Consulta: legge elettorale, la politica è sorda

Ieri è stata la sua ultima conferenza da presidente della Corte Costituzionale e oggi scade il suo mandato di giudice. Paolo Grossi ha chiuso con un appello a votare, con un rimprovero al Parlamento “sordo” ai moniti della Consulta e con una dichiarazione d’amore per la Costituzione. Sollecitato dai giornalisti prende posizione contro “l’astensionismo, non è accettabile sul piano etico e sociale. Il voto è l’arma del popolo sovrano, un dovere. Il fatto che ci sia uno scontento verso le istituzioni su cui la politica dovrebbe intervenire di più, non è una giustificazione al non voto”. Poco prima, quando ha illustrato la relazione sull’operato della Consulta, Grossi aveva ricordato i “significativi richiami, auspici, moniti che la Corte ha rivolto al legislatore, in primis” quelli in materia elettorale, a proposito, per esempio, “della necessità di garantire che i sistemi elettorali delle due Camere, pur se differenti, non impediscano la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”; ma anche su pensioni e lavoro. I moniti in materia elettorale sono stati ascoltati? “Bisognerebbe chiederlo al legislatore”, ma il presidente fa capire come la pensa, anche se la mette sul piano generale: “La Corte, povera Cassandra, difronte ad alcune sordità lancia moniti che spesso non sono raccolti”. Ha anche messo in rilievo una “grave circostanza”: il Parlamento da 15 mesi deve nominare un giudice al posto del dimissionario Frigo e ciò provoca un “vulnus” al funzionamento della Corte.

Il presidente ha voluto porre l’accento anche su un fatto senza precedenti: un giro dei giudici nelle scuole di tutta Italia: “Siamo i missionari della Costituzione”, ha detto Grossi all’inizio del “tour”, a gennaio e che ha già visto protagonisti anche i vicepresidenti Giorgio Lattanzi , Aldo Carosi e Marta Cartabia, i giudici Mario Morelli e Giuliano Amato. L’obiettivo comune è quello di avvicinarsi ai cittadini, ci è stato spiegato, per difendere e diffondere la Costituzione: la società è “tristemente scollata dai suoi valori”. Le domande dei ragazzi, davvero senza filtri, sono state principalmente sullo ius soli, sul lavoro, sulla disuguaglianza. Grossi ha voluto parlare con i ragazzi della “Terra dei Fuochi”, in 500 sono confluiti ad Afragola e in regno di camorra la contraddizione lacerante tra Costituzione e realtà è emersa con lucidità e rabbia: “La gente per sopravvivere si affida alla camorra, se lo Stato volesse davvero togliere il potere alle mafie darebbe garanzie al popolo, primo tra tutti il lavoro”.

Il presidente Grossi, 85 anni ma con una testa rivolta al futuro, si inchina a questi ragazzi e-commosso- fa un’autocritica generazionale: “Con il nostro assenteismo e la nostra indifferenza abbiamo tolto la speranza ai giovani. Noi vecchi sappiamo di avervi deluso. Vi abbiamo trascurato, abbandonato. Dovete invece sentirci solidali”. Tania, 11 anni, nata ad Aversa ma da genitori ucraini è per lo ius soli, chiede numi al presidente ma la faccenda è palesemente politica, come evidenzia Grossi che, però, non si sottrae: “Spero che la soluzione sia quella desiderabile sul piano della giustizia sostanziale”.

Statali, la beffa pre-rinnovo: costretti a ridare gli 80 euro

La ministra della Funzione Pubblica Marianna Madia aveva assicurato che gli scarsi aumenti retributivi faticosamente strappati dai lavoratori del Pubblico impiego dopo dieci anni di blocco non avrebbero avuto ricadute sul diritto di percepire gli 80 euro del bonus renziano anche nel 2018. Ma nulla si era detto per quanto maturato con le retribuzioni del 2017. E la stangata è puntualmente arrivata.

Lo stipendio di febbraio è il più magro dell’anno e i dipendenti attendono di aprire il cedolino sempre con una certa preoccupazione. Su questa mensilità infatti vengono scaricati i conguagli fiscali e contributivi dell’annualità retributiva precedente che si calcolano facendo la differenza tra quanto trattenuto in percentuale fissa dall’Amministrazione mese per mese e quanto deve essere versato al fisco e all’Inps in base alla retribuzione effettivamente percepita. Ed è quasi sempre una decurtazione. Sapere in anticipo quanto ti levano è come tentare di azzeccare un terno a lotto, ma sul viso di molti lavoratori statali la sorpresa è stata tanta quando hanno constatato che a sparire dalla busta paga di febbraio è stato in alcuni casi anche un terzo dello stipendio. E le proteste sulla pagina Facebook di NoiPa, il servizio informativo del ministero dell’Economia rivolto ai dipendenti dell’Amministrazione centrale e periferica sul loro trattamento economico, si moltiplicano. “Ammesso e non concesso che nel corso dell’anno abbia avuto qualcosa in più in busta paga (a questo punto mi vedo costretto a far controllare tutte le buste paga da chi del mestiere), è stato comunque spalmato sotto forma di briciole durante tutto l’anno – scrive Stefano – io non so se sia lecito e se possiate fare in questo modo, togliere più di 500 euro in una sola busta paga a famiglie che vivono di stipendio con spese mensili fisse. Spero di ricevere chiarimenti in merito. Grazie”. “Idem – rincara Nuccia – stessa cosa 550 detrazioni, stipendio 940. Come fa una famiglia a vivere?”. A lamentarsi nello sfogatoio di NoiPa sono tanti precari della scuola, in compagnia di Vigili del Fuoco, dipendenti della Difesa e della Sicurezza: dalla lentezza nei pagamenti delle indennità di funzione e degli arretrati agli errori in busta paga sugli assegni e le detrazioni famigliari (sempre a favore dell’amministrazione centrale).

Anche quest’anno ci si è messa di mezzo la restituzione del bonus degli 80 euro per quelli che, a conti fatti, hanno splafonato dal limite dei 26mila euro di reddito fissato dal governo Renzi. Un euro in più e scatta la restituzione in busta paga: tutta e in un’unica soluzione. Visto che la totalità degli insegnanti di ruolo ricadono nella fascia retributiva tra i 24mila e i 26mila euro, i più penalizzati dal conguaglio dell’anno passato sono stati proprio quelli che hanno lavorato di più. “Ci chiedono di incrementare le ore di impegno e moltiplicare le attività per cercare di supplire alle carenze didattiche e a quelle di personale – si sfoga una professoressa su una chat scolastica – abbiamo guadagnato di più com’è giusto e alla fine mi ritrovo ad aver lavorato gratis”. Il meccanismo introdotto da Renzi nel 2014 prevede un contributo pieno di 80 euro mensili netti nella fascia di reddito da 8.174 a 24mila euro, che si riduce proporzionalmente fino a estinguersi a 26.001 euro. Per il 2018 con la legge di Bilancio si sono aumentate le soglie di 600 euro. Si salvaguardano in pratica circa 48 euro di aumenti contrattuali (ammontano a 85 euro lordi in media) per il tetto massimo e danno diritto a tre mensilità piene in più tra i 24mila e i 24.600 euro. Intanto ci si difende come si può: “Ho appena fatto la rinuncia al bonus fiscale ossia gli 80 euro perché ho subito in questo mese e nel prossimo due importanti trattenute sullo stipendio, ho seguito bene la procedura?” chiede Francesco a NoiPa. “Si aspettavano arretrati e aumento nel cedolino di febbraio e invece la bella sorpresa: circa 250 euro di trattenute in più. Siamo alla frutta!!!” rincara Leonardo. E Domenico sintetizza per tutti: “Grazie, sto mese solo birra dell’Eurospin”.

Latitanza addio: accordo Italia-Emirati sull’estradizione

Il consiglio dei ministri ha approvato il trattato di cooperazione giudiziaria e di estradizione con gli Emirati Arabi. Ora manca solo la ratifica, che spetta al nuovo Parlamento che sarà eletto il 4 marzo: a quel punto potrebbe essere al capolinea la latitanza di diversi imputati o pregiudicati che sono fuggiti nel Golfo. I nomi più famosi sono quelli dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena – condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa – e Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini, per il quale in Italia è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione. Il Trattato di estradizione tra Italia ed Emirati Arabi era già stato firmato nel 2015, ma successivamente l’Italia aveva ratificato una direttiva Ue che ne aveva sospeso gli effetti: la norma comunitaria stabilisce che quando si sigla un accordo con uno Stato in cui vige la pena di morte (come gli Emirati Arabi) deve essere esplicitato – in caso di estradizione verso quei Paesi – che la pena capitale va commutata in detentiva. Nei giorni scorsi il ministero degli Esteri ha concordato questo passaggio normativo legato alla pena di morte, così l’Italia ha potuto siglare la ratifica definitiva dell’accordo.

Il Rosatellum è rimasto orfano

Anche Romano Prodi si è aggiunto alla schiera di chi vuole cambiare una legge elettorale: che non è in grado di produrre affidabili soluzioni di governo. Per questo cresce la richiesta che il futuro Parlamento ne vari una nuova. Tanto più in caso di nuove elezioni a breve. Gli stessi autori (la legge è intitolata al capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato) sono oggi molto meno orgogliosi del risultato ottenuto. Il difetto più serio del Rosatellum è che prosegue la distorsione del Porcellum, iniziata nel 2006, costringendo gli elettori a votare l’intero pacchetto dei candidati decisi dai capi dei partiti. I candidati all’uninominale e le liste bloccate nel proporzionale, con l’aggiunta del voto unico sul pacchetto, lasciano all’elettore solo due scelte: non votare o decidere in quale lista avere meno sfiducia.

Questa legge approfondirà la frattura tra elettori ed eletti, la cui elezione non dipende dai cittadini ma dai capi partito che gli assegnano la posizione buona per essere eletti. Per superare questa frattura gli elettori dovrebbero almeno non solo quale lista votare ma anche quale deputato o senatore. Invece ha prevalso la volontà dei capi partito di avere parlamentari fedeli.

Alcuni incidenti nelle liste dei Cinque Stelle dovrebbero fare riflettere sulla gravità di questi meccanismi elettorali, che portano in posizioni eleggibili persone a cui il M5s chiede di dimettersi se eletti, ben sapendo che non lo faranno. Se ci fossero meccanismi di scelta dei parlamentari basterebbe chiedere agli elettori di non votarli.

Tra le critiche alla legge attuale c’è anche la richiesta di reintrodurre premi di maggioranza più o meno forti, in sostanza abbandonando la parte proporzionale. Su questa posizione convergono quanti pensano che gli elettori debbano comunque accettare le scelte dei ceti dominanti e quanti pensano che di fronte alla crisi dei partiti tradizionali la maggioranza se non c’è va prodotta con accorgimenti elettorali. Anche se il voto di alcuni finisce col valere due o più volte quello di altri.

Unica via per tentare di superare la sfiducia degli elettori è avere un Parlamento rappresentativo degli elettori, sia per eletti scelti dai cittadini, sia per aderenza al corpo elettorale. Continuare a dipingere come inciucio la ricerca trasparente di una mediazione politica apre una prateria a chi vuole imporre le proprie scelte. Per questo occorre che il nuovo Parlamento si impegni ad approvare una legge elettorale seria, duratura, tale da produrre un confronto tra proposte, non la terra bruciata di questa campagna elettorale.

Il centrodestra ha la responsabilità di avere approvato il porcellum. Il centro sinistra di non averlo cambiato quando vinse le elezioni del 2006. Se anche la pressione della legge di iniziativa popolare, per la quale col Coordinamento per la democrazia costituzionale stiamo raccogliendo le firme, non sarà sufficiente, resterà solo il referendum abrogativo di questa legge elettorale. Nell’immediato, il 4 marzo occorre votare ed è importante non votare per chi ha la responsabilità di questa legge elettorale, così la situazione potrebbe riaprirsi.

*vicepresidente Coordinamento per la democrazia costituzionale

Carceri, la riforma lasciata a metà che scontenta tutti

Riforma a metà, sulle carceri. Ieri il governo ha varato tre decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario, la legge che nelle ultime settimane ha raccolto sostegni entusiasti (norme civili che favoriscono il reinserimento dei detenuti) e critiche durissime (legge svuotacarceri che finirà per aiutare anche i mafiosi). “Lavoriamo innanzitutto con l’obiettivo che il sistema carcerario contribuisca a ridurre il tasso di recidiva da parte di chi è accusato o condannato, per favorire il reinserimento nella società”, ha dichiarato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

I tre decreti riguardano lavoro, giustizia minorile e giustizia riparativa. Il via libera al decreto complessivo che ridisegna l’ordinamento delle carceri è rinviato al prossimo Consiglio dei ministri.

Delusi i vertici dell’associazione Antigone, che speravano in un’approvazione rapida anche delle misure alternative al carcere, che invece sono tra quelle rimandate: “Ha vinto la tattica e la preoccupazione elettorale. Si è sprecata un’occasione storica per riformare le carceri italiane”, ha affermato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. “Poteva allargare il campo delle misure alternative alla detenzione, la cui capacità di ridurre la recidiva e dunque di garantire maggiore sicurezza ai cittadini è ampiamente dimostrata”.

Di segno opposto le proteste di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili: “Il pericolo dell’uscita di tanti boss dal regime speciale del 41 bis, paventato dal magistrato Sebastiano Ardita, esiste eccome. Il governo ripensi bene alle stragi del 1993 mentre firma i decreti attuativi per la salvaguardia dei diritti dei carcerati. Ci sono anche i nostri di diritti, quelli della certezza della pena per il torto che abbiamo subito”.

Critiche anche dall’Anft, l’Associazione nazionale funzionari del trattamento, la quale sostiene che la riforma aumenterà il lavoro in carcere degli educatori che si occupano della risocializzazione dei detenuti e dunque ne peggiorerà la qualità. Dura anche Emanuela Piantadosi, dell’Associazione vittime del dovere. Fa osservare che i sostenitori della riforma dicono che la recidiva, cioè il ritorno a delinquere, è inferiore tra chi sconta pene alternative, rispetto a chi resta in carcere: “Ma non è vero, i dati sulla recidiva sono incerti e opinabili e la stessa amministrazione penitenziaria non dispone di dati aggiornati, corretti ed esaustivi. Dunque ci impongono una riforma disegnata sulla base di dati non certi”.

Anche i magistrati si dividono sul tema. Contrario fin dall’inizio alla riforma, con motivazioni tecniche, è Sebastiano Ardita, ex direttore dell’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e oggi procuratore aggiunto a Catania, il quale segnala il pericolo che l’allargamento delle misure alternative al carcere finisca per arrivare anche ai condannati per mafia detenuti al 41 bis, il carcere duro. Contrario anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.

Favorevoli invece il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Eugenio Albamonte ed Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore di Milano, che consiglia la lettura dell’articolo sull’argomento uscito due giorni fa sul Corriere della sera, firmato da Luigi Ferrarella: “È una serrata critica alle approssimazioni, inesattezze e demagogici allarmi, alla cui diffusione purtroppo contribuiscono anche alcuni magistrati”.

Favorevole alla riforma anche Piergiorgio Morosini, membro del Consiglio superiore della magistratura, il quale ha spiegato l’altro ieri sul Fatto quotidiano che “la riforma non è per i boss”, perché non scatta alcun automatismo per “l’apertura a percorsi riabilitativi extra-carcerari a categorie di detenuti prima escluse”, come i condannati per partecipazione, con ruolo minore, ad associazioni criminali che “bordeggiano ambienti mafiosi”: a decidere sarà pur sempre “il magistrato di sorveglianza che si avvale del parere del procuratore distrettuale”. E comunque la possibilità di pene alternative è in ogni caso “preclusa a tutti i detenuti per reati di mafia e terrorismo”.

Ardita si sottrae a nuove polemiche e non vuole aggiungere altre dichiarazioni. Ma spiega come le nuove norme siano ambigue – forse volutamente? – perché se non si applicano ai detenuti al 41 bis sono inutili, perché già ora è così; se invece si applicano, allora un buon numero di detenuti al 41 bis usciranno dal regime speciale: “Le nuove norme mettono una bomba nel sistema”.

Alberi strapagati? Ex manager al gup: “Motivi di urgenza”

“Il responsabile della fase esecutiva di Expo comunicò rischi concreti sulle tempistiche in caso di gara per il verde”. È una delle argomentazioni con cui l’ex manager di Expo Angelo Paris ha difeso in udienza preliminare l’affidamento diretto, senza gara, della fornitura di 6.000 alberi. Appalto per cui è imputato per abuso d’ufficio insieme all’ex commissario unico Giuseppe Sala. Tale affidamento alla Mantovani è contestato dalla Procura generale perché costato a Expo 4,3 milioni di euro, ben più degli 1,7 di costo in vivaio delle piante. Paris ha sostenuto davanti al gup che “il prezzo fu una negoziazione tra due parti di cui una, Expo, in condizione di urgenza operativa” e che fu garantita la “qualità del verde”. Per il suo legale Luca Troyer fu evitato il rischio “spelacchio”, con riferimento all’albero di Natale romano. Agli atti del procedimento l’accusa ha fatto acquisire anche 50 faldoni di verbali dei cda di Expo. L’udienza preliminare, che vede imputate altre quattro persone e due società, potrebbe concludersi il 22 marzo. In caso di rinvio a giudizio di Sala, questa tranche principale potrebbe essere riunita al processo in corso che vede il sindaco di Milano imputato per falso.

Ora inventano un “patto” contro renzi

Il Foglio ieri ha schierato sul fronte Consip Giuliano Ferrara come difensore della democrazia e Annalisa Chirico come cronista giudiziaria. Entrambi fuori ruolo, non hanno dato grande prova. Passiamo sopra il Ferrara che straparla di “giornalino scandalistico” e accusa il Fatto

di “imputare al governo e a suoi ministri le rivelazioni del segreto investigativo di cui la lobby (giudiziario-mediatico militare, ndr) era direttamente responsabile”. Come se gli scoop del Fatto del 21-23 dicembre 2016 giustifichino ex post le soffiate istituzionali sull’indagine avvenute ben prima.

Leggere Ferrara che spara contro il “rutto giustizialista” fa sorridere. Non si possono insegnare la buona creanza e il buon giornalismo a un 66enne che a 30 anni accettava le buste gialle piene di soldi della Cia e poi se ne vantava. Non si può aprire un dibattito su giornali e inchieste con uno che non si è degnato di rispondere ai pm su quei 500 milioni di vecchie lire che Tanzi disse di avergli consegnato proprio per Il Foglio.

La performance del Ferrara a difesa della Costituzione fa l’effetto di un nano che si finge acrobata. Sul pezzo della giovane Chirico vale invece la pena di spendere due parole. La tesi esposta tra le righe è che ci sarebbe stato un patto di Natale nella sera del 20 dicembre 2016 nella caserma dei Carabinieri del Noe a Roma, subito dopo l’interrogatorio dell’ad di Consip Luigi Marroni, tra il pm romano Paolo Ielo e i pm napoletani Woodcock e Carrano, par di capire ai danni del povero Renzi. Il pezzo insinua un ruolo “a tinte fosche” dei pm romani e mette in sequenza la presenza di Ielo e Woodccok nella caserma per chiedersi chi fosse il regista della fuga di notizie a beneficio del Fatto. La cronista del Foglio interpella il pm Palazzi e “lo sventurato” rispose: “Sì Ielo li raggiunse”. All’origine del pezzo del Foglio sembra esserci un equivoco: la presenza di Ielo quella sera non è una rivelazione strappata a un pm incauto ma un dato stranoto che Palazzi conferma alla cronista. La sensazione è che invece Annalisa Chirico lo ritenga uno scoop. Di più: la chiave di volta del suo teorema che a ben vedere coincide con quello del suo estimatore Matteo Renzi. Il teorema descritto nel libro “Avanti” del leader Pd, accarezzato da Repubblica ma purtroppo farlocco, è quello del collegamento tra il pm Woodcock, i carabinieri del Noe e il Fatto.

Il pm Palazzi ci mette del suo quando risponde con toni poco garantisti su Woodcock. Invece di dire “abbiamo fatto un grande errore e dovremmo chiedere scusa a lui e alla Sciarelli”, Palazzi descrive la pessima figura della Procura di Roma come una sorta di “insufficienza di prove”. Messa in cascina la mezza conferma alla sua tesi infondata, la cronista veste da scoop un fatto stranoto e ne stravolge diametralmente il senso. A detta della Chirico nessuno vuol parlare della presenza di Ielo perché non conviene. Eppure è noto a tutti almeno dal 29 giugno 2017 quando ne scrisse La Verità e lo si può leggere on line su Dagospia.

In quel pezzo c’è scritto anche che Ielo non è intervenuto in danno di Renzi. Anzi. Se si vuole proprio dare una lettura “politica” a scelte “tecniche” dei pm romani, Ielo è intervenuto in favore di Renzi per frenare l’azione dei pm napoletani. Altro che patto. Quella sera ci fu uno scontro tra Ielo e i pm di Napoli che volevano perquisire Tiziano Renzi perché i verbali di Marroni e le intercettazioni di Russo con Romeo lo tiravano in ballo. Per questa ragione i pm erano saliti a Roma. Non per concordare patti di Natale o per passare notizie a chicchessia. Pensavano semplicemente fosse necessario accelerare perché l’inchiesta era stata trafitta da varie fughe di notizie, talvolta a favore proprio di Tiziano.

L’indagine Consip quella sera del 20 dicembre 2016, proprio dopo l’incontro tra Ielo e Woodcock, prese una piega in favore di Matteo e Tiziano. La Procura di Napoli si lasciò influenzare dalla Procura di Roma e Tiziano Renzi non fu mai perquisito. Anche per scelta dei pm di Roma, da allora il suo telefonino non è stato mai preso e analizzato come è stato fatto dai pm di Napoli con quello di chi scrive. Nonostante i pm sapessero bene che Tiziano usava Whatsapp per le comunicazioni più delicate, in primis quelle con il figlio Matteo. O forse proprio per quello.

Il Foglio mette nei guai il pm: intervista a Palazzi su Consip

Un sasso cade nel bel mezzo dei corridoi della Procura di Roma. Viene lanciato dalle colonne del Foglio, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa, dove vengono riportate – in un articolo titolato “La notte in cui Consip è diventata politica” – alcune affermazioni del magistrato capitolino titolare dell’inchiesta ereditata dalla Procura di Napoli, Mario Palazzi. La cronista Annalisa Chirico ricostruisce quanto avvenuto “la lunga notte del 20 dicembre 2016”, quando l’ex ad di Consip, Luigi Marroni, risponde, prima ai carabinieri del Noe e poi ai pm napoletani che gli chiedono perché abbia fatto rimuovere le microspie nel proprio ufficio: “(…) Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente della fiorentina Publiacqua, ndr), dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Ferrara, e da Luca Lotti di essere intercettato”.

Dopo aver messo a verbale queste parole, già quella notte era evidente che, con le future iscrizioni nel registro degli indagati (Lotti e i generali Del Sette e Saltalamacchia saranno accusati di rivelazione di segreto e favoreggiamento), l’inchiesta sarebbe dovuta passare a Roma per competenza. La sera del 20 dicembre 2016, inoltre, il procuratore aggiunto Paolo Ielo raggiunge nella sede del Noe di via Aurelia, a Roma, il collega napoletano Henry John Woodcock che lo informa di quanto avvenuto. È questo l’incontro alla base della “storia che nessuno racconta – scrive il Foglio –. Non per oscure ragioni ma perché, banalmente, non conviene”. Insomma nessuno ha voglia di parlare del “patto di Natale”, come viene definito dal quotidiano, dove è scritto che quell’incontro è stato svelato dal pm Palazzi. Eppure la stampa ne aveva già abbondantemente parlato. Giacomo Amadori, per esempio, ne ha scritto in tre articoli pubblicati su La Verità il 29 giugno, l’8 e il 9 luglio 2017. In uno di questi racconta anche i dettagli della cena (come i nomi dei commensali) alla quale il 20 dicembre 2016 stava partecipando Ielo e che dovette abbandonare per raggiungere Woodcock. Alla cena era presente anche il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che venne informato.

“La ricostruzione di quella sera è chiara a tutti – avrebbe detto Palazzi – Scafarto porta Marroni in caserma, lì arrivano Woodcock e Carrano”. “E se le dico che quella sera in via Aurelia arriva anche Ielo?”, chiede la cronista. E il pm: “Lo so bene”. La Chirico aggiunge: “Le era sfuggito?”. “Ma no, l’istruttoria era stata chiusa e Woodcock gli disse: ho una bomba che vi dovete gestire voi. Così Ielo li raggiunse. Sono rapporti informali improntati al principio di cooperazione”.

Queste affermazioni adesso potrebbero rappresentare una grana per la Procura di Roma. Dopo la rassicurazione che non si sarebbe trattato di un’intervista, sul Foglio sono finite le parole di un pm che parla di una propria indagine. “Dottoressa, non vedo l’ora di tornare a occuparmi degli Spada a Ostia. So’ più semplici perché in quel caso sai chi sono i buoni e chi i cattivi. Qui è un verminaio senza fine”, avrebbe detto Palazzi. Sull’archiviazione del pm Henry John Woodcock e della conduttrice di Chi l’ha visto? Federica Sciarelli, accusati inizialmente di essere la fonte dietro gli scoop di Marco Lillo su Consip, Palazzi dice: “Abbia battuto una pista ma senza individuare elementi sufficenti”.

Dopo l’articolo di ieri, la Procura generale di Roma – competente a fare un eventuale segnalazione disciplinare alla Procura generale della Cassazione – non ha preso alcuna iniziativa. Per alcuni addetti ai lavori non ci sarebbero gli estremi: Palazzi parla di fatti noti (l’incontro Woodcock-Ielo era già finito sulla stampa). E negli uffici della Procura si coglie non poca amarezza “per un’intervista non autorizzata”.

“Astenersi è inutile” Libertà e Giustizia scrive la guida al voto

Libertà e giustiziapubblica sul suo sito una guida al voto del 4 marzo. Nessuna indicazione sul partito da scegliere alle urne, ma alcune riflessioni per decidere in modo consapevole. “È davvero fortissima – scrive nella prefazione il presidente Tomaso Montanari – la tentazione di non andare a votare, o di annullare il voto. Una delle cause è una legge elettorale così orribile da rigettare anche i più volenterosi. E poi un’offerta politica nel complesso sconfortante e una campagna elettorale che arranca, mille miglia lontana dalle grandi questioni del Paese”. “Eppure – prosegue Montanari – crediamo che non sia tempo di disimpegno. Siamo convinti che chi non partecipa al discorso pubblico non sia innocuo, ma inutile”. Dunque ecco le ragioni della guida. Un aiuto anche dal punto di vista tecnico: Libertà e Giustizia spiega nel dettaglio il funzionamento del “micidiale” Rosatellum. Poi ci sono i principi che secondo l’associazione devono guidare l’elettore: quelli della Costituzione. Il testo di Liberta e Giustizia illustra e commenta alcuni dei più importanti articoli della Carta. Con la speranza che siano una “bussola” per decrittare i programmi dei partiti, “che possa accompagnare una navigazione che non sarà facile”.

Ema, la sede provvisoria è adeguata: punto per l’Olanda

Nuova puntata della partita Italia-Olanda sull’agenzia del farmaco. Il Consiglio dell’Unione europea ha espresso parere negativo sul ricorso presentato da Milano contro l’assegnazione della sede di Ema ad Amsterdam. Per l’ufficio giuridico del Consiglio Ue, il ricorso milanese è “manifestamente irricevibile”, come si legge nella memoria difensiva depositata presso il Tribunale dell’Unione europea anticipata da La Stampa.

In Italia però si considera “la partità ancora aperta”, come ripetono esponenti di Pd e Forza Italia in un coro bipartisan (a partire dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala). Per l’ufficio legale del Comune il ricorso è “fondato e ricevibile”. L’avvocato Francesco Sciaudone sottolinea che “il Consiglio dell’Ue non può essere considerato l’autore della decisione” sull’agenzia, visto che si è trattato di una scelta presa dagli Stati in sede intergovernativa. E dunque il Consiglio “non può rigettare nulla, non ha il potere di farlo”.

Una delle questioni della disputa riguarda il palazzo che dovrà ospitare la sede di Ema ad Amsterdam. Ieri i membri della commissione Ambiente del Parlamento europeo hanno fatto un sopralluogo nella capitale olandese, per visitare di persona gli spazi messi a disposizione.

Il capo delegazione, l’eurodeputato Giovanni La Via (Ap, gruppo Ppe) ha espresso parere positivo sulla sede provvisoria, Palazzo Spark: “Non ci sono grandi necessità di adeguamenti, all’interno è una struttura già attrezzata: bisogna solo mettere i tramezzi e portare le forniture per le scrivanie, ma ci sono 9 mesi per completare tutto”. Nel frattempo sarà gettata la prima pietra della sede definitiva, Palazzo Vivaldi. Il governo olandese promette di fare in tempo (e garantisce che si farà carico del sovrapprezzo nel costo di affitto): “Rispetteremo i tempi e assicureremo l’operatività dell’agenzia, yes we can, yes we will”, ha promesso il vicepremier Hugo De Jonge.