Il nuovo libro di Bruno Vespa, in uscita giovedì, già dal titolo fa tremare i polsi: Perché Mussolini rovinò l’Italia (e perché Draghi la sta risanando). Per evidenti ragioni l’accostamento con il Duce non dovrebbe lusingare l’attuale premier, nonostante le migliori intenzioni dell’autore su cui naturalmente non ci permettiamo di sindacare. Se qualcuno avesse dei dubbi sul parallelo tra i due politici, a fugarli ci pensa Giancarlo Giorgetti, interpellato da Vespa sul futuro del presidente del Consiglio. Non a Palazzo Chigi, bensì al Colle e mica come un capo di Stato qualsiasi: “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”. Come ha fatto a suo tempo Napolitano, replica Vespa. “Lui l’ha fatto dinanzi a un mondo politico spaesato”, precisa Giorgetti. “Draghi baderebbe all’economia”. Et voilà: guidare, in latino “ducere”. Si è subito detto: ma è una battuta! Epperò: un ministro della Repubblica non può liquidare la forma di governo e la Costituzione su cui ha giurato (forse ha giurato sulla Carta di Pontida) con un “de facto”. Draghi (e chiunque altro) che dal Quirinale “guida il convoglio da fuori” e bada all’economia” sarebbe una soluzione eversiva (tecnicamente, non c’è alcun giudizio politico). Da sempre le destre accarezzano il sogno di un sistema più decisionista, efficiente, “forte” con meno lacci e lacciuoli: a volte è il premierato, a volte il semipresidenzialismo. Quando gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi hanno detto “no” con estrema chiarezza (tipo nel 2006). Le riforme costituzionali non si scrivono sui libri di Vespa, i sistemi di governo non si cambiano “de facto” e tantomeno per una persona. Abbiamo già visto come va a finire.
Chiuso il maxi-rave a Torino. Identificati 3mila partecipanti
Il “teknival” illegale alle porte di Torino, che nei giorni scorsi ha avuto fino a oltre 5mila partecipanti, si è concluso lasciando una scia di polemiche e proteste. E cumuli di rifiuti e detriti nell’ex capannone industriale occupato per tre giorni dagli amanti della musica techno. Gli ultimi “raver” hanno lasciato il raduno ieri mattina: complessivamente sono stati annotati i nomi di quasi 3mila giovani, in gran parte italiani, giunti a Torino da tutte le regioni, ma anche da altri Paesi europei. Il rave era stato organizzato per festeggiare i 15 anni di un noto sound system torinese.
Minacce su muri e web. Toti avrà la scorta
Una scritta:“Giovanni Toti morto”. Firmato: “P38”, la pistola simbolo degli Anni di Piombo. È apparsa nel quartiere genovese di Oregina, a due passi da via Fracchia, dove si trovava un appartamento-covo delle Brigate Rosse, la zona in cui nel 1979 venne ucciso il sindacalista e operaio dell’Italsider, Guido Rossa. Il tutto a pochi giorni dalle scritte contro di lui comparse in prossimità del centro vaccinale di Camporosso. Per questo, “dopo una valutazione approfondita”, il Comitato per l’ordine e la sicurezza ha disposto la scorta per il governatore. La decisione è stata presa non solo a causa delle ultime minacce scritte sui muri del quartiere di Oregina, ma anche per quelle che al leader di “Cambiamo” arrivano sul web.
La visita di Abu Mazen, ricevuto da Mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricevuto ieri mattina al Palazzo del Quirinale il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas. All’incontro era presente il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio. Nel corso del faccia a faccia i due leader si sono confrontati sulla necessità di rimettere la questione dei rapporti israelo-palestinesi al centro della politica internazionale, seguendo la soluzione dei due Stati. È la quarta volta che Abu Mazen (altro nome con cui è noto Mahmoud Abbas) vede il capo dello Stato italiano e quella di ieri mattina è la sua prima visita internazionale dopo l’inizio dell’emergenza del Covid-19.
Renzi sr, teste: “Mai conosciuto”. Il pm: “S’è contraddetto”
“Tiziano Renzi? Mai avuto rapporti con lui, lo conosco solo perché l’ho visto alla tv”. Sono le parole pronunciate in aula da un dipendente della Delivery Service Italia, una delle coop al centro delle indagini che hanno portato 14 persone oltre ai genitori di Matteo Renzi a processo per bancarotta fraudolenta e fatture false. L’uomo avrebbe contraddetto quanto affermato davanti agli uomini della Finanza il 31 gennaio 2017: all’epoca, gli ha fatto notare in aula il pm Luca Turco, aveva dichiarato che era stato assunto da Tiziano per conto della Delivery Service. Per l’accusa, Renzi sr e sua moglie Laura Bovoli erano i gestori di fatto delle coop, usate per aumentare il volume di affari della società di famiglia Eventi 6.
L’udienza è stata dedicata ad ascoltare circa 30 testimoni, tra cui i curatori fallimentari delle tre coop fallite (oltre alla Delivery Service, la Marmodiv e la Europe Service) e la moglie di uno degli imputati, Roberto Bargilli, che si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Ha invece risposto, con molti “non ricordo”, una nipote di Laura Bovoli che è stata componente del cda della Delivery Service.
Durante l’udienza, poi, su richiesta delle parti, il giudice ha riunito i due procedimenti che vedono imputati i genitori dell’ex premier: al filone sulla presunta bancarotta fraudolenta e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti è stato aggregato un filone collaterale, nel quale il 20 maggio i Renzi e la figlia Matilde sono stati rinviati a giudizio per presunti reati fiscali commessi nella gestione della Eventi 6.
Anzio, onorificenza a Mussolini: Bruck rifiuta il premio
La scrittrice Edith Bruck rifiuta il Premio per la Pace di Anzio. Il motivo: “Benito Mussolini è ancora cittadino onorario della città – spiega lei – e non posso accettare il premio dove è in fermento la nostalgia attiva dell’epoca più vergognosa”. Così Bruck, di origini ungheresi e sopravvissuta ai campi di concentramento, in una lettera al sindaco di Anzio (Roma) Candido De Angelis. “Avrei volentieri accettato – si legge – se nel frattempo non avessi saputo che è stata negata la benemerenza a una mia correligionaria, Adele di Consiglio, sopravvissuta alla barbarie nazifascista, e invece è stata riconfermata a Mussolini”.
Pochi mesi fa, Bruck aveva ricevuto da Sergio Mattarella l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica e a febbraio, in occasione dei suoi 90 anni, aveva anche ricevuto la visita di Papa Francesco. Nel 2019 il Pd – come oggi ricorda la consigliera di Anzio, Lina Giannino – aveva proposto di revocare la cittadinanza a Mussolini e di conferirla ad Adele di Consiglio. Richiesta rigettata dal sindaco De Angelis.
Il Mose non basta: piazza San Marco finisce sott’acqua
Neanche il Mose salva piazza San Marco dall’acqua alta. Da due giorni Venezia soffre un’ondata di maltempo che sta provocando diversi disagi in città. Lunedì sera, per esempio, nonostante l’innalzamento delle 78 paratoie, la principale piazza del centro è stata allagata perché il livello dell’acqua era già più alto del previsto al momento dell’attivazione del Mose. La Basilica di San Marco si trova peraltro in uno dei punti più bassi di Venezia, in attesa di alcuni lavori che dovrebbero mettere in sicurezza la piazza.
Durante l’alta marea, le acque hanno superato gli 80 centimetri, comunque mitigati dall’effetto – seppur parziale – del Mose. Le piogge torrenziali sono proseguite anche ieri, quando è stato necessario un nuovo intervento delle barriere che si sono sollevate poco prima delle 18. L’ultima alzata delle paratoie era stata a febbraio. Secondo le previsioni, il pericolo di acqua alta rimarrà almeno fino a domani. Stasera, intorno alle 21, la massima allerta: il livello della marea potrebbe raggiungere i 140 centimetri.
Il bonus ai 18enni diventa strutturale, però da 5 anni fallisce il suo obiettivo
Cresce e diventa strutturale “18app”, il bonus Cultura lanciato da Matteo Renzi a fine 2015, pensato per offrire ai diciottenni 500 euro da spendere per teatri, cinema, musei e libri, ma presto esteso a corsi di musica, teatro, lingua, prodotti audiovideo e pure abbonamenti a quotidiani. Una misura divenuta un pilastro per il ministero della Cultura, rinnovata di anno in anno, messa in discussione solo per breve tempo dal ministro Alberto Bonisoli nel 2018, presto costretto a ripensarci per l’opposizione della sua maggioranza.
Sono 230 i milioni di euro previsti per la misura nel ddl Bilancio per il 2022: meno dei 290 con cui si era partiti nel 2015, perché la spesa si è sempre dimostrata inferiore. Non c’è più traccia della riduzione dell’importo (da 500 a 300 euro) paventata e poi ritirata nel 2019 e anzi la misura viene stabilizzata senza prevedere limiti di reddito per i beneficiari: tutti i residenti in Italia, ricchi o poveri, riceveranno il bonus. Fatto salvo per gli investimenti per il settore cinematografico (in crescita da anni, saliti a 750 milioni per il 2022) si tratta della voce più dispendiosa tra quelle destinate al settore culturale, ben più di quanto stanziato per musei, archivi, biblioteche, teatri.
D’altronde è una misura che piace a tutti: a chi la riceve, ma anche agli esercenti e agli editori, nonché alle grandi lobby commerciali. Il bonus può essere speso pressoché ovunque. Amazon invita gli utenti a usarlo per “libri, eBook Kindle, audiolibri, CD, vinili e DVD”. In questo quadro, poco importa se poi i prodotti acquistati siano effettivamente utilizzati dai 18enni beneficiari: impossibile a oggi calcolare i casi in cui il bonus potrebbe essere stato scambiato in cambio di contanti – tanti i gruppi Telegram sorti e chiusi negli anni – o utilizzato da soggetti diversi da quelli previsti. I governi succedutisi sembrano aver accettato che questi abusi possano avvenire, ma che il beneficio economico-politico superi le inefficienze.
Resta il fatto che a oggi non è noto dove siano spesi questi soldi e quanto ne benefici la grande distribuzione rispetto alla piccola. È noto invece che l’impatto sulla partecipazione culturale è stato pressoché nullo. I dati Istat raccontano di un Paese dove 6 cittadini su 10 non leggono libri (dato costante tra 2016 e 2019), l’80% non va a teatro, calano i lettori di giornali (35%). E se le fasce d’età con la più bassa partecipazione culturale sono quelle più anziane, non si registra un miglioramento neppure per la fascia dei 18enni a cui il bonus è dedicato. Insomma, quei soldi hanno favorito la partecipazione culturale quasi soltanto di giovani già abituati a leggere e frequentare spazi culturali.
Se però la misura non ha l’obiettivo di combattere l’esclusione culturale, ma solo quello di aiutare il mercato e in particolare l’editoria (in modo non dissimile da altri fondi stanziati per il settore), non è chiaro perché non possa essere limitato solo a determinati esercenti, in particolare escludendo la grande distribuzione online, o perché non possa essere sostituito o affiancato dalla detraibilità fiscale per le spese culturali, auspicata da una molteplicità di soggetti nel settore.
Con 230 milioni l’anno si potrebbe garantire l’accesso ai testi universitari a fasce in difficoltà, aprire (o riaprire) biblioteche in Comuni e quartieri che ne sono prive – da anni, da decenni o da sempre –, rendere gratuiti i musei e i teatri per gli studenti, per i disoccupati, per i pensionati. Ma si preferisce rendere strutturale un bonus, nonostante si tratti di un ossimoro.
Ricerca: arrivano più soldi, ma pure meno autonomia
Università e ricerca sono state martoriate talmente a lungo che i soldi stanziati nel disegno di legge di Bilancio sembrano ora una ventata d’aria fresca. Il premier Mario Draghi e la ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, hanno mantenuto gli impegni: 265 milioni di euro per il Fondo per il finanziamento delle università nel 2022, 530 per il 2023 fino ad arrivare a 780 milioni dal 2024. Se l’impegno fosse mantenuto nel triennio, osservano oggi gli addetti ai lavori, si potrebbe quasi ricolmare il taglio di risorse dell’ultimo decennio, dalla Gelmini in poi. Inoltre, 75 milioni (poi 300 e 655) sono destinati all’assunzione di professori universitari e ricercatori di tipo B, quelli che al termine del contratto, se hanno acquisito l’abilitazione, si trasformano in professori associati. “Una inversione positiva – spiega Giuseppe De Nicolao, docente del Dipartimento di Ingegneria industriale e dell’informazione dell’Università di Pavia e uno dei fondatori dell’associazione Roars – rispetto a oltre un decennio di progressiva precarizzazione”. A grandi linee, spiega, si tratta di un aumento di circa il 15 per cento del personale a tempo indeterminato “che non ci riporta ancora completamente ai livelli pre-2010 né ci aggancia al resto d’Europa ma riduce a pochi punti il gap tra il pre-Gelmini e l’oggi”.
Non cambia, invece, la modalità con cui i soldi saranno distribuiti. Dovrà essere scritto un decreto che sarà però basato sui risultati della Valutazione della qualità della ricerca (Vqr) che, con tutti i limiti segnalati ormai da anni, tende a premiare le zone e gli atenei più forti del Paese e non solo per le differenze di voti ma anche per i tagli accumulati nel tempo. “Dal 2010 a oggi c’è stato un sostanziale downsizing del personale a tempo indeterminato – chiarisce De Nicolao – dovuto ai blocchi parziali del turnover. Ma non è stato distribuito in modo uniforme. Ad esempio, quando si potevano rimpiazzare la metà dei docenti andati in pensione, essi sono stati redistribuiti sul territorio in base ad alcuni indicatori di tipo finanziario che premiavano gli atenei più ricchi, per esempio chi operava in territori dove poteva far pagare tasse più alte”. Questo ha indebolito ancora di più gli atenei già meno forti, magari perché al Sud, cosa che si è poi riflessa sul numero di docenti valutati dalla Vqr. “Gli squilibri quindi vengono cristallizzati. Molto bene che si inverta la tendenza dei finanziamenti e che ci sia una politica di crescita, ma sarebbe stato necessario ragionare anche su questo”.
Una novità rilevante riguarda invece il Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche. Il ddl prevede un piano di riorganizzazione e rilancio del più grande ente pubblico di ricerca italiano ma anche, per realizzarlo, l’istituzione di un “Comitato strategico”, un “Supervisory Board” di cinque esperti “di comprovata esperienza e competenza” che di fatto valuti e indirizzi il piano, anche avvalendosi di pareri, intese e il ricorso a soggetti esterni per “esaminare la consistenza economica e patrimoniale, lo stato dell’organizzazione, la consistenza dell’organico, la documentazione sulla programmazione e la rendicontazione scientifica”. Una sorta di ‘commissariamento’ secondo i rappresentanti appena eletti nel consiglio scientifico, che mette in pericolo l’indipendenza della ricerca.
“La versione attuale della legge di Bilancio rischia di azzerare decenni di sofferte conquiste nell’affermazione dell’autonomia della ricerca – spiegano Antonia Bertolino, Vito Mocella e Antonio Moretti – sanciti da un lungo percorso normativo che afferma l’autonomia scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile del Cnr ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione”. La norma, secondo i firmatari, di fatto scavalca i rappresentanti della comunità scientifica interna e lo stesso Consiglio Scientifico presente nel Cda, affidando al comitato ruoli che avrebbero potuto svolgere loro stessi e che già svolgono. “Accogliamo con favore l’idea di promuovere un rilancio del nostro Ente, ma non può che avvenire nel rispetto del dettato costituzionale dell’autonomia della ricerca e dello statuto dell’Ente, e certamente non prevedendo un organismo nominato dal governo che operi, citiamo testualmente, ‘in deroga alle disposizioni, normative e statutarie’ (…) I compiti che la legge intende affidare a questo Supervisory Board, e persino a titolo oneroso (circa 230.000 sottratte alla ricerca), rientrano nelle attribuzioni statutarie di Consiglio Scientifico e Cda, organismi che sono perfettamente in grado di assolvere a tale compito in modo adeguato e certamente con maggior cognizione di causa”. La spinta ad accentrare le decisioni a monte sui fondi, in realtà, si ritrova anche nella riforma – infilata qualche mese fa nel decreto sulla governance del Pnrr – del Comitato Nazionale dei Garanti della Ricerca (Cngr) che diventa invece il Comitato Nazionale per la Valutazione della Ricerca (Cnvr) e che, per almeno i primi tre anni avrà 7 membri dal vecchio comitato e 8, che come rileva un articolo di Roars “è il numero richiesto per detenere e manovrare una maggioranza sicura”, nominati direttamente dal ministro. Il Cnvr di fatto rimpiazzerà l’Agenzia Nazionale per la Ricerca, nata nel 2019 e voluta da ampie aree dell’accademia, nonostante le polemiche: oggi viene cancellata con una riga in Bilancio.
Familiari vittime: “Serve commissione d’inchiesta vera”
Ieri, nel giorno in cui si commemorano i defunti, una cinquantina di familiari delle vittime di Covid-19 della Bergamasca ma non solo, si è recata a Roma per un sit-in pacifico vicino Montecitorio, in piazza Santi Apostoli. “Perché proprio il Parlamento è simbolicamente il luogo in cui le istituzioni stanno dimostrando di non volersi assumere la responsabilità di indagare a 360 gradi sui motivi che hanno portato a contare un numero di vittime così elevato. Ecco perché siamo in piazza con delle foglie di fico”, spiega Consuelo Locati, la battagliera avvocata che coordina il team legale di 600 familiari delle vittime che ha intentato la maxi causa civile.
Sono partiti alle 3 del mattino, chi dalla Val Seriana chi da Reggio Calabria, per esserci e per dire che “le vittime del Covid non si commemorano con le parate, ma con atti concreti come una commissione di inchiesta vera e non una farsa, come la vogliono ridurre. In altri Paesi le commissioni hanno già depositato le loro conclusioni come è giusto e normale che sia”, dichiara Paolo Casiraghi, che ha perso tre parenti contagiati dal coronavirus SarsCov2 nella prima ondata.