Due fermati per il pestaggio. Un accoltellato a Perugia

Ci sono due fermati a Palermo per il pestaggio del leader locale di Forza Nuova, legato col nastro isolante e imbavagliato martedì sera nella centralissima via Dante e riempito di botte da un gruppo di almeno otto persone. L’accusa è tentato omicidio, come per altri quattro denunciati a piede libero dalla Digos. Sono stati individuati, per quanto fossero a volto coperto, grazie a una telecamera di sicurezza. Non sono esclusi altri arresti. Massimo Ursino, il dirigente di Forza Nuova aggredito, è uscito ieri mattina dall’ospedale con il setto nasale fratturato, un trauma cranico, escoriazioni e contusioni varie e venti giorni di prognosi.

Il tatuatore 40enne che guida i forzanovisti palermitani non è uno stinco di santo: arrestato nel 2006 e condannato in primo grado a due anni e mezzo per aver picchiato a bastonate e rapinato due immigrati del Bangladesh; rinviato a giudizio per lesioni aggravate anche da motivazioni razziali un anno prima ai danni di un ragazzo nigeriano e di uno di Siracusa. Ma questo nulla toglie alla gravità, soprattutto simbolica, del pestaggio: la scelta di legare e imbavagliare Ursino prima di colpirlo ricorda le peggiori pratiche degli anni 70 e 80, così come la documentazione del gesto affidata a un video girato con uno smartphone da una ragazza, anche lei già identificata.

Il fermo del procuratore aggiunto Ennio Patrigni ricostruisce i fatti e anche l’antefatto e cioè un commento Facebook di Ursino, pubblicato nel pomeriggio, sulla bassa statura di un antagonista palermitano che pure è tra gli indentificati. Secondo il pm l’agguato non è stato portato a più gravi conseguenze solo per le grida dei passanti. Ursino aveva perso conoscenza. I due fermati sono Giovanni Codraro, di 25 anni, e Carlo Mancuso di 27, il primo cuoco e il secondo studente di Ingegneria, indicati come appartenenti al centro sociale Anomalia. Codraro ha una condanna in primo grado a nove mesi per resistenza a pubblico ufficiale durante una manifestazione a Cremona. La polizia ha trovato mazze e altre armi improprie nelle perquisizioni effettuate ieri mattina in ambienti dell’antagonismo.

La tensione a Palermo è salita in vista del comizio elettorale del leader di Forza Nuova Roberto Fiore, in programma sabato. Un ampio cartello di forze che comprende l’Anpi ha chiesto al questore di vietare la manifestazione ma questo non accadrà. Il Viminale ha impedito al partito dell’ex leader di Terza posizione solo di manifestare a Macerata dopo l’incredibile tiro a segno del fascioleghista Luca Traini che il 3 febbraio ha ferito sei stranieri a colpi di pistola.

Nelle stesse ore in cui Ursino è stato aggredito a Palermo, a Perugia martedì sera sono spuntati i coltelli. Mario Pasquino, 37 anni, si è presentato in ospedale con ferite da taglio e da punta alla coscia e alla schiena e lesioni da corpo contundente alla bocca e al capo. “Mi hanno aggredito – ha detto – mentre attaccavo i manifesti di Potere al Popolo”, il cartello lanciato dal centro sociale “Je so’ pazzo” di Napoli che comprende Rifondazione comunista. “Non saprei riconoscerli”, dice Pasquino, che ha tre figli e gestisce una birreria in centro. È ferito, in modo meno grave, anche il cugino. Ma dall’estrema destra raccontano una storia diversa: “Gli aggrediti sono i militanti di CasaPound Italia, che si sono limitati a difendersi da un attacco a freddo, come i video della telecamera presente sul luogo dimostreranno”, scrivono in un comunicato, secondo il quale erano loro ad attaccare i manifesti. “A un certo punto – si legge nella nota –, da una macchina, un gruppo di persone a volto coperto, armato di bastoni, è sceso e ha aggredito i nostri militanti” che avevano solo “la scopa per la colla dei manifesti”. L’avvocato Luciano Ghirga, che assiste Pasquino, parla di una “colluttazione” dopo “qualche parolaccia”, spiega che “faremo una denuncia contro ignoti” e sottolinea che “una forza politica ha ammesso la sua presenza sul luogo dell’aggressione”. Le indagini sono affidate alla Digos, per il procuratore Luigi De Ficchy i fatti sono “ancora da chiarire”.

Al Viminale c’è grande preoccupazione, soprattutto per i fatti di Palermo che seguono quelli di Macerata, il pestaggio di un carabiniere a Piacenza durante una manifestazione antifascista (tre arrestati) e gli scontri a Bologna dove pure si cercava di impedire un comizio di Forza Nuova. Al ministero dell’Interno contano 71 episodi di violenza politica nel 2018, quindi più di due al giorno, e la ripartizione farà molto discutere: 65 sono attribuiti alla sinistra e solo 7 alla destra contro la sinistra. Nel fine settimana si contano centinaia di manifestazioni elettorali in tutta Italia e le iniziative di CasaPound e Forza Nuova sono segnate quasi ovunque da richieste di divieto, contromanifestazioni e tensioni.

Voto all’estero ok, la Consulta boccia il ricorso di Venezia

È inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Venezia in merito a vari punti della legge sul voto degli italiani all’estero per corrispondenza, che non sempre garantirebbe libertà e segretezza. Lo ha deciso ieri la Corte costituzionale. La questione era stata sollevata dal Tribunale di Venezia, in vista del referendum del 4 dicembre 2016 per contrasto con i principi della sovranità popolare (articolo 1) e della personalità, libertà, segretezza del voto ed effettività del voto all’estero (articolo 48). Secondo la Consulta, nel contesto di una procedura referendaria è inammissibile chiedere in via preventiva al tribunale di sollevare la questione di costituzionalità di leggi elettorali: la legge sul referendum e il regolamento di attuazione, prevedono “espressamente” che contro le operazioni di voto si possa presentare un reclamo all’Ufficio centrale per la circoscrizione estero e che, dopo, possa intervenire anche l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione “organo legittimato a sollevare l’incidente di costituzionalità. Questo errore di percorso” ha impedito alla Corte di entrare nel merito.

E l’ex boss riuscì a incontrare pure Galletti

Nelle 900 ore della videoinchiesta di Fanpage.it su appalti, rifiuti e tangenti ci sono i pochi secondi di un incontro breve tra l’ex boss di camorra Nunzio Perrella e il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Avviene il 26 gennaio 2018 a Venezia durante la presentazione del protocollo per la bonifica di Marghera, al quale Galletti partecipa in veste istituzionale. È bene specificare subito che il ministro è totalmente estraneo alle trame oscure raccontate da Fanpage.it grazie all’ex boss infiltrato con la telecamera nascosta. La breve stretta di mano è il frutto di un’idea della mediatrice dell’affare nel quale sarebbe dovuto entrare Perrella, il cui telefono è rovente da mesi, da quando si è sparsa la voce che è “rientrato nel giro”. Fanpage.it ha messo in Rete brani di conversazione risalente al 24 gennaio 2018. La voce della moglie di un colonnello dei carabinieri spiega a Perrella l’affare che sta facilitando per conto di altri imprenditori: la realizzazione a Marghera di un deposito di stoccaggio di gas provenienti dall’estero. “Vedi quest’area di stoccaggio qui? Ci potrebbe essere una bella realtà, il terminal, c’ho le navi che ci attraccano”. Venezia. Perrella chiede, la signora conferma. E aggiunge: “Dopodomani siamo col sindaco e col ministro, che viene sull’area”. È un modo della signora per ‘accreditarsi’ agli occhi di un presunto imprenditore del Sud che millanta di poter mettere sul piatto 33 milioni di euro, meno del 10% di un investimento complessivo di 450 milioni di euro, ma che esprime qualche perplessità sulla fattibilità dell’operazione – che necessita di autorizzazioni ambientali e amministrative complesse e di competenza del ministero e delle amministrazioni locali – e sulla “forza” di chi gliela sta proponendo.

Due giorni dopo, al Vega di Marghera, in un evento pubblico, Galletta è tra quelli presenti in pompa magna per la firma di due protocolli: la carta del Green Lido sullo sviluppo sostenibile del turismo, e la convenzione tra ministero, Comune e Confindustria per la cabina di regia delle bonifiche di Porto Marghera. Arrivano la mediatrice e Perrella.

È un evento che riguarda anche il futuro dei terreni dove dovrebbe andare in porto il business. L’infiltrato ha un brevissimo contatto col ministro (dirà ai reporter di Fanpage di avergli stretto la mano). Galletti poi avrebbe dialogato per qualche minuto con la signora in assenza di Perrella. Consultato da Il Fatto tramite la portavoce, Galletti fa sapere che quel giorno incontrò molte persone e in assenza della descrizione fisica della signora e dell’ex boss non può riferire un ricordo particolare. Ora i videoreporter sono al lavoro per montare le novità di Bloody Money. Finora ha tremato la politica campana – si sono dimessi Roberto De Luca, figlio del Governatore Pd Vincenzo De Luca (da assessore a Salerno) e i vertici di Sma ambiente – ora si sale al Nord.

C’è la spiegazione del nome dell’inchiesta. Perrella dice che sta portando nell’affare di Venezia capitali camorristici, “soldi sporchi di sangue” (e accenna a un sequestro del 2005). La sua interlocutrice non batte ciglio: “Non è un problema”. Anche stavolta sarebbe stata organizzata la consegna di una valigetta (vuota) che doveva contenere una mazzetta. Ne sapremo di più alla prossima puntata

Il giornalismo del tè coi dolci che deplora Fanpage.it

Il giornalismo del tè coi pasticcini deplora i metodi di Fanpage.it, ma evita d’interrogarsi sul come mai le uniche inchieste-verità che hanno incendiato questa campagna elettorale del nulla siano opera di un coraggioso sito napoletano e della redazione televisiva de Le Iene, che quando azzanna una notizia non la molla più. Come ben sanno i Cinque Stelle che hanno dovuto molto ringraziare la iena Filippo Roma. Il suo scoop ha permesso loro di cacciare i furbastri delle mancate restituzioni, che la facevano sotto il naso ai Di Maio e Casaleggio.

Materiale succulento che riempie da settimane le pagine di tutti quotidiani che mentre avidamente se ne nutrono storcono la boccuccia “signora mia che ci tocca vedere”. A chi me lo ha chiesto ho risposto che se un pentito di camorra, esperto del ramo, mi avesse proposto d’infiltrarsi tra i topi nel formaggio e mi avesse portato la dimostrazione video che i sorci della politica campana s’ingozzano di tangenti speculando sui rifiuti che avvelenano (e uccidono) quella terra e i suoi sfortunati abitanti, come direttore avrei naturalmente pubblicato tutto e subito. Allo stesso modo si sarebbe comportato ogni altro giornalista del Fatto Quotidiano visto che da quasi un decennio, giorno dopo giorno, si pubblicano su queste pagine notizie che gli altri giornali non hanno o fanno finta di non avere. Ma l’aspetto più divertente di tutta la vicenda è che quei commentatori così schizzinosi con le inchieste altrui sono gli stessi che hanno ricoperto di lodi sperticate il film di Steven Spielberg The Post. Forse dimentichi che le famose rivelazioni del Washington Post sulla sporca guerra del Vietnam erano contenute in settemila pagine top secret sottratte e fotocopiate dal luogo segreto in cui erano conservate: un furto vero e proprio. E che soltanto una storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti evitò agli autori di un evidente reato, il direttore Ben Bradlee e l’editore Katharine Graham, una lunga detenzione.

Certo che i concorrenti del Post schiumavano rabbia, ma se qualcuno in quella ciurma di pirati avesse osato obiettare che lo scoop metteva a rischio la sicurezza degli Stati Uniti (come sosteneva il presidente Nixon), gli avrebbero riso in faccia. Perché nei giornali che fanno i giornali se c’è una notizia si pubblica e basta. Qui da noi le dame di compagnie della politica si dicono turbate dai metodi usati da Fanpage.it e tirano in ballo le garanzie dello Stato di diritto. Dal che si deduce che il direttore Piccinini davanti al promesso scambio di mazzette (protagonista il capo dell’azienda rifiuti che infatti poi si è dimesso) avrebbe dovuto cancellare, fermi tutti, la videoripresa in nome, s’intende, dello Stato di diritto. Tangentisti e avvelenatori avrebbero potuto proseguire tranquillamente il lavoro così proficuamente avviato e, soprattutto, si sarebbe evitato di disturbare la premiata dinastia De Lucas. Capisco che qualche pio collega potrebbe inorridire nel sapere che a noi malvissuti insegnarono che questo mestiere si fonda sulle tre esse: soldi, sangue, sesso. Parole che, nel tempo, sono diventate: silenziare, sopire, sostenere (gli amici), spiegano bene come mai i giornaloni perdano montagne di copie. Siamo dei morti che camminano, mi ha confidato qualche giorno fa il direttore di un’importante testata. Sì, ma con tutte le garanzie.

“La lotta alle cosche non porta voti, è scomparsa dai programmi dei partiti”

“Una campagna elettorale dove il tema della lotta alla mafia e alla corruzione è latitante. Non pervenuto”. Il giornalista Claudio Fava questa volta non è della partita, il suo impegno politico ora è al Parlamento regionale siciliano. All’opposizione del governo Musumeci.

Non c’è la lotta alla corruzione e alla mafia, ma questo pomeriggio (ieri per chi legge, ndr) Matteo Renzi a Messina incontrerà il suo candidato Pietro Navarra, il nipote dell’antico boss dei corleonesi il dottor Michele Navarra.

E che problema c’è, fino a poco tempo fa incontrava Francantonio Genovese, ora Navarra. Non uso la parentela per demonizzare un candidato, non gli butto addosso la croce dello zio mafioso. Ma di fronte a un dato oggettivo, quel legame familiare e quella storia, potevano esserci due reazioni. Una nobile: mi vergogno del passato di mio zio e prendo le distanze, così come hanno fatto tanti familiari di mafiosi, penso a Peppino Impastato e alla sua famiglia. L’altra, certamente meno nobile, che è quella di minacciare querele, anche preventive, nei confronti di chi osa ricordare. Stiamo parlando di uno spietato capomafia che ordinò l’uccisione di avversari politici, sindacalisti, esponenti di sinistra.

Massimo Bordin, che non può certo essere considerato un giustizialista, la pensa come te. Ecco cosa ha scritto: “… penso che la sinistra siciliana, che negli anni Cinquanta vide uccisi e infoibati, proprio a Corleone, sindacalisti e braccianti che la votavano e sostenevano, avrebbe fatto meglio a far passare almeno un’altra generazione prima di candidare un parente dell’allora capo degli assassini”.

Ecco, il punto è proprio questo. Una questione di decenza.

Anche Rosario Crocetta, l’ex presidente della Regione, ha lamentato che una volta si candidavano i parenti delle vittime di mafia, mentre oggi…

Crocetta avrebbe fatto meglio a pronunciare questa frase quando il suo nome era ancora in ballo per le candidature. Il problema vero è un altro: la lotta alla mafia non paga, non porta voti. Se invece indurisci le politiche e le parole d’ordine contro gli immigrati, i voti li prendi, ecco perché nei programmi dei partiti la lotta alla mafia e alla corruzione è relegata nelle varie ed eventuali.

Che fine ha fatto l’Antimafia?

È in crisi profonda, di analisi idee e facce. In questi anni ha vinto l’antimafia da parata, di quelli che portano il distintivo, la medaglia da appuntarsi al petto. Poi scopri, come è accaduto ampiamente in Sicilia, che tanto antimafiosi non erano.

Il riferimento è anche a personaggi politici?

Certo, e ce ne sono. Persone che hanno usato il brand dell’antimafia per farsi strada, per attaccare gli avversari, per costruire muri e discriminare. C’è stato un uso volgare e privatistico della lotta alla mafia.

L’antimafia politica è morta, quindi.

Sì, e non perché non vi sia più bisogno di una azione di lotta alla mafia e ai processi corruttivi dentro le istituzioni, ma per le cose che dicevamo prima. La mafia è cambiata, è diventata 2.0, accumula capitali in modo mostruoso e incide nelle economie, inquina le democrazie. I nostri strumenti sono vecchi, bisogna rivedere la Legge Rognoni-La Torre, adeguarla alle mutazioni delle mafie, rivedere la legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni. Se un Comune viene sciolto tre, quattro volte, allora qualcosa non va. Io aspetto ancora un governo che al primo posto del suo programma metta il tema di una moderna lotta alle mafie e al sistema corruttivo.

Non mi pare che i partiti si siano sforzati nella formazione delle liste per dare una chiara impronta antimafia.

Qualche parente, nulla di più. Ma parlo di casa mia, di Liberi e Uguali. C’è Grasso e va benissimo, ma io trovo scandaloso quello che è successo in Calabria con la non candidatura di Gianni Speranza. Ha fatto il sindaco di Lamezia Terme, Comune commissariato due volte per mafia, quando ha lasciato ha vinto il centrodestra e il Comune è stato nuovamente sciolto. Insomma, Gianni ha tenuto fuori la ’ndrangheta dal suo Comune e tu che fai? Non lo candidi, succube di logiche correntizie non scegli un uomo che per quella terra è un simbolo. Un errore grave.

“Impresentabili, bisogna cambiare la legge Severino”

Modificare la legge Severino per cercare di bloccare le candidature elettorali degli impresentabili. Indagare sulla stagione delle stragi per trovare la verità che ancora manca sugli autori non mafiosi. Rosy Bindi conclude i quattro anni “di lavoro intenso e appassionato” della commissione parlamentare Antimafia, di cui è stata la presidente, lasciando almeno due compiti a chi verrà dopo di lei.

Lo fa presentando la relazione finale, di oltre 700 pagine, che fotografa la “nuova mafia”, quella che si è organizzata dopo la sconfitta della mafia stragista di Totò Riina. È una mafia che spara di meno, ma che comanda di più e fa più affari, perché “dialoga con tutte le classi dirigenti del Paese”. Eppure, denuncia Bindi, “l’antimafia è completamente assente dalla campagna elettorale”. Le fa eco il ministro dell’Interno Marco Minniti: “C’è il pericolo concreto che le mafie possano condizionare il voto, la cosa più grave per una democrazia. Le mafie sono in grado di infiltrare e condizionare le istituzioni e la politica: ma vedo troppo silenzio su questo”. Le 700 pagine della relazione testimoniano il lavoro fatto, ma lasciano anche in eredità il lavoro ancora da fare. “Il numero crescente di Comuni sciolti per mafia, i procedimenti a carico di amministratori ed esponenti della politica locale, il trasformismo politico e il clientelismo su cui fa leva il voto di scambio”, si legge nella relazione, dimostrano “un decadimento allarmante che rende necessario integrare e correggere la legge Severino”: rendere pubbliche le autocertificazioni dei candidati; dare più tempo per i controlli (da 48 ore ad almeno 5 giorni); acquisizione dei certificati penali da parte delle prefetture; obbligo per i candidati di autocertificare tutte le condanne e tutti i processi in corso. “Oggi sono i politici che vanno a cercare i voti dei mafiosi, e non viceversa”, dice Rosy Bindi. Dunque “la politica deve riconquistare il consenso ‘buono’ dei cittadini, altrimenti saranno le mafie a conquistare il consenso ‘cattivo’”.

Quanto alle stragi, spiega la presidente, “non siamo riusciti a fare un lavoro d’inchiesta, anche perché non abbiamo voluto interferire sui processi in corso, quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e quello di Caltanissetta, il Borsellino-quater”. Lo “dovrà fare la prossima commissione: nelle sedi giudiziarie saranno cercate le responsabilità penali, ma in sede politica dovremo trovare le responsabilità politiche, visto che ci sono stati depistaggi e che nelle stragi sono intervenuti anche altri poteri, non solo la mafia”. E “senza la verità sulle stragi e sui delitti politico-mafiosi del 1992-1993 la Costituzione rimane inattuata”: “rimane il dubbio che una lunga scia di sangue unisca politicamente via Fani a via D’Amelio, passando per la Sicilia e lungo la penisola”.

Bindi rivendica i risultati già ottenuti dalla Commissione, come l’approvazione del nuovo codice antimafia. Non risparmia una critica alla “magistratura giudicante che si è dimostrata incapace di leggere la nuova mafia”: l’accenno è a Mafia Capitale, indagata dalla Procura di Roma ma non riconosciuta dai giudici di primo grado. Ricorda, del lavoro fatto in questi anni, l’inchiesta sui rapporti tra mafia e massoneria e l’analisi delle infiltrazioni mafiose nelle candidature elettorali. “Non abbiamo fatto un’inchiesta sulla massoneria”, ha ribadito Rosy Bindi, “ma sui rapporti della mafia con la massoneria, che con la sua segretezza garantisce un luogo d’incontro con le classi dirigenti del Paese. Il 15, 20 per cento degli elenchi delle logge non è identificabile e ci sono affiliati che sono indagati o condannati per mafia. Andrebbe cambiata anche la legge Spadolini sulle associazioni segrete: tra mafia e massoneria è un incontro tra società segrete, e la democrazia invece è trasparenza”.

La famiglia di Corleone: Don Michele

Rettore dell’Università di Messina, Pietro Navarra, candidato del Partito democratico, è nipote don Michele Navarra (in foto): quello della sua famiglia è un cognome “epico” nella mafia siciliana, quello di u patri nostro appunto, medico condotto di Corleone, dotato di una fortissima influenza criminale, di ottimi rapporti con gli alleati americani venuti a liberare la Sicilia e con l’amministrazione regionale: dopo la guerra riuscì a mettere in piedi una società di autolinee utilizzando gli automezzi militari. Don Michele – primo di otto fratelli tra cui Salvatore, il padre di Pietro – è stato ucciso nel 1958 mentre rientrava a Corleone in auto, una Fiat 1100 che fu crivellata di colpi e poi fatta cadere da una scarpata. La fazione di Luciano Liggio aveva eliminato Navarra aprendo la strada ai Corleonesi più sanguinari che poi comanderanno su Cosa nostra con Totò Riina.

Renzi, pochi accenni alla mafia e abbraccia il rettore Navarra

La mafia condannata in un passaggio veloce ed applaudito, e all’inizio una stretta di mano, alla fine un abbraccio e durante l’intervento un “in bocca al lupo al rettore Pietro Navarra: io premier e lui rettore firmammo il patto per Messina’’. Matteo Renzi arriva nella città dello Stretto a benedire la candidatura del rettore dal cognome con il marchio mafioso, nipote incensurato di quel Michele Navarra boss corleonese fatto fuori dagli uomini di Luciano Liggio che l’ex governatore Rosario Crocetta ha definito una “vergogna” e che distribuisce baci sotto gli occhi vigili del proconsole renziano Davide Faraone e dell’ex ministro Giampiero D’Alia, ex udc oggi convertito a Civica popolare di Beatrice Lorenzin.

Dopo Gentiloni, venuto a Messina a benedire il trust editoriale tra Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud, e Maria Elena Boschi, sullo Stretto il Pd schiera dunque l’artiglieria pesante per sostenere la candidatura di Navarra che i sondaggi danno come unico potenziale vincitore sull’isola dei collegi uninominali, grazie alla debolezza della candidata di centro destra, l’ex aspirante miss Italia Matilde Siracusano. Ma grazie soprattutto alla forza elettorale dell’Università peloritana, già finita anni fa nelle carte dell’Antimafia che la definì un “verminaio” trasformato oggi in una forza elettorale con il direttore generale, Franco De Domenico, appena eletto (e appena dimesso dall’ateneo) deputato regionale del Pd e ieri presente al fianco di Navarra come un altro funzionario dell’Università, Fabio Pollimeni, condannato in appello per gioco d’azzardo nell’operazione Game Over.

Nel teatro Vittorio Emanuele disertato da Crocetta, dal senatore Giuseppe Lumia, non ricandidato, e da Giuseppe Antoci, il presidente del parco dei Nebrodi vittima di un fallito attentato e cacciato dalle liste, l’antimafia piddina è rappresentata solo da Fabio Venezia, sindaco di Troina scortato come Antoci, e da Massimo Finocchiaro, fedelissimo di Crocetta al vertice, fino a qualche tempo fa, dell’Ast, l’azienda trasporti siciliana. Che per i paradossi della storia fu fondata proprio dal vecchio don Michele Navarra, antesignano della borghesia mafiosa, popolata dai boss in doppio petto che già allora stringevano accordi con la politica. E proprio in virtù di quei rapporti l’Ast fu venduta alla Regione Siciliana.

Ci sono invece i baroni, ricercatori, impiegati e studenti (pochi) dell’ateneo messinese che Renzi non nomina rivelando invece di avere “salvato” l’onore, “dell’isola, ma anche dell’Italia”, dalle parole di un leader europeo (che non svela) che in occasione del G7 si rifiutò di appoggiare la candidatura di Taormina “perché la Sicilia era mafiosa”: “Lo dissi a fiorentini, perché l’altra candidata era Firenze: se è per salvare l’onore, mi dissero, rinunciamo’’.

Non offre altro, all’onore salvato, ai mille messinesi venuti ad applaudirlo, visto che, ha sostenuto, “i benefici dei soldi che abbiamo messo per il dissesto idrogeologico ed altro li vedrete tra cinque anni”. E se per il Pd per lui “è quasi fatta, ci giochiamo il primo posto in molti collegi uninominali”, a Silvio Berlusconi (“vederlo da Bruno Vespa mi ha fatto ringiovanire, il tempo si è fermato a diciassette anni fa”) e ai grillini riserva due video sputtananti: nel primo si vede l’uomo di Arcore, che ha proposto l’espulsione di seicento mila migranti, invitarli in francese in Italia dallo schermo di una tv tunisina, con la promessa di una casa, di un lavoro, della scuola per i figli e delle cure per i genitori; nel secondo c’è Totò, vigile infedele, processato per aver fatto sparire gli incassi delle multe: “Li ho devoluti in beneficienza”. A chi? “Alla mia famiglia”, come hanno fatto i cinque stelle, intende Renzi.

Infine promette 400 mila posti di lavoro in più nei prossimi cinque anni (“10 mila destinati a polizia e carabinieri che garantiscono la nostra sicurezza”), difende la moglie beccata con il passi auto di favore nella Ztl di Firenze (“poteva passare solo da quella via, per tornare a casa ci voleva l’elicottero”) e alla fine cita Obama e “l’amicizia italo-americana”.

Si è replicato in serata a Palermo l’ex premier in tour elettorale, dove è giunto scontando il ritardo, 53 minuti, con cui si è presentato al teatro messinese: “So che un ministro inglese si è dimesso per un ritardo di due minuti – si è scusato – io non ci penso nemmeno’’.

La puzza al naso

Epoi dicono che la campagna elettorale è noiosa. Ma l’avete sentito Renzi? Uno spasso. Dice: “Turatevi il naso e votate Pd”. E si crede pure spiritoso. La sua è una citazione di Indro Montanelli, che nel 1976 disse “Turatevi il naso e votate Dc”. La Dc gli faceva schifo, per corruzioni e mafiosità, ma da vecchio anticomunista invitò i suoi lettori a fare argine contro il “sorpasso” del Pci. E, lui che votava sempre repubblicano o liberale, decise di sostenere alla sua maniera il maggior partito della coalizione di centro. Mai avrebbe immaginato che 42 anni dopo un provincialotto delle sue parti, molto ignorante e anche leggermente fuori di testa, avrebbe usato quella frase per fare propaganda al partito di cui è segretario da oltre quattro anni. E che dovrebbe presentare agli elettori come un campo di gigli, non come una porcilaia che emette olezzi maleodoranti. Le liste del Pd le ha fatte personalmente lui, i candidati li ha scelti tutti lui, i 29 indagati li ha voluti lui, il nipote del patriarca del clan dei corleonesi e il figlio di De Luca e l’uomo delle fritture e delle “clientele come Dio comanda” li ha infilati lui, saltando a piè pari le primarie su cui nacque il Pd. E ora, tomo tomo cacchio cacchio, dice agli eventuali elettori: è vero, puzziamo come una fogna a cielo aperto, ma votateci lo stesso perché gli altri puzzano di più. Quando diverrà obbligatorio il Tso o almeno l’antidoping per i politici, sarà sempre troppo tardi.

Prendete B., talmente rintronato da non distinguere più le lire dagli euro. Dopo due settimane di campagna delle sue tv e dei suoi giornali (in parallelo a quelli del Pd) contro la sporca dozzina dei 5Stelle che non si tagliava lo stipendio, ha detto che sarà felice di accoglierla in Forza Italia subito dopo le elezioni, quando sarà cacciata dal gruppo M5S. Perché, ha specificato a scanso di equivoci, “da noi c’è l’indennità piena”, anzi di solito la si arrotonda pure con mazzette e frodi fiscali. Sembra ieri che il Giornale di Sallusti titolava “Disonestà! Disonestà!” a tutta prima pagina, facendo credere che i furbastri beccati dalle Iene avessero rubato soldi pubblici, mentre rubavano soldi propri. Ora quei “disonesti”, appena usciti dal M5S, diventano onesti, ma solo se aderiscono a FI che è come il Dash: lava più bianco. Sennò restano ladri. È la stessa logica, si fa per dire, praticata da Renzi: per lui i 5Stelle sono tutti ignoranti, incompetenti, incapaci, analfabeti, baluba che credono alle sirene, dubitano dello sbarco sulla Luna, non si vaccinano, tifano morbillo, non sanno governare e ignorano il congiuntivo senza neppure essere ministri della Pubblica Istruzione.

Poi basta che escano dal Movimento (spontaneamente o spintaneamente) e diventano ipso facto dei geni, dei plurilaureati, dei premi Nobel ad honorem, dei governanti capacissimi e competentissimi. Infatti il Pd candida ben 4 ex “grillini”: Mucci, Rostellato, Pinna e Tacconi. E una quinta se l’è accaparrata la lista prodian-socialista-verde-dipietrista “Insieme”, alleata del Pd: Claudia Mannino, imputata per le firme false a Palermo, sospesa da Grillo perché rifiutò di rispondere ai pm, dunque perfetta per Renzi. Turatevi il naso e votate Pd.

A ravvivare la campagna elettorale provvedono pure Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi di Repubblica, trasformando in dogma di fede l’ennesima inchiesta romana sulla fonte del nostro Marco Lillo a proposito di Consip. Inizialmente, i pm sostennero che Lillo aveva saputo dell’inchiesta dal pm Woodcock e da Federica Sciarelli. Lillo disse subito che le sue fonti non erano quelle, ma i giornaloni si bevvero d’un fiato la panzana. Risultato: Woodcock e Sciarelli archiviati con tante scuse. Ora ci riprovano con Scafarto. E intendiamoci, i pm fanno bene a indagare, perché dagli sms di Scafarto e altri carabinieri risulta che l’ufficiale sapeva dell’imminente scoop di Lillo (per forza, Lillo per verificare le sue fonti, chiamava un sacco di inquirenti, e la voce che lavorasse su Consip girava). Ma, visti i precedenti, un po’ di prudenza dei cronisti non guasterebbe.

Invece Bonini e Vincenzi hanno già la sentenza della Cassazione in tasca: Scafarto è un “carabiniere infedele” perché il 21.12.2016 “fu Scafarto a consegnare a Lillo la notizia del coinvolgimento nell’inchiesta dell’allora comandante dell’Arma Del Sette”. Con un “triplice effetto in un colpo solo”: “condizionare la Procura di Roma” (e perché mai una notizia, fra l’altro vera, dovrebbe condizionare una Procura, che fra l’altro la sa già?); “azzoppare irrimediabilmente il vertice dell’Arma” (infatti Del Sette, alla notizia che era indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreti, fu subito riconfermato da Gentiloni); e soprattutto “silurare Renzi” (che però era già stato silurato dal popolo italiano nel referendum del 4 dicembre e si era dimesso da premier due settimane prima dello scoop di Lillo). Non contenti, anziché domandarsi perché la Procura pare più interessata alla fuga di notizie innocua (quella del Fatto) che a quella precedente che rovinò l’indagine, i giallisti di Repubblica concludono perentori che, “sia come sia, è Scafarto la mano che dà da mangiare al Fatto”. Noi sappiamo che non è così, ma anche se fosse? Che deve fare un giornalista, se gli danno una notizia vera? Tenersela nella penna per non far incazzare Repubblica, o magari telefonare a Bonini e Vincenzi per aggiungere due posti a tavola? E chi sarà mai “la mano che dà da mangiare a Repubblica” le accuse a Scafarto? E sono proprio sicuri Bonini e Vincenzi di non avere nessuna fonte nelle Procure, nei Carabinieri, nella Polizia, nella Finanza e nei servizi segreti per “mangiare”, come dicono loro, o più semplicemente per fare il proprio mestiere di dare notizie, come diciamo noi?

“Se fallisce Gibson mi do alla batteria. Però con Fender ho pagato il mutuo”

“Ma te pare che pò chiude la Gibson?”, sbotta con romanissima indolenza Alex Britti alla notizia che la leggendaria fabbrica di chitarre che ha cambiato la storia del rock e del jazz sarebbe sull’orlo della bancarotta per un passivo di mezzo miliardo di dollari. “In America quel marchio è un’istituzione, e se si è salvata la Fiat ci riusciranno pure loro. Troveranno il Marchionne del caso e venderanno quegli asset acquisiti negli ultimi anni che pesano nel rendiconto aziendale: Teac, Dobro, cuffie Philips…”.

“È un cosiddetto modern double cutway, un prototipo dal disegno un po’ strano, ma con il manico più comodo e accessibile del solito. Faranno modifiche dopo aver ascoltato il mio parere e quello di altri musicisti europei. E comunque, ragazzi, se fallisse la Gibson mi darei alla batteria”.

Non che sia un problema: Britti sa adoperarsi pure dietro i tamburi e suona il basso nei suoi dischi. “Di chitarre ne ho una settantina, più gli altri strumenti. Custodisco molta di questa roba in magazzino, il resto lo tengo a casa”. Perché per Alex le corde sono come la coperta di Linus, il suo giocattolo preferito. “Mi regalarono la prima, una Eko Junior, quando compii sette anni. Tornavo da scuola e mi chiudevo nella mia stanza per suonarla il più possibile prima che papà rientrasse dal lavoro e sprofondasse nella pennichella: lì scattava il coprifuoco, e fino al contrordine di mia madre era vietato far rumore”. Da allora, quell’amore non si è mai spento, e per Britti la chitarra è una gioiosa passione quasi erotica, un’incessante seduzione verso della “creatura” dalla silhouette femminile. E se B.B.King aveva ribattezzato la sua Gibson “Lucille”, la “fidanzata” di Alex era “Martina”.

Una storiella nata a Sanremo nel ‘99, quando il capitolino si impose nella categoria giovani con Oggi sono io. “Fui richiamato sul palco ma notai che mancava la chitarra. Così dissi al backliner, il tecnico che porta gli strumenti in scena: ‘dov’è Martina?’. Lui rispose: ‘Tranquillo, è in camerino che ti aspetta!’. Qualcuno sentì e volle ricavarci del gossip, pensando mi riferissi alla mia donna. Peccato che invece parlassimo di una Martin D38 acustica. E siccome al Festival spesso conta più il pettegolezzo della musica, mi divertii a giocarci su. Mi chiedevano: ‘Perché non parli mai di Martina? Vuoi proteggerla?’.

Io replicavo: ‘Oh sì, non era il caso di farvela vedere. In camerino era pure senza vestiti!’. E in effetti la chitarra era fuori dalla custodia… E loro lo scrissero, montando lo scandaletto. Anche l’ultima volta a Sanremo inventai di essermi sposato in gran segreto in Francia, e un settimanale importante pubblicò la fake news”. Insomma, Britti va tradotto, con buona pace dei rotocalchi.

Perché le sue chitarre hanno dei soprannomi eloquenti, ma depistanti. “La mia Les Paul R7 Gold è la ‘bionda’, quello è il suo colore. Mentre la Es 355 è la ‘roscia’, così vermiglia e fiammante”. Non le maltratterebbe mai, come invece facevano, più spesso con le Fender, Pete Townshend o Jimi Hendrix. “Le spaccavano o le bruciavano a fine concerto, e lo facevano per davvero. Come si dice: una deve morire per salvarne mille. E quei gesti sono rimasti nella mitologia del rock, anche se c’era un mezzo trucco. Hendrix a Monterey cambia strumento prima del bis, e prende quello predestinato, un esemplare più usurato. Una scena ampiamente studiata: nella tasca si era portato una fiaschetta di benzina per incendiare la chitarra. Io al massimo sul palco mi sono nascosto nei jeans una boccetta di vodka. E gli Who? Il manico di quella da sacrificare era stato segato in precedenza. Certo, sono immagini dirompenti, incancellabili, molto tempo prima dell’avvento del punk iconoclasta. A me è capitato di fare il distruttore in tv in una gag con Mammuccari: stacco dell’inquadratura, cambio di chitarra al volo, quella buona è salva, va in pezzi una da 30 euro”.

Ma nel duello tra Fender e Gibson che da sempre divide il mondo, alla fine chi prevale? “La prima ha un suono più secco e nasale, perfetto per il rock aggressivo, la seconda è più pastosa, adatta anche per blues e jazz. Però non ci si schiera mai del tutto. Io sono amico della Gibson, ma suonando la Fender mi sono pagato il mutuo per vent’anni”.