Il filo nascosto che lega un sarto alle vite degli altri. Il filo nascosto

Gliel’ha cucito addosso questo prematuro ultimo ruolo, e forse nessuno meglio di Paul Thomas Anderson poteva farlo. A meno di una auspicabile smentita, Daniel Day-Lewis uscirà dunque dalla scena del cinema nell’abito di un sarto geniale, di un uomo ossessivo, sensuale quanto egoista, di un artista meticoloso ai limiti della sopportazione. E ha un vezzo questo gentleman della sartoria londinese di metà anni ’50: cucire segreti nelle fodere delle sue opere, fili celati allo sguardo ottuso, evidenti solo a chi supera le evidenze per catturare le fragilità più intime. Dunque non è un’opera per tutti Phantom Thread – Il filo nascosto, alias l’ottava meraviglia scritta e diretta da “PTA”, la sua seconda con Day-Lewis dopo Il petroliere, e la sua quarta musicata da Jonny Greenwood.

La Londra e la campagna inglese del 1955 offrono un’atmosfera seducente al personaggio, un ambiente mutante da Dopoguerra che cerca di sfrondare i suoi grigiori: quello acquisito dal dolore e quello intrinseco per tradizione. A contribuire è appunto il designer d’alta moda Reynolds Woodcock, l’eleganza fatta a scapolo che vive nella sontuosa villa famigliare con la sorella Cyril (Lesley Manville, prodigiosa). Grandi dame e statuarie modelle lo bramano, lui fugge e cuce fili nascosti. Ma all’arrivo della straniera Alma (la belga Vicky Krieps), un’anonima working class girl, tutto cambia. Fra i due s’accende una misteriosa scintilla, prende avvio un gioco delle parti che riesuma fantasmi del passato, le regole saltano. Vibrano le tensioni di equilibri enigmatici in una coppia dove vittima e carnefice amano mescolarsi le carte senza scoprirle mai, comprensibili appunto solo a chi sa (rac)coglierne le trame segrete. E dietro a tutto, “sopra” a tutto, per il narcisista Reynolds si palesa lo spettro di una madre desiderata come la vita stessa, un bisogno di protezione che parte dalle viscere ancestrali. A vincere è la donna che intercetta tale bisogno.

Ha i tratti di un romanzo post-gotico al ritmo di jazz “greenwoodiano” questa nuova e immaginifica fatica di PTA, e la bella notizia è che pur variando ambienti, epoche, territori e composizioni narrative, il regista californiano persegue sempre il medesimo e corrosivo magma d’esistenze, tanto complesse quanto universalmente riconoscibili nell’uomo qualunque, così bulimico di perversioni e avido di possesso & potere quando carente di quell’amore primigenio a cui tutto si rimanda. Ovviamente banale è ridurre il film a letture psicologiche: dietro e davanti la macchina da presa risiedono curiosità creativa e intelligenza spiazzante che scavano il fondo dell’anima. Il filo nascosto trama tensioni con momenti che richiamano quella scorsesiana Età dell’innocenza in cui – guarda caso – a troneggiare era ancora Daniel Day-Lewis. Benché impeccabile, il leggendario attore inglese non vincerà a questo giro (veramente l’ultimo?) il suo quarto Oscar – un connazionale ha già praticamente la statuetta in mano – ma questa sua performance vibrerà di moto perpetuo nella nostra memoria.

“Così è cominciata l’Italia, da un errore”

C’era una volta Vigata. Ed ecco La Mossa del Cavallo. La Rai presenta lo smagliante ultimo suo prodotto – nientemeno che un film in costume tratto da un romanzo storico, un vero lusso – e il racconto di Andrea Camilleri torna indietro nel tempo, nella Montelusa del 1877, con la storia di Giovanni Bovara, ispettore capo dei mulini – siciliano di nascita, ma cresciuto in Continente – deciso a far rispettare l’obbligo, fosse pure l’odiosa tassa sul macinato.

C’era una volta quello che c’è sempre, ovvero qualcosa di grande e pericoloso, un sistema di avidità e crimine. Ed è una scacchiera perfino intraducibile con la lingua della Legge. E c’era dunque a Vigata – e ancora adesso c’è – l’errore che ha generato l’Unità d’Italia.

La voce di Camilleri domina come ex cathedra e denuda l’errore: “Il colonnello dei Carabinieri che di nome fa Carlo Alberto Dalla Chiesa – il nonno del generale omonimo ucciso a Palermo dalla Mafia – giunto in Sicilia incita gli uomini al suo seguito a fare fuoco”.

Quella voce, dà voce a una ferita mai sanata. È il colonnello che parla: “Non abbiate timore a sparare ai contadini, in quei campi troverete più fucili che pane”.

C’era una volta Vigata e c’era l’esercito fucilatore. E adesso c’è la “P di politica che è diventata minuscola”. No però, non di politica vuole parlare Camilleri, ma di storia se alla folla che lo applaude a viale Mazzini – nell’atrio della sede Rai – per la conferenza stampa di presentazione del film La Mossa del Cavallo (regia di Gianluca Maria Tavarelli) racconta il fatto per come fu: “Su cinquecentomila aventi diritto al voto, solo settanta, in Sicilia, dissero no a Roma ma l’Italia, pur beneficiata da tanto consenso, ricambiò quell’entusiasmo con l’esercito fucilatore”.

Ci vuole il romanzo per far conoscere la storia: “I siciliani ebbero a vivere il servizio di leva come un lutto provvisorio; i parenti dei soldati, infatti, vestivano il lutto stretto fino al completamento degli obblighi militari”.

L’Italia si doveva pur fare e Camilleri, potente nella sua presenza, affabula in realismo e dice: “Ragazzi del Piemonte, della Liguria, della Sicilia, della Puglia e del Veneto, messi l’uno accanto all’altro, cominciavano a parlare una stessa lingua”. Dopo di che, zolfo di viva intelligenza, cauterizza con l’ironia: “Così è cominciata l’Italia, da un errore”.

Ecco la Mossa, ed ecco un Camilleri in una nuova prova tivù confezionata con tutti i crismi delle arti. Ci sono, infatti, con la letteratura del suo Autore, la maestria del grande teatro in ogni singolo attore, la ricostruzione impeccabile di scenografia e costumi, la cifra del miglior cinema, il contenuto storico e la regia originale di Tavarelli in così grande spolvero da far sembrare la tivù troppo poca cosa. A benedire il tutto, la bedda Sicilia, ancora una volta gli scorci incantevoli di Scicli, Ibla, Modica e Ispica (e il mare di Donnalucata, va da sé).

Nel ruolo di protagonista c’è Michele Riondino. Attore eccellente, già interprete del Commissario Montalbano da “giovane” – dove è perfino superiore a Luca Zingaretti – in questo film dalla scrittura limpida, Riondino si concede un virtuosismo di sdoppiamento: parla con l’inflessione ligure per poi decidersi, nello scacco, a ragionare in vigatese, una sorta di scavo nella lingua madre con cui apparecchiare il colpo di scena.

Bedda, degna dell’archetipo della Lupa, è Ester Pantano nel ruolo della femmina che porta alla dannazione pure il padre parroco. La scena più erotica si consuma quando lei ordina a un garzone di preparare il letto all’ispettore dei mulini cui ha affittato la casa. Fulmina con un’occhiata il ragazzo e gli intima: “…mi raccomando le lenzuola, tese!”.

Inesorabile, ma nella disinvoltura di una saggezza bieca, è la ferina natura di quella Vigata. Una brocca sta appoggiata alla bocca di un pozzo. Un tiratore accecato di rabbia spara, tira, tira e spara senza mai beccare il bersaglio. Un vecchio caracollante gli strappa il revolver dalla mano, lo impugna, spara e mette a segno sulla brocca: “Non si spara con il cuore, si spara con la testa!”.

Prodotto dalla Palomar di Carlo Degli Esposti e da RaiFiction, scritto da Camilleri con Leonardo Marini, Valentina Alferj e Francesco Bruni, il film prelude – lo ha detto Tinny Andreatta, direttrice di RaiFiction – “a una collezione che pensiamo possa nascere su questa radice”.

Disegnato come a godere dei Tre Moschettieri, a volte come un western, a tratti come commedia e Opera dei Pupi (magnifico il delegato di polizia, tanto è fetente come un Gano di Magonza, e così Filippo Luna, l’avvocato Fasulo), il film prenderà, con il largo pubblico televisivo, anche i palati più esigenti perché quell’alchimia dell’intrattenimento popolare di cui teorizzò Umberto Eco, qui si conferma con un Camilleri definitivamente letterario. Questa volta, infatti, non c’è il genere poliziesco. Adesso torna in campo il grande romanzo. E la sequenza perfetta, coerente in nitore di parola e ragionamento, è solo una. Ed è tutto quello che deriva da Vigata: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri.

Goodbye Lenin, la mafia preferisce le Baleari

Si chiama Tambovskaya-Malyshevskaya e secondo gli inquirenti dell’Operazione Troika è una delle organizzazioni mafiose russe più importanti del mondo che controllava attività criminali sulle isole Baleari e la Costa del Sol.

Una “struttura poliedrica”, “un’unione temporanea di imprese criminali” che avrebbero utilizzato la Spagna “per legittimare” il denaro sporco attraverso l’aumento di capitali, prestiti tra società e riciclaggio di denaro. Il tutto con l’aiuto di “consulenti finanziari e giuridici spagnoli che lavoravano esclusivamente per l’organizzazione”. Con questi capi d’accusa è iniziato in Spagna il processo a 18 persone di nazionalità russa e 26 spagnoli. Gli unici a non sedere sul banco degli imputati sono Gennadios Petrov e Alexander Malyshev, presunti capi dell’organizzazione che operava nel Paese iberico dal 1996, sfuggiti entrambi alla giustizia.

Oltre “all’introduzione di capitali e sovversione della legislazione societaria e commerciale spagnola”, al centro delle attività illecite ci sarebbe il legame della Tambovskaya-Malyshevskaya con membri delle alte sfere di potere vicine al Cremlino.

Il pubblico ministero avverte infatti dei “forti vincoli” tra Petrov e “il potere politico e giudiziario russo”, sottolineando i suoi “scambi con i più alti organi amministrativi” e “relazioni con politici in Russia”. A differenza di Petrov, Vladislav Matusovich Reznik, ex presidente della commissione parlamentare del Credito e dei Mercati Finanziari della Duma, oltre che membro del consiglio nazionale della Banca centrale russa, si è invece presentato al processo nel tentativo di dimostrare la propria innocenza. Il tribunale spagnolo – che chiede pene tra i 6 mesi e gli 8 anni di prigione per gli imputati – considera che siano in relazione tra di loro, nonostante ognuno faccia riferimento alla propria sfera di potere radicata in diverse città: Alicante, Malaga, Madrid e Maiorca. In tutto per un giro d’affari di 50 milioni di euro provenienti da omicidi, aggressioni su commissione, contrabbando e traffico di droga dagli anni ‘90 al 2008 per conto del clan Tambov di Sanpietroburgo. Uno degli imputati, Ilya Traber – accusato anche di aver minacciato uno dei giudici – e grande amico di Petrov, ad esempio, aveva investito in una tenuta di 620 metri quadrati nella località di Valldemossa, vicino Maiorca. Attività non nuova per le organizzazioni mafiose in terra iberica, quella di infiltrarsi nel mercato immobiliare per poi passare a quello imprenditoriale. Noto è il caso di Oleg Deripaska, magnate russo proprietario della Rusail, la più grande azienda di alluminio al mondo, accusato nel 2010 di riciclaggio ai danni di un’importante impresa metallurgica di Alicante.

Ma il caso più eclatante resta quello di Petrov, accusato tra le altre cose nel 2010 anche di aver pagato l’allora sindaco di Lloret de Mar, località della Costa Brava, in cambio di favori per l’attività di riciclaggio e per la costruzione di un centro commerciale nell’antica piazza dei tori della città. Il processo alla rete Tambovskaya-Malyshevsakaya si concluderà ai primi di marzo. Per ora, Juan Antonio Untoria, avvocato di Petrov, si è detto estraneo a qualsiasi affare losco: “Ho condotto per lui solo affari immobiliari leciti”, ha dichiarato al giudice. Peccato che Svetlana Vassiljeva, segretaria di Petrov, abbia raccontato che il giorno “del blitz dell’anticorruzione i telefoni bollivano per le chiamate ricevute. Tra queste, quelle del deputato Vladislav M. Reznik”.

Il nuovo racket: senzatetto ridotti come schiavi

Vengono avvicinati nei pressi di mense, ostelli, o direttamente in strada, dove hanno conquistato un angolo per l’ennesima notte da senzatetto. Attirati con la promessa di denaro, di alcool o di droga, se sono tossici. Precipitano rapidamente in un girone infernale di schiavitù moderna, sfruttati da organizzazioni di trafficanti di essere umani – una sola banda ne avrebbe sotto il tacco almeno 250 – che li costringono a ritmi di lavoro massacranti in cambio di qualche spicciolo – o poco cibo.

Una inchiesta di Buzzfeed Uk scoperchia una verità sconcertante per una potenza economica come il Regno Unito: centinaia di homeless vengono reclutati da criminali che, approfittando della loro vulnerabilità, li riducono letteralmente in schiavitù.

La corrispondente investigativa Jane Bradley e il suo team hanno lavorato per mesi con decine di charities impegnate nel supporto agli homeless, intervistato poliziotti, avvocati, vittime, esperti. Hanno visitato i caravan, luridi, senza acqua corrente o riscaldamento, in cui i senzatetto vengono reclusi, spesso incatenati per evitare la fuga, i documenti sequestrati. E hanno documentato il fallimento della strategia del governo per combattere il traffico di esseri umani, che nel luglio 2016, poco dopo essere diventata primo ministro, Theresa May definì: “La questione dei diritti umani più importante della nostra epoca”.

Proprio lei nel 2015, da ministro degli Interni, aveva ottenuto l’approvazione del Modern Slavery Act, la legge che doveva fermare il commercio e lo sfruttamento di esseri umani nel Regno. Questa l’idea: in cambio della denuncia dei suoi sfruttatori, la vittima riceve protezione e un luogo sicuro dove stare. Ma, sostiene BuzzFeed, il nuovo sistema è pieno di falle.

L’esempio è quello di Kredens, polacco, 60 anni, attirato nel Regno Unito dalla prospettiva di un lavoro, finito in strada e, da lì, nelle mani di una gang di sfruttatori per quasi 30 anni. Dopo il Modern Slavery Act, Kredens riesce a fuggire e denunciare. Mentre la polizia verifica la sua storia, per qualche settimana riceve vitto e alloggio in un posto sicuro, finché gli viene riconosciuto lo status ufficiale di vittima di schiavitù. L’inizio di una nuova vita? No, perché non risulta aver mai lavorato ufficialmente. Di conseguenza, per la legge sull’immigrazione, la sua decennale permanenza è considerata illegale, e questo gli preclude l’accesso ad aiuti statali. L’esito inevitabile è il ritorno in strada, esposto alla vendetta della gang che ha denunciato.

In altri casi, con più frequenza dopo il referendum su Brexit, gli homeless non britannici che hanno trovato la forza di denunciare sono stati riportati nei paesi di origine: altri, visti i precedenti, preferiscono non venire allo scoperto.

Il ministero degli Interni ha replicato all’inchiesta rifiutando di commentare singoli casi, ma sciorinando statistiche positive: gli arresti per riduzione in schiavitù più che raddoppiati dal 2015 al 2017, 500 operazioni di polizia in corso, l’impegno per estendere il supporto post denuncia. Ma il numero dei senzatetto nel Paese non fa che aumentare, per il settimo anno consecutivo.

Le statistiche ufficiali parlano di 4.751 persone censite come homeless ad autunno 2017, + 15% rispetto al 2016. Un quarto solo a Londra, dove la scorsa settimana un senzatetto è morto a pochi metri dal Parlamento. Charity di settore come Shelter puntano il dito contro 7 anni di tagli governativi al welfare, e avvertono: sono molti di più, contando chi trova rifugio in edifici abbandonati.

Hollywood, sussurri e plagi: ‘La forma dell’acqua’ sembra il colore dei soldi

Cosa lega in questi giorni l’Italia ad Hollywood? Una data. Quella fatidica del 4 marzo. Da noi, la domenica delle elezioni. Negli States, il gran giorno degli Oscar 2018, giunti alla novantesima edizione. Non solo. Pure sul fronte scandalistico, c’è qualche somiglianza. La sulfurea campagna elettorale italiana è stata punteggiata da scandali a raffica. Lo spoglio delle schede hollywoodiane (le urne saranno chiuse il 27 febbraio) è stato sconvolto da un’imbarazzante accusa di plagio nei confronti del film La forma dell’acqua (The Shape of Water) diretto dal regista messicano Guillermo del Toro, Leone d’Oro a Venezia.  Con tredici candidature, è il film destinato a rastrellare più statuette.

Ma adesso, con l’accusa di plagio, rispetterà i pronostici dei bookmakers che lo danno per favorito? Insomma, Hollywood di questi tempi non si fa mancare proprio nulla. Non che avessimo dei dubbi, dopo il fango Weinstein. Però il furto di idee non è un bel biglietto di presentazione, sporca l’immagine e la credibilità di Hollywood nel momento più importante e delicato, quello in cui celebra se stessa davanti a tutto il mondo.

In passato, solo tre pellicole sono riuscite ad avere una candidatura in più: Eva contro Eva, Titanic e La La Land. Ma a zavorrare i voti c’è una denuncia pesante e circostanziata in 22 pagine d’esposto dove sono elencate 60 somiglianze: “Hanno copiato senza vergogna la storia, gli elementi e i personaggi”, è la sintesi dei legali di David Zindel, figlio del celebre drammaturgo Paul, premio Pulizter ed autore della commedia plagiata Let me hear your Whisper, uscita nel 1969. Addirittura, secondo l’accusa di Zindel, sarebbero state utilizzate le stesse parole.

Nel mirino di Zindel ci sono anche il produttore Daniel Kraus e lo studio Searchlight di Fox che respinge seccamente le accuse: “Sono prive di fondamento e arrivano, guarda caso, solo ora, quando i membri dell’Academy Award stanno votando gli Oscar. Si vuole mettere sotto pressione lo studio e patteggiare rapidamente. Ma ci difenderemo con forza e difenderemo con forza questo film originale”.

Ironìa della sorte, La forma dell’acqua è candidato anche nella sezione “migliore sceneggiatura originale”. Tant’è che Guillermo del Toro è subito passato al contrattacco: “È una storia che avevo in mente da quando, a sei anni, ho visto Julie Adams nel Mostro della laguna nera”, ha dichiarato, ricordando che il produttore Daniel Kraus gli aveva “parlato di una storia simile. Ho capito subito che avevamo fatto centro”. Il paradosso è che la sceneggiatura del film è diventata romanzo (in Italia lo pubblica Tre60). Tutto, adesso dipenderà dal giudice, chiamato a stabilire se le accuse di Zindel sono fondate. A meno che le parti in causa non si mettano d’accordo. L’odore dei soldi accende le battaglie sulle accuse di plagio.

Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Il mondo del cinema è sempre stato un Far West, quanto a diritti e sfruttamento d’autori, anche a loro insaputa. Le sceneggiature sono come spugne, assorbono spunti, personaggi, trame. È un mercato assai competitivo e spesso senza scrupoli. Ne sa qualcosa Benigni, quando dissero che il suo La vita è bella assomigliava in molti punti al brillante Train de vie. Il confine del plagio è oscillante, spesso impalpabile. Film, libri, canzoni, tesi di laurea, ricerche scientifiche. La creatività è un’industria: dove spionaggio e concorrenza sono spietati. Il legame fra Hollywood e la letteratura è sempre stato stretto come un cappio: al punto che molti autori ci si sono strozzati. Esistono agenzie specializzate nel rintracciare eventuali plagi e limitare i danni. E non si contano i film che hanno raccontato questa giungla di carta e carte bollate.

“Clint” Dana, una mamma per amica (dei fucili d’assalto)

Il suo è un ruolo da attore protagonista: in passato, a tenere la scena della Nra, la National Rifle Association, erano personaggi del calibro di Charlton Heston, che brandiva il fucile come stesse ancora fra i ‘giganti del West’, e Clint Eastwood, mai veramente uscito dai suoi ruoli nei film di Sergio Leone.

Adesso, tocca a lei: Dana Loesch, la portavoce della lobby delle armi, una mamma che va in giro con la pistola, vicina al Tea Party ed evangelica, una carriera alla Breitbart News, ormai la nave scuola della classe dirigente Usa di destra, anzi della ‘nuova destra’, critica all’inizio nei confronti di Donald Trump – gli preferiva il texano Ted Cruz -, ora ‘trumpiana’ per investimento dell’Associazione che rappresenta – 30 i milioni di dollari spesi per fare eleggere il magnate che difende il II emendamento della Costituzione americana -.

Rompendo una regola del passato, la Loesch e la Nra si espongono nel dibattito sulle armi riaccesosi dopo la strage nel liceo di Parkland, in Florida – 17 le vittime, 14 studenti e tre professori, ammazzati da un adolescente espulso dalla scuola perché violento e mentalmente disturbato, ma lo stesso capace di procurarsi del tutto legalmente armi automatiche -. Di solito, dopo un massacro a lobby delle armi lasciava che la buriana passasse. Questa volta, interviene, perché percepisce, nelle marce dei giovani attraverso l’Unione, nelle oscillazioni della politica, che il pericolo dell’introduzione di controlli sulle vendite delle armi è reale.

Alla Cnn, e poi parlando con studenti di Parkland sopravvissuti e familiari delle vittime, Loesch ammette che il killer, “un mostro”, non avrebbe dovuto “avere accesso a un’arma da fuoco”: “Matti come lui, gente pericolosa per sé e per gli altri, non dovrebbero potere acquisire un’arma”. La norma già c’era, introdotta da Obama, ma Trump s’affrettò a revocarla appena insediatosi alla Casa Bianca.

Meno conciliante, Wayne LaPierre, il ‘numero uno’ della Nra, esce anch’egli allo scoperto e se la prende “con le élites”, liberals e intellettuali, che vogliono cancellare il Secondo Emendamento. Ma LaPierre gioca in casa: parla alla Conferenza dei Conservatori e sostiene che l’obiettivo delle élites “è di rendervi meno liberi … e di nascondere il fallimento sulla sicurezza nelle scuole, della famiglia, del sistema americano per la salute mentale e, soprattutto, l’incredibile fallimento dell’Fbi”.

E aggiunge: “L’idea che una sicurezza armata ci renda meno sicuri é ridicola. La Nra é pronta a lavorare con le scuole che lo chiedono”.

In questo bailamme, il presidente Trump appare confuso. Esce ammaccato dall’incontro con studenti e famiglie di alcune delle scuole martiri d’America, Columbine, Sandy Hook, Parkland , dove si presenta tormentando fra le mani un foglietto d’appunti, come se non sapesse che cosa dire, e cincischia fino a mandare fuori dai gangheri il genitore di una vittima.

“Il problema doveva essere risolto dopo la prima sparatoria in una scuola. Quanti dovranno ancora essere uccisi?”. La tensione è palpabile; la frustrazione dei ragazzi, che parlano con un groppo in gola, è evidente. Dopo avere aperto spiragli su una legge bipartisan per inasprire i controlli sulle vendite delle armi, che ha l’avallo della Nra, ed avere bloccato le vendite dei congegni che potenziano il tiro di un fucile semiautomatico, Trump pare preoccupato d’essersi spinto troppo oltre.

Fa propria l’idea di armare professori e bidelli, piuttosto che non mettere le armi in mano ai potenziali killer, perché – cerca di spiegare a una fetta d’America quasi incredula – “una scuola senza armi attira i malvagi”. E pubblica su Twitter l’elogio della Nra: “Quello che molti non capiscono, o non vogliono capire, è che la gente che lavora duramente alla Nra sono grandi persone e grandi patrioti, che amano il loro Paese e faranno la cosa giusta”. Il presidente poi annuncia fondi federali per addestrare il personale scolastico a maneggiare le pistole.

In questo momento, l’opinione pubblica – dicono i sondaggi – sta, però, con i ragazzi di #NeverAgain. In Florida, il senatore Marco Rubio, è stato fischiato, durante un dibattito televisivo, per non essersi detto favorevole a misure anti-armi; e gli studenti premono perché il Parlamento della Florida adotti provvedimenti nelle prossime ore, dopo averli bocciati mercoledì. Nra compare anche nel Russiagate: l’Fbi sta indagando per accertare se Alexander Torshin, vice governatore della Banca centrale russa e amico di Vladimir Putin, abbia fatto transitare illegalmente soldi attraverso la lobby, per farli arrivare alla campagna di Donald Trump: Nra ha contribuito a quella campagna con 30 milioni di dollari.

Oggi arriva la firma: gli stabilimenti Aferpi passano a Jindal

Sarà firmatooggi l’accordo per la cessione di Aferpi da Cevital alla società indiana Jindal. A comunicarlo, ieri, è stato il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda, dopo la trattativa al Ministero e l’incontro con i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Uglm convocati a Roma. L’accordo dovrà poi essere ratificato dai rispettivi consigli di amministrazione e si passerà in un fase di due diligence per permettere a Jindal di conoscere lo stato dello stabilimento piombinese. Percorso che dovrebbe concludersi per il 31 marzo. “Sono soddisfatto, anche se in questi casi dobbiamo essere prudenti – ha aggiunto il ministro – il governo vigilerà insieme alla Regione Toscana sull’andamento della trattativa con i sindacati visto che è nelle sue mani il potere di approvazione o meno dell’accordo finale”. Non dovrebbero esserci problemi sul fronte occupazionale, come assicura lo stesso Calenda: “La società passa con gli stessi impegni anche occupazionali che Cevital si era impegnata ad ottemperare al momento dell’acquisizione del sito produttivo ora ceduto agli indiani di Jindal”.

Per scuole e Pa locale sospeso l’uso del gov.it: “Così fan tutti”

Diecimila pubbliche amministrazioni dovranno modificare l’indirizzo del proprio sito web entro giugno: comuni, regioni e anche scuole. L’Agid, l’Agenzia per l’Italia Digitale, ha rottamato il dominio gov.it per la Pa locale: i loro siti non possono più essere associati a questa sequenza, che fa riferimento alla parola “governo” (oggi, ad esempio, il sito delle scuole ha questa forma: “www. scuolapincopallo.gov.it”). Il gov.it potrà essere usato solo dall’amministrazione centrale (come i ministeri) perché, si legge nella determina, così si fa nel resto dell’Ue e negli Usa. Eppure, quando era stato reso obbligatorio nel 2009, il dominio mirava a monitorare e armonizzare tutti i siti della Pa. Ad oggi, con il gov.it risultano registrati circa 10mila siti, di cui 8700 sono di istituti scolastici (alcuni lo hanno ottenuto pochi mesi fa). Ora dovranno registrarne uno nuovo. Non un costo altissimo (in media qualche decina di euro), ma si stima una spesa di circa 300mila euro in totale. “Lavoro con le scuole – scrive Luigi B. su forum.Italia.it, lo spazio online di Agid creato per discutere della digitalizzazione della Pa -. Ci sono domini acquistati magari con durata pluriennale, centinaia di caselle di email assegnate agli insegnanti, contatti consolidati, personale che si è abbonato con essi a servizi web, servizi Google collegati al dominio. Chi ha avuto la bella idea non ha pensato alle conseguenze?”. Difficile, da ora in poi, distinguere poi tra un sito ufficiale e un clone. E assicurare qualità. Il gov.it presupponeva infatti il soddisfacimento di requisiti imposti da Agid, dall’obbligo di trasparenza all’accessibilità.

Stesso deragliamento 8 anni fa Treni, tutti i buchi dei controlli

Un incidente identico a quello di Pioltello, ma avvenuto 8 anni prima e per lo stesso motivo: un giunto difettoso. A raccontarlo è un rapporto dell’Anaf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria (che il Fatto ha potuto visionare) che mostra come a Secugnago, nel 2010, una parte di binario fosse danneggiata quando deragliò un convoglio con 200 persone a bordo, Non ci furono morti. Erano le 16.14 del 26 gennaio 2010: il treno Regionale 2654 di Trenitalia – LeNord S.r.l. (che poi sarebbe diventata Trenord) in transito nella stazione di Secugnago sviò in un tratto rettilineo e distrusse 6 chilometri di binario. Un mese fa, il 25 gennaio, a Pioltello sono morte tre persone e ne sono rimaste ferite 46 per un deragliamento. Anche in quel caso è stato scoperto un giunto difettoso, rattoppato con un pezzo di legno. Quasi lo stesso giorno dell’anno, simile la dinamica dell’incidente, identico il problema di manutenzione. E se su Pioltello sta indagando la magistratura, per Secugnago non fu emessa alcuna sanzione. Ieri, sul sito Business Insider, è stato pubblicato un audit proveniente da Ansf che mostrerebbe come, prima di Pioltello, fossero state rilevate molteplici inadempienze da parte di Trenord, quindi sui veicoli. E sulla struttura ferroviaria?

Monitoraggio. Contattiamo Ansf, che si occupa di vigilare sui livelli di sicurezza ferroviaria in Italia. Spiega che per Secugnago “le conclusioni collimavano con quanto rappresentato nel rapporto informativo e nella relazione d’indagine redatta da Rfi, Rete ferroviaria italiana (che gestisce l’infrastruttura ferroviaria, ndr). Non si è ritenuto, pertanto, necessario effettuare ulteriori seguiti”. Nessuna sanzione, nessuna punizione. Ma una precisazione. “Il problema della rottura delle rotaie in corrispondenza dei giunti è stata comunque successivamente attenzionata chiedendo al riguardo un monitoraggio del fenomeno e un intervento specifico a cui Rfi ha fornito un riscontro”. Chiediamo di che tipo. “Monitoraggio. Rfi ha dato riscontro di averlo fatto”. Nient’altro.

I compiti. Eppure, secondo i regolamenti Ue da cui deriva, Ansf – che riceve una media di 5 milioni di euro pubblici l’anno – ha il compito di vigilare “in via continuativa” sui sistemi di sicurezza. L’agenzia, infatti, rilascia i titoli per l’esercizio ferroviario ai gestori delle infrastrutture (come Rfi) e alle aziende ferroviarie (come Fs e Trenord) in base ai cosiddetti Sistemi di Gestione di Sicurezza (Sgs). Per spiegarla semplicemente, Rfi e Trenitalia elaborano un Sgs che rispetti i parametri europei: è un insieme di documenti che definisce obblighi e operazioni di uomini e mezzi per mantenere i rischi in valori accettabili. Ansf li valuta e decide se rilasciare o meno le autorizzazioni per le aziende. Tanto che fino al giugno 2014, Rfi aveva operato senza l’autorizzazione: l’allora direttore non riteneva ci fossero le condizioni per il rilascio. Lo si ottenne solo dopo un cambio di direzione, di governo (era ministro dei Trasporti Maurizio Lupi) e con “prescrizioni” da monitorare. Così come ogni cambiamento sensibile deve essere sottoposto a una cosiddetta “valutazione del rischio”.

Vigilanti. Come già raccontato dal Fatto, ad esempio, il treno diagnostico che rileva con ultrasuoni lo stato di salute strutturale dei binari è fermo da due anni. L’unico ancora attivo rileva solo problemi nella geometria dei binari, ovvero la loro capacità di trattenere i treni ad alte velocità. Il suo prolungato inutilizzo non sembra però essere stato compensato da un aumento del personale per il controllo fisico dei binari. Tanto che a fine 2017, Ansf ha chiesto a Rfi di trasmettere una valutazione del rischio “che assicurasse che il protratto ricorso alle visite sostitutive eseguite a vista sulle difettosità delle rotaie sia almeno equivalente a quella eseguita tramite treno diagnostico”. Ad oggi, però, nessuna notizia da Rfi.

Personale. Chiediamo allora noi ad Rfi investimento, personale e tecnologie della procedura che compensa l’inutilizzo di Galileo. “In casi del genere, le procedure di Rfi prevedono che il controllo dei giunti sia eseguito direttamente attraverso sistemi a ultrasuoni portatili, in dotazione alle squadre specialistiche presenti sul territorio”, rispondono. Controlli attivi però anche quando Galileo è in funzione. “È l’unica modalità che può confermare o meno l’esistenza di un difetto interno del giunto”. Chiediamo ancora se siano state aumentate le squadre specialistiche da quando Galileo è fermo. Nessuna risposta. Tra il 2011 e il 2016, Rfi ha perso quasi 2500 dipendenti.

Nominati.Tra Ansf e Rfi c’è comunque un cortocircuito: dei 13 dirigenti in servizio all’Agenzia (su 27 posizioni, più della metà sono scoperte) ben 8 arrivano proprio da Rfi o Trenitalia. “L’attuale quadro dirigente dell’Ansf – ha denunciato l’Usb in una lettera indirizzata a Gentiloni e Delrio a fine gennaio – è composto al 50% da nominati con modalità che hanno consentito di eludere il sistema del concorso pubblico”. È un peccato originale mai sanato. Il primo nucleo dell’Agenzia fu costituito con personale del gruppo Ferrovie su incarico del ministero dei Trasporti. Nel corso del tempo ha fatto carriera a colpi di ricorsi e accordi: da quadri a dirigenti senza concorso. L’ultimo, a ottobre del 2017.

Conflitti. È un confine tra controllore e controllato che vacilla. Marco D’Onofrio, responsabile dell’anticorruzione in Ansf e dirigente del settore Amministrazione, affari legali e finanza, è stato ad esempio amministratore unico di Ferrovie della Calabria sino al 29 dicembre 2017. Poi è cambiato “a seguito della volontà di essere sostituito e alle dimissioni presentate a novembre” si giustifica oggi Ansf. Ma fino ad allora, ha mantenuto il doppio incarico.

Askanews, l’agenzia di stampa sciopera contro la Cig al 70%

Il Comitato di redazione dell’agenzia di stampa Askanews, di cui Luigi abete è azionista di maggioranza, ieri ha denunciato “il comportamento inaccettabile dell’azienda, che ha deciso di procedere unilateralmente con una brutale richiesta di cassa integrazione al 70%, dichiarando esuberi pari a due terzi dei giornalisti” e ha proclamato uno sciopero per oggi, 23 febbraio. In una nota, l’organismo sindacale ha attaccato “la mossa intimidatoria” dell’azienda che “si abbatte su una redazione che responsabilmente, tramite lo stesso Cdr e la delegazione sindacale, ha mostrato un costante impegno per cercare soluzioni sostenibili alla grave crisi causata dalla mancata definizione della gara sui servizi giornalistici avviata dalla presidenza del Consiglio”. Secondo il Cdr “viene chiesto ai soli giornalisti di farsi carico dei problemi finanziari dell’azienda che pretende una percentuale di cassa che di fatto azzererebbe l’attività”. La richiesta della cig, si legge, “è legata all’attuale mancata assegnazione di un lotto della gara. Era questa la tutela dei posti di lavoro che intendeva il ministro Luca Lotti quando ha lanciato il bando di gara europeo a maggio scorso?”.