Acea, il top manager che fa litigare il Campidoglio e l’Ad

La nuova gestione di Acea, la multiutility controllata dal Comune di Roma, è uno dei pochi dossier su cui la giunta del sindaco Virginia Raggi ha raccolto unanime consenso, eppure il rapporto di fiducia tra il Campidoglio e l’amministratore delegato Stefano Donnarumma si sta già incrinando. La questione è delicata perché Acea è una società quotata in Borsa, con due soci privati di peso, i francesi di Suez al 23 per cento e il Gruppo Caltagirone, che ha ridotto la sua quota al 5 per cento. Ma Acea resta una società in cui la politica conta molto (di pochi giorni fa la notizia, non solo simbolica, dell’accordo con i sindacati interni che cancella il Jobs Act e ripristina le tutele precedenti per i dipendenti).

Meno di un anno fa, con l’assemblea di aprile, la giunta Raggi cambia i vertici di Acea: via i renziani Alberto Irace e Catia Tommassetti, dentro un manager con un curriculum lungo e vario, oltre a un passaggio in Acea, come l’ingegner Stefano Donnarumma e come presidente l’avvocato genovese Luca Lanzalone che conosce Roma per aver lavorato anche sul progetto del nuovo stadio. Il rapporto con la giunta Raggi inizia sereno ma poi Donnarumma sceglie un nuovo responsabile della comunicazione: Massimiliano Paolucci, professionista di lungo corso che arrivava da Condotte e che aveva già lavorato con Donnarumma in Adr, gli aeroporti di Roma che fanno capo alla famiglia Benetton, dove ha avuto l’ingrato compito di gestire il caos seguito all’incendio al terminal 3 di Fiumicino nel 2015.

La posizione di capo della comunicazione di Acea – con l’annessa gestione del budget pubblicitario – è da sempre una poltrona molto politica a Roma, è rimasto celebre il tentativo (fallimentare) dell’allora sindaco Gianni Alemanno di affidare l’incarico al suo portavoce, Simone Turbolente. Quando Paolucci si insedia, a maggio 2017, ridimensiona i due responsabili precedenti, Maurizio Sandri e Giuseppe Agirò, e allontana 12 persone, prendendone altre cinque di sua fiducia. I giornali denunciano lo spoils system grillino. Il Campidoglio in realtà osserva sempre più preoccupato la nuova centralità dell’area relazioni esterne di Acea, con Paolucci che porta in azienda una sua squadra che i Cinque Stelle considerano troppo vicina a quel sistema di potere che loro volevano smontare, in particolare a Fabrizio Palenzona, già vicepresidente di Unicredit e presidente di Adr, di recente un po’ decaduto.

La Raggi e la sua squadra iniziano addirittura a temere una sorta di scalata interna: chi controlla pubblicità, sponsorizzazioni e comunicazione dell’Acea ha una rilevanza politica quasi pari a quella dei suoi superiori che gestiscono bollette e personale. “Sono un professionista preso dal mercato, faccio solo il mio lavoro, da 8 mesi 20 ore al giorno, rispondendo al presidente direttamente e funzionalmente all’ad”, risponde Paolucci a chi in questi giorni gli riferisce i malumori sul suo conto.

Che siano timori fondati o un eccesso di prudenza, poco importa: la Raggi e la sua squadra ha già posto in modo formale all’ad Donnarumma la questione del ruolo di Paolucci, chiedendo come minimo di circoscriverne l’influenza. Per Donnarumma ormai il dilemma sembra senza sfumature: o sceglie di recepire l’input della Raggi, o difende il suo manager, Paolucci, arrivando però allo scontro con il sindaco e il Movimento 5 Stelle, cosa che segnerebbe la rapida fine della sua esperienza al vertice di Acea.

Fuori la Guerrini, il Comune scrive a registi e attori

Tentativi di avvicinamento tra Virginia Raggi e i ragazzi del Piccolo Cinema America, l’associazione che da anni organizza una rassegna estiva di cinema all’aperto in piazza San Cosimato, a Roma, senza però aver vinto alcuna gara pubblica per quell’iniziativa. Ieri la sindaca ha proposto un incontro all’associazione, dopo aver chiesto e ottenuto le dimissioni di Gemma Guerrini, vicepresidente della Commissione Cultura – residente proprio in piazza San Cosimato – che nei giorni scorsi aveva definito “feticista” la pratica di proiettare vecchi film all’aperto. Ma per l’associazione non è abbastanza: “Risulta del tutto stonata e fuori luogo – dice Valerio Carocci, presidente dell’Associazione Piccolo Cinema America – la richiesta di Raggi di passo indietro alla consigliera Guerrini, che ha avuto semplicemente il coraggio di esplicitare il suo pensiero. Il problema è chi in questi mesi le ha dato seguito, ovvero il vicesindaco Luca Bergamo”. “Non abbiamo nulla contro il Cinema America, – ha replicato Raggi – ci siamo limitati a dire che l’assegnazione del diritto ad utilizzare la piazza deve avvenire attraverso un bando”. “Di tutto ciò vorrei parlare con voi – ha concluso la sindaca – e vi invito a incontrarci il 15 marzo”.

Caso Romeo, Raggi archiviata “Nessun reato, fu trasparente”

L’accusa di abuso d’ufficio per la nomina di Salvatore Romeo? “L’inconsistenza degli addebiti impone l’archiviazione del processo per infondatezza della notizia di reato”. Le polizze stipulate dal dipendente comunale a insaputa del sindaco di Roma Virginia Raggi? “Appare piuttosto stravagante conferirne valenza illecita”. Il Tribunale di Roma mette la parola fine a uno dei procedimenti in cui era coinvolta Virginia Raggi, indagata per abuso d’ufficio per la nomina di Salvatore Romeo a capo della sua segreteria politica. Secondo l’impostazione iniziale della Procura, la sindaca, nominando Romeo aveva procurato “intenzionalmente al medesimo un ingiusto vantaggio patrimoniale”. Romeo, già dipendente del Campidoglio, a luglio 2016 era stato messo in aspettativa. Poi gli era stato conferito il nuovo incarico a tempo determinato, con un retribuzione iniziale di 120 mila euro lordi l’anno (mai percepiti, vista la successiva riduzione).

Ora in quattro pagine (dopo la richiesta di archiviazione dei pm) il gip Annalisa Marzano spiega perché questa accusa non sta in piedi. E ricostruisce tutti i passaggi seguiti dal Campidoglio prima di applicare, per Romeo, l’articolo 90 del Tuel (il Testo unico degli enti locali) che riguarda gli uffici alle dirette dipendenze del sindaco. A cominciare, quindi, dal 30 giugno 2016, quando un dirigente delle risorse Umane del Comune di Roma aveva chiesto (e ottenuto) conferma al capo dell’Avvocatura capitolina riguardo all’applicazione dell’articolo del Tuel scelto per il contratto di Romeo. “Il coinvolgimento della bontà dell’operato” della sindaca, scrive il gip, “si deve a quanto dichiarato dall’Avvocatura capitolina”.

Poi c’è il parere dell’Anac, l’Autorità Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, al quale la Raggi si era rivolta. L’Anac “senza decretare l’illegittimità della nomina di Romeo”, nel proprio parere aggiungeva la possibilità di ridefinire lo stipendio. Possibilità che si è poi realizzata, visto che la retribuzione del dipendente comunale è scesa a 93 mila euro lordi annui.

“Questo giudice – è scritto nel decreto di archiviazione – non può non rilevare l’inconsistenza delle accuse”. “Né la radicale carenza soggettiva del delitto ravvisato dal pm – aggiunge – potrebbe trovare appiglio probatorio nelle tre polizze assicurative sottoscritte da Romeo in favore della beneficiaria Raggi, individuate quale possibile tornaconto del primo cittadino”. E ancora: “Appare piuttosto stravagante e comunque probatoriamente inconsistente, conferire valenza illecita alle tre polizze”. Delle polizze, rivelate dal Fatto e da L’Espresso, la sindaca scoprì l’esistenza solo durante l’interrogatorio del 2 febbraio 2017. “Niente di più vero – scrive il gip – che la Raggi non fosse a conoscenza dell’esistenza delle tre polizze”. Così il caso è archiviato.

“Il Tribunale di Roma ha cancellato più di un anno di schizzi di fango (…) da parte di politici e ‘soloni’ che, dalle loro comode poltrone nei salotti tv, pontificavano su materie che evidentemente non conoscono – esulta la sindaca –. Sono stata accusata ingiustamente da tanti che ora taceranno o faranno finta di nulla”.

Per la Raggi ora restano una serie di richieste di archiviazioni per le quali si attende la decisione dei giudici. Si tratta dell’accusa di violazione di segreto d’ufficio nel fascicolo che riguarda il presunto “dossieraggio” ai danni del presidente M5S dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, per favorire la futura sindaca nella “comunarie”; e l’abuso d’ufficio contestato per la nomina – bocciata dall’Anac e poi riformulata – di Carla Raineri a capo gabinetto, ruolo che la giudice lasciò dopo un mese. I pm chiedono di archiviare entrambi i casi. Resta invece da affrontare il processo per la nomina (poi revocata) di Renato Marra, fratello del più noto Raffaele, a capo del dipartimento Turismo: Raggi era accusata di abuso d’ufficio (insieme a Raffaele: per entrambi c’è una richiesta di archiviazione) e falso per aver dichiarato all’Anac di avere deciso in autonomia la promozione. Il processo inizierà il 21 giugno.

Berlusconi vede rosa: “I fuoriusciti M5S benvenuti tra noi”

Tra i “responsabili”che potrebbero dare il loro sostegno a un governo di centrodestra, Silvio Berlusconi arruolerebbe volentieri anche i parlamentari fuoriusciti dai Cinque Stelle per la vicenda dei rimborsi. “Non si dice mai di no a chi sottoscrive il vostro programma e poi si tratterebbe di ‘responsabili’ tutti presi a casaccio”, replica l’ex cavaliere ospite di Corriere.it. Accoglierebbe pure candidati ex M5s? “Sì, saremmo molto convenienti per loro, perché potrebbero incassare l’indennità parlamentare in tutta la loro integrità”, assicura l’ex premier, per il quale i grillini amministrativamente “fedeli” rimangono invece i nemici numero uno. “Io credo che sia chiarissimo che un avvento al potere da parte dei grillini, sarebbe esiziale per tutti noi e per il nostro Paese – ha affermato Berlusconi in un convegno di Assolombarda – Un sondaggio dichiarò che se io non fossi stato in campo, il mio movimento sarebbe sceso ben sotto il 10% e gli elettori sarebbero passati nell’area di coloro che hanno deciso di non andare a votare: i 5stelle potevano davvero tornare al potere, io mi sono sentito dentro lo stesso senso di dovere del ’94, nonostante io sia incandidabile”.

 

Letta promuove Boschi a Donna del Nazareno

“Maria Elena, si comincia a fare il sottosegretario alla Presidenza e poi si finisce presidente del Consiglio”. Gianni Letta, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi, ora tessitore-protagonista delle larghe intese o dell’ammucchiata dei responsabili che dir si voglia, sul palco della Luiss ostenta buonumore. Tra un racconto ben studiato dei tempi andati (“Io sapevo meglio dei ministri quello che arrivava in Cdm”) e un accenno sentitamente dotto al funzionamento della Presidenza del Consiglio, si rivolge alla sottosegretaria, quella attuale, con una sorta di esortazione.

Un po’ una battuta, un po’ un endorsement. Lei è seduta in prima fila, tacchi a spillo di ordinanza. Ha detto poche parole introducendo il convegno dedicato ai trent’anni della legge n. 400 del 1988 sull’ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri. Sia il tema che il parterre raccontano un’iniziativa costruita su di lei. Che per tutta questa campagna elettorale è rimasta lontana dai riflettori nazionali, dalla tv e dai giornali (era una precisa richiesta sia di Gentiloni che di Matteo Renzi, come condizione alla sua candidatura). Ma l’occasione descrive un potere tanto poco visibile, quanto ancora in atto. Il motivo è anche nella legge di cui si parla (il governo Renzi avrebbe voluto modificarla, per dare maggiori poteri al premier): il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è una figura chiara, per la quale passano i dossier di tutte le leggi, ha un controllo su tutta l’attività di governo. Che su alcuni atti sa e può spesso più dei ministri competenti. Così ad omaggiare la “Mari” (come la chiama il segretario Pd) ci sono, tra gli altri, Giuliano Amato, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Bettino Craxi, poi presidente del Consiglio, ora giudice costituzionale e Antonio Catricalà, già sottosegretario di Mario Monti.

“È un vero pronto soccorso del governo, ogni questione finisce sul suo tavolo”, così il primo descrive il lavoro del sottosegretario. “La riforma costituzionale che non è passata avrebbe risolto molti problemi”, butta lì. “Il sottosegretario deve stendere anche i verbali dei Cdm. E se una cosa è scritta vuol dire che è successa, altrimenti no”, chiarisce il secondo.

Boschi il potere trasversale, quello che sta nella macchina legislativa, quello che passa per grand commis, alti funzionari, riserve della Repubblica a vario titolo e con varie cariche importanti, l’ha sempre frequentato e sempre curato. Ancora, il parterre di ieri: Roberto Cerreto, capo del Dipartimento Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Cristiano Ceresani capo ufficio di segreteria del Consiglio dei Ministri, Paolo Aquilanti, segretario generale della Presidenza del Consiglio. Sono i tre uomini “forti” della Boschi, quelli che durante il governo Renzi l’hanno aiutata a scrivere e a far accettare da alcuni gangli di potere la riforma, e dopo a diventare una sorta di paragoverno, all’interno dell’esecutivo di Gentiloni. Tanto che gli uffici vengono chiamati “Chigi 1” e “Chigi 2”.

Tra i candidati di Berlusconi premier per il post 4 marzo c’è pure Letta. Per la Boschi un posto in un governo di larghe o larghissime intese ci sarà. Magari per conto di Renzi. O per imbrigliare Renzi. O malgrado Renzi.

Ecco la propaganda truffa: finti alleati e il Pd “ladro” di voti

Ritornello tipo di questa campagna elettorale, molto in voga tra le élite antirenziane comunque fedeli al centrosinistra ortodosso: “Io sono contro Renzi e quindi voto la Bonino”. Ragionamento che prevale nella cerchia migliorista dell’Emerito Giorgio Napolitano, giusto per fare dei nomi. Ma nella categoria rientra anche Romano Prodi, l’ex premier invocato sempre come un santone e che ha annunciato il suo fondamentale voto per Insieme.

Errore. Grave errore. Il voto a Bonino o a Insieme oppure – per completare il quadro degli alleati del Pd – ai centristi di Beatrice Lorenzin non sarà mai un voto contro il segretario dei democratici. Anzi, rischia di incrementare ancora di più il bottino dei seggi del partito renziano. Ecco un esempio lampante: con la soglia di sbarramento al 3 per cento, se gli alleati minori si fermano tutti e tre al 2 per cento, quel 6 per cento sarà assegnato al Pd. In pratica, se il Pd dovesse prendere il 20 per cento, si ritroverebbe con il 26 per cento dei 386 seggi previsti dalla quota proporzionale, formata dai cosiddetti collegi plurinominali.

Su questo rischio ha scritto la settimana scorsa Fabrizio Cicchitto, centrista della Civica Popolare di Lorenzin: “È forte l’impressione che una parte del Pd preferisca che le liste alleate superino l’un per cento ma che non raggiungano il 3 in modo da utilizzare i loro voti per aumentare i seggi del Pd pagando prezzi insignificanti”. Dice Federico Fornaro, senatore esperto di flussi e leggi elettorali e candidato per Liberi e Uguali in Piemonte: “A mano a mano che si va avanti nella campagna elettorale si confermano tutti i timori su una legge manipolatrice e falsificatrice come il Rosatellum”. Accanto al Pd “ladro” di voti, Fornaro pone la questione delle coalizioni bugiarde o finte: “Nel centrodestra di Berlusconi e Salvini non c’è un simbolo comune, né un leader condiviso. Addirittura non si era mai visto che ogni partito mettesse il nome del suo leader nel simbolo. Queste non sono coalizioni ma solo apparentamenti strumentali”.

Gli effetti letali del Rosatellum sulla volontà popolare sono altri due. Uno riguarda il mancato voto disgiunto, che è la regola in tutta Europa tranne che in Italia, almeno per le Politiche. Continua il senatore di LeU: “Un elettore che non vuole votare i candidati del plurinominale perché non gli piacciono e sceglie soltanto di barrare il nome dell’uninominale, deve sapere che il suo voto sarà comunque ripartito tra i partiti alleati in quel collegio”. Altro esempio: se il Pd in quel collegio prende il 70 per cento, ai dem andrà lo 0,70 di quel voto dell’uninominale. Un’altra truffa. Non solo. Ma può anche capitare che con la ripartizione di quel voto, l’elettore che si è rifiutato di scegliere nel plurinominale contribuisca a fare superare il quorum del 3 per cento alle liste minori alleate. Sempre Fornaro: “Questa della ripartizione è l’apoteosi della falsificazione, qui davvero ci sono gli estremi dell’incostituzionalità”.

I voti dispersi, infine. Qui i casi sono due. I partiti che vanno da soli (CasaPound, Forza Nuova, Potere al popolo, per fare qualche nome) e non raggiungono il 3 per cento. E i partiti alleati che resteranno sotto l’un per cento. Saranno tutti voti persi e cancellati e che produrranno l’effetto della sovrarappresentazione per i maggiori partiti. Prendiamo l’ipotesi ricorrente del centrodestra al 40 per cento. Chiarito che non esiste alcun premio di maggioranza, con una dispersione del 10 per cento dei voti (partiti “soli” sotto al 3 e liste alleate sotto all’uno), il centrodestra guadagnerebbe un punto ogni dieci percentuali. Risultato: il 40 per cento reale diventa il 44 per cento.

Conclude Fornaro, in riferimento a Renzi e Berlusconi: “Siamo davvero alle coalizioni dei ladri di Pisa che di giorno si combattono come fossero avversari e poi di notte si ritrovano uniti per spartirsi il bottino dei voti”.

A Forza Italia voto oncologico

Malati oncologicio sospetti tali votate Forza Italia. Fatelo per riconoscenza e anche se volete continuare a essere accolti volentieri in un noto poliambulatorio milanese e a usufruire dei livelli di eccellenza “riconosciuti sul piano nazionale e internazionale” raggiunti dalla Sanità lombarda e incarnati dall’assessore Giulio Gallera, opportunamente ricandidato alle prossime elezioni regionali per il partito di Berlusconi. Ve lo consiglia il vostro medico curante, il dottor Alessandro Testori, ex direttore della Divisione melanomi di un grosso istituto sanitario, che per dare un sostegno pubblico e non solo psicologico (che fa sempre bene) alla carriera del suo assessore di riferimento, ha pensato di inviare una lettera che ne canta le virtù a tutti i pazienti visitati e curati in 22 anni di carriera in una struttura convenzionata con il sistema sanitario regionale. A segnalarlo sulla sua pagina Facebook è il candidato del centrosinistra al Pirellone, Giorgio Gori. Lo slogan suggerito – e preso alla lettera – da Testori è “siamo passati dalla cura al prenderci cura”, grazie anche a Giulio Gallera (scritto tutto maiuscolo). Gli effetti terapeutici del voto ahinoi non sono garantiti e neppure retroattivi. La signora alla quale era indirizzata la lettera in possesso di Gori è morta nel 2011.

Dallo “Squalo” allo “Squaletto”: “Volevano annientarci? Eccoci”

Tutto torna. Anche l’anima di Vittorio Sbardella, in arte lo Squalo o – per i puristi – Pompeo Magno. Gli anni Ottanta li ha trascorsi a mangiarsi Roma a mezzadria con Paris Dell’Unto, socialista, er Roscio per gli amici. È domenica, la pioggia è fastidiosa, la location è tres chic: collina Fleming, maxi-gazebo con vista. Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, dunque Squaletto, ci chiama a raccolta. Serve l’ultimo sforzo per l’ultimo miglio: dobbiamo condurlo al consiglio regionale del Lazio per il centrodestra (“Noi con l’Italia) dove nel recente passato ha dato prova di impegno. Pietro non ha le manone del suo papà e neanche le mascelle quadrate. Non fuma il sigaro, non è stato boxeur. Smilzo, timido, con gli occhialini.

“Non ho capito perché dobbiamo parlare di papà se qua ci sono io. Comunque mai me ne sono vergognato, anzi stravedevo per lui. Ho incollato i manifesti, ho iniziato a far politica da giovanissimo, non mi ha mai incoraggiato ma mai ha detto una parola contro”.

C’è mamma Nuccia, che negli anni d’oro ha movimentato i conti correnti familiari con la sua Promo Group, attività di relazioni pubbliche, e incentivato il portafogli dell’impresa di assicurazioni.

“Sa che mi dicono? Ci fosse ancora suo marito! Vittorio è rimpianto perché in qualche modo ha fatto sempre del bene, ha aiutato tanta gente, è stato sempre a disposizione”

Pietro: “Mamma, la storia la fanno i vincitori”.

Nuccia: “Tutte le cattiverie sul suo conto mi hanno fatto male, ma la politica è crudele: ora sei sullo scranno ora sei per terra. Vittorio se n’è andato da tanto tempo, e io ormai ho perso interesse. Sono qua solo perché c’è Pietro”.

Pietro: “Non ho mai avuto problemi per il mio cognome. In genere mi scambiano per il figlio dell’ex arbitro di calcio Sbardella, che qui a Roma è molto conosciuto. Di papà, nessuno dice niente”.

Maria Antonietta, sorella di Pietro: “Mai interessata a queste cose, bastava uno in famiglia. Con mio fratello sono due”.

Nella sala l’ospite d’onore è Lorenzo Cesa. Già factotum di Pier Ferdinando Casini, qualche disavventura giudiziaria, un ingresso a Regina Coeli ai tempi di Tangentopoli, il ritorno sulla scena, poi questi anni declinanti. Oggi il suo nome è imbucato nel grande contenitore del centrodestra a Nola. Candidato in quel collegio al Senato.

Cesa: “Siamo tutti qua, che bello rivedere tanti amici. Ciao Luciano, rivedo Giorgio, Angelo. Ehilà, che belli che siete! Una comunità non si scioglie per un diktat e resiste anche davanti alle ingiustizie che ha subìto. Penso a quanto male ci ha fatto il governo Monti, penso all’ostracismo nei nostri confronti, per non usare altre parole. Volevano annientare l’anima cattolica, i portatori dei valori della famiglia. E invece eccoci, con il nostro simbolo e la nostra storia. Dobbiamo imporre il nostro codice etico”.

Pietro: “Non c’entro niente con le indagini sulla corruzione che hanno coinvolto quell’imprenditore della sanità. Uscirò, ne sono certo, totalmente pulito dall’inchiesta”.

Cesa: “Siamo qua e siamo forti. E sono felice di dare una mano a Pietro Sbardella che lo merita. Quasi quasi voto qui a Roma e ti do il voto Pietro (fino a stamattina avevo intenzione di votare laggiù a Nola, dove sono candidato. Mi sarei votato… ma qui nel Lazio la contesa è più ampia)”.

Pietro: “Lei mi sta chiedendo del fatto che io sia stato intercettato mentre a quell’imprenditore riferivo di aver trovato il suo libretto di assegni nella mia auto? Ma capisce che questa è la prova regina della mia estraneità? Lui, piegandosi, lo ha smarrito. Ho visto dal libretto che la banca emittente aveva sede a Guidonia e sono risalito con la mente a lui. Vuoi vedere che…”.

Nuccia: “Abbiamo conosciuto i giorni di festa e anche quelli di dolore. Ma non ne voglio parlare. Passo le giornate a giocare a burraco con le mie amiche”.

Pietro: “Sono stato broker, poi assicuratore. E se non sarò eletto ritornerò al mio lavoro. Ora raccolgo solo finanziamenti elettorali da parte di amici, imprese no. Oggi questo incontro mi è costato circa tremila euro, aperitivo compreso. Tanti amici mi hanno inondato di messaggi: scusaci Pietro, ma piove”.

Nuccia: “Vittorio ha sempre detto a Pietro: vuoi fare politica? Sii umile e poi veditela da solo”.

Pietro: “Me la sono vista da solo. Quel che vorrei adesso è dimostrare che valgo”.

Nuccia: “Lui è diverso dal padre. Vittorio era più burbero”.

Pietro: “Lo so, dite sempre che appaio troppo calmo. Ma quel che ho dentro non riesco a buttarlo fuori con impeto. Ho un carattere, diciamo, più riflessivo. Senza urlare ho fatto in modo che la giunta Zingaretti non distruggesse il piano casa fatto al tempo della giunta Polverini dall’amico Luciano Ciocchetti, assessore all’urbanistica, che speriamo di rivedere in Parlamento. Col piano casa abbiamo dato a tante famiglie la possibilità di ampliare di una o due stanze l’appartamento”.

Ciocchetti: “Amici, questo significa sostenere la famiglia!”.

Pietro: “Io dall’inchiesta ne uscirò presto e bene”.

Nuccia: “La politica è mestiere e passione”.

Pietro: “Sa che non ricordo quanto ho speso alla scorsa campagna elettorale? Lei dice che ho dichiarato 89 mila euro? Mi fido di lei. Ma i tempi sono cambiati. Questa volta non vado oltre i 50 mila”.

Il prof la difende, la regione paga

L’altroieriil Mattino ha ospitato un durissimo editoriale di Mauro Calise contro la videoinchiesta di Fanpage sulla corruzione negli appalti dei rifiuti gestiti dalla Regione Campania. Il politologo ha denunciato “un salto di qualità nel rapporto – già rischioso – tra media e magistratura, portandolo a un livello di guardia per la tenuta del sistema democratico”. La linea del principale quotidiano napoletano su questi temi resta la stessa della prima pagina del 28 settembre, quella con il disegno della morte armata di falce, a commento dell’approvazione del codice antimafia con l’estensione della confisca dei beni a chi è accusato di reati di corruzione. Ed è una linea che non spetta a noi sindacare. Tantomeno i passaggi sul timing della pubblicazione che avrebbe come conseguenza “un danno elettorale incalcolabile per il Pd in Campania”, come scrive Calise. L’articolo è finito in pasto ai social e ovviamente ha scatenato commenti disparati, ma anche la documentata reazione di chi ha ricordato che Calise dal 2017 è il responsabile legale di un (meritorio) progetto universitario finanziato con fondi Fesr della Regione governata da Vincenzo De Luca, ovvero la principale vittima politica di quel “danno incalcolabile”.

Csm, il procuratore di Siracusa verso il trasferimento

Dopo la sospensione per il pm Giancarlo Longo, arrestato tre settimane fa nell’inchiesta sul depistaggio contro l’inchiesta di Milano su Eni, il Csm torna a occuparsi della procura di Siracusa. La prima commissione ha chiesto al plenum di trasferire d’ufficio per incompatibilità ambientale il procuratore Francesco Paolo Giordano (in foto). Per la commissione esiste una situazione di conflittualità tra il procuratore e i sostituti che due anni fa hanno firmato l’esposto alla procura di Messina dal quale è scaturita l’inchiesta che il 6 febbraio ha portato all’arresto di Longo e di altre 14 persone. “Escludo che alla base di questa proposta di trasferimento vi sia una presunta inerzia o accondiscendenza del dott. Giordano rispetto ai magistrati del suo ufficio coinvolti in gravi vicende giudiziarie – sottolinea ora il procuratore di La Spezia Antonio Patrono, che difende Giordano davanti al Csm – perchè è stato proprio lui a denunciare tali vicende, come risulta anche dalla recente misura cautelare emessa dall’autorità giudiziaria di Messina, di cui è già stata chiesta l’acquisizione agli atti della procedura. Aspettiamo quindi di leggere le motivazioni di questa proposta per comprenderne le ragioni”.