Crema di Calenda

Michele Emiliano, come spesso gli accade, ha detto una cosa saggia: “Se il Pd non fosse il primo partito e Mattarella desse l’incarico a Di Maio, e ad altre ipotesi non voglio pensare, farò ogni sforzo perché il Pd sostenga il M5S nella formazione del governo”. Il vulcanico governatore pugliese lo ripete da tempo: un movimento che da cinque anni, salvo brevi intervalli, è la prima forza politica del Paese non può essere escluso in eterno dall’area di governo e merita di essere messo alla prova. Non perché esista la certezza che governerà bene, ma perché in democrazia non si può ignorare per tanto tempo la volontà della maggioranza (relativa) degli elettori. Infatti già nel 2013, appena rieletto a sindaco di Bari, Emiliano aveva offerto alcuni assessorati ai 5Stelle, che ancora si beavano nel loro dorato isolamento e rifiutarono. Ora che Di Maio si appella ad altri partiti per condividere un programma in pochi punti, anche l’alibi dei 5Stelle chiusi a riccio è caduto. Le tre alternative a un governo sostenuto dai M5S, LeU e almeno una parte del Pd sono una peggio dell’altra: tornare subito a votare con la schifezza del Rosatellum; un governissimo Renzusconi con voti comprati e Gentiloni a Palazzo Chigi; un governo Tajani a trazione berlusconian-leghista, sempre con voti comprati.

Poteva mancare a quel punto l’illuminato parere del ministro-prezzemolo onnisciente e onnipontificante Carlo Calenda, detto Crema di Calendula perché è un impacco che si porta su tutto, dai foruncoli alla crisi di Roma, dalla micosi del piede ai disastri Ilva e Alitalia, dall’acne giovanile al caso Embraco? Non poteva. “Sostengo la coalizione di centrosinistra perché abbiamo bisogno di una classe dirigente seria”, twitta il Calenda, “ma ogni volta che vedo (sic, ndr) una dichiarazione di Emiliano la determinazione vacilla. Non comprendo cosa c’entri con il Pd”. Ora, per carità, va bene tutto. Ma Emiliano è da 11 anni il segretario del Pd pugliese, è stato due volte sindaco Pd a Bari, è presidente Pd della Regione e un anno fa si è candidato a segretario Pd. Invece Calenda, che distribuisce e revoca tessere del Pd a chi pare a lui, al Pd non è nemmeno iscritto perché lo giudica “un circolo chiuso”. Del resto, alle elezioni 2013 si candidò con la Lista Monti e fu ovviamente trombato. Perché lui porta sempre buono. Era a bordo anche dell’altro celebre Titanic della politica italiana: Italia Futura di Montezemolo (in qualità nientemeno che di “coordinatore politico sul territorio”, infatti Italia Futura sfuggiva ai radar), col quale aveva collaborato alla Ferrari prima di passare a Confindustria.

A quei tempi ripeteva prima e dopo i pasti, che “l’Agenda Monti è l’unica strada per la modernità” e “noi siamo alternativi ai Dem, li batteremo” (Corriere, 2.1.2013). Siccome però quelli come lui, nati bene e cresciuti anzi pasciuti anche meglio, non possono vivere un solo giorno col culetto scoperto, appena bocciato dagli elettori Calenda fu raccattato dal governo Letta come viceministro dello Sviluppo. Renzi lo confermò, ma nel 2016 lo spedì a Bruxelles come un pacco postale, in veste di “Rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue”. Permanente si fa per dire: Calenda arrivò il 21 marzo e il 10 maggio era già di ritorno. Giusto il tempo di far incazzare i diplomatici di carriera, poi abbandonò l’amata Europa per afferrare al volo il ministero dello Sviluppo lasciato vacante dalla Guidi e riservato, com’è noto, agli emissari di Confindustria. Lì piantò radici e restò imbullonato anche con Gentiloni. La sua attività ministeriale s’è trascinata sanza infamia e sanza lode, fra una crisi irrisolta e l’altra, una marchetta agli industriali di qua e una di là, fino alla campagna elettorale. Lui, ci mancherebbe, si è ben guardato dal candidarsi: molto più comodo occupare poltrone all’insaputa degli elettori, essendone fra l’altro sprovvisto (di elettori, non di poltrone). Ma ha cominciato a esternare e a presenziare, come tarantolato. Ha iniziato a distribuire patenti di incompetenza a tutti, tranne che a se stesso e, chissà perché, alla Bonino. Ha preso a stalkerare la sindaca Raggi, trascinandola su un fantomatico “tavolo per Roma” dove lui porta a spasso il suo monumento equestre senza un euro in tasca.

Intanto collezionava un paio di successi (tipo Ideal Standard) e vari flop, da Alitalia a Ilva a Embraco. Quest’ultimo è il gruppo brasiliano che trasloca da Torino dove più gli conviene, cioè in Slovacchia. Cioè segue alla lettera il Calenda-pensiero, convinto di fare cosa gradita al fan sfegatato di tutti i trattati mondiali per il libero scambio e la libera circolazione delle merci, dei soldi e dei lavoratori come lui. Invece, sorpresa: stavolta Calenda, a favore di telecamera, s’incazza contro la libera circolazione di Embraco. “Gentaglia!”, tuona furibondo, come se bastasse qualche vaffa per fare un ministro competente (nel qual caso, l’incompetente Beppe Grillo sarebbe molto meglio di lui). La verità è che il ministro dello Sviluppo economico dovrebbe creare le condizioni per attirare e trattenere gli investitori stranieri, non insultarli quando se ne vanno. Perché, se non riesce a persuaderli, il fallimento è tutto suo. Ma il suo fiasco, grazie ai leccalecca dei giornaloni, diventa un trionfo: anvedi er sor Calanda come jele canta. Risultato: altri 500 posti di lavoro in fumo (in aggiunta alle decine di aziende fuggite all’estero negli ultimi anni, ma lontano dalla campagna elettorale, dunque senza un pigolio del ministro). Ora Crema di Calendula, che non è iscritto al Pd e se ne dichiara “alternativo”, infatti fa campagna per la Bonino, domanda al Pd Emiliano cosa c’entri col Pd. Come se Renzi chiedesse a B. cosa c’entri con Forza Italia. Ma forse non è l’esempio più azzeccato.

L’insostenibile pesantezza dell’ultimo thriller della Lapponia

In origine, parliamo di cinque anni fa, il giallo lappone lanciato dal francese Olivier Truc (L’ultimo lappone e Lo Stretto del lupo) fu una felice novità che introdusse la frontiera estrema del thriller scandinavo. La Lapponia, appunto, abitata dai sami, comunità sovranazionale e nomade che attraversa quattro Stati: Norvegia e Svezia, Finlandia e Russia. Vennero fuori paesaggi infiniti; uomini di poche parole e tanti tormenti interiori come il poliziotto Klemet Nango, ovviamente sami; e poi il ghiaccio, la poca luce, le consuetudini quotidiane di un popolo allenato al sacrificio in una clima impossibile.

L’ultimo lavoro di Truc ha però poco a che fare con la narrativa di questo genere. Ansioso di sdoganare agli occhi del mondo la causa dei bistrattati sami, perlopiù allevatori di renne, lo scrittore transalpino confeziona un polpettone di ben cinquecento pagine attorno a uno scheletro misterioso del diciassettesimo secolo, rinvenuto nel recinto di un allevamento di renne. A indagare è sempre il taciturno Klemet con la sua bella collega Nina (per la serie: vorrei ma non posso, sì in quel senso lì, un’altra estenuante telenovela), dopo il trasferimento dalla Lapponia norvegese a quella svedese. E cinquecento pagine sono di ben difficile digestione se tutte dedicate alla disputa scandinava tra gli allevatori sami e i proprietari di boschi della Svezia, con uno scheletro a fare da arbitro su chi vanta più diritti su quella terra. Il lettore può anche amare allo spasimo la causa sami, modello questione palestinese, e certamente la ama, ma il momento della palpebra calante giunge inesorabile.

 

 

Il libro sull’umanità dura quanto volete voi

Il libro “Borne” è scritto da Jeff Vandermeer, celebre autore di fantasy statunitense che scrive libri adatti a tutte le età sulla fantascienza e che riesce a far immergere chiunque (anche le persone con meno fantasia) nella storia.

Questo libro racconta di una ragazza che durante una invasione aliena di creature strane create dall’uomo, trova una piccola pianta che ogni giorno si sviluppa sempre di più e che diventa ad un certo punto una specie di essere umano. Tutto questo accade in un mondo ormai abbandonato dall’uomo preso in possesso da strane creature. Questo libro racconta una bellissima storia, ma il punto forte è come l’autore riesce a farci immergere totalmente nella storia come se fossimo noi stessi i protagonisti.

Nel proseguire della lettura la protagonista si porrà delle domande che la convinceranno ad indagare su cosa ci rende veramente umani; cosa potremmo fare in caso di invasione aliena, cosa ne sarà dell’umanità, ecc… domande che cominceremo anche noi a farci.

Questo libro vi farà avere tempo in un attimo. Vi immergerà talmente nella storia che chiuderete il libro solo una volta finito il momento che volevate far passare.

 

L’avvelenata di Recchioni contro l’avanzata dei nuovi barbari

La citazione di Francesco Guccini (basta vita da fumettista polemico e incendiario perché “forse mi divertivo di più a masturbarmi, o al limite a scopare”) spinge a classificare il nuovo graphic novel di Roberto Recchioni come una “avvelenata” contro tutto ciò che uno degli autori più alla moda del momento detesta. Recchioni dedica gran parte delle sue energie al fumetto popolare da edicola Bonelli (tra l’altro cura Dylan Dog) ma per raccontare La fine della ragione (Feltrinelli Comics) abbandona le griglie regolari di vignette e si lancia in un mix di stili e generi. Tavole dal segno nervoso che gratta fogli a righe, alcune piene solo di testo a pennarello nero che richiamano Andrea Pazienza, altre pittoriche, toni fantasy da Conan il barbaro e i samurai che Recchioni tanto ama. Recchioni scrive un graphic novel col passo da polemica social, è un assalto ai populisti, ai no-Vax, al popolo degli indignati anti-casta, ma anche contro la casta che vuole ignorare gli indignati. Nel mondo che racconta Recchioni hanno vinto gli ignoranti, quelli che non mangiano la carne perché-non-sai-da-dove viene, che non si vaccinano perché-alla-fine-è-tutto-un-business, che ai medici preferiscono gli omeopati e che hanno sempre una ricetta per risollevare l’economia mondiale. Una madre con la figlia malata si mette in cerca degli ultimi scienziati, ora reietti, che si sono rifugiati nelle caverne. Come in tutta la sua produzione, Recchioni è una spugna di cultura pop, assorbe e riversa su tavola, è sempre eccessivo, un po’ troppo compiaciuto e didascalico, ma il formato del libro da autore completo gli permette di ritrovare quella immediatezza che lo ha reso – anni fa – uno dei migliori polemisti da blog, libero da tutti i compromessi che richiede scrivere una serie da edicola per altri disegnatori.

 

Inimmaginabile il futuro senza Olivetti

Summa 19, l’addizionatrice elettrica ne conta 110. Tanti sono gli anni passati dalla nascita di una delle aziende italiane che più ha segnato la storia del design, della grafica, dell’innovazione tecnologica e della comunicazione. E per l’occasione Olivetti di Ivrea si mette in “bella” mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Senza nostalgia. Ma guardando al futuro: “Looking Forward”, appunto.

Oltre 300 pezzi unici tra oggetti, manifesti e fotografie d’epoca che raccontano non soltanto la tradizione, ma anche il lascito in termini di immaginazione di quel progetto ideato da una famiglia di industriali piemontesi. Al centro ovviamente non soltanto le linee, da quelle della M1, la prima macchina per scrivere, alla Lettera22, alla P101, alla Valentine, parte dei 20 oggetti da collezione in mostra alla Gnam ma anche qualche incursione nel nuovo corso digitale, con Form200, registratore di cassa connesso e primo prodotto realizzato grazie al concorso Olivetti Design Contest a cui hanno partecipato le maggiori università europee.

I feticisti della casa di Ivrea potranno godere anche della parte più visuale dell’esposizione: scatti fotografici, manifesti pubblicitari e parole provenienti direttamente dall’archivio dell’Associazione Archivio Storico Olivetti. Centocinquanta immagini di maestri della fotografia, da Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Francisc Català Roca e Fulvio Roiter. Ai collezionisti, invece, la possibilità di soffrire all’idea di non poter entrare in possesso di uno dei manifesti pubblicitari e delle locandine più sorprendenti della produzione mondiale di Olivetti esposte. Prime fra tutte quelle realizzate da Giovanni Pintori tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60.

A colpire – come spesso accade per tutto ciò che è legato all’azienda di Ivrea – è l’assoluta visionarietà di prodotto, ma soprattutto del lavoro nonché della vita in fabbrica. Per comprenderne il senso, basta guardare una delle fotografie esposte (sopra, in pagina): una catena ordinata e concentrata di donne al lavoro nella delicata costruzione della macchina per scrivere serie Lettera 22. Oltre alle innovative linee della macchina – quella che segna la svolta negli anni ‘50 e l’esplosione della Olivetti sul mercato internazionale, progettate da Giuseppe Beccio e disegnate da Marcello Nizzoli – a colpire sono le mani delle donne che cesellano i tasti. Lì in fabbrica e fuori, negli uffici. È l’idea dello scrivere a macchina dovunque ci si trovi. Soprattutto se ti chiami Biagi o Montanelli.

Looking forward Olivetti: 110 anni di immaginazione – Gnam (Roma)

La favola di Catilina sulla res publica

Alessandro Banda, veneto ma meranese d’adozione, è l’ultimo degli scrittori enciclopedici, sulla scia dei sommi bizzarri e eruditi dell’Ottocento, Carlo Dossi e Vittorio Imbriani. Fategli qualsiasi domanda che riguardi la cultura presente o passata e vi risponderà a tono. Introverso e silenzioso, come chi passa la più parte del suo tempo sui libri, studiandoli, non sfogliandoli, ha letto una montagna di volumi per scrivere il suo nuovo romanzo, Congiura (Guanda, pp.334, 19 euro).

Non si tratta di un polpettone pseudo-storico, come oggi è di deprecabile uso, e come potrebbe far credere, creando equivoci, il titolo, ma romanzo dottissimo e insieme appassionante. Perché il protagonista, Lucio Sergio Catilina, celebre per la congiura che porta il suo nome, si profila a mano a mano attraverso la chiacchiera che su di lui fa Roma intera nell’anno 63 a.C., dai plebei delle taverne agli aristocratici nelle loro lussuose ville. Avrà davvero ucciso la prima moglie e il figlio? Avrà rubato tutto il rubabile durante la carica di governatore dell’Africa? Ed è vera la sua fama di uomo depravato? E, infine, non sta forse macchinando azioni scellerate contro il popolo e il senato romano? Fino, invece, ad apparire protagonista, nell’epilogo, col suo dramma di uomo solo, proprio lui che ha proclamato: “Seguo il Destino”, tradito dal destino avverso. Quando, sconfitto in battaglia, mentre si illude di diventare il salvatore di Roma, liberandola da un’oligarchia corrotta, lui e la sua armata raccogliticcia di fronte alla preponderanza numerica dell’esercito romano, imparerà “a non essere più niente”, inerme di fronte alla propria morte. L’ultima immagine che appare ai suoi occhi, “una nuvola sfrangiarsi nel cielo terso di gennaio”. Romanzo, dunque, storico, ma ancor più, nel medesimo tempo, esistenziale: perché su Catilina come sugli altri personaggi, così eloquenti nella loro spocchia, a partire da Cicerone, il nemico giurato, grava l’ombra del Fato che tutto travolge, le fortune come le miserie. Ma il libro vive anche della coloritura di una serie di figure e figurette, intente – loro unico scopo – all’utile personale. Giulio Cesare, appena nominato pontefice massimo, fissato nell’ambizione di diventare padrone di Roma; Cicerone, abile e enfatico oratore, ma cinico opportunista e maniaco collezionista di ville sfarzose.

Pompeo, che, lontano da Roma, si è procurato una fortuna a base di saccheggi e violenze, combattendo vittoriosamente contro Mitridate re del Ponto e assediando con successo Gerusalemme (ora sogna un ritorno da trionfatore a Roma e cariche supreme). Solo nominato in un paio di passi, Catullo, “questo ragazzotto che scrive mica male” (così commenta su di lui Cesare). Perché al dramma si mescola, nei dialoghi, l’ironia dell’autore, di fronte alle sentenze, alle proposizioni maiuscole, alle certezze dei suoi personaggi. Né manca, con un trapasso di secoli, una possibile allusione ai vizi del nostro tempo: gli “ottimati”, i “buoni” “vi hanno detto che il nostro Stato è una Democrazia, è una Repubblica, questo ci hanno raccontato, questa bella favola”.

 

The Disaster Artist, James Franco

Questa non è una stroncatura del film, ma di come hanno stroncato il film. Il miglior lavoro di James Franco, già premiato ai Golden Globes, veleggiava spedito verso gli Oscar finché le accuse di comportamenti sessuali inappropriati a carico del regista-attore non l’hanno buttato fuori strada. Così il calco della tragicomica genesi dello scult “The Room” accanto a quello del suo autore, lo sciroccato Wiseau (James stesso), ha finito per inquadrare un’altra débacle: The Disaster Franco.

L’arte necessaria a tutti di Franca Rame e Dario Fo: è il MuseALab

Su il sipario: domani apre finalmente al pubblico il “Museo Archivio Laboratorio (MusALab) Franca Rame Dario Fo”, custodito dal 2016 presso l’Archivio di Stato di Verona e in allestimento da anni (online dal 1995), per volontà della stessa Rame.

La giornata inaugurale di domani – organizzata dalla Compagnia Teatrale Fo Rame insieme con l’Archivio di Stato e il Mibact – avrà come filo rosso “La necessità dell’arte” e ospiterà anche incontri e spettacoli realizzati dalle scuole e dalle università.

Riconosciuto “patrimonio culturale” e “di interesse storico particolarmente importante”, l’Archivio “non vuole essere solo uno spazio espositivo”, spiega Jacopo Fo, non solo un giacimento – per quanto prezioso – di canovacci, costumi, scenografie, quadri, video e i più disparati materiali teatrali prodotti da Dario e Franca. “L’abbiamo chiamato MusALab proprio perché, oltre all’archivio e al museo, c’è uno spazio laboratoriale, creativo, un luogo vivo in cui i ragazzi possano produrre, a loro volta, teatro”.

Verona è una delle città simbolo del sodalizio tra Fo e Rame: è lì, infatti, che nel 1969 la coppia propose una delle edizioni di Ci ragiono e canto ed è lì che il Nobel ha immaginato di allestire una versione medievale di Romeo e Giulietta: “A partire dai bozzetti disegnati da mio padre – continua Jacopo – vogliamo far rivivere i luoghi medievali di Giulietta, la sua casa, la piazza, le botteghe, raccontando la sua storia come guitti e giullari”.

Ma è ancora necessaria l’arte? “È indispensabile, se vogliamo risollevare culturalmente la nostra patria. Quello che manca è la passione: al di là della politica e della criminalità, c’è un vuoto di passione per la vita e per l’arte, un’arte intesa non come studio mnemonico delle opere. Bisogna produrre arte, fare arte. È anche una cura per i ragazzi, un antidoto contro il bullismo: per questo al MusALab l’elemento educativo è fondamentale”.

 

Serena Rossi per rivivere la magia di Mia Martini

Mia Martini, l’indimenticabile protagonista della musica italiana tragicamente scomparsa nel 1995 a 47 anni, rivivrà in un tv movie di Rai 1 intitolato come era soprannominata: “Mimì”. Per recitare il ruolo della grande cantante calabrese sorella di Loredana Bertè è stata scelta Serena Rossi, la dotata attrice e cantante napoletana 33enne recente interprete delle commedie dei Manetti bros. “Song’e Napule ” e “Ammore e malavita”. Tratto da un copione di Monica Rametta il biopic verrà diretto nelle prossime settimane dall’esperto Riccardo Donna per Casanova Produzioni e Raifiction.

Si chiamerà “Nel buio la tua luce” il film incentrato sulla controversa figura di Michelangelo Merisi da Caravaggio che Michele Placido dopo averne scritto la sceneggiatura con Salvatore De Mola dirigerà a fine estate per la Goldenart di Federica Vincenti. Il regista non aspira a realizzare una biografia classica, ma a raccontare l’arte del grande pittore e il contesto in cui visse senza giudicarli portando in scena “un Caravaggio scandalosamente arrabbiato e simile per molti versi a Pasolini perché sono tante le connessioni tra i due geni arrivati da fuori in una Roma turbolenta e violenta che di giorno vivevano intensamente la travagliata vita d’artista e di notte diventavano trasgressori”.

Consacrato come uno degli autori più “cool” del cinema indipendente Usa il 49enne Noah Baumbach dopo il recente “The Meyerowitz Stories (New and Selected)” è tornato a girare per Netflix nella sua Manhattan una nuova commedia ancora senza titolo che segue gli sviluppi di un divorzio con un cast stellare guidato dalla sua compagna e musa Greta Gerwig (5 nominations all’Oscar quest’anno per la sua opera prima “Ladybird”) oltre che da Scarlett Johansson, Adam Driver e Laura Dern.

 

Madri in armi oltre la politica

Sia Mio Eroe sia Stabat Mater parlano di figli – poveri Cristi – prematuramente strappati alle loro madri, o perché ammazzati in guerra in Afghanistan o perché arrestati in odor di terrorismo nell’Italia di piombo. La prima è una storia vera, ma suona romanzesca; la seconda è fiction, ma pare iperrealistica. Vince la prima; per la serie: “Ci sono più cose in cielo e in terra…”.

Mio Eroe, scritto e interpretato da Giuliana Musso (prossima piazza Codroipo il 6 marzo), prende spunto dalle biografie dei militari italiani caduti nella missione Isaf. L’autrice-attrice, strepitosa, sceglie di raccontarli dal punto di vista delle loro mamme: una non riesce a piangere per anni; l’altra è convinta che il figlio non sia morto, ma arruolato nei corpi segreti dell’esercito; l’altra ancora si sente in colpa per non aver proibito al bambino di giocare coi soldatini.

Musso fa un “teatro che ama osservare più di quanto ami farsi osservare”: ne è uscito uno degli spettacoli più commoventi e antiretorici degli ultimi anni, fatto con poco, fatto con tutto. Sulla scena spoglia – un fazzoletto di cimitero con fiori finti, testi sacri e custodie musicali a mo’ di bare – l’attrice racconta, con gesti e posture essenziali, di madri che “per la prima volta hanno capito la Madonna”, e il suo strazio di “vedersi un figlio massacrato”, e di altre madri talmente imbufalite con Gesù e Maometto da volerli rispedire in terra con un calcio nel culo.

Al contrario, Maria Croce, la Madonna derelitta di Stabat Mater del geniale Antonio Tarantino, è nevrastenica, e scorrazza come un’automobilina su una pista circolare: a interpretarla è Maria Paiato, diretta da Giuseppe Marini, e lo spettacolo replica ora all’Eliseo di Roma. Ce l’ha con tutti Maria: coi “marrocchini di merda”, con l’amante pappone, coi “cupi” (gli omosessuali), con i servizi sociali, con la scuola, con il pm Ponzio…

Primo di Quattro atti profani, Stabat Mater è un “oratorio” puntellato di riferimenti cristologici e affabulato nella lingua letteraria di un dialetto inventato: sulla carta l’operazione si annunciava straordinaria, ma sul palco qualcosa è andato storto. Paiato è una delle migliori attrici in circolazione, se non la migliore, per potenza e versatilità: eppure qui non sembra del tutto a suo agio nei panni di una volgare, logorroica, xenofoba puttanona. Forse sono proprio i panni (i costumi di Helga Williams) i primi responsabili del disagio attoriale, esasperato anche dai troppi movimenti scenici e penalizzato, per contrasto, da una regia estetizzante.

Comunque è un lavoro da vedere, specie in campagna elettorale, quando tanto si sproloquia di povertà e immigrazione e si sfruttano le madri come armi di distrazione di massa. Va bene tutto, direbbe Maria, ma come fa una mamma senza i superalcolici? Altro che bonus.

Mio eroe, in tour fino al 26 aprile (Codroipo, Parma, San Vito al Tagliamento, Lodi, Varese); Stabat Mater, in tour fino al 22 marzo (Roma, Cremona, Lumezzane, Vimercate) – Stabat Mater, Con Maria Paiato In tour fino al 22 marzo