L’eterno ritorno del barzellettiere

Lui è tornato. Definitivamente. L’incandidabile senescente Silvio Berlusconi non si tiene più. Un po’ è il processo di bollitura ormai inesorabile: l’altra settimana dal palco di Confcommercio ha inanellato una serie interminabile di gaffe (la migliore: “Ho portato le pensioni a mille lire al mese. Allora bastavano”). Un po’ è lo spirito da animale da palco: l’uomo di spettacolo ha preso il sopravvento sull’uomo politico. Ieri l’ex Cavaliere ha incontrato i giovani di Forza Italia di fronte alla sede del partito, a Roma. E ha regalato una serie di perle. Per esempio: “Vi spiego come votare. Dovete barrare il simbolo di Forza Italia. E se proprio a qualcuno Forza Italia sta sulle palle, ci fa una croce sopra e la cancella”. Poi la ricetta del suo entusiasmo: “Vi dico la cura per essere giovani: vi do la marca delle mie supposte”. L’unica barzelletta minacciata ma non pronunciata è sui Cinque Stelle: “Ce n’è una su Di Maio ma non ve la posso raccontare, perché è troppo cattiva e poi finisce sui giornali”. Una battuta sulle elezioni laziali e su Sergio Pirozzi, che corre contro il centrodestra: “Cercheremo di convincerlo a ritirarsi con le buone maniere, per i calci in culo c’è tempo”. Infine la foto di gruppo, tutti con le mani in alto. Col solito pezzo di repertorio: “Chi mi tocca il culo?”. E strizzatina d’occhio ai cronisti francesi: “Questa non la traducete”.

Tutti i cantori dell’inciucio a partire da Napolitano

Ormai ne parlano candidati, ministri, persino istituzioni europee. Il 4 marzo si avvicina e la prospettiva delle larghe intese, spesso allontanata a parole, è sempre più sdoganata. Ieri ha piantato la sua bandiera anche il presidente emerito Giorgio Napolitano: “Gentiloni è divenuto punto di riferimento per il prossimo futuro, e non solo nel breve periodo, della governabilità e della stabilità politica dell’Italia”. Per ora Matteo Renzi e Silvio Berlusconi fanno finta di niente, come se non avessero cucito la legge elettorale su misura per un accordo post voto tra Pd e Forza Italia. Anzi: ieri il segretario dem ha negato tutto per l’ennesima volta su Radio Capital: “Ha ragione Berlusconi. Inutile pensare a larghe intese Pd-Forza Italia”.

Eppure sono sempre di più quelli che ci tengono a dichiarare già da oggi – figurarsi dopo il voto – il proprio appoggio a un governo di ampia maggioranza. Qualcuno lo chiama governo del presidente, altri parlano di larghe intese, altri ancora di governo di unità nazionale. Il senso cambia poco: se il centrodestra non raggiungerà la maggioranza, a salvare la patria dovrà essere un’armata composta da Pd, Forza Italia, maroniani, piccoli alleati e qualche fuoriuscito da 5 Stelle e da LeU.

La stabilità del Paese, per esempio, sta a cuore a Beatrice Lorenzin, leader di Civica popolare: “Siamo fortemente favorevoli a un Gentiloni-bis, – ha detto martedì al Corriere della Sera – l’ipotesi delle larghe intese con Forza Italia non sarebbe uno scandalo”.

Stesso concetto espresso da Emma Bonino in un’intervista a La Stampa: “L’Italia ha bisogno di essere rassicurata. E Gentiloni è un premier che potrebbe restare”. Meglio: “Non vedo bene i populisti, i violenti e il blocco sovranista, da Fratelli d’Italia alla Lega. Ma anche il M5S”. Il conto di chi rimane per un Gentiloni-bis è presto fatto.

Pronto a un gesto di responsabilità anche il ministro degli Interni Marco Minniti: “Sono assolutamente favorevole a un governo di unità nazionale, purché ne faccia parte anche il mio partito”. Una formalità, dato che non esiste scenario possibile di ampia maggioranza parlamentare senza i voti del Partito democratico. Lo sa bene un altro ministro, Pier Carlo Padoan, che qualche settimana fa ha indicato le priorità: “Larghe intese? Vedremo. Bisogna trovare un governo che difenda tutto quello che è stato fatto dai governi Pd in questi anni”. Anche qui non serve molta fantasia, a meno che Padoan non creda che un governo dei 5 Stelle o a guida Forza Italia-Lega passi cinque anni a proteggere quanto prodotto da Letta, Renzi e Gentiloni.

La speranza di un governo di larghe intese arriva anche ai neo-candidati. Riccardo Illy, l’industriale del caffé convinto da Renzi a correre in Friuli, definisce l’accordo col centrodestra “una malaugurata ipotesi”, ma guarda lontano: “Vedo un Gentiloni-2 come la migliore della soluzioni. E nel 2019 potrebbe esserci un avvicendamento con Mario Draghi”. Gli fa sponda Paolo Siani, candidato per il centrosinistra a Napoli: “Un governo con Berlusconi? Se è per l’interesse del Paese si può fare”.

Le alternative sembrano poche, con un sistema elettorale che favorisce le coalizioni (finte) e penalizza chi si presenta da solo, più lontano da quel 40% necessario a raggiungere il premio di maggioranza. È lo stesso ragionamento sostenuto da Roberto Maroni (Lega): “Larghe intese? Alla fine sarà la soluzione, perché il Rosatellum non dà un premio di maggioranza”. Così anche Massimo D’Alema (Leu) in un’intervista al Corriere: “Per forza ci sarà un governo del presidente, una convergenza di tanti partiti diversi attorno a obiettivi molto limitati. E noi daremo il nostro contributo”.

Persino Ettore Rosato, l’ideatore della legge elettorale, è costretto a considerare l’ipotesi delle larghe intese. La premessa è sempre la solita: il Pd corre per vincere, ma in caso contrario, “facendo una sintesi su un programma, con qualunque partito si potrebbe costruire una coalizione. Siamo per una scelta di stabilità”.

A quel punto servirà un nome che metta d’accordo tutti per il governo. Vale l’ipotesi della conferma di Paolo Gentiloni, caldeggiata da Napolitano, ben vista da Romano Prodi – che di recente ha elogiato il premier – e gradita da gran parte dell’establishment europeo, come dimostrano le parole di Manfred Weber di ieri e quelle pronunciate qualche settimana fa da Pierre Moscovici: “Non è un segreto che sugli orientamenti europei e le decisioni da prendere sulla zona euro c’è una convergenza di vedute con Gentiloni”. Ma in un contesto di incertezza potrebbe spuntarla anche un altro usato sicuro. Il ministro per lo Sviluppo Carlo Calenda un’idea ce l’ha: serve un governo di larga coalizione “con un programma serio, strutturato, che si condivide, e allora in quel caso va benissimo Gianni Letta”. Per la serie “a volte ritornano”. Gentile omaggio del Rosatellum.

Gentiloni in manovra sui Servizi

Per la prima volta una manovra di Paolo Gentiloni sulle nomine non va come previsto. Da giorni il premier, che ha mantenuto la delega sull’intelligence, stava lavorando per affrontare una questione delicata: il mandato dei tre vertici dei servizi segreti (Dis, coordinamento; Aisi, interni; Aise, estero) scade tra marzo e maggio, nel vuoto di potere post-elettorale. Il governo, quindi, ha studiato una soluzione drastica: usare un regolamento per derogare alla legge 124 del 2007 che disciplina l’intelligence e prorogare i vertici in scadenza, da sottoporre al Copasir, il comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti, per un parere obbligatorio ma non vincolante.

La manovra è stata anticipata dal quotidiano La Verità e i membri del Copasir si sono messi subito in allarme, Angelo Tofalo (5Stelle) ha chiesto l’intervento del Quirinale contro “un blitz volgare e antidemocratico, un colpo di mano dell’ultimo minuto per blindare i servizi segreti”. Il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, ha proposto una mediazione, il comitato alla fine ha votato, ma senza raggiungere l’unanimità. Contrari Tofalo e di Felice Casson (LeU), che hanno contestato la scelta di usare una norma di rango inferiore (un regolamento) per cambiarne una superiore (la legge del 2007). In materie delicate come la supervisione dell’intelligence di solito si cerca sempre un compromesso che porti all’unanimità, ma non questa volta. Il risultato è un pareggio tra il tentativo del governo di un provvedimento mirato ad allungare il mandato di Alessandro Pansa (Dis) e Antonio Manenti (Aise) e le rimostranze del Copasir. Pansa e Manenti, nonostante abbiano raggiunto i requisiti per la pensione, resteranno in carica finché non ci sarà un nuovo governo nel pieno dei suoi poteri e comunque non più per un anno, per dare continuità all’attività di intelligence (la Corte dei conti non è stata consultata e potrebbe però aver da ridire). Ma tutto si deciderà soltanto dopo le elezioni: con lo stallo ci sarà la proroga di un anno, se ci sarà invece subito una maggioranza chiara, chi vince nominerà i suoi direttori dell’intelligence. Resta in bilico, quindi, il prefetto Parente all’Aisi, che scade a maggio. Pansa vuole traslocare alla fondazione per la cyber security, ma oggi il progetto evocato anche nella relazione annuale sull’intelligence resta solo su carta. Scalpita per prendere il suo posto Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli Esteri.

Non è una battaglia burocratica, ma politica. Finora Gentiloni è riuscito a costruirsi un suo potere autonomo dai partiti anche e soprattutto grazie a nomine rapide di figure autonome. Ma questa volta il tentativo di gestire tutto da solo – e con Marco Minniti, ministro dell’Interno che è sempre coinvolto nelle partite sull’intelligence – si è trasformato in un infortunio. Viene garantita la continuità dell’azione dei servizi segreti, ma da ieri è chiaro che le decisioni vere sui servizi segreti spettano al prossimo governo. E Gentiloni spera di trovarsi, ancora lui, a Palazzo Chigi.

La banca lettone Abv chiede la liquidità di emergenza alla Bce

La banca lettone Ablv Bank, accusata dalle autorità statunitensi di legami finanziari con il regime nord coreano, ha chiesto ieri fino a 480 milioni di euro di liquidità d’emergenza (la cosiddetta “Ela”) alla banca centrale della Lettonia. Lo ha dichiarato il portavoce della banca, Arturs Eglitis.

L’attivazione del meccanismo Ela richiede l’autorizzazione da parte della Bce, il cui consiglio direttivo si è riunito ieri. Sul tavolo, non c’era solo la situazione di Ablv, sui cui pagamenti Francoforte ha disposto una moratoria, ma anche il caso di Ilmars Rimsevics, il governatore della banca centrale lettone accusato di aver estorto tangenti per almeno 100.000 euro arrestato e poi rilasciato martedì. Rimsevics ha dichiarato di essere vittima di una campagna diffamatoria. Il primo ministro lettone Maris Kucinskis, che ne aveva chiesto le dimissioni , ha detto di non poter escludere che le accuse siano un tentativo di danneggiare la reputazione del Paese. La Bce ha deciso di congelare i pagamenti della terza banca lettone alla luce del deterioramento della sua situazione finanziaria dopo le accuse degli Stati Uniti di aver violato le sanzioni Onu contro la Corea del Nord.

L’unico vero peccato è accettare la doppia morale della Chiesa

Molti dei preti gay coinvolti nella vicenda raccontata dal Fatto, con il dossier dell’escort Francesco Mangiacapra che ha censito oltre 50 religiosi e le loro abitudini sessuali, meritano delle attenuanti. Hanno semplicemente fatto quello che fanno probabilmente tante altre persone, appartenenti a diversi gruppi sociali e professionali. Nei tanti festini a luci rosse in giro per l’Italia, nella miriade di giri di prostituzione etero o gay della Penisola sono coinvolte tante persone insospettabili, tanti adulti consenzienti, i quali non fanno niente di male, sempre che non coinvolgano minori e non commettano reati. Sotto questo profilo, i preti sono uomini identici agli altri e non hanno ricevuto in dono da Dio o dai seminari una sessualità depotenziata. Hanno bisogni sessuali identici a quelli del resto della popolazione.

Le attenuanti crescono per quei preti, e non sono pochi, che ci hanno provato ad avere una vita casta, a lottare eroicamente contro l’umanissima forza del loro desiderio. Ci hanno provato in seminario, dinanzi alle proposte inequivocabili del vicino di stanza o del teologo insegnante. Poi ci hanno provato ancora in parrocchia, quando sono aumentate le possibilità di avere una vita affettiva e sessuale libera. Si sono mortificati, fustigati, repressi, magari consegnati all’alcol, alla pornografia, alle fantasie solitarie. E poi hanno ceduto, hanno compreso che l’astinenza sessuale che l’istituzione pretende da loro in cambio della aureola di santità che mette sulle loro teste è una truffa meschina, che non c’entra con il Vangelo e con il volere di Dio, ma serve solo a un’istituzione totalitaria per tenere sotto scacco prima di tutto loro stessi, spesso ricattati in cambio di coperture, e poi un popolo di fedeli convinto che i preti siano mezzi santi, che Dio li abbia scelti come suoi mediatori. Fare sesso vuol dire allora per costoro ribadire che sono esseri umani, soggetti liberi e non pedine nelle mani di un’istituzione ipocrita che gioca sulle loro debolezze per ricattarli e tenerli in pugno. E anche il fatto che talvolta il sesso lo facciano a pagamento va comunque imputato all’istituzione che ha ordito la repressione sessuale e che ha sviluppato nel clero “un’incapacità addestrata” a costruire relazioni affettive paritarie, un’inabilità a innamorarsi e a legarsi in profondità a qualcuno, amandolo e rispettandolo. Il ricorso alla prostituzione è figlio dell’aridità sentimentale che deriva dalla mentalità celibataria, quella che spinge a vedere il prossimo come un oggetto da “usare”, le persone come entità alle quali non bisogna legarsi, per il timore di perdere la propria narcisistica e solitaria superiorità.

Tutte queste attenuanti, che ci conducono ad essere indulgenti con i singoli e severi con l’istituzione a cui va addebitata la responsabilità degli enormi danni che provengono dalla repressione sessuale, non possono comunque cancellare la responsabilità morale dei preti coinvolti. Essi, soprattutto se giovani o addirittura seminaristi, hanno tempo e modo di farsi un’altra vita, di lasciare il seminario o la tonaca appena indossata e rinascere come persone libere, accettando di aver commesso lo sbaglio tragico di affidarsi a un’istituzione che non aveva a cuore la loro e l’altrui libertà o benessere, ma solo l’eterna perpetuazione di sé stessa. Quello che dovrebbe risultare inaccettabile per tutti quelli implicati nello scandalo è il godere, al riparo della vista della loro “seconda vita”, di tutti i vantaggi che la professione clericale garantisce in termini di autorità sui fedeli, di sacralizzazione della propria persona, di vantaggi economici e di agi materiali.

La colpa più grave del clero coinvolto in questa storia è di non seguire l’esempio di Krystof Charamsa, il prete alto funzionario presso la Congregazione per la Dottrina della Fede che nel 2015 annunciò a tutto il mondo che preferiva rendere nota la sua omosessualità e vivere alla luce del sole la sua storia d’amore piuttosto che continuare un’esistenza falsa e menzognera, in un ambiente come quello vaticano omofobo in pubblico, ma molto omosessuale dietro le tonache.

Preti gay in chat, il dossier in mano alla Curia di Napoli

“Non sono io, non sono io sicuramente”. Smentire, negare fino alla fine. Anche di fronte all’evidenza. È per lo più questa la reazione dei preti contattati dopo la pubblicazione sul Fatto Quotidiano delle chat a sfondo sessuale contenute nel dossier consegnato ieri mattina dall’escort napoletano Francesco Mangiacapra alla cancelleria della Curia di Napoli. Cinquanta sacerdoti e una decina di seminaristi indicati per nome e cognome. Oltre mille pagine con screenshot in cui si parla di sesso a pagamento e festini gay, con scambio di immagini intime e collegamenti video per masturbarsi insieme. Un documento che restituisce l’immagine di una Chiesa dalla doppia morale.

Ora il dossier potrebbe essere inviato dalla Curia ai vertici delle altre diocesi del Centro-Sud a cui appartengono i preti segnalati, come quelle di Teggiano-Policastro e Tursi-Lagonegro. Alcuni dei sacerdoti, contattati con l’intento di farsi raccontare sotto anonimato come tali contraddizioni siano vissute, chiudono subito la telefonata. I più non ammettono: “Sono spiazzato. Nego ogni cosa, non mi riconosco in questo”, dice per esempio don G., parroco della Basilicata che in una chat si rivolge così a un seminarista: “Te ne vieni con me per un’ordinazione diaconale e poi ce ne andiamo da amico prete cazzuto e porco lì vicino”. C’è chi nega anche se gli si dà prova del suo coinvolgimento: “A questo punto penso di essere vittima di uno scherzo o altro. Chi mi dice che non hanno fatto dei fotomontaggi, per farmi delle fregature? Per buttare fango sugli uomini di Chiesa si farebbe di tutto”. Solo in due alla fine ammettono. Ma a chiedere loro come certe cose vadano d’accordo con il celibato, con le prediche dai pulpiti e con la posizione della Chiesa sull’omosessualità, non si ottiene risposta.

Il tema è spinoso. Casi come questi “lasciano sbigottiti”, ammette al telefono monsignor Angelo Spinillo, il vescovo di Aversa che a dicembre ha sospeso e avviato a un percorso di recupero in un luogo protetto don Crescenzo Abbate, parroco di Succivo (Caserta) citato nel dossier. Spinillo è intervenuto dopo i ricatti di cui il prete è stato vittima per un video hard, ma in precedenza non aveva avviato iniziative risolutive, sebbene avvisato già nel 2016 delle sue abitudini proprio da Mangiacapra. “Che vuol dire risolutive? – chiede ora Spinillo –. Bisogna dialogare con chi sbaglia, metterlo su un percorso. Se poi ricade, bisogna intervenire in modo più incalzante, come è stato fatto”. Per il vescovo “ci sono forme di disordine nella vita di tanti su cui bisogna intervenire con un cammino di recupero. Tutta la fede cristiana si basa sul recupero, anche Gesù chiamava i peccatori e li convertiva”. Ma ha senso continuare a condannare l’omosessualità se questa è diffusa tra i suoi ministri? “Anche nella politica ci sono tanti corrotti, ma non per questo si smette di condannare la corruzione. Non sto facendo un paragone tra omosessualità e corruzione, ma se c’è attenzione ai principi bisogna riaffermarli, anche se alcuni contravvengono. E chi ha sbagliato va aiutato a redimersi”.

Blitz forzanovista negli studi di La7: “Mandateci in onda”

Martedì sera alcuni militanti di Forza Nuova hanno cercato di fare irruzione in studio durante la puntata del talk show DiMartedì, in onda su La7. Un vero e proprio blitz, in cui una ventina di militanti è riuscita ad avvicinarsi allo studio durante la messa in onda di un contributo registrato, chiedendo che alcuni di loro fossero ospitati all’interno della trasmissione. “Verso la mezzanotte – ha spiegato il conduttore Giovanni Floris – si è presentato questo gruppo con le insegne di Forza Nuova. Volevano interagire col programma, ma non era possibile, sia tecnicamente sia per ragioni di opportunità. Non mandiamo in onda chi non è da noi invitato, tantomeno se si presenta in quel modo”. Dopo qualche minuto, i militanti sono stati accompagnati all’uscita. Dell’episodio si sono occupare anche le forze dell’ordine, che stanno identificando i responsabili. Intanto ieri Roberto Fiore, leader di Fn, ha rivendicato il blitz su Facebook, collegandolo al pestaggio subito dal militante neofascista a Palermo: “Dietro quelle mani balorde che hanno aggredito il nostro Massimo ci sono la banda Floris-Gnocchi, diffusori di odio”.

Gli “identitari” invitati a Bruxelles: proteste contro Tajani

Del gruppo di estrema destra Generazione Identitaria si era parlato la scorsa estate, quando alcuni suoi membri avevano partecipato alle azioni di pattugliamento nel Mar Mediterraneo della nave C-Star, organizzate per contrastare l’operato delle Ong davanti alle coste libiche. Ieri Gian Marco Concas, portavoce del gruppo, ha parlato nelle sale del Parlamento europeo durante una conferenza organizzata su invito del leghista Mario Borghezio, riferendo proprio dell’operazione di pattugliamento della C-Star. L’iniziativa non è andata giù a 22 eurodeputati, tra cui Barbara Spinelli, che avevano inviato una lettera al presidente del Parlamento Antonio Tajani chiedendo di annullare l’evento: “La scorsa estate il network di Concas ha noleggiato la nave C-Star e ha pattugliato l’area prospiciente le acque territoriali libiche, allo scopo dichiarato di fermare le operazioni di ricerca e soccorso attuate dalle Ong e ricondurre in Libia le persone soccorse. Si tratta di un’operazione che viola sia il diritto internazionale del mare e l’obbligo di assistere chiunque si trovi in pericolo, sia il principio di non refoulement”. Un appello senza esito, dato che l’evento si è svolto regolarmente.

Insulti e svastica: oltraggiata la lapide per la scorta di Moro

“A morte le guardie”. È questa la scritta oltraggiosa comparsa martedì notte sulla lapide commemorativa della strage di via Fani, in cui persero la vita il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi e i poliziotti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, impiegati nella scorta di Aldo Moro in quel 16 marzo 1978. La scritta, accompagnata da una svastica, è stata cancellata subito. Sono in corso le indagini delle forze dell’ordine per identificare i responsabili.

“Chi usa la violenza non è antifascista, ma l’onda nera cresce”

Marco Revelli lo abbiamo interpellato come professore di Scienza politica, ma anche come figlio di un eroe partigiano (Nuto). Subito chiarisce la questione lessicale: “Non parliamo di ‘violenza politica’, come se fosse uno scontro simmetrico tra bande contrapposte. C’è una moltiplicazione di episodi d’intimidazione e violenza da parte dei neofascisti…”.

A Palermo è stato aggredito un dirigente di Forza Nuova.

Sono curioso di vedere cosa diranno le indagini. Comunque quel gesto non è antifascismo: anche se i responsabili ritenessero di essere antifascisti, legare e picchiare una persona è ripugnante.

Torniamo ai rigurgiti neri.

Se mettiamo in fila gli episodi, di gravità diverse, sono numerosi e preoccupanti: dall’incursione di Forza Nuova durante la messa di don Biancalani a Vicofaro, fino all’invasione degli skinheads a Como, passando per il tentativo di irruzione negli studi di La7 martedì sera, sempre da parte di militanti di Forza Nuova. Non parliamo di quello che sta sotto la linea di visibilità dei radar dell’informazione… E di quello che sta, spaventosamente, sopra. Mi riferisco ai fatti Macerata, un atto di terrorismo di marca fascista. L’onda nera cresce in tutta Europa.

Proviamo a definire cos’è il fascismo oggi?

È l’inumano che irrompe nell’orizzonte pubblico. Un pensiero e un’azione ostentatamente disumana, che spoglia una parte dell’umanità dei suoi caratteri propri. Un’umanità che può essere respinta, fatta crepare nel deserto libico o annegare nel Mediterraneo. I migranti, secondo alcuni, dovrebbero essere cancellati. Chi li sostiene viene sempre più spesso minacciato. L’immagine che vuole essere legittimata è quella che predica la disumanità: questa è la sostanza di tutti i fascismi. I partiti di questo stampo hanno conquistato maggioranze in alcuni Paesi europei e comunque numeri importanti anche in Paesi come la Germania, cosa che rinforza il neofascismo di casa nostra.

Qualcuno azzarda paragoni con gli anni Settanta.

La situazione di oggi è diversa, ma per certi versi più preoccupante rispetto al pur durissimo scontro di quel periodo che registrò un numero impressionante di vittime. Da anni assistiamo all’impoverimento del ceto medio, che è sempre stato il bacino di coltura di processi di fascistizzazione profonda delle società. L’aggressività mostrata da alcune minoranze rischia di saldarsi a un sentimento di frustrazione molto ampio: un innesto potenzialmente esplosivo. In questi mesi mi ha colpito la fuga delle forze politiche democratiche: mentre alcuni alzano le mani, s’invita ad abbassare i toni. Una strategia assurda.

A chi si riferisce?

A Matteo Renzi, che di fronte a Macerata dice “abbassiamo i toni”, quasi a intendere che si tratti del gesto di un matto! E poi al ministro Minniti, che dice “il fascismo è morto e sepolto”.

Laura Boldrini sostiene che vadano sciolti tutti i movimenti che in qualche modo si richiamano al Fascismo. D’accordo?

Sì. Io non credo che non siano necessarie nuove leggi: bastano il codice penale, le disposizioni finali della Costituzione, la legge Scelba. Però bisogna che i comportamenti vengano sanzionati. Intendo: a Vicofaro quel manipolo di energumeni di Forza Nuova che ha fatto irruzione a messa è entrato in chiesa scortato dalla polizia. Non mi risulta che ci siano stati provvedimenti contro queste persone. La scena di qualche giorno fa a Bologna – con i ragazzi che leggevano la Costituzione manganellati e poco più in là Roberto Fiore che teneva un comizio razzista – per una democrazia è un suicidio.

A sinistra c’è anche chi dice che si fa salire la tensione per non parlare dei veri problemi del Paese, come disoccupazione e disuguaglianze sociali.

Certo che il fascismo cresce su questo! Si rafforza su cittadini che sono stati abbandonati dallo Stato. Com’è diventata nazista la Germania? Una popolazione in miseria, tradita dalla socialdemocrazia che governava, si è data a Hitler che prometteva di vendicarla. Non sto dicendo che siamo nella stessa situazione, voglio sottolineare l’analogia del meccanismo.

La Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero.

La distinzione tra opinioni e reati è semplice da tracciare. Io non credo nel reato di negazionismo, penso che sia necessario un presidio culturale della verità. Per me, però, sfilare facendo il saluto romano è reato. Questi comportamenti sono manifestazioni di orrore.