Che votate a fare? Padoan & C. già governano per tutti noi

Siamo tutti uomini di mondo, per carità, roba da decenni di militare a Cuneo, e quindi nessuno si sarà sorpreso nel vedere di buon mattino – a un orario tv da peones – il ministro dell’Economia spiegare come e quanto il nostro intenda continuare a governare pure dopo le elezioni. Gli amici, però, avvertano Pier Carlo Padoan: certe cose si fanno senza dirle. E invece niente: “Io sono ancora ministro e so che con molte probabilità il mio ministero darà vita al Def di aprile, perché forse non ci sarà un nuovo governo con la pienezza di poteri”. Il Def, per i distratti, è quel documento in cui si traccia la traiettoria dei conti pubblici e della politica economica per il triennio successivo e che viene scritto sotto rigida dettatura di Bruxelles. Padoan, seppure in orario da peones, ci dice che comunque su questo decideranno lui e Paolo Gentiloni, quello che ha perso pure le primarie per candidarsi a Roma, ma che da “riserva della Repubblica” ora vuole nominarsi i vertici dei Servizi senza neanche aspettare aprile (quando lo farà perché “non ci sarà un governo”). Insomma, amici governanti, è ovvio che il Rosatellum sia stato pensato per gonfiare i voti dei partiti “moderati” e arrivare, dopo un congruo numero di mesi di “ordinaria amministrazione”, a un “governone ce lo chiede l’Europa”, però se iniziate a dirlo in tv senza vergogna già adesso rischiate una scarsa partecipazione alla mascherata della libertà detta elezioni. Penseranno: tanto c’è già Padoan che ha fatto così bene, chi me lo fa fare di andare al seggio (delocalizzato laggiù in Slovacchia)?

La farfalla e l’arte del dolore

Erano conosciuti come l’Elefante e la Farfalla, anche se suo padre la chiamava la Colomba. Quando è morta ha lasciato centocinquanta piccoli dipinti, un terzo dei quali classificati come autoritratti. Lui era Diego Rivera e lei Frida Kahlo.

Frida Kahlo! Come tutti i nomi leggendari, sembra inventato, ma non lo era. Nel corso della sua vita è stata una leggenda in Messico e – tra una ristretta cerchia di artisti – a Parigi. Oggi è una leggenda mondiale. La sua storia è stata raccontata più volte e assai bene, da lei stessa, da Diego e in seguito da molti altri. Vittima della polio da bambina, di nuovo menomata in un incidente d’autobus, introdotta alla pittura e al comunismo da Diego, la loro passione, il matrimonio, il divorzio, il nuovo matrimonio, la storia d’amore con Trockij, l’odio per i gringos, l’amputazione della gamba, il probabile suicidio per sfuggire al dolore, la bellezza, la sensualità, l’umorismo, la solitudine.

Soltanto alcuni dei dipinti di Frida Kahlo sono su tela, la maggioranza è su metallo o masonite, che è liscia come il metallo. Per quanto fine, la trama della tela opponeva resistenza e sviava la sua visione, rendendo le sue pennellate e i contorni che disegnava troppo pittorici, troppo plastici, troppo pubblici, troppo epici, troppo simili (anche se ancora così diversi) al lavoro dell’Elefante. Perché la sua visione restasse intatta, aveva bisogno di dipingere su una superficie liscia come la pelle.

Anche nei giorni in cui il dolore o la malattia la costringevano a letto, passava ore ogni mattina a abbigliarsi e acconciarsi. Ogni mattina, diceva, mi vesto per il Paradiso! Facile immaginare il suo viso allo specchio, con le sopracciglia scure naturalmente unite che lei sottolineava con il kajal trasformandole in una parentesi nera per i suoi occhi straordinari. Analogamente, quando dipingeva i suoi quadri era come se stesse disegnando, dipingendo o scrivendo sulla propria pelle. In tal caso, ci sarebbe stata una duplice sensibilità, perché anche la superficie avrebbe sentito quel che la mano andava tracciando – collegati come sono, i nervi di entrambe, alla stessa corteccia cerebrale. Quando Frida dipingeva un autoritratto con un piccolo ritratto di Diego dipinto sulla propria fronte e sulla fronte di lui un occhio dipinto, sicuramente stava confessando – tra le altre cose – questo sogno. Con i suoi pennellini, sottili come ciglia, e i suoi tratti meticolosi, ogni immagine da lei prodotta, una volta diventata a pieno titolo la pittrice Frida Kahlo, aspirava alla sensibilità della sua pelle. Una sensibilità acuita dal desiderio, esacerbata dal dolore.

Il simbolismo corporeo da lei utilizzato quando dipingeva parti del corpo quali il cuore, l’utero, le ghiandole mammarie, la spina dorsale, per esprimere i propri sentimenti e la propria brama ontologica è stato studiato e commentato. Se ne serviva come solo una donna può fare, e come nessun altro prima di lei aveva fatto. Senza la sua particolare tecnica pittorica, questi simboli sarebbero rimasti stramberie surrealiste. E la sua tecnica aveva a che fare col senso del tatto, col doppio tocco della mano e della superficie come pelle.

Osservate il modo in cui dipinge i peli, che siano quelli sulle zampe delle sue scimmie domestiche o quelli che le crescono lungo l’attaccatura dei capelli sulla fronte e le tempie. Ogni pennellata spunta come un pelo da un poro della pelle. Gesto e sostanza sono tutt’uno. In altri dipinti, le gocce di latte spremute da un capezzolo, le gocce di sangue che colano da una ferita o le lacrime che sgorgano dagli occhi hanno la stessa identità corporea – in altre parole, la goccia di colore non descrive il liquido corporeo ma sembra esserne il doppio. In un quadro intitolato La colonna spezzata il corpo di Frida è trafitto dai chiodi e lo spettatore ha l’impressione che sia lei a tenere i chiodi tra i denti e a conficcarli con il martello a uno a uno. Tale è l’acuto senso del tatto che rende unica la sua pittura.

Com’è possibile che una pittrice tanto concentrata sulla propria immagine non sia mai narcisista? Bisogna tornare al dolore e alla prospettiva in cui Frida lo poneva non appena le dava un po’ di tregua. La capacità di provare dolore, lamenta la sua arte, è la prima condizione dell’essere senzienti. La sensibilità del suo stesso corpo martoriato la rendeva consapevole della pelle di tutto ciò che è vivo: alberi, frutti, acqua, uccelli e, naturalmente, altre donne e uomini. E così, dipingendo la propria immagine come se la dipingesse sulla propria pelle, lei ci parla di tutto il mondo senziente.

I critici dicono che l’opera di Francis Bacon riguardava il dolore. Ma nella sua opera il dolore è osservato attraverso uno schermo, come si guarda la biancheria sporca attraverso l’oblò di una lavatrice. L’opera di Frida Kahlo è l’opposto di quella di Francis Bacon. Non c’è schermo; lei è in primo piano, che procede, con le sue dita delicate, punto dopo punto, non a cucire un abito, ma a suturare una ferita. La sua arte parla al dolore, la bocca premuta sulla pelle del dolore, e parla della senzienza e del suo desiderio e della sua crudeltà e dei suoi appellativi privati.

Rivera disponeva le sue figure in uno spazio di cui aveva totale padronanza e che apparteneva al futuro; le collocava lì come monumenti: erano dipinte per il futuro. Nei quadri di Frida Kahlo non c’era nessun futuro, solo un presente immensamente modesto che rivendicava tutto e al quale le cose dipinte fanno momentaneamente ritorno mentre le osserviamo, cose che erano ricordi ancor prima di essere dipinte, ricordi della pelle.

Così torniamo al semplice gesto di Frida che dispone il pigmento sulle superfici levigate che ha scelto per dipingere. Distesa a letto o contratta nella sua sedia, un pennello minuscolo nella mano con un anello per dito, ricordava quel che aveva toccato, quel che era lì quando il dolore non c’era. Dipingeva, per esempio, la sensazione del legno lucido di un parquet, la consistenza della gomma delle ruote della sua sedia a rotelle, la lanugine delle piume di un pulcino o la superficie cristallina di una pietra, come nessun altro. E questa abilità discreta le veniva da ciò che ho definito un duplice senso del tatto: la conseguenza dell’immaginare che stava dipingendo la propria pelle.

C’è un autoritratto del 1943 dove è distesa su un paesaggio roccioso e una pianta le cresce dal corpo, le vene che si uniscono alle venature delle foglie. Dietro di lei le rocce pianeggianti si estendono fino all’orizzonte, simili alle onde di un mare pietrificato. Eppure le rocce richiamano precisamente la sensazione che lei avrebbe provato sulla pelle della schiena e delle gambe se su quelle rocce fosse stata distesa. Frida Kahlo stava guancia a guancia con tutto ciò che raffigurava.

Che sia diventata una leggenda mondiale è in parte dovuto al fatto che nei tempi bui in cui viviamo sotto il nuovo ordine mondiale la condivisione del dolore è una delle precondizioni essenziali per riscoprire la dignità e la speranza. Molto dolore non è condivisibile. Ma si può condividere la volontà di condividerlo. E da questa condivisione inevitabilmente inadeguata nasce una resistenza.

Delusi e sfiniti: gli italiani verso il voto

Sono credibili le promesse elettorali dei partiti? Ci sono le coperture per Flat Tax, abolizione della legge Fornero, reddito di cittadinanza, taglio di Ires, Irap, Irpef, cuneo fiscale, canone Rai, bollo auto e tutti gli altri mirabolanti impegni che i leader stanno prendendo in queste ore per conquistare lo scettro elettorale? Mi sbaglierò ma, mentre l’informazione è china sulle scrivanie a far di conto e a interpellare questo o quell’esperto per capire chi la spara più grossa, il fact checking che in questo momento mi sembra più utile e indicativo è ribaltare la prospettiva, guardare in faccia non i politici ma gli elettori e chiedersi: come stanno gli italiani?

Mi sbaglierò, ma a me sembrano logorati dalla crisi economica e molto delusi dalla politica e dalle troppe promesse non mantenute. Mi sembra che l’atmosfera nel Paese sia di grande disillusione, sia rispetto alla realtà – che gli italiani conoscono molto bene, ragion per cui non si bevono certo i proclami sulla “ripresa” e sul “siamo fuori dalla crisi” –, sia rispetto ai politici con la bacchetta magica. Mi sbaglierò, ma credo che gli italiani non voteranno sulla base dei programmi elettorali (farlocchi come le coalizioni, grazie al Rosatellum), né di questa o quella promessa strabiliante, né tantomeno sulla base della credibilità di questo o quel partito/leader nel realizzarla (ormai la credibilità in politica è andata a farsi benedire): voteranno sull’appartenenza per centrodestra e centrosinistra e sulla fiducia per il M5S.

Il redivivo centrodestra ritrova il redivivo leader Berlusconi e, al di là dei classici “meno tasse per tutti” (Flat Tax) e lotta all’immigrazione, ritrova con lui i suoi elettori. I quali, per un attimo, si erano invaghiti di Renzi, ma dopo aver provato la copia preferiscono tornare all’originale. Voto di appartenenza anche per il centrosinistra: nonostante gli scandali Etruria, Consip, De Luca e i tanti rospi che Renzi ha fatto e continua a far ingoiare agli elettori Pd, prevale lo gnocco fritto della Festa dell’Unità, che guaina lo stomaco e può trasformare pure il “rospo” Casini nel novello principe della rossa Bologna.

Il M5S – persa un po’ di passione con l’“istituzionale” Di Maio, la prova non esaltante di governo a Roma (alimentata dalla propaganda anti-Raggi di buona parte di stampa e tv, come conferma l’archiviazione sulla nomina di Romeo) e il recente pastrocchio (di questo si tratta, non avendo rilevanza penale) sulle mancate restituzioni di alcuni rimborsi – è troppo giovane per un voto di appartenenza. Il suo – mi sbaglierò – sarà soprattutto un voto sulla fiducia, sul “vediamo cosa sanno fare”, sulla base della diversità (e indigeribilità) degli altri.

Mi sbaglierò, ma credo che per gli italiani queste siano elezioni senza grandi aspettative, che il mood per centrodestra e centrosinistra sia: “Li abbiamo già visti all’opera, ma tant’è, senza troppe speranze”; per il M5S: “Non li abbiamo ancora provati, vediamo cosa sanno fare, senza aspettarci miracoli”.

Mi sbaglierò sicuramente. Anzi, sapete che c’è? Me lo auguro con tutto il cuore: spero che gli italiani, come al referendum costituzionale, smentiscano ogni previsione, anche le mie. E ci travolgano con la forza delle loro idee chiare.

Con le larghe intese riecco anche le “riforme”

Metti una sera Illy da Lilli: l’ex governatore del Friuli, lunedì è ospite di Otto e mezzo. Per quelli che ancora non lo sanno, dopo un decennio di lontananza dalla politica, il re del caffè è tornato e si candida come indipendente del Pd al Senato. In apertura di trasmissione si apprendono le ragioni della scelta: “L’economia va bene, la parte politica meno. Mi sono detto: visto che ho molta esperienza come imprenditore, ma anche come politico, è il caso di contribuire a sanare questa frattura tra il mondo reale e quello delle istituzioni. Evidentemente i cittadini non capiscono la politica o viceversa la politica non capisce i cittadini”. Più avanti, durante la discussione in studio con Alessandro Sallusti e Antonio Padellaro, si affrontano gli scenari del post voto, in particolare l’ipotesi di un secondo governo Gentiloni, assurto addirittura al ruolo di “riserva della Repubblica.” Va bene, ma con quale maggioranza, chiede giustamente la padrona di casa? Gentiloni, bisogna sapere, è il nome giusto per guidare un “governo di transizione, composto da forze non antisistema”, spiega Illy. “Partiti che vogliano fare le riforme, io auspico anche la riforma costituzionale che non era passata al referendum, ma che io ritengo urgente e necessaria”. E naturalmente la legge elettorale da modificare subito. E chi meglio di un “governo di larghe intese può cambiare Costituzione e sistema elettorale, le famose ‘regole del gioco’”? Non è stato un déjà vu collettivo, l’ha proprio detto così.

Sulla stessa rete da Giovanni Floris, martedì sera siedono uno di fronte all’altro Eugenio Scalfari e Matteo Renzi. Il vecchio fondatore, che vuole fare domande al giovane segretario, torna al 4 dicembre 2016: “Il referendum era eccellente. Io personalmente avevo dei dubbi. Poi venne a trovarmi Romano Prodi, di cui sono amico…”. Seguirebbe una dissertazione su tutti quelli che Scalfari ha conosciuto bene (altro che Carlo De Benedetti, è il sotto testo), ma la memoria ahinoi, non aiuta il novantaquattrenne. Che è costretto a continuare con la “domanda”: “Prodi disse che bisognava votare sì, perché in nessun Paese d’Europa entrambe le Camera danno la fiducia”. Potrebbe mica essere la riforma costituzionale l’ultima carta della campagne elettorale chiede Floris. E Renzi, che deve aver esaurito le tendenze suicide con la commissione banche, ci va cauto: “Se c’è uno che non è adatto a riparlare di referendum costituzionale sono io, mi hanno accusato di eccessiva personalizzazione”. Ma, attenzione: “Se nei prossimi mesi crescerà la consapevolezza che non possiamo andare avanti con questo bicameralismo, io sarò ben contento a dare una mano, ma certo non in prima linea. Io ho già ampiamente dato”. Anche noi abbiamo dato, verrebbe da dire ripensando a quei 20 milioni di italiani che hanno detto no alla riforma Boschi (che certo non si esauriva nel limitare il rapporto fiduciario con il governo alla sola Camera dei deputati, ma sfigurava un terzo della Carta). Poi però abbiamo capito: vuoi vedere che le ragioni della “frattura tra istituzioni e cittadini” di cui parla Illy vanno da ricercare proprio qui? In questo popolo che ostinatamente si ritiene sovrano e, a scadenze decennali, ribadisce che non vuol vedere manomessa la propria Costituzione (in quei modi). Nessuno pensa che la Carta sia intoccabile: la fiducia da parte di una Camera sola, per esempio, è una riforma che avrebbe molti consensi, e basterebbe una leggina costituzionale. Riproporre una riforma-monstre come l’ultima sarebbe un atto di arroganza inaudito: altro che frattura con i cittadini. Qui si vuol negare la sovranità che secondo l’articolo 1 “appartiene” al popolo (verbo scelto dai costituenti proprio perché definisce una condizione certa).

Matteo e il cimitero degli slogan perduti

Chissa che fine ha fatto lo storytelling. E la Rottamazione. E il masterplan per il sud. E il blog “Il futuro prima o poi torna”. E la piattaforma Bob. E le slide. E l’app Matteo Renzi. E i mille asili in mille giorni. E le cattedre Natta. E il sito Passo dopo passo. E il report periodico sulle fake news. E l’algortimo-verità. E il trolley. E la fase zen. E l’euro in sicurezza e l’euro in cultura. E i mille giorni per cambiare l’Italia. Il contrasto al bullismo. La camicia bianca. Il chiodo di pelle. Il pranzo di Eataly. I pranzi con Bottura. Il gelato di Grom. Il camper. La Smart. La bici. Il treno. Il motorino. La lotta al caporalato. La mail bellezza@governo.it.

La banda larga. La banda ultra-larga. L’Italia leader e non follower. Il piano antisismico Casa Italia. La cabina di regia per l’edilizia scolastica. I mercoledì nelle scuole. Il dipartimento mamme. La guerra alle bufale. La riforma della Costituzione attesa da 70 anni. Il rammendo delle periferie. Le auto blu all’asta su eBay. E il tesoretto di 47 miliardi. E la disintermediazione. E le proposte raccolte ai 2000 banchetti. E l’iniziativa #Italiacoraggio. E gli sms di “Diccelo tu”. Il tour Destinazione Italia. L’Italia locomotiva d’Europa. L’abolizione del Cnel. La legge Richetti sui vitalizi. La Rassegna stampa Ore nove. Le fiaccolate per l’ambiente. Gli incontri Terrazza Pd. Le magliette gialle per ripulire Roma, Milano, Amatrice. E l’abolizione delle provincie. E la digital tax. E le casette in legno entro Natale 2016. Il programma europeo Garanzia Giovani. E la spending review. E lo Ius soli. E la local tax sulla casa. Il decollo di Alitalia. Il risanamento di Montepaschi. L’Unità. La road map. La to do list in 12 punti della Giustizia. E l’Italicum che ci copieranno in tutta Europa. E i gufi. E il 40,8%. E il Fuori i partiti dalla Rai. E il Fuori le correnti dal Pd. E De Luca baluardo di legalità. Il Daspo per i corrotti. Il cappotto Scervino. Il completo Armani. La copertina di Vogue. La cybersecurity a Carrai. L’abolizione di Equitalia. E Italia in cammino. Le vacanze a Norcia e a Amatrice. Il partito pensante. I Professoroni. Il sasso sui binari. I rosiconi. Il progetto di Ventotene. Le biciclettate. Le città smart. L’Italia col segno Più. La casa di Firenze pagata da Carrai. Il bando Bellezza. E il futuro di Taranto. La chiarezza sulle banche. Le tre parole chiave “lavoro, casa, mamme”. Le tre P “pensioni, periferie, povertà”. E l’Europa sì ma non così. E #ItaliaBella. Il concorso “vinci un pranzo con Matteo Renzi”. Il Renzometro della app. La cura del ferro. Il Ponte sullo Stretto. Il licenziamento dei furbetti del cartellino. La volta buona. La svolta buona. Il gettone nell’iPhone. Il premier Sindaco d’Italia. Apple che assume giovani a Napoli. Il dream team per il Giubileo. La manovrina. L’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria. L’Internet day. Le linee guida. I competence center. Lo scouting di 500 geni nei licei. Investinitaly. Il programma “capitale umano”. Il Partito della Nazione. Berlinguer, Ingrao e Nilde Iotti testimonial del Sì. I Rolex dei sauditi. Il jogging a Cuba. Il jogging a Chicago. Il jogging in Valdisieve. Il jogging su tappeto Technogym. Jim Messina. Il numero due di Amazon. I like decuplicati su Faceboook. La sonda Schiaparelli. Gli scontrini di 600mila euro in pasti da presidente della Provincia. La missione americana. Il Diario di bordo dall’America Latina. L’amicizia con Marchionne. Le copertine di Chi. L’investitura da Obama. Il network di attivisti globali. I millennials in direzione. La Generazione Erasmus. La Generazione Happy Days. La Generazione Telemaco. Il Babbo. La legittima difesa in tempo di notte.

Le ospitate ad Amici. Il semestre europeo a guida italiana. Il selfie dell’Europa. La difesa dei lavoratori di Almaviva. L’aiutiamoli a casa loro. Il Cantiere sociale. La rubrica “Caro segretario” su L’Unità. La colazione coi cervelli italiani a Boston. I soldi per i pendolari. La formazione per i dipendenti pubblici. Lo sblocco del Piano casa. Le preferenze al posto dei nominati. Le primarie al posto delle preferenze. I 50 milioni per i cittadini di Taranto. I due miliardi di euro in più sulla sanità. L’Agenda digitale. Il Team per la Trasformazione Digitale. Il passare dall’Io al Noi. La campagna elettorale casa per casa. Le visite a sorpresa. Le trasferte in incognito. Il Modello Scampia. Gli incontri con gli odiatori di Internet. Il Green Act. I numeri, non le chiacchiere. La missione in Silicon Valley. Le lezioni alla Stanford di Firenze. Il tour in Russia per responsabilizzare Putin. Lo studio di House of Cards. La scuola di formazione politica Pier Paolo Pasolini. Il Preside manager de La Buona scuola. Il “se perdo il referendum cambio mestiere”.

Sarri, nuovo “santo” (comunista) della città

Al piano terra del Mann, sulla sinistra, c’è il calcio in mostra. “Il Napoli nel mito”. Il Mann è il Museo archeologico nazionale di Napoli, diretto da Paolo Giulierini, e l’esposizione è stata curata in collaborazione con la società guidata da Aurelio De Laurentiis. La visita si apre con una frase del francese Albert Camus, che non fu solo scrittore e saggista ma anche portiere nella sua giovinezza: “Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”.

E Napoli ha assolutizzato questa felicità da decenni. Se la città è una metafora, il pallone è una metafora della metafora. Una matrioska simbolica, ammantata di significati politici e sociali. Soprattutto in queste settimane che il Napoli è protagonista di un incredibile testa a testa con la Juve, il nemico del Nord per antonomasia, a un’altezza vertiginosa di punti.

Dopo Maradona e i due scudetti nella Prima Repubblica della Dc dorotea, adesso il nuovo san Gennaro taumaturgo non è però un giocatore. Né Insigne, né Mertens, né il capitano Hamsik. Ma l’allenatore del futbol bailado azzurro: l’ex bancario Maurizio Sarri. Il tecnico passa per uno di sinistra e così è diventato un’icona rivoluzionaria, oltre che statuina popolare in bilico tra Maradona e il santo patrono della città. Il primo a cogliere questa sfumatura “comunista” è stato Il Napolista, quotidiano online diretto da Massimiliano Gallo, ex Riformista e Linkiesta. La redazione è in una salita tra i bassi dei Quartieri Spagnoli. Il Napolista è un sito di culto apprezzato in particolar modo oltre l’orizzonte del golfo, tra i napoletani, e non solo, che vivono a Roma e Milano, Londra e Berlino. Tenta infatti di sottrarsi alla comoda narrazione dell’atavico eccezionalismo partenopeo. Dice Gallo: “Anche nell’intellighenzia dominante prevale la retorica dell’accade ‘solo a Napoli’, se gli togli la diversità li hai ammazzati”.

Non a caso il quotidiano, ai tempi di Benitez, si professò “rafaelita” per la visione dell’allenatore spagnolo, che appena arrivò capì tutto: “Napoli comincerà a vincere quando smetterà di pensarsi diversa dal resto del mondo”. E non a caso Benitez andò via per nulla rimpianto. Anzi.

Adesso però il miraggio del terzo titolo, mai così vicino dopo oltre trent’anni, rischia di rinnovare una nuova retorica politico-sociale. Come confermano le parole di Luigi de Magistris, sindaco-tifoso che canta l’inno Un giorno all’improvviso, sulle note dei Righeira (L’estate sta finendo): “Ovviamente non pronuncio quella parola per motivi scaramantici, ma se accadrà stavolta non sarà come trent’anni fa. Allora si parlò di riscatto sociale per una città mortificata dalla politica. Oggi è diverso, la squadra va forte come la città”. In caso di vittoria finale, c’è da giurare che il dibattito sarà intenso. Molto.

“Lavo il sangue di mio figlio e poi andremo via da Napoli”

Maria Luisa Iavarone è un’intellettuale borghese. Una professoressa universitaria di Pedagogia, alla Parthenope. Ed è la mamma di Arturo, 17 anni. Arturo che nel pomeriggio del 18 dicembre fu accerchiato da una baby gang in via Foria. Quattro ragazzini, tra cui uno soprannominato ’o nano. Ventidue coltellate. Alla schiena e al petto. E due quasi mortali. Una al polmone, l’altra alla gola, alla giugulare, come per finirlo. In questi due mesi, la mamma di Arturo è diventata il simbolo di un impegno civico intriso di passione e competenza. E per questo una donna scomoda. Un suo editoriale recente, sul Mattino, contiene un denso elenco di punti per la lotta al disagio minorile.

Alla politica non piace il suo impegno, professoressa.

Sia il sindaco De Magistris, sia il governatore De Luca, che oggi poverino ha i suoi guai con il figlio, mi trattano come un corpo estraneo.

Lei è troppo competente.

Sono una pedagogista e voglio che il sangue di mio figlio serva per qualcosa di concreto, non per inutili provvedimenti spot. Questo sangue è la cerniera tra il mio pubblico e il mio privato.

Le baby gang.

Sono un cancro in tutto il mondo, ma a Napoli trovano l’humus dell’illegalità diffusa e della camorra.

Un unicum.

Come se fossero dei crediti formativi per diventare camorristi. Un upgrading criminale. Questo cancro va curato riflettendo sulla crisi del principio di autorevolezza, sulla scuola, sulla politica corrotta del voto di scambio.

Ecco, c’è una parte della borghesia di questa città che l’accusa persino per il linguaggio.

Napoli è una città senza regole e nel suo Dna c’è la demolizione del personaggio del bene, è sempre accaduto. Contro di me c’è un’iconoclastia all’insegna del tiramm a campà.

Tiriamo a campare.

Siccome è scomodo ragionare, io napoletano scavalco e ignoro i problemi.

Un magistrato noto, Nicola Quatrano, ha scritto una cosa grottesca sul Corriere del Mezzogiorno: che le è piaciuto “vincere facile” contro la mamma del nano, una donna del popolo, che piange e non sa parlare.

Quatrano è un magistrato e come tale dovrebbe fare giustizia. Ma questa borghesia sa solo parlarsi addosso e provare invidie e gelosie.

Si è sospettato che lei volesse pure un seggio nel prossimo Parlamento.

Pd e LeU mi hanno offerto una candidatura ma ho detto di no. Il mio compito di mamma è di stare accanto ad Arturo. Poi da intellettuale tento di dire delle cose, se mi ascoltano tanto di guadagnato. Il mio mestiere è questo. Ma quelle che non sopporto sono le accuse di essere in malafede.

Assurdo.

In malafede è chi si vuole mettere nei miei panni ancora sporchi del sangue di mio figlio. Sono stata io a raccoglierlo quasi morto per strada e oggi non posso ancora lavare quel sangue perché con tutti i soldi spesi per le telecamere mancano le immagini centrali dell’aggressione. Ma lei capisce? Ci sono quelle immediatamente prima e dopo ma non quelle centrali, decisive.

Come sta Arturo?

Non può essere che devastato. Ha una corda vocale danneggiata in modo permanente ed è stato privato del suo diritto alla libertà, non va a scuola da solo, e io sono una mamma con tre figli. Una mamma sola mentre lo Stato aiuta il carnefice e non la vittima.

Perché?

In carcere il nano ha un supporto psicologico, io me lo devo pagare.

Meglio andare via?

Fin quando i responsabili non saranno individuati e processati, no. Non deve essere una fuga, ma una scelta quando tutto sarà finito, senza paura. Fino ad allora resterò come una sentinella per l’educazione alla legalità. Ho aperto una pagina su Facebook e ho ricevuto già 3 mila adesioni.

E a giustizia ottenuta?

I miei figli studieranno fuori, io stessa mi sono formata a Londra. Ma andarsene adesso sarebbe una sconfitta.

Napoli sarà un po’ più anarchica senza di lei.

Io ci sto provando, ma è un lavoro paziente. Un ragazzino con il coltello è fuori controllo e pone tante domande. A cominciare dalla famiglia, l’holding parentale è fondamentale per il contenimento, devono esserci delle braccia che ti tengono sin da piccolo.

Braccia che mancano?

L’altro giorno ho accompagnato mio figlio di sei anni a scuola. Dietro di me sentivo insulti e bestemmie. Era una madre feroce del popolo, pensavo ce l’avesse col marito. Invece stava trascinando il proprio figlioletto di tre anni. Una violenza verbale inaudita. Ma la violenza subìta poi la fai. Goethe non si sbagliava, questo è un paradiso abitato da diavoli.

C’è anche il boom del cinema: 400 pellicole in due anni

Al prossimo David di Donatello, il 21 marzo, si parlerà tantissimo napoletano. Nella cinquina dei candidati al miglior film italiano ci sono infatti ben tre pellicole made in Naples: Ammore e malavita dei Manetti Bros, La tenerezza di Gianni Amelio, Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone. In più c’è Napoli velata di Ferzan Ozpetek, con altre undici nomination.

Accanto al turismo e alla gastronomia, il cinema è un altro versante di questo nuovo, possibile Rinascimento partenopeo. Il sindaco gonfia il petto e dice: “A Napoli sono stati girati 400 film in due anni”. La vera novità ai David è che per la prima volta sarà in corsa un film d’animazione: Gatta Cenerentola, prodotta da Mad Entertainment di Luciano Stella e Maria Carolina Terzi. La sede dello studio è in piazza del Gesù Nuovo, il centro del centro antico. Luciano Stella ha 63 anni e spiega di essere alla sua “terza vita” nel mondo di celluloide: “Sono stato distributore, esercente e adesso produttore”. Continua: “No, non ho mai visto Napoli così vivace e positiva. Quando ero bambino c’era il colera, poi ci fu il terremoto. È un boom vero anche se la politica dimostra spesso di avere un pensiero corto”. Gatta Cenerentola è ambientata nel porto di Napoli, dove regna un narcoboss. Città di Gomorra. Anche e soprattutto.

Sostiene Stella: “Il problema della narrazione dominante di Gomorra è la miscela del bene e del male in questa città. L’incognita di questa miscela è la natura stessa di Napoli. Una città da sviluppo diseguale e combinato e che non si trasformerà mai in Zurigo, altrimenti non sarebbe Napoli. In ogni caso oggi è la fucina più creativa d’Italia, non solo per il cinema, ma anche per la tv, la letteratura, la musica. È una forza notevole. Non capisco quelli che rimpiangono l’industria, perché bisogna avere nostalgia? Ci sono altre industrie nell’epoca della Rete e del capitalismo globale”. Senza dimenticare il mare: “Un grande orizzonte ma anche una calamita per il resto del mondo”.

Napoli Pride – La città sta un po’ meglio, ma guai a chi lo dice

Babà tradizionali, babà giganti al tiramisù, crocché, casatielli, panini napoletani, pizze fritte, pizze gourmet, pizze al taglio, panzarotti, pizze a portafoglio, frittatine, ragù, sugo alla genovese, zuppe d’interiora, fritturine di pesce, cannoli, busti design di san Gennaro, baccalà, monacielli in miniatura, corni di varie dimensioni, statuine di Sarri e di tutti i giocatori del Napoli, statuine di Bergoglio, Berlusconi, Pino Daniele, Eduardo, Totò, degli attori di Gomorra, del traditore Higuain, persino di Salvini, santi, stazioni della via Crucis, crocifissioni.

Il centro antico di Napoli non è mai stato così, dai Quartieri Spagnoli a piazza Dante, fino alla Spaccanapoli di via dei Tribunali. Turismo e vicoli e i bassi. Un’esplosione dei sensi, dall’olfatto alla vista. Ogni metro percorso a piedi restituisce odori e colori. Cibo, soprattutto. Souvenir. Ristoranti, osterie, pub e migliaia di stanze in affitto. L’incredibile diffusione dei bed and breakfast. Le chiese e i monumenti. È il ventre di Napoli.

Martedì di febbraio. Un giorno qualsiasi. Piove, non c’è il sole della consumata cartolina partenopea nota in tutto l’universo. Diluvia senza sosta, dalle dieci. La visita di tarda mattinata a Napoli Sotterranea, in piazza San Gaetano, conta 30 escursionisti: spagnoli, francesi, indiani, veneti, romani. Si scende quasi a 40 metri e si risale per poi visitare, a bocca spalancata, il teatro di Nerone, “inglobato” in un palazzo. A bocca spalancata, ché il teatro è stato scoperto un paio di decenni fa ed è impossibile riportarlo alla luce. Sin dal Medioevo ci hanno costruito sopra e si dovrebbero radere al suolo interi edifici.

Procedendo verso Santa Chiara, ma prima, c’è la Cappella di Sansevero. Il Cristo Velato. E la Napoli Velata di Ferzan Ozpetek, record d’incassi. Accanto alla Cappella c’è via Raimondo de Sangro di Sansevero. È la strada dell’ultima scena del film. Il principe di Sansevero: alchimista, naturalista, mecenate, massone.

I segreti del Cristo Velato sono l’ultima frontiera di una parte della città vocata al dibattito e alla lamentazione. Una pellicola senza Gomorra. Com’è possibile? Sono i dubbi di una borghesia stanca e scontata (compresi i giornali locali) che campa di rendita da una vita e marca il mainstream dominante a livello nazionale contro il sindaco populista Luigi de Magistris, regnante ormai da sette anni, dal 2011. Il passato e l’industria che non c’è più. La Capitale perduta. Le baby gang, il disastro dei trasporti cittadini, “la camorra egemone”, per dirla con Luigi Riello, procuratore generale di Napoli.

In realtà, da cinque anni, la metropoli campana è una capitale del turismo europeo, in cui la politica ha un ruolo marginale. In ogni caso il boom si deve tacere o sminuire per continuare la guerra al sindaco. Un conflitto ideologico per bande intellettuali e partitiche in cui l’obiettivo è declinare i mali della città nella chiave dell’eccezionalismo o della diversità napoletana. Un esempio: la liberazione dalle auto di piazza del Plebiscito divenne l’icona del Rinascimento di Antonio Bassolino, fenomeno più retorico che reale di una sinistra operaista che si fece Sistema. Al contrario, il lungomare pedonalizzato di Luigi de Magistris è solo oggetto di scandali e divisioni, dimenticando che il provvedimento ha avuto una conseguenza non secondaria. Cioè, far riscoprire a tutti, non solo ai turisti, che il mare bagna Napoli, nonostante a poche decine di metri dalle acque, a Santa Lucia, nella sede della Regione, affiori il nero dei rifiuti e dell’intera famiglia del governatore campano Vincenzo De Luca.

Aldo Masullo ad aprile farà 95 anni. È uno dei maggiori filosofi italiani, a lungo parlamentare di sinistra. Abita al Vomero, assediato dal traffico. Dice: “Qui la mentalità sarà sempre anarcoide, di non facile conformazione alle leggi e alle regole. Nel ’900, l’unica volta che si è formato un senso civico diverso, poi spazzato via, è accaduto con il nucleo di classe operaia a Bagnoli”.

A dire il vero, a Napoli è l’intera sinistra che non esiste più. Alle ultime Comunali il Pd ha preso la miseria dell’11 per cento. Masullo smonta pure l’alibi della città irraccontabile. E da gran professore conia la definizione di “città sconnessa”, in cui nessuno ha un’egemonia. Né la camorra, né la borghesia, né il popolo. Sostiene il filosofo: “Napoli è senza una classe forte economicamente. E senza egemonia non ci sarà mai una trasformazione sociale decisiva. Se la politica è mediazione tra progetti, forze e ambizioni diverse, se la politica è la misura di questa connessione, allora Napoli è una città sconnessa. E il male peggiore è questa cattiva borghesia, che non ha coscienza di sé”. E qui la cronaca si fa Storia perché per Masullo “il napoletano ha perso l’occasione nel 1799 quando la Repubblica giacobina tentò di formare una nuova comunità cittadina”.

Di ritorno dal Vomero, la tappa in via Monte di Dio diventa allora obbligatoria. Qui c’è il Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto italiano per gli studi filosofici di Gerardo Marotta buonanima, morto un anno fa. Dal 1799 il portone è sempre rimasto chiuso, inizialmente in segno di lutto per il giovane Serra di Cassano, rivoluzionario, giustiziato dalla restaurazione borbonica. Il portone fu riaperto una sola volta nell’era di Bassolino. Oggi l’ingresso che dà su via Monte di Dio è cadente, ricoperto da cartelli “Affittasi”.

Napoli può dunque avere un destino turistico, non transitorio, da Bagnoli fino al centro antico, ma dovrà fare i conti con “la bomba del sottoproletariato”. Lumpenproletariat, nella lingua di Karl Marx.

Isaia Sales è stato marxista del Pci nonché sottosegretario del primo governo Prodi. Insegna Storia delle mafie all’Università napoletana del Suor Orsola Benincasa. Dice: “Il boom del turismo non è stato scandagliato sociologicamente. A ridosso di tutte le chiese e i monumenti che attirano i turisti nel centro antico vive la bomba del sottoproletariato: la scommessa è la riconversione legale dell’economia in questa parte della città”.

Criminalità e camorra. Le due cose possono coincidere ma anche no, nel senso che non tutti i criminali sono camorristi. Alle spalle di una piazza del centro, c’è un nuovo ristorante che serve solo baccalà. Tutto moderno. Pochissimi metri prima c’è un’auto coi finestrini frantumati: gli interni sono stati rubati. Contraddizioni quotidiane. Ma che cos’è oggi la camorra? Risponde Sales: “A Napoli ci sono 42 clan e non c’è un vertice. La frammentazione è più pericolosa perché annulla le differenze tra élite camorristiche e criminalità di strada. Dopo le guerre di Scampia, oggi l’epicentro conflittuale è nel centro storico. La droga è l’affare principale, che garantisce guadagni enormi. I clan napoletani non sono come i Casalesi: sono più commercio e meno impresa e questo significa che il legame con la politica non è necessario”.

Gomorra e Cristo Velato. Napoli che oscilla tra il Male e la cartolina: “Quando non si trasmetteva la fiction, a Napoli si sparava di più. Il tasso dei morti ammazzati si è dimezzato: dal 7,93 per cento del periodo 1989-1991 al 3,16 del 2013-2016”. Il congedo di Sales, un tempo bassoliniano, coglie di sorpresa: “Con De Magistris la città è migliorata”.

Eccolo il sindaco, nel suo studio di Palazzo San Giacomo. Luigi de Magistris rivendica il successo della sua visione politica: “Questa città era sommersa dai rifiuti, ora è bella. I giornali che mi fanno la guerra? Ho imposto a Caltagirone (costruttore ed editore del Mattino, ndr) di pagare per l’inquinamento di Bagnoli. Vengo dalla borghesia e potrei frequentare ogni sera un salotto diverso. Invece preferisco passare una parte della mia giornata a sottrarre ragazzi dalla strada. Quando sono arrivato le casse erano vuote. Sui problemi di oggi, a partire dai trasporti, dico: giudicateci fra tre anni. La camorra? Forse alcune stese (i raid sugli scooter con spari all’impazzata, ndr) sono organizzate per boicottare la nuova immagine della città. Napoli è cultura, onestà e autonomia. E non ci si vergogna più di essere napoletani”.

Telecom nel mirino dell’Antitrust: ostacoli a Open Fiber

La morsa dell’Antitrust si stringe su Tim e sulle condotte dell’ex monopolista sul mercato della banda ultralarga, dove potrebbe aver ostacolato l’ingresso di Open Fiber abusando della propria posizione dominante. L’Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha infatti esteso l’istruttoria già avviata a giugno scorso, che riguardava le gare Infratel e i prezzi al dettaglio, per accertare se Tim, che invece ribadisce la correttezza del proprio operato e si dice pronta a collaborare per dimostrare la propria estraneità, abbia avuto condotte “anticoncorrenziali” anche sui prezzi all’ingrosso, proprio con l’obiettivo di rendere la vita difficile alla società controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti, destinata a diventare il suo principale concorrente sulla rete in fibra. La decisione dell’Antitrust, dunque, è stata presa dopo che la stessa società Open Fiber, ma anche le altre concorrenti dirette come Wind Tre e Vodafone Italia, hanno inviato segnalazioni che, per così dire, rendono più gravi le ‘accuse’ contenute nell’istruttoria originaria.