Di buon mattino il candidato premier Luigi Di Maio incontra al Quirinale il segretario generale Ugo Zampetti e distribuisce sorrisi e promesse: “La prossima settimana manderemo al presidente della Repubblica la lista dei ministri”. Ma fuori del Palazzo per il M5S è già l’ennesima giornata da trincea per l’ennesimo candidato sbagliato, cacciato in tutta fretta.
E questa volta tocca a Salvatore Caiata, presidente del Potenza Calcio, candidato dai 5Stelle tra mille fanfare in un collegio uninominale, indagato dalla Procura di Siena come si è appreso ieri. Un’inchiesta di cui però il candidato sapeva da almeno un anno, come ammesso ieri dal suo avvocato Enrico De Martino. Ma di cui non aveva detto nulla al M5S, come scrive lui stesso su Facebook: “La vicenda tirata fuori dai giornali è una storia vecchia del 2016 e che ad oggi ritenevo fosse stata archiviata, motivo per cui non ne ho fatto cenno con il Movimento. Sono convinto della mia innocenza ma mi autosospendo dal M5S”.
Però per i 5Stelle il silenzio sull’inchiesta è imperdonabile. E così nel pomeriggio Di Maio cala la mannaia: “Caiata sapeva, e per le nostre regole omettere un’informazione del genere giustifica l’esclusione dal Movimento”. Poco male per il presidente, che in serata ruggisce: “State tranquilli: non mi ritiro, sono più tosto di prima!”. Insomma, ha già separato la sua strada da quella dei 5Stelle. E in Parlamento vuole entrare comunque. Uno sberleffo pubblico al M5S: intransigente come da linea, ma colpevole nella gestione della vicenda. Perché già settimane fa, prima di candidarlo, i 5Stelle avevano ricevuto segnalazioni su problemi giudiziari per Caiata. Da ambienti del M5S a Siena, e non solo. E dopo alcune verifiche senza esito, pare su una vicenda diversa da quella per cui ora l’imprenditore è sotto inchiesta, l’avevano ugualmente presentato. Accontentandosi di ricevere dal patron il certificato penale e quello dei carichi pendenti, “da cui non risultava nulla” come ribadito ieri da Di Maio. Certo, dal M5S giurano di avergli chiesto anche il modulo 335, quello che evidenzia indagini a proprio carico, non obbligatorio per chi si candida. E lui avrebbe promesso di farselo dare dalla Procura di Potenza (peraltro inutile). Ma ci volevano giorni per ottenerlo, e si era troppo vicini alla chiusura delle liste. Così il M5S l’ha candidato ugualmente, fidandosi delle sue assicurazioni. Perché Caiata è un nome forte, che può pescare tanti voti nella tifoseria potentina. Ma ha mentito, ed è stato sconfessato.
Come già successo agli otto parlamentari delle restituzioni incomplete, ai quattro massoni scoperti nelle liste e all’ex consigliere comunale a Frascati Emanuele Dessì, che aveva ammesso “di aver menato per la terza volta un romeno” e che ha una casa popolare in affitto a 7 euro al mese (con contratto regolare). E il conto sale a 11 candidati ripudiati dal M5S: 12, se si tiene conto della deputata uscente Giulia Sarti, autosospesasi sempre per le restituzioni. E il dettaglio parla di tre eletti sicuri e tre possibili, tra cui Caiata.
Un gruppo di potenziali “responsabili” per le larghe intese del caso, in cui potrebbe finire anche il presidente del Potenza: già nel coordinamento del Pdl a Siena nel 2009, imprenditore con molteplici interessi e tanto consenso. Per questo i 5 Stelle l’avevano corteggiato e preso. Vincendo la concorrenza del Pd, che aveva provato a soffiarglielo in ogni modo. Con i fratelli Pittella, i maggiorenti lucani dem, ansiosi di fargli cambiare idea. Tanto da far telefonare a Caiata dal ministro dello Sport, il renzianissimo Luca Lotti. Ma l’imprenditore nominato “lucano dell’anno” alla fine ha scelto il M5S. Per la soddisfazione di Di Maio, che ne celebrava così l’arruolamento: “Caiata è un valore aggiunto”. Ma dietro ai lustrini c’era un’altra grana per i 5Stelle troppo distratti: o troppo pragmatici.