scende” (senza offesa) in politica, rinuncia alla tonaca professionale e abbandona, almeno agli occhi dei lettori o dei telespettatori, il voto laico di obiettività.
È stata proprio la progressiva omologazione alla Casta a indebolire e danneggiare la nostra categoria. Il giornalista, come dicono gli inglesi, dovrebbe essere un watch dog, un cane da guardia dei poteri costituti, nell’interesse dei cittadini e degli elettori. Ma spesso è diventato invece un lap dog, un cane da grembo per tenere compagnia ai “mandarini della politica”. E piuttosto che fare controinformazione, nel senso anglosassone del controllo del potere, si riduce a fare disinformazione come “i cortigiani, vil razza dannata”, celebrati nel Rigoletto di Giuseppe Verdi.
Perché l’astensione preoccupa i padroni
In vista della fatidica data del 4 marzo Peter Gomez ha pubblicato un interessante libretto, Il vecchio che avanza, che è una sorta di “avviso ai naviganti” per un voto se non “utile” almeno consapevole, mentre si moltiplicano gli inviti, istituzionali e non, anche larvatamente minacciosi, a recarsi alle urne come sacro diritto/dovere del cittadino democratico.
Ma cosa sia la democrazia, e in che senso si differenzi da qualsiasi altro sistema di potere nessuno ce lo spiega, dandolo per scontato.
Partiamo dalle cose più divertenti. Noi paghiamo della gente perché ci comandi. Un masochismo abbastanza impressionante che, come notava già Jacques Necker nel 1792, “dovrebbe lasciare stupiti gli uomini capaci di riflessione”. Evidentemente noi contemporanei questa capacità di riflessione l’abbiamo perduta e che ci sia un potere sopra le nostre teste lo diamo come irreversibile, ma farebbe inorridire o sbellicare dalle risa un Nuer.
I Nuer sono un popolo nilotico che vive, o meglio viveva, nelle paludi e nelle vaste savane dell’odierno Sudan meridionale. Un Nuer non solo non paga nessuno perché lo comandi, ma non tollera ordini da chicchessia. I Nuer infatti non hanno capi e nemmeno rappresentanti. “È impossibile vivere fra i Nuer e immaginare dei governanti che li governino. Il Nuer è il prodotto di un’educazione dura ed egalitaria, profondamente democratico e facilmente portato alla violenza. Il suo spirito turbolento trova ogni restrizione irritabile; nessuno riconosce un superiore sopra di sé. La ricchezza non fa differenza… Un uomo che ha molto bestiame viene invidiato, ma non trattato differentemente da chi ne possiede poco. La nascita non fa differenza… Ogni Nuer considera di valere quanto il suo vicino”.
Così li descrive l’antropologo inglese Evans-Pritchard che, negli anni Trenta, visse fra loro a lungo e li studiò. Un miracolo? O, quantomeno, un’eccezione? Non proprio. Si tratta infatti di una di quelle “società acefale”, di quelle “anarchie ordinate” nient’affatto rare nel Continente Nero prima della dominazione musulmana con le sue leggi religiose incompatibili con la libertà e, soprattutto, prima che arrivassimo noi con la nostra democrazia teorica, in salsa liberale o marxista, funzionale alla nostra economia, che ha completamente distrutto l’equilibrio su cui si sostenevano le popolazioni africane e l’Africa stessa.
Queste società erano riuscite a coniugare libertà e uguaglianza, due poli apparentemente inconciliabili su cui i figli dell’Illuminismo, i liberali e i marxisti, si accapigliano da un paio di secoli facendo elaborazioni raffinatissime ma senza cavare un ragno dal buco. Il fatto è che i Nuer, o tutte le società consimili, pensano, proprio come Locke uno dei padri della democrazia liberale, che gli uomini nascano, per natura, liberi, indipendenti e uguali. Ma questo nel mondo liberale o marxista non è mai avvenuto e tuttora non è.
Il nocciolo della questione è che nessun potere, qualsiasi potere, è legittimo. Si tratta solo di finzioni. Conviene Stuart Mill: “Il potere stesso è illegittimo, il miglior governo non ha più diritti del peggiore”. Nessun potere è di per sé legittimo per la semplice ragione che si deve rifare a un punto di partenza concettuale che è, per forza di cose, del tutto arbitrario.
Quel che conta, come ha chiarito magistralmente Max Weber, è che il potere sia creduto legittimo da coloro che vi sono sottoposti, o, quantomeno, da una buona parte, per assicurare una certa stabilità al sistema e al potere stesso. Ma nell’Italia democratica, e anche in molte altre democrazie occidentali, questa credibilità è venuta meno in fasce sempre più larghe della popolazione.
Da qui il fenomeno crescente dell’astensione che preoccupa i “padroni del vapore”, in particolare i partiti, perché capiscono benissimo che se si estendesse ulteriormente la sarebbe finita una volta per tutte col loro potere illegittimo e prevaricatorio. E noi torneremmo a essere liberi, indipendenti e uguali. Come i Nuer.
Fico contro Lombardi: “Migranti e turismo non c’entrano nulla”
Un manifesto elettorale divide Roberto Fico e Roberto Lombardi, due gli esponenti più del Movimento 5 Stelle. Giovedì la Lombardi, candidata governatore alla Regione Lazio, aveva postato sui suoi profili social un’immagine di propaganda in cui, a fianco al suo volto in primo piano, compare il messaggio: “Quando penso alle province del Lazio e ai suoi borghi penso ad accogliere più turismo , che rilancia l’economia locale, e meno migranti, che invece pesano sull’economia locale”. Ieri Fico, ospite su Rai Tre ad Agorà, ha preso le distanze dai toni del manifesto: “Il volantino della Lombardi non lo condivido, perché secondo me è vero che deve esserci più turismo e più attività legate al turismo nei comuni stupendi che il Lazio ha, ma la situazione migranti non è assolutamente paragonabile o non si può mettere insieme al turismo”. Un commento che ricalca la posizione di un altro big del Movimento, Alessandro Di Battista, che due giorni fa aveva dichiarato che non avrebbe mai utilizzato parole simili a quelle della Lombardi.
I locali di piazza del Campo e quei soldi kazaki
Salvatore Caiata, imprenditore nel settore immobiliare e della ristorazione, proprietario del Potenza Calcio, candidato del M5S per le prossime elezioni politiche, è indagato dalla procura di Siena per reati finanziari. Noto a Siena come “il proprietario di Piazza del Campo”, per il gran numero di locali acquistati in questi anni, Caiata è accusato di “trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori”, in un’indagine oramai vicina alla chiusura, per la quale s’è visto notificare un avviso di garanzia, a inizio 2017, contestualmente all’avviso della proroga d’indagine. Non è indagato per riciclaggio – come scritto ieri da Corriere della Sera, Messaggero e Stampa, i quotidiani che hanno rivelato l’esistenza dell’indagine in corso – e, secondo fonti giudiziarie, la sua posizione potrebbe presto essere archiviata. L’inchiesta – condotta dalla Guardia di Finanza – nasce da alcune segnalazioni di operazioni sospette che Bankitalia ha inviato ai militari delle Fiamme Gialle e ai magistrati senesi.
Da qui l’innesco dell’indagine, che ha visto coinvolto, come di prassi per questi reati, anche gli investigatori dello Scico, i finanzieri esperti in criminalità organizzata. Nelle fasi d’indagine, infatti, Caiata è stato considerato – in base alle particolari contestazioni del reato finanziario – una “persona pericolosa sotto il profilo economico”. E – sebbene non contestata nell’avviso di garanzia – gli inquirenti hanno anche seguito la pista investigativa del riciclaggio, come da prassi in queste ipotesi di reato. Ma né il riciclaggio, né il “trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori”, finora sembrano essere stati riscontrati.
Di certo, c’è che Caiata nel corso degli ultimi anni ha realizzato molte operazioni immobiliari e societarie che, almeno in apparenza, non erano compatibili con i redditi dichiarati. E proprio da questo nasce l’indagine che, nel tempo, peraltro non ha prodotto alcuna misura di prevenzione patrimoniale. Nel mirino degli inquirenti i suoi rapporti economici con Cataldo Staffieri, responsabile de La Cascina in Toscana, e con il kazako Igor Birilo, manager della multinazionale Usa Atek, già interessato, negli scorsi anni alla gara per il monastero di Sant’Orsola di Firenze. “Il mio assistito – ha spiegato l’avvocato di Caiata, Enrico De Martino – ha ricevuto, agli inizi del 2017, una richiesta di proroga d’indagini preliminari su un fascicolo aperto a metà 2016 per fatti relativi al trasferimento fraudolento di valori in materia di riciclaggio. Da allora, nonostante la nostra piena disponibilità a chiarire qualsiasi contestazione, non abbiamo ricevuto nessuna convocazione. Ho ribadito la disponibilità del mio assistito ad essere ascoltato anche perché non sappiamo con certezza da cosa dovremmo difenderci. A marzo dello scorso anno abbiamo anche depositato una memoria di 20 pagine con oltre 30 documenti contabili delle operazioni relative alle società riconducibili al mio assistito”.
Se quindi, come pare probabile, la vicenda giudiziaria dovesse approdare a un’archiviazione, quel che più rileva nel caso Caiata resta il dato politico: non ha avvertito il M5S dell’avviso di garanzia che, come confermato dal suo avvocato, ha ricevuto nelle prime settimane del 2017.