Consumo di suolo, tanti buoni propositi

Gentile professor Settis, dispiace dover leggere un’analisi parziale e superficiale sull’iter della legge di contrasto al consumo di suolo. Spiace ancor più perché viene da una persona degna di ogni stima. Temo che l’obiettività del suo ragionamento sia inficiata dallo scopo: attaccare una parte politica. La legge sul consumo di suolo, pronta, non è stata approvata. Lo ripeto continuamente e ho posto la sua approvazione al primo punto del mio programma. Come ha scritto, io fui tra coloro che ritennero un errore la fiducia sul testo approvato alla Camera. Lei cita il ddl Catania, ma non è questa la legge che avremmo approvato, visto che sarebbe stato sottoposto a fiducia l’Atto Camera 2039, risalente al governo Letta. A spingere per bloccare la fiducia furono Ispra, Wwf, Italia Nostra, Fondo Ambiente, Lipu e altri. Le Regioni annunciarono ricorso alla Consulta, che avrebbero vinto perché la legge non rispettava le loro competenze. Quel testo necessitava una revisione celere, ma il presidente del Senato Grasso affidò la legge a due commissioni, allungando i tempi. Abbiamo svolto decine di audizioni, fino a giungere a un testo che ricevette il via libera anche di parte dell’opposizione. La legislatura era in dirittura di arrivo, ma pareva avessimo il tempo necessario. Vista la mala parata, tentai comunque di farla approvare con una deliberante in commissione. Non ci fu accordo perché la Lega negò il voto ed era necessaria l’unanimità. La legge è pronta, il prossimo Parlamento potrà approvarla in qualche settimana se lo vorrà. Qualcuno dirà che avremmo dovuto approvare la legge uscita della Camera, ma ciò avrebbe messo la parola fine a ogni miglioramento.

Dispiace quindi aver dovuto leggere il mio nome buttato lì, così, senza una spiegazione. La legge sul contrasto al consumo di suolo sarà il mio primo obiettivo, se eletta nella prossima legislatura. Se Lei, professore, vorrà essere della partita, sarò la prima a felicitarmene.

Cara Sen. Puppato, La ringrazio di aver voluto leggere e commentare il mio articolo. Sono d’accordo con Lei che è meglio approvare una legge migliore piuttosto che una legge peggiore: un criterio che dovrebbe valere per qualsiasi norma. Il fatto è che in questa legislatura (1834 giorni) i governi che si sono succeduti (e le rispettive maggioranze) hanno avuto tempo e modo di approvare non solo una fallimentare riforma della Costituzione, ma anche due leggi elettorali, nessuna delle quali particolarmente brillante, e altri prodotti dell’ingegno umano (suppongo, meditatissimi) come “Sblocca Italia”, “Buona scuola”, “Jobs Act”. Ma quegli stessi 1834 giorni non sono bastati, agli stessi governi e alle stesse maggioranze, per meditare a sufficienza sul consumo di suolo. Sono certo che le responsabilità dello slalom di cui è stato vittima il ddl saranno da suddividersi fra molte persone (in 1834 giorni succedono tante cose): ma se per l’ultimissima fase del tormentoso iter ho fatto il Suo nome non è “a casaccio”, né certo per attaccarLa in alcun modo, bensì perché il Suo nome ricorreva in tal senso presso autorevoli fonti ministeriali, e mi pareva utile segnalare al lettore che il Suo parere in queste ultime settimane, come Lei conferma, era diverso e opposto a quello di Franceschini. Vorrei poter condividere il Suo ottimismo, secondo cui, dato che la legge ormai è pronta, verrà sveltamente approvata nella prossima legislatura: mi auguro solo che Lei abbia ragione, e sarò con Lei se vorrà condurre questa battaglia. Su un solo punto non siamo proprio d’accordo: io in vita mia non ho mai scritto nemmeno una sillaba al solo scopo di attaccare una parte politica, quale che essa sia, e mi addolora che Lei possa anche solo sospettarlo. Non solo perché non appartengo a nessunissima parte politica, ma per personale inclinazione e scelta provo a scrivere ogni volta quel che penso (e come è ovvio posso sbagliare) riflettendo su quel che so, o credo di sapere. Ogni altra motivazione mi è radicalmente estranea.

“Via il pareggio di bilancio o sarà austerità per sempre”

Il 1° gennaio la Costituzione italiana ha compiuto 70 anni. Il 4 dicembre scorso ricorreva l’anniversario della vittoria del No al referendum sulla riforma che voleva stravolgerla. Quel giorno il Coordinamento per la democrazia costituzionale (erede del comitato per il No) ha depositato in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione. “È una scelta simbolica, vogliamo rompere con una lunga stagione di regressione e rilanciare la cultura costituzionale in Italia”, spiega Gaetano Azzariti professore di diritto costituzionale alla Sapienza, tra i promotori dell’iniziativa per portare il testo in Senato. Oggi ne discuterà in un convegno a Roma con gli economisti Marcello Minenna e Antonella Stirati. La riforma – incardinata nel nuovo articolo 81 – è stata introdotta nel 2012 dal governo Monti con l’appoggio della quasi totalità del Parlamento, sotto la pressione dell’Ue e dei mercati.

Perché è una battaglia in continuità col referendum?

Perché rilancia la lotta per un costituzionalismo democratico che deve porre limiti al mercato, all’Europa, alla politica per la salvaguardia dei diritti. Bisogna uscire dalla logica delle riforme fatte per garantire esclusivamente la ‘governabilità’, cioè i sovrani, i quali invece devono essere limitati dalle costituzioni.

In che modo il nuovo articolo 81 danneggia i cittadini?

È la peggiore riforma entrata in vigore negli ultimi anni, approvata senza praticamente discussione, in un momento di confusione politica. Il Fiscal compact imposto in Costituzione obbliga all’austerità ed esclude le politiche di bilancio di natura espansiva. Si legittima così ogni possibile taglio allo stato sociale: è inaccettabile comprimere per ragioni di bilancio i diritti fondamentali, che devono invece essere salvaguardati soprattutto nelle fasi di recessione.

In che modo si può realmente invertire la rotta?

Riconsegnando al Parlamento il potere di decidere davvero sul bilancio e fissando nei diritti fondamentali un limite invalicabile per l’azione della politica economica. La nostra proposta assegna alla legge di contabilità generale il compito di stabilire i vincoli per il rispetto del Fiscal compact, ma pone un “controlimite” per assicurare in ogni caso il “rispetto dei diritti fondamentali delle persone”. Riscriviamo anche l’articolo 119, per restituire un ruolo alle Regioni sancendo che agli enti territoriali “sono attribuiti con legge risorse destinate a garantire i diritti delle persone”, e il 97 relativo alla P.A.

L’obiezione è nota: il pareggio di bilancio è previsto dal Fiscal compact, che noi abbiamo ratificato…

Impone di porre vincoli permanenti, che già non è poco, ma non anche di scriverli in Costituzione. Averlo fatto dimostra la forte miopia della nostra classe dirigente: se in Europa dovessero cambiare gli orientamenti di politica economica avremmo difficoltà ad adeguarci perché ci siamo auto-limitati. Un autolesionismo scellerato. Presi dal panico della crisi si è pensato che la Carta servisse solo al contingente, dimenticando che le costituzioni non servono per i cicli brevi dell’economia ma per assicurare i principi “eterni” delle persone.

I vincoli di bilancio hanno la loro radice nei trattati europei, significa che la Carta deve prevalere su tutto?

È un discorso complesso, ma va chiarita una cosa: lo spazio lasciato ai Paesi europei è almeno quello definito dai principi supremi fissati dalla Costituzione. Questi spazi vanno utilizzati al meglio se si vuole affermare la garanzia dei diritti e rafforzare il nostro ruolo in Europa, magari provando a cambiarla. È così in tutti i grandi Paesi, non solo in Germania. La normativa sui conti pubblici è il caso più evidente di espropriazione di potere sostanziale di decisione politica, ed è proprio qui che va posto un limite solido alla pervasività della normativa europea sancendo la prevalenza dei principi supremi dell’ordinamento italiano.

Come hanno accolto i partiti la vostra iniziativa?

Con molti imbarazzi, per via della scelta del 2012. Ma la realtà ha mostrato l’urgenza di abbandonare questa strada. Confido lo capiscano.

Il candidato (estero) che fa arrabbiare Beppe Severgnini

Torna la lotteria del voto all’estero. I quasi 5 mila italiani iscritti all’Aire, l’anagrafe dei concittadini residenti fuori dall’Italia, stanno già votando – su schede mandate in giro per il mondo per posta – i dodici deputati e i sei senatori eletti all’estero, secondo quanto previsto dalla riforma introdotta sedici anni fa. Una lotteria, perché a ogni appuntamento elettorale vengono segnalati brogli, irregolarità, schede non arrivate o non consegnate ai legittimi destinatari, oppure votate a mazzi da un’unica persona. Il sistema degli invii postali non garantisce alcuna certezza che a votare siano davvero i cittadini che ne hanno diritto.

Al di là dei dubbi sulla regolarità del voto, resta la certezza che dal voto all’estero arrivano i parlamentari più pittoreschi della Repubblica, come l’ineguagliabile Antonio Razzi, o più impresentabili, come quel Nicola Di Girolamo che fu eletto senatore nel 2008 sotto il simbolo di Silvio Berlusconi e poi fu subito arrestato per ’ndrangheta.

Questa volta, in vista del 4 marzo, gli italiani che vivono in Nord America potranno scegliere personaggi come Giuseppe Macario, che si è inventato un partito chiamato Free Flights to Italy (voli gratis per l’Italia) e che ha esibito una foto non sua, un curriculum inventato, un programma fantasma, come rivelato da Selvaggia Lucarelli. Quelli che vivono in Europa, invece, avranno la possibilità di votare, per Forza Italia, candidati del calibro di Matteo Cerri: l’uomo che ha fatto arrabbiare Beppe Severgnini (e non solo lui). Cerri, 43 anni, vive a Londra, dove guida The Family Officer Group. Che cosa fa? Gestisce patrimoni familiari privati. Investe soldi altrui. Con varie società, nel Regno Unito e in Lussemburgo. Che soldi siano non lo sappiamo, ma lui garantisce che è tutto regolare, leggi rispettate e fisco pagato. Poi lancia società start up di italiani a Londra e tenta nuovi business in proprio.

In un’intervista spiega così la sua attività: “Cerchiamo di individuare iniziative italiane che abbiano l’interesse e le potenzialità per espandersi sui mercati internazionali. Creiamo una società a Londra, cui forniamo il supporto logistico e amministrativo, e ne finanziamo il fabbisogno con partecipazioni di minoranza comprese tra 50 mila e 500 mila sterline. Entriamo direttamente nella gestione operativa dell’azienda a fianco dell’imprenditore, soprattutto per aiutarlo nel processo di internazionalizzazione”.

Alcuni dei collaboratori, consulenti, fornitori e dipendenti che hanno lavorato con Cerri sono scappati per il clima teso che si respira nella sua sede londinese e, soprattutto, non sono riusciti a farsi pagare. C’è anche chi protesta perché Cerri gli ha rubato l’idea imprenditoriale: è il caso di The It Factor, un “urban magazine” sul “fattore italiano” – creatività, cultura, design, cibo, moda, stile – fondato nel 2014 a Londra da una giornalista milanese e una comunicatrice-architetto. Cerri le ha contattate, blandite, le ha a lungo interrogate sul loro giornale, prospettando la possibilità di collaborare. Poi è sparito. E il giornale se lo è fatto da sé: ecco apparire Italians, “urban magazine” molto ma molto simile a The It Factor. Oltre che le due italiane a Londra, ad arrabbiarsi è stato anche Severgnini, che ha fatto mandare dai suoi avvocati londinesi una lettera per ricordare a Cerri che il marchio “Italians” è suo. Niente paura, il giornale è stato ribattezzato Its magazine e avanti come prima. “Parlo quattro lingue”, scrive Cerri, “e sono fiero di essere italiano, europeo, londinese, milanese, cittadino del mondo e, nonostante tutto, milanista”. E domani, chissà, anche deputato.

È Cantone a rinnegare Cantone

Alcuni giorni orsono, richiesto dalla giornalista Liana Milella del quotidiano La Repubblica di un parere sull’introduzione nella nostra legislazione della figura del c.d. “agente provocatore”, il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone ha così risposto: “Assolutamente sì all’agente infiltrato, assolutamente no all’agente provocatore, perché si crea un reato che non c’è, e perché, come dice una sentenza della CEDU, si va contro il diritto di difesa”.

Ieri – dopo un articolo de Il Fatto Quotidiano che segnalava come la previsione dell’agente provocatore fosse assolutamente necessaria per sradicare finalmente la dilagante corruzione – il Garante anticorruzione è tornato sull’argomento con un lungo articolo scritto, a due mani, con Gian Luigi Gatta, ordinario di diritto penale dell’Università Statale di Milano, sul Corriere della Sera dal titolo: “Va punito chi fa reati, non chi potrebbe farli; ecco tutte le incognite dell’agente provocatore”. Gli autori – dopo aver richiamata “l’esigenza insopprimibile di garantire il rispetto di diritti fondamentali del cittadino di fronte alla giustizia penale” – hanno “ricordato quel che si insegna agli studenti di giurisprudenza: il compito della giustizia penale è punire (e perseguire) coloro che hanno commesso reati, cioè fatti socialmente dannosi, non coloro che si mostrano propensi a commetterne. In secondo luogo, è opportuno riflettere sul fatto che uno Stato che mette alla prova il cittadino per tentarlo e punirlo, se cade in tentazione, non riflette un concetto di giustizia liberale”.

Gli autori, inoltre, dopo aver richiamato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha ritenuto illegittimo l’impiego di tale istituto, hanno sottolineato che “la pratica investigativa che faccia uso dell’agente provocatore è, all’evidenza, una pratica che si può prestare ad abusi: chi decide chi, quando e come provocare?”, di qui la necessità di “garantire il cittadino da possibili abusi della polizia”.

Le ragioni che militano a favore dell’introduzione nella nostra legislazione penale della figura dell’agente provocatore sono state già illustrate nell’articolo pubblicato martedì scorso da questo giornale, in perfetta sintonia con i pareri di magistrati di assoluto valore come Pier Camillo Davigo – autentico PM anticorruzione e oggi presidente di sezione della Corte di Cassazione – e l’ex Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti. Non è, quindi, il caso di ritornare su tali ragioni se non per segnalare la irrilevanza dell’argomentazione secondo la quale “questa pratica investigativa si può prestare ad abusi”. Invero, una volta che la figura dell’agente provocatore sia stata legislativamente riconosciuta, il “provocatore” agirà secondo le direttive e le modalità indicate dall’Autorità Giudiziaria sotto il cui costante controllo dovrà operare, il che esclude qualsiasi “possibilità di abusi della polizia”.

Quello che, invece, qui preme sottolineare è la circostanza che, in precedenza, il Presidente dell’ANAC, in una intervista rilasciata nell’agosto 2014 al Corriere della Sera diceva esattamente il contrario: “Un agente provocatore offre a un Pubblico ufficiale una grossa somma di denaro per avere un significativo atto a suo favore, tutto con le garanzie di legge e sotto il controllo della AG.” Continua al Corriere della Sera Cantone: “Al Governo direi di ampliare gli istituti dell’agente provocatore validi per la criminalità organizzata. Non solo il classico infiltrato, penso anche a chi si finge corruttore, come in materia di droga dove esiste il simulato acquisto”.

Era, quindi proprio il Capo dell’Anticorruzione che intendeva proporre al Governo (non si sa se poi l’abbia fatto) di prevedere la figura, non del “classico infiltrato”, ma dell’agente provocatore, finto corruttore, che avrebbe dovuto svolgere il suo compito “sotto il controllo dell’AG”

Carceri, la riforma è buona. Ma non c’è

Nel 2015 gli Stati generali sul carcere e una successiva commissione ministeriale hanno avviato la riforma dell’ordinamento penitenziario, giungendo alla legge delega e al decreto legislativo oggi in fibrillazione con tre anni di lavori. A questi hanno partecipato numerosi magistrati, operatori, avvocati, studiosi, esponenti della società civile di diversa estrazione, esperti nei problemi della realtà drammatica del carcere, con un dibattito trasparente e pubblico. Non ho partecipato a quei lavori, perciò non ho un conflitto di interessi per difendere la riforma.

Ho l’esperienza istituzionale di ministro della giustizia e di giudice costituzionale, ormai molto tempo addietro, e quella culturale di cittadino e di studioso, per porre a confronto l’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) con la realtà e la quotidianità del carcere. È un confronto impietoso: è sintetizzato nella condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti umani, per le condizioni di sovraffollamento; è denunziato, fra i tanti, dalle voci del Pontefice e del Presidente della Repubblica; è espresso dai 52 suicidi (uno alla settimana!) dello scorso anno in carcere. È un confronto emblematico del fatto che in molte parti la nostra Costituzione è attuale per i valori che propone, ma non è attuata per il modo con cui sono tradotti nella realtà. Contro la riforma è stata evocata la convinzione di alcuni magistrati (non molti) sul rischio che l’eccesso di garanzie consenta ai mafiosi di approfittarne per uscire dal regime del 41 bis (il carcere duro per evitare contatti con l’esterno). Aggiungerei a quel timore la perplessità di quei magistrati sulla eliminazione di alcuni automatismi, con i quali la legge vincola l’intervento del giudice di sorveglianza nel trattamento penitenziario; nonché la loro perplessità sulla parificazione fra i padri mafiosi e le madri decedute o impossibilitate, per provvedere ai figli minori di dieci anni o in condizioni di handicap. La maggioranza dei magistrati (fra cui giudici di sorveglianza) – alcuni dei quali hanno partecipato ai lavori – contesta invece quei rischi, perché la legge delega esclude esplicitamente dalle previsioni della riforma i detenuti condannati per criminalità organizzata o per terrorismo. L’art. 41 bis non può diventare un carcere “ancora più duro” – condannato dalla Corte Costituzionale – al fine di spingere i detenuti esclusi dai benefici alla collaborazione per ottenerli. Gli automatismi legislativi possono essere e spesso sono in contrasto con il diritto del detenuto al trattamento rieducativo (anche e soprattutto attraverso le c.d. misure alternative); e sono in contrasto con il princìpio della riserva di giurisdizione, per il rispetto dei “residui” di libertà compatibili con la reclusione. Infine la parità fra madre e padre è espressione di un princìpio fondamentale di eguaglianza, affermato dalla Corte Costituzionale in questo caso. A conferma, alcuni fra i magistrati più decisi nell’opposizione alla riforma hanno ammesso tardivamente che l’uscita in massa dei boss forse non vi sarebbe stata; e che la riforma avrebbe se mai provocato molti ricorsi e contenziosi (che sono un diritto dei detenuti, per difendere quei “residui”). Essa è stata giudicata positivamente dal Consiglio Superiore della Magistratura, dalla magistratura nel suo insieme, dal Garante dei detenuti e da chi conosce un poco la realtà del carcere e la sua differenza dagli alberghi a 4 o 5 stelle cui viene troppo spesso paragonato da chi ignora quella realtà. Il Presidente del Consiglio si era impegnato a portare a compimento il primo passo della riforma: il decreto legislativo ritornato ieri al Consiglio dei Ministri dopo i rilievi e i suggerimenti non vincolanti proposti dalla Camera e in maniera molto più radicale dal Senato. Tuttavia l’approvazione in articulo mortis non v’è stata. V’è stato un rinvio al prossimo Consiglio dei ministri – sembra il 7 marzo prossimo, dopo le elezioni – per decidere se e in quale misura accogliere le raccomandazioni del Parlamento. In cambio (si fa per dire) sono stati presentati al Consiglio tre schemi di decreti (sui minori, sul lavoro in carcere, sulla giustizia riparatoria) importanti nel contenuto, ma appena all’inizio della loro “lunga marcia”. In questa situazione temo di dover in gran parte condividere il giudizio formulato da Antonio Padellaro (Senza Rete, Fatto di domenica 18 febbraio scorso): il rischio di “salvarsi la coscienza con una riforma studiata male per poi scegliere di lasciare tutto immutato”, attraverso i ritardi nella presentazione della riforma. Sono ritardi certamente inaccettabili, ma non imputabili ad essa. Dissento da Padellaro solo in un punto: la riforma non è stata studiata male, per il modo e il tempo con cui è stata pensata, elaborata, discussa ed approvata; è stata presentata male. E mi auguro che tutte le riforme vengano studiate con l’ampiezza e la profondità che hanno caratterizzato i lavori di quella del carcere.

Mail box

 

Sulla Rai niente più Olimpiadi, ma di politica ce n’è a volontà

Dopo che alla Rai entreranno fior di milioni di euro in più grazie al canone in bolletta, non solo non vedremo più neppure un Gp di Formula1, e chi vuole dovrà pagarseli su Sky, ma pure le Olimpiadi invernali coreane sono illustri sconosciute sui nostri schermi, se non sul Nove a orari antelucani. E così il servizio pubblico viene travolto dal privato, a spot o a pagamento. Però i politici che si contendono la prossima elezione del 4 marzo sono sempre in onda per dire le solite banalità o le promesse vane: faremo, diremo, abbasseremo qui, inaspriremmo la, più europa, meno europa, più vincoli meno vincoli. Ma per ora i gran premi e le olimpiadi non le vedremo, e al loro posto solo la faccia di Renzi, Berlusconi e Di Maio. Nel cambio direi che ci perdiamo. Neppure “panem et circenses” sono più capaci di imbastire, questi politici.

Enrico Costantini

 

Il 4 marzo andiamo a votare per contrastare i corrotti

Secondo me è un grave errore non votare. Nessuno di noi può stare alla finestra a guardare e poi fare…il lamentoso. Ogni cittadino ha il sacrosanto dovere di agire con tutte le forze per salvare l’Italia. Politici onesti ce ne sono ancora. Ancora esistono persone che con il loro esempio e la loro fede onorano quotidianamente i tanti eroi, i tanti martiri, le tante persone sconosciute e “comuni” che hanno creduto in un’Italia libera, onesta e democratica, e che sognando e credendo in questa Italia hanno lottato immolando la loro vita. Abbiamo il dovere di votare per non permettere ai malavitosi di oggi di vanificare il loro sacrificio. Dobbiamo intervenire con tutta la nostra saggezza e passione politica per richiamare all’ordine quella piccola (spero) ma tanto pericolosa genìa che sta creando metastasi nel tessuto sano della nostra Italia, minando alla base le aspettative di quella maggioranza silenziosa che ancora vuole credere nella politica pulita. Solo andando a votare avremo la possibilità di non permettere che questi fuorilegge, schiavi della corruzione e del malaffare, sempre più assetati di sporco denaro e di altrettanto sporco potere, riescano a vanificare l’impegno di tanti milioni di italiani che ogni giorno, seriamente e con perfetta coscienza, sgobbano e si sacrificano per superare correttamente gli ostacoli che si fanno sempre più difficili anche a causa dell’attuale crisi mondiale. Votiamo per non permettere più che neppure una sola goccia del fango prodotto dai tanti sciagurati che indegnamente occupano gli scranni di Camera e Senato possano continuare a sporcare l’avvenire dei nostri giovani e quel poco di speranza che ancora abbiamo noi anziani. Votare è un nostro dovere ed è, soprattutto, un diritto di tutti i buoni italiani.

Raffaele Pisani

 

DIRITTO DI REPLICA

Scriviamo – in nome e per conto della dott.ssa Maria Elena Martinez – per richiedervi l’immediata rettifica di quanto riportato nell’articolo pubblicato mercoledì 21 febbraio a pag. 9, laddove viene falsamente affermato che “in sostanza, Martinez aveva spesso criticato la sindaca Virginia Raggi sui social e impugnato alcune sue nomine al Tar del Lazio”. Invero, la nostra assistita è assolutamente estranea a tali circostanze. È stata fatta “confusione” tra la posizione della dott.ssa Martinez e quella dell’avv. Ugo Morelli. Infatti, è solo nella memoria difensiva – depositata avanti il Tribunale di Cosenza nella causa proposta con il ricorso di quest’ultimo – che il MoVimento 5 Stelle adduce: “basti la lettura della pag. 3 del medesimo ove l’avvocato Morelli ammette che “negli anni 2016 – 2017 e tuttora ha espresso Opinione e Critiche di dissenso pubblico sull’operato politico e amministrativo del Sindaco di Roma, Virginia Raggi, del M5S, arrivando anche ad impugnare al Tar alcune sue nomine”. Ribadiamo, dunque, che lo stesso MoVimento non ha in alcun modo giustificato – neppure avanti il Tribunale di Roma, al quale si è rivolta la dott.ssa Martinez – la Sua esclusione dalle parlamentarie (del resto, la nostra Assistita opera nel territorio del Veneto e non si è occupata di “questioni” Romane).

Avv. Marco Bertazzolo Avv. Elisa Toffano

 

La dottoressa Martinez ha ragione: abbiamo fatto confusione tra le due posizioni. Ce ne scusiamo con entrambi gli interessati e con i lettori.

Fq

 

Con riferimento all’articolo di Giorgio Meletti “Affari spericolati e parentele” pubblicato il 21 febbraio, la nostra assistita Advantage Financial richiede di prendere formalmente atto che gli accenni effettuati o acriticamente riportati su pretese irregolarità che sarebbero state poste in essere da Advantage Financial o da suoi esponenti sono del tutto destituiti di fondamento. Né Advantage Financial né suoi esponenti sono oggetto di alcuna indagine giudiziaria.

Avv. Alessandro Giuliani

 

L’articolo non ha dato spazio ad “accenni” (tantomeno “acriticamente riportati”), al contrario ha dato notizia di atti ufficiali della magistratura di San Marino e del Consiglio Grande e Generale, il parlamento della Repubblica del Titano, e delle iniziative legali di Advantage Financial a tutela della propria reputazione. Che Advantage Financial non sia oggetto di indagine giudiziaria è stato chiaramente indicato in un articolo contenente nome e cognome degli indagati.

G. Me.

Eredità comunista. Molti di quegli ideali oggi sono dei 5 Stelle, ma servono i fatti

Può, uno che proviene dal mondo del sindacalismo di base, alternativo alle confederazioni burocratizzate, degli ambienti dell’auto-organizzazione, da una formazione politico-culturale da quadro dirigente, nelle vere scuole di partito che si richiamavano negli anni ’70 in modo autentico ed incontrovertibile alla sinistra del Pci, credere al programma e alle idee del M5S? Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito ad una specie di consegna delle armi da parte della sinistra al neo-liberismo e al capitalismo quello più selvaggio e dal volto disumano. In questi ultimi 20 anni la sinistra ha svenduto la sanità pubblica, ha massacrato lo stato sociale, demolito le pensioni d’anzianità. E quando ti fanno un contratto è da 400 euro al mese, e ti chiedono anche l’anima.

In questi ultimi 20 anni la sinistra negli esecutivi ha cancellato l’art. 18, come se fosse uno strumento legislativo marxista-leninista. La sinistra ha sostituito con forza, senza manifestazioni di protesta sindacale, lo stato sociale, con le associazioni caritatevoli. In questo infelice panorama, di decadimento a tutti i livelli, ha fatto la sua comparsa, negli ultimi 7 e passa anni, un Movimento di cittadini, di persone comuni e non di politici di professione, che rimette al centro i temi classici del lavoro garantito e tutelato, che in primis difende la nostra Costituzione. È giusto non credere al Movimento 5 Stelle come strumento che possa governare con presupposti e principi, sani, democraticamente legittimi per ridare fiducia alle genti, per restituire decoro a quanti, e sono milioni, l’hanno perso?

Maurizio Maccagnano

 

Signor Maccagnano, credere o non credere a un partito è innanzitutto una questione di fede, e ognuno in politica ha la sua. Dopodiché c’è il tema del M5S che incarna valori abbandonati dalla sinistra sul tema del lavoro (ma non su altri punti, vedi l’astensione sullo ius soli). Circostanza che può essere in parte vera. E si può partire dall’articolo 18, che il Movimento vorrebbe ripristinare, e dall’abolizione del Jobs Act. Per arrivare al rilancio degli investimenti pubblici e, in generale, del ruolo dello Stato nell’economia nazionale. Ma dai programmi e dalle promesse poi ovviamente bisogna passare ai fatti. Così il Movimento che promette di ricostruire certi paradigmi dovrà dimostrare di saper far tornare i conti, magari riconsiderando o rimodulando proposte che oggi sembrano sogni proibiti (il reddito di cittadinanza). E dotarsi di un personale di governo adeguato, diverso da molti candidati reclutati troppo in fretta in queste settimane. Perché la fede può spostare montagne, ma non chiude i bilanci.

Luca De Carolis 

Newsweek fa scoop su Newsweek: licenziati direttore e una reporter

Mentre in Italia “The Post” continua a mietere consensi e a meritarsi libri e approfondimenti (il buon giornalismo fa sempre notizia, specie se accompagnato dall’edificante sostegno dell’editore), dall’altra parte dell’oceano la cronaca riporta il mestiere bruscamente sulla terra. Succede a Newsweek, il cui direttore Bob Roe, il direttore esecutivo, Kenneth Li e la reporter Celeste Katz hanno perso il posto per un servizio investigativo sulla società editrice della testata, il Newsweek Media Group. Al centro dello scoop erano i legami tra Newsweek Media Group e la Olivet University, un’università cristiana conservatrice fondata da un controverso reverendo di origini coreane, David Jang.

I giornalisti di Newsweek avevano scoperto che nel 2016 la Olivet, mentre cercava di ottenere sgravi fiscali per aprire un campus nello stato di New York, aveva offerto a funzionari statali pubblicità gratis su Newsweek per 149.000 dollari. L’articolo (“Perché l’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan si sta occupando dei legami tra Newsweek e un’università cristiana?”) ha provocato un terremoto. Johnatan Davis, co-fondatore del Newsweek Media Group, alla fine è stato costretto ad ammettere i legami con Olivet, di cui sua moglie è presidente e di cui in passato lui stesso è stato consigliere accademico. “Bob Roe, Kenneth Li e Celeste Katz sono stati licenziati per aver fatto il proprio lavoro” hanno scritto ieri i giornalisti di Newsweek in una nota.

Roma, pacifica protesta dei migranti ma arrivano i leghisti

Una pacifica rimostranza interna a un centro d’accoglienza per richiedenti asilo diventa motivo di propaganda elettorale. Succede a Roma, dove ieri mattina circa 200 migranti ospiti dell’ex Hotel Gelsomino di Largo Perassi (quartiere Aurelio) hanno mostrato il loro disappunto nei confronti della Cooperativa Sociale Sinergy, in ritardo di alcune settimane sui pagamenti dei pocket money da 2 euro giornalieri. A sua volta, la coop lamenta ritardi nei trasferimenti da parte degli enti governativi cui è accreditata. Intorno alle 8.30 del mattino gli ospiti sono scesi nel cortile della struttura e, senza invadere in alcun modo le strade o altri spazi comuni, hanno inscenato la loro poco rumorosa protesta. Seguendo il protocollo, il personale della cooperativa ha allertato il Commissariato di zona. Il tam tam delle notizie ha allertato Matteo Salvini, che si è precipitato sul posto a “tensioni” già sopite. “Vogliono i soldi in contanti questi, dal 5 marzo finisce la pacchia”, ha minacciato in piazza il leader della Lega.

La Cassazione ribadisce: a Ostia la mafia c’è. Condanna definitiva per il clan Fasciani

Una volta di più non possono esserci dubbi: a Ostia, che è un pezzo di Roma bagnato dal mare, la mafia c’è storicamente e attualmente. Lo ribadisce la Cassazione. “È il primo giudicato che attesta, in via definitiva, il ruolo apicale di Carmine Fasciani nell’associazione mafiosa che per anni ha condizionato l’economia del litorale romano”: questo il commento dell’avvocato Giulio Vasaturo, legale dell’associazione Libera, parte civile nei processi contro il clan Fasciani, all’esito della sentenza definitiva della Cassazione relativa all’operazione cosiddetta Tramonto. In nove, tra i quali il boss Carmine Fasciani, la moglie, le due figlie, e cinque prestanome del gruppo, sono stati condannati, in via definitiva, con le accuse di intestazione fittizia di beni con finalità dell’agevolazione mafiosa. “I processi contro il clan Fasciani – prosegue Vasaturo – hanno svelato l’intreccio fra poteri criminali, professionisti, sistema bancario, prestanome ed amministratori locali che ha garantito gli investimenti illeciti dell’organizzazione criminale. Questa sentenza costituisce un ulteriore riconoscimento all’ottimo lavoro della procura di Roma per il ripristino della legalità sul territorio di Ostia”.