“Report no vax”: l’assalto del Pd con Renzi e forzisti

Fare domande sui vaccini, chiedersi quanto durerà l’immunizzazione, porsi interrogativi sulla durata del Green pass, avanzare dubbi in merito alla terza dose: per la politica non va bene. Meglio stare zitti. E mettere un bel bavaglio all’informazione. Il Parlamento ieri ha messo duramente sotto attacco Report per un lungo servizio andato in onda su Rai3 lunedì sera (“Non c’è due senza tre”) in cui si sono affrontate le tematiche che assillano in queste settimane milioni di italiani e anche la comunità scientifica. Col Pd che addirittura si spacca: da una parte i membri dem della Vigilanza ad accusare il programma Rai di lisciare il pelo alle posizioni No vax e no Green pass e, dall’altra, il resto del partito a difendere la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci.

Mai il primo partito della sinistra italiana era andato così frontalmente all’attacco del programma se non durante la segreteria Renzi, quando Report, nel 2017, venne messo sotto accusa per una puntata sulla farmacovigilanza e sul papilloma virus (anche lì si parlava di vaccini, molto prima del Covid-19), ma in realtà la polemica sembrò strumentale: nella puntata precedente, infatti, Report si era occupato di ricostruire l’ultimo salvataggio de l’Unità sotto la regia di Matteo Renzi che coinvolse l’imprenditore Massimo Pessina, beneficiario di appalti in Kazakistan. Le scaramucce tra Renzi e Report sono poi proseguite con la nascita di Italia Viva.

“Su Report lunedì sera è andato in onda un lungo compendio delle più irresponsabili tesi No vax e No Green pass”, dicono i dem. Puntando il dito sulla presenza di “sedicenti infermieri che accusano di essersi infettati per responsabilità delle aziende farmaceutiche” e “speculazioni dietrologiche sul grande business della terza dose da parte delle multinazionali del farmaco”. E aggiungono: “Si tratta di un episodio molto grave di disinformazione tanto più perché avvenuto proprio mentre operatori sanitari, giornalisti ed esponenti delle istituzioni sono obiettivo di manifestazioni No vax e No Green pass, spesso violente, che si alimentano proprio di queste falsità”.

Accuse respinte al mittente da parte del conduttore: “Sono stufo di queste accuse. Sono vaccinato, come tutta la redazione, ma come giornalista devo essere libero di raccontare le criticità. Quali sarebbero i contenuti No vax? Credo che i parlamentari non abbiano visto il servizio in questione… Un fatto non ha colorazioni No vax: è un fatto, punto, che piaccia o no”, risponde Ranucci sulle agenzie.

Diverse sono le tematiche sollevate nella puntata. Innanzitutto si è parlato della durata del vaccino, con i dubbi sull’effettivo calo degli anticorpi dopo sei mesi o addirittura prima, tema su cui sta indagando solo l’ospedale Niguarda di Milano e su cui non arrivano dati dall’Istituto superiore di sanità. Ma si è parlato anche del rinnovo del Green pass come decisione puramente politica. “Tra ottobre e novembre ci sarebbero stati tre milioni di italiani con il certificato verde scaduto e senza la possibilità di fare una terza dose, a quel punto sarebbe stato il caos, soprattutto per quanto riguarda il lavoro”, ha spiegato Ranucci durante la puntata. Da qui la decisione del governo Draghi e del ministro della Salute Roberto Speranza di prorogare il lasciapassare verde. Ma l’inchiesta ha acceso i riflettori pure sulla decisione dell’Aifa di iniettare Moderna a dose intera quando la stessa azienda sei giorni prima aveva raccomandato metà dose.

All’attacco di Report, oltre al Pd, va a testa bassa ovviamente Renzi: “Secondo Ranucci la terza dose è un business delle case farmaceutiche, per me invece il vaccino è la salvezza dal coronavirus. Report non fa servizio pubblico”, ha attaccato l’ex premier. “Disinformare in maniera così irresponsabile sulla Rai è gravissimo e inaccettabile”, gli fa eco Luciano Nobili, con Italia Viva che presenta un’interrogazione a firma Michele Anzaldi e Davide Faraone. Mentre il forzista Andrea Ruggieri definisce il programma una “lagna qualunquista”. Replica Ranucci: “Quando mi accusano di qualunquismo sul business della terza dose voglio solo dire che non abbiamo fatto altro che raccontare quello che un manager della Pfizer ha detto ai propri investitori in un incontro riservato nel marzo scorso”.

Nel frattempo, però, a dividersi è il Pd. Perché il duro attacco al programma, sferrato dai parlamentari della Vigilanza, non è stato condiviso da un altro pezzo del partito. Così al Nazareno è iniziato un braccio di ferro sull’opportunità di fare o meno una nota per correggere la rotta. Alla fine è uscita, timida, con la dicitura “fonti del Nazareno”. “I parlamentari dem della Vigilanza – recita la nota – hanno espresso una posizione nell’esercizio delle loro funzioni e dell’autonomia dei gruppi legata al timore per la diffusione della propaganda No vax, ma senza voler ledere in nulla l’autonomia dei giornalisti e la libertà editoriale di cui è giusto godano le testate Rai”. A fine giornata c’è chi nota che nei dem della Vigilanza sono presenti diversi ex renziani di ferro, come Andrea Romano. E Report, di certo, non è la loro trasmissione preferita fin dai tempi in cui l’uomo di Rignano guidava il partito.

“L’immunità di gregge anche col 90% vaccinato rimane impossibile”

Professor Fabrizio Pregliasco, con il 90% di vaccinati raggiungeremmo l’immunità di gregge?

No, forse con il 90% compresi i minori di 12 anni. Ma invece sulla vaccinazione dei figli più piccoli si è diffusa una certa paura…

Il trial Pfizer sui bambini da 5 a 11 anni è stato realizzato su un campione che molti esperti ritengono troppo piccolo.

Questo all’inizio. I vaccini sono sempre stati dedicati ai bambini, qui c’è stata maggiore trasparenza che anziché rassicurare si è rigirata contro. Questa malattia presenta una difficoltà, neppure chi guarisce è totalmente protetto, alcuni contagiati della prima ora cominciano a reinfettarsi, per fortuna pochi.

Per quanto dovremo convivere con il Green pass?

Il Green pass è scollegato dalle vaccinazioni, è un elemento politico-tecnico che serve a indurre alla vaccinazione.

Dura dodici mesi e il vaccino sei.

Dopo sei mesi il vaccino comincia a perdere la sua efficacia, ma la mantiene a buon livello per le forme più gravi, che è quello che cercavamo. Vedremo se sarà necessario rivaccinare tutti. Anche con un titolo anticorpale basso la protezione c’è.

Ha senso dopo due anni prorogare lo stato d’emergenza?

Sì, in un’ottica di facilitazione delle procedure burocratiche, lo stato d’emergenza non dev’essere enfatizzato. L’inverno potrebbe essere l’ultima battaglia, la vinceremo salvo che emerga una variante virale strampalata, più cattiva, ma non è così probabile. Nel frattempo avremo nuovi farmaci, faremo i richiami ai più fragili…

È giusto puntare solo sui vaccini e non anche sulla sorveglianza, sulle cure? Se Mario Draghi dice che il vaccino esclude il contagio, quando invece non è così, di fatto alimenta critiche e deliri no vax

Il vaccino riduce i rischi, è un fatto statistico. Draghi ha commesso un errore di comunicazione. Anche il tracciamento del virus deve continuare, ma ci vuole un’organizzazione che non è facile mantenere.

“Il gioco ipocrita sul Pass ha incartato il governo, la protezione dura 6 mesi”

Professor Andrea Crisanti, con il 90% di vaccinati raggiungeremmo l’immunità di gregge?

No. Teoricamente per averla si dovrebbe avere l’85% della popolazione protetta, ma il vaccino dura solo sei mesi. La maggior parte delle vaccinazioni risale ad aprile-luglio, quelle persone dovrebbero essere rivaccinate: dovremmo fare otto milioni di vaccinazioni al mese per sei mesi per avere 48 milioni di persone protette. Il problema è che hanno giocato ipocritamente con il Green pass e si sono incartati

In che senso?

Come fanno ora a dire che il vaccino dura sei mesi e le persone non sono più protette, quando il Green pass vale per dodici mesi? Questo è il problema politico.

Dopo sei mesi la protezione contro la malattia grave non resta elevata?

Scende fino al 40% la protezione dell’infezione, al 65-70% contro la malattia grave.

Terza dose per tutti e chi non la fa perde il pass, come in Israele?

Se dobbiamo proteggere il nostro sistema sanitario dobbiamo farla ad anziani, ospiti delle Rsa, malati oncologici e le altre persone fragili, come si sta già facendo, ma non basta. Finché avremo 10 milioni di non vaccinati il virus si trasmetterà, continuerà a circolare.

Pensa anche lei a un’evoluzione endemica e a future vaccinazioni periodiche?

Stiamo cercando di guadagnare tempo in attesa di un vaccino più efficace e di farmaci più efficaci, come con il lockdown. Oggi abbiamo un vaccino che funziona solo un po’. La battaglia è questa, siamo ancora in trincea.

Ha senso prolungare lo stato d’emergenza?

Dopo due anni lo stato di emergenza diventa uno stato ordinario e non va bene, dimostra solo che non ci hanno capito abbastanza.

Funziona una politica incentrata solo sui vaccini e meno attenta ad altri strumenti, dalla sorveglianza alle cure?

È stato tutto abbandonato, troppo comodo affidare tutto al vaccino.

Terza dose anche agli over50. Ma Figliuolo rallenta ancora

Andiamo verso un’estensione della terza dose, quasi certamente al personale scolastico come sollecitato a gran voce dai presidenti della Campania e del Piemonte, probabilmente anche a tutti gli over 50 (per ora il limite è 60) come ha detto Guido Rasi, ex direttore dell’agenzia europea del farmaco Ema e oggi consulente del generale Francesco Paolo Figliuolo. E andiamo senz’altro verso una proroga dello stato d’emergenza in vigore dal 30 gennaio 2020, quando il virus ufficialmente in Italia non c’era ancora ma in realtà cominciava a diffondersi, la cui scadenza al momento è fissata al 31 dicembre. È scontata, in quel caso, la proroga anche per l’obbligo di Green pass nei luoghi di lavoro e laddove è già previsto. Sembra improbabile a ogni buon conto, l’allentamento degli obblighi in vigore al raggiungimento del 90% di popolazione vaccinata, evocato dal generale Figliuolo per quando l’obiettivo sia piuttosto lontano almeno finché non si deciderà di vaccinare anche gli infra-dodicenni.

Non sono decisioni attese a giorni. La stessa commissione tecnico scientifica dell’agenzia del farmaco Aifa oggi dovrebbe pronunciarsi solo sul richiamo di Johnson&Johnson: secondo le anticipazioni potrà essere fatto con i vaccini a mRna, Pfizer-Biontech e Moderna, a sei mesi dalla somministrazione presentata come unica, ma anche prima di quella scadenza, come si evince dal trial pre-autorizzazione che prevedeva la seconda iniezione a partire da due mesi dopo la prima. Non sarebbe ancora all’ordine del giorno della commissione di Aifa la questione della terza dose sotto i 60 anni.

Della terza dose ha parlato ieri, invece, il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, ma solo per respingere come “fantasiosa” la ricostruzione che attribuisce alle aziende produttrici dei vaccini una certa pressione per rivaccinare tutti. Al ministero della Salute confermano che gli unici dati in favore della generalizzazione della terza dose sono quelli che provengono da Israele. La circolazione del virus è aumentata, il tasso di riproduzione del virus Rt ha superato la soglia epidemica di 1 e quindi c’è grande attenzione. “La situazione di circolazione virale nel Paese rimane tra le più favorevoli di tutta Europa. Meglio di noi solo la Spagna. L’impatto sui servizi sanitari è ancora fortunatamente largamente contenuto”, ha detto ancora Locatelli. Se gli ospedali nel complesso vedono solo un leggero aumento dei ricoveri si deve ai vaccini. Rischiano tuttavia di passare in zona gialla la provincia di Bolzano e in misura minore il Friuli-Venezia Giulia. E le vaccinazioni continuano a rallentare, tanto prime e seconde dosi quanto le terze.

Ex Ilva, altro sciopero e proteste sotto al Mise

Sciopero generale nelle acciaierie. Fim Cisl, Fiom e Uilm hanno proclamato uno sciopero generale nei gruppi Acciaierie d’Italia (ex Ilva) e Acciaierie Piombino – Jsw per il 10 novembre, chiedendo la definizione di un piano nazionale della siderurgia, investimenti e salvaguardia dell’occupazione. Le sigle contestano l’ennesimo rinvio e la mancata convocazione da parte del ministero dello Sviluppo economico per la presentazione del piano industriale e ambientale di Acciaierie d’Italia e l’incertezza attorno alle prospettive di Jsw Piombino. Motivo per cui il prossimo mercoledì, oltre allo sciopero generale, i sindacati manifesteranno sotto la sede del Mise.

Confindustria batte cassa: non vuol pagare la nuova Cig e pretende più tagli alle tasse

Capita, ogni tanto, forse memori di tempi passati, di scambiare Confindustria e i suoi presidenti per un pezzo rilevante del potere reale nel Paese e all’esterno del Paese, che esprime interessi certo parziali, ma legittimi. In realtà, e non da oggi, la retorica confindustriale è ormai quella degli accattoni, ma di accattoni che per qualche motivo ritengono, a differenza di tutti gli altri, di essere i soli ad aver diritto all’elemosina.

Il discorso di Carlo Bonomi, ieri all’assemblea dell’associazione in Umbria, è come la summa di questa attitudine. Intanto gli dà fastidio il modesto aumento delle aliquote contributive per i nuovi ammortizzatori sociali, di cui pure le imprese italiane hanno beneficiato con larghezza in questi anni di pandemia: “Sulla Cig siamo contributori netti per 2,4 miliardi, non possiamo essere sempre bancomat di Stato: se vogliamo dare la Cassa a tutti tutti devono contribuire” (e intende la fiscalità generale che il ministro Franco ha impedito al collega Orlando anche di nominare). Già che c’era, il capo degli industriali ha anche spiegato cos’altro gli dà fastidio e cioè che ancora non gli abbiano detto qual è la sua fetta degli 8 miliardi di tagli alle tasse annunciati dal governo: “Dove verranno messi gli 8 miliardi? Ancora nessuno ce lo ha detto”, ha spiegato alla platea, forse dimenticando che è già stato detto che deciderà il Parlamento, orpello che evidentemente giudica inutile. Tanta è la preoccupazione che Bonomi sfiora l’indicibile, la critica a Draghi: “Con queste misure si dà il calcio alla lattina, non si affrontano i problemi”. Non ce l’ha con Draghi, per carità, ma coi partiti e le loro bandierine: “Più che fare battaglie di bandierine su Reddito di cittadinanza e Quota 100 penso che avremmo dovuto avere una grande visione e concentrare le risorse su temi come la previdenza complementare e la defiscalizzazione a favore di donne e giovani”. Tradotto: sgravi contributivi che aiutano i bilanci di lorsignori facendo finta di aiutare donne e giovani.

Il resto è il populismo da bar che è la vera cifra retorica del nostro, condito ove possibile di vere e proprie fake news: nei centri per l’impiego risultano “423 assunti: ci sono costati all’anno più di 400mila euro l’uno”. Resta, alla fine, che Confindustria ce la mette tutta, solo che è sfortunata: “Noi vogliamo assumere, vogliamo crescere, non licenziare, ma non troviamo figure professionali”. Peccato.

Foreste e fondi privati: la Cop26 passerella verde dei filantropi

I fondi privati: lo ha detto lunedì in conferenza stampa il premier Draghi. La soluzione per il contrasto al cambiamento climatico pare stare tutto qua, altro che lotta sulla data per raggiungere la neutralità carbonica.

Ieri, alla Cop26 di Glasgow, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite, è stato il turno della filantropia ambientale dei magnati illuminati: forse conscio di quanto le infrastrutture digitali contribuiscano al surriscaldamento globale, il patron di Amazon, Jeff Bezos, ha annunciato che impegnerà 2 miliardi di dollari attraverso il Bezos Earth Fund per l’Africa. Un miliardo e mezzo invece andrà alla Global Energy Alliance, un fondo di cui faranno parte, assieme con la Rockfeller Foundation, l’Ikea e i governi per contribuire allo sviluppo delle rinnovabili nei paesi in via di sviluppo e che punta a valere almeno 100 miliardi (oggi sta a 10). Una alleanza di cui fa parte anche l’Italia, presente al lancio con il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani che ha colto l’occasione per ribadire che è “impensabile liberarsi del gas per i prossimi anni” e che gli studi sul nucleare “non dovrebbero essere abbandonati”. Frattanto, anche Bill Gates annuncia la partecipazione a un programma da 1 miliardo con Bruxelles e la Banca europea degli investimenti (promozione di tecnologie per il clima) mentre Greenpeace reputa esiguo lo sforzo da 20 miliardi (pubblici e privati) raggiunto dai Paesi per fermare la deforestazione, primo traguardo di questa Cop 26 insieme all’accordo di 100 paesi – Ue e Usa in testa – per ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030.

Modi double face: accontenta l’ex Bce e poi dice “2070”

Ha aspettato la Cop26 di Glasgow per sganciare la bomba, Narendra Modi. Ovvero annunciare che il suo Paese, l’India, raggiungerà la neutralità climatica entro il 2070. Dieci anni dopo il 2060 scelto da Cina e Russia e 20 dopo il 2050, considerato da Ue e Usa il target da raggiungere. Una posizione che può preludere al flop del vertice scozzese.

Al G 20 di Roma, chiuso la scorsa settimana, la data del 2070 non era comparsa ufficialmente. E questo permette di scrivere nelle conclusioni del summit che la neutralità climatica sarà raggiunta “attorno alla metà del secolo”. Formulazione sufficientemente vaga da permettere al premier di “vendere” il summit come un “successo”, puntando sul bicchiere mezzo pieno. Gli sforzi italiani si sono concentrati su Modi, per giorni. E Draghi ha ottenuto in prima battuta un’omissione: se l’India avesse chiarito le sue intenzioni a Roma, l’asticella dei risultati del G20 si sarebbe ulteriormente abbassata.

Che non potesse finire benissimo, il premier lo sapeva. Ma per due giorni, le fonti ufficiali –italiane ed Ue – hanno continuato a raccontare di una trattativa spasmodica, in cui al centro c’era proprio il tentativo di convincere l’India a scavare una crepa nel muro aperto a Oriente contro le azioni per limitare il riscaldamento globale a un grado e mezzo entro fine secolo. Alla fine, la crepa si è rivelata più che altro il silenzio sul 2070. E la realtà è emersa il giorno dopo a Glasgow. A Roma sono assenti Vladimir Putin e Xi Jinping. Modi, oltre al premier italiano a Palazzo Chigi, incontra tutti: il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il presidente francese Emmanuel Macron, persino il Papa. Tutti intenti a sensibilizzarlo sul clima e – nel contempo – a promettere di rinsaldare i rapporti anche commerciali con il suo Paese. D’altra parte, che l’India sia un Paese in via di sviluppo, con davanti a sé più scelte anche nel campo dell’energia rispetto a quante ne ha già fatte la Cina, a Palazzo Chigi lo sanno. Le leve da utilizzare sono più d’una, a partire da quelle economiche. I Grandi lavorano a stanziare più fondi per i Paesi in via di sviluppo, in cambio di impegni sul clima. “Felice di aver incontrato Mario Draghi. Abbiamo parlato di come rafforzare l’amicizia tra India e Italia. C’è un grande potenziale per aumentare ulteriormente i legami economici, la cooperazione culturale e di lavorare insieme verso un pianeta più rispettoso dell’ambiente”, twitta Modi alla fine del bilaterale. Al rapporto con l’Italia (e l’Europa) ci tiene. Evidentemente non abbastanza per cambiare i propri obiettivi, ma per evitare di rivelarli pubblicamente subito sì. E con la sua partecipazione in presenza marca la differenza da Cina e Russia. Atteggiamento del tutto diverso quello della Russia che domenica, attraverso il suo ministro degli Esteri, Sergey Lavrov dichiara: “Perché ritenete che il 2050 sia un numero magico?” La Russia “ha fatto i suoi calcoli”, e dunque “abbiamo annunciato che raggiungeremo la Carbon neutrality non oltre il 2060”.

Nella conferenza stampa finale di Roma, Draghi fa pure riferimento a una generica disponibilità di India e Cina a incamminarsi verso gli obiettivi di “mettere fine al finanziamento all’energia a carbone non abbattuta” e anche a una qualche forma di “impegno non netto” a far sì “che siano molto limitate le nuove centrali a carbone”. A Glasgow l’annuncio di Modi delude tutti: uno degli obiettivi chiave è infatti ottenere un impegno per emissioni zero entro il 2050. L’indiano rende noto, però, anche ciò che Draghi aveva in parte anticipato, promettendo che l’India ridurrà le emissioni di Co2 previste di un miliardo di tonnellate entro il 2030. In conferenza stampa lunedì in Scozia, dopo la doccia fredda di Modi, Draghi ribadisce che al G2o l’India “ha molto aiutato”, ad esempio “sull’obiettivo di metà secolo”. La difende: “Con la diplomazia dello scontro non si arriva a niente”. Di certo lui ha ottenuto un’omissione fondamentale.

Draghi sposa il falso green di Eni: 150 mln in manovra

Ci salverà la tecnologia. Parola di Mario Draghi: “Nel lungo termine, dobbiamo esserne consapevoli, le energie rinnovabili potrebbero avere dei limiti” e “potrebbero non essere sufficienti per raggiungere gli obiettivi ambiziosi che ci siamo dati per il 2030 e il 2050. Quindi, dobbiamo iniziare ora a sviluppare alternative, perché diverranno fruibili solo in alcuni anni. Nel frattempo, dobbiamo investire nelle tecnologie innovative come la ‘cattura’ del carbonio. Dobbiamo capire una cosa: che si tratti di nuove tecnologie o di programmi infrastrutturali o di adattamento climatico, i soldi potrebbero non essere più un problema, se coinvolgiamo il settore privato”. A leggere la legge di Bilancio appena approvata, e in particolare l’articolo 127, l’espressione “coinvolgere il settore privato” trova una sua plastica concretezza: un Fondo per la transizione industriale da 150 milioni, istituito al ministero dello Sviluppo, che pare destinato esclusivamente all’Eni, ovviamente sotto l’egida della “lotta ai cambiamenti climatici”. È una tecnologia, per così dire, con nome e cognome.

A chi sono destinati e per cosa questi soldi? Il chi è semplice: “Alle imprese, con particolare riguardo a quelle che operano in settori ad alta intensità energetica”. Il cosa, pure: “La realizzazione di investimenti per l’efficientamento energetico, per il riutilizzo per impieghi produttivi di materie prime e di materie riciclate, nonché per la cattura, il sequestro e il riutilizzo della CO2”. Perché parliamo di Eni? Semplice: il riuso a fini produttivi di materie prime e riciclate s’attaglia tanto al core business di Versalis (una controllata del Cane a sei zampe), quanto al progetto waste to fuel già avviato negli impianti di Gela e a Marghera. La cattura dell’anidride carbonica (CCS in gergo) è un altro progetto Eni da realizzare a Ravenna, pompando la CO2 liquida nei giacimenti di gas esauriti al largo delle cose mentre si produce idrogeno blu (cioè, andando all’osso, lo si produce col metano).

È appena il caso di ricordare che il decreto Semplificazioni, che anticipò il Piano di ripresa e resilienza, in primavera aveva già concesso a entrambi questi generi di investimenti, una corsia di approvazione veloce (fast track) perché considerati “strategici” per raggiungere gli obiettivi di contenimento delle emissioni climalteranti: significa processi autorizzativi a passo di carica, anche quanto ai rischi ambientali che, nel caso della cattura di carbonio, coinvolgono anche quelli geologici (a Ravenna, per dire, c’è una faglia). Nel Pnrr vero e proprio, invece, non si riuscì a includere il finanziamento del CCS di Ravenna: la Commissione Ue ha chiarito per tempo che l’idrogeno blu non è parte della strategia verde europea, a non dire che l’ultima relazione della Corte dei Conti dell’Unione in materia di Css (2018) ha un titolo non proprio benedicente (“I progressi attesi non sono stati realizzati negli ultimi 10 anni”).

Se non si può essere in disaccordo sull’importanza della tecnologia nel processo di guarigione del pianeta, quali siano quelle che meritano l’appoggio e il finanziamento pubblico rimane materia di dibattito. La cattura di CO2 su cui lavora Eni, citata esplicitamente da Draghi, al momento non vanta grossi successi. Nonostante la mole di investimenti messa in campo, i progetti di CCS che hanno visto la luce non hanno prodotto grandi risultati, quando non dei veri e propri fallimenti. L’ultimo di rilievo è quello di Petra Nova in Texas: avviato nel 2017 è stato chiuso già nel 2020 dopo una sfilza di fallimenti negli obiettivi di cattura della CO2 emessa dalla vicina centrale a carbone, nonostante un investimento di circa 1 miliardo. A luglio scorso, il gigante Chevron ha ammesso di aver ampiamente fallito i target del mega impianto di Gorgon in Australia: invece di “catturare” l’80% della CO2 emessa ci si è fermati – dopo una lunga serie di stop imposti da problemi tecnici – al 30%.

L’altro problema della tecnologia sono i costi: attualmente si aggirano in media intorno ai 100 dollari per tonnellata di CO2 catturata. Magari non è un caso che, stando ai dati della Agenzia internazionale dell’energia, oggi la gran parte degli impianti CCS in attività serva ad aumentare l’estrazione di petrolio e gas (Ehnanced Oil Recovery, Eor) mentre sono pochi i siti “dedicati (oltre al caso australiano, ce ne sono in Norvegia, uno dei quali rilevato da Eni). Iniettare anidride carbonica in questi giacimenti, infatti, può far risalire gli idrocarburi non ancora estratti. La vulgata è che così si coprono i costi della “cattura”, ma l’unica certezza è che in questo modo si possono spremere fino all’osso siti in declino. La cosa non dispiace ai colossi petroliferi, ma è anche il motivo per cui questa tecnologia resta appannaggio delle grandi compagnie del settore, le uniche che dispongono di siti, come i giacimenti esauriti o quasi, in grado di ospitare lo stoccaggio di CO2 con un accettabile margine di sicurezza (problemi sismici esclusi).

Insomma, le tecnologie “innovative” di cui parla Draghi al momento non sembrano rappresentare un’alternativa efficace nel ridurre le emissioni in tempi rapidi, soprattutto da finanziare con soldi pubblici. Il premier, peraltro, parla di strumenti “fruibili tra alcuni anni”. Gli ambientalisti temono che si riferisca anche alla “fusione” nucleare, un pallino del ministro Roberto Cingolani e tecnologia su cui Eni ha avviato da tempo un progetto insieme al MIT di Boston su un prototipo di supermagnete.

A settembre si è chiuso il primo test, Eni conta di costruire il primo reattore entro il 2025 e di farlo funzionare nel 2030, ma vale la pena di notare che è l’ultimo annuncio sull’esordio effettivo di una tecnologia attesa da 50 anni.

“Se le tecnologie rinnovabili ‘hanno limiti’, come ha detto il presidente Draghi, e su questo vorremmo ci fosse un vero dibattito, le tecnologie di Carbon Capture and Storage (CCS) che ha citato sono finora un chiaro fallimento industriale – spiega Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – Temiamo di sentire nelle parole del premier l’eco della comunicazione di Eni che nei suoi piani dà per scontato che la cattura di CO2 funzioni e, ancora peggio, tende a far passare la fusione nucleare come una soluzione pronta in ‘pochi anni’. È pura manipolazione del dibattito per coprire un piano industriale che sulle politiche climatiche è pieno di fuffa”.

Fuortes: “I partiti non bussano più alla Rai”. Ma lo fa lui con Di Maio, Salvini e i 2 Letta

“Nella mia azienda i partiti non bussano più”, ha detto l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, soltanto qualche giorno fa in un’intervista a La Repubblica per presentare la rivoluzione del suo piano industriale. “Sceglieremo i direttori in base alle competenze”, ha aggiunto trionfante l’ad. Sarebbe stato finalmente tranciato, dunque, il legame tra il servizio radiotelevisivo pubblico (i cui editori con l’attuale legge sono più che mai governo e Parlamento) e i partiti? Non è proprio così. Perché se non sono i partiti a bussare alla porta di Fuortes, è lui a bussare a quella di questi ultimi. Di ieri, ad esempio, la notizia (rilanciata da Dagospia e non smentita dai piani alti di Viale Mazzini) che l’amministratore delegato sia stato avvisato nientemeno che alla Farnesina, sede del ministero degli Esteri, dove si sarebbe fatto una lunga chiacchierata con il capo della diplomazia italiana, in quota al Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio.

Ma secondo fonti ben accreditate, Fuortes nell’ultimo mese ha incontrato un po’ tutti. Per esempio i due Letta, Gianni ed Enrico. Il primo a rappresentare i desiderata di Silvio Berlusconi e il secondo come segretario del Partito democratico. Mentre qualche tempo fa, Fuortes ha avuto un fugace incontro pure con il leader della Lega, Matteo Salvini. Col ministro della Cultura dem, Dario Franceschini, invece, l’amministratore delegato si sentirebbe spesso al telefono, così come col segretario generale dei Beni culturali, Salvo Nastasi, peraltro genero del giornalista Giovanni Minoli. Nessuno, tra i leader, ha avuto per ora l’ardire di spingere un nome piuttosto che un altro. Tutti però, oltre a discettare del ruolo del servizio pubblico e dei conti di mamma Rai, si sono appellati alla difesa del pluralismo nell’informazione.

Tutti questi incontri, tuttavia, al momento non hanno ancora permesso di trovare la quadra “politica” sulle nomine in scadenza, a partire da quella del direttore del Tg1 (dove dal 2018 è in carica Giuseppe Carboni) e degli altri telegiornali della Rai. Nomine che, infatti, dovranno slittare. Per comporre una volta per tutte il complesso mosaico, a Fuortes servirà un altro giro di valzer coi leader.