“Il nostro cinema è appiattito. In tv si sperimenta di più”

“La televisione offre maggiori possibilità di sperimentare e di giocare con i generi. In questo periodo, invece, il cinema italiano è un po’ appiattito su certi temi, gusti, storie. Per esempio, c’è la tendenza a fare film documentaristici. Ma il cinema è fiction, i documentari lasciamoli a chi fa quello di mestiere”. Lunetta Savino, attrice laureata al Dams di Bologna e diplomata alla scuola di teatro Galante Garrone di Bologna, è un volto caro a chi segue le serie tv italiane. Dalla mitica Cettina di Un medico in famiglia a Giovanna, la mamma di Angelica (Claudia Pandolfi) in È arrivata la felicità, la cui seconda stagione è tornata ieri sera su Rai Uno (altre undici puntate, ogni lunedì in prima serata).

Lunetta Savino, come cambierà il suo personaggio?

Il salto è molto grosso. Questa donna così timorata di Dio, rigida nei confronti delle figlie, specialmente quella lesbica, è destabilizzata dal tumore di Angelica. Questo fa incrinare le sue certezze, a cominciare dal suo rapporto con l’Altissimo, al quale si rivolge con il “tu”, in un modo che lega bene la commedia al dramma. E poi inizia a non sopportare più il marito e il suo modo debole di affrontare la malattia della figlia. Si allontana da casa e conosce un uomo, del quale si innamora perdutamente…

Innamorarsi a 60 anni?

Dopo 40 anni con lo stesso uomo, Giovanna scopre una parte di sé inaspettata, rinasce. Se pensiamo alle nostre madri, le rivediamo nelle foto dei 40 anni che già sembravano sessantenni. Non per l’aspetto fisico, ma per essersi precluse la possibilità di cambiamenti sostanziali. È la grande libertà della nostra generazione: siamo donne che non hanno puntato tutto sul matrimonio. Anzi, hanno capito che si può anche vivere senza un uomo.

Tornando alla televisione, qual è adesso la differenza con il cinema?

Sono grata alla tv, che mi ha dato la possibilità di interpretare protagoniste femminili che il pubblico ricorda ancora: le fiction Felicia Impastato, Il figlio della luna e Il coraggio di Angela sono state viste da sette, otto milioni di persone. In sala quando ti capita? E poi il cinema è un po’ appiattito, sembra monocolore. Io ho sempre scelto solo in base alla sceneggiatura, e questo mi ha dato la possibilità di lavorare con grandi registi, che amo moltissimo: Ferzan Ozpetek, Cristina Comencini, Giulio Manfredonia. Sono stata fortunata, mi hanno insegnato tanto. Ma credo che in generale si dovrebbe osare un po’ di più.

E il teatro?

Faccio la televisione per potermi permettere di recitare in teatro. Si fa sempre fatica a portare avanti le cose, persino i classici. Ormai ti dicono: ‘Più di quattro personaggi non si può, costa troppo’. Invece bisogna dare spazio alla nuova drammaturgia, quando vale. Prenda David Mamet, che abbiamo messo in scena all’Eliseo di Roma: un contemporaneo che ha il sapore del classico per il modo di affrontare temi attuali. Il pubblico tornava a casa anche turbato. Che poi è la funzione del teatro.

Progetti futuri?

Sto per iniziare un film da protagonista assoluta, un’opera della regista Katia Colia.

Torniamo alle donne: questa presa di coscienza rispetto alle molestie appartiene anche agli uomini?

Mah… (ride) La vedo difficile, anche negli ambienti più colti. Ci sono stati due grossi eventi negli ultimi tempi: l’avvento di Trump, con la reazione delle donne americane, e il nostro Berlusconi. Già nel 2011, con “Se non ora, quando?”, usammo parole come rispetto, dignità. Anche lì si parlava dello scambio sesso/potere. Prima che venisse fuori il manifesto “Dissenso comune”, il mese scorso, avevo già scritto una lettera aperta, nella quale esprimevo il mio dolore rispetto a queste ragazze, costrette a subire un ricatto senza avere gli strumenti adeguati per rifiutarlo.

Questa mobilitazione cambierà le cose?

È un processo lungo perché culturale. Ma la rivoluzione è già in atto, bisogna che se ne accorgano tutti.

La Maremma di Naspini come la Napoli di Ferrante

La casa editrice E/O ha in catalogo molti ottimi libri ma soltanto un autore best seller internazionale: la misteriosa Elena Ferrante. O almeno finora è stato così, perché il 28 febbraio uscirà un romanzo che potrebbe replicare il successo della autrice senza volto della quadrilogia L’Amica Geniale. Questo nuovo romanzo si chiama Le Case del Malcontento, 457 pagine, di un autore italiano dal nome esotico, Sacha Naspini da Grosseto, 42 anni, foto da Corto Maltese sul sito che si è costruito per il lancio del libro. Da mesi la casa editrice E/O manda comunicati stampa quasi quotidiani per annunciare l’imminente arrivo del tomo, il progetto di narrativa più ambizioso da molto tempo, spiegano. E così, un po’ per sfinimento un po’ per curiosità, leggere le bozze prima e la copia definitiva poi diventa quasi inevitabile.

Le Case del malcontento è un romanzo-mondo, ma non nel senso di quei torrenziali malloppi da migliaia di pagine che ora sono un po’ di moda, dove l’autore sfoga una vita di passioni e pensieri spesso irrilevanti. È un romanzo-mondo perché Le Case è un piccolo paese della Maremma che per quasi tutti i suoi abitanti coincide con il mondo intero. Anche quelli che sono andati lontano, poi sono tornati, increspature in un equilibrio tanto apparente quanto difficile da scalfire. Ed è un mondo perché tra le sue strade si dipanano tutte le storie, nelle vite minime eppure mai banali dei suoi abitanti. Ogni capitolo è un personaggio, una voce, una prospettiva sul paese e sulla stessa storia, che è una storia collettiva di amori, segreti, anche omicidi. Ed è una storia condivisa di cui tutti sono protagonisti e comprimari: ciascuno porta il suo punto di vista, spesso incompatibile con quello degli altri ma non per questo meno vero o legittimo. Una verità sola non c’è ed è per questo che il libro è tutto in prima persona, nessun narratore onnisciente ci dirà mai chi ha ragione, chi è davvero meschino e chi davvero nobile e generoso.

A Le Case è tutto immobile, c’è una superficie di ripetizione, sulla quale si consumano ogni giorno gli stessi riti e dove ogni abitante del paese interpreta il proprio ruolo. C’è la Giovannona, zitella obesa e ansimante su cui si può scherzare perché tanto non se la prende, c’è Filippo Nescioni di professione nullafacente, trattato come “un rintronato di paese” anche se, “si fa presto a dire che uno è scemo, magari un giorno lo capiranno che a forza di fare il tonto ci si guadagna anche”, come ci informa lui stesso quando l’autore, Sacha Naspini, gli concede quell’attenzione e tempo di parola che nel paese di Le Case tutti gli hanno sempre negato. Il dottor Emilio Salghini è il medico della comunità, stimato e rispettato, nessuno potrebbe mai immaginare quello che gli passa per la testa mentre consiglia al paziente, con un fatalismo che nasconde compiacimento, di rassegnarsi all’inevitabile caducità della vita. Perché il dottor Salghini, più di ogni altro, ha chiaro che quel piccolo paese all’apparenza così placido “è un mostro che ingrassa a ogni nostro respiro” e che “quando ha fame, scuote la terra in cui è scavato per farci venire i sudori freddi e il cuore forte”.

Le Case del malcontento ricorda una versione più complessa e articolata della Antologia di Spoon River: la compassione con cui l’autore restituisce dignità a chi mai l’ha avuta o rivela le piccolezze di chi invece ha beneficiato di troppi onori è la stessa. Ma i personaggi di Edgar Lee Masters “dormono sulla collina”, come cantava Fabrizio De André e presentano il bilancio della loro vita ormai conclusa, quelli di Sacha Naspini sono vitali, non c’è mai nulla di concluso, nulla è mai davvero passato, ferite e amori si perpetuano in quel tempo che lontano dalla vita delle città scorre in modo diverso.

Sacha Naspini non è un esordiente. Il suo primo romanzo – L’Ingrato – è del 2006, uscito prima per le edizioni Effequ e poi per Il Foglio. Poi I Cariolanti per Eliot e un romanzo storico per Rizzoli su Giovanni delle Bande Nere, ma Le Case del malcontento è di gran lunga il suo progetto più ambizioso. Questo suo nuovo romanzo ha tutte le caratteristiche per diventare davvero “la nuova Ferrante”, un altro miracolo E/O, racconta un’Italia che gli italiani hanno dimenticato ma che piace a quel pubblico internazionale che si è innamorato dell’Amica Geniale. Oppure passare inosservato. Ma le dinamiche dell’editoria sono imperscrutabili, magari sarà solo una meteora sugli scaffali per finire poi sulle bancarelle “tutto a 2 euro”. Ma sarebbe un peccato.

Bibi e Sara, House of Cards in salsa kosher

Nuvole nere sul cielo di Balfour Street, la residenza del premier Benjamin Netanyahu. Annunciano una nuova tempesta. Alle quattro indagini aperte dalla Special Unit Lahav 433 che coinvolgono il premier se n’è aggiunta ieri una quinta, che al momento lo sfiora, ma investe il suo portavoce e stretto confidente Nir Hefetz, in cella in questi giorni per lo scandalo Bezeq, favori ricevuti dalla compagnia di telecomunicazioni negli scorsi anni.

In questo “caso”, scoppiato ieri, Hefetz nel 2015 avrebbe avvicinato la giudice Hila Gerstel, tramite un intermediario – un ex giornalista di Yedioth Ahronoth – per offrirle la poltrona di procuratore generale in cambio del suo impegno a chiudere i casi aperti contro Sara Netanyahu per la gestione “allegra” delle spese nella residenza ufficiale, fatture gonfiate, altre palesemente false.

La giudice Gerstel, si racconta, restò scioccata dalla proposta, rifiutò e non ebbe quell’incarico che andò invece all’attuale procuratore Avichai Mandelblit, all’epoca capo di Gabinetto di Netanyahu.

Israele ha già visto diversi scandali travolgere il mondo della politica – in passato sono finiti in cella un presidente per molestie sessuali (Moshe Katsav), un ex primo ministro (Ehud Olmert) e svariati ministri per bustarelle – ma quelli di questi giorni per dimensioni e diversità dei reati rappresentano davvero the big one, i più importanti. Il procuratore generale avrà bisogno di tempo per valutare le prove portate da Lahav 433 – sarà necessario almeno qualche mese – e diventa difficile per Benjamin Netanyahu andare avanti così e salvare la coalizione di governo fino al prossimo marzo, data naturale delle elezioni.

Il ritmo delle rivelazioni ricorda la sceneggiatura di House of Cards. Le celle per la custodia cautelare si stanno riempiendo di personaggi di spicco, poco abituati di certo a vedersi limitati gli spazi. Tra questi ci sono due ex collaboratori del premier, il direttore generale del Ministero delle Comunicazioni Shlomo Filber e il portavoce Nir Hefetz. C’è poi Shaul Elovitch, proprietario di Bezeq, della tv satellitare Yes e del sito d’informazione Walla, sua moglie Iris e il figlio Or, la CEO di Bezeq Stella Handler e il direttore della società Amikam Shorer. Altri hanno ottenuto gli arresti domiciliari come Eli Kamir, l’ex giornalista che ha tentato di corrompere la giudice.

Nei giorni scorsi la polizia israeliana ha chiesto che Netanyahu sia formalmente incriminato per corruzione. Sono diversi i casi coinvolgono “Bibi” e il suo gradimento scende a una velocità vertiginosa. Il più scottante è quello noto come “Caso 1.000”, costosi regali a partire dal 2009 dal produttore di Hollywood Arnon Milchan e altri amici per favorire un progetto da 250 milioni di dollari. C’è poi il “caso 2.000” che vede il premier accusato di aver chiesto al proprietario del giornale Yedioth Ahronoth, Arnon Mozes, una linea editoriale favorevole in cambio di qualche problema al quotidiano rivale Israel Hayom. Poi il “caso 4.000” cioè i favoritismi alla compagnia Bezeq. Ma non è finita qui. Lahav 433 ha anche un dossier sull’acquisto di quattro sommergibili dalla Germania. Anche qui alcuni stretti collaboratori del premier sono stati ascoltati, insieme a due ex generali dell’Idf. Per alcuni di loro sono state necessarie ordinanze restrittive prima di ottenerne una testimonianza meno reticente.

 

I due volti di Assad: difende i curdi ma bombarda civili

Il siriano Bashar al Assad si è trasformato in questi giorni in un presidente-dittatore bifronte, esattamente come il suo arci nemico Recep Tayyip Erdogan, aspirante dittatore, in dirittura d’arrivo, della repubblica turca.

I due ex “fratelli” – sette anni fa, poche settimane prima dell’inizio del conflitto i due ancora si frequentavano con le rispettive consorti e si definivano legati da stima e amicizia fraterna – ora stanno mostrando al mondo di avere un altro aspetto comune.

Con l’inizio, tre settimane fa, dell’operazione Ramoscello d’ulivo, il Sultano ha dato ordine al proprio esercito di invadere il territorio, ufficialmente ancora sovrano, della Siria per annichilire i curdi del cantone di Afrin con il pretesto del loro stretto legame con i curdi che vivono a pochi chilometri appena al di là del confine, nel sud est della Turchia.

Secondo Erdogan, di fatto tutti i curdi che vivono sul suolo turco sono terroristi legati al Pkk di Ocalan. Nel tentativo di mostrare contemporaneamente l’altra faccia, quella accettabile, secondo lui, Erdogan si è eretto più che mai portavoce della causa palestinese in opposizione alla scelta degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.

La stessa cosa sta facendo ora Assad, mandando le proprie truppe (sostenute dalla Russia e dall’Iran, attraverso gli sciiti libanesi di Hezbollah) a “proteggere” i curdi di Afrin, che finora aveva trattato come cittadini di serie C, privati per nascita delle stesse chance degli altri siriani, ovvero quelli di orgine araba e religione sciita-alawita. Ora però c’è da combattere il Sultano e i curdi tornano buoni. Nonostante le pressioni russe, Erdogan continua ad alzare la voce. Il reis (versione turca dell’arabo rais) è determinato a continuare la prova di forza contro Assad e i suoi potenti mentori, confidando nel fatto di essere un membro cruciale dal punto di vista geo strategico della Nato. Così i turchi hanno aperto il fuoco ieri contro le forze di Damasco che volevano entrare a Afrin.

L’agenzia di stampa turca Anadolu riferisce: “I gruppi terroristici pro regime che si sforzano di avanzare verso Afrin hanno indietreggiato di circa 10 chilolmetri rispetto alla città a causa di spari di avvertimento”. Ovviamente Damasco smentisce. Assad pare determinato a far salire la tensione al confine, con la scusa di proteggere i civili curdi, mettendo da parte l’ennesimo assedio che si trasforma in un bagno di sangue, quello di Ghouta, la provincia a est di Damasco ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli al regime, tra i quali quel che resta dell’Isis. È salito a 98, tra cui 20 bambini e 14 donne, il bilancio delle vittime delle ultime ore dei raid aerei e di artiglieria governativi sulla zona assediata da tre anni dalle truppe lealiste. Il bilancio dell’Osservatorio siriano per i diritti umani – organizzazione che però ha sede nel Regno Unito – arriva a 194 civili uccisi da domenica. Numeri destinati purtroppo ad aumentare perché i feriti sono circa 470. Per le Nazioni Unite “non ci sono più parole2 per esprimere lo sdegno dinanzi alle uccisioni e alle sofferenze dei bambini nella Ghouta orientale. Il lungo e sanguinoso conflitto siriano è dunque ancora lontano dal finire e gli scarponi turchi sul terreno siriano allontanano ancora di più l’uscita dal tunnel. I turchi sono infatti, seppur in modo ambiguo e scorretto alleati degli americani. Che nella zona del Rojava – la fascia a nord della Siria lungo il confine turco e dove si trova Afrin – sono alleati dei curdi siriani in chiave anti jihadista. Un puzzle che richiederà decenni per essere rimesso a posto.

Corbyn e gli “amici” oltre il Muro di Berlino

Cosa c’è nel file a nome Jeremy Corbyn conservato negli archivi della Stasi, la polizia segreta dell’ex Germania est? E qual è stata la vera natura dei rapporti fra il leader del Labour e il Kgb durante la Guerra Fredda? Cresce nel Regno Unito la pressione sul “compagno Jez” dopo le rivelazioni prima del Sun, tabloid scandalistico ma con una potenza di fuoco impressionante, e poi del più prestigioso ma altrettanto spregiudicato Daily Telegraph, che da giorni pubblicano notizie sul presunto “collaborazionismo” di Corbyn con i servizi comunisti. La fonte è Jan Sarkocy, ex diplomatico cecoslovacco a Londra, in realtà spia del regime filo sovietico di Praga nei primi anni ‘80, secondo il quale Corbyn era un informatore del Kgb. Con lui, un’altra quindicina di laburisti, fra cui l’attuale vice di Corbyn, John McDonnell e l’ex sindaco di Londra, Ken Livingstone, che sarebbero stati pagati fra le 1.000 e le 10 mila sterline a incontro in cambio di informazioni sul programma nucleare o sui servizi segreti britannici.

Accuse liquidate da tutti i coinvolti come “ridicole”. Mentre i cronisti del Sun e del Telegraph, a Bratislava, continuano a cercare conferme, la Bbc ha intervistato Svetlana Ptácníková, direttrice degli archivi dei servizi segreti cecoslovacchi, che ha dichiarato: “Corbyn non era un agente segreto, ma solo una ‘persona di interesse’”, un potenziale contatto come molti altri politici occidentali con simpatie a sinistra. Ma la pressione giornalistica è tale che lo stesso Corbyn è stato costretto a minacciare querela contro il giovane vicepresidente dei Tories, Ben Bradley che, in un tweet poi ritirato, lo aveva accusato di “aver venduto segreti britannici a spie comuniste”.

E non sembra finita così: nella vicenda è intervenuta anche il primo ministro Theresa May. A una cronista che chiedeva se Corbyn dovesse acconsentire alla pubblicazione del file della Stasi a suo nome ha replicato invitando “ogni parlamentare a rispondere delle proprie azioni passate in modo aperto e trasparente”. E, assicura il Telegraph, un gruppo di deputati conservatori intende convocare Jan Sarkocy a Westminster. Qualunque cosa emerga, il danno è fatto. Per una ampia fetta dell’opinione pubblica britannica, da quella più popolare dei lettori del Sun a quella profondamente conservatrice e nazionalista del Telegraph, Corbyn era già un pericoloso comunista. Dal loro punto di vista – e l’assenza di prove non cambia questa percezione – ora è anche un “traditore”. Una colpa perfino più grave, in un paese ancora traumatizzato dalla memoria di Kim Philby, la più famosa spia britannica al servizio del Kgb.

Francia, compagni che sbagliano: molestie a sinistra

Molestie e aggressioni sessuali sono state denunciate in Francia all’interno dell’Unef, uno dei principali sindacati degli studenti di sinistra (Union nationale des étudiants de France) e uno degli incubatori per la futura classe dirigente della gauche francese. Ora si scopre che tra il 2007 e il 2015 l’Unef è stato una “zona di caccia per predatori sessuali”, secondo le parole di Libération che ha raccolto, e pubblicato, le testimonianze di 16 donne, ex militanti del sindacato.

Donne che per anni hanno scelto il silenzio e che ora, sulla scia dello scandalo Weinstein, hanno deciso uscire allo scoperto.

L’Unef, fondato nel 1907, è quella che comunemente si dice un’istituzione. Ha contato fino a 30 mila iscritti. È il sindacato sempre in prima linea nelle proteste studentesche e che ha anche vinto tante battaglie politiche, alcune “storiche”, come quella del 2006 contro il Contratto di primo impiego (un contratto per i giovani che prevedeva un periodo di prova di 2 anni e si poteva rompere senza motivo). Le proteste piegarono Dominique de Villepin, all’epoca primo ministro di Jacques Chirac.

Per i ranghi dell’Unef sono passate personalità come gli ex ministri socialisti Jack Lang e Lionel Jospin. Vi hanno militato Daniel Cohn Bendit, capofila del maggio ‘68 francese, e Serge July, co-fondatore di Libération. Ora è della “faccia oscura” del sindacato che si parla. Il quotidiano riporta la storia di Laurie, nome di fantasia, che all’epoca dei fatti era una giovane neo militante dell’Unef. Laurie sostiene di essere stata violentata due volte da Grégoire T., uno dei membri della direzione del sindacato. La prima nel settembre 2014, durante la Fête de l’Humanité, tradizionale ritrovo annuo dei militanti di sinistra ed estrema sinistra che si tiene alle porte di Parigi. Laurie racconta che Grégoire T. cercò di obbligarla a fare sesso orale con lei: “Lo respinsi più volte, ma lui infilò la mano nelle mie mutandine e mi costrinse a baciarlo. Volevo solo che finisse”. La seconda nel 2016, a Parigi, nella residenza per studenti dove Laurie affittava una stanza: “Cominciò a spogliarmi. Cercai di respingerlo, gli dissi che non volevo. Ma mi sentivo come una bambola, senza vita. Mi violentò. Non ho altre parole per descriverlo. Passai la giornata a piangere e feci finta di dimenticare”.

A gennaio Laurie ha sporto denuncia per stupro. Il suo caso non sarebbe il solo. Lo scorso novembre, 83 ex sindacaliste dell’Unef avevano denunciato sulle pagine di Le Monde le violenze sessiste e le molestie “sistematiche” che avevano subito all’interno dell’organizzazione: “Per tanti anni ci siamo sentite isolate. Ogni giorno – scrivevano – la mentalità sessista schiacciava i valori progressisti che difendevamo attraverso una forma di dominazione fisica e sessuale”. Denunciavano l’esistenza di un “tabellone di caccia” in cui i dirigenti del sindacato davano i voti alle performance fisiche e sessuali delle militanti.

Nell’editoriale di ieri Laurent Joffrin, direttore di Libération, parla di un vero e proprio “sistema di predazione sessuale” esistito all’interno all’Unef.

Una ex militante racconta: “I presidenti di sezione locale e i membri dell’ufficio nazionale facevano pressione per recuperare i numeri di telefono e gli indirizzi delle militanti. Sembrava di stare al supermercato”. Un’altra donna, che si fa chiamare Marine, accusa il presidente dell’Unef dell’epoca, Jean-Baptiste Prévost, con il quale aveva avuto una breve relazione: “Non aveva neanche bisogno di essere violento – ha detto – gli bastava lo statuto di presidente”.

Charlotte, presunta vittima di violenze da parte di A., aveva tentato all’epoca di rivolgersi alla polizia: “Mi avevano risposto che non era stupro, che sarebbe bastato dire di no”. Dal 2016 alla presidenza dell’Unef c’è una donna, Lilâ Le Bas, che ha aperto all’interno del sindacato una cellula per accogliere e aiutare le militanti vittime di molestie: “Basta con l’omertà”. La ministra per le Parità, Marlène Schiappa, è intervenuta ieri su France Info: “Il rischio di molestie esiste ovunque c’è potere – ha detto –. Le stesse pratiche esistono sicuramente anche in altri movimenti della vita politica francese e ogni partito e movimento dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Bisogna creare le condizioni perché tutte le donne possano sporgere denuncia”. Un progetto di legge per combattere le molestie sessuali in Francia sarà presentato nei prossimi mesi.

Il fallimento delle politiche del lavoro: solo decine i posti trovati

A quasi un anno dall’avvio dell’esperimento, non si conosce il numero di disoccupati che hanno ritrovato lavoro grazie all’assegno di ricollocazione. Quest’ultimo è un sistema, nato con il Jobs Act, che prevede un percorso accelerato di reimpiego per chi ha perso il posto. L’Anpal – agenzia per le politiche attive – non ha comunicato i risultati della sperimentazione, quindi non è chiaro se abbia funzionato, ma è comunque convinta che, ad aprile quando il progetto partirà stabilmente, potrà permettere di ricollocare “tra le 60 e le 70 mila persone”. Così ha detto ieri il presidente Maurizio Del Conte presentando, con il ministro Giuliano Poletti, i risultati delle politiche attive. Si tratta dei servizi a supporto di chi sta cercando lavoro, storicamente poco efficaci, motivo per cui il Jobs Act si proponeva di farli finalmente funzionare. Per adesso, però, gli esiti sono deludenti.

Nonostante la riforma sia del 2015, solo nel 2017 è partito l’assegno di ricollocazione e in fase sperimentale. A beneficiarne è stato un campione di 27 mila disoccupati. L’adesione era volontaria e meno del 10% dei coinvolti ha accolto l’invito e iniziato il percorso con il centro per l’impiego (o l’agenzia del lavoro privata). Da allora, l’Anpal non ha mai diffuso un report con i risultati: non si sa in quanti hanno trovato un nuovo lavoro con questa misura. Indiscrezioni parlano di soli 59 ricollocati dalle agenzie private, mentre non c’è un dato per i centri pubblici. Numeri bassi che il governo spera di migliorare nel 2018, e per questo ha stanziato 250 milioni per potenziare i centri per l’impiego e allargato la platea di beneficiari dell’assegno (non più solo i disoccupati con il sussidio, ma anche chi è in cassa integrazione). La seconda sperimentazione ha coinvolto i 1.666 licenziati dal call center di Almaviva: in 1.200 hanno aderito e anche qui non ci sono dati sui risultati. “Siamo stati chiamati a marzo – racconta Alessandra, tra i partecipanti – ma a parte qualche incontro al centro per l’impiego non c’è stato altro. Non ho seguito nessun corso di riqualificazione professionale. L’unica offerta è arrivata da un’altra società di call center, che cercava 120 addetti ma proponeva stipendi per molti più bassi del sussidio di disoccupazione”. A fine legislatura, si può dire che le politiche attive siano la parte incompiuta del Jobs Act. Per la Cgil – critica con il governo – sono “ferme al palo”. La bocciatura riguarda anche il bilancio finale del programma europeo Garanzia Giovani: 1,2 milioni di under 29 iscritti, dei quali 509 mila coinvolti in una misura (che nel 58% dei casi è un semplice stage). Tra i partecipanti, solo in 359 mila oggi risultano occupati. Come disse Poletti, per trovare lavoro si fa prima a giocare a calcetto.

Lo sfruttatore definitivo: noi stessi

 

Si è arrivati al paradosso: internet rende “malati di internet” al punto che quando un giorno si sarà davvero malati ci si affiderà al web, si cercheranno lì le risposte a tutti i mali invece di andare da un vero medico. Una dinamica rischiosa, soprattutto da quando sul web è diventato sempre più difficile capire cosa sia vero e cosa non lo sia, più difficile preferire la qualità al posto dell‘’immediatezza e della eccessiva semplicità. Al posto della “Bassa Risoluzione”, appunto.

Il libro scritto dal giornalista Massimo Mantellini, uno dei maggiori esperti e commentatori di internet in Italia, spiega come sia cambiata la vita delle persone da quando l’interazione con la rete è diventata naturale quanto camminare, parlare o mangiare. Il cambiamento è inevitabile e inarrestabile, è stato già assorbito da i giovani e accettato dagli adulti. Porta però con sé effetti tanto positivi quanto negativi. La tecnologia aiuta e distrugge, innova e danneggia.

Dietro “le quinte del web” c’è un mondo nascosto che l’utente non riesce a percepire. Così, Mantellini inserisce spesso la parola “amici” tra le virgolette: vuole far capire che le persone che comunicano solo da uno schermo all’altro non possono sostenere di essere veri amici. Come potrebbero? Spesso è difficile conoscerne la vera identità. Una persona gentile e fidata si può rivelare pericolosa. Assorbiti dagli i schermi, gli utenti dimenticano di avere una vita, dimenticano il mondo esterno, dimenticano l’importanza di parlarsi dal vivo. Imparano a vivere accontentandosi di un mondo che non è reale, un mondo che è poco definito. A bassa risoluzione.

 

La tassa Salvini contro i robot minaccia le piccole imprese

La paura è la merce più trattata sul mercato politico ed economico. Gli impresari della paura sono passati in questi ultimi anni, dal terrorismo, ai migranti e ora al robot. Era quindi prevedibile che il leader della Lega Matteo Salvini sarebbe arrivato al “Dagli al robot”, unendosi al grido di questa nuova tifoseria tecnofoba, già frequentata da una schiera di giornalisti che copiano le analisi più catastrofiste che arrivano dai ceti ricchi della new economy californiana e dalle società di consulenza più spietate nei tagli occupazionali.

In realtà il “teorema di Gates” prende spunto da un grafico del Word Economic Forum che indica che dal 2015 il costo orario di un robot eguaglierà quello di una persona. Quindi la soluzione è semplice: se i compiti di un uomo che riceve 50 mila dollari l’anno lavorando in fabbrica possono essere svolti da un robot, il robot va tassato. Guai prendere in considerazione di detassare il lavoro che in Italia ha ancora un cuneo del 10 per cento più alto del resto d’Europa. Certo, poi, che se avessimo tassato all’epoca tutti i sistemi operativi sformati dalla casa di Redmond, forse oggi Bill Gates sarebbe meno ricco e molti colletti bianchi che si sono visti cancellare il posto di lavoro dai sistemi operativi Microsoft oggi sarebbero ancora lì. Quel grafico è puramente indicativo, perché i robot cooperativi sono molto più costosi dei loro parenti nelle produzione di serie.

Solo chi non frequenta le fabbriche, non si è accorto che i robot sono tra noi da oltre 30 anni, la Fiat Ritmo aveva una produzione a fortissima automazione e robotizzazione già nel 1983. E cosa sono i robot? Gli smartphone, i registratori di cassa a lettura ottica?

Tornando alla tassa sui robot, è evidente che in un Paese come il nostro essa graverebbe in modo inversamente proporzionale alla dimensione d’impresa, già troppo piccola, e rallenterebbe la transizione verso Industria 4.0, consolidando una tendenza tutta italiana a occuparsi del paracadute prima di aver imparato a volare. Il leader della Lega lo sa che la improbabile tassa sui robot ucciderebbe le piccole imprese che per crescere e sopravvivere hanno invece bisogno di sgravi per incentivare nuove tecnologie e formare le persone come nel piano Industry 4.0?

L’idea che nel prossimo futuro le fabbriche saranno scatole vuote è quantomeno forzata. Come pure l’idea, cara ai guru della Silicon Valley, secondo cui solo il 10% della forza lavoro sarà impiegata mentre il 90% vivrà di sussidi non regge né sul versante della sostenibilità economica né dal punto di vista sociale ed etico. Pensate a un mondo con il 90% di umanità in panchina.

La relazione tra robot e occupazione, in realtà, è una partita tutta aperta, sulla quale va costruito il lavoro del domani: bisogna smetterla con i catastrofismi e pensare invece all’innovazione tecnologica come a un driver fondamentale per rimanere nella parte alta della classifica mondiale dei Paesi industriali.

Non è l’innovazione, ma la mancanza di innovazione il problema dell’industria e dell’economia italiane, a cui si somma una burocrazia barocca e le inefficienze tipiche del nostro sistema paese e un costo del lavoro elevato a cui non corrispondono egual servizi. Negli ultimi anni il manifatturiero ha visto calare di 87 miliardi gli investimenti, anche perché spesso i nostri imprenditori hanno preferito puntare sulla rendita. Il risultato è che interi settori, come l’elettrodomestico, si sono quasi estinti o sono finiti in mani straniere. Abbiamo molte aziende di livello nella robotica, gli appelli di Salvini ci rischiano, non dico di avere in futuro solo robot extracomunitari, ma comunque d’importazione.

La diffusione delle nuove tecnologie, inoltre, è particolarmente lenta tra le pmi, che rappresentano il grosso del nostro tessuto imprenditoriale e dove lavora il 90% degli italiani. Questo è uno dei motivi per cui la produttività resta stazionaria o addirittura declina. Ci vorrebbe, il nuovo contratto nazionale in questo da una mano, una cura a base di contrattazione, sia aziendale che territoriale, come la Fim sostiene da tempo, per spingere le nostre piccole imprese a investire sull’innovazione. Ma purtroppo in questo campo scalfire i conservatorismo non è facile.

Le tecnologie contengono i valori di chi le progetta, la paura aiuta solo a non giocare questa partita. Noi siamo convinti che i metalmeccanici non meritino di restare periferici nei processi di cambiamento, anche perché non vogliamo candidarli alla marginalità e ai sussidi ma al lavoro.

La tecnologia può essere un grande alleato per umanizzare il lavoro e per riportare produzioni delocalizzate da tempo. Ha ragione Salvini, è altrettanto sbagliato negare i problemi, ma credo sia molto più esaltante impegnarsi perché il lavoro “degno” sia un’opportunità per tutti piuttosto che spaventare le persone.

I bond Portugal Telecom fanno tremare i risparmiatori

Per il Portogallo la primavera dell’economia sembra essere ritornata a vedere gli ultimi dati sul Pil (+2,7% ai massimi dell’ultimo decennio) ma i detentori delle obbligazioni Portugal Telecom, la più grande compagnia di telecomunicazioni in Portogallo, sudano freddo.

Nel 2013 questo operatore si è fuso con la controllante, la brasiliana OI, per creare un gigante da 17 miliardi di dollari che doveva conquistare il mondo. Qualcosa è andato storto e OI Brasil è saltata sotto il peso dei debiti.

Se le attività sane di Portugal Telecom sono state vendute al gruppo olandese Altice, coloro che detenevano i bond di Portugal Telecom devono vedersela con la vecchia gestione e entro lunedì 26 febbraio devono insinuarsi al passivo se vogliono avere qualche probabilità di portare a casa qualcosa. Molti gli italiani coinvolti. “Fra loro– spiega Letizia Vescovini, esperta in diritto bancario – molti risparmiatori che si sono trovati in portafogli questi titoli su consiglio della banca o del loro consulente nonostante un merito di credito nettamente peggiorato. E l’approccio seguito dagli intermediari bancari che ho potuto rilevare seguendo alcune di queste pratiche di ‘risparmio tradito’ è sostanzialmente del tipo ‘arrangiatevi’”.

Per chi non fa nulla e non aderisce alla proposta di ristrutturazione viene assegnato in automatico uno zero coupon bond (obbligazione senza cedola) a 25 anni e rimborso del capitale in tranche del 20% annue a partire dal ventunesimo. Ma il debitore si è riservato la clausola in qualsiasi momento di chiudere la procedura rimborsando il 15% del debito in essere. Una bella fregatura.

L’alternativa è prendersi un avvocato in Brasile oltre a uno italiano (per insinuarsi al passivo è obbligatorio) oppure ancora liquidare i titoli e metterci una pietra sopra. I bond Portugal Telecom in circolazione avevano tagli minimi elevati, da 50.000 in su e numerosi risparmiatori si stanno scottando non poco. E alcuni avevano questi titoli di propria spontanea volontà perché promettevano un rendimento elevato come il 6-7% e solo 2 anni fa il rating era BB+. E così chi pensava di fare l’affarone è rimasto con il cerino in mano.