Caos M5S, fuori pure Caiata: “Sapeva di essere indagato”

Di buon mattino il candidato premier Luigi Di Maio incontra al Quirinale il segretario generale Ugo Zampetti e distribuisce sorrisi e promesse: “La prossima settimana manderemo al presidente della Repubblica la lista dei ministri”. Ma fuori del Palazzo per il M5S è già l’ennesima giornata da trincea per l’ennesimo candidato sbagliato, cacciato in tutta fretta.

E questa volta tocca a Salvatore Caiata, presidente del Potenza Calcio, candidato dai 5Stelle tra mille fanfare in un collegio uninominale, indagato dalla Procura di Siena come si è appreso ieri. Un’inchiesta di cui però il candidato sapeva da almeno un anno, come ammesso ieri dal suo avvocato Enrico De Martino. Ma di cui non aveva detto nulla al M5S, come scrive lui stesso su Facebook: “La vicenda tirata fuori dai giornali è una storia vecchia del 2016 e che ad oggi ritenevo fosse stata archiviata, motivo per cui non ne ho fatto cenno con il Movimento. Sono convinto della mia innocenza ma mi autosospendo dal M5S”.

Però per i 5Stelle il silenzio sull’inchiesta è imperdonabile. E così nel pomeriggio Di Maio cala la mannaia: “Caiata sapeva, e per le nostre regole omettere un’informazione del genere giustifica l’esclusione dal Movimento”. Poco male per il presidente, che in serata ruggisce: “State tranquilli: non mi ritiro, sono più tosto di prima!”. Insomma, ha già separato la sua strada da quella dei 5Stelle. E in Parlamento vuole entrare comunque. Uno sberleffo pubblico al M5S: intransigente come da linea, ma colpevole nella gestione della vicenda. Perché già settimane fa, prima di candidarlo, i 5Stelle avevano ricevuto segnalazioni su problemi giudiziari per Caiata. Da ambienti del M5S a Siena, e non solo. E dopo alcune verifiche senza esito, pare su una vicenda diversa da quella per cui ora l’imprenditore è sotto inchiesta, l’avevano ugualmente presentato. Accontentandosi di ricevere dal patron il certificato penale e quello dei carichi pendenti, “da cui non risultava nulla” come ribadito ieri da Di Maio. Certo, dal M5S giurano di avergli chiesto anche il modulo 335, quello che evidenzia indagini a proprio carico, non obbligatorio per chi si candida. E lui avrebbe promesso di farselo dare dalla Procura di Potenza (peraltro inutile). Ma ci volevano giorni per ottenerlo, e si era troppo vicini alla chiusura delle liste. Così il M5S l’ha candidato ugualmente, fidandosi delle sue assicurazioni. Perché Caiata è un nome forte, che può pescare tanti voti nella tifoseria potentina. Ma ha mentito, ed è stato sconfessato.

Come già successo agli otto parlamentari delle restituzioni incomplete, ai quattro massoni scoperti nelle liste e all’ex consigliere comunale a Frascati Emanuele Dessì, che aveva ammesso “di aver menato per la terza volta un romeno” e che ha una casa popolare in affitto a 7 euro al mese (con contratto regolare). E il conto sale a 11 candidati ripudiati dal M5S: 12, se si tiene conto della deputata uscente Giulia Sarti, autosospesasi sempre per le restituzioni. E il dettaglio parla di tre eletti sicuri e tre possibili, tra cui Caiata.

Un gruppo di potenziali “responsabili” per le larghe intese del caso, in cui potrebbe finire anche il presidente del Potenza: già nel coordinamento del Pdl a Siena nel 2009, imprenditore con molteplici interessi e tanto consenso. Per questo i 5 Stelle l’avevano corteggiato e preso. Vincendo la concorrenza del Pd, che aveva provato a soffiarglielo in ogni modo. Con i fratelli Pittella, i maggiorenti lucani dem, ansiosi di fargli cambiare idea. Tanto da far telefonare a Caiata dal ministro dello Sport, il renzianissimo Luca Lotti. Ma l’imprenditore nominato “lucano dell’anno” alla fine ha scelto il M5S. Per la soddisfazione di Di Maio, che ne celebrava così l’arruolamento: “Caiata è un valore aggiunto”. Ma dietro ai lustrini c’era un’altra grana per i 5Stelle troppo distratti: o troppo pragmatici.

De Luca, anima persa della democrazia

Lira Tv, Salerno. Nel consueto sermone del venerdì camuffato da intervista, il dottor Jekyll della Regione Campania ha pronunciato parole sofferte e piene di bontà d’animo: “Si è perso il senso umano della politica e della lotta politica, e la democrazia ha perso l’anima”. Ha ragione, poverino. Sono anni che su questi territori si aggira un Mister Hyde della politica, un terribile personaggio che sbeffeggia, aggredisce e insulta oppositori, giornalisti scomodi e chiunque lo metta di fronte alle sue contraddizioni. Un uomo dal linguaggio brutale e cattivo, agli antipodi dei valori della democrazia e del confronto civile, che vorrebbe incontrare di notte e da solo al buio Travaglio, definisce “giornalismo camorristico” il lavoro di Report, dileggia come ‘chiattona’ la capogruppo M5s Ciarambino, liquida come “impresentabile in tutti i sensi” Rosy Bindi e promette che farà ‘ringoiare tutto’ ai videoreporter di Fanpage.it. Siamo certi che il dottor Jekyll della Campania, alias Vincenzo De Luca, ribadirà quel “bisogno di umiltà generale e di grande rispetto dell’anima della democrazia”, invocato ieri in pubblico, anche in privato. Quando incrocerà davanti allo specchio il Mister Hyde della politica, ovvero Vincenzo De Luca.

“Tav Torino-Lione, dati e previsioni sballate: ridiscutiamo il progetto”

Un appello a riaprire la questione Tav. A lanciarlo intellettuali, economisti e ambientalisti (tra cui Sandra Bonsanti, Massimo Bray, Salvatore Settis, Tomaso Montanari, don Luigi Ciotti, Paolo Cognetti e altri). “Dopo trent’anni il TAV Torino-Lione è ancora ai blocchi di partenza, essendo state realizzate solo alcune opere preparatorie. La Francia, pur senza mettere in discussione il tunnel di base di 57 km nella zona di confine, ha rinviato di decenni la scelta riguardante le rimanenti tratte nel suo territorio”. Ma soprattutto “un documento dell’Osservatorio per la Torino-Lione istituito presso la Presidenza del Consiglio riconosce che ‘molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni Ue, sono state smentite dai fatti’, salvo poi giustificare comunque la realizzazione del tunnel di base e di altri interventi non meno devastanti in territorio italiano adducendo opinabili ragioni sulla necessità di ammodernare l’infrastruttura”. “In tale contesto elementari ragioni di trasparenza e di prudenza impongono un supplemento di riflessione e la riapertura da parte del governo di un confronto popolazione locale, istituzioni interessate, tecnici e mondo degli studiosi e dell’economia”.

“Il nostro Stato Sociale: selfie, amore e art. 18. Zero canzoni-comizio”

Nel Palazzo la sinistra si ammoscia, nel Paese si mimetizza, nelle piazze prende vergogna, o si perde in punte disperate: per esempio Antonio Gramsci ridotto a scenografia di un comizio di Pierferdinando (Pierfurby) Casini. Nessuno ci pensa ma cinque ragazzi, trentenni e bolognesi, hanno promosso il ravvedimento operoso almeno delle note, aperto la strada al socialismo musicale e ridato dignità e popolarità a una coppia di parole che oggi vive nella sfortuna: Lo Stato Sociale. “Diciamo sempre la stessa cosa: occupiamo un luogo che altri hanno lasciato sguarnito. Quando abbiamo dovuto pensare a un nome, ci siamo chiesti: cosa manca all’Italia? Lo Stato Sociale! Allora cazzo ci siamo noi”.

Sorridenti, estrosi, teatrali e soprattutto intonati. Albi, Checcho, Bobo, Lodo e Carota, tutti nati tra l’84 e l’86, con le idee ben piantate in testa, hanno dato vita alla sinistra canterina, facendo a brandelli ogni clichè. Da veri transformers producono l’arte tra evoluzioni buffonesche, alcune bambinesche, illuminate memorie marxiste e sentimentalismi pop. A Sanremo sono stati travolgenti con quella vita in vacanza, la vecchia che balla eccetera eccetera e adesso raccolgono i frutti. Milioni di visualizzazioni su youtube, fanciulle stregate, sarabanda di incontri per il firma copie, lo strumento del proselitismo. “Vedi oggi? Siamo a Pescara, novanta minuti di ritardo a causa di un treno pigro. Salgono a gruppi, noi cantiamo tre canzoni, poi le firme, poi i selfies, poi l’altro gruppo, altre tre canzoni…”. Cento alla volta, per cinque volte e quasi tutti i giorni e quasi in tutta Italia.

“Siamo nati quando i diritti erano già stati piegati, abbiamo iniziato a lavorare quando l’articolo 18 era già stato smantellato. Viviamo l’impegno politico con levità, senza l’ossessione di imporre sempre il pensiero pesante”. L’amore che sboccia ma anche le code all’ufficio di collocamento, le mani che si toccano ma anche la nuova schiavitù del call center. O Lampedusa, i migranti e la paura. Lo Stato Sociale è un fritto misto, frullatino di rabbia e cuoricini. E tira, riempie le piazze, avanza tra i palasport. “Siamo geneticamente di sinistra, e quello che facciamo è ciò che sentiamo. Siamo nati in una città con una tradizione politica enorme, abbiamo frequentato i centri sociali, che non sono luoghi delle spranghe ma del pensiero, del divertimento e anche della responsabilità civile”.

Lo Stato Sociale è un omnibus e non teme che la platea si restringa: “Ma va là. Invece Sanremo ci ha fatto conoscere ancora di più, e la nostra gente ha condiviso questo cambio di passo perché non è stato forzato né improvvisato. La cosa a cui teniamo di più è che riflettiamo bene come e dove esibirci, quando cantare l’amore e quando raccontare dei diritti perduti”.

Albi, il bassista del gruppo, laurea in scienza delle comunicazioni e in sociologia: “Si andrà a votare, certo che sì. Decideremo il giorno prima dove mettere la croce e magari non saremo tutti d’accordo. Ma il dovere elettorale si adempie. Io poi ho fatto la tesi sul reddito di cittadinanza, guarda tu il caso”. I Cinquestelle allora? “Qualcuno forse li vota, ma il nostro vocabolario è nitidamente progressista”. Bebo faceva l’operaio, si è licenziato “e ancora i soldi sono intermittenti, è un mestiere questo che ti solleva da terra ma ti restituisce alla polvere pure in fretta. Ti chiede sempre uno sforzo, farti venire un’idea, una cosa bella da suonare e cantare”. Checco (sintetizzatore e percussioni) è ancora assegnista di ricerca, laurea in Informatica. Carota (sintetizzatori) ha un master in ingegneria musicale preso in Irlanda.

“Guardiamo all’Italia dei senza diritti. Si è incazzato con noi Salvini, e vabbè, ma chi vive sulla paura fa una scelta sbagliata. La paura è un sentimento che si dovrebbe governare. Chi fa carriera sulla paura non è vicino alle nostre idee”.

C’è una lezione che la sinistra di governo, o quella di opposizione, dovrebbe raccogliere: “Ogni volta che andiamo a suonare misuriamo le nostre idee, tentiamo sempre di farle condividere. C’è l’orgoglio, essere fieri e felici di quel che sta capitando e sinceri, fino all’osso, di non trasformare le canzoni in un comizio ma anche di non farci soffocare dal romanticismo. Il successo viene se tu sei vero, se dici cose che hanno un senso, una logica e un posto nella mente”. E Renzi? Albi, di nuovo: “Mi pare che abbia fatto una conversione verso il centro della scena politica. Non è interessante”. E le case del popolo? “Oggi hanno i simboli del Pd”. Ed Emma Bonino? “Siamo europeisti anche noi, ma da sinistra”

“Io te e Karl Marx”, titolo di una canzone. È d’amore? Di lotta? È questa particolare mescolanza che finora ha portato fortuna. Sul palco di Sanremo hanno portato i bambini dell’Antoniano e Paolo Rossi, comico molto estremo e molto a sinistra. Poi si sono messi al petto i nomi dei cinque operai di Pomigliano d’Arco licenziati da Marchionne, reintegrati ma lasciati fuori dalla fabbrica. Sarà pure marketing ma il vento ha soffiato forte e la platea nazionalpopolare, che in maggioranza vota chi non è amico dello Stato sociale, ha applaudito convinta. Le ragazzine di Pescara ora lievitano verso l’alto, e loro si giocano il jolly, la canzone più chic del repertorio: “Mi sono rotto il cazzo”.

Dal caso Scafroglia al piano Scafarto

Ancora in molti ricorderanno la gag televisiva di Corrado Guzzanti, che con la scusa di cercare la verità sulla presunta scomparsa di Mario Scafroglia (rivelatosi alla fine il conduttore stesso della trasmissione) tirava fuori il peggio del cinismo e del perbenismo per coprire i banali motivi della sua fuga dalla casa del fratello in Abruzzo. In un’intervista al Foglio il capogruppo al Senato del Pd, Luigi Zanda, si presta a fare da spalla all’analoga operazione cabarettistica tentata dall’ex direttore Giuliano Ferrara, in cui “il caso Consip” diventa “il piano Scafarto”. “Ferrara ha ragione, il silenzio della politica e dei media è incomprensibile e inaccettabile” si straccia le vesti Zanda. Forse si riferisce alla richiesta di fare piena luce, con l’inchiesta delle procure di Napoli e di Roma, sul tentativo di intralciare le indagini su un maxi-appalto pubblico miliardario che vedrebbe coinvolti un ministro della Repubblica, l’allora comandante generale dei Carabinieri? Ma no! Il presidente dei senatori Pd chiede la massima chiarezza su chi avrebbe passato al nostro Marco Lillo la notizia dell’avvio delle indagini, inchiesta che vede oggi indagato l’ufficiale dei carabinieri Gianpaolo Scafarto. “Confusione no, confusione no!” implorerebbe a questo punto padre Federico e pure noi.

La candidata animalista di Brambilla produce salumi

La campagna elettorale ci regala anche un ossimoro.

La candidata di Forza Italia (uninominale, collegio denominato Marche sud), l’imprenditrice di Ortezzano (Fermo), Graziella Ciriaci, dell’omonimo salumificio, sposa il Movimento provinciale di Michela Vittoria Brambilla.

La foto della conferenza stampa in cui lei sorregge lo striscione del “Movimento Animalista”, impazza sulle pagine Facebook, strappando ilarità di ogni genere. Si va dal “tutela degli animali, sì. Purché non grufolino” a “immagino il maiale che pensa: e io che so’ un fijo de troia?”, fino ad arrivare a “questa è proprio na’ pijata per il… culatello”. L’aspirante senatrice, ex consigliere regionale imputata per “spese pazze”, annuncia solennemente: “Condanno l’abbandono e il maltrattamento di genere di tutti gli animali, e mi impegno a garantire la loro tutela per ragioni umane e politiche. La loro protezione, il ruolo che hanno nella formazione e crescita di ogni persona, fanno parte di una cultura che va promossa”. Infatti, va da sé, lei i maiali non li abbandona per la strada, li alleva dentro “ampi box con un sistema di alimentazione automatizzato in grado di monitorare con costanza ed attenzione l’alimentazione dallo svezzamento fino alla fine del ciclo d’ingrasso”, come si legge nel sito del salumificio. Quando, senza maltrattarli, ottiene “un prodotto finale sano e nutriente, come il maiale di casa”. La tradizione è salva, ma non il senso del ridicolo. Sempre che, entro il 4 marzo, non decida di girare con un maiale al guinzaglio, come era solito fare con la gallina, il padre del famoso suo conterraneo, Valentino Rossi.

Chissà cosa ne pensa il capo del Movimento animalista, l’ex ministro berlusconiano Brambilla.

L’invito del Pd di Montreal: “Votate LeU”

“Invito i miei iscritti e la comunità tutta a dare un segnale di giustizia e di carattere, ben motivati: votate il solo candidato di sinistra della nostra città, Giuseppe Continiello, che ho personalmente visto prendersi a cuore le sorti della nostra comunità. È candidato alla Camera in Centro e Nord America non con il Pd, dal quale è fuoriuscito poco più di un mese fa, bensì con Liberi e Uguali”.

A raccomandarsi così è Domenico Bruzzese, presidente e segretario ad interim del Circolo Pd di Montreal. Si tratta dell’ennesima rottura all’interno del Pd, in disfacimento pure oltre confine.

Continiello, ex segretario del Pd di Montreal e Elena Luogo, ex segretaria del circolo Pd di New York e delegata per il Nord America in Assemblea Nazionale, si erano dimessi a inizio gennaio, denunciando “l’assenza di interlocuzione e di confronto nel rispetto della pluralità e della democrazia interna e la delegittimazione dell’Assemblea Estero in Assemblea Nazionale”. Bruzzese il suo endorsement lo motiva così: “Voglio esprimere tutto il mio dissenso per il modo in cui sono stati scelti i candidati. Nessun dirigente locale è stato mai sentito. Non si è tenuto conto in alcun modo del merito, che in politica significa radicamento sul territorio e capacità organizzativa, attività e iniziative, numero di iscritti e, quindi, peso politico”. Insomma, “non aver tenuto in considerazione da parte del Pd nessun possibile candidato da Montréal, terza città per numero di votanti in Centro e Nord America dopo Toronto e New York è uno smacco inaccettabile”.

La rivolta dei circoli del Pd all’estero è iniziata quando è stato approvato l’emendamento Lupi alla legge Tremaglia, introdotta nel 2001 dall’ex ministro per gli Italiani nel mondo, che regola il voto di chi risiede all’estero. Gli iscritti alle liste elettorali sono oltre 4 milioni, in genere alle Politiche vota il 30% degli aventi diritto (1,2-1,5 milioni). Cinque anni fa, la loro scelta fu fondamentale per giocarsi il titolo di partito più votato tra Pd e M5S.

L’emendamento prevede che all’estero si possano candidare italiani che vivono in Italia. “Ho rinunciato a tutte le cariche”, spiega Francesco Rotondo, che fino a novembre era il segretario del Pd in Argentina, altra circoscrizione con altissima concentrazione di votanti. “Mi domando che senso ha un voto all’estero se chi ti rappresenta è un italiano che vive in Italia che non conosce nulla della realtà dove corre”. E a novembre si sono dimessi i vertici del Pd di Melbourne.

Come beffare il Viminale dalla cameretta dei genitori

Il protagonista della spy story all’amatriciana dell’ultima campagna elettorale è un nerd dell’informatica che vive con i genitori in un appartamento a Fiano Romano, cittadella di 15mila abitanti a 40 chilometri da Roma. Si chiama Giuseppe Macario, ha 36 anni: contro ogni logica è riuscito a piazzare il logo del suo improbabile partito sulla scheda elettorale già ricevuta da chi vota nella circoscrizione “America settentrionale e centrale”. Si chiama “Free flights for Italy” ovvero “voli gratis per l’Italia”. Che è poi l’unica, mirabolante promessa: regalare biglietti aerei agli italiani che tornano in patria. Il tutto tramite l’omonima ong con la quale sostiene di aver già rimborsato 26mila voli (ma la Farnesina non l’ha mai sentita nominare). L’inchiesta di Selvaggia Lucarelli su Rolling Stone ha svelato che Macario non ha uffici a Panama (come sosteneva sui suoi siti, nel frattempo oscurati); non è un docente universitario in California, né ha frequentato alcuna delle università che ha infilato nel suo scintillante curriculum (Princeton, Mit, University of people). E ancora peggio, sarebbe un diffamatore seriale: la Lucarelli ha raccolto le denunce di decine di docenti donne che hanno subìto stalking e diffamazioni sui siti di Macario.

Tutto questo succede non in California o nell’esotica Panama, appunto, ma nell’amena Fiano Romano. Casa Macario è in una palazzina su due piani dall’intonaco color crema, all’angolo – ironicamente – con viale Aldo Moro. L’aspirante statista di Fiano è invece irrintracciabile: le finestre chiuse e le tapparelle abbassate, al citofono non risponde nessuno. Lì c’è scritto il nome della mamma Bettina Anna Maria Borrelli: un’ex insegnante di 71 anni che è l’unica candidata (a sua insaputa?) della lista di Macario, oltre a Macario stesso. Di lui, in città, quasi tutti dicono di non sapere quasi nulla. “È un fenomeno – ridacchia Carlo, dietro il bancone dell’Angolo del caffè, il bar lì di fronte – un vero fenomeno. Ma io dico: avesse almeno messo in piedi una truffa fatta per bene… c’avesse guadagnato qualche soldo… capirei pure. Chissà che c’aveva in mente”. Poi si fa più serio: “È un tipo molto chiuso, vive con la madre, non esce praticamente mai di casa. Solo d’estate, ogni tanto passa qui davanti quando fa jogging. Altro che Panama”. Tutti lo descrivono così: schivo, quasi monastico.

Chi si ricorda molto bene di lui, pur non avendolo conosciuto personalmente, è il sindaco Ottorino Ferilli (cugino di Sabrina e ora candidato con Liberi e Uguali alla Camera). “Poco prima di essere rieletto per il secondo mandato, nel 2016, venne fuori su Facebook una strana pagina che si chiamava ‘No tasse per la casa’. Pubblicizzava una lista che si sarebbe presentata alle nostre elezioni comunali. Annunciava, in caso di vittoria, la costruzione di un polo commerciale che avrebbe generato 500 posti di lavoro da 5mila euro al mese netti”. Insomma, ancora prima di candidarsi alla Camera, Macario voleva provarci nella sua Fiano. Con un’altra promessa assurda. “Su uno dei suoi siti – aggiunge Ferilli – forniva indicazioni specifiche per presentarsi ai colloqui di lavoro. Poi ha cancellato tutto, ma ho conservato gli screenshot. E un bel giorno, su viale Aldo Moro, sotto casa sua, è comparso un grande manifesto pubblicitario del suo ‘movimento’. Era un’affissione abusiva e i vigili l’hanno fatta rimuovere. Macario fu multato e la storia sembrava finita lì”.

Ora invece il candidato fantasma è in corsa, pur con speranze irrisorie, per entrare in Parlamento. Come sia possibile che un presunto truffatore, dalla cameretta della casa dei genitori in provincia di Roma, riesca a finire sulla scheda delle elezioni politiche nazionali, è un mistero del quale si attende ancora la spiegazione del ministero dell’Interno. Le istruzioni per presentare le candidature nella circoscrizione Estero sono normate in un libello del Viminale di oltre 100 pagine. Servono almeno 500 firme valide, una dichiarazione di trasparenza e una copiosa documentazione. Si deve passare attraverso i consolati italiani all’estero e poi il vaglio della Corte d’Appello di Roma. Nessuno ha avuto nulla da obiettare.

Vittime di Rigopiano contro la Rai: “Oscura le critiche a D’Alfonso”

Si definiscono ”censurati” dalla Rai. Sono i membri del Comitato Vittime del disastro di Rigopiano, che accusano il Tg1 di aver registrato con loro alcune interviste, ma di averle poi cestinate per i toni duri usati contro il governatore dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso, candidato al Senato per il centrosinistra. I fatti risalgono a martedì, quando il Comitato ha protestato contro un’iniziativa elettorale organizzata dal Pd all’interno della chiesa di Sant’Agostino ad Atri, la stessa in cui si tennero i funerali di alcune delle vittime del disastro. I giornalisti presenti, tra cui quello del Tg1, hanno intervistato Gianluca Tanda, Presidente del Comitato Vittime e Giampaolo Matrone, un altro membro dell’associazione. I due sono stati duri: “D’Alfonso ci dia spiegazioni: perché quel 18 gennaio non ci sono venuti a tirare fuori? Perché ci hanno lasciato morire come topi?”. Ma il servizio non è mai andato in onda su Rai1. E adesso il Comitato attacca: “Il Tg3 ha trasmesso il servizio, ci aspettavamo che ne desse notizia anche il Tg1, ma niente. Tutto censurato, oscurato. È chiaro che qualche intervento molto influente ha bloccato tutto. Evidentemente D’Alfonso ha amici molto in alto. Siamo disgustati da questa informazione”.

Napoli, rogo sul pianerottolo dove vive la cognata del direttore di Fanpage

Nel pomeriggio di giovedì un incendio doloso ha devastato il pianerottolo della casa della cognata del direttore di Fanpage.it, Francesco Piccinini. È andato a fuoco un ballatoio al quinto piano di un fabbricato in via Sedile di porto, nel centro storico di Napoli, dove gli inquilini custodivano un armadietto per gli attrezzi. Le fiamme hanno causato danni abbastanza ingenti e qualche traccia se ne trova anche all’interno della casa, in quel momento vuota. Sul posto sono intervenuti i vigili del Fuoco e i carabinieri. La Procura di Napoli aprirà un fascicolo per incendio doloso sulla base del ritrovamento di residui di quello che potrebbe essere un liquido infiammabile.

La casa della cognata di Piccinini sarebbe l’unico indirizzo notoriamente riconducibile al direttore della testata web – un professionista dalla vita riservata e dalle dimore ignote – che in questi giorni sta pubblicando a puntate una videoinchiesta sulle tangenti negli appalti per i fanghi e lo smaltimento delle ecoballe, e sul ruolo della camorra negli sversamenti abusivi di rifiuti. Inchiesta che sta facendo tremare la politica campana e ha fatto infuriare il governatore Pd Vincenzo De Luca. Sinora tre puntate e altrettante dimissioni: Lorenzo Di Domenico e Biagio Iacolare hanno lasciato gli incarichi di amministratore delegato e presidente di Sma Campania, la società della Regione Campania che si occupa dei depuratori, e Roberto De Luca si è dimesso da assessore al Bilancio di Salerno.

Fanpage ha utilizzato l’ex boss di camorra e dei rifiuti Nunzio Perrella come “infiltrato” con la videocamera nascosta nelle pieghe della giacca, accompagnato dal videoreporter Sasha Biazzo, che si è finto suo autista e collaboratore. In altre parti di Bloody Money (il nome dell’inchiesta, con riferimento “ai soldi sporchi di sangue” che Perrella millantava di poter portare sul tavolo di alcuni affari), è lo stesso Piccinini a “camuffarsi” da imprenditore del Nord interessato a smaltire inchiostri, per raccontare le trame criminali e illegali dietro allo sversamento di rifiuti tossici.

In attesa che gli inquirenti chiariscano natura e presunti autori dell’incendio, e se sia o meno una ritorsione al lavoro di Fanpage, la tempistica ovviamente preoccupa Piccinini e la sua squadra di giornalisti. Proprio giovedì mattina il presidente della Fnsi Beppe Giulietti si era recato nella redazione di via Generale Orsini per portare solidarietà al direttore e a Biazzo, indagati dalla Procura di Napoli per induzione alla corruzione. Giulietti ha ricordato che riportare notizie non è un mestiere semplice: “Ci sono troppe minacce e aggressioni nei confronti dei giornalisti. E Napoli è una delle città con il più alto numero dei casi”. Il giorno prima della visita, Giulietti e il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna hanno discusso i dati delle minacce alla stampa con il ministro dell’Interno Minniti. Erano già uscite le prime immagini di Bloody Money e l’Ordine aveva sottolineato la necessità di pensare una forma di tutela anche nei casi in cui è la natura stessa del lavoro svolto a mettere a rischio l’incolumità di chi lo ha realizzato. Come, per l’appunto, la videoinchiesta firmata da Piccinini e Biazzo.