“La televisione offre maggiori possibilità di sperimentare e di giocare con i generi. In questo periodo, invece, il cinema italiano è un po’ appiattito su certi temi, gusti, storie. Per esempio, c’è la tendenza a fare film documentaristici. Ma il cinema è fiction, i documentari lasciamoli a chi fa quello di mestiere”. Lunetta Savino, attrice laureata al Dams di Bologna e diplomata alla scuola di teatro Galante Garrone di Bologna, è un volto caro a chi segue le serie tv italiane. Dalla mitica Cettina di Un medico in famiglia a Giovanna, la mamma di Angelica (Claudia Pandolfi) in È arrivata la felicità, la cui seconda stagione è tornata ieri sera su Rai Uno (altre undici puntate, ogni lunedì in prima serata).
Lunetta Savino, come cambierà il suo personaggio?
Il salto è molto grosso. Questa donna così timorata di Dio, rigida nei confronti delle figlie, specialmente quella lesbica, è destabilizzata dal tumore di Angelica. Questo fa incrinare le sue certezze, a cominciare dal suo rapporto con l’Altissimo, al quale si rivolge con il “tu”, in un modo che lega bene la commedia al dramma. E poi inizia a non sopportare più il marito e il suo modo debole di affrontare la malattia della figlia. Si allontana da casa e conosce un uomo, del quale si innamora perdutamente…
Innamorarsi a 60 anni?
Dopo 40 anni con lo stesso uomo, Giovanna scopre una parte di sé inaspettata, rinasce. Se pensiamo alle nostre madri, le rivediamo nelle foto dei 40 anni che già sembravano sessantenni. Non per l’aspetto fisico, ma per essersi precluse la possibilità di cambiamenti sostanziali. È la grande libertà della nostra generazione: siamo donne che non hanno puntato tutto sul matrimonio. Anzi, hanno capito che si può anche vivere senza un uomo.
Tornando alla televisione, qual è adesso la differenza con il cinema?
Sono grata alla tv, che mi ha dato la possibilità di interpretare protagoniste femminili che il pubblico ricorda ancora: le fiction Felicia Impastato, Il figlio della luna e Il coraggio di Angela sono state viste da sette, otto milioni di persone. In sala quando ti capita? E poi il cinema è un po’ appiattito, sembra monocolore. Io ho sempre scelto solo in base alla sceneggiatura, e questo mi ha dato la possibilità di lavorare con grandi registi, che amo moltissimo: Ferzan Ozpetek, Cristina Comencini, Giulio Manfredonia. Sono stata fortunata, mi hanno insegnato tanto. Ma credo che in generale si dovrebbe osare un po’ di più.
E il teatro?
Faccio la televisione per potermi permettere di recitare in teatro. Si fa sempre fatica a portare avanti le cose, persino i classici. Ormai ti dicono: ‘Più di quattro personaggi non si può, costa troppo’. Invece bisogna dare spazio alla nuova drammaturgia, quando vale. Prenda David Mamet, che abbiamo messo in scena all’Eliseo di Roma: un contemporaneo che ha il sapore del classico per il modo di affrontare temi attuali. Il pubblico tornava a casa anche turbato. Che poi è la funzione del teatro.
Progetti futuri?
Sto per iniziare un film da protagonista assoluta, un’opera della regista Katia Colia.
Torniamo alle donne: questa presa di coscienza rispetto alle molestie appartiene anche agli uomini?
Mah… (ride) La vedo difficile, anche negli ambienti più colti. Ci sono stati due grossi eventi negli ultimi tempi: l’avvento di Trump, con la reazione delle donne americane, e il nostro Berlusconi. Già nel 2011, con “Se non ora, quando?”, usammo parole come rispetto, dignità. Anche lì si parlava dello scambio sesso/potere. Prima che venisse fuori il manifesto “Dissenso comune”, il mese scorso, avevo già scritto una lettera aperta, nella quale esprimevo il mio dolore rispetto a queste ragazze, costrette a subire un ricatto senza avere gli strumenti adeguati per rifiutarlo.
Questa mobilitazione cambierà le cose?
È un processo lungo perché culturale. Ma la rivoluzione è già in atto, bisogna che se ne accorgano tutti.