La moglie del colonnello chiede la mazzetta

Venezia, la luna e la tangente sull’affare di Marghera. La moglie di un colonnello chiede una mazzetta di due milioni di euro all’ex boss di camorra Nunzio Perrella. Non batte ciglio quando lui le spiega che quei soldi “sono sporchi di sangue”, provengono dalla camorra e vanno lavati. “Dove è il problema, ce li facciamo cambiare, ovvio che la provenienza è nera”, dice lei. Anche la signora – come Rory Oliviero a Napoli – alla fine si ritrova con una valigetta piena di cartacce .

La video-inchiesta di Fanpage.it sulla corruzione negli appalti sui rifiuti, che ha fatto infuriare il governatore della Campania Vincenzo De Luca (il figlio Roberto si è dovuto dimettere da assessore a Salerno), lascia ecoballe e fanghi di Napoli e sale al Nord. Per raccontare un’imprenditoria settentrionale che non si fa scrupoli a riciclare i capitali mafiosi.

Come anticipato ieri dal Fatto Quotidiano, nella prossima puntata di Bloody Money (“soldi sporchi di sangue”) vedremo una mediatrice di una cordata veneta che contatta Perrella, “infiltrato nel giro” con la telecamera nascosta, per coinvolgerlo nel business di un sito di stoccaggio di gas nell’area di Marghera. La signora è sposata con un colonnello dell’esercito (e non dei carabinieri come scritto ieri) e sostiene di perorare un investimento di 450 milioni di euro. Perrella millanta di poter mettere sul piatto circa 33 milioni ma vuole capire se l’operazione, che necessita di autorizzazioni ambientali complesse e di competenza del ministero dell’Ambiente e degli enti locali, è fattibile. Allora la donna per “accreditarsi” e fare bella figura invita l’ex boss a un evento pubblico al Vega di Marghera. Per fargli vedere che conosce il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che sarà lì in veste istituzionale. È il 26 gennaio 2018 e nella sala convegni del parco scientifico, in occasione della firma per il protocollo delle bonifiche di Marghera, avviene un contatto tra l’ex camorrista e il ministro, che poi ha un breve colloquio con la moglie dell’ufficiale. Le videocamere filmano. Galletti è totalmente estraneo alle manovre oscure raccontate nel reportage. Ma la signora ha raggiunto il suo scopo.

Le anticipazioni di Fanpage.it sono ora sulla scrivania del procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi, che ha visionato il minuto andato in onda a Bersaglio Mobile su La7. Intanto Berlusconi è tornato a promettere una modifica del codice degli Appalti, mentre il presidente dell’Anac Cantone incontrava il procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo per discutere delle indagini sui rifiuti. Fonti Anac ricordano che è solo grazie al codice degli Appalti che è possibile la “vigilanza collaborativa” tra Anac ed enti pubblici.

Il marchese fascista amico di Traini: “Fitto casa a 150 profughi”

Il marchese Giancarlo Luzi ha militato in Ordine nuovo fino allo scioglimento della compagine fascista; Roberto Fiore – leader di Forza Nuova, condannato per eversione, rientrato in Italia dopo molti anni trascorsi a Londra – è “un caro amico”. Il marchese fascista è orgoglioso della sua appartenenza all’estrema destra ma c’è un “ma” di troppo: parte della sua tenuta settecentesca la concede in affitto al Gus di Macerata, diretto da Paolo Bernabucci dove vivono circa 150 profughi richiedenti asilo. Ha 81 anni il marchese: suo padre, professore universitario a Bologna e poi repubblichino, fu giustiziato nel 1945: “Avevo 7 anni, il suo corpo non è mai stato ritrovato”.

Racconta, senza una traccia di imbarazzo, la sua doppia morale: “Voterò per Matteo Salvini – annuncia – il voto non deve andare disperso e la Lega è la sola che potrà tradurre il credo di Forza nuova: Italia agli italiani”. Quello per Salvini, ripete “è un voto utile anche per non essere più assoggettati a Bruxelles e alla cancelliera tedesca Angela Merkel”. Insomma, come Salvini, il marchese Luzi è per “Prima gli italiani”, ma non disdegna di fare affari con gli immigrati, come Salvini sostiene di voler uscire dall’Europa e intanto si sostenta con i soldi del Parlamento europeo. “Eh!”, esclama con un’alzata di spalle.

Siamo a Treia (Macerata), contrada Chiaravalle, qui sorge Villa Votalarca, dove il marchese Luzi vive con la moglie. Un lungo viale di platani, cedri, abeti e olivi, uno splendido giardino all’italiana che accoglie una meravigliosa giostra dell’Ottocento, divertimento dei bambini di allora. Dimora storica dove hanno soggiornato nomi di peso della destra nazionale: “Federico Zeri, Franco Freda, Romano Mussolini, Pino Rauti, Pietro Zampetti fino a Rocco Buttiglione…”, ricorda il marchese. “Per colpa dell’Imu della Tari e quant’altro non potrei mantenere tutta questa roba, quindi ho ristrutturato nove case e ci ho ricavato 50 miniappartamenti che da due anni affitto al Gus per migliaia di euro al mese”.

La sera, capita che Luzi raggiunga il suo Palazzo Settempedano in Piazza del Popolo, dove a novembre scorso è stata inaugurata alla presenza di Fiore, la sede locale di Forza nuova: “Gli ho concesso gratuitamente e, momentaneamente alcuni locali”, dove, in occasione di cene politiche, ha conosciuto anche Luca Traini, il nazifascista che ha seminato il terrore a Macerata, sparando all’impazzata agli immigrati che incontrava per la strada e ferendone sei, ora detenuto con l’accusa di tentata strage e aggravante razzista.

“Traini è un attivista di Forza nuova, un ragazzo normale, credo che gli sia preso un raptus vedendo lo strazio subito da quella povera ragazza”, dice riferendosi alla tragica fine di Pamela Mastropietro e accompagnando le parole da un sorriso nel ripensare a quella volta che “mi ha rimproverato”: “ma che fai tieni sta gente in casa?”, lo redargì Traini. “Ho fatto spallucce e l’ho lasciato parlare”. Mentre il suo amico, Roberto Fiore condivide la sua scelta? “Non ne abbiamo mai parlato. Roberto lo conosco da quando aveva i pantaloni corti”. Andrebbe a trovarlo in carcere Traini? “Sì ma non so se si può”. E cosa gli direbbe? “Gli chiederei la ragione di quella mattata, gli immigrati mica sono tutti come quelli che hanno fatto a pezzi Pamela, ce ne sono anche di bravi, poveretti che scappano dalla Libia”.

Poi torna sulle elezioni: “Comunque tanti di estrema destra, come me, voteranno Lega, mentre altri camerati scelgono Di Maio, perché il M5s si barcamena, raccoglie voti un po’ qua e un po’ là, mah… stiamo a vedere”.

Il marchese Luzi, alla luce dei rigurgiti fascisti di questi giorni, sospira: “Ci sono gruppi fascisti, ma non credo che potranno portare ad una rivoluzione fascista”, spiega lasciando trasparire amarezza e nostalgia per il Ventennio. Poi conclude orgoglioso: “Non vedo che ci sia di male nel saluto romano, io ho lasciato scritto che lo voglio inciso sulla mia tomba: sono fascista e non me ne vergogno proprio. Speriamo che duri questa immigrazione altrimenti sarò costretto a togliere i coppi dai tetti, meglio che ci piova dentro che pagarci le tasse”.

“Polpetta avvelenata su De Gennaro, ma io non lo sapevo”

Processo Trattativa.”Non c’è mai stato dolo, da parte mia, nell’accusare Gianni De Gennaro”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, che ieri ha fatto una dichiarazione spontanea in aula a Palermo. Poco prima l’avvocato Claudia La Barbera aveva chiesto per lui l’assoluzione sostenendo che “la calunnia presuppone consapevolezza, ma il mio assistito non sapeva di avere una polpetta avvelenata”. L’accusa ruota attorno al “pizzino taroccato” consegnato dal figlio di don Vito ai pm: quello in cui compare il nome “Di Gennaro” che secondo la Scientifica è stato trasposto da un altro documento. Dapprima, Ciancimino jr disse di aver visto personalmente il padre scrivere quel nome. Poi confessò di aver mentito, avendo avuto quel foglio “da un certo Rossetti”. I pm hanno chiesto per lui la condanna a 5 anni. L’avvocato, che ieri ha discusso solo l’imputazione di calunnia (toccherà all’altro difensore, Roberto D’Agostino, discutere quella di concorso in mafia) ha chiesto, in subordine, l’applicazione delle attenuanti.

La missione ventennale

Per tredici anni, l’intervento militare sotto le insegne Nato in Afghanistan, è stato ISaf (International Security Assistance Force). Adesso si chiama RS, Resolute Support, appoggio risoluto. Il cambio di pelle è avvenuto il 1° gennaio 2015, dopo quattordici anni di guerra in Afghanistan. Una guerra costata finora migliaia di vittime, soprattutto civili, ma che non accenna a finire. Per gli Stati Uniti è la guerra più lunga di sempre, ricorda quella in Vietnam, anche se quella, con oltre cinquantamila morti, è stata ben più sanguinosa. Con Resolute Support la presenza militare internazionale ha cambiato faccia e missione. Prima era una presenza per “combattere”, adesso formalmente i soldati della Nato, tra cui circa mille italiani, hanno compiti di consulenza per le forze armate afghane e di addestramento. Ma ci sono moltissimi soldati delle forze speciali, tra cui italiani appartenenti alla Task Force 45, che continuano i combattimenti nel più totale segreto. Il comandante di Resolute Support è il generale americano John W. Nicholson. Gli italiani si dividono tra Kabul e Herat.

La Nato avvisa l’Italia: “Smog letale a Kabul”. Ma noi zero controlli

Il comando Nato a Kabul, lo scorso dicembre, ha inviato ai contingenti nazionali dipendenti – e dunque anche all’esercito italiano – un ordine per tutelare la salute di militari e civili “esposti agli enormi pericoli ambientali”. Il documento è firmato da un colonnello americano, il capo dei servizi medici in Afghanistan per la missione Rs (resolute support), che da un paio di anni ha sostituito le insegne Isaf per sancire la fine del conflitto armato. James Campion descrive le misure di prevenzioni per i militari americani – visite ogni due settimane, controlli a lungo termine, assistenza al rientro negli Stati Uniti – e impone agli alleati di intervenire subito con la stessa efficacia e la stessa intensità. I vertici italiani a Kabul, secondo le fonti del Fatto Quotidiano, hanno ignorato il messaggio di Campion: niente è cambiato per i soldati che addestrano e assistono le forza di sicurezza locali. Come per l’uranio impoverito, come per l’amianto sulle navi, come per il Kosovo: i militari che “portano la pace” non devono sapere. Per paura di screditare l’immagine dell’esercito e per non turbare la pubblica opinione. Oggi l’Italia è impegnata laggiù fra Herat e Kabul, nel paesone fra l’Iran e il Pakistan senza sbocchi sul mare, con circa 900 militari, 148 mezzi terrestre e 8 mezzi aerei.

I 3,7 milioni di cittadini di Kabul, capitale afghana, bruciano la spazzatura per riscaldarsi e cucinare. La plastica è il materiale più pregiato. Perché dura assai. E così a Bagram, a nord oppure a Herat, a ovest. Veleni sputati dai generatori di corrente, stradoni polverosi annaffiati dal percolato, polveri sottilissime (le famigerate pm 2,5) che s’insinuano nei polmoni: in Afghanistan si muore di guerra, di terrorismo e pure di inquinamento.

Campion ha esaminato decide di studi analitici prodotti dalle forze armate statunitensi denominati Periodic Occupational and Environmental Monitoring Summary, sintesi periodica del monitoraggio occupazionale e ambientale. A dispetto della sigla Poems, che significa “poesie” in italiano, la lettura dei vari dossier su Kabul e sul resto dell’Afghanistan in cui si trovano truppe Nato assomiglia più a un racconto dantesco che a una razionale ricostruzione scientifica: “La maggior parte dei veicoli a motore che circolano sono vecchi e usano carburanti sub-standard. Le industrie bruciano pneumatici, rifiuti plastici e altri oggetti combustibili, lo stesso fanno le famiglie.

Il razionamento dell’energia, soprattutto, esaspera la situazione perché costringe la gente a usare ancora di più fonti inquinanti”. E le truppe internazionali sono un’aggravante. Le tonnellate di immondizia, generata da migliaia di soldati operativi nell’area, viene bruciata nei cosiddetti “burn pit”, giganteschi buchi dove vengono ammassati i rifiuti organici e inorganici. Proprio in riferimento ai “burn pit” della base di Bagram, l’edizione statunitense della rivista Wired, cinque anni fa, pubblicò un documento che smentiva il negazionismo dei comandi Usa rispetto all’impatto sulla salute di queste attività. Non c’è da stupirsi, quindi, se nel 2010 la statunitense Environmental Protection Agency valutava in circa tremila morti l’anno le vittime dello smog nella sola Kabul a confronto dei 2.777 civili morti per la guerra in tutto l’Afghanistan nello stesso anno (stime Nazioni Unite).

Il deputato Gian Piero Scanu ha chiuso per il momento la carriera in Parlamento con la relazione della commissione d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito, presieduta per l’intera legislatura col costante disappunto dello Stato maggiore della Difesa. Quasi trecento pagine di testo per onorare la memoria di centinaia di militari ammazzati da residui bellici o dal letale amianto e per fermare una tragedia che avanza in silenzio. Un anno fa, il 15 marzo 2017, la commissione ha ascoltato Antonio Attianese, classe ‘79, caporale maggiore, alpino paracadutista: “Ho fatto due missioni in Afghanistan e mi sono ammalato al rientro. Non ho mai saputo della pericolosità dell’uranio impoverito. Non ho mai saputo che in zone devastate come quelle in cui ho operato, oltre a difendersi dalla situazione di guerra, c’era anche da difendersi da questo nemico invisibile. Quando chiedevamo spiegazioni ai nostri superiori di alcune notizie che sentivamo in radio, televisione o leggendo i giornali, ci veniva detto che erano sciocchezze inventate per andare contro il governo, contro i militari e contro gli americani. Fino a prima che mi ammalassi, ero convinto anch’io che l’uranio fosse solo una storia inventata per non mandarci in missione. Purtroppo, per queste sciocchezze mi sono ammalato. Sapevo che era ed è vietato parlare di uranio impoverito o di pericolosità ambientale”. Attianese è morto di tumore il 22 giugno.

Dal 2012, l’esercito italiano ha una base nel deserto a Gibuti – ex colonia francese tra Eritrea, Etiopia e Somalia – non lontano da Camp Lemonnier degli americani.

Ancora non s’è capito – si legge sempre nella relazione di Scanu – l’origine dei “cattivi odori” che appestano l’aria. Forse è colpa dei rifiuti che circondano la struttura. Forse è colpa dei liquidi tossici. Il direttore del Centro tecnico logistico interforze ha affermato che “l’ente non è in grado di effettuare analisi su particolato aerodisperso e nanoparticolato”. Per gli italiani Gibuti è un mistero, gli americani, invece, hanno un Poems e lo scenario è simile a Kabul anche se per ragioni diverse. Un fattore di rischio specifico nella zona è costituito dalla presenza di acroleina, una sostanza tossica per il fegato e irritante per la mucosa gastrica, creata dall’incompleta combustione del gasolio. Forse è quell’odore citato dalla relazione Scanu e ancora non identificato dall’esercito italiano. Sugli allarmi da Kabul e la lettera di Campion, la Difesa replica: “Non ci risultano situazioni di particolare emergenza”.

Lazio, il “rosso” Zingaretti rischia la vittoria monca

E poi ci sarebbe il Lazio. Ovvero quelle Regionali di cui non si parla, ma che pesano parecchio. Una corsa con lui, lei e l’altro. E lui è il governatore uscente Nicola Zingaretti, dem che assieme al bis insegue anche un ruolo di peso a livello nazionale, magari perfino da segretario di un nuovo Pd se Renzi crollasse nelle urne. Ma prima deve schivare un bel rischio, quello della vittoria monca. Mentre lei è la 5Stelle Roberta Lombardi, che è in campagna elettorale da sei mesi, morde senza sosta, ma corre sola, senza il Luigi Di Maio con cui non è mai stato amore. E allora per cercare voti a destra si aggrappa pure a post un po’ così.

Quindi c’è l’altro, Stefano Parisi, abbastanza a sorpresa in partita stando ai sondaggi che si soffiano da un comitato all’altro: anche se l’hanno paracadutato all’ultimo minuto. Però pure lui ha la sua bella croce, e si chiama Sergio Pirozzi. Ossia il sindaco di Amatrice, vicino a Fratelli d’Italia, in lizza con la sua lista civica. Sperava di prendersi di forza il sostegno di tutto il centrodestra, e invece è rimasto solo: ma può comunque togliere punti decisivi a Parisi. E infatti Berlusconi due giorni fa è esploso: “Abbiamo difficoltà perché uno di noi, un sindaco si è candidato anche lui e ci porta via il 6-7 per cento.

Ora cercheremo di convincerlo, con le migliori misure. Ai calci in culo ricorreremo poi”. E Pirozzi non ha gradito: “Il mio culo è di pietra”. Passati i bollori, ieri il sindaco gli ha recapitato una lettera pubblica tramite affaritaliani.it: “Caro Silvio, non posso farmi da parte”. Ma è noto che in politica il nemico di oggi può essere l’amico di domani. Anche nel Lazio, dove per avere una maggioranza solida il vincitore dovrà mettere assieme tra il 36 e il 38 per cento. Perché al primo andranno dieci consiglieri in più, ma gli altri seggi se li dovranno prendere i partiti che lo sostengono. E non è detto che i conti tornino.

Così si spiegano i segnali di Berlusconi. O l’atteggiamento di Zingaretti, che Pirozzi non lo attacca mai e valuta di arruolarlo. Più o meno come Lombardi, che ha incontrato il sindaco e non esclude di farlo assessore. Perché tutti e tre sanno che i suoi voti potrebbero tornare più che utili dopo il 4 marzo. Nell’attesa Zingaretti pare ancora davanti, forte dell’appoggio di Leu che lo vorrebbe come segretario dem per un nuovo centrosinistra. E cerca di raggranellare voti con una campagna da candidato civico, tenendosi lontano dal Pd. Ma se vince con i partiti dovrà trattare, perché i dieci posti in più per il candidato vincente verranno ripartiti tra loro, e tanti saluti al vecchio listino. Mentre dal Pd notano come Andrea Orlando, il suo leader di riferimento, non abbia candidato nomi del governatore in Parlamento. Forse per non rafforzarlo. Lombardi invece va in solitaria. Di Maio è stato l’ospite d’onore nella presentazione dei candidati a Roma. Poi si è eclissato. E la Sicilia, dove fece tre mesi di campagna, è un lontano ricordo.

Nelle ultime ore la 5Stelle ha dovuto incassare pure la sfiducia alla presidente del III Municipio a Roma, il suo fortino. In questo scenario, ecco il post di ieri in cui Lombardi auspica: “Quando penso alle province del Lazio e ai suoi borghi penso ad accogliere più turismo e meno ai migranti, che pesano sull’economia locale”. Righe che hanno accesso il fuoco di fila da sinistra. Lei risponde con la scimitarra: “Chi parla di virata a destra è ridicolo, c’è chi preferisce guardare i numeri e parlare di realtà”. Però l’idea rimane saccheggiare voti al Pirozzi che precipita nei sondaggi. Lo stesso obiettivo di Parisi, che ha recuperato punti ma resta un alieno, alle prese con un centrodestra che nel Lazio è diviso in tribù. Chissà se basterà a Zingaretti, che si gioca il futuro: e non è solo questione di Lazio.

Umiliazioni e abusi sessuali: i giudici contro Robinho

Hanno mostrato un “assoluto dispregio” per la giovane donna “esposta a ripetute umiliazioni, oltre che ad atti di violenza sessuale” pesanti. Così si legge nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso novembre il Tribunale di Milano ha condannato l’ex calciatore brasiliano del Milan Robinho e un suo amico, Ricardo Falco, a 9 anni di carcere e a versare in solido 60 mila euro alla vittima, una ragazza di origini albanesi che all’epoca aveva 23 anni. Robinho e Falco rispondono di violenza sessuale di gruppo, che sarebbe avvenuta con abuso delle “condizioni di inferiorità psichica e fisica” della ragazza, in quanto la giovane sarebbe stata fatta ubriacare. Nel caso sono coinvolti altri quattro brasiliani, per i quali il procedimento è sospeso in quanto sono irreperibili. I giudici hanno stabilito di non concedere al calciatore e al suo complice le attenuanti generiche, in quanto il loro comportamento, sin dall’inizio dell’indagine, si è “caratterizzato per molteplici e continui tentativi di ostacolare l’accertamento della verità, attraverso la ricerca di un accordo sulle versioni da rendere agli inquirenti”.

Free Flights to Italy, ecco tutte le patacche della lista fantasma

Qualche giorno fa vi ho raccontato la storia del candidato fantasma Giuseppe Macario, comparso sulle schede elettorali destinate agli italiani residenti nel nord e centro America con il credibilissimo movimento “Free Flights For Italy”. (insieme a tal Anna Maria Bettina Borrelli) In estrema sintesi, dopo una serie di semplici verifiche, avevo scoperto che questo personaggio non era un docente universitario, non si era laureato a Princeton, non aveva scritto lo spot Calzedonia con Julia Roberts, non aveva alcuna società a Panama, non aveva collaborazioni con università in Italia e così via, al contrario di quello dichiarato nella sua biografia. Inoltre, questa famigerata ong “Free flights for Italy”, era semplicemente un sito che prometteva voli gratis agli italiani residenti all’estero senza alcuna operatività o chiarimento sul come questa ong si autofinanziasse.

Diciamoci la verità: solo qualcuno molto fesso o molto distratto poteva credere alla storia di un sito che rimborsa voli a un italiano che vive, che so, a San Francisco, e vuole tornare a Cinisello per il veglione di Capodanno. Dalle parti del consolato, del ministero dell’interno e di chi avrebbe dovuto effettuare qualche verifica, evidentemente però era tutto normale. Tra l’altro, se il filantropo Giuseppe Macario avesse già rimborsato davvero 26.000 voli agli italiani come garantito sul suo sito, avrebbe potuto candidarsi alla presidenza della Repubblica, altro che Camera. Fatto sta che cercando altre informazioni su di lui, era venuto fuori che un paio di persone avevano subito cyberstalking da questo Macario e lo descrivevano come un personaggio sinistro e pericoloso, dall’identità sconosciuta.

Eravamo rimasti a questo punto, perfino incerti sulla stessa esistenza del Macario e soprattutto sul come si fosse procurato le 500 firme necessarie per presentare la candidatura.

Sulla dichiarazione di trasparenza pubblicata sul sito del ministero dell’interno con certificazione del notaio romano Luigi D’Alessandro peró, Giuseppe Macario aveva dovuto fornire un domicilio ed in effetti era indicato un indirizzo nella cittadina di Fiano Romano. “Magari esiste davvero”, mi sono detta. Magari ignorava che la sua dichiarazione di trasparenza dovesse essere pubblicata per legge sul sito del ministero.

Ho chiamato l’anagrafe di Fiano e mi ha confermato non solo l’esistenza del personaggio ma anche il fatto che Macario e quella Bettina Anna Maria con lui candidata fossero madre e figlio. Ho cercato sul web il contatto di un giornalista di Fiano e gli ho chiesto di andare a vedere cosa ci fosse all’indirizzo indicato da Macario come suo domicilio. Il giornalista ha trovato la casa e la scritta Macario/Borrelli sul citofono. Ha citofonato e ha risposto la Borrelli che ha dichiarato di non voler parlare con nessuno anche quando le è stato fatto notare che era candidata alle elezioni.

Chiedendo ad alcuni vicini di casa, il giornalista ha saputo che i due sono molto conosciuti in zona e considerati “strani” perché lui non esce mai di casa e anche lei si vede pochissimo in giro. Il Macario poi è considerato un genio informatico ma con disturbi della personalità non meglio identificati. Quindi i due esistono. Tutte le persone intervistate hanno chiesto di non venire nominate perché hanno paura.

La storia della “paura” torna più volte in questa vicenda. Dopo che l’ho raccontata infatti, molte ragazze italiane residenti in America si sono messe in contatto con me e mi hanno raccontato che questo Macario è conosciuto nei gruppi Facebook degli italiani che vivono all’estero perché ha una tattica precisa: si iscrive a questi gruppi, fa interventi normali, poi scrive in privato ad alcune ragazze (sono decine, in contatto tra di loro) e una volta adescate le comincia a diffamare sul web aprendo pagine sul loro conto (ho verificato e le pagine esistono). Le accuse sono varie: truffa, perversioni sessuali, estorsione e così via. In molte hanno fatto denuncia. Macario sceglie quasi sempre ragazze con titoli accademici in università prestigiose e anche qualche uomo brillantemente laureato con lavori di successo nel marketing. Tutto quello che racconta di essere lui nella sua fantasiosa biografia, insomma.

Ho chiamato poi il notaio Luigi D’Alessandro che ha certificato la dichiarazione di trasparenza di Macario e che quindi dovrebbe averlo incontrato. D’Alessandro afferma che non sa chi sia, che non l’ha mai incontrato e che la firma nonché il timbro sull’atto sono falsi. Sporgerà denuncia. In effetti, osservando attentamente il documento, il tutto risulta visibilmente tarocco.

Infine, dalla verifica delle fotografie inserite nella bio e sul “manifesto” elettorale di Macario, viene fuori che sono ritratti del fotografo americano Nigel Barker e del pornodivo Johnny Sins. Quindi anche la faccia era un falso.

A questo punto manca solo la verifica delle firme depositate, anche se non è difficile immaginare che siano un altro clamoroso falso. Interrogato sulla questione, il consolato americano afferma di non aver ricevuto nulla perché le firme sarebbero state depositate in Italia. L’ufficio elettorale della corte d’appello, al telefono, ha risposto che per verificare il tutto va fatta un’istanza. Il ministero dell’Interno tace.

E però farebbero meglio a comunicare qualcosa di ufficiale perché gli italiani all’estero stanno già votando da giorni e le votazioni, in teoria, dovrebbero essere invalidate ma soprattutto perché c’è un uomo che dalla sua cameretta a Fiano Romano s’è fatto beffe del ministero dell’Interno. Un Prova a prendermi de noantri che dimostra quanto perfino i nostri cervelli in fuga, con un oceano di mezzo, non possano tenersi alla larga dalla cialtroneria del loro Belpaese.

Tranquilli operai, ci pensa la stampa

Cari lavoratori dell’Embraco – anzi: cari compagni – non vi lasceremo soli, in queste giornate di picchetti fuori dalla fabbrica e di lotta dura contro i padroni. A sostenerlo non è un vecchio giornale di battaglia, magari di quelli distribuiti fuori dalle scuole dai centri sociali, e nemmeno il volantino di qualche sindacato di metalmeccanici. È nientepopodimeno che La Stampa, che ieri ha aperto la cronaca locale di Torino con un doppio paginone dedicato agli oltre 500 lavoratori dell’Embraco vittime della delocalizzazione dell’azienda, che minaccia di andarsene in Slovacchia e di lasciare tutti a casa. “Non vi lasceremo soli” si legge nel titolone a due pagine, sotto cui il giornale stende i nomi di tutti gli operai a rischio licenziamento, giusto giusto dopo aver fatto ribollire loro il sangue intervistando i lavoratori slovacchi, che dipingono Whirlpool come la casa madre buona e misericordiosa. Ora, mica dubitiamo delle buone intenzioni della Stampa. Solo viene da chiedersi se sia lo stesso quotidiano acquistato dalla famiglia Agnelli una novantina di anni fa. Chissà se anche ai tempi delle delocalizzazioni Fiat gli operai non sono stati “lasciati soli”. La memoria ci fa difetto, ma forse anche allora erano stati pubblicati i nomi dei lavoratori negli stabilimenti a rischio chiusura. Magari a Termini Imerese se lo ricordano.

Il pass ztl per la moglie, le fake news di Renzi

Documenti alla mano due esponenti di Fratelli d’Italia, Francesco Torselli e Giovanni Donzelli, rispettivamente consigliere comunale e candidato alla Camera, hanno rivelato come Agnese Landini, moglie di Matteo Renzi, goda di un privilegio: un pass di libero accesso alle aree ztl e zcs, parcheggio gratuito sulle strisce blu e ovunque su quelle per residenti, oltre al transito su tutte le corsie preferenziali e persino nelle zone pedonali. Il sindaco Dario Nardella non ha smentito ma si è giustificato facendo sapere che aveva concesso il pass su richiesta del prefetto. E la prefettura ha smentito: “Noi non abbiamo disposto nulla”. Ci sono le prove: i documenti. Renzi invece di scusarsi, come fece quattro anni fa la moglie pizzicata a circolare sempre con un pass sulle corsie preferenziali, questa volta ha gridato alla fake news minacciando querele. E ha imbastito su Facebook una difesa strampalata. L’ex rottamatore scrive due cose concrete: “Per stare a Firenze noi abbiamo affittato un posto auto in un garage”, “durante i lavori di questi mesi quella strada (lungarno Diaz, uno dei luoghi vietati dove è stata fotografata l’auto della moglie, ndr) è l’unico passaggio per poter tornare a casa, in via Guicciardini. Un passaggio obbligato”. In pratica non ha smentito niente. Fra l’altro da regolamento comunale affittare un garage garantisce al massimo il permesso di transito e sosta per una zona, non certo per tutta Firenze. Insomma Renzi ha, come spesso gli accade, tentato di smentire una notizia vera come una fake news raccontando una fake news. La verità è scritta nel documento concesso “su richiesta della segreteria del sindaco”: fino al 2021 la signora Agnese Landini – seppur non residente a Firenze ma a Pontassieve – può parcheggiare e andare dove vuole, anche nelle aree pedonali. Quelle concesse alle forze dell’ordine, per capirci. Non certo a chi affitta un posto auto in garage.