Sofia è più forte della sfortuna: oro in discesa dopo 6 infortuni

“Mammaaaa, ho vinto l’Olimpiade!”. Sofia Goggia ci ha messo un po’ per realizzare di aver raggiunto il traguardo che ha sempre inseguito, sin da quando era una bambina prodigio o una giovane promessa molto sfortunata. Campionessa olimpica nella discesa di sci alpino: quasi non ci credeva, quando ha tagliato lo striscione d’arrivo con un tempo eccezionale che già faceva presagire il trionfo; e nemmeno sul podio, con la medaglia d’oro al collo che si girava e rigirava fra le mani, la terza per gli azzurri nell’edizione coreana.

L’Italia si porta a casa la gara regina dei Giochi di Pyeongchang. Nessuna donna ci era mai riuscita. Sofia Goggia ha vinto la discesa: “libera” come lei, che è un talento e un personaggio fuori dagli schemi. Il numero uno del Coni, Giovanni Malagò, ha rivelato di averle donato qualche tempo fa un bilanciere da 120 kg, che teneva nei corridoi del Foro italico e da cui la sciatrice era rimasta incantata: “È il regalo più strano che abbia mai fatto a una donna”, ha detto il presidente. Ma lei è diversa: non è una star come Lindsey Vonn, capace di ammaliare tifosi e riflettori anche quando arriva solo terza. Non ha la grazia scandinava della giovane Mowinckel, argento a sorpresa con brivido (9 centesimi di distacco), e neppure l’eleganza delle regine del passato. “Non sarò mai la sciatrice che scende con classe, quando passo faccio rumore come se suonassero mille chitarre. Ma sono così, resto Sofia”. Bergamasca (come Michela Moioli, l’altra olimpionica dello snowboard), ambiziosa, casinista, ipercompetitiva: le dichiarazioni di rito non fanno per lei, la falsa modestia neppure. A 8 anni faceva impazzire i maestri perché voleva gareggiare contro i maschietti. A 21 confidava al suo allenatore di essere la discesista più forte del mondo. Il tempo le ha dato ragione, ma l’ha fatta anche penare. Poco male, per chi ha la sua forza d’animo e si ispira alla sapienza degli antichi. Amat victoria curam, ha scritto sui social network per ringraziare lo skiman Bruno. Ma il suo detto latino preferito è un altro: Ibis redibis non morieris in bello. “Andrai tornerai non morirai in guerra”: l’ambiguo motto della Sibilla per i soldati in partenza, dove il confine tra vita e morte, trionfo e sconfitta, si gioca su una virgola.

Un po’ come la sua carriera. Predestinata e maledetta: ha subìto cinque infortuni in sei anni alle ginocchia, almeno un paio abbastanza gravi da pensare di smettere. Ogni volta si rialzava e ricadeva: dopo la prima vittoria in Coppa Europa nel 2011 la frattura del piatto tibiale, dopo l’exploit del 4° posto ai Mondiali nel 2013 la rottura del legamento che le ha fatto perdere la stagione della consacrazione. “Certe cose non si dimenticano e ho ancora addosso quello straziante dolore”, racconta. Quattro anni fa le Olimpiadi di Sochi le aveva vissute solo da telecronista, alla fine la sua testa dura l’ha avuta vinta. L’anno scorso finalmente è riuscita a esplodere in Coppa del mondo e a Pyeongchang non ha mancato l’appuntamento più importante: la pasticciona famosa per le sue “goggiate” ha sciato come una “samurai”.

A soli 25 anni, con almeno un’altra edizione davanti, ha vinto la discesa olimpica, dove non era riuscita nemmeno Isolde Kostner, e ha già superato il record di podi stagionali che apparteneva a Deborah Compagnoni. Il prossimo obiettivo è riportare in patria la Coppa di cristallo, il trofeo della Coppa del mondo che l’Italia non vince dai tempi di Alberto Tomba. “Quella bambina che a sei anni sulle nevi di Foppolo aveva sognato di vincere le Olimpiadi sarebbe fiera di me”, ha scritto su Facebook oggi che è cresciuta, è diventata donna e campionessa olimpica, ma continua a mostrare al mondo quella linguaccia da bimba impertinente.

Scambiare Placido per Pattavina per rendere Pirandello “proponibile”

Un anno fa ho scritto sulla mirabile interpretazione del Piacere dell’onestà di Pirandello, regia di Antonio Calenda per lo “Stabile” di Catania: protagonista Pippo Pattavina. Più di recente, di un altro ammirevole Pirandello: i Sei personaggi in cerca d’autore, nell’allestimento del napoletano “Teatro Nazionale”, regia di Luca De Fusco.

I due articoli scaturiscono dalla mia religione pirandelliana; e avevano per comune tema il fatto che quasi non si riesce più a veder messo in scena un dramma del filosofo girgentano col rispetto della didascalia e dello spirito; addirittura, del testo stesso. Ciò vale ormai, ben vero, per Shakespeare, Racine, Molière, Goldoni, Cechov; il caso di Pirandello è aggravato dalla presenza di cretini i quali teorizzano esserne il linguaggio, oltre che il concetto, vecchio e improponibile; doversi quindi “svecchiare” tale linguaggio, per “renderlo attuale” e quindi, in sostanza, render così Pirandello proponibile.

E Pattavina di questa teorizzazione è stato vittima; perché lo “Stabile” della sua città ha preferito privarsi di lui piuttosto che di un regista, tale Michele Placido, che i Sei personaggi ha allestito; “svecchiando”, appunto, il testo. Pattavina non ha accettato e ha rinunciato a lavorare; e nessuno lo ha trattenuto. Ciò mi ha particolarmente ferito, giacché speravo che almeno l’orgoglio siciliano intervenisse a difendere il suo sommo drammaturgo; e anche l’orgoglio catanese, essendo la città patria di Angelo Musco, il primo e grande interprete del Berretto a sonagli; e di Turi Ferro, che, con Salvo Randone, è stato il miglior Ciampa degli ultimi decennî.

Pippo Pattavina è uno dei nostri più grandi attori tragici. Gli attori tragici sono sempre grandi attori comici; il reciproco talora non si dà. Ora egli si è concesso il lusso – lo spettacolo è in scena al catanese “Brancati” – di una serata quasi florilegio, una propria antologia. Canta, recita poesie in lingua e in siciliano, comiche e tragiche; e regala tre sketches d’avanspettacolo avendo quale compagno, assai più che spalla, il dotatissimo Santo Pennisi, catanese di Acireale.

Certe scenette dei De Rege noi vecchi le abbiamo viste interpretate da Totò, poi da Walter Chiari con Carlo Campanini; quindi il confronto è intimidatorio come con Randone e Ferro nel “tragico”. Pattavina ha per cifra stilistica l’understatement, un elegante procedere sotto tono; la sua padronanza dei toni vocali – ovviamente recita senza microfono, uno dei pochi rimasti – gli consente quella voce sommessa che gli è propria, ma anche una serie si sfumature timbriche di rara raffinatezza. Così la grassa comicità delle scenette – per esempio la vendita di penne pornografiche: atmosfera anni Cinquanta – diviene talora astratta. Dietro ogni siciliano può esserci un naturale surrealismo, forse inventato da Gorgia da Lentini e poi incarnato supremamente da Pirandello. Di tale surrealismo Pattavina è l’ultimo erede isolano. Egli è un grande anche fuori da Pirandello. Se ho fatto l’auspicio di poter vederlo impersonare il protagonista del Berretto a sonagli (egli mi dice di aver “fatto” solo Fifì e il Delegato Spanò), allo stesso modo vorrei che qualche teatro riallestisse Il malato immaginario con la sua regia, La governante di Brancati, e tanto altro.

Non ne esistono nemmeno registrazioni; e di testimonianze come queste abbiamo bisogno, per memoria storica. Saranno manoscritti messi in una bottiglia, nella speranza che in un improbabile futuro qualcuno li legga.

Basta anche un iPhone per fare Soderbergh

Meglio un Soderbergh con lo smartphone che tanta mediocrità equipaggiata d’eccellenza. Perché alla genialità basta il necessario e il film Unsane “scritto, girato, montato e musicato con tecnologia Apple” non fa che confermarlo. Circondato da attese morbose da parte di un pubblico che non smette di metterlo alla prova, Steven Soderbergh ha superato premesse e promesse, dimostrando ancora una volta di saper utilizzare “il mezzo”, anzi “qualunque” cinematografico come fosse un’estensione di sé. In altre parole, di sapersi meritare il titolo di filmmaker totale, fra i migliori della sua generazione.

Presentato ieri fuori concorso alla Berlinale, “l’iPhone-Movie” Unsane è sulla carta un thriller psicologico, ma a visione fatta è ben altro e oltre: un dramma sul concetto di paura, un horror sui confini della percezione, una “Blue Room” sui labirinti della mente abusata, ma anche sulle disfunzioni del sistema/istituzione che non smette di illudere e deludere i cittadini. Peggio se americani perchè dipendenti da compagnie di assicurazione avvezze alle frodi.

Il grande cineasta di Atlanta torna negli ospedali (The Knick) a parlare di psicosi, nevrosi o presunte tali (Effetti collaterali), di contagi diversamente intesi (Contagion, Mosaic tuttora in corso..) e appunto di ingiustizie a largo spettro che impazzano nel suo Paese (Erin Brokovich, Traffic etc…) ma per la prima volta sceglie “con grande soddisfazione” la miniatura tecnologica, l’iPhone 7 plus (munito all’occorrenza di alcune lenti) quale opzione “del futuro”. Perché questa è oggi la tecnologia migliore a suo avviso “per creare il rapporto più intimo e diretto fra i personaggi sullo schermo e il pubblico”.

E un film che lavora quasi esclusivamente sui processi mentali e sulle relative percezioni non può che aderire al caso. Soderbergh incalza: “Sperimento riprese con iPhone da un paio di anni e finalmente sono arrivato a una forma che mi soddisfa: credo mi sarà impossibile tornare a girare con apparecchiature tradizionali dopo aver provato questa formula. Sarebbe una retrocessione insensata”. Entusiasta come da tempo non lo si ascoltava, il filmmaker dai tanti pseudonimi sembra aver perfettamente superato la crisi che qualche anno fa l’aveva condotto a dichiarare di voler smettere col cinema. “Ho ritrovato la vena creativa lavorando a The Knick e ho capito che in realtà non posso fare a meno del mio lavoro, mi piace infinitamente fare il cinema. Con questo thriller mi sembra di esser tornato teenager”.

Il racconto di Unsane verte sulla vicenda di Sawyer (interpretata dalla brava attrice inglese Claire Foy, la regina Elisabetta di Crown), una giovane donna vittima di uno stalker (l’attore Joshua Leonard, fra i realizzatori di The Blair Witch Project quale raffinata citazione/omaggio a parte di Soderbergh) che sceglie di cambiare città e lavoro per allontanarsi da lui. Ma sopraffatta dallo stress post traumatico si rivolge a una clinica specializzata immaginando di iniziare una terapia di sostegno. Per sua sorpresa, invece, è internata senza possibilità di replica. Da questo momento il film “entra” anche fisicamente nella struttura mostrando l’ambiguità di un delirio: chi è il vero “unsane”? Senza fare spoiler – si rovinerebbe la visione a chi se la gusterà prossimamente anche in Italia grazie alla Fox – si può comunque rivelare che una buona responsabilità è a carico delle frodi assicurative. “Il thriller – spiega uno degli sceneggiatori presenti alla conferenza stampa – si ispira a fatti di cronaca reali, ma è anche parzialmente autobiografico: una volta il dottore mi chiese se avevo mai pensato al suicidio e io risposi di sì, come chiunque nella vita. Lui mi caldeggiò subito un centro riabilitativo. In Usa questo è un business criminale che ha bisogno di pazienti per continuare a esistere, e gli operatori sanitari usano qualunque mezzo pur di lucrare”.

Ma l’opera, girata in due settimane, elabora anche il meccanismo dello stalking e – come derivato – della molestia sessuale finalizzata all’affermazione del potere.

A tal proposito Soderbergh si rivela profondamente sensibile: “L’abbiamo girato in giugno, prima che lo scandalo Weinstein scoppiasse, ma queste tragedie purtroppo esistono da sempre e ritengo fondamentale il cinema se ne occupi. Per quanto mi riguarda sono interessato alle dinamiche di potere e cosa succede alle persone che si trovano intrappolate in un sistema che le abusa. Per questo considero Unsane un vero horror”.

Caso Regeni, i risultati sono “insoddisfacenti”

Una “visione da incubo di una società accecata da odio e paura”. È quella che emerge dal nuovo Rapporto Amnesty International 2017-2018, sui diritti umani in 159 Paesi.

Difficile, secondo i dirigenti dell’ong, tracciare una scala di priorità nelle violazioni, ma le crisi internazionali, dall’Iran al Venezuela, fino allo Yemen non hanno certo aiutato. Caso esemplare quello dei Rohingya, minoranza musulmana oggetto di persecuzione in Myanmar nel corso del 2017. Senza dimenticare come gli attivisti che si battono per i diritti delle stesse minoranze vengono perseguitati: 312 quelli uccisi lo scorso anno, oltre 250 i giornalisti imprigionati, dalla Cina alla Turchia.

Un’attenzione particolare la sezione italiana di Amnesty International, che ieri a Roma ha presentato alla stampa il Rapporto, l’ha dedicata all’Egitto e al caso Regeni, sul quale i risultati ottenuti sono “insoddisfacenti”.

“Siamo lontani dalla verità giuridica – sostiene il portavoce Riccardo Noury – sia per le responsabilità degli inquirenti egiziani che per la scarsa pressione da parte italiana”. Secondo Noury, Roma è debole se sceglie gli interessi economici e commerciali a discapito della verità: “Quello che chiediamo sia al governo uscente che al prossimo è di considerare Giulio come un elemento centrale per l’interesse nazionale dell’Italia”. L’arretramento sul fronte dei diritti riguarda anche il nostro Paese, dove si ripresenta la contrapposizione politica segnata dall’odio e dalla violenza (come gli episodi di Macerata, Palermo e Perugia dimostrano). È stato il direttore generale di Amnesty Italia, Gianni Rufini, a illustrare la situazione: “Ancora nel 2014 era considerato un valore salvare rifugiati, oggi ci troviamo in una dimensione intrisa di razzismo e xenofobia e paura verso migranti, rom, Lgbt, donne e poveri: nessuno si salva”. In occasione della campagna elettorale, Amnesty ha monitorato espressioni di elettori e candidati pubblicate sui social (quindi prive di filtro editoriale); registrate frasi offensive e razziste da parte di esponenti di Lega (50% del totale) e Fratelli d’Italia (27%), mentre il bersaglio principale è rappresentato da migranti (79%), islamici (12%) e rom (5%).

Bibi sul viale del tramonto. Anche Filber “Black box” testimonia contro di lui

L’orizzonte si fa buio ogni giorno di più per il premier Benjamin Netanyahu. La prospettiva che uno dei suoi più stretti collaboratori parli con gli investigatori di Lahav 433 in qualità di “testimone di giustizia” è per “King Bibi” devastante e minaccia di mettere fine al suo regno dopo 12 anni di potere ininterrotto.

L’ondata degli scandali si arricchisce ogni giorno di altre rivelazioni. Shlomo Filber, ex direttore del Ministero delle Comunicazioni, stretto amico e confidente del premier, arrestato con l’accusa di aver favorito la compagnia di telecomunicazioni Bezeq per centinaia di milioni di dollari, ha deciso di modificare la sua testimonianza in cambio della caduta delle accuse contro di lui. Filber è un fedele collaboratore di Netanyahu da oltre vent’anni, gli amici lo chiamano “Black Box”, “scatola nera” per la sua discrezione e impenetrabilità dei suoi segreti.

Sarebbe stato lui per la polizia l’intermediario dell’accordo con il magnate dei media Shaul Elovitch, proprietario di Bezeq, in custodia anch’egli da domenica scorsa.

Filber è un sionista religioso, ma due notti in una cella fredda e maleodorante gli hanno dato il tempo per una valutazione sobria del suo futuro se non avesse accettato l’offerta di incriminare Netanyahu. Sono due le inchieste sulla corruzione per le quali è stato chiesto di processare il premier, altre toccano gli uomini più vicini a Bibi, i suoi collaboratori di staff, i suoi amici molto ricchi e molto generosi. Netanyahu nega tutte le accuse, definendole una caccia alle streghe e promette di andare avanti. Adesso i suoi colleghi di partito, e i ministri del suo governo, che fino a qualche giorno fa lo hanno difeso, restano in silenzio.

In attesa che il procuratore generale Avichai Mandelblit prenda le sue decisioni – se procedere o meno – a Netanyahu non resta che giocare la carta delle elezioni anticipate. Appare come l’unica sua scelta. Da tempo ha perso l’opportunità di sfuggire alle maglie della giustizia a un costo relativamente basso, lasciando la politica e patteggiando con la Procura. Vuole battersi fino alla fine.

Duterte, il braccio violento della legge con stile inglese

Una foto dell’aprile 2017, scattata presso l’ambasciata britannica a Manila, ritrae il ministro britannico per il Commercio Internazionale Liam Fox, accanto al presidente filippino Rodrigo Duterte. Fox in giacca e cravatta blu, Duterte – soprannominato The Punisher – in camicia bianca sbottonata, le maniche arrotolate, appaiono entrambi sorridenti e rilassati al termine della visita ufficiale del ministro.

In un articolo apparso pochi giorni prima sulla versione filippina di BusinessWorld, Fox aveva espresso la sua soddisfazione per la salute dell’export britannico verso le Filippine, cresciuto del 38% dal 2015, con gli investimenti filippini nel Regno Unito al massimo storico di 1 miliardo di sterline dal 2014.

“Il Regno unito e le Filippine hanno una relazione solida e forte, basata su valori e interessi comuni, e vogliamo che la nostra partnership continui a prosperare”. Il Guardian aveva allora posto la questione: quali sono i “valori comuni” fra il Regno Unito e un politico sanguinario come Duterte? Da quando è stato eletto il presidente ha scatenato una guerra al narcotraffico così brutale che su di lui lo scorso 8 febbraio la International Criminal Court (ICC) ha aperto un’inchiesta preliminare per violazione dei diritti umani. Inchiesta basata su un rapporto del 2017, presentato dall’avvocato filippino Jude Sabio, secondo il quale il presidente sarebbe direttamente responsabile “di esecuzioni stragiudiziali e omicidi di massa” fin dal 1988 quando, da sindaco di Davao, avviò la guerra ai narcotrafficanti. Secondo statistiche ufficiali citate dal Guardian, dall’elezione a presidente, il 30 giugno del 2016, le vittime della crociata anti-droga sarebbe almeno 4.000. Altre stime parlano di 12 mila vittime.

Si scopre ora, grazie all’attivismo del deputato laburista Lloyd Russell-Moyle della Commissione parlamentare britannica sull’esportazione di armi, che il governo ha autorizzato la vendita nelle Filippine di equipaggiamento di sorveglianza high-tech per un valore di 150 mila sterline: tecnologia per intercettazioni di conservazioni telefoniche e monitoraggio di attività online. “Duterte – scrive il Guardian – ha ammesso di aver intercettato almeno due sindaci accusati di essere narco-politici”. Uno di loro è stato ucciso con 14 altre persone in un raid della polizia lo scorso luglio.

Secondo Russell-Moyle “questo caso dimostra il fallimento del nostro sistema di controllo sull’esportazione di armi. Il governo sta venendo meno ai suoi obblighi legali”.

Il riferimento è alla legge britannica, secondo la quale “il governo non deve concedere licenze di esportazione se c’è un rischio evidente che il materiale esportato possa essere usato per reprimere il dissenso interno”. La risposta del ministero è vaga: “Il governo prende molto sul serio le sue responsabilità in materia di esportazione”. Eppure, armi e tecnologia di sorveglianza sono state vendute ad Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Bahrein e Honduras, non esattamente oasi di democrazia. Esportazioni che Brexit potrebbe incrementare, per due ragioni. La prima è la necessità, dopo l’uscita dall’Unione europea, di creare nuovi mercati. La seconda è che la norma di legge che restringe le esportazioni di armi a paesi non repressivi recepisce appunto una direttiva europea. Il timore è che, una volta fuori dall’UE, Londra possa ignorarla senza conseguenze.

Macron complotta, Sarko spia: vive la France!

È di nuovo crisi nella leadership dei Républicains. Laurent Wauquiez è stato eletto neanche tre mesi fa alla testa del grande partito conservatore della destra francese, uscito indebolito dagli ultimi scrutini elettorali e dallo scandalo che ha coinvolto il proprio candidato all’Eliseo, François Fillon. Giovane (42 anni), e ambizioso, per qualcuno un po’ troppo narcisista, Wauquiez è stato scelto per incarnare la nuova droite che cerca di ritagliarsi il suo spazio, magari invadendo quello del Front National di Marine Le Pen, in un panorama politico dominato dal presidente Emmanuel Macron che, con una sinistra praticamente inesistente, occupa tutta la scena mediatica.

Da alcuni giorni però è solo di Wauquiez che si parla nei media transalpini. La settimana scorsa il presidente dei Republicains ha dato delle lezioni di politica agli studenti della Scuola di Commercio di Lione. Doveva trattarsi di un corso “privato”. Ogni registrazione era stata vietata. Ed invece le frasi di Wauquiez sono filtrate nel programma tv Le Quotidien. Davanti agli studenti Wauquiez ha sparlato un po’ di tutti: di Macron, che accusa di aver complottato per far cadere Fillon nel 2017, dei sindacati e del Medef, la Confindustria francese, che sarebbe interessata solo “a mettersi i soldi in tasca”, ma soprattutto dei suoi colleghi di partito.

Dell’ex ministro Alain Juppé ha detto che è “una persona rispettabile” ma che a Bordeaux, città di cui Juppé è sindaco da tanti anni, “ha fatto esplodere le tasse e il debito. Non ha più alcun credito”.

Valérie Pécresse, presidente della regione di Parigi Ile de France, farebbe solo “fesserie”. Wauquiez si è messo contro anche Nicolas Sarkozy, l’ex presidente della Repubblica ancora molto influente a destra. Wauquiez sostiene che Sarkozy, quando era all’Eliseo, era ossessionato dall’idea di “spiare” i suoi ministri, di cui aveva messo sotto controllo i telefoni. Intervenuto su BFMtv nel pieno delle polemiche, il neo presidente LR (Les Republicains) ha condannato i “metodi da teppisti” dei media che lo avrebbero scelto come “bersaglio”, ma non si è scusato con i suoi. Alcuni juppeisti, come l’ex ministro Dominique Bussereau, hanno lasciato il partito LR sbattendo la porta per raggiungere il movimento Libres! di Valérie Pécresse. Il solo mea culpa di Wauquiez ha riguardato Sarkozy: “È una persona che stimo molto – ha detto – riconosco il mio errore. Su di lui erano solo voci”.

Ma non è detto che Sarkozy sia pronto a perdonare quello che aveva scelto come pupillo e che aveva appoggiato nella scalata al potere dentro il partito. Il settimanale Le Canard Enchainé riporta un’accesa conversazione telefonica tra i due. Scrive che Sarkozy avrebbe “incenerito” con le sue parole il giovane vanitoso: “Ambivi a diventare presidente della Repubblica? – gli avrebbe detto – se fossi in te, mi metterei a cercare un altro lavoro. Gli elettori dei Républicains non lo dimenticheranno, e senza di loro, tu non vali granché”.

Texas, lo “sceriffo” nero mette il veto ai pistoleri in città

Una settimana dopo, la strage nella scuola di Parkland in Florida sta scavando un solco nell’Unione: la spinta a inasprire i controlli sulle vendite di armi conquista terreno; il sindaco di Dallas – la città dove fu assassinato il presidente John Fitzgerald Kennedy – scende in campo contro la Nra, la lobby delle armi; e la politica si mobilita, divisa tra chi difende lo status quo e chi mette la sicurezza davanti al rispetto formale di un emendamento ‘datato’ della Costituzione.

A cinquant’anni dal ’68 di Berkeley e di molti altri Atenei Usa, sono gli studenti dei licei a guidare la protesta contro le armi.

Ma nelle scuole c’è pure chi sanziona i giovani, invece di darsi da fare per disarmare i killer, e chi manda i prof a scuola di tiro, così che la prossima incursione in classe d’un qualche squilibrato sarà un OK Corral. Mercoledì scorso, nel liceo vicino a Fort Lauderdale, un adolescente espulso da scuola perché violento ha fatto 17 vittime (14 ragazzi e tre insegnanti).

Dwaine Caraway, il sindaco di Dallas, città del Texas, terra di armi se ve n’è una in America, chiede alla Nra, la National rifle association, potentissima finanziatrice di politici e amministratori, di cercarsi un’altra sede per la sua convention annuale, prevista in città dal 4 al 6 maggio. Caraway, nero, democratico, avverte: “Dovranno aspettarsi marce e proteste”.

Ma la Nra non si lascia smuovere: “Nessun politico può dirci dove andare e non andare. E, poi, noi a Dallas ci siamo già”, afferma un portavoce. Per la 147esima edizione degli Nra Annual Meetings and Exhibits sono attesi in città almeno 80 mila appassionati di armi (e il clamore della polemica ne richiamerà di più). E ci saranno, di sicuro, decine di migliaia di contestatori: qui, nell’estate 2016, durante disordini razziali, un ex militare nero uccise cinque poliziotti bianchi. I segnali contraddittori s’intrecciano. Il presidente Trump, capace, all’inizio del suo mandato, d’allentare i controlli sulle vendite di armi ai malati di mente, ora incoraggia un progetto di legge bipartisan, giacente in Senato e sostenuto pure dalla Nra, e firma un memorandum per rendere illegali i bump stocks, congegni che aumentano la velocità di tiro delle armi semiautomatiche: lo usò il 1° ottobre 2017 il killer di Las Vegas, che fece 58 vittime.

D’altro canto, i conservatori dell’Heritage Foundation accusano, sul Daily Morning, il New York Times di avere ‘esagerato’ il numero delle sparatorie di massa negli ultimi anni – come se facesse differenza, una in più o una in meno –. Solo nelle ultime 24 ore, attacchi a scuole vengono sventati nel Maryland e in California.

Il Congresso della Florida, controllato dai repubblicani, respinge con 71 ‘no’ e 36 ‘sì’ una mozione per mettere la bando le armi d’assalto e i caricatori ad alta capacità. A seguire il voto, c’erano decine di studenti del liceo di Parkland, giunti a Tallahassee, la capitale dello Stato, con un viaggio in bus di sette ore. Gli studenti hanno poi manifestato per la sicurezza nelle scuole e il controllo delle armi: molti di loro sono convinti che “qualcosa cambierà, questa volta”. Però, c’è chi li descrive come “cospiratori”: l’assistente di un deputato della Florida è stato licenziato, dopo avere definito “attori” due ragazzi di Parkland. Ancora una volta, sotto accusa finiscono le vittime, non le armi.

E mentre il presidente Trump riceve delegazioni delle scuole simbolo delle stragi americane, Columbine, Sandy Hook, Parkland, suo figlio Donald jr mette un like al post contro gli ‘attori’ (e s’attira aspre critiche).

In questo clima si prepara la “marcia per le nostre vite”, il 24 marzo, a Washington e in molte altre città dell’Unione. Il provveditore di un distretto scolastico del Texas vuole però sospendere chi partecipa al movimento dei giovani contro le armi #neveragain.

“Il distretto di Needville non permetterà dimostrazioni di studenti in orario scolastico o altre forme di protesta. Gli studenti che vi prenderanno parte saranno sospesi per tre giorni”, scrive sui social ai genitori Curtis Rhodes. “Li puniremo, non importa se si tratterà di uno, 50 o 500 studenti”.

In Ohio, centinaia d’insegnanti e di dipendenti di scuole nell’area di Cincinnati si sono iscritti a un corso organizzato dall’ufficio dello sceriffo su come richiedere permessi per portare armi in aula. La legge dello Stato vieta al personale delle scuole di portare armi all’interno dell’edificio, a meno di avere un permesso speciale.

Lo sceriffo della contea di Butler, Richard Jones, è convinto che armare insegnanti e quanti lavorano all’interno delle scuole sia la migliore difesa. “Dobbiamo essere preparati e non mettere la testa sotto la sabbia”, ha detto in un video postato sui social. Il corso, inizialmente aperto a 50 persone, ha già ricevuto oltre 300 richieste d’iscrizione.

Mail Box

 

La campagna elettorale sulla pelle dei malati

La medicina dovrebbe rimanere estranea alle campagne elettorali, ma purtroppo da anni assistiamo al triste fenomeno della discesa in campo di medici, più o meno famosi, più o meno bravi, che sponsorizzano candidati politici. Premesso che in genere tali lettere finiscono direttamente nella spazzatura (e poi ci lamentiamo della mole di rifiuti da smaltire e delle foreste che scompaiono!), vien da chiedersi se tale atteggiamento sia compatibile con la “buona pratica medica” e a quale titolo ci si permetta di importunare in tale modo la fascia più debole della popolazione, quella dei malati. Assessore Gallera, lei ha invitato i medici di base a non ostacolare la sua riforma sanitaria per la Lombardia rivolta ai malati cronici e a non divulgare volantini finalizzati a convincerli a non aderire a quanto da lei proposto.

Non ritiene che con altrettanta autorità dovrebbe invitare medici specialisti a non approfittare della loro posizione per convincere i malati a votare per lei o per altri? Non si dice sempre che la politica deve rimanere fuori dalla sanità? Ecco, cominciamo dalle prossime elezioni.

Albarosa Raimondi

 

DIRITTO DI REPLICA

L’articolo pubblicato lunedì a firma di Beppe Scienza presenta un ritratto della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF) che non corrisponde alla nostra missione statutaria e al nostro operato. Lavoriamo da anni al fianco delle istituzioni per diffondere una cultura economica che consenta ai cittadini di difendere più consapevolmente le proprie risorse economiche.

Le iniziative che ogni giorno vengono proposte si rivolgono ai giovani (1175 scuole, 3458 classi per un bacino di 86450 studenti nell’ultimo triennio), per sensibilizzarli sul valore etico del denaro; agli insegnanti e ai genitori, per spiegare quanto sia importante educare i figli all’uso responsabile del denaro, al risparmio e alla pianificazione; agli adolescenti, per dimostrare come non esistano scorciatoie per guadagnare denaro, a partire dalla prevenzione del gioco d’azzardo. Le oltre 128.000 persone che negli ultimi tre anni hanno partecipato alle nostre lezioni e incontri in giro per l’Italia sono i migliori testimoni di come lavoriamo.

Giovanna Boggio Robutti, Direttore generale FEduF

 

Per capire cosa fa Feduf, finanziata da circa 60 banche, basta dire che essa stessa dichiara di collaborare con Assofondipensione, Assoprevidenza e Mefop per raccontare alla gente “perché è importante la previdenza complementare”, in realtà sempre da evitare. Le prime due sono associazioni di categoria, tenute in vita per fare gli interessi dei loro associati, la terza è una società sciaguratamente costituita dallo Stato, proprio per spingere fondi pensione e pip. Diseducare poi al gioco d’azzardo non c’entra nulla con l’educazione finanziaria. Ma se davvero ci tenessero, dovrebbero sconsigliare anche di giocarsi il TFR alla roulette dei mercati finanziari, come capita conferendolo alla previdenza integrativa.

Beppe Scienza

 

Gentile redazione, l’articolo di Marco Palombi dal titolo “La commedia degli equivoci che uccide le agenzie di stampa”, pubblicato ieri, contiene inesattezze che necessitano alcune rettifiche. Al contrario di quanto scritto nell’articolo, il ministro Luca Lotti non ha tagliato neanche un euro al fondo destinato alle agenzie di stampa. Sia con l’affidamento diretto, sia attraverso il Bando di gara, il fondo è rimasto invariato e pari a circa 50 milioni di euro (…).

Poi, al contrario di quanto scritto, non c’è nessun disciplinare di gara “sbagliato”: i due bandi (10 lotti per il servizio Italia, 5 lotti per il servizio esteri della Farnesina) si sono svolti nell’assoluta regolarità. Ed è qui utile far notare che i ricorsi al Tar da parte di alcune agenzie partecipanti hanno visto alla fine dare sempre ragione all’amministrazione pubblica. E ancora, al contrario di quanto scritto, non c’è stata nessuna rinuncia agli incentivi per le aggregazioni delle agenzie: per smentire questa ulteriore inesattezza basterà verificare come diverse agenzie abbiano scelto di partecipare al Bando (e vincere un lotto) assieme ad altre agenzie. Inoltre, al contrario di quanto scritto nell’articolo, il Bando di gara non è un “vestito cucito su misura”: la suddivisione in lotti e tutti gli altri aspetti sono il frutto di valutazioni motivate e condivise con l’Anac (…). Altresì, vale la pena ricordare che il Bando serve di fatto anche a tenere stabili i livelli occupazionali (…).

Si sottolinea, poi, che sono attualmente in corso le verifiche previste dalla legge sull’agenzia che è risultata aggiudicatrice del solo lotto 1 e dunque nulla al momento è stato deciso: perciò qualsiasi riflessione definitiva su questo punto è assolutamente priva di un reale riscontro. Infine, qualora fosse necessario, si chiarisce che le singole scelte aziendali competono alle singole agenzie di stampa. Spiace che un organo di stampa attento come il Fatto rimpianga la fase, giornalisticamente definita “dei contributi a pioggia”, in cui in pochi intorno a un tavolo decidevano le quote per ogni agenzia.

Ufficio stampa del Ministro Lotti

 

In breve. 1) Il Fondo sarà pure di 50 milioni, ma i decreti di assegnazione dei lotti certificano impegni finanziari, ad oggi, per neanche 36 milioni l’anno (aggiungendo quello che manca si supererà di poco i 40). 2) Nell’articolo non c’è scritto che i disciplinari di gara siano sbagliati o non conformi alla legge (comprendere un testo è requisito non secondario per rettificarlo). 3) Il fatto che due aziende si uniscano per partecipare a una gara e gli incentivi alle fusioni non sono neanche parenti. 4) Che i livelli occupazionali siano a rischio non lo diciamo noi, ma gli editori e la realtà. 5) Non esiste alcuna “agenzia aggiudicatrice” del lotto 1 visto che la procedura è ancora aperta e non è una buona idea essere imprecisi a gara aperta. 6) Quanto ai “contributi a pioggia”, com’è noto il Dipartimento Editoria era contrario al bando: nostalgici del clientelismo pure loro o la realtà è più complicata di così?

Ma. Pa.

Prodi. Il Professore e il renzismo “amico” nelle cui liste ha sistemato i fedelissimi

 

Perché Prodi, dopo essere stato silurato dalla corsa al Quirinale anche da Renzi e avere annunciato di allontanare la propria tenda da quella del segretario, è rimasto nello stesso campeggio? Perché ha accettato anche il “compagno” Casini? Questo è il cattocomunismo rovina della sinistra. Moriremo democristiani.

Giuseppe Donati

 

Gentile Giuseppe, gli antichi dalemiani di un tempo, quelli che comandavano nel Pds, si rimbalzavano tra di loro una formidabile battuta mutuata da Brecht: “Beato quel popolo che non ha bisogno di Prodi”, anziché di eroi. Se rievoco quella battuta è per dire innanzitutto che Romano Prodi è stato ed è soprattutto un uomo di potere. Certo, per due decenni abbiamo sopravvalutato il prodismo come fenomeno celeste e astrale da opporre all’inciucismo. Ma passata quella fase anche l’uomo, intendo Prodi, ha le sue esigenze. La prima, in queste elezioni, è stata quella di sistemare i suoi fedelissimi in Parlamento, in particolare la giornalista Sandra Zampa. E così, dovendo scegliere tra due mali, Renzi o l’odiato D’Alema, ha preferito quello che gli offriva la certezza matematica di far eleggere i suoi. La citata Zampa ha infatti ottenuto il collegio blindato di Imola. Messi al sicuro i seggi per i prodiani del Pd, il Professore si è poi concesso il lusso di dichiarare il suo voto per “Insieme”, l’alleato del partito renziano che ingloba un altro amico di Prodi che pensavamo nell’oblio, Giulio Santagata. L’esternazione prodiana serve a garantire a “Insieme” almeno l’un per cento: in base al Rosatellum significa che questa lista minore non prenderà seggi ma almeno contribuirà a incrementare la percentuale del Pd. Quanto a Casini, il Professore non ha avuto alcuna difficoltà: entrambi sono di Bologna ed entrambi sono stati democristiani. Non solo: in passato varie nomine pubbliche avevano un marchio casinian-prodiano. In ogni caso, mi meraviglio della sua sorpresa caro Donati. Sarò prevenuto ma del prodismo non ho mai avuto una concezione metafisica.

Fabrizio d’Esposito