De Falco e lo spirito del tempo

La polemica che ha coinvolto il comandante di Marina Gregorio De Falco, candidato alle prossime elezioni per i 5Stelle, potrebbe essere definita lunare se non fosse terrestre, molto terrestre, aderente non solo alla più avvilente campagna elettorale da quando è nata la Repubblica, ma anche, e peggio, a uno spirito del tempo, puritano, bacchettone, ipocrita.

Dunque, secondo voci provenienti dalla pattumiera del pettegolezzo pre-elettorale, De Falco avrebbe malmenato la moglie nel corso di un litigio sorto a proposito della loro separazione e sarebbe perciò un candidato “indegno”. Non risulta che la donna abbia sporto denuncia. Si tratta quindi di un fatto squisitamente privato, familiare, in cui nessuno ha diritto di mettere becco. “Fra moglie e marito non mettere il dito” dice un vecchio proverbio popolare, saggio come tutti i proverbi. E male, malissimo, ha fatto il candidato premier dei 5Stelle Di Maio ad annunciare che telefonerà alla moglie di De Falco per accertare la verità dei fatti. Non sono cazzi suoi. Ci mancava ancora che un leader politico si mettesse in cattedra, come un novello Santi Licheri, a sindacare sui rapporti fra marito e moglie (lo ha fatto anche Renzi).

Questa confusione fra ciò che è privato, e tale deve rimanere, e ciò che è pubblico offre il destro all’editorialista del Giornale

Francesco Maria Del Vigo per sparare nel mucchio dei 5 Stelle, mischiando cose che non stanno insieme, liti familiari e atti penalmente rilevanti, reati colposi e reati dolosi, candidati che hanno trattenuto quattrini in loro legittimo dominio e candidati inquisiti penalmente per essersi impossessati in modo truffaldino di denari dello Stato, cioè nostri (Forza Italia, il partito di riferimento del giornale berlusconiano, ne ha 22, il Pd 29). Faceva una certa specie, faceva pena, faceva ridere, leggere l’altro giorno a tutta pagina il titolo “Ora lo possiamo dire: Grillo è un evasore” su Il Giornale

, il quotidiano di proprietà, di fatto, di Silvio Berlusconi, il più grande evasore, elusore e frodatore fiscale degli ultimi vent’anni e per questo condannato in via definitiva a quattro anni di detenzione e definito “delinquente naturale” (cioè uno che delinque anche quando non ne ha bisogno). Nel mio Dizionario del Ribelle

ho risolto la voce “Pudore” con una sola parola: “scomparso”. E in questa spudoratezza, che è lo spirito di questi tempi, rientrano anche quelle “vergini dai candidi manti” che a vent’anni di distanza ricordano improvvisamente di essere state “molestate” o vittime di “atti inappropriati” (che cosa significhi questa formula vorrei che qualcuno me lo spiegasse, non vorrei finire nelle sillane liste di proscrizione di “Metoo” o di “Time-s Up”).

Se fossi stato nei panni dei 5 Stelle, Gregorio De Falco non l’avrei candidato. Ma per tutt’altri motivi. Per aver maramaldeggiato su Francesco Schettino intimandogli di risalire a bordo, sapendo benissimo che il comandante della Concordia era ormai fuori di testa e fuori gioco. Quello che avrebbe dovuto fare De Falco, invece di esibirsi da fenomeno davanti all’opinione pubblica, era di mandare un elicottero da Livorno (ci vogliono quindici minuti per arrivare all’Argentario) calando sulla Concordia un paio di ufficiali di Marina che prendessero in mano la situazione. E infatti lo pseudoeroe invece di essere promosso come si aspettava fu trasferito agli uffici amministrativi della Direzione marittima di Livorno. E al momento della tragedia davanti all’Isola del Giglio il comandante di una di queste grandi navi a proposito della muscolare esibizione di De Falco commentò: “In Marina c’è chi va per mare e chi sta più comodamente a terra”. Così come nella politica e nel giornalismo c’è “chi va per mare”, cioè cerca di difendere princìpi, logica, coerenza, magari sbagliando, e chi, avendo la coda di paglia e stando comodamente al coperto della propria spudoratezza, fa articoli alla Francesco Maria Del Vigo.

Ennesimo ricorso anti 5Stelle dei dissidenti genovesi: “Non possono usare il simbolo”

Non c’è pace per il M5S. Vecchio, seminuovo, nuovissimo. Ieri presso il Tribunale di Genova è stato depositato un ricorso: se accolto, potrebbe portare a ristampare milioni di schede. Oggetto del ricorso è il simbolo, come recentemente modificato (al posto del sito beppegrillo.it viene citato ilblogdellestelle.it).

Il Tribunale di Genova nelle scorse settimane ha nominato un curatore speciale per il Movimento 5 Stelle, o meglio per l’associazione del 2009, quella fondativa. Una grana che il movimento ufficiale, quello di Luigi Di Maio per intenderci, pensava di aver risolto anche grazie alla modifiche statutarie, di nome e di simbolo. Ma tra gli appartenenti al Movimento originario c’è chi ritiene di no; che soprattutto il simbolo sia tanto, troppo simile all’originale. Ecco allora il nuovo ricorso. Che potrebbe portare alla fine a un risarcimento dei danni. Ma che, come conseguenza immediata, potrebbe avere persino l’interdizione a usare il simbolo sulle schede. Il rischio è di dover cambiare tutto a pochi giorni dalle elezioni.

Soldi all’ex dipendente per tacere: il caso De Rosa

Mentre i Cinque Stelle contestavano il Jobs Act che non porta lavoro ma lo toglie, lui lo dimostrava concretamente licenziando su due piedi il proprio assistente parlamentare. Sono passati due anni da allora e il grillino Massimo De Rosa, che apostrofò le colleghe Pd dicendo “siete qui perché brave solo a fare i pompini”, oggi è capolista per la Lombardia.

La diatriba tra lui e lo storico assistente Enrico Vulpiani era scomparsa dai radar, nonostante le polemiche per il trattamento riservato all’ex collaboratore e la scelta d’interrompere, anziché convertire, il rapporto di lavoro a progetto che proprio la riforma targata Renzi aboliva. Insomma, un cortocircuito con la linea ufficiale del Movimento in fatto di diritti e trasparenza sul quale è poi calato il silenzio.

Il Fatto è in grado di raccontare perché: alla fine il deputato ha risarcito l’ex collaboratore con oltre 12 mila euro, avendo però cura di fargli firmare una clausola espressa di riservatezza, in barba al sacro crisma della trasparenza. In cambio anche della rinuncia a ogni ulteriore diritto o pretesa “ivi inclusi – si legge – i diritti relativi al riconoscimento di comportamenti vessatori, mobbing e/o discriminatori”. De Rosa conferma l’intesa senza entrare nei dettagli, appellandosi proprio a quella clausola. Eccoli.

Dal 3 giugno 2013 tra De Rosa e il collaboratore sussisteva il “classico” contratto a progetto che – a detta del lavoratore – celava un comune rapporto di lavoro subordinato, con tanto di richiami disciplinari via email. Finché il 31 dicembre 2015 il parlamentare licenzia in tronco l’assistente, che promuove un giudizio davanti al Tribunale del lavoro dal quale si era appreso che l’onorevole aveva approfittato dell’odiatissimo (e renzianissimo) Jobs Act e della conseguente abrogazione del contratto a progetto non già per convertirlo in un rapporto ordinario subordinato, ma per interromperlo unilateralmente, incarnando così perfettamente la grande accusa che i pentastellati rivolgevano alla riforma: non avrebbe creato posti di lavoro ma fatto cessare quelli in essere.

De Rosa resta della stessa linea: “Quando cambiò la legge avevo due assistenti e non avrei potuto convertire entrambi i rapporti in modo stabile, l’ho fatto con uno facendogli anche un contratto a tempo determinato con tutte le tutele senza usufruire degli incentivi del Jobs Act che stavamo contestando. L’altro si è risentito, ma la cosa ora è risolta di comune accordo. In ogni caso non è vero, come hanno scritto i giornali, che gli avevo fatto firmare dimissioni in bianco. E in generale ritengo che le assunzioni dei collaboratori vadano gestite direttamente dalla Camera e non dai singoli deputati”.

Accusa pesante per la quale De Rosa ebbe da subito una reazione processuale dura, tale da chiedere al giudice di disconoscere le pretese del lavoratore e di condannarlo a risarcirgli i danni subiti dalla diffusione sul web della notizia di quel contenzioso. In particolare quello “causato all’onore, dignità, reputazione e immagine del deputato dalla illegittima condotta tenuta dal ricorrente successivamente alla risoluzione del rapporto” . Danno “reso evidente dalla risonanza mediatica che le notizie, non veritiere, hanno avuto e dalla loro associazione alle posizioni espresse dal deputato sulla questione sociale del precariato, potendosi legittimamente presumere che ciò abbia inciso sulla serenità del deputato nonché sui suoi rapporti coi colleghi deputati del Gruppo M5S e col suo elettorato”. Come è andata a finire?

Pochi lo sanno, anzi pochissimi. Perché alla prima udienza, anche su sollecitazione del giudice, le parti sono state invitate a trovare una conciliazione giudiziale racchiusa in un accordo che il Fatto è in grado di svelare con cifre e clausole. Che di fatto ribalta i termini della questione: il datore che voleva essere risarcito dal lavoratore gli verserà 9 mila euro a fronte della pacifica conclusione della contesa, più 3.600 euro come contributo per spese di lite. La richiesta era di oltre 21 mila euro a titolo di differenze retributive, contributive, accantonamenti per il tfr etc. Le parti convergeranno intorno a metà della somma. Ma non c’è solo questo. Al punto 6 l’accordo contiene una clausola del silenzio che spiega perché non se ne era saputo più nulla: “Le Parti – si legge nel documento – si impegnano reciprocamente a mantenere strettamente riservato il presente accordo e non diffonderne né il testo né il contenuto a terzi”. ​Il silenzio, come si conviene in questi casi, è d’oro​.

Anche l’Ema critica le soluzioni proposte dall’Olanda per la sede

Oggi potrebbe essere il giorno della verità per capire se Milano ha qualche possibilità di ospitare la sede dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) che, dopo l’addio a Londra causa Brexit, è stata assegnata con un sorteggio ad Amsterdam. La città olandese deve però costruire un nuovo edificio e nel frattempo non assicura gli spazi adeguati. Per questo oggi la commissione Ambiente del Parlamento Ue (che deve votare la nuova sede di Ema) farà un sopralluogo e incontrerà le autorità dei Paesi Bassi, oltre al direttore dell’Agenzia del Farmaco Guido Rasi. Intanto la Commissione Ue ha “ricevuto la lettera dall’Ema” in cui l’agenzia esprimerebbe giudizi critici sulle soluzioni proposte da Amsterdam. Lo conferma una portavoce dell’esecutivo comunitario, dopo che i contenuti della missiva inviata al segretario generale uscente della Commissione Alexander Italianer sono stati anticipati dal Sole 24 Ore. Il quotidiano ha riferito che la lettera evidenzierebbe le incongruenze relative all’offerta olandese, a partire dalle due sedi temporanee, che poi sono state abbandonate perché ritenute inadeguate, e che metterebbe in evidenza la necessità di garantire la continuità dei servizi dell’agenzia.

Berlusconi inciampa nel diritto romano

Esilarante ma pure avvilente, l’intervista di Berlusconi al CorriereTV, che ha svelato un altro aspetto ignoto della sua vita: dopo un’infanzia da allevatore (‘mungevo le vacche’), un passato da romanista. Non di tifoso della Roma, ma di studioso di Storia del diritto romano. È difficile immaginare un Berlusconi sudare tra manoscritti, classici latini e pandette, tanto che, non ancora spenta l’eco della figuraccia del 2006, sbertucciato da Diliberto (segretario del Pdci e professore – vero – di diritto romano) per il suo latinorum, l’incauto signore ‘è ritornato sul luogo del delitto’. Sciorinando il brocardo nulla poena sine praevia lege poenali spacciato per un principio base del diritto romano formulato nel Digesto di Ulpiano, è incorso in due inciampi clamorosi. Quel brocardo latino ha in realtà origini illuministiche e Ulpiano, illustre giurista dell’età dei Severi (II-III secolo d.C.), non ha mai scritto quella frase né quell’opera confusa con i Digesta ma di Giustiniano. Bene, qualcuno gli consigli di tenersi alla larga dal diritto romano, perché a sfogliare qualche manuale rischierebbe invece di incappare nella disciplina sul conflitto di interessi: “Né duoviri, né edili o questori, né un figlio o nipote, padre, fratello, scriba, o attendente di uno di essi, prendano in affitto o comprino un bene pubblico né si aggiudichino appalti pubblici o qualsiasi altro bene venga dato in locazione o venduto nel municipio Flavio Irnitano, né si associno ad alcuno di tali affari; non abbiano una cointeressenza in alcuno di tali affari o in relazione ad alcuno di essi, o si servano di un rappresentante, né facciano intenzionalmente qualcos’altro per lucrare successivamente i proventi di tali affari o in relazione a tali affari, oppure a mezzo di rappresentante. Se qualcuno agirà contro tali norme, sia condannato a versare due volte di quanto avrà lucrato” (Lex Irnitana, 48). O tempora o mores, che comunisti questi Romani!

Agenti h24 contro la stampa: casa Boschi ora è un bunker

Pubblichiamo un estratto dal libro di Davide Vecchi “Lady Etruria, tra papà e Matteo: tutti i segreti di Maria Elena Boschi” con prefazione di Marco Travaglio e postfazione di Giorgio Meletti, edito da Paper First da oggi nelle edicole e nelle librerie.

 

In pieno scandalo banca Etruria la famiglia Boschi diventa inavvicinabile. Il 28 febbraio 2016 l’associazione vittime del salva banche organizza un presidio a Laterina, nei pressi dell’abitazione dei Boschi. L’arrabbiatura del resto è giustificata. Il governo è da poco intervenuto azzerando le obbligazioni subordinate e molti risparmiatori si sono ritrovati con i risparmi di una vita volatilizzati. Inoltre, in quel febbraio 2016, Pier Luigi Boschi è indagato per bancarotta. Non solo. Ma è da poco emerso che il papà del ministro, due anni prima, appena nominato vicepresidente di banca Etruria, nel tentativo di individuare un nuovo direttore generale per sostituire l’ormai ex Luca Bronchi, aveva usato canali poco istituzionali: si era rivolto a un conoscente massone piuttosto discusso e poi arrestato, Valeriano Mureddu, che lo aveva messo in contatto con Flavio Carboni, l’untraottantenne faccendiere passato in quasi tutte le vicende più losche e misteriose della storia della Repubblica italiana. Pier Luigi per ben due volte si mette in auto per raggiungere l’ufficio romano di Carboni e chiedere udienza e consiglio.

Per i clienti dell’istituto di credito che si sentono truffati è quasi naturale andare a protestare fuori da casa di quello che viene indicato come uno dei responsabili del tracollo della popolare. Poche decine di persone. Nulla da impensierire l’ordine pubblico. Tutto si svolge senza alcun tipo di problema, scontro o momento di tensione. Anche perché l’iniziativa è davvero spontanea e non ha alcun tipo di strumentalizzazione politica: sono risparmiatori. Nient’altro. Per l’occasione però arrivano massicce le forze dell’ordine. E da allora non se ne andranno mai più. A papà e mamma Boschi viene infatti riconosciuta una sorta di scorta. Per proteggersi da risparmiatori e giornalisti.

Per essere tecnicamente precisi si tratta di una “vicinanza fissa all’abitazione” e di una “vicinanza dinamica dedicata”. Il testo dei dispositivi è conservato presso il Comitato per la Sicurezza in prefettura e questura di Arezzo. Vi si leggono i dettagli di quello che diventerà un presidio fisso delle forze di Polizia al fianco della famiglia Boschi. Fuori dall’abitazione diventa impossibile anche solo avvicinarsi.

Quella che nel 2014, quando Maria Elena sbarca al governo come ministro, era una casa di tre piani senza recinzione né altro, spuntata a un incrocio della statale e incastrata tra capannoni industriali e appezzamenti di campagna coltivati, nel tempo si trasforma in un vero e proprio bunker. Di pari passo con le inchieste che riguardano banca Etruria e che vedono il padre Pier Luigi indagato – alla bancarotta semplice e fraudolenta si aggiunge poi l’accusa di falso in prospetto e di accesso abusivo al credito – la residenza di famiglia si fortifica. Prima spuntano due garage così da permettere a papà e mamma Boschi di entrare in casa senza dover passare dall’esterno, dove ovviamente i giornalisti si presentano a ogni novità che emerge dalle indagini, come è giusto che sia. La stampa, si sa, per sua natura deve controllare il potere. E se il padre di un ministro è indagato per una vicenda oggetto di interventi del governo rientra nel potere da controllare. Che ovviamente si infastidisce. Dopo i garage spunta una recinzione lunga tutto il perimetro della villetta. Poi viene piantata anche una siepe alta tanto da coprire la visuale. Infine appare un’auto fissa di piantone delle forze dell’ordine con due uomini 24 ore su 24. Il plurindagato Pier Luigi Boschi può stare tranquillo. Nessuno può disturbarlo.

Proviamo in molti a fare comunque il nostro mestiere. Ma chi prova anche solo ad accostare lungo la statale nei pressi della casa viene fermato e identificato. Se invece un’auto passa due, tre volte davanti alla casa gli agenti la seguono per capire i motivi dei ripetuti passaggi. Insomma casa Boschi diventa un bunker inavvicinabile.

Il dispositivo parla di due Carabinieri fissi 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno. Divisi su turni, in pratica, ben 10 uomini dell’Arma al giorno sono utilizzati per la casa dell’ex vicepresidente plurindagato della popolare di Etruria. E se deve allontanarsi da casa, lui come anche la moglie, basta telefonare e subito arriva un’altra auto di servizio con altri due uomini per accompagnarli dove devono. Una fonte qualificata della questura di Arezzo ci tiene però a far sapere che in realtà i genitori del ministro non hanno mai abusato di questa vigilanza, tutt’altro: sono stati rari i casi in cui hanno telefonato per chiedere assistenza. E sempre e solo per colpa dei giornalisti insistenti.

Quando poi a Laterina c’è la ministra, la presenza dei militari si raddoppia. A volte si sono presentate persino delle camionette della Polizia per presidiare l’abitazione. Ma la scorta riconosciuta al parlamentare membro dell’esecutivo prescinde da Laterina, le era stata assegnata a Roma. Da ministro anche perché, in quei mesi, riceveva minacce ed era in una “situazione obiettiva di rischio”.

Barra e le colpe del grafico ignoto

A volte la colpa è del maggiordomo, altre volte del cane impertinente, altre volte ancora di un collaboratore. Stavolta, la colpa è del grafico. Parliamo dell’errore/orrore nel manifesto elettorale di Francesca Barra, giornalista, candidata del Pd a Matera per un seggio alla Camera. Foto della Barra con la bella città sullo sfondo, simbolini della coalizione del centrosinistra: “Matera, capitale europea della cultura 2019: un opportunità (senza apostrofo, ndr) per tutta la Basilicata”. Cultura, mica tanto. C’è l’errore/orrore scritto a carattere cubitali. Il sito Dagospia se ne accorge subito e pubblica l’immagine prendendo in giro la Barra. In serata, lei non si scusa né si corregge, ma dà la colpa a un anonimo grafico e parla di altre cose per fare un utile vittimismo da campagna elettorale: “L’errore del grafico è stato corretto dopo pochissimi minuti. Io ero fuori per lavoro. Mi hanno avvisata ed è stato sostituito velocemente. Ma non sapete più cosa scrivere? Poi di cosa volete accusare me? Scrivono che sono incinta, che mi ritirerò dalla candidatura, che l’apostrofo è causa mia, che le scie chimiche le ho causate io. Poi? Ma”.

B. giovedì si nomina il premier: Merkel vota Tajani

L’annuncio verrà dato giovedì prossimo, primo marzo, a quattro giorni dal voto, quando Silvio Berlusconi si siederà in poltrona davanti alle telecamere amiche di Canale 5, a Matrix, che per l’occasione andrà in prima serata. Sarà in quella sede che l’ex premier indicherà in Antonio Tajani il candidato premier di Forza Italia. La notizia è nell’aria da settimane, tanto che pure Matteo Salvini da qualche tempo usa toni più soft nei confronti del presidente del Parlamento europeo, che prima era consueto definire come “il portavoce della Merkel”. Tajani ieri ha ricevuto un endorsement importante da parte del capogruppo del Ppe a Strasburgo, Manfred Weber, giunto a Roma per dare manforte alla campagna elettorale del centrodestra. Weber non è solo uno delle personalità più importanti del Ppe, ma è il pupillo di Angela Merkel. La quale, pur non mettendo becco nelle elezioni italiane, evidentemente considera Berlusconi di nuovo un leader affidabile. A domanda diretta Weber non può dirla tutta, ma ciò che dice basta e avanza. “Tajani in Europa sta facendo un ottimo lavoro, gode della nostra assoluta stima. Da parte mia lo ammiro molto, ma il prossimo premier italiano sarà deciso dagli elettori…”, sostiene davanti ai cronisti della stampa estera. Già, ma se lo decideranno gli italiani, significa che Tajani sarà in campo.

Il Ppe da tempo sta facendo un pressing educato ma deciso su Berlusconi. “I Popolari europei stravedono per lui perché è uno dei pochissimi politici italiani che hanno scelto di stare in Europa (è europarlamentare dal 1994 ed è stato due volte commissario europeo, ndr), mentre la maggior parte dei nostri usa Bruxelles come parcheggio in attesa di rientrare a Montecitorio. Ci considerano provinciali, ma non Antonio Tajani”, confida Gianfranco Rotondi.

Così l’ex capo della redazione romana del Giornale di Montanelli ha sbaragliato i suoi competitor: Niccolò Ghedini, considerato troppo filo leghista e senza le phisique du role per Palazzo Chigi, e Gianni Letta, che sarebbe perfetto, ma sconta la fama di voler stare sempre dietro le quinte.

Ieri mattina, Tajani era al fianco di Weber nell’incontro con Berlusconi a San Lorenzo in Lucina, presenti pure Paolo Romani, Renato Brunetta (“sarà lui il prossimo ministro dell’Economia”, ha detto l’ex Cav.) e la capogruppo di FI a Strasburgo, Elisabetta Gardini. Summit che ha avuto pure un risvolto pecoreccio in perfetto Berlusconi style: “Chi mi tocca il culo”, ha detto l’ex premier rivolto ai giovani di FI durante la foto di rito.

Secondo i sussurri all’interno del partito azzurro, Berlusconi un altro nome per Palazzo Chigi (oltre a Mario Draghi) in testa ce l’aveva: Urbano Cairo. Che però, raccontano, ha gentilmente declinato l’offerta durante un pranzo in quel di Arcore prima della chiusura ufficiale delle liste.

Così sotto con Tajani. Che, secondo i maligni, potrebbe anche fare il premier a scadenza: restare a Palazzo Chigi fino alla riabilitazione pubblica di B. per poi lasciargli il posto. Proprio quello che Tajani vorrebbe evitare: lasciare la presidenza del Parlamento Ue per fare il “re travicello”, anche per un ex monarchico come lui, non varrebbe davvero la pena.

De Magistris, sit-in a Roma: “Lo Stato ci liberi dal debito”

Napoli cancella il debito. La terza città d’Italia irrompe nella campagna elettorale con una manifestazione sotto il Parlamento. Al centro della protesta – dieci i pullman organizzati da associazioni, centri sociali e da DeMa, il movimento di Luigi de Magistris – i debiti pregressi accollati al Comune. “Abbiamo le casse del Comune di Napoli ancora bloccate per un debito di circa 100 milioni contratto dallo Stato con il commissariamento del terremoto del 1980 e per un debito di circa 50 milioni per il commissariamento emergenza rifiuti in Campania degli anni 2000. Fanno pagare a noi le stagioni della democrazia commissariata. Come si fa a governare con la cassa bloccata? Noi abbiamo da sette anni liberato Napoli dai rifiuti, dal Sistema criminale fatto di collusioni tra affari, politica e camorra. È illegittimo che la nostra città debba subire gli effetti di tutto questo, impedendoci di realizzare diritti e soddisfare bisogni”. Il sindaco dal palco montato a pochi metri dall’ingresso della Camera, ha spiegato le ragioni della protesta e i risultati ottenuti fino a questo momento nella trattativa col governo. “Ma se non arriveranno decisioni immediate e concrete – ha detto de Magistris – verremo di nuovo a Roma”. La battaglia ha annunciato Raffaele Del Giudice, il numero due dell’amministrazione, “non finisce qui, Napoli vuole essere la città capofila della lotta contro il debito che strozza i Comuni”. Polemiche per il blocco dei pullman a Roma Sud che ha ritardato la manifestazione di due ore (durante il quale è stata perquisita anche la borsa della moglie del sindaco, Maria Teresa Dolce). “È uno strano Paese – ha detto De Magistris – quello dove si permette alle organizzazioni neofasciste di manifestare, mentre si bloccano e si perquisiscono assessori e consiglieri della terza città d’Italia venuti insieme a centinaia di cittadini per manifestare in pace”.

Bolzano, primo “effetto Meb”: mezzo Pd è uscito dal partito

Meno dieci alle elezioni. Comincia il conto alla rovescia. Sulla rampa di lancio il Pd a Bolzano perde 14 pezzi. Sul più bello esplode il caso Boschi: se ne vanno tra gli altri l’assessora del Comune di Bolzano Monica Franch, l’assessore di Ora (nel cuore del collegio Boschi) Luigi Tava. Ancora: il consigliere comunale di Bolzano Mauro Randi e Miriam Canestrini della segreteria provinciale Pd. Poi un’altra manciata di amministratori. È l’ala dissidente del partito che fa capo al presidente del consiglio provinciale di Bolzano, Roberto Bizzo (che, per ora, rimane nel Pd). La scelta dei candidati ha fatto deflagrare il dissenso. Due nomi su tutti: Maria Elena Boschi e Gianclaudio Bressa. Candidati blindati una alla Camera, l’altro al Senato. Lei di Arezzo, lui di Belluno. “Candidature imposte dall’alto”, secondo i fuoriusciti.

Bizzo ricostruisce: “Io sono stato processato dal partito quando ero contro la legge sulla toponomastica che cancellava migliaia di nomi italiani. La commissione chiamata a decidere aveva due membri di lingua italiana, tre di lingua tedesca e un ladino, ma eletto con il Südtirol Volkspartei. La comunità italiana non era tutelata. Abbiamo il 25% degli abitanti dell’Alto Adige, ma solo il 12% degli assessori (uno su otto) e l’11,4 dei consiglieri. Stiamo sparendo. Il Pd ha preferito mantenere una nicchia di potere”. E qui si inserisce la candidatura Boschi-Bressa: “Soltanto tra Bolzano e Bassa Atesina possono essere eletti gli italiani dell’Alto Adige. E qui sono stati scelti Bressa – dalla Svp che ha visto in lui il rappresentante delle sue istanze a Roma – e la Boschi. Nessun italiano della nostra terra. Fa male a tutti: agli italiani, ma anche alla Svp perché la convivenza ha bisogno di due ruote”. L’uscita di Bizzo pare imminente. Randi, invece, ha spiegato così il suo addio: “Lascio il partito per coerenza. Nonostante l’impegno del segretario provinciale Alessandro Huber ci siamo trovati due candidature paracadutate”. Immediata la replica del sottosegretario Bressa: “Gli argomenti contro di me sono inesistenti. Se la motivazione è che sono bellunese, rispondo che è dal 2001 che vengo eletto in Alto Adige e che dal 2005 vi risiedo”. Una difesa che non vale per Boschi.

Huber, giovane segretario, si sfoga: “Il gruppo Bizzo insegue l’ennesima scissione che indebolisce tutti”. Ma poi cominciano a volare gli stracci: “È una manovra scellerata. Si lascino allora tutti gli incarichi ottenuti con i voti del Pd e si restituiscano i contributi dovuti al partito e non versati”. Huber si è trovato la candidatura tra le mani senza esserne il regista. “Lui conta poco. I giochi – racconta chi conosce le stanze del potere Pd bolzanino – li hanno fatti a Roma. E qui Bressa e Carlo Costa, dirigente di Autobrennero e vicepresidente della banca Sparkasse. Vera guida del Pd locale”.

Per chi voteranno i fuoriusciti? Randi invita a guardare nell’area del centrosinistra. Ma constata: “Liberi e Uguali è riuscito a trovare candidati locali, mentre il Pd non ha nessuna espressione del territorio in lista”. Della spaccatura potrebbero beneficiare LeU e Verdi che qui si presentano insieme. E già questo era un segno. Ma ci sono anche i Cinque Stelle: “Le richieste del territorio sono state calpestate e questo è il risultato: chi di candidatura ferisce, di candidatura perisce”, si fregano le mani i M5S del collegio di Bolzano Filomena Nuzzo e Diego Nicolini. Aggiungono: “Boschi non si degna di partecipare ai dibattiti pubblici con gli altri candidati”.

La vittoria di Boschi e Bressa pare certa. Ma bisognerà vedere le percentuali. Vincere male sarebbe una sconfitta. E l’annuncio di una débâcle alle decisive provinciali di Bolzano dell’autunno. Il Pd rischia di sfaldarsi e di trascinare con sé la Svp. A vantaggio delle destre identitarie.