Di Maio ha la lista: al Lavoro c’è Tridico

Una squadra di governo leggera, con meno di venti nomi. Con molti professori e pochi parlamentari uscenti. Da sgranare pezzo dopo pezzo da qui al 2 marzo, per dare più fiato alla campagna elettorale a 5Stelle, ma anche per darsi il tempo di coprire le ultime caselle e spostare le pedine.

Luigi Di Maio ha quasi completato la squadra di ministri, da presentare prima del voto E i suoi cominciano a soffiare sulle agenzie che manca solo un nome. Ma la tela è un po’ più complessa di così. Di caselle vuote ce ne sono almeno un paio, e poi ci sono ancora ruoli da definire e persone da convincere, magari per migliorare rispetto alle scelte attuali. Però ci sono già dei punti fermi. Ad esempio, i politici saranno una minoranza, piena di dimaiani doc. E allora il ministero della Giustizia andrà al deputato uscente Alfonso Bonafede, il problem solver del M5S, l’avvocato mandato in Campidoglio a rimettere ordine nella giunta Raggi. Compito che svolge assieme a Riccardo Fraccaro, un altro fedelissimo di Di Maio, anche lui in squadra, probabilmente come ministro ai Rapporti con il Parlamento. Mentre un altro deputato, Danilo Toninelli, il terzo della guardia pretoriana del capo politico, è destinato al suo ruolo naturale di ministro delle Riforme. Chissà invece chi sarà il ministro della Meritocrazia: uno dei nuovi dicasteri a 5Stelle, che presenterà anche un ministero ad hoc per Famiglie e bambini.

Innovazioni , per un ipotetico governo dove le donne avranno ruoli di peso. Ce ne sarà una all’Interno, forse un’altra agli Esteri. Poi ci sono i ministeri economici, e qui la partita si fa delicata. I nomi pressoché sicuri sono Pasquale Tridico, docente di Politica economica all’università di Roma Tre, collaboratore di vecchia data del Movimento, e Lorenzo Fioramonti, ordinario della stessa materia all’università di Pretoria, candidato a Roma in un collegio uninominale. Per Tridico è pronta la poltrona di ministro del Lavoro, mentre Fioramonti dovrebbe andare allo Sviluppo economico. Dovrebbe, perché il docente è in corsa anche per un ruolo da sottosegretario a Palazzo Chigi per coordinare le politiche economiche.

Ma la variante principale è il nome per il ministero all’Economia. “Al Mef ci sarà un profilo di livello internazionale”, giurano dal Movimento. Dove lo ripetono senza sosta: “Questa squadra piacerà a Sergio Mattarella”. L’uomo del Colle, da cui dovrà passare il mandato di governo per Di Maio. Che ora pensa anche a un governo di scopo, e che ieri ha lanciato il secondo punto per un accordo di programma dopo il voto, il vincolo di mandato.

Juncker minaccia l’Italia: “Attenzione ai mercati”

Jean Claude Juncker è un caso curioso del racconto politico. Nonostante gli sforzi di presentarlo come Mister Unione Europea, la sua figura pubblica continua a mantenere certe venature da commedia plautina (più l’osteria che il lupanare, se è lecito metterla così). Eppure Juncker – democristiano a lungo premier del Lussemburgo, da dove amministrò un allegro dumping fiscale ai danni dei partner europei – non è un uomo che parli a caso, anche quando, come spesso gli capita, poi si rimangia quel che ha detto.

Ieri, dunque, il presidente della Commissione Ue ha voluto lanciare una pubblica minaccia all’Italia sulla punizione che i famigerati mercati le infliggeranno nel caso voti in modo sbagliato: “C’è un inizio di marzo molto importante per l’Ue. C’è il referendum della Spd in Germania (sulla Grosse Koalition, ndr) e le elezioni italiane e sono più preoccupato per l’esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dei socialdemocratici. Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia”. Assieme all’incertezza in Spagna, col governo di minoranza di Mariano Rajoy sempre più debole, é possibile “una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo, ci prepariamo a questo scenario”.

Ora, a parte il fatto che non esistono governi “non operativi” nella nostra prassi costituzionale, l’accenno all’ira dei mercati è un classico della comunicazione “brussellese” e rinvia, come per l’ira di ogni dio che si rispetti, all’obbedienza. Nella comunicazione politica si traduce nell’acronimo preferito da Margaret Thatcher (che almeno, a differenza di Juncker, vinceva le elezioni): “Tina”, cioè there is no alternative, non c’è alternativa. Juncker spiega agli italiani che non c’è alternativa a lui e ai suoi amici a meno che non vogliano “una forte reazione dei mercati”.

Il premier Paolo Gentiloni non è parso irritato dalle parole del capo della Commissione: “I governi sono tutti operativi, i governi governano. Stasera (ieri, ndr) a Bruxelles tranquillizzerò Juncker. Non sono d’accordo nel vedere queste elezioni come un salto nel buio: il ruolo del centrosinistra di governo è fondamentale, ma non ho paura del baratro”. La “gentiloniana” di complemento, ed europeista a diversi carati, Emma Bonino s’è spinta un passo più in là: “Credo che Juncker guardi la nostra legge elettorale che è proporzionale, fatta apposta perché nessuno ottenga una maggioranza. Noi italiani ci dobbiamo rendere conto che non tutto avviene all’interno del Raccordo Anulare o a sud delle Alpi: gli ambasciatori che stanno a Roma compilano delle note che poi trasmettono ai rispettivi governi. Non è che stiamo facendo una gran figura di serietà”.

Diverse gradazioni di critiche, invece, sono arrivate dal resto del mondo politico: da Forza Italia alla Lega, da LeU (ma non da Pietro Grasso) a pezzi del Pd. A quel punto Juncker ha fatto una mezza marcia indietro con un comunicato: “Le elezioni sono un’occasione di democrazia. E questo si applica anche all’Italia, un Paese a cui mi sento molto vicino. Il 4 marzo gli italiani si recheranno alle urne ed esprimeranno il loro voto. Qualunque sarà l’esito elettorale, sono fiducioso che avremo un governo che assicurerà che l’Italia rimanga un attore centrale in Europa e nella definizione del suo futuro”.

Per capire che le parole che contano sono quelle “dal sen fuggite”, basti ricordare che Juncker ha teorizzato questo modello comunicativo in una lontana intervista allo Spiegel su come funziona il Consiglio europeo: “Noi decidiamo qualcosa, la facciamo circolare e vediamo che succede. Se nessuno fa casino, perché la gente non capisce cosa è stato deciso, allora andiamo avanti passo passo finché non si può più tornare indietro”. E se le cose vanno male? Niente paura: come il nostro spiegò per la crisi greca nel 2011,“quando la situazione si fa seria, bisogna mentire”.

E niente. Insiste: “Mps ha un futuro”

Ora, non vi vuolequi, in questo breve spazio, rifare la storia del complesso rapporto tra il governo Renzi e la crisi bancaria, né quella più piccola dei disastri dello stesso escutivo in rapporto a Monte dei Paschi di Siena. Non si vuole ricordare qui i molteplici “tutto va bene, madama la marchesa”, né la decisione del Rottamatore in capo di affidare la banca senese all’aumento di capitale di Jp Morgan nel luglio 2016 per silenziare la situazione fino a dopo il referendum, né maramaldeggiare sulla cacciata dell’allora ad Fabrizio Viola contrario a quella soluzione poi rivelatasi farlocca fino all’inevitabile (da anni) intervento pubblico. Però, ecco, pur non volendo tornare sui pure evidenti torti e ragioni, siamo sorpresi che il buon Renzi non applichi almeno un elementare principio di cautela. Ci spieghiamo: “Oggi la banca è risanata e investire è un affare. Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare” (22 gennaio 2016); “Lo penso ancora: Mps è un affare” (6 novembre 2016); “C’è stato un momento in cui ho temuto che Mps non avesse più un futuro. Oggi sono certo che lo ha” (ieri a Siena, dove non tornava dal 2013). Ecco, Matteo, non è meglio evitare? D’altronde, Eduardo aveva già spiegato a tutti noi che “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male” (ed è risaputo che non c’è due senza tre).

Laus, da Potenza a Roma passando per la cooperativa torinese “portavoti”

Punta al Senato il politico e imprenditore che nel 2012 era stato contestato dal regista Ken Loach per le misere paghe dei suoi dipendenti. Mauro Laus, nato a Lavello (Potenza) 52 anni fa, per 26 anni a capo della coop torinese Rear fino all’elezione a presidente del Consiglio regionale del Piemonte con il Pd, è in buona posizione per una poltrona a Palazzo Madama.

Nel collegio uninominale di Torino se la vedrà col giurista Giuseppe Mastruzzo (M5S), direttore dell’International University College di Torino dove fu chiamato da Stefano Rodotà, presidente fino al 2014. Tra i due sfidanti i toni sono già molto accesi: lunedì Mastruzzo ha definito Laus “l’epitome del voto di scambio” e, nonostante le scuse, il dem e vertici locali del Pd vogliono querelare il professore scelto da Di Maio.

La poltrona a Palazzo Madama coronerebbe la carriera di Laus, che tanto si è mosso per la candidatura. Può contare su un buon bacino di preferenze, soprattutto nulla nutrita comunità lucana di Torino. Nel 2006 è stato eletto per la prima volta nel consiglio regionale con la Margherita e da allora a ogni tornata elettorale poteva contare tra i settemila e i novemila voti. Un bel successo per chi come lui è arrivato a Torino negli anni Ottanta per studiare mantenendosi come parcheggiatore della Rear, cooperativa di cui è diventato presidente a 24 anni. Da allora la società è cresciuta molto e ha ottenuto appalti e affidamenti per i servizi nei musei, monumenti, teatri e palazzi pubblici. Qui Laus ha creato la sua piccola corte.

Nella Rear lavorava come addetta stampa Maria Grazia Grippo, eletta in consiglio comunale in tandem col segretario provinciale dem Mimmo Carretta nel 2016. Lei, con un trascorso in Alleanza Nazionale a fine anni 90, è stata la portavoce di Laus e mantiene tuttora una collaborazione “per il coordinamento e la supervisione della segreteria del presidente” che le vale 117mila euro l’anno (nel 2017 erano 78.480) a cui aggiunge i gettoni di presenza in consiglio.

Poi c’è un altro dipendente della Rear, Pasquale Santomauro, collaboratore del gruppo Pd per 42 mila euro l’anno e impiegato dell’ufficio di direzione della cooperativa. Sui “costi della politica”, però, Laus sottolinea che sotto la sua guida il Consiglio regionale è diventato “un modello di efficienza da imitare”, scrive sul suo sito. Nonostante ciò la sua candidatura non è piaciuta ad alcuni democratici, anche se pochi la contestano apertamente. Uno di questi è Enrico Sola, esperto di comunicazione che su Facebook ha annunciato di voler restituire la tessera del Pd per alcune divergenze tra cui alcune “inqualificabili” candidature come quella di Laus.

Per molto tempo alcuni “soci lavoratori” della coop hanno protestato contro le paghe da 5 euro l’ora che nel 2011 vennero ridotte e per le proteste alcuni vennero licenziati. Tra di loro c’era Federico Altieri che riuscì a coinvolgere nelle proteste Loach: il regista era stato invitato al Torino Film Festival per il premio alla carriera che rifiutò per solidarietà. Nel 2015 la Corte d’appello ha condannato Rear per i licenziamenti illegittimi e, in un’altra causa, a ottobre ha riconosciuto ad Altieri anche un piccolo risarcimento per la minor retribuzione ricevuta.

Renzi torna a Siena e Arezzo. Ma non si fa vedere in giro

Prima Siena poi Arezzo. Prima Monte dei Paschi poi popolare di Etruria. Ieri Matteo Renzi è tornato sui luoghi dei delitti. Ovviamente quello che è accaduto “è toccato risolverlo a noi” e il responsabile principe è stata “la mancata vigilanza” degli enti preposti. Allontanare dalla campagna elettorale gli spettri delle crisi degli istituti di credito è compito arduo. Soprattutto per il rischio contestazioni. Così il segretario evita Siena, scegliendo un circolo fuori dalla città, e il centro di Arezzo, preferendo per motivi di sicurezza la periferica fiera dove l’incontro viene spostato all’ultimo minuto. Visto mai che qualche risparmiatore di Etruria che lamenta di essere stato truffato dopo aver perso i risparmi a seguito del decreto salva banche, abbia l’idea di contestarlo. All’Arci di Sant’Andrea di Montecchio, dieci chilometri da Siena, il segretario è atteso per le 15.30. La sala è pienissima. Circa 150 persone. Moltissimi pensionati. Non solo.

Al bar c’è Francesco Bonifazi che ancora si lamenta dei mancati versamenti di Piero Grasso al Pd. In prima fila il sindaco uscente Bruno Valentini, nonostante il partito abbia deciso di non sostenenerlo alle prossime amministrative e lui minacci di drenare voti correndo con una lista civica. Al suo fianco il ministro Pier Carlo Padoan aspetta paziente, sperando che il tutto finisca presto.

Lui sta battendo la provincia per la campagna elettorale che lo ha costretto in questo collegio uninominale, facile per il Pd – è una delle pochissime province italiane nelle quali ha vinto il Sì al referendum con oltre il 55% – ma ad alto rischio contestazioni per il bubbone Mps: a ogni incontro pubblico – e Padoan ne sta macinando con diligenza da vecchio Pci almeno venti alla settimana – c’è sempre il timore che si presenti qualche azionista o ex dipendente licenziato o correntista della banca un tempo fiore all’occhiello dell’Italia e oggi diventata carrozzone statale proprio grazie a Padoan.

Lui racconta ogni volta “l’abbiamo salvata” ma il disastro ai senesi è entrato in casa, sanno cosa è accaduto. Poi quadri, sottoquadri, portaborse: lo stuolo partitico delle grandi occasioni attende l’arrivo del segretario che dal lontano 23 maggio 2013 non mette piede in zona. È un evento. O meglio: lo sarebbe se fosse in città. Vicino alla sede di Mps. Dove ieri nel frattempo si svolgeva un cda straordinario della banca convocato per tentare di limitare i danni dell’imminente semestrale: il bilancio del primo anno da banca pubblica ha segnato una perdita di altri 3,5 miliardi peggiore dell’anno precedente (3,24 miliardi) e il rischio è ora non rientrare nei parametri imposti e accordati proprio da e con Padoan. Sarebbero guai seri. Ma si saprà solamente dopo le elezioni.

Nel frattempo il refrain è sulla “nostra responsabilità nel risolvere una vicenda che abbiamo ereditato”, dice Renzi. “C’è stato un momento in cui ho temuto che non avesse più un futuro”, prosegue il segretario, lo stesso che da premier nel luglio 2016 disse “Mps è risanata, investire è un affare” e dopo un anno lo Stato è stato costretto a intervenire diventando socio di maggioranza. Padoan ascolta in silenzio, gli lascia il palco. “C’è stata gente, Padoan in testa, che anziché stare a strillare ha pensato a risolvere il problema”. Il ministro annuisce appena con un impercettibile accenno del capo. Non trapela né soddisfazione né fastidio. E quando Renzi fa per correre ad Arezzo lui lo saluta tirando un sospiro di sollievo, restando a Siena, dove prosegue la sua campagna elettorale battendo realmente il territorio. Il segretario invece va dove un tempo c’era la popolare di Etruria. La patria della sua ministra e ora sottosegretaria Maria Elena Boschi – candidata ben lontano da qui, Bolzano – il cui padre Pier Luigi da vicepresidente della banca è ancora oggi indagato per reati vari: bancarotta semplice, bancarotta fraudolenta, falso in prospetto e accesso abusivo al credito.

Arriva anche qui in ritardo e lo sparuto gruppo di risparmiatori che lo aspettava se ne va, arginato dalle forze dell’ordine e fiaccato da pioggia e freddo. Dentro candidati e simpatizzanti. Anche ad Arezzo la parola d’ordine è “salvare”. In questo caso correntisti e azionisti. Dice. “Non ho fatto sconti a nessuno. La vera responsabilità ce l’ha chi non ha avuto la capacità di intervenire per anni. Noi abbiamo salvato risparmiatori e correntisti. Chi ha sbagliato deve pagare. La responsabilità degli scandali è di una mancata capacità di intervenire in tempo”. La procura di Arezzo, secondo Renzi, ha sbagliato tutto. A suo avviso la colpa è della vigilanza, cioè Banca d’Italia. Quella guidata da Ignazio Visco che lo scorso dicembre in commissione parlamentare raccontò che Renzi gli chiese di parlare di alcune banche ma “gli risposi che di vigilanza parlo solo con il ministero del Tesoro”. Deve proprio averla presa male.

Attacco hacker a Lega e Salvini: divulgate oltre 70mila e-mail

Siti internetbloccati e migliaia di indirizzi mail degli iscritti divulgati. È quanto successo ieri ai portali online della Lega e di Matteo Salvini, finiti sotto attacco degli hacker di Anonymous Italia. Il gruppo di informatici è riuscito a prendere il controllo dei siti, dove hanno postato un’immagine del leader della Lega camuffato da maiale, con la bandiera di Casapound e una croce celtica. Gli hacker hanno anche divulgato oltre 70.000 indirizzi mail degli iscritti ai blog, lasciando un messaggio sui siti: “Salvini, vuoi diventare il premier della Nazione, ma a causa della tua incompetenza, nemmeno gli iscritti al tuo blog possono stare tranquilli. La vostra politica è fallimentare sotto ogni punto di vista, avete rubato puntando su menzogne, e dimostrandovi peggiori di quelli che dovevate sostituire e per questo motivo abbiamo deciso di rendere pubbliche più di 70.000 email dei tuoi iscritti, perché voi capiate che la sicurezza alla quale dovete fare attenzione non è solo sulle strade, ma anche in rete”. L’attacco è terminato dopo qualche ora e i siti sono poi tornati regolarmente online.

“Ho rinunciato ai soldi di Veronica”. Lei: “Non ne so nulla”

Il divorzio tra Veronica Lario e Silvio Berlusconi si trascina anche a mezzo stampa. Mercoledì sera il leader di Forza Italia, ospite a Otto e mezzo, si era detto pronto a rinunciare ai 46 milioni di euro che l’ex moglie le deve restituire, in risarcimento di parte degli assegni di mantenimento non dovuti dopo il divorzio. “Le ho detto che non mi doveva niente – ha dichiarato Berlusconi – ma la signora, su consiglio del suo terribile avvocato, ha voluto fare ricorso contro al decisione del giudice”. Circostanze smentite subito dalla diretta interessata: “Non è vero che il mio ex marito mi ha detto di essere disponibile a rinunciare alla restituzione degli assegni che mi ha versato nel corso del divorzio”. Ieri Berlusconi è tornato sull’argomento, ospite di Circo Massimo su Radio Capital, confermando la propria versione dei fatti: “O Veronica Lario mente o i suoi avvocati non le hanno riferito quello che i miei legali le hanno proposto. Noi saremmo lieti di chiudere tutte le nostre vicende senza avere neppure più un euro dalla signora Veronica”.

“Qui la patonza deve girare”. “Droga in auto? Di’ che te l’han rubata”

Ecco alcuni stralci del capitolo “Pronto Silvio?” sugli scandali dei festini chez Silvio.

Il 10 ottobre 2008, pochi giorni prima di portargli Patrizia D’Addario a Palazzo Grazioli, il pappone barese Gianpi Tarantini commenta con il premier B. un altro festino particolarmente riuscito.

Berlusconi: Ieri sera bene mi sembra?

Tarantini: Bene, una bellissima serata, perché eravamo pochi, tranquilli, poi eravamo stanchi pure.

B: Sì forse per tutte quelle… son troppe. Al massimo averne due a testa, però adesso voglio che abbia anche tu quelle tue, altrimenti mi sento in debito… Scusa portale per te che poi io mi porto le mie.

T: Va bene.

B: Poi ce le prestiamo… Insomma la patonza deve girare…

Fine ottobre 2010. Karima El Marough, detta Ruby, si confida con il padre.

Ruby: Silvio ha detto al suo avvocato: ‘Dille che le pagherà il prezzo che vuole, l’importante è che lei chiuda la bocca, che neghi tutto… Che io non ho mai visto una ragazza di 17 anni.

Nello stesso periodo, Ruby parla con l’amico Sergio Corsaro.

Ruby: Non siamo preoccupati per niente perché Silvio mi chiama di continuo. Mi ha detto ‘cerca di passare per pazza, racconta cazzate’.

Ruby al telefono con Antonio Passaro, suo amico.

Passaro: Come lo chiami?

Ruby: Papi. Noemi è la pupilla, io sono il culo.

Il 16 ottobre 2010 Ruby parla al telefono con la sua amica Poliana.

Ruby: Il mio avvocato mi ha detto: ‘Ruby dobbiamo trovare una soluzione. È un caso che supera quello della D’Addario e quello della Letizia (Noemi, nda).

Il 17 gennaio 2011 Imma De Vivo commenta con la gemella Eleonora lo stato di forma di B. dopo l’ultima festa.

Imma: L’ho visto un po’ out. Ingrassato. Imbruttito. L’anno scorso stava più in forma. Adesso sta più di là che di qua… deve solo sganciare. Speriamo che sia più generoso. Io non gli regalo un cazzo.

Negli stessi giorni, Nicole Minetti si sfoga contro B. con la sua segretaria.

Minetti: Un vecchio, un pezzo di merda e basta… un culo flaccido.

Il 3 agosto 2010 Ramirez Della Rosa, fidanzato di Marystelle Polanco, viene arrestato per spaccio di droga: la polizia lo ferma a bordo della Mini Cooper della ragazza, che l’ha avuta in prestito dalla Minetti. L’uomo viene trovato in possesso di oltre 12 chili di cocaina, di cui 3 nascosti nell’appartamento della compagna, in via Olgettina. Nicole racconta tutto a un’amica.

Minetti: Questi sono scemi, guarda in che guaio mi trovo. E Berlusconi e Mora non si prendono a cuore la faccenda… Una cosa molto pesante.

Il 5 agosto 2010 Nicole Minetti, in vacanza alle Seychelles, riceve una preoccupatissima telefonata da Barbara Faggioli. Barbara riferisce che “lui” (B.) l’ha chiamata e le ha detto: “Di’ alla Nicole di fare subito una denuncia per la sua macchina, la sua Mini”. Cioè di fingere di aver subìto il furto dell’auto, per allontanare i sospetti di traffico di droga del fidanzato della Polanco e depistare le indagini della Polizia. Marystelle ha pensato a uno scherzo e si è beccata una lavata di capo dal presidente del Consiglio, che invece parla sul serio. Il premier dà poi lo stesso suggerimento alla sua consigliera regionale Minetti, sempre più infuriata sia con la Polanco sia con B. che sembra lavarsene le mani.

Minetti: Una reazione così? A me? Cioè, voglio dire, sono la prima che se lui ha bisogno alle due del mattino, mi catapulto sai tu dove e non chiedo niente!

Sanità, tasse, migranti, lavoro. Il decennio nero dell’Italia – Tutti i disastri di B.

Domani esce nelle edicole e poi nelle librerie il nuovo libro di Marco Travaglio: B. come basta!

(ed. Paperfirst, pp, 389, 14 euro), sottotitolo: “Fatti e misfatti, disastri e bugie, leggi vergogna e delitti (senza castighi) dell’ometto di Stato che vuole ricomprarsi l’Italia per la quarta volta”. Anticipiamo alcuni stralci dal capitolo “Quando c’era Lui”.

La lista nera dei disastri dei tre governi Berlusconi (1994, 2001-06, 2008-11) è talmente lunga che, da sola, occuperebbe un paio di Treccani. Ma ora Silvio Berlusconi si ripresenta per la settima volta agli elettori travestito da “usato sicuro” capace, europeista e moderato contro gli “incompetenti”, gli “antieuropeisti” e gli “estremisti”, e trova persino a sinistra chi ci casca o almeno finge di cascarci. Eugenio Scalfari ha dichiarato: “Con Berlusconi al governo le cose sono andate più o meno come andavano con gli altri governi”. Quindi è il caso di riepilogare in estrema sintesi l’inventario dei danni che è riuscito a fare ogni volta che ha avuto la ventura di governarci e noi la sventura di essere governati da lui (…).

Vediamo come, negli anni delle vacche grasse, (non) approfittò della congiuntura favorevole. Salvo poi gridare al golpe e al complotto quando, nel 2011, tutti i nodi aggravati dalla crisi mondiale vennero al pettine.

Il decennio nero. Dai dati del Fondo monetario internazionale risulta che, fra il 2001 e il 2011, il nostro Pil reale pro capite, cioè la ricchezza prodotta da ogni singolo italiano tenendo conto dell’inflazione, sia crollato del 3,1%. La peggiore performance di tutta l’Eurozona, visto che nel Vecchio continente in quel periodo solo l’Italia ha avuto il segno “meno”. Nel decennio, 2001-2011, mentre noi precipitavamo, tutti gli altri Paesi crescevano: dai tedeschi (del 12,9%) ai greci, sì persino i greci. Non solo: se nel 2001 la differenza fra il nostro Pil pro capite e quello tedesco era di 1.610 euro, nel 2011 si era quadruplicata a 6.280 euro. Gli italiani in condizioni di povertà assoluta toccavano la cifra record di 3 milioni e mezzo. E l’occupazione cominciava a calare soprattutto fra i giovani, mentre il Cavaliere non trovava di meglio che produrre più precariato con la legge 30 del 2003. In quel decennio nero, Berlusconi ha governato 8 anni su 10.

La finanza pubblica. Nel 2011 l’ultima manovra della coppia B.-Tremonti lascia un’eredità pesante: misure senza copertura per 20 miliardi di euro. Soldi da trovare entro il 30 settembre 2012 con una riforma – neanche abbozzata – delle agevolazioni fiscali. In alternativa, scatteranno i tagli lineari. Il governo Monti si accolla gran parte del prezzo di impopolarità e trova poi, prelevandoli dai ceti più deboli, 13,4 di quei 20 miliardi, mentre il resto si trascinerà sui governi successivi.

Le tasse. “Meno tasse per tutti” e “Rivoluzione fiscale”. Sono questi gli slogan dominanti di tutte e sette le campagne elettorali berlusconiane. Peccato che poi, una volta al governo, il Cavaliere non sia mai riuscito a rivoluzionare né l’Irpef né tantomeno l’intero sistema tributario. Nel suo secondo governo, l’unico durato l’intera legislatura, la pressione fiscale (cioè l’incidenza delle tasse sul Pil) scende in cinque anni di un paio di decimali, senza che nessuno se ne accorga. Cioè (dati Istat) passa dal 40,1% del 2001 al 39,1 del 2005. Nei tre anni del suo terzo governo, senza una sola misura di austerità per fronteggiare la crisi finanziaria globale, la pressione fiscale aumenta addirittura: dal 41,3 del 2008 al 41,6 del 2011. Altro che “Meno tasse per tutti”: meno tasse solo per gli evasori e i frodatori, beneficati da continui condoni e “scudi fiscali”.

La spesa pubblica. La ragione del mega-flop fiscale è semplice: da quel grande populista che è sempre stato, B. non ha mai voluto ridurre la spesa corrente (come invece ha fatto Prodi), rendendo impossibile qualunque riduzione permanente del carico fiscale. Tra il 1999 e il 2005 (biennio D’Alema-Amato e quinquennio berlusconiano), la spesa per consumi finali della Pubblica amministrazione, dove si annidano i veri sprechi, è salita del 3,3% annuo. E si è fermata solo con il secondo governo Prodi (2006-2008). Vediamo il dettaglio, riassunto di recente da Sergio Rizzo su la Repubblica. La spesa pubblica nel 2001 superava di poco i 600 miliardi, mentre alla fine del 2011 sfiorava gli 800 (797.971), con un aumento monetario del 32,8 per cento e una crescita reale (detratta l’inflazione) dell’8,5: cioè di 62 miliardi. Soldi ben spesi? Vediamo. Di quei 62 miliardi, 57 sono finiti nel capitolo Welfare: per la stragrande maggioranza, pensioni. “Quel capitolo – scrive Rizzo – che assorbiva nel 2001 il 36,1% della spesa pubblica, aveva raggiunto nel 2011 il 40,4%. C’entra di sicuro l’esborso enorme per l’assistenza causato dalla crisi. Ma è incontestabile che la fetta più rilevante di quei 57 miliardi abbia a che fare con l’incremento della spesa previdenziale. Per giunta, mentre il conto per le pensioni saliva in modo inarrestabile, la spesa per l’istruzione si riduceva del 10,2%: 7 miliardi e mezzo reali svaniti. In quei dieci anni si è dunque investito sugli anziani disinteressandosi dei giovani”. Poi ci sono i soldi buttati. Per esempio in spese militari, aumentate del 35,2%, mentre quelle per la cultura scendevano del 31,7.

Debito pubblico. Il sedicente risanatore della finanza pubblica non ha fatto che aumentare vieppiù il debito pubblico: + 539 miliardi, quasi tutti merito suo. Per fortuna, il tanto deprecato euro, nello stesso periodo, faceva scendere gli interessi sui titoli di Stato di quasi 18 miliardi reali. Sanità. Nel secondo governo Berlusconi il finanziamento al fondo sanitario nazionale esplode dai 71,3 miliardi del 2001 ai 93,2 del 2006 (da allora salirà in 10 anni di soli altri 20 miliardi). Motivo: le esigenze di rigore per l’ingresso nell’euro si sono esaurite e i bassi tassi di interesse consentono di aumentare i fondi alla sanità pubblica (e privata convenzionata, letteralmente scoppiata soprattutto nelle regioni governate dal centrodestra). Ma quella stagione, e ancor di più quella del terzo governo Berlusconi, verranno ricordate per ben altre ragioni: il fallimento del federalismo sanitario (voluto sia dal centrosinistra sia dal centrodestra), che avrebbe dovuto responsabilizzare le Regioni dando loro un budget e precisi standard da rispettare (i Lea: livelli essenziali di assistenza). Invece non funzionerà mai. Anzi – come spiega l’economista Gilberto Turati, specialista di politiche sanitarie dell’Università Cattolica di Roma – sotto Berlusconi si afferma il principio che, “per garantire i Lea, serve almeno la spesa dell’anno precedente, così le regole di fatto incentivano le Regioni a spendere sempre di più”. Così, per ingrassare le clientele e le mafie sanitarie, si taglia selvaggiamente sul sociale. Dal 2008 e al 2011 il fondo per le politiche per la famiglia passa da 346,5 milioni (2008) a 52,5 (2011), quello per le politiche giovanili da 137,4 milioni a 32,9, quello per la non autosufficienza che finanzia l’assistenza ai malati più gravi da 300 milioni a zero.

Scuola, università e grandi opere. Le “riforme” berlusconiane dell’istruzione pubblica, targate Letizia Moratti (2003) e Maria Stella Gelmini (2008), improntate a una filosofia “privatistico-confindustriale”, suscitano ostilità quasi unanimi di insegnanti, studenti e famiglie, senza risolvere i problemi principali del settore, anzi aggravandoli. Il terzo governo Berlusconi, poi, completa l’opera tagliando il fondo per il finanziamento ordinario dell’Università dai 7,4 miliardi del 2008 ai 6,9 del 2011. Tornerà sopra i 7 miliardi soltanto nel 2014.

Quanto invece alle inutili opere faraoniche, l’asso nella manica di Berlusconi, la Legge obiettivo, si è rivelata un disastro epocale per il bilancio pubblico. Avrebbe dovuto velocizzare la realizzazione delle infrastrutture garantendo prezzi certi? Ebbene, a fine 2011 risultavano ultimati appena il 10% dei lavori previsti, con i costi ovunque esplosi. Senza contare alcuni regalini maleodoranti tipo quelli gentilmente offerti dalla vicenda della corruzione al Mose di Venezia. Omaggi che, secondo uno studio del governo Monti, avrebbero fatto salire la spesa per gli appalti pubblici perfino del 40%.

Immigrazione. Il Berlusconi che oggi tuona contro l’immigrazione sparando cifre a casaccio (“È una bomba sociale: 630 mila clandestini”), è lo stesso che nel 2011 deliberò la partecipazione dell’Italia alla guerra in Libia contro il suo amico e compare Gheddafi, cedendo alle pressioni di Obama, Sarkozy e Napolitano, con il conseguente aumento esponenziale degli sbarchi. Ma non solo: porta la sua firma, oltreché i voti di FI, An e Lega Nord, la più grande sanatoria di immigrati “clandestini” o irregolari (circa 800 mila domande, di cui 694.224 accolte, nel solo 2002, in concomitanza con l’approvazione della legge Bossi-Fini). Nel 2003 è il governo Berlusconi a sottoscrivere senza batter ciglio la Convenzione europea detta “Dublino II”: chi sbarca in Italia resta in Italia. Nel 2009 il terzo governo B., sempre con i voti della Lega, vara una seconda mega-sanatoria di immigrati irregolari (294.744 domande accolte).

Le leggi vergogna.Che faceva Berlusconi mentre l’Italia andava in malora? Si occupava dei fatti suoi, con un’attenzione e una competenza davvero degni di miglior causa. Per scongiurare i due pericoli che nel 1993 l’avevano portato a creare Forza Italia: il fallimento delle sue aziende e la galera. Con una raffica di leggi vergogna da brivido. Noi qui riassumeremo soltanto le 60 che hanno portato vantaggi a lui, ai suoi cari, ai suoi amici (e amici degli amici mafiosi), ai suoi coimputati e alle sue aziende. Nei quattro settori chiave della giustizia, del fisco, della televisione e degli affari. Tutte leggi mai previste dai programmi elettorali di Forza Italia, o della Casa delle Libertà, o del Popolo delle Libertà, dunque mai votate dai cittadini. Infatti non riguardano tutti noi: riguardano soltanto lui e pochi altri fortunati vincitori.

Il caso Waterclosed

Ieri un noto malvissuto di nome Giuliano Ferrara, già spia prezzolata della Cia e giullare di tutte le corti più malfamate della storia repubblicana, da Craxi a Squillante, da Berlusconi-Previti-Dell’Utri-Verdini fino al Giglio Magico, sull’house organ del suo condominio denominato Il Foglio e mantenuto per anni e anni a suon di milioni da noi contribuenti, ha tentato di infangare il nostro giornale per due evidenti motivi: non avendo mai avuto lettori, non si capacita del fatto che altri ne abbiano; non avendo mai avuto un’etica, non si dà pace del fatto che altri ne abbiano una. Il pretesto della sua ultima secrezione di liquami è l’inchiesta della Procura di Roma sulla fuga di notizie di Consip: non quella devastante dell’estate 2016, quando quattro fedelissimi di Renzi (Lotti, Vannoni, Del Sette e Saltalamacchia) sono accusati di aver avvertito gli indagati sulle indagini e sulle intercettazioni, inducendoli a rimuovere cimici, a smettere di parlare al telefono e a sospendere le trattative tangentizie e a salvarsi da guai peggiori. Ma quella innocua del 21-22 dicembre 2016: lo scoop di Marco Lillo sulla perquisizione del Noe alla Consip e la testimonianza dell’ad Luigi Marroni che svelava le quattro talpe istituzionali. La prima fuga di notizie rovinò l’indagine di Napoli su manovre e mazzette per truccare un appalto Consip da 2,7 miliardi, il più grande d’Europa. La seconda non ebbe conseguenze, se non rendere pubblica un’indagine già nota agli indagati (grazie alle talpe istituzionali) e ormai impossibile da nascondere (la sede della Consip invasa dai carabinieri sotto gli occhi di centinaia di dipendenti).

Ora alcuni giornali, prima Repubblica (che “bucò” la notizia) e poi il Foglio (il Minculpoppino del renzusconismo) ripartono rispettivamente in tromba e in trombetta sul presunto “golpe” Noe-Woodcock-Fatto che alla vigilia di Natale 2016 avrebbe tentato di disarcionare Renzi: una panzana a cui non crede neppure più Renzi, che si era già dimesso dopo il referendum perso il 4 dicembre. Ma Ferrara, impermeabile ai fatti almeno quanto alla morale, non bada a questi dettagli. E s’inventa il “tentativo di colpire e affondare, con mezzi spregevoli e illegali, il premier (che era già Gentiloni, ndr) e i suoi ministri Renzi (che si era dimesso 18 giorni prima) & C”. La Spectre è “una lobby giudiziario-mediatico-militare che fa ricorso a ogni mezzo per correggere in modo fraudolento verbali di interrogatorio (cosa mai accaduta, ndr), costruendo un’inchiesta sugli appalti pubblici in modo da incolpare presidenti (che non lo erano più, ndr), ministri, familiari e privati”.

Il tutto usando “un giornaletto scandalistico di pronto servizio”, cioè il Fatto che diede il buco a tutti i giornaloni su una notizia vera ed enorme, “per imputare al governo (che non c’era più, ndr) e ai suoi ministri le rivelazioni del segreto investigativo… con l’esplicito intento di scardinare il vertice dell’Arma (infatti Del Sette, appena indagato, fu confermato da Gentiloni, ndr) e del governo (che non c’entrava niente, ndr)”. Il nostro garantista alle vongole, che scambia ipotesi investigative pericolanti per sentenze definitive, mostra “la regina delle prove, la pistola fumante” del “golpe Scafarto”, che è peggio del “Watergate e del Piano Solo”: alcuni messaggi whatsapp fra il capitano Scafarto e due colleghi sull’imminente scoop di Lillo. Naturalmente non c’è nessuna pistola, tantomeno fumante, ma solo dei pistola che non sanno neanche leggere le carte: se un cronista chiama gli investigatori (mai Scafarto) per verificare una notizia, è ovvio che quelli sappiano che si sta occupando della notizia. Molto meno ovvio che gliel’abbiano data loro. Ma il pistola sentenzia che Scafarto è stato “preso con le mani nel sacco nell’esercizio sovversivo di abbattere un governo con la frode e la gogna” (sempre il governo Renzi che si era già abbattuto da solo).

Ora, siccome il tempo, diversamente da Ferrara, è galantuomo, attendiamo che evapori anche questo Piano Sòla, questo caso Waterclosed, come già quello delle talpe Woodcock & Sciarelli. Se però Ferrara, esperto in fughe di notizie dai tempi della Cia, vuole approfondire il tema, non ha che da leggere l’articolo sotto il suo: un’intervista al pm romano Mario Palazzi che indaga su Consip e fughe di notizie, cioè all’ultima persona al mondo che dovrebbe parlarne. Invece si confida amabilmente con la cronista del Foglio sulla “valanga di materiale probatorio” e persino sulla “triangolazione delle utenze telefoniche fra Woodcock, Sciarelli e Lillo”, a suo dire “riscontrata” ma purtroppo archiviata perché gli “elementi” non erano “sufficienti” (per la verità non esistevano proprio: mai Lillo ebbe notizie su Consip da Woodcock e Sciarelli). Il loquace pm si intrattiene poi col Foglio sugli “scoop del Fatto”, sull’incredibile “arrivo di Woodcock” a Roma per sentire Marroni e sull’inaudito incontro fra Woodcock e il collega romano Paolo Ielo, a cui il pm napoletano stava trasmettendo le carte. Una cosa pazzesca, per il Foglio: “Wodcock e Ielo si riuniscono in una caserma blindata” e intanto “Scafarto informa il solito cronista del Fatto” (non risulta da nessuna parte, ma tutto fa brodo). Infatti il pm Palazzi preferirebbe “tornare a occuparmi degli Spada a Ostia”. Non male, per chi indaga sulle fughe di notizie (altrui). Intanto Woodcock è finito al Csm per aver parlato con una giornalista di Repubblica di un’inchiesta non più sua, difendendo la correttezza del suo lavoro, senza citare i suoi ex indagati. Fortuna che la legge non è uguale per tutti, sennò finirebbe al Csm pure Palazzi. Così Ferrara dovrebbe sventare pure il golpe mediatico-giudiziario romano contro Woodcock e il Fatto. E non se ne riavrebbe mai più.