Termini, i dubbi sul socio di Agnelli e il rischio beffa

Icommentatori che oggi fingono stupore per la vicenda Embraco avrebbero potuto apprendere le logiche feroci del “libero mercato” osservando quanto accade a Termini Imerese, in Sicilia. Lo stabilimento ex Fiat, chiuso nel 2011, è appeso agli umori del colosso un tempo italiano, e così i suoi 700 lavoratori, mille con l’indotto.

L’ultimo capitolo inizia a fine 2014. Il 22 dicembre, dieci giorni prima che scattino i licenziamenti, i sindacati entrano al ministero dello Sviluppo per sapere se l’ultimo di una lunga serie di avventurieri attratti dai fondi pubblici, i brasiliani di Grifa, sta davvero in piedi dopo mesi di trattative inconcludenti. Alle 18 il viceministro Claudio De Vincenti lascia tutti di stucco comunicando che Grifa non c’è più: lo stabilimento andrà alla Blutec del torinese Roberto Ginatta, con il consenso della Fiat.

Tre anni dopo lo stabilimento è ancora fermo. Lunedì in un incontro al Mise l’azienda ha spiegato che slitterà di un anno il rientro di tutti i lavoratori in fabbrica, cosa che in base al piano industriale doveva avvenire quest’anno. Alla fine del 2018 scadranno gli ammortizzatori sociali, dopo 4 anni di Cassa integrazione per riorganizzazione e due per cessazione attività: è da 7 anni che i lavoratori sono nel limbo (il Mise si è impegnato a prolungare la Cig per un altro anno).

Il guaio al momento riguarda i soldi pubblici finora arrivati al gruppo. A Blutec spettano 4 milioni a fondo perduto e 67 di prestiti agevolati. Nel 2016 Invitalia, la società del Tesoro per gli investimenti, ha versato l’acconto di 20,1 milioni sui prestiti regionali. Questi soldi andrebbero rendicontati, ma finora Blutec non ha spiegato come li ha spesi prendendo tempo con una serie di lettere che – risulta al Fatto – hanno spinto Invitalia a chiedere la revoca del finanziamento. Lunedì la società ha promesso che fornirà il rendiconto il 16 marzo prossimo. Se non accade, salta tutto. Nessuno pensa si arrivi a tanto, anche perché sarebbe una beffa: quei soldi sono garantiti da un’ipoteca sullo stabilimento regalato da Fiat a Blutec, che così ritornerebbe alla Regione Sicilia, che l’aveva costruito e donato alla Fiat nel 1970.

Come l’Embraco, anche Termini è morta per la scelta di una multinazionale di delocalizzare. Dopo aver incassato miliardi dallo Stato, la Fiat, oggi Fca, guidata da Sergio Marchionne a metà dei Duemila ha deciso di dirottare nel neonato stabilimento in Serbia la produzione dei modelli destinati alla Sicilia da un accordo fatto ai tempi del governo Prodi. Poi a inizio 2009 ha strappato l’intesa con cui si era impegnata 8 mesi prima a produrre a Termini la nuova Lancia Y, destinandola agli impianti in Polonia.

Oggi il piano di Blutec arranca. La società fa parte del gruppo Metec che produce componenti per auto in Italia e Brasile soprattutto per la Fiat. Una condizione che espone il gruppo agli umori dell’ex Lingotto. Anche le pietre sanno che Ginatta, 75 anni, amico personale e socio di Andrea Agnelli è arrivato a Termini sotto l’impulso di Fca, desiderosa di uscire da una situazione complicata. Ma il progetto non decolla. Nello stabilimento lavorano in 123 e a oggi è certa solo la commessa di Fca per l’elettrificazione dei Doblò costruiti in Turchia, che però non basta, così come le ipotesi di fare altrettanto con il Ducato e la 500. In ogni caso è tutto appeso ai voleri di Fiat. A gettare un’ombra sul progetto c’è poi la debolezza finanziaria del gruppo. Per rilevare lo stabilimento Metec ha fuso in Blutec tutte le attività italiane. Quest’ultima ha chiuso il bilancio 2016 (l’ultimo disponibile) con un utile di 4 milioni, un fatturato di 90 e debiti per 130 milioni, di cui 28 con le banche (per oltre la metà a breve scadenza) e altrettanti verso Erario ed enti di previdenza. La società ha spiegato ai sindacati di stare negoziando una rateizzazione per i contributi dei dipendenti non versati all’Inps e al fondo Cometa, ma intanto a Termini deve fare i conti con il Comune che chiede i 2 milioni di Imu e Tari non pagate. Se ne riparla dopo le elezioni.

La commediadegli equivoci che uccide le agenzie di stampa

Cosa succede quando una già massiccia dose di tagli di spesa pubblica viene amministrata, per così dire, senza la dovuta accortezza tecnica? Esattamente quel che accade oggi nel delicatissimo settore delle agenzie di stampa, vale a dire la fonte primaria – via abbonamenti commerciali – di buona parte di quel che leggete su siti e giornali o vedete in tv. Chi controlla le agenzie, controlla il flusso delle notizie: ciò che avrà un pubblico e ciò che non lo avrà, quel che diventerà un fatto rilevante nel pubblico dibattito e quel che morirà nell’oblio pur se formalmente noto.

Questo delicato sistema – da anni sotto ricatto di governi e partiti attraverso le convenzioni annuali – rischia oggi il collasso via tagli di spesa selvaggi e una gestione, per così dire, rivedibile del settore sia della politica che dei soi-disant editori (coi soldi degli altri). Detto in breve, due tra le maggiori agenzie italiane rischiano la chiusura (Askanews) o un pesante ridimensionamento (AdnKronos).

Com’è potuto succedere? Per capire serve un breve riassunto. In Italia, incredibilmente, ci sono oltre dieci agenzie di stampa nazionali: da quelle grandi e con maggiore tradizione (Ansa, Agi) a quelle più piccole e recenti (9 Colonne, Vista): una situazione che ha pochi paragoni nel mondo, in cui in genere le grandi agenzie nazionali non sono più di due o tre. Il risultato è che in Italia non esistono colossi come Associated Press o Reuters, ma una costellazione di aziende quasi sempre mal gestite che stanno in piedi a fatica o sono alle prese con tagli di sedi, personale e qualità del notiziario: d’altra parte i fondi pubblici delle varie convenzioni “nazionali” sono passati in un decennio dai circa 49 milioni totali del 2007 ai circa 38 attuali (-22% circa).

Politica industriale? No, grazie (#statesereni)

Per questo da anni si parla di incentivare le fusioni attorno alle due aziende più grandi: l’Ansa – di proprietà dei principali editori italiani – e l’Agi, che è dell’Eni. Un progetto di questo genere era stato prodotto dall’allora sottosegretario con delega all’Editoria, e oggi vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini: poi la poca lungimiranza degli editori e il cambio di governo (#enricostaisereno) hanno riportato il processo al punto di partenza. Da allora sulle provvidenze pubbliche alla stampa regna Luca Lotti, un tempo sottosegretario, asceso poi alla poltrona ministeriale con Paolo Gentiloni. E Lotti sul tema ha un’idea assai più effettuale del suo predecessore: niente voli pindarici, anche noti come “politica industriale”, ma una piccola razionalizzazione del sistema. E così nel 2015 arriva la direttiva che, cercando di rendere indolori le sforbiciate ai fondi, semplifica un po’ il sistema tagliando qualche ramo secco, cioè le agenzie piccolissime: per accedere ai soldi bisogna avere certi requisiti minimi in termini di forza lavoro, presenza sul mercato privato, sedi e quantità di produzione.

Problema: il Consiglio di Stato all’inizio del 2017 dà ragione alla piccola agenzia Il Velino (area centrodestra) e annulla la direttiva Lotti perché indebitamente comprime il pluralismo. La reazione, avallata dagli ideologici del “tutto va messo a gara” dell’Autorità anticorruzione, è “faremo un bando europeo” (europeo è sempre meglio che niente). Problema: esporre un bene costituzionalmente garantito come l’informazione a una procedura concorrenziale di questo genere da un giorno all’altro rischia non solo di uccidere il benedetto pluralismo, ma pure le aziende. La reazione è uno sciopero dei giornalisti di tutte le agenzie: il fronte è rotto solo dalla piccola Dire. Un paradosso se si pensa che era nata a fine anni 80 come organo dei gruppi parlamentari del Pci.

La gara pubblica ovvero l’impazzimento totale

Alla fine, e siamo al 2017, arrivano “i Lotti di Lotti”. Il ministro, però, non ha voluto esagerare col mercato e ha diviso i fondi con cui le Amministrazioni centrali acquistano i “servizi informativi” in 10 lotti dal valore totale di 115 milioni per 36 mesi (circa 38 milioni l’anno): se ne può vincere solo uno (perché uno per uno non fa male a nessuno) e si può concorrere solo a due. Il bando di gara arriva a maggio e, a guardarlo, sembra che ogni lotto sia stato pensato per una precisa agenzia: il primo per Ansa, il secondo per AdnKronos, il terzo per Askanews, il quarto per Agi e via così fino al più piccolo da 170 mila euro l’anno. E qui parte una sorta di commedia degli equivoci. Intanto il “vestito di sartoria” del disciplinare di gara cade male addosso all’AdnKronos: per aggiudicarsi il Lotto 2 da 9 milioni l’anno, infatti, bisogna produrre un notiziario “diffuso 7 giorni su 7” negli ultimi tre anni. Peccato che l’agenzia del Cavalier Pippo Marra abbia deciso a un certo punto di chiudere la domenica per risparmiare: il Lotto 2 va deserto perché AdnKronos decide di buttarsi sul terzo. L’altra cosa non prevista da Lotti e soci è che gli editori, non fidandosi l’uno dell’altro, pratichino forti ribassi sulle basi d’asta: l’Ansa vince ma con uno sconto del 15%, l’Agi del 27, l’AdnKronos addirittura del 35% (si aggiudica il Lotto 3 che il destino, diciamo così, aveva riservato ad Askanews, che rimane invece a bocca asciutta).

Qui la faccenda si complica. Il Lotto 2 viene rimesso a gara, ma senza quel fastidioso obbligo di trasmettere sette giorni su sette. Ansa però – che col suo ribasso rischia di perdere oltre un milione l’anno – partecipa al bando e vince (con un ribasso solo del 2%) liberando il Lotto 1. Viene allora “ribandito” anche quello: se tutto andasse come il destino, diciamo così, aveva in mente, dovrebbe aggiudicarselo AdnKronos liberando così il Lotto 3 per Askanews. Ma c’è un nuovo inghippo: al bando partecipa anche un raggruppamento di imprese costituito dall’agenzia Dire (che aveva già vinto il Lotto 6 con un ribasso del 12,5%) e da Mf-Dow Jones. Quando, e siamo a inizio febbraio, si aprono le buste Dire-Mf hanno il primo punteggio, anche grazie a un ribasso sulla base d’asta addirittura del 53%: l’offerta è tecnicamente “anomala” e dunque la commissione prende tempo per verificare gli aspetti tecnici.

Gli interessati, però, fremono: l’agenzia Dire e il suo editore Federico Bianchi di Castelbianco in due comunicati – irrituali per non dire di peggio – rivendicano sostanzialmente l’assegnazione del Lotto 1 bis a gara ancora aperta (anzi, su Twitter l’agenzia parla già di assegnazione). In realtà gli approfondimenti della commissione dureranno fino a metà marzo e riguarderanno sia le proposte sia i requisiti tecnici di partecipazione alla gara: insomma, niente è deciso, ma se alla fine AdnKronos perdesse questo Lotto si ritroverebbe a incassare 4 milioni l’anno anziché gli 8-9 preventivati, mentre Askanews passerebbe dai 5-6 incassati finora (metà del fatturato) a zero. Tradotto: una ristrutturazione pesante e una liquidazione. Sarà, in ogni caso, guerra di ricorsi.

Capitalisti senza capitale: il caso Abete

Askanews è un caso di scuola sul modello “imprenditoriale” di molti editori italiani. L’agenzia – nata nel 2014 dalla fusione tra la cattolica Asca e TmNews (ex Telecom) – è controllata al 90% circa da Luigi Abete attraverso News Holding e A.be.te. e, da quando è nata, è in crisi: contratti di solidarietà, poi divenuti, nel 2017, prepensionamenti e Cassa integrazione a rotazione. Un salasso da oltre 4 milioni di euro solo per i 100 giornalisti. Ora c’è l’inghippo dei Lotti di Lotti e Abete pretende che il rischio d’impresa, ammesso che alla fine arrivino i soldi di Palazzo Chigi, se lo assumano i circa 130 lavoratori ampliando la Cig al 50%.

Mancano i soldi, dice l’azienda, che ha minacciato di non pagare più gli stipendi. Ed è un peccato, in tempi di crisi di liquidità, che a marzo 2017 la Askanews controllata da Abete – che aveva un credito da 2,3 milioni con la News Holding di Abete passatole dalla A.be.te. di Abete – abbia deciso di acquistare proprio dalla Holding di Abete azioni per oltre 2,2 milioni di euro di altre aziende di Abete (tra cui il 19% della rivista Internazionale) pagandole proprio con quel vecchio credito: soldi che avrebbero fatto comodo in crisi di liquidità, però in questo modello di capitalismo il rischio d’impresa pare debba assumerselo non il capitalista, ma chi lavora.

I programmi – questa volta – contano

I giornali in questi giorni sono pieni di titoli su quanto poco credibili siano i programmi elettorali dei partiti. La Stampa, sulla base delle analisi dell’ex commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli, ha calcolato che, insieme, valgono 1.000 miliardi. Se vogliamo vedere il lato positivo, è la prima campagna elettorale in cui si discute così tanto di misure da adottare, addirittura di coperture per le promesse. Un notevole miglioramento in quella che per pigrizia i commentatori definiscono “la più brutta campagna elettorale di sempre” (dopo aver definito così anche tutte quelle precedenti). Purtroppo le risposte non sono sempre esaurienti, soprattutto sui punti qualificanti dei vari schieramenti: il centrodestra magnifica la flat tax ma non spiega nel dettaglio come riorganizzare il sistema fiscale in modo da rendere sostenibile e non troppo iniqua l’aliquota unica sui redditi; i Cinque Stelle continuano a promettere il reddito di cittadinanza e riforme dei centri per l’impiego per aiutare i disoccupati a riqualificarsi e trovare lavoro, ma riducono tutto a questioni finanziarie, senza spiegare che riforma hanno in mente; il Pd ha una lista di interventi per giovani e famiglie molto lunga, ma non è chiaro da dove vuole cominciare e perché; la Lega vuole uscire dall’euro, anche se questo sembra non preoccupare i partner europei.

E purtroppo si parla tanto di programmi perché quello che c’è dentro è quasi inutile. Nel senso che nessun partito avrà la possibilità di governare da solo, ogni coalizione richiederà dei compromessi. Molti programmi sono scritti pensando a questo, ci sono punti accettabili da partner diversi che sono basi di convergenza. Il programma di governo, quello vero, si scriverà soltanto dopo il voto. Però, per non vedere sempre tutto negativo, possiamo almeno consolarci col fatto che dopo vent’anni a discutere del carisma del leader ora si parla di programmi, coperture e analisi di impatto. È un inizio.

Affari spericolati e parentele: i guai della Banca centrale di San Marino

San Marino ha 33 mila abitanti, come Cernusco sul Naviglio. Ma è una Repubblica sovrana e non fa neppure parte dell’Unione europea. Ha un suo Parlamento, magistratura, polizia, ente previdenziale e Banca centrale. Tutto in miniatura fuorché la crisi delle banche. Il Fondo Monetario Internazionale – che ha fatto un’ispezione – ha stimato l’anno scorso che a San Marino i crediti deteriorati sono il 43 per cento degli impieghi e il 113 per cento del Pil. È come se le banche italiane avessero crediti deteriorati per 1.700 miliardi. Su questa crisi si abbatte un caso giudiziario di proporzioni ciclopiche. Provate a immaginare il direttore generale della Banca d’Italia accusato di aver preso dalle riserve dell’Inps 90 miliardi di euro per comprare titoli spazzatura da una banca vigilata bisognosa di aiuto. A San Marino è successo di più. Perché attorno all’inchiesta sull’ex direttore generale della Banca centrale di San Marino (Bcsm) Lorenzo Savorelli è in corso anche una guerra tra magistrati e politici.

Dal 2009, quando l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha attivato il rientro dei capitali con la voluntary disclosure, la raccolta delle banche sanmarinesi è scesa da 9 a 4 miliardi. Persa l’attrattiva di paradiso off-shore a 20 chilometri da Rimini, della fiera Repubblica del Titano è rimasta solo una piccola nazione declinante e litigiosa, in confronto alla quale l’Italia sembra un Paese civile.

Il 3 ottobre scorso, il pm (in sanmarinese si dice Commissario alla legge) Simon Luca Morsiani ha ordinato perquisizioni a carico di Savorelli e del funzionario della Bcsm Filippo Siotto, accusati di “concorso nel misfatto di amministrazione infedele”. I due, “operando al di fuori dei poteri istituzionali e del mandato ricevuto” avrebbero impiegato “non meno di 49 milioni di euro” nell’acquisto di “titoli illiquidi e privi di rating” per sostenere la Banca Cis. La quale, nota Morsiani, negli stessi giorni di luglio 2017 in cui ha venduto i titoli spazzatura alla banca centrale ha contabilizzato il ricavato “per l’azzeramento di posizioni di debito in precedenza registrate a carico di Okaue Chio” e di società “alla stessa riconducibili” per oltre 34 milioni. La signora Okaue Chio, ha accertato Morsiani, è la moglie dell’indagato Siotto ma è anche l’amministratore unico della Advantage Gfc Advisors, società lussemburghese facente capo al noto finanziere Francesco Confuorti. Nei giorni scorsi Morsiani ha ordinato l’acquisizione di nuovi documenti e la stampa locale ha dato notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati, con Savorelli e Siotto, del legale rappresentante della Banca Cis.

Le operazioni incriminate sono state fatte con rapidità negli 11 giorni di luglio 2017 durante i quali è stato in vigore un decreto legge, poi abrogato, con cui il governo ha autorizzato la Banca centrale a mettere le mani sui soldi del Fondiss, il fondo statale di previdenza complementare. La circostanza è stata segnalata alla magistratura da un esposto di alcuni parlamentari tra i quali Elena Tonnini, alla quale sta capitando una cosa senza precedenti nella storia delle democrazie occidentali. All’indomani delle perquisizioni ha accusato il governo di complicità con Confuorti parlando al Consiglio Grande e Generale, il parlamento: “L’indagine di Morsiani riguarda l’acquisto di titoli Cis per estinguere un debito riconducibile a Confuorti di 49 milioni di euro. L’ispettore di coordinamento della vigilanza di Bcsm che ha dato l’ok è Siotto, sua moglie è amministratrice delle società di Confuorti, ed era una anomalia che vi avevamo segnalato”. Per tutta risposta il finanziere l’ha citata in giudizio per danni presso il tribunale del Lussemburgo. È forse la prima volta che un politico è chiamato a rendere conto al tribunale di un altro Paese di cose che ha detto nel suo Parlamento.

Confuorti dev’essere un tipo vivace. Il 25 agosto scorso, mentre si esibiva come sua abitudine al Meeting di Rimini di Cl con i maggiorenti delle banche sanmarinesi, ha dato una spinta alla giornalista Francesca Biliotti (della tv di Stato di San Marino) e le ha strappato il microfono. Fu una giornataccia. Nella stessa sala Savorelli, non redento dal clima mistico del Meeting, mostrò il dito medio a un fotografo e il fotografo fotografò: il governo di San Marino colse la palla al balzo per licenziare il direttore generale della Banca centrale. Il quale è stato anche accusato di aver arrotondato il suo stipendio con consulenze alla Fondazione della Banca centrale che per questo è stata commissariata dal governo.

Al posto di Savorelli è stato assunto un dirigente del ministero dell’Economia italiano, Raffaele Capuano, che appena due mesi dopo si è dimesso lamentando una non meglio identificata “posizione personale afflitta da incertezze giuridiche particolarmente gravi”. Il posto è ancora vacante.

Il sistema giudiziario sanmarinese, nel frattempo, è a soqquadro. Il Consiglio Giudiziario Plenario (il Csm del Titano) sta per decidere il siluramento del magistrato dirigente (il capo dei giudici) Valeria Pierfelici. Le opposizioni insinuano che l’attacco al vertice della magistratura non sia estraneo all’inchiesta sui junk bonds di Confuorti. A sua volta Pierfelici ha denunciato il capo della magistratura inquirente Alberto Buriani, cioè il superiore diretto del pm Morsiani. A Buriani è attribuita una solida amicizia con Daniele Guidi, amministratore delegato di Banca Cis. Forse per reggere tanto casino ci vorrebbe un Paese con più di 33 mila abitanti. Magari 33 milioni.

 

Romano Prodi detto Trump, e l’Europa a due velocità

Com’è noto Embraco, controllata brasiliana del gruppo Usa Whirlpool, ha deciso di chiudere il suo impianto torinese e portare, nonostante ottimi bilanci, la produzione in Slovacchia. Ecco, questa notizia ha provocato un impazzimento generale. Il caso più inquietante è quello dell’architetto dell’allargamento a est dell’Unione, Romano Prodi: “È il classico caso che dimostra come in realtà non ci sia l’Europa, come ogni paese cerchi di fare i propri interessi. Serve riconoscere un’Europa a due velocità, è inevitabile. E che noi siamo nella prima. Dobbiamo finirla con questa musica. Certo che dipende dalla politica, l’economia dipende sempre dalla politica”. Dal che si dedurrebbe – se intendiamo il prodese – che la “prima Europa” dovrebbe in qualche modo alzare muri (orrore, come Trump!) nei confronti della “seconda” onde evitare casi Embraco. C’è il problema che l’Europa a due velocità c’è già e noi non siamo nella prima: come ci ricordava ieri il Corsera, la Bce “prepara la stretta sulle banche”, nel senso che subito dopo le elezioni arriveranno le nuove regole sui crediti deteriorati, regole che – al solito – penalizzeranno le banche italiane. “Certo – diremmo con Prodi – che dipende dalla politica”, solo non dalla nostra che pare non comprendere il concetto di “rapporti di forza”. Poi, mentre uno pensa di aver toccato il fondo, passa Emma Bonino (“il nostro europeismo è più determinato, costante, tetragono, attento alle procedure di quello del Pd”) a confermarci in un’antica certezza: c’è sempre qualcuno più naïf persino di Prodi.

Turatevi il naso: la comunicazione politica di Renzi

È il caso che qualcuno all’interno del Partito democratico si decida a regalare a Matteo Renzi un manuale di comunicazione politica. Nelle ultime settimane il segretario dei Dem appare sempre più nel pallone. Dopo essere riuscito a sbagliare il rigore a porta vuota rappresentato dal caso delle mancate restituzioni degli stipendi da parte di una decina di eletti 5stelle, Renzi insiste con una campagna elettorale ricca di dichiarazioni suicide. L’ultima è contenuta in una sua intervista rilasciata a Il Mattino di Napoli, in cui afferma testualmente: “Non faremo alleanze con gli estremisti. Questa è l’occasione per seguire il messaggio che a suo tempo diede il grande Indro Montanelli: turatevi il naso e votate Pd”.

Ammettere che il proprio partito puzza non è però una trovata che possa spingere i simpatizzanti a fare la coda ai seggi. Anche perché nel 1976 la celebre frase non fu pronunciata da un leader dello scudocrociato, ma fu appunto scritta da un maestro in giornalismo che non voleva vedere i comunisti al governo. Va detto, però, che Renzi durante l’intervista si è reso conto di averla fatta fuori dal vaso. Tanto che ha provato ad aggiustare il tiro. “In molti casi”, ha spiegato, “non c’è neanche bisogno di turarsi il naso, perché i candidati sono ottimi”. Ma anche qui il chiarimento ha finito solo per peggiorare le cose. A campagna elettorale ormai inoltrata, Renzi si sta rendendo conto di quanto cattiva sia stata l’idea di presentare un trentina di indagati e imputati, più una ventina di voltagabbana (in prevalenza usciti da Forza Italia) e molti figli e nipoti di. E per questo invita i suoi potenziali elettori a ignorarli guardando invece alle candidature buone. Peccato però che la responsabilità di aver inserito nelle liste un numero così alto di impresentabili sia solo sua.

Il segretario del Pd gioca insomma tutto sulla difensiva e nel panico per i sondaggi butta sempre più spesso la palla in tribuna. Lo dimostra un’altra sua improvvida uscita. Quando esplode nei Cinque Stelle la questione dei furbetti dei rimborsi, Renzi dagli schermi di La7, dice: “I grillini sono uguali agli altri, solo meno capaci”. Ma se per un avversario del Movimento è politicamente sensato porre l’accento sulla sua presunta inadeguatezza rispetto alle responsabilità di governo, appare surreale e controproducente che un segretario di partito sostenga l’eguaglianza dal punto di vista morale di tutte le forze politiche in campo.

Non per nulla uno che di campagne elettorali se ne intende, Silvio Berlusconi, piuttosto che dire, come fanno il segretario dem e l’uomo della strada, “è tutto un magna magna”, ricorre alla bugia. Sui cartelloni pubblicitari di Forza Italia affissi in molte città l’ex Cavaliere fa scrivere: “Onestà, esperienza, saggezza”. E quando gli chiedono della sua condanna, sostiene di essere vittima delle toghe rosse e non dice: “Vabbè, ho frodato il fisco, ma lo fanno un sacco di imprenditori”.

Renzi però è in evidente stato confusionale. Il 4 marzo, se il Pd scenderà di molto sotto quota 25%, i suoi gli faranno (politicamente parlando) la pelle. E come sempre accade in questi casi i primi a sparargli addosso saranno i parlamentari in teoria più fedeli. Noi qui ci sentiamo di dargli un solo consiglio: se proprio non vuole leggersi un manuale di comunicazione, anticipi i tempi. Visto che i dem al governo ci torneranno solo in caso di grande coalizione, vada subito ad Arcore e s’inginocchi davanti al pregiudicato Berlusconi. Un corso accelerato di propaganda elettorale glielo farà certamente lui.

Il triplo salto mortale di Calenda, da ministro a delegato della Fiom

Tra le magie della campagna elettorale e gli incantesimi pronta cassa della propaganda, ecco l’ultimo genio della lampada. Strofina, strofina, e voilà: il ministro dell’Industria (2 punto 0, 3 punto 0, 4 punto 0, variare a piacere) che si trasforma in delegato Fiom e chiama “gentaglia” i dirigenti della multinazionale che va a fare i compressori in Slovacchia rovinando cinquecento famiglie. Carlo Calenda si è fermato un attimo prima di andare a tirare i sassi alle finestre, ma insomma: il messaggio è chiaro, un pugno sul tavolo, basta coi padroni che se ne approfittano.

È davvero un caso di mimetismo strategico degno di animali come l’insetto-foglia o il polpo mimetico dell’Indonesia: all’avvicinarsi minaccioso delle elezioni, il fiero liberista diventa una specie di Di Vittorio, come tale salutato dai giornali, hurrà.

Che Calenda sia incazzato ci sta, non c’è niente di più sfiancante di gente (“gentaglia”) che “si siede a un tavolo” e poi fa quel che vuole. E divertente è anche l’assenza totale dal dibattito del ministro del Lavoro, uno che andava bene per truccare i dati sul Jobs act, e teorizzare il trasporto di verdura in cassette come scuola di vita, bene, grazie, il suo l’ha fatto.

Un po’ meno divertente, specie per chi ci rimane stritolato in mezzo, è il maledetto mondo reale. Di aziende che si insediano (magari rilevando qualche disastro e passando per salvatrici della patria), prendono soldi, agevolazioni e incentivi pubblici, e poi fanno quello che gli pare, è piena la storia recente del paese. Chi compra e scappa con gli impianti, chi trasferisce le produzioni dove conviene di più, chi disattende accordi e contratti. Da anni e anni i lavoratori italiani (e parliamo di quelli con un contratto, pensa gli altri!) vivono in uno stato di agitazione perenne, di allarmata insicurezza. Le crisi diventano vertenze, e diventano “tavoli”, e diventano “trattative”, e diventano “interventi” e poi, passano sei mesi, passa un anno, ecco che si riparte (quando va bene) con meno lavoratori, o salari più bassi, o condizioni di lavoro peggiorate, coi sindacati quasi sempre costretti a ingoiare rospi e a gioire per il “meno peggio” raggiunto. i dirà: è il mercato, bellezza.

Ma è anche interessante andare a vedere come nell’ultima legislatura (cinque lunghi anni) si è risposto a questa insicurezza di massa, a questo timore-tremore che si può perdere il lavoro da un momento all’altro. In buona sostanza, i lavoratori italiani sono stati irrisi costantemente e con regolare pervicacia.

Prima con la favoletta bella della disintermediazione, poi evocando il vecchiume delle battaglie sindacali (“Mettono il gettone nell’iPhone”, il più volgare schiaffo ai lavoratori mai arrivato dal giovane segretario Pd in trance agonistica).

Poi si innestò una guerra generazionale, indicando i lavoratori assunti come indecenti privilegiati. Poi fu il turno della legge sul lavoro col nome inglese, scritta a quattro mani con Confindustria (due mani di Confindustria, le altre due di Confindustria), il tutto con l’aggiunta dei ricami teorici-filosofici del sor Poletti, quello che “per trovare lavoro è meglio giocare a calcetto che mandare il curriculum”.

Lo stesso Renzi, ma sì, lo statista, incontrava il capo di Amazon e lo definiva “un genio”, ma ammetteva poi in tivù – in occasione di uno sciopero ad Amazon – di non conoscere le condizioni di quei lavoratori. Indicare ad esempio i padroni come nuovi signori rinascimentali, coprirli con miliardi di incentivi, stargli accanto quando brillano per catturare un po’ del riflesso: questo è stato fatto in questi anni (e soprattutto nei nefasti mille giorni di Renzi). E ora, a dieci giorni dalle elezioni, ecco un membro del governo sbottare come un Cobas inviperito. Che spettacolo!

Carcere, la riforma non è per i boss

Vent’anni a Palermo. Come tanti giudici penali in quella terra, ho visto da vicino delinquenti di ogni risma. Non solo ladruncoli da supermercato e piccoli spacciatori, figli del disagio sociale. Anche stupratori, corrotti, narcotrafficanti, rapinatori. E naturalmente boss mafiosi. Seminatori di sofferenza nelle vittime e di paure nei cittadini onesti. Eppure da giudice ho sempre avvertito il peso del “condannare” un uomo al carcere. Penso che quella pena debba neutralizzarne la pericolosità; riaffermare l’autorità della legge; chiarire che il “crimine non paga”.

Credo possa placare l’allarme di una collettività turbata da fatti gravi e almeno lenire il dolore della vittima e dei congiunti. Ma il “condannato al carcere” non è una “bestia da domare”. Chiunque esso sia, la sua dignità va tutelata. E, a certe condizioni, gli va offerta una possibilità di recupero.

Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha detto che le carceri italiane sono al di sotto degli standard umanitari. Era giusto, quindi, voltare pagina. Non con temporanee misure “svuota carcere” o “indulti mascherati”, ma con interventi strutturali. E così è stato. La legge delega n.103 del 2017 riforma l’ordinamento penitenziario. Rifiuta la filosofia del “buttare la chiave” da “ex Cirielli”, senza tradire le esigenze di sicurezza. Promuove i diritti dei detenuti (lavoro, salute, istruzione, religione, affettività); propone forme di giustizia riparativa che coinvolgono le persone offese dai reati; accentua la possibilità di accedere a misure alternative al carcere, puntando sulla professionalità del magistrato di sorveglianza.

Un passo avanti in termini di civiltà, dunque. Da completare coi decreti attuativi. Ma il Governo, pur con i testi già pronti, si mostra esitante. C’è il rischio di azzerare tutto. Calcolo elettorale? Forse. Si sa, il carcere è tema politicamente sensibile e di questi tempi si intreccia con le semplificazioni su immigrazione e sicurezza urbana. E certi timori si nutrono pure dei rilievi di autorevoli magistrati che colgono nei testi di riforma un minor rigore in chiave antimafia. Si ritiene insidiosa l’apertura a percorsi riabilitativi extra-carcere a categorie di detenuti che prima ne erano esclusi. Ad esempio ai condannati per partecipazione, con ruolo minore, ad associazioni dedite allo spaccio di droga o al contrabbando. Sono figure che, talvolta, “bordeggiano” ambienti mafiosi. Ma la misura alternativa non è affatto scontata. La richiesta del detenuto è affidata al magistrato di sorveglianza che si avvale del parere del procuratore distrettuale. E indizi di collegamento con qualsiasi ambiente criminale sarebbero ostativi all’accoglimento. Dunque, nessun automatismo, né permissivismo, verso soggetti pericolosi. E in ogni caso, la chance è preclusa a tutti i detenuti per reati di mafia e terrorismo, salvo che decidano di collaborare con la giustizia.

La riforma è netta nel non toccare il “doppio binario”, e quindi il “carcere duro”. E neppure l’allarme del pubblico ministero Ardita è condivisibile. Secondo la sua tesi, la norma sul cosiddetto “scioglimento del cumulo” favorirebbe l’uscita di tanti boss dal regime speciale del 41 bis. In realtà la riforma mette per iscritto un istituto da molti anni applicato dalla giurisprudenza. Ma per espressa previsione del 41 bis (comma 2 ultima parte) continuerà a essere escluso per mafia e terrorismo. D’altronde i lavori preparatori della riforma e l’unanime parere degli esperti del settore non lasciano dubbi sul punto. Tant’è che il tema neppure viene menzionato dal procuratore nazionale antimafia De Raho, sentito da Camera e Senato.

In una Italia segnata dal crimine, ci vogliono sanzioni certe ed effettive. Ma ai detenuti non si può togliere la speranza di cambiare vita. Renderli socialmente irrecuperabili genera rancori profondi che spesso sfociano nella radicalizzazione delle devianza. E così, una volta liberi, le nostre città diventano più insicure. Come sosteneva con la sua sensibilità il cardinale Martini, il carcere spesso è un “rimedio necessario per arginare una violenza gratuita e ingiusta, a volte disumana; ma non si può rinunciare a una forte risocializzazione con programmi chiari e controllati, l’impegno di persone motivate e con incentivi atti a promuovere tali processi”. Proprio questa è la sfida che propone la riforma in discussione. Sfida che richiede professionalità e consapevolezza alla magistratura e alle istituzioni a suo supporto. Ma anche investimenti, solo in parte previsti dall’ultima legge di bilancio (60 milioni di euro), per il personale specializzato nelle case circondariali, nelle strutture educative e sanitarie, negli uffici di esecuzione penale esterni. Forse non è ancora troppo tardi per inaugurare una nuova stagione nel nome della Costituzione.

Mail box

 

La menzogna sul simbolo dell’incandidabile Berlusconi

Si sperava di non dover più parlare di personaggi che da oltre vent’anni hanno trasformato la politica italiana in qualcosa di indecente, nel perseguimento di interessi personali, nell’emanazione di leggi per salvarsi dai propri processi, nella corruzione di parlamentari per mantenere la maggioranza, con una scandalosa condotta di vita per la quale sono ancora in corso vari processi, ben lontana da quella “disciplina ed onore” che l’art. 54 della nostra Costituzione richiede a chi riveste funzioni pubbliche.

È ora sconcertante che, nonostante la condanna per frode fiscale e la conseguente incandidabilità, anche a svolgere funzioni di governo, il contrassegno di Forza Italia rechi la scritta “Berlusconi Presidente”, che gli uffici competenti non abbiano opposto alcuna obiezione, che addirittura gli altri partiti, ma neppure stampa e televisione, abbiano mostrato un minimo di indignazione per quel che è un chiaro inganno nei confronti degli elettori, tale da poter alterare la stessa regolarità delle elezioni. Un Paese talmente vittima degli imbrogli di questi politici da non riuscire neanche più a riconoscerli e a reagire.

Loris Parpinel

 

Le donne se la sanno cavare anche senza quote rosa

Ho da sempre rifiutato la modalità delle quote rosa per far accedere le donne in politica perchè credo che se le donne hanno un’obiettivo, e relative capacità, lo sanno raggiungere senza corsie preferenziali. Anzi, ritengo che questa modalità abbia aperto le porte alla politica a donne non meritevoli.

Non condivido neanche quel troppo diffuso pensiero per cui una donna debba votare un’altra donna, come se questo facesse propendere per una persona più capace nel portare le proprie istanze nei luoghi delle Istituzioni.

Sono una donna, ma come sempre voto e voterò per quella persona che, al di là del suo essere donna o uomo, sappia incarnare quei valori per me indispensabili per essere persona che si occupa della “Cosa pubblica”: rispetto della Costituzione, attenzione alle persone, legalità, concretezza, trasparenza, cura e tutela del territorio. Voterò quella persona che abbia a cuore le relazioni e che sia semplice nel parlare, che abbia progetti concreti e che sappia coinvolgere i cittadini nell’ amministrare il Paese, che abbia attitudine e rispetto del pensiero libero e che rispetti le opinioni altrui. Sono donna e il 4 marzo voterò un uomo!

Irma Lovato

 

L’unica promessa sensata: ripensiamo le Regioni

In questa tornata elettorale partiti e coalizioni, invece di fare tante promesse a vanvera, dovrebbero seriamente programmare una delle poche misure necessarie e sufficienti a risanare le casse dello Stato e permettere così l’abbassamento delle tasse, col risultato di rilanciare i consumi.

Mi riferisco alla forte riduzione dei Consigli politici (più spesso politicanti) territoriali.

Il peccato originale della nostra Costituzione è il regionalismo: dal 1970 abbiamo creato venti mini parlamenti che tritano soldi a valanga, non solo per i lauti stipendi e vitalizi di “lor signori”, ma in specie per i volumi di denaro che essi spendono allo scopo di “farsi degli amici” e guadagnare terreno politico, inventando costosi carrozzoni, per mantenere i quali i cittadini pagano bollette sempre più alte anche a causa della crescita delle accise.

Si chiudono le sale operatorie per mancanza di fondi, ma si trovano ancora i soldi per mantenere i consigli regionali (e provinciali)! Siano eliminati i consigli regionali, e al loro posto governino le regioni le già presenti prefetture!

O almeno li si riduca, accorpando le attuali regioni in poche macroregioni.

O almeno si sospendano tutti per dieci anni.

Altrimenti il governo sarà sempre costretto a spremere tasse dalle nostre tasche per finanziare questi costosi enti, deprimendo consumi e occupazione.

Sergio Sammartino

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo pubblicato ieri a pagina 4 dal titolo “L’agente provocatore ci serve”, a firma di Antonio Esposito, abbiamo per errore omesso di riportare le dichiarazioni rilasciate da Raffaele Cantone a Repubblica, in cui il presidente dell’Anac si dichiarava contrario alla previsione legislativa dell’agente provocatore: “Assolutamente sì all’agente infiltrato, assolutamente no al provocatore, perché si crea un reato che non c’è, e perché, come dice una sentenza della Cedu (la Corte europea dei diritti umani, ndr), si va contro il diritto di difesa”.

Dell’errore ci scusiamo con gli interessati e con i lettori.

Fq

Macerata. Definire Luca Traini “matto” non è offensivo, ma soltanto realistico

Anche lunedì, sul vostro giornale ho dovuto leggere “matto fascista spara”.

Sono molto preoccupata per la continua attribuzione alla “follia” di gesti violenti e aggressioni personali delinquenziali.

È un uso ormai comune dire e scrivere “questo è un gesto folle”, “deve essere proprio un pazzo a fare così” ecc. e oggi anche “matto fascista”. Con questo linguaggio si incrementa l’idea, ormai da decenni dimostrata falsa, che la principale causa delle violenze sia conseguenza di disturbo mentale e soprattutto si continuano a umiliare sia le persone che nel corso della loro vita vivono episodi di sofferenza psichica sia i loro familiari. Le persone sofferenti di disturbi psichiatrici e il loro contesto familiare andrebbero invece rispettati, come qualsiasi persona sofferente di malattia. Continuando a definire le azioni violente come azioni compiute da matti, folli, pazzi, si trasmettono contemporaneamente due messaggi gravemente fuorvianti: si dà una aprioristica giustificazione sanitaria a delinquenti, terroristi, ecc., si insultano pesantemente le persone che soffrono di malattie psichiatriche. Vi ricordo che i termini matti, pazzi, folli sono termini dispregiativi, discriminanti usati in passato per giustificare deportazione, emarginazione e internamento di persone sofferenti nelle strutture manicomiali. Ma da decenni ormai non dovrebbero essere più utilizzati nel linguaggio comune e tantomeno negli articoli scritti.

Vorrei chiedere proprio a voi giornalisti di fare una campagna contro questo abuso incivile di termini che danneggiano chi veramente sta vivendo periodi di difficoltà a seguito di disturbi psichici.

Elisabetta Salvatore

 

Gentile Dott.ssa Salvatori lei confonde due piani. Un conto è usare “matto” per descrivere chi soffre di disturbi psichiatrici – è offensivo, discriminatorio, emarginante –. E un conto è usarlo di chi si comporta in modo irrazionale, “anche di persona eccessivamente impulsiva o violenta” o di “persona bizzarra, stravagante” (cito il dizionario Treccani). È ben vero che questi usi, per estensione, nacquero da concezioni datate ed emarginanti del disturbo psichico. Ma, come ha stabilito la sentenza della Cassazione n. 21021 del 2016, con l’uso del termine si può “fare riferimento a quei significati che il suddetto termine è venuto assumendo nel linguaggio comune come sinonimo di persona eccentrica ovvero irascibile e similaria e che sono socialmente considerati accettabili”. Insomma, la lingua evolve, e se ci mettiamo a evitare tutte le parole ed espressioni la cui origine non è “politically correct”, impoveriamo il linguaggio e finisce che ci ritroviamo zitti, o zittiti. Detto questo, leggo ora che la difesa di Traini effettivamente vuole usare il disturbo psichico come giustificazione dei fatti, dando, nelle sue parole, “una aprioristica giustificazione sanitaria a delinquenti, terroristi”. Ma questo è, appunto, un altro discorso – io se Traini abbia un disturbo psichico non lo so – , ma mi pare, per usare un eufemismo, persona eccessivamente impulsiva e violenta e anche, se vogliamo, un po’ eccentrica e irascibile.

Mirko Canevaro