Viaggio lampoa Londra per il leader di Leu, Pietro Grasso che ha incontrato il capo dei laburisti, Jeremy Corbyn ed esponenti della comunità italiana. “Il leader del partito laburista – scrive Grasso, sulla sua pagina Facebook – sta raccogliendo grandi consensi tra i giovani in Gran Bretagna, perché ricorda a tutti quale sia la grande questione dei nostri tempi: le disuguaglianze che, ormai intollerabili, mettono a rischio le fondamenta della democrazia e permettono alle peggiori destre di farsi spazio nella società”. “Con Corbyn condividiamo le idee necessarie per combatterle: più case, lavoro, salute, istruzione – aggiunge il presidente del Senato – l’Europa si ricostruisce su queste cose, sul rilancio di un nuovo Stato sociale che sia in grado di rispondere ai bisogni della gente”. “Sono 50 mila le persone senza casa e 700 mila quelle che non riescono più a sostenere un mutuo – ha sottolineato Grasso – dobbiamo affrontare l’emergenza abitativa senza aumentare il consumo di suolo”.
L’eroe del lavoro Calenda, fa chic e non impegna
Carlo Calenda – figlio dell’economista/romanziere Fabio e della regista Cristina Comencini – è naturaliter uomo di spettacolo: sarà per questo che la sua vita mediatica è assai più piena di successi di quella reale. Ma per i media, si sa, il mondo è schopenauerianamente rappresentazione e dunque “l’ira di Calenda” contro quei cattivoni brasiliani di Embraco (“gentaglia”), che chiudono a Torino e riaprono in Slovacchia, domina giornali e tg negli ultimi due giorni. Michele Serra su Repubblica l’ha quasi beatificato: “Se non esiste una corrente calendiana, è ora di fondarla”.
È l’equivoco Calenda nelle sue molteplici forme. Embraco va in Slovacchia e il ministro sbrocca a due settimane dalle elezioni; Honeywell va in Slovacchia in autunno (420 licenziati) e ci si limita a un “decisione grave”. Il problema non è tanto l’incazzatura a geometria variabile (bene su Alcoa e Ideal Standard, male su Almaviva e qualche altra decina di crisi aziendali), ma la confusione ideologica che sottende: Calenda è l’uomo dei Trattati di libero scambio sempre e comunque (Ceta col Canada, Ttip con gli Usa), del protezionismo brutto, di quella che in gergo tecnico viene chiamata “totale mobilità dei fattori” (soldi, merci e uomini). Domanda: e ora che problema c’è se si muovono? Non sta Embraco semplicemente applicando le regole del mondo che piace a Calenda?
Su questa vicenda pre-elettorale (un po’ come per il “Tavolo per Roma”, dove il nostro bullizza la Raggi a mezzo stampa) siamo arrivati alla psicosi politica: partendo ieri per Bruxelles, il ministro europerrimo ha fatto sapere che chiederà alla Commissione Ue “una deroga ai Trattati per casi singoli”. Insomma, il montiano (trombato) Calenda – che appoggia da lontano la lista +Europa, preferendo ormai correre direttamente per un posto al governo – vuole mettere ostacoli alla libera circolazione dentro l’Ue: più Europa, ma anche meno Europa. Come viene.
Il processo di trasferimento di attività industriali dai paesi maturi a quelli dell’est (alla ricerca di stipendi più bassi) è iniziato vent’anni fa con la benedizione del sistema industriale tedesco, per cui quelle aziende lavorano conto terzi: oggi scopriamo che non ci conviene.
Forse tra qualche anno scopriremo pure che l’idea – appoggiata dal ministro – di regalare 24 milioni di clienti alle compagnie elettriche ponendo fine al mercato tutelato non sarà stato un affare per i consumatori: ci sarà spazio per dolersi allora, per riflettere pensosi attorno al concetto “non sempre liberalizzare è un bene” (cosa, peraltro, nota da tempo).
Ma la consapevolezza è il dono del futuro, il presente è il regno della chiacchiera – altrimenti detta “dichiarazione” – e del mondo come rappresentazione. In questo mondo, per dire, c’è una cosa chiamata “Piano Industria 4.0”: detto così sembra una figata fantascientifica; nella realtà sono 30 miliardi di sgravi alle imprese per acquistare macchinari (in qualche caso ad alto contenuto tecnologico) e sostenere gli investimenti. È una classica misura per incentivare l’offerta (durante una crisi di domanda, ma questo Calenda ce lo dirà tra qualche anno). Il problema? L’offerta ce l’ha più grossa la Slovacchia.
Embraco, troppi stipendi? Sono solo il 7% del fatturato
È il caso lampante ed emblematico del capitalismo finanziario più rapace, capace di distruggere occupazione pur di continuare a inanellare ogni anno che passa profitti sempre più copiosi. La vicenda Embraco, l’azienda di compressori per frigoriferi di Chieri (Torino), posseduta dal colosso del bianco Whirlpool, che vorrebbe cancellare con un colpo di matita i suoi 500 dipendenti, di fatto l’intero stabilimento, si può sintetizzare solo così.
Lì a Chieri nel Torinese non c’è crisi, l’azienda va più che bene, non ci sono debiti con le banche, il patrimonio cumulato negli anni è abbondante. Eppure l’azienda freme per andarsene e spinge per dichiarare uno stato di crisi del tutto fantomatico. Questa crisi la vedono, o meglio se la inventano, i manager del colosso mondiale Whirlpool nelle loro strategie globali di profittabilità a tutti i costi. A vedere i bilanci di Embraco la decisione di mandare a casa un intero stabilimento appare surreale. Uno schiaffo al buon senso.
L’azienda torinese marcia che è un piacere. Nel 2016 ha chiuso i conti con un fatturato di 358 milioni di euro e con un utile netto di 14,2 milioni. Per essere una tipica industria manifatturiera la sua redditività industriale si colloca ai piani alti. Su quei quasi 360 milioni di fatturato infatti il margine industriale lordo, quello che misura la redditività del business tipico, si attesta a 26 milioni. Un livello di oltre il 7% che non è certo poca cosa. Basti pensare che nel settore degli elettrodomestici la marginalità industriale, in media, a fatica arriva al 5 per cento.
Embraco tra l’altro non ha debiti bancari, non paga oneri finanziari e quindi residua un utile operativo alto di 21 milioni. Ma il quadro dei conti del 2016 non è episodico. Il buon passo di marcia dura da tempo. Anzi è quasi un crescendo rossiniano. Dal 2012 al 2016 l’azienda controllata dalla Whirlpool Brasil ha più che raddoppiato gli utili netti da poco più di 6 milioni ai 14,2 dell’ultimo rendiconto. L’utile operativo ha fatto ancora meglio. Da 7 milioni a 21 milioni negli ultimi 4 anni. Triplicato. Insomma, non c’è nessun problema di scarsa redditività, al contrario. Eppure l’ossessione dei vertici aziendali è quella di comprimere i costi fino alla spasmo.
Quanto pesano i poco più di 500 dipendenti sui bilanci del gruppo? Il loro costo è di soli 26 milioni che significa un impatto sul fatturato modestissimo del 7,2%. Ma per Embraco è troppo. Meglio la Slovacchia probabilmente dove qualche punto percentuale in meno sulle buste paga si può strappare. Stato di crisi, mobilità e infine addirittura i licenziamenti. Per un’azienda che ha cumulato, grazie agli utili prodotti nel tempo, un patrimonio netto di ben 124 milioni, l’aut aut è uno schiaffo o meglio una beffa colossale. Crisi? Ma dove? L’azienda torinese, non paga dell’ottimo stato di salute finanziaria, fa pure da banca per le consociate del gruppo Whirlpool.
Come scrivono nel bilancio, il surplus di cassa generato a Chieri viene girato come credito alla Indesit International. E che credito. Ben 57 milioni di euro, il doppio dell’intero costo del lavoro di un anno dei 500 dipendenti. Più che un insulto.
Parlamentarie M5S, “No al ricorso, ma non sono democratiche”
Non esisteil diritto a candidarsi col Movimento 5 Stelle per gli iscritti. Lo ha deciso ieri il Tribunale civile di Roma secondo quanto riferisce Andrea Ciannavei, legale del M5S: il giudice, dice, “ha respinto il ricorso di un’attivista veneta, Maria Elena Martinez, che era stata esclusa dalle Parlamentarie stabilendo che in base alle regole del Movimento non esiste un diritto automatico alla candidatura da parte di un iscritto. Il capo politico Luigi Di Maio, sentito il garante Beppe Grillo, può esprimere un giudizio negativo vincolante”. In sostanza, Martinez aveva spesso “criticato la sindaca Virginia Raggi sui social e impugnato alcune sue nomine al Tar del Lazio”. Questo è il motivo dell’esclusione. Vittoria, ma non proprio indolore per i grillini. La giudice Cecilia Pratesi infatti, respingendo il ricorso, ha sostenuto che le regole del M5S sulle candidature sono distanti dai “canoni minimi di democrazia interna”. Resta che un partito è un’associazione privata alla quale si aderisce su base volontaria, e dunque, ha argomentato la giudice, anche di fronte a una “gestione dispotica o poco trasparente” non c’è molto da fare. Sul ricorso di un altro attivista, invece, un altro giudice si è riservato di decidere.
Un sms dietro la nuova accusa: Scafarto non risponde ai pm
Durante l’interrogatorio di ieri, si è avvalso della facoltà di non rispondere il maggiore del Noe, Gianpaolo Scafarto, già indagato per falso e depistaggio, a cui la Procura di Roma ora muove una nuova contestazione. Secondo i pm, ci sarebbe lui dietro gli scoop del Fatto del dicembre 2016, quando il vicedirettore Marco Lillo scriveva sia dell’inchiesta Consip sia dell’iscrizione nel registro degli indagati del ministro Luca Lotti e dell’ex comandante dell’Arma Tullio Del Sette per rivelazione di segreto d’ufficio. In mano la Procura ha un messaggio (trovato nel cellulare sequestrato a Scafarto), datato 21 dicembre 2016, intorno alle ore 19. “Sono sul Fatto on line – scrive in sostanza un maggiore a Scafarto – e la storia del comandante indagato non è uscita. Così è un casino”. Il 22 dicembre il Fatto pubblica la notizia di Del Sette indagato.
Per i pm quel messaggio è la prova che negli uffici del Noe sapevano che la notizia stava per uscire. Poi un collega di Scafarto, nei mesi scorsi, ha raccontato ai magistrati che il colonnello Alessandro Sessa gli aveva confidato che Scafarto aveva ammesso di avere informato Marco Lillo dell’interrogatorio dell’ex ad di Consip, Luigi Marrori, e delle iscrizioni. Per questo a Sessa, già indagato per depistaggio, è stata contestata l’omessa denuncia. Erano già stati accusati di essere la fonte del Fatto il pm Henry John Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli. Ma la Procura, in mancanza di prove, è stata costretta a chiedere (e ha ottenuto) l’archiviazione.
“Quando sono stati accusati Woodcock e Sciarelli – spiega Lillo – ho fatto una eccezione alla regola secondo la quale i giornalisti non parlano mai delle fonti, solo perché c’era un riferimento a un’amica e collega. In questo caso, come sempre, non voglio entrare nella questione fonti. Suggerisco alla Procura di valutare bene queste nuove accuse a Scafarto e di non ripetere l’errore fatto in passato”.
Cyber, islamici, estremisti: tutti gli allarmi degli 007
Il 50 per cento dei cyber-attacchi subiti dall’Italia nel 2017 sono stati portati a termine da gruppi di “attivisti” hacker. Il 14% sono state operazioni di Cyber spionaggio. Per il restante 36 per cento, infine, non è stato identificato l’autore. La Cyber security occupa un intero allegato, nella “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza” che i nostri servizi segreti, ieri, hanno presentato al Parlamento. Due i filoni di minaccia emersi nel 2017. Il primo ha avuto il suo momento più caldo a maggio e ha “interessato centinaia di migliaia di computer a livello globale”. L’offensiva ha “bloccato” l’operatività di ospedali, banche e aziende.
Il secondo riguarda “le campagne di influenza che, prendendo avvio con la diffusione online di informazioni trafugate mediante attacchi cyber, hanno mirato a condizionare l’orientamento e il sentiment delle opinioni pubbliche, specie allorquando sono state chiamate alle urne”. In sostanza, come già noto da tempo a livello globale, esistono campagne di cyber attacchi destinati a influenzare l’opinione pubblica per condizionarne il voto. Il documento dei nostri servizi segreti non fa alcuna menzione di casi che abbiano colpito l’Italia: “Tali campagne hanno dimostrato di saper sfruttare, con l’impiego di tecniche sofisticate e ingenti risorse finanziarie, sia gli attributi fondanti delle democrazie liberali (dalle libertà civili agli strumenti tecnologici più avanzati), sia le divisioni politiche, economiche e sociali dei contesti d’interesse, con l’obiettivo di introdurre elementi di destabilizzazione e minarne la coesione”.
La “vulnerabilità” individuata dalla nostra intelligence si concentra più nel settore pubblico che nel privato: è stata rilevata “la vulnerabilità nei sistemi informativi di rilevanti imprese italiane, suscettibili di esporle ad azioni sia di spionaggio digitale, sia mirante a bloccarne i sistemi e l’attività”. “In merito ai gruppi islamisti – si legge ancora nel documento – il 2017, a differenza degli anni precedenti, non ha fatto registrare in direzione di target italiani azioni così significative da essere prese in considerazione in questa analisi”. Un dato che non muta lo scenario sul rischio terrorismo in generale: la minaccia jihadista per l’Italia resta infatti “concreta e attuale”. Tra i pericoli individuati, c’è quello degli “estremisti homegrown”, ovvero quelli “cresciuti in casa”, che potrebbero essere “mossi da motivazioni autonome o pilotati da registi del terrore”.
Il monitoraggio interno passa in rassegna gli anarchici e il “ritorno in scena” della sigla Fai/Fri che a dicembre “ha rivendicato l’esplosione di un ordigno rudimentale davanti a una stazione dei Carabinieri a Roma”. Ambienti “esigui e marginali” dell’“estremismo di matrice marxista-leninista” sono invece impegnati, secondo la nostra intelligence, a “tramandare la memoria della stagione brigatista” per “contribuire alla formazione di futuri militanti”.
Le lotte ambientaliste e contro le politiche migratorie vedono una “convergenza tra settori della sinistra antagonista e area anarchica”. Per “ragioni opposte”, continua il documento “in chiave razzista e di intolleranza” il “tema migratorio ha mosso le iniziative della destra radicale” con “la nascita di nuove sigle” che fanno “presa soprattutto sui più giovani. Non mancano connessioni con network di ispirazione neonazista”. Infine, l’analisi sul fenomeno migratorio, che vede una riduzione degli sbarchi, provenienti dalla Libia, di circa 55 mila unità”. Risultato ottenuto grazie alle politiche in Libia del governo, scrivono i nostri 007, sorvolando sul fatto che migliaia di migranti sono rimasti imprigionati dai carcerieri libici. Cresce del 492% la rotta tunisina e del 70% quella algerina. L’allarme è in particolare per gli “sbarchi occulti” con i quali può arrivare chiunque.
Un dirigente di Forza Nuova legato e pestato in pieno centro
Lo hanno bloccato, in cinque, forse sei, vestiti di nero e con il volto coperto da sciarpe o passamontagna, gli hanno legato mani e piedi con un nastro adesivo da imballaggio e poi lo hanno picchiato selvaggiamente a sangue nella centralissima via Dante, a duecento metri da piazza Politeama. Massimo Ursino, responsabile provinciale di Forza Nuova a Palermo, è stato portato in serata in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale Civico dove i medici gli hanno riscontrato contusioni al volto e una ferita alla testa.
Con il pestaggio del leader della formazione neofascista, Palermo ripiomba improvvisamente in un clima da anni Settanta, che sembrava dimenticato. Unica variabile, la ripresa video con un telefonino che secondo alcuni testimoni sarebbe stata compiuta da uno dei picchiatori.
Il pestaggio, infatti, è arrivato dopo che nel pomeriggio una ventina di sigle, tra cui l’Anpi, raccolte nel fronte antirazzista, avevano inviato una lettera al questore chiedendogli di non autorizzare il comizio del leader neofascista Roberto Fiore, previsto a Palermo per il pomeriggio del 24 febbraio. “Non ci può essere spazio per una manifestazione simile a Palermo. Tutte le manifestazioni di Fn infrangono la legge Mancino del 1993”, ha scritto il fronte antirazzista che ha chiesto anche al Comune di negare la concessione di spazi pubblici. Nella replica, oltre a sostenere che “al di là del presunto ‘pericolo fascista’, questa campagna elettorale è evidentemente contrassegnata dalla intimidazione costante, esercitata in forme diverse da sinistre istituzionali e centri sociali’’, i neofascisti avevano denunciato la presenza di un gruppo di persone armate che avrebbe “stazionato per ore’’ sotto casa di uno dei candidati alle politiche di Forza Nuova: “Non vogliamo un ritorno al clima degli anni 70/80 – hanno avvertito – ma non è nostro costume tirarci indietro se è questo che si vuole: l’importante è che si rispettino proporzioni numeriche onorevoli”. Segnali di un clima surriscaldato che Forza Nuova in serata non contribuisce a smorzare, esprimendo solidarietà a Ursino: “Chi arma la mano di questa feccia sono i vari Parenzo, i vari Boldrini e compagnia”.
A Macerata, infine, Mirco Ottaviani, responsabile di Forza Nuova Romagna e candidato alle Politiche, ha patteggiato sei mesi di reclusione per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale: era accusato di aver aggredito un ispettore di polizia durante la manifestazione dell’8 febbraio scorso.
Lo spot di Matteo con finale aperto
Riuscirà il nostro eroe (ovvero Matteo Renzi) a convincere il riottoso padre di famiglia, protagonista dello spot elettorale di Proforma (l’agenzia di comunicazione di Bari) a votare il Pd? Il finale è aperto, la scommessa è tutta in quel sussulto del suddetto padre: “Io il Pd non lo voto!”, sbotta. Ed eccolo lì, che sbuca il segretario dem, in bicicletta: “Pensaci, dai”, con un’espressione che è una via di mezzo tra la captatio benevolentiae e la sfrontatezza arrogante del personaggio. Il padre resta muto. Voterà Pd o no? Se lo chiede il resto della famiglia (così tifosa dei Dem da snocciolare il programma), composto da madre giovane rosso-chioma, figlio occhialuto un po’ nerd e figlia puntigliosa. E pure lo spettatore. Lo spot punta sulla persuasione sottile e gentile, mette in scena un Renzi “soft” che gioca in difesa: basterà a portare qualche voto?
Sulla scheda all’estero c’è anche il partito del candidato fantasma
In questa poco esaltante campagna elettorale spunta pure un candidato fantasma. L’ha scoperto Selvaggia Lucarelli sul sito di Rolling Stone: si chiama Giuseppe Macario – come il comico – ed è l’improbabile leader dell’altrettanto improbabile movimento Free flights to Italy.
Il suo partito è sulle schede elettorali della circoscrizione Estero, nella ripartizione America Settentrionale e Centrale. Lo possono votare, insomma, gli italiani all’estero che vivono negli Stati Uniti, in Canada, Messico e gli altri Stati del “Mesoamerica”.
In questa poco esaltante campagna elettorale spunta pure un candidato fantasma. L’ha scoperto Selvaggia Lucarelli sul sito di Rolling Stone: si chiama Giuseppe Macario – come il comico – ed è l’improbabile leader dell’altrettanto improbabile movimento “Free flights to Italy”.
Il suo partito è sulle schede elettorali della circoscrizione Estero, nella ripartizione America Settentrionale e Centrale. Lo possono votare, insomma, gli italiani all’estero che vivono negli Stati Uniti, in Canada, Messico e gli altri stati del “Mesoamerica”.
Free flights to Italy si descrive come una ong con sede a Roma. Offre – sempre secondo il suo sito – servizi agli affiliati iscritti all’Aire (associazione italiana residenti all’estero): rimborsa il prezzo dei biglietti aerei per l’Italia, aiuta i figli di cittadini italiani nati in America a ottenere la cittadinanza italiana tramite lo ius sanguinis, eroga borse di studio agli italiani in America per tornare a studiare nel Belpaese. Questi gli annunci, ma non c’è nessuna prova evidente delle azioni concrete dell’ong. C’è un solo fatto certo, però: il nome di Free flights to Italy non compare in nessuno dei siti che elencano le ong italiane.
Ancora più misterioso dell’associazione, è lo stesso candidato: di Giuseppe Macario (detto Joe) non esiste praticamente alcuna traccia reale. Lo stesso discorso si può fare anche sull’altra candidata del suo partito, Bettina Anna Maria Borrelli. Della quale esiste solo questa descrizione sul sito lavocedinewyork.com: “71 anni, pensionata, abruzzese e ritornata in Italia dopo una vita dedicata all’insegnamento della lingua italiana, attualmente si occupa (senza alcun fine di lucro, e su richiesta degli interessati) di genealogia e di rintracciare i documenti degli avi degli italiani emigrati negli USA o in Canada”.
Su Macario invece si possono reperire solo una serie di informazioni ambigue – quando non bufale conclamate – nella biografia che lui stesso ha scritto e distribuito su una piccola galassia di siti personali. Si descrive così: 36 anni, docente universitario a contratto in California, titolare di un’impresa nel settore informatico ed educativo, con uffici a Panama , Los Angeles, San Francisco, New York, Winnipeg. Autore di due libri sul tema. Sostiene di avere un dottorato di ricerca a Princeton e di aver studiato al Mit. Inoltre Macario accredita se stesso come l’autore di sceneggiature per produzioni televisive e di una pubblicità con Julia Roberts, quella di Calzedonia. Selvaggia Lucarelli ha ricostruito che si tratta di una serie di menzogne: Macario non appare in alcun credit dello spot con Julia Roberts realizzato da Saatchi&Saatchi, anzi Antonio Gigliotti di Saatchi “non sa chi sia”. Nessun Giuseppe Macario, soprattutto, ha mai ottenuto titoli a Princeton, né ha mai studiato al Mit. L’identità del candidato, dunque, è praticamente impossibile da ricostruire, né si sa dove viva e dove sia in questo momento.
Altri dettagli su Macario – scrive la Lucarelli – sono ancora più inquietanti: su uno dei siti a lui collegati, si sente in dovere di specificare di “non essere ricercato dall’Fbi”. Poi ci sono i suoi rapporti, non proprio limpidi, con l’Università Popolare di Milano. Così parla di lui il presidente dell’ateneo, Marco Grappeggia: “Questa persona ne ha fatte di cotte e di crude. Ho sentito gente piangere per quello che gli ha fatto, ma non gente comune, parliamo di professori di Harvard e Columbia e gente di una certa levatura che ha dovuto rivolgersi a investigatori per capire chi sia davvero questa persona. Ha distrutto la nostra reputazione col sito presto.news che poi è stato fatto chiudere da noi e ha riaperto con un nuovo sito”. Due docenti americani ascoltati dalla Lucarelli hanno riferito di essere stati diffamati da questo soggetto con metodi particolarmente efferati.
Aggiunge infine Selvaggia Lucarelli: “A tutto questo va aggiunto un ultimo particolare inquietante: dopo alcune ricerche sul sito di Macario, qualcuno blocca l’ip con cui navigo. La stessa cosa succede a persone che mi aiutano nella ricerca. Probabilmente Macario o chi per lui blocca gli ip che arrivano dai link dei siti che raccontano le sue attività sospette sul web”.
Questo, insomma, il quadro del candidato fantasma: non esistono sue mail, o numeri di telefono, né esistono recapiti della sua ong. Dopo la pubblicazione dell’articolo della Lucarelli su Rolling Stone, peraltro, anche il sito di Free flights to Italy è andato offline e al momento non risulta più raggiungibile.
Il regalo ad Agnese: un pass speciale per l’auto a Firenze
Per la seconda volta Agnese Renzi cede ai piaceri della Casta. La moglie del segretario del Partito democratico ha un pass che ogni cittadino vorrebbe: libero accesso alle aree ztl e zcs, parcheggio gratuito sulle strisce blu e ovunque su quelle per residenti, oltre al transito su tutte le corsie preferenziali e persino nelle zone pedonali. In pratica anche nella piazza del Duomo vietata per volere dell’ex sindaco Matteo Renzi, che per pedonalizzarla si scontrò con i fiorentini. Imponendosi e riuscendo a vietarla a tutti. Tranne ai pochi privilegiati. Tra cui, adesso, la moglie.
Un super pass concesso all’auto di Agnese Landini in Renzi su espressa “indicazione della segreteria del sindaco” erede, Dario Nardella, per una ratio genericamente indicata come “istituzionale – sicurezza”. Eppure è stato rilasciato il 21 settembre 2017, quando ormai il marito Matteo non aveva incarichi pubblici ma era esclusivamente segretario del Pd, quindi non si capisce il motivo istituzionale. Per quanto concerne la sicurezza, invece, solitamente non se ne occupa il Comune con un pass. Comunque il permesso scadrà il 21 settembre 2021. Fino ad allora il suv Volkswagen Tiguan 2.0 turbo diesel intestata alla professoressa Agnese Landini potrà girare liberamente ovunque per la città. Con una ulteriore beffa per i fiorentini: la signora non è infatti neanche residente nel capoluogo, ma a Pontassieve. A scoprire e denunciare il super pass sono stati i due esponenti di Fratelli d’Italia Francesco Torselli e Giovanni Donzelli, rispettivamente consigliere comunale e candidato alla Camera che hanno chiesto a Nardella di spiegare come mai la signora ha questo privilegio. Lui a loro non risponde. E neanche ai cronisti. Da Palazzo Vecchio non arriva alcuna smentita ufficiale, perché non c’è nulla da smentire, ma viene diffusa una velina rilanciata dalle agenzie.
La velina recita che: “Le misure di protezione personale, in cui rientra anche la concessione dei permessi di circolazione speciali, come quella dell’ex premier e attuale segretario del Pd, vengono comunicate dalla prefettura al sindaco; il sindaco non interviene personalmente, ma è la sua segreteria, sulla base di quanto comunicato dalla prefettura, ad attivare gli uffici. Dopodiché, il permesso lo rilascia la Sas, società dei servizi alla strada, e non il Comune”. La prefettura smentisce la versione fornita da Palazzo Vecchio mentre sull’autorizzazione è scritto chiaramente su “indicazione della segreteria del sindaco”. Forse a intervenire non è stato il primo cittadino ma la sua segreteria? Già nel 2013 la signora Renzi venne pizzicata da Panorama a viaggiare in corsia preferenziale con il permesso del marito. All’epoca si scusò e garantì: “Non si ripeterà mai più”. Ora, il permesso, è familiare.