La nuora e la consuocera di Schifani pagate dal Senato

L’attuale compagna del figlio di Renato Schifani e anche la mamma di lei sono state collaboratrici retribuite dal Senato. Lo stesso è accaduto anche con il collaboratore di Gianfranco Micciché e suo segretario all’Ars, Ugo Zagarella, ora candidato alle elezioni nazionali.

Tutto legale. Gli ex presidenti del Senato possono contare su un fondo pari a 17 mila euro mensili per le spese della loro segreteria personale sopravvissuto alle battaglie anti-casta. Era a vita ma grazie a una riforma (varata nell’era Schifani, va detto) è stato ridotto a dieci anni dalla fine della carica. La somma in passato era più alta ma nel 2013, ai tempi di Piero Grasso, è stata tagliata del 30 per cento.

Niente fondo quindi per Marcello Pera, Nicola Mancino e Carlo Scognamiglio. Oggi la sommetta di 17 mila euro rende più agevole la vita politica solo per Schifani e per Franco Marini che perderà il diritto tra pochi mesi. La somma totale lorda è davvero ragguardevole. Se si moltiplica 17 mila euro per 120 mesi fanno 2 milioni e 40 mila euro lordi. Per ogni ex presidente. La somma non è uno stipendio ma è il tetto massimo di spesa che il Senato mette a disposizione. Sarà poi l’ex presidente a indicare a sua discrezione agli uffici i nomi e i ruoli delle persone selezionate per il suo ufficio di ex presidente. Il Senato paga senza battere ciglio.

A inizio della legislatura tra i collaboratori indicati da Renato Schifani c’era anche Federica Terruso, che è l’attuale compagna del figlio: l’avvocato Andrea Schifani, 30 anni, erede della tradizione dello studio paterno di Palermo. Al Fatto risulta che la Terruso, oggi 33 enne e allora 28 enne, nel giugno 2013 figurava nella segreteria dell’ex presidente Schifani con la qualifica di “collaboratore di primo livello”, e uno stipendio lordo da co.co.co. di 2.893 euro lordi pari a netti 1.978 euro. Inoltre risulta che più di recente ha fatto ingresso nella segreteria di Schifani al Senato la mamma di Federica: Manuela Antinelli, 63 anni, originaria del Lazio e che una ventina di anni fa era socia con il marito di una piccola società di lavori edili e telefonici. Il compenso pagato mensilmente nel 2017 alla consuocera da Renato Schifani è di 2 mila e 164 euro lordi pari a 1.569 euro netti al mese.

Meno di quanto Schifani pagava (o meglio faceva pagare al Senato) sempre nel 2017 ogni mese al probabile prossimo deputato di Forza Italia Ugo Zagarella. Lo storico collaboratore di Gianfranco Micciché, membro della segreteria del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana nonché candidato in ottima posizione, al secondo posto proporzionale nella circoscrizione Marsala-Monreale-Bagheria nel 2017 incassava un compenso lordo mensile di 3 mila e 600 euro pari a un netto di 2 mila euro tondi. Tra i collaboratori del 2017 c’è anche la celebre sondaggista Alessandra Ghisleri che riceve il 24 marzo 2017 un compenso di 8 mila e 800 euro lordi pari a 7 mila 390 euro netti al netto della ritenute Inps.

Renato Schifani spiega: “Sono situazioni diverse: Federica ha lavorato per circa un anno all’inizio della legislatura ma allora non conosceva mio figlio e non era mia nuora. Non sono sposati ma è vero che hanno un figlio di un anno”. Ma perché la scelse?. Schifani spiega: “L’ho conosciuta a Roma ed era laureata, conosceva due lingue ed era sveglia. Mica dovevo fare un concorso”. E suo figlio come l’ha conosciuta? Le ha detto per caso ‘papà questa è la mia compagna, sai che lavorava da te?’. Schifani capisce che è una coincidenza intrigante per un giornalista e replica fermo: “Dopo un anno nel 2014 ha trovato un lavoro ed è andata via. Poi villeggiava in Sicilia e ha conosciuto mio figlio. Non so come ed è inutile che mi faccia queste domande. Io le offro fatti storici”. Ma la consuocera è stata assunta quando i due figli stavano insieme o no? “Manuela Antinelli è una collaboratrice da circa un anno perché è brava e mi rende un servizio. I nostri figli non sono sposati. Il rapporto di lavoro finirà con la legislatura perché io azzero i contratti. Anche Zagarella è stato mio collaboratore per alcuni mesi ma non lo è più. Alessandra Ghisleri invece è un’altra storia. Mi ha fatto una consulenza”.

Alessandra Ghisleri spiega: “Non era un sondaggio ma una ricerca con al centro la sua figura dopo il passaggio da Ncd a Forza Italia. Il mio lavoro era capire come avrebbe potuto affrontare la comunicazione pubblica sulla tv nazionale e in Sicilia in particolare. D’altro canto tutte le figure pubbliche hanno un consulente per queste cose non vedo perché non lo debba avere Schifani. Non mi pare una grande somma ed era un lavoro pubblico per fini pubblici. Nulla da nascondere”.

Il testo “Orlando” e la nuova circolare

Il governo, sulla base di una delega affidatagli dal Parlamento, ha riscritto a fine 2017 la normativa sulle intercettazioni in senso più restrittivo quanto alla tutela della privacy. In sostanza il testo voluto dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, prevede il divieto di trascrizione “anche sommaria” delle “comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini, sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti”. Nel verbale delle operazioni va indicato solo data, ora e dispositivo su cui la registrazione è intervenuta. Curiosamente la decisione su cosa sia rilevante o meno viene presa dalla polizia giudiziaria e non dal pm, che può però fare brevi annotazioni all’autorità giudiziaria: una circolare del ministero, però, ha recentemente (e di nuovo curiosamente) limitato la possibilità per le forze dell’ordine di informare il pm. Negli atti, peraltro, si potranno citare, “ove necessario” solo i “brani essenziali” delle intercettazioni. L’archivio delle registrazioni e dei brogliacci sarà custodito dal pubblico ministero.

“Ma di che si parla? L’agente provocatore in Italia c’è già”

La lotta alla corruzione, sempre dilagante in Italia, è tornata a dividere non solo politici ma anche magistrati tra chi, da anni, chiede gli agenti provocatori, come l’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e chi è contrario, come il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte o il presidente dell’Anac Raffaele Cantone.

Piercamillo Davigo, ex pm di Mani Pulite, presidente di sezione della Cassazione, non capisce proprio queste obiezioni: “La legge italiana prevede già operazioni sotto copertura ( con agenti provocatori, ndr) ma non per la corruzione. Queste operazioni sono quelle in cui un ufficiale di polizia giudiziaria, dissimulando tale sua qualità, prende notizia di attività illecite, cioè può infiltrarsi in organizzazioni criminali o in altri casi, già previsti dalla legge italiana, può determinare un reato, per esempio facendo un acquisto simulato di stupefacenti”.

Ma chi è contro l’agente provocatore in indagini contro la corruzione dice che nelle situazioni appena descritte il reato c’era già, non sarebbe indotto…

Non sempre è così. Per le grandi quantità di droga, ad esempio, chi deve venderla prima trova l’acquirente e poi si mette d’accordo con il cartello che si trova all’estero per farla arrivare in Italia. Inoltre, anche queste operazioni sotto copertura prevedono che l’ufficiale di polizia giudiziaria commetta un reato (deve dotarsi di falsi documenti e acquistare stupefacenti) al fine di poter arrestare trafficanti e, dunque, non è punibile. Nessuno, però, si è mai scandalizzato.

Ci sarebbe anche una convenzione dell’Onu contro la corruzione firmata dall’Italia, ma ignorata.

È la convenzione di Merida, ratificata dall’Italia senza alcuna obiezione, ma mai attuata in 15 anni. All’articolo 50 prevede l’introduzione di operazioni sotto copertura e fa anche esplicito riferimento alle consegne controllate.

Mazzette?

È evidente che si tratta dell’oggetto del patto illecito e prevedono che costituiscano prova al processo.

Perché la Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo ha condannato alcuni Paesi che hanno usato gli agenti provocatori?

La Cedu ha detto che non possono essere l’unica causale del reato. Non si tratta, però, di fare operazioni sotto copertura per punire la propensione a commettere un reato (come dice Cantone, ndr) ma scatterebbero solo nei confronti di persone che commettono un’attività illecita seriale. I trafficanti sono tali non se spacciano una volta soltanto, allo stesso modo un funzionario pubblico che si vende, ragionevolmente lo fa tutte le volte che ha occasione. La ratio è la stessa. Non capisco questa durissima opposizione all’estensione alla corruzione, sia pur prevista da una convenzione Onu, mentre va bene per lotta alla droga, armi, riciclaggio e pedopornografia.

Come si spiega questa levata di scudi? È per l’inchiesta giornalistica di Fanpage che ha coinvolto il figlio del governatore campano Vincenzo De Luca?

Di Napoli non parlo, c’è un processo in corso. Le ragioni di queste obiezioni le chieda a quelli che le fanno. Io non le comprendo, altra cosa è, invece, la cautela. Ci vuole un controllo dell’autorità giudiziaria ed eventualmente queste operazioni vanno concentrate nelle procure capoluogo di distretto dove sono possibili le specializzazioni. Altra cosa importante: va disciplinata la scelta dell’obiettivo per non prendere persone a caso ma solo nel momento in cui emerge una sproporzione tra il reddito, il tenore di vita e/o la situazione patrimoniale. Ci vogliono indizi che la persona oggetto di attenzione ragionevolmente commetta questo tipo di reati.

Perché è così importante l’utilizzo di agenti provocatori nella lotta alla corruzione?

La corruzione non viene scoperta praticamente mai, è nota solo a corrotti, corruttori e intermediari che hanno l’interesse convergente al silenzio. Per poterla sconfiggere ci vogliono anche forti sconti di pena per chi collabora, fino all’impunità se racconta tutto. Chi lo fa diventa onesto per forza, nessuno lo avvicinerà più. Ma per poter individuare i corrotti e avere prove nei loro confronti ci vogliono le operazioni sotto copertura, solo dopo si può convincerli a collaborare, un pentimento spontaneo è altamente improbabile.

Intercettazioni, il ministero cancella il “metodo Falcone”

Uno degli aspetti più ambigui ed insidiosi della nuova disciplina delle intercettazioni introdotta con il decreto legislativo n. 216 del 2017, riguarda la ridefinizione dei rapporti tra pubblico ministero e organi di polizia nella selezione delle conversazioni rilevanti per le indagini.

L’attuale normativa prevede che il pubblico ministero può procedere all’ascolto personalmente (articolo 267, comma 4, c.p.p.) oppure avvalendosi, come sua longa manus, di un ufficiale della polizia giudiziaria al quale l’articolo 268 c.p.p. attribuisce il compito meramente esecutivo di trascrivere anche sommariamente il contenuto delle comunicazioni intercettate, senza operare alcuna selezione.

Tali trascrizioni, in gergo definite brogliacci, vengono quindi esaminate dal pubblico ministero al quale è attribuito dalla legge il potere di individuare le comunicazioni rilevanti per le indagini.

La nuova disciplina, che entrerà in vigore il prossimo 25 luglio, attribuisce invece agli ufficiali di polizia giudiziaria il potere di selezionare le comunicazioni rilevanti, stabilendo per essi il divieto di trascrivere, anche in modo sommario, le comunicazioni o conversazioni a loro giudizio irrilevanti ai fini delle indagini, sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti, nonché di quelle sempre a loro giudizio parimenti non rilevanti, che riguardano dati personali definiti sensibili dalla legge.

L’articolo 268 bis c.p.p. di nuovo conio stabilisce inoltre che gli ufficiali di polizia giudiziaria non solo devono omettere di trascrivere le conversazioni da essi ritenute irrilevanti, ma devono altresì omettere in tali casi qualsiasi indicazione sull’identità delle persone dialoganti e sull’oggetto delle loro conversazioni. Nel verbale delle operazioni devono essere indicate soltanto la data, l’ora e il dispositivo su cui la registrazione è intervenuta.

Per evitare che a causa di tale modalità di trascrizione delle conversazioni intercettate, che determina il totale oscuramento di quelle ritenute irrilevanti dalle forze di polizia, il pm sia privato di ogni potere di autonoma e successiva valutazione sulla rilevanza o meno delle predette conversazioni, un altro articolo della nuova disciplina (articolo 267, comma 4, c.p.p. come modificato), prevede che gli ufficiali di polizia giudiziaria devono provvedere a trasmettere al pubblico ministero “annotazioni” contenenti una sintesi delle conversazioni da essi non ritenute rilevanti e la cui trascrizione è stata omessa.

In tal modo viene conseguito un triplice scopo: 1) mantenere integro il ruolo di dominus del potere di indagine e di valutazione del materiale probatorio esclusivamente in capo al pubblico ministero, il quale sulla base di tali annotazioni delle forze di polizia viene messo in grado di conoscere anche il contenuto sommario delle conversazioni di cui è stata omessa la trascrizione perché ritenute irrilevanti dalla polizia giudiziaria, operando eventualmente una valutazione difforme di rilevanza; 2) garantire ai difensori, ai quali pure è attribuito il diritto di esaminare le annotazioni, di individuare eventuali conversazioni scartate dalla polizia giudiziaria ed invece aventi a loro giudizio rilevanza processuale per i propri assistititi, chiedendone così la successiva trascrizione al giudice; 3) garantire il diritto alla privacy dei terzi o degli stessi indagati in quanto la nuova normativa prevede che le “annotazioni” sul contenuto delle conversazioni ritenute irrilevanti siano coperte dal segreto e custodite presso un archivio riservato del pubblico ministero unitamente alle registrazioni delle intercettazioni a cui afferiscono (articolo 89 bis delle norme di attuazione), senza che i difensori possano estrarne copia essendo loro attribuito solo il diritto di esaminarle, così come ad essi è attribuito solo il diritto di ascoltare le conversazioni intercettate ritenute irrilevanti ma non il diritto di avere copia delle registrazioni.

A causa dell’ambigua formulazione della norma sulle annotazioni, il ministero della Giustizia nella relazione illustrativa del decreto legislativo n. 216 del 2017, ha invece fornito l’indicazione che tale norma deve essere interpretata nel senso che gli ufficiali di polizia giudiziaria non hanno l’obbligo di informare sistematicamente il pubblico ministero con apposite annotazioni sul contenuto di tutte le conversazioni da essi ritenute irrilevanti e dunque radicalmente omissate, ma solo nei casi in cui essi nutrano il dubbio se si tratti di conversazioni rilevanti o meno e quindi se procedere alla loro trascrizione. Tale interpretazione riduttiva sposta l’asse del potere selettivo delle conversazioni rilevanti per le indagini a favore delle forze di polizia, che così vengono abilitate a stabilire autonomamente quali tra quelle da essi ritenute irrilevanti siano meritevoli di essere sottoposte o meno al vaglio del pubblico ministero.

Si tratta di un’interpretazione che oltre a non avere una base testuale nella lettera della norma, non appare costituzionalmente orientata ponendosi in contrasto con i principi costituzionali di cui agli articoli 112, 104, 24 e 111 che sanciscono rispettivamente l’obbligatorietà dell’azione penale, l’indipendenza e autonomia della magistratura da ogni altro potere, l’inviolabilità del diritto alla difesa in ogni stato e grado del procedimento, l’attuazione della giurisdizione mediante il giusto processo: principi tutti che verrebbero sacrificati sull’altare del diritto alla privacy di cui all’art. 15, con un evidente sbilanciamento nel contemperamento dei valori che appare tanto più irragionevole ove si consideri che il regime di segretezza assicurato alle annotazioni è pienamente idoneo a garantire pure quest’ultimo diritto.

Ove venisse seguita l’indicazione ministeriale il pubblico ministero verrebbe infatti privato, a favore delle forze di polizia, della pienezza del potere-dovere di operare una autonoma valutazione di tutte le risultanze processuali acquisite, nessuna esclusa, ivi comprese quelle a favore della persona sottoposta ad indagini, obbligo quest’ultimo imposto espressamente dall’articolo 358 del c.p.p. solo a carico del pubblico ministero e non anche a carico delle forze di polizia. Verrebbe inoltre pregiudicata l’effettività del diritto di difesa, essendo evidente che i difensori in assenza di annotazioni che riguardino tutte le conversazioni ritenute irrilevanti e dunque non trascritte, verrebbero privati di una indispensabile bussola per orientarsi nell’individuare quelle per essi rilevanti e dunque da trascrivere. In assenza delle annotazioni, l’unica alternativa, impraticabile, sarebbe quella di procedere personalmente al riascolto di migliaia di ore di intercettazioni a volte protrattesi per lunghi mesi su varie decine di soggetti.

Purtroppo l’interpretazione riduttiva del ministero è stata fatta propria da alcuni procuratori della Repubblica i quali hanno già emanato direttive agli organi di polizia e ai magistrati dei loro uffici con ricadute sul piano degli equilibri generali che si profilano tanti più gravi quanto più tale interpretazione dovesse divenire maggioritaria.

Poiché, come accennato, la nuova normativa entrerà in vigore solo il prossimo 25 luglio, è bene assumere consapevolezza che sul terreno dell’interpretazione e dell’applicazione pratica della nuova normativa si giocherà nei prossimi mesi una partita di grande rilevanza istituzionale il cui esito è destinato ad incidere anche sulla latitudine dei poteri di indagine e di acquisizione delle prove del pubblico ministero nel settore del contrasto alla criminalità mafiosa e terroristica.

Infatti in tale strategico settore, la rilevanza delle conversazioni intercettate ai fini delle indagini non viene valutata solo in relazione all’oggetto e ai soggetti coinvolti nel singolo procedimento penale nel quale sono disposte le intercettazioni, ma anche con riferimento ad altri procedimenti penali pendenti presso la stessa Procura della Repubblica e in tutte le altre procure italiane sedi di direzioni distrettuali antimafia e di dipartimenti antiterrorismo.

Conversazioni ritenute irrilevanti in un procedimento instaurato per traffico di droga presso la Procura di Milano possono rivelarsi rilevantissime per un procedimento per omicidio alla Procura di Palermo e per un procedimento per misure di prevenzione patrimoniali alla Procura antimafia di Torino. Gli esempi concreti tratti dalla quotidianità della prassi operativa potrebbero essere migliaia.

L’obbligo della circolazione delle informazioni, eredità preziosa del metodo Falcone, finalizzato ad evitare il pericolo di dispersione di risultanze processuali irrilevanti nel procedimento in cui sono state acquisite, ma rilevanti in altri procedimenti, è sancito dall’articolo 102 del decreto legislativo n. 159 del 2011 (codice antimafia) e viene realizzato mediante l’inserimento costante dei flussi informatici di tutte le indagini concernenti reati in materia di mafia nelle banche dati logiche delle singole procure distrettuali antimafia, consultabili non solo dai magistrati di quelle procure ma anche dal Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo nell’ambito della banca dati nazionale condivisa gestita dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo quale prezioso supporto per il proficuo svolgimento della sua funzione di coordinamento.

Tale metodo di lavoro si è reso sinora possibile grazie all’attuale disciplina normativa delle intercettazioni che ha consentito di popolare costantemente le banche dati con le trascrizioni ed i brogliacci di tutte le intercettazioni eseguite nelle varie procure distrettuali italiane, trascrizioni che riguardano tutte le conversazioni sia quelle immediatamente rilevanti per il procedimento in cui sono state disposte sia quelle irrilevanti per quel procedimento ma potenzialmente rilevanti per altri procedimenti.

A seguito della entrata in vigore della nuova disciplina normativa sulle intercettazioni, tale metodo di lavoro potrà essere mantenuto solo se gli ufficiali di polizia giudiziaria oltre a trascrivere le conversazioni da essi ritenute rilevanti con esclusivo riferimento al procedimento in cui sono state disposte, redigeranno sistematicamente annotazioni per tutte le altre conversazioni da essi ritenute irrilevanti in quel procedimento ma che potrebbero avere grande rilevanza in altri procedimenti di cui essi non possono e non debbono avere cognizione.

Se invece dovesse affermarsi l’interpretazione secondo cui gli ufficiali di polizia giudiziaria possono omettere completamente non solo di trascrivere ma anche di annotare per il successivo controllo da parte del pubblico ministero, tutte o gran parte delle conversazioni da essi ritenute non rilevanti per quel singolo procedimento, si verificherebbe la dispersione di un enorme patrimonio informativo di cui non resterebbe traccia documentale, con gravi ricadute negative per l’efficacia del contrasto alla mafia ed al terrorismo.

*Procuratore generale a Palermo

B. come Juncker: “Se non c’è il governo, situazione tipo 2011”

Ieri, ospite di Matrix, Silvio Berlusconi era in versione statista europeo, pur con la consueta puntatina sul golpe del 2011. In questa veste moderata, il leader di Forza Italia ha preso sostanzialmente le difese di Jean Claude Juncker, che giovedì aveva parlato un po’ a sproposito di un possibile “governo non operativo” dopo le elezioni vaticinando “forti reazioni dei mercati”. Il fu Cavaliere, nonostante il centrodestra abbia assai criticato il presidente della Commissione Ue, la pensa più o meno allo stesso modo: “L’Italia è un paese importante per l’Unione europea, quindi ciò che succede da noi interessa anche a Bruxelles e se queste elezioni non portano ad un governo e ad una maggioranza anche l’Europa è preoccupata. Penso che se gli italiani non dovessero dare vita ad un governo stabile ci saranno delle speculazioni su di noi come nel 2011, ma in quel caso fu un colpo di Stato”. Stavolta, invece, no: solo speculazioni dovute alla mancanza di un governo che, par di capire, Berlusconi voglia evitare all’Europa, all’Italia e ai mercati. Juncker, peraltro, dopo la mezza smentita di giovedì sera, ieri si è rimangiato tutto.

Scontri a Pisa, fuoco a Brescia. Oggi Roma

La campagna elettorale più violenta degli ultimi anni, con un’ottantina di episodi più o meno gravi di intolleranza politica contabilizzati al Viminale dall’inizio dell’anno, vive oggi una giornata ad alta tensione a Roma, dove sono in programma ben cinque manifestazioni e la polizia ha predisposto uno schieramento di oltre tremila uomini e donne sperando così scoraggiare chi fosse intenzionato a provocare disordini.

La consistente mobilitazione delle forze dell’ordine non è bastata ieri a Pisa, dove parlava il leader della Lega Matteo Salvini e una contromanifestazione dell’area antagonista e dei centri sociali si è avvicinata in modo ritenuto pericoloso: cariche contro lanci di pietre, bastoni e bottiglie; qualche ferito per fortuna non grave; almeno sei dimostrati portati in questura. Era andata anche peggio giovedì sera a Torino in occasione del comizio del segretario di CasaPound, Simone Di Stefano. Anche lì la manifestazione antifascista è degenerata in scontri, sei agenti sono rimasti feriti e la polizia ha denunciato l’impiego di bombe carta imbottite con chiodi, vetro e biglie. C’è grande agitazione nei sindacati dei poliziotti. E un altro inquietante episodio ha segnato la giornata di ieri: l’incendio, nella notte tra giovedì e venerdì, del centro sociale Magazzino 47 a Brescia. Il rogo è certamente doloso perché è stata data alle fiamme una pila di libri collocata al centro di una stanza, gli attivisti denunciano l’“ennesimo infame attacco di fascisti e razzisti che cercano di seminare un clima di odio razziale e intolleranza in città”, i carabinieri fanno le indagini e il clima in città è incandescente. Forza nuova però, vista l’aria che tira, ha annullato il banchetto elettorale che era programmato per oggi a Brescia e contro il quale era prevista anche una manifestazione antifascista. Quindi c’è speranza che oggi fili tutto liscio, l’unica manifestazione sarà quella, insolita ma da tempo annunciata, dei rom che sfilano per difendere la loro identità.

Gli occhi sono puntati su Palermo, dove sfilerà Forza nuova e parlerà il segretario Roberto Fiore: è nel capoluogo siciliano che nei giorni scorsi è stato legato e barbaramente pestato a sangue il leader locale di Forza nuova, Massimo Ursino; due dei presunti responsabili sono finiti in carcere in attesa della convalida del fermo e oggi ci sarà anche una contromanifestazione. Un’altra è in programma a Milano, dove Salvini in piazza Duomo farà la sua iniziativa intitolata “Prima gli italiani”. Nel capoluogo lombardo parlerà anche Di Stefano di CasaPound, che prima andrà a Bologna.

A Roma i cortei saranno due. Uno lo promuove l’Anpi, dalle 13,30 in piazza della Repubblica e partenza alle 15 verso piazza del Popolo, con i vertici del Pd che provano a riprendere la bandiera antifascista lasciata in mano ad altri a Macerata dopo l’incredibile tiro a segno contro gli immigrati del fascioleghista Luca Traini. L’altro, contro il razzismo e il Jobs act, lo organizzano i Cobas insieme ai movimenti di lotta per la casa e ad alcuni centri sociali, con appuntamento alle 14 in piazza dell’Esquilino e arrivo in piazza Madonna di Loreto. La polizia fin da ieri sera ha avviato controlli ai caselli autostradali e sulle vie consolari temendo gruppi violenti da fuori, ma poi vedremo come andranno le cose. Sempre all’Esquilino in piazza Vittorio, nel cuore del quartiere multitenico teatro di tensioni anche recenti, nel pomeriggio intende manifestare anche Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia. Completano il quadro una manifestazione antagonista vicino al Cie di Ponte Galeria e una degli antivaccinisti.

Troppa propaganda elettorale sui gruppi fascisti da sciogliere

Giovedì sera ascoltavo il ministro degli Interni, Marco Minniti, a Piazza Pulita, e non sempre mi trovavo d’accordo con ciò che diceva: per esempio su ciò che si sta facendo realmente (troppo poco) contro gli aguzzini delle carceri libiche che stuprano e torturano i migranti. Quando però alle sue spalle è apparso il faccione di Matteo Salvini che, come ha ricordato Corrado Formigli, si candida al Viminale mi è venuto in mente il titolo di un film di Almòdovar: Che ho fatto io per meritare questo?.

La parte più convincente di Minniti ha riguardato il tema del fascismo-antifascismo sul quale ci si esercita soprattutto a sinistra con argomenti e allarmi che sanno tanto di uso e abuso elettorale. Non certo perché i fascisti dispensatori di odio di Forza Nuova e CasaPound non costituiscano un pericolo, soprattutto se presi alla lettera dai camerati fuori di testa alla Luca Traini. Ma in qualche modo per il motivo opposto: con un fascismo risorgente e ben più minaccioso la nostra democrazia ha già fatto i conti. Ai tanti smemorati (o bisognosi di un buon libro di storia patria) il calabrese Minniti ha ricordato i Moti di Reggio del ’70, con i fascisti di Ciccio Franco che tennero a lungo in scacco il capoluogo calabrese, in uno scenario drammatico culminato con l’intervento dei blindati. Senza contare che in quel periodo l’Msi, che si proclamava spudoratamente erede politico del Pnf e di Salò, portava in Parlamento nutriti manipoli di ex camicie nere raccogliendo fino al 10% dei voti (a Reggio il 40).

Ora, le squadracce di Roberto Fiore e i loro emuli vanno tenute attentamente sotto osservazione, codice penale alla mano, ma davvero si può paragonare l’allarme democratico di quegli anni di piombo, di bombe e di trame nere alle gesta di questi ragazzotti dalla testa rapata (e vuota), spesso solo desiderosi di un quarto d’ora di celebrità in tv?

Quanto poi all’immediato scioglimento di gruppi e partitini con svastica e croce celtica, su cui molto insiste la sinistra di Liberi e Uguali, una parola di chiarezza è venuta dal magistrato Guido Salvini, titolare dell’inchiesta sul terrorismo neofascista e sulle violenze estremiste, e dunque persona informata sui fatti. Egli in varie interviste ha ricordato come già nel 1957 la Consulta intervenne sulla legge Scelba che vieta la ricostituzione del partito fascista sentenziando che non può essere sanzionata la commemorazione e anche l’elogio del tragico ventennio. Mentre, al contrario, sarebbe immediatamente da sopprimere una riedizione del fascismo che abbia la finalità antidemocratica di ripristinare in Italia il regime del partito unico e le sue forme autoritarie: dall’abolizione della libertà di stampa – per capirci – ai tribunali speciali, alle leggi razziali e a tutte le altre forme della dittatura. Fuori da questo schema l’unico discrimine per poter spedire i nipotini del duce dietro le sbarre è l’uso della violenza, connaturata al loro credo. Lo stesso metro da adottare per quei teppisti che in nome dell’antifascismo mandano all’ospedale poliziotti e carabinieri. Questo dice la legge. Se ne faccia una ragione la presidente Boldrini e chi come lei invoca leggi speciali, che finirebbero soltanto per dare alla marmaglia l’aureola del martirio. L’antifascismo è fondamento della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Farne un uso propagandistico serve solo a sminuirne il valore.

Di Maio al Quirinale: “A giorni proporrò ministri a Mattarella”

Il candidato premier del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, è stato ricevuto ieri al Quirinale dal segretario generale Ugo Zampetti. “La prossima settimana faremo una proposta di squadra di governo al Presidente della Repubblica” ha annunciato Di Maio all’alto funzionario. L’incontro, ha precisato il Quirinale, è avvenuto su richiesta dell’esponente dei 5 stelle. “Persone competenti, oneste e riconosciute”, “uomini dello Stato e delle Istituzioni” e “donne nei ministeri chiave”. Questo l’identikit della squadra di governo tracciato da Di Maio che assicura: “sarà una supersquadra di cui sono molto orgoglioso”. L’esperienza giocherà un ruolo determinante nella composizione del potenziale esecutivo: “Ci sono persone che si propongono nei ministeri per i quali hanno competenze ed esperienze specifiche”, sottolinea infatti il candidato premier dei 5 Stelle, ricordando che “gli obbiettivi di questo governo di cambiamento saranno dettate dalla Politica nel senso più puro del termine”. La procedura giudicata “atipica” rispetto a quanto previsto dalla prassi costituzionale, ha suscitato le proteste di alcune forze politiche, tra cui Forza Italia e Lega.

Emiliano: “Il Pd sostenga l’esecutivo M5S”. Calenda: “Con noi lui non c’entra”

E sugli scenari post voto ieri si sono scontrati Michele Emiliano, governatore della Puglia e leader di una delle correnti di minoranza del Pd, e il ministro per lo Sviluppo Economico uscente Carlo Calenda.

“Se il presidente Sergio Mattarella dovesse dare l’incarico a Di Maio, io farò ogni sforzo perché il Pd sostenga il M5s nella formazione del governo”, aveva detto in mattinata a Telenorba Emiliano, uscito col broncio dalla stesura delle liste elettorali a causa dei pochi posti assicurati agli uomini della sua corrente.

L’apertura ai 5 Stelle ha colto di sorpresa il Pd e in particolare Calenda, che ha espresso il suo disappunto su Twitter, scagliandosi direttamente contro il governatore: “Sostengo la coalizione di centrosinistra andando in giro a spiegare che abbiamo bisogno di una classe dirigente seria Ma ogni volta che vedo una dichiarazione di Michele Emiliano la determinazione vacilla”. E ancora: “Non comprendo cosa c’entri lui con il Pd“.

Crollo Pd, il Colle “studia” un governo per la transizione

È stato alla fine della scorsa estate che al Quirinale s’iniziò a formare un dossier sulle prassi seguite dai dieci presidenti della Repubblica in oltre sei decenni di governi. In linea con la sua storia di professore universitario di Diritto parlamentare, Sergio Mattarella diede mandato ai suoi consiglieri di raccogliere sostanza e dettagli di ogni consultazione, conscio e convinto che la dinamica politica di questo antico rito sfugga a una situazione pre-ordinata. In pratica, per dirla fuori dal “quirinalese”, il capo dello Stato mandò il primo segnale ai partiti. Per la serie: con me non ci sarà alcun governo del presidente, tecnico oppure no.

Quando il lavoro fu avviato il quadro delle forze in campo era diverso da oggi: il Pd veniva accreditato di un possibile 25 per cento, i Cinquestelle non arrivavano al 30 e il centrodestra viaggiava alla solita altezza del 37. A distanza di quasi sei mesi da allora, il quadro si è completamente ribaltato: il Pd potrebbe crollare al 20, se non sotto; il M5S toccherà o sfonderà il tetto del 30; il centrodestra non schioda dal 37/38 ma nel frattempo ha cristalizzato le divisioni interne tra Silvio Berlusconi e il blocco fascioleghista di Salvini e Meloni.

Risultato: al Colle matura la sensazione che il voto del 4 marzo non consegnerà vincitori in una sorta di deriva tripolare che poi tanto tripolare non è per le citate fratture tra l’ex Cavaliere e il capo leghista. Nessuno quindi, tra i leader politici, dovrebbe avere il mazzo in mano per distribuire le carte. E qui sovviene il dossier sulle prassi seguite in passato al Colle nella formazione dei governi, un documento diventato corposo e meticoloso.

Punto di partenza, per sgombrare dal campo retroscena ed equivoci di oggi, il destino del governo di Paolo Gentiloni. Oggi l’esecutivo non è dimissionario e quindi è in carica per l’ordinaria amministrazione. Il 23 marzo, giorno d’insediamento delle Camere, al Colle danno per certo l’arrivo del premier per la fatidiche e dovute dimissioni. A quel punto sì che sarà un governo dimissionario in carica per “il disbrigo degli affari correnti”, in attesa dell’esito delle consultazioni di Mattarella con le delegazioni dei partiti.

Il metodo poi. E l’approccio, che partirà dalla fotografia del voto. Esaurita definitivamente la fase bipolarista della Seconda Repubblica (un vincitore e uno sconfitto), il Colle-arbitro dirigerà la partita come ai tempi del proporzionale della Prima Repubblica. Un mero dato di fatto: questa campagna elettorale sta confermando che ogni partito corre per prendere un voto più degli altri e il tema delle coalizioni è scomparso, a meno di non prendere per buona l’alleanza finta o bugiarda del centrodestra. Chiarito il quadro, Mattarella certificherà innanzitutto l’impossibilità di un “governo organico” sia formato dallo stesso centrodestra oppure da Pd e Forza Italia insieme, le cosiddette larghe intese. Questione di numeri, ovviamente.

A quel punto, il Colle riguarderà tre capitoli del dossier fatto preparare. Tre precedenti già sottolineati e vagliati in ogni aspetto. Obiettivo: varare comunque un esecutivo, pur su basi fragili, per poi sperare di sbloccare l’impasse e allargare la base della maggioranza. Il primo precedente è “il governo della non sfiducia” di Giulio Andreotti, votato nel 1976 (e preludio alla tragedia di Aldo Moro). Quel governo prevedeva un accordo tra le due grandi forze “nemiche” di allora: la Dc, da sempre al potere, e il Pci, che per la prima volta si astenne sulla fiducia. Collegato a questa formula nell’agenda del Colle c’è pure il governo Fanfani del 1960, basato sulle “convergenze parallele” morotee per la formazione del centro-sinistra. Due precedenti che presuppongono quindi un accordo tra partiti oggi avversari. Ed è qui che potrebbe entrare in gioco la forza parlamentare del M5S. Le combinazioni sono varie e Mattarella non ne escluderebbe nessuna: Pd al governo e astensione grillina, o viceversa; idem Pd e centrodestra. Qualora dovessero andare in porto la non sfiducia o le convergenze parallele, uno dei tre blocchi di media grandezza è destinato a rimanere fuori. Quale tra Pd, M5S e centrodestra?

Il terzo precedente storico è di mera transizione per poi andare allo scioglimento autunnale: “il governo balneare” o “di decantazione” di Giovanni Leone dopo le Politiche del 1963. Nel novero delle variabili potrebbe rientrare Paolo Gentiloni, investito pure di un’altra formula. Questa: verificata l’impossibilità di formare un governo, Mattarella potrebbe rinviare alle Camere l’attuale esecutivo. Ricevuta una scontata sfiducia, si avrebbe comunque un governo di minoranza per gli affari correnti e per portare il Paese al voto.

La transizione potrebbe però portare anche un cosiddetto “governo di scopo”, con l’obiettivo di fare la manovra economica e una nuova legge elettorale, magari con un accordo a tre fra Pd, 5 Stelle e Liberi e Uguali.

Questo è dunque il quadro tracciato al Colle in queste ore, a una settimana dal voto. E quelle che erano le preoccupazioni estive del Quirinale, e cioè una mancata tenuta del Pd, alla fine si stanno per rivelare giuste, a meno di clamorosi rovesciamenti di tendenza negli ultimi giorni giorni di campagna elettorale. Senza un governo di centrodestra o le larghe intese renzusconiane, la dinamica delle consultazioni metterà in gioco il M5S di Luigi Di Maio per varie formule. È questa la maggiore novità che emerge dall’analisi basata sul dossier confezionato per Mattarella. E non è poco.