Gliel’ha cucito addosso questo prematuro ultimo ruolo, e forse nessuno meglio di Paul Thomas Anderson poteva farlo. A meno di una auspicabile smentita, Daniel Day-Lewis uscirà dunque dalla scena del cinema nell’abito di un sarto geniale, di un uomo ossessivo, sensuale quanto egoista, di un artista meticoloso ai limiti della sopportazione. E ha un vezzo questo gentleman della sartoria londinese di metà anni ’50: cucire segreti nelle fodere delle sue opere, fili celati allo sguardo ottuso, evidenti solo a chi supera le evidenze per catturare le fragilità più intime. Dunque non è un’opera per tutti Phantom Thread – Il filo nascosto, alias l’ottava meraviglia scritta e diretta da “PTA”, la sua seconda con Day-Lewis dopo Il petroliere, e la sua quarta musicata da Jonny Greenwood.
La Londra e la campagna inglese del 1955 offrono un’atmosfera seducente al personaggio, un ambiente mutante da Dopoguerra che cerca di sfrondare i suoi grigiori: quello acquisito dal dolore e quello intrinseco per tradizione. A contribuire è appunto il designer d’alta moda Reynolds Woodcock, l’eleganza fatta a scapolo che vive nella sontuosa villa famigliare con la sorella Cyril (Lesley Manville, prodigiosa). Grandi dame e statuarie modelle lo bramano, lui fugge e cuce fili nascosti. Ma all’arrivo della straniera Alma (la belga Vicky Krieps), un’anonima working class girl, tutto cambia. Fra i due s’accende una misteriosa scintilla, prende avvio un gioco delle parti che riesuma fantasmi del passato, le regole saltano. Vibrano le tensioni di equilibri enigmatici in una coppia dove vittima e carnefice amano mescolarsi le carte senza scoprirle mai, comprensibili appunto solo a chi sa (rac)coglierne le trame segrete. E dietro a tutto, “sopra” a tutto, per il narcisista Reynolds si palesa lo spettro di una madre desiderata come la vita stessa, un bisogno di protezione che parte dalle viscere ancestrali. A vincere è la donna che intercetta tale bisogno.
Ha i tratti di un romanzo post-gotico al ritmo di jazz “greenwoodiano” questa nuova e immaginifica fatica di PTA, e la bella notizia è che pur variando ambienti, epoche, territori e composizioni narrative, il regista californiano persegue sempre il medesimo e corrosivo magma d’esistenze, tanto complesse quanto universalmente riconoscibili nell’uomo qualunque, così bulimico di perversioni e avido di possesso & potere quando carente di quell’amore primigenio a cui tutto si rimanda. Ovviamente banale è ridurre il film a letture psicologiche: dietro e davanti la macchina da presa risiedono curiosità creativa e intelligenza spiazzante che scavano il fondo dell’anima. Il filo nascosto trama tensioni con momenti che richiamano quella scorsesiana Età dell’innocenza in cui – guarda caso – a troneggiare era ancora Daniel Day-Lewis. Benché impeccabile, il leggendario attore inglese non vincerà a questo giro (veramente l’ultimo?) il suo quarto Oscar – un connazionale ha già praticamente la statuetta in mano – ma questa sua performance vibrerà di moto perpetuo nella nostra memoria.