I pm e Fanpage.it, come si è arenata la trattativa

Gli inquirenti di Napoli e la redazione di Fanpage.it hanno dialogato sulla possibilità di far lavorare “sotto copertura” i videoreporter di Bloody Monday. È avvenuto tra fine dicembre, quando il direttore Francesco Piccinini si reca dai pm, e il mese di gennaio, quando gli investigatori di Sco e Mobile tirano le somme coi magistrati e valutano che non ci sono le condizioni. Problemi normativi e forse anche divergenze di interessi su una riflessione di fondo: l’infiltrato non può istigare reati. Chissà dove sarebbe potuta arrivare l’inchiesta giudiziaria se ci fosse stata piena convergenza con quella giornalistica. E qualche giorno in più per intercettare i politici ripresi di nascosto e capire se certi dettagli, come il consiglio di Roberto De Luca di creare un contatto tra i consulenti di papà e la sedicente multinazionale delle ecoballe di Nunzio Perrella, si fosse poi davvero concretizzato. Piccinini si reca dai procuratori a fine dicembre perché ha un problema con un camion “disperso” in Veneto. Questo spiega a chi gli apre la porta e lo ascolta.

Secondo l’incrocio di più fonti, il direttore racconta della videoinchiesta in corso da quattro mesi sul traffico di rifiuti e sugli appetiti illeciti intorno al business. Ma spiega anche di avere alcune “piste” non ancora chiuse. Sono quelle dei filmati di questi giorni: la Sma, le ecoballe, la possibilità di entrare negli ambienti della politica, Luciano Passariello, Biagio Iacolare e Roberto De Luca, poi indagati per corruzione. Il 29 dicembre Piccinini firma un verbale e l’11 gennaio consegna due hard disk di video. Ovviamente non possono esserci quelli filmati dopo quella data.

Fanpage.it apre un canale con gli investigatori e li informa dei passi successivi, mentre dall’altro lato si avviano informalmente le valutazioni sull’affidabilità dei videoreporter. Ma dalla visione del materiale emergono due problemi: i video non documentano in maniera incontrovertibile traffici organizzati di rifiuti, uno dei pochi reati che ammette operazioni sotto copertura, e alcuni comportamenti di Perrella&c. vengono valutati come corruzioni. La situazione precipita a febbraio quando Fanpage.it tira il pacco della valigetta a Oliviero e penetra nello studio di De Luca jr. “Siamo arrivati a Roberto”, scrive il direttore che poi manda un emissario a informare gli inquirenti che si intenderebbe andare in rete presto. Ecco perché scattano prima le perquisizioni.

Pd Napoli, c’è chi sta con don Vincenzo

Gli insulti di Vincenzo De Luca ai cronisti di Fanpage (“l’inchiesta utilizza metodi camorristici e squadritici”) spaccano il Pd campano. Nel senso che, oltre a chi condanna duramente le parole del governatore, c’è anche chi mostra comprensione e solidarietà per lui e per il figlio Roberto, coinvolto nell’inchiesta.

È il caso, per esempio, di Tommaso Ederoclite, presidente del Pd di Napoli, che in un lungo post su Facebook ieri si è rivolto direttamente a De Luca: “Ti senti sotto attacco ed è comprensibile sotto l’aspetto politico ed umano e da democratico e garantista sono dalla tua parte. Quando ho visto i primi video anche io mi sono detto ‘dove sta il reato?’, perché dalla sua bocca non è mai uscita nessuna parola in merito a fantomatiche tangenti”. Persino Ederoclite però è costretto a ammettere, nello stesso post: “il fatto che parlasse a nome della Regione è apparso ambiguo”. Ma senza farsi prendere dal panico: “In queste ore devi tenere il sangue freddo. Ti chiedo di lasciare perdere queste boutade aggressive, chiamando camorristi e squadristi i ragazzi di Fanpage.it. Torna a fare l’uomo delle istituzioni, senza cadere nella lotta nel fango”.

In supporto di De Luca jr interviene da Salerno anche Federica Fortino, segretaria locale dei Giovani democratici: “Conosco Roberto De Luca e potrei metterci la mano sul fuoco per lui. Ho apprezzato le sue dimissioni pubbliche, si vedeva la commozione e la scelta sofferente”.

Pieno appoggio anche agli insulti del governatore: “Conosciamo i suoi toni, ma le sue parole hanno un contenuto fortemente condivisibile. A volte il ruolo del giornalista è complicato, ma De Luca giustamente sottolinea che non è svolta in modo eticamente corretto se è vero che era un tranello. I video di Fanpage.it non citano che la Regione ha un accordo con l’Anac, bisognerebbe mostrare le verità più che montare tutto ad hoc per far vedere solo gli aspetti negativi”.

Di opinione opposta Marco Sarracino, segretario dei Giovani democratici di Napoli: “A cosa serve candidare Paolo Siani, fratello di Giancarlo, se poi chiamiamo i giornalisti camorristi? Sono toni inaccettabili e provocatori. De Luca si concentri di più sulla campagna elettorale, come stanno facendo tanti di noi, nonostante abbiamo meno motivi personali di lui per farlo”.

Interviene anche Michele Grimaldi, segretario Pd a Scafati: “É sbagliato dare del camorrista alla stampa, ma anche fare un titolo su una tangente quando non è stata presa. Forse ci vorrebbero meno titoli sensazionalistici e una maggiore serenità da parte della politica”.

Parola di De Luca: da pipì a sfessato e sventurella

L’operazione è “squadristica”, “camorristica”, quindi chi la fa è uno squadrista e pure camorrista. Ma non basta, a quei signori di Fanpage.it, “faremo ringoiare tutto”. Parola di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, azionista di maggioranza del Pd nella regione e padre-padrone di Salerno. Minacce verbali che hanno acceso gli animi dei suoi supporter che subito sono passati ai fatti. Due giorni, due aggressioni, a Gaia Bozza e Antonio Musella, ovviamente giornalisti di Fanpage.it, il sito che ha messo in rete l’inchiesta su politica e rifiuti in Campania che ha portato alle dimissioni di Roberto De Luca da assessore al Comune di Salerno, e messo in crisi la campagna elettorale dell’altro figlio del governatore, Piero, candidato alla Camera.

“Giornalisti pipì”. Vicienz, come lo chiamano a Salerno, non li sopporta i cronisti, soprattutto quelli che si occupano di lui e del suo sistema di potere. Il giornalismo praticato da Fanpage.it è solo “una vergogna nazionale”. E neppure Marco Travaglio, Milena Gabanelli e Roberto Saviano gli piacciono. Il direttore di questo giornale gli fa venire l’orticaria perché è “un grandissimo sfessato”, “un pipì”, è “scorretto, un imbecille”. Contumelie pronunciate e pure applaudite nel corso di una manifestazione del suo partito, il Pd, nel 2010, e condite da una minaccia. “Aspetto di incontrarlo (Travaglio, ndr) per strada, al buio”. Querelato, De Luca ha perso vedendosi condannare anche al pagamento di una ammenda di mille euro. Non va d’accordo neppure con Milena Gabanelli, che un giorno ebbe la cattiva idea di fare un servizio di Report sulla pizza. Per replicare, il governatore si fece riprendere mentre addentava una “margherita”, da lui per l’occasione ribattezzata pizza “sventurella”, dedicata, ovviamente alla Gabanelli, “signora di sventure”. Contumelie anche per Roberto Saviano, “camorrologo di corte e salotti”, uno che ha bisogno di “inventarsela la camorra anche dove non c’è, altrimenti rimane disoccupato”. Odio e rancore verso i giornalisti “sciammannati, sfessati, iettatori”.

Ce n’è per tutti. Anche per gli avversari politici. Gli attacchi più volgari, con minaccia inclusa, a Rosy Bindi, che da presidente dell’Antimafia ebbe la pessima idea di inserire De Luca in un lungo elenco di impresentabili alle elezioni regionali del 2015. “Una cosa infame, da ucciderla. Ci abbiamo rimesso il 2% dei voti. Un atto di delinquenza politica”, disse a Matrix in un fuorionda poi trasmesso. Ovviamente, anche quello di Matrix fu giudicato “un atto di delinquenza giornalistica”. Ma la maledizione di De Luca non si ferma alla Bindi. I 5stelle? “Che li possano ammazzare tutti”. Di Maio? “Sfaccendato che sbaglia i congiuntivi. Lo cacciarono da steward allo stadio San Paolo perché portava seccia (sfortuna, ndr) e il Napoli perdeva sempre”.

L’elenco di attacchi, volgarità e minacce del “nostro” è sterminato. La definizione di “personagetti” rivolta ai suoi nemici ha fatto la fortuna di Crozza, ma di comico nel linguaggio di De Luca c’è ben poco. Perché queste sono le parole di uno che si accredita come liberale europeo ma è – per dirla con Banfield –, un familista amorale”. Marcello Ravveduto, storico dell’Università di Salerno, conosce bene il deluchismo: “De Luca rappresenta bene la fine del linguaggio politico colto, con le parole e i toni minacciosi si accredita come uomo della strada che ce l’ha fatta ed è ai vertici della politica. È populismo allo stato puro, ma con l’aggravante della doppiezza tipica di chi è stato comunista. Parla di degenerazione della democrazia quando attacca Fanpage.it, ma non parla della ‘sua’ democrazia, quella dove si piazzano figli e fedelissimi”. Ma il tema è anche il Pd, il suo partito. Come reagisce? Risponde lo studioso e saggista Massimo Mantellini, che nel suo blog ha analizzato proprio questo aspetto: “Quando De Luca sogghigna e ripete personaggetto, possono accadere solo due cose: o il Pd ragiona come se De Luca sia altro rispetto a sé, o in alternativa accetta che una certa quota di suoi elettori o simpatizzanti (la parte tragicamente più colta e curiosa) veda cadere a pezzi la propria personale sintonia col partito. Un partito di cafoni che citano Eraclito al quale di sicuro moltissimi, o forse alcuni, non vorranno essere avvicinati”.

Fanghi tossici da far sparire: Gomorra non finisce mai

È una scena di Gomorra dieci anni dopo il film di Matteo Garrone, dieci anni passati invano, mentre la rivoluzione sui rifiuti promessa dal governatore Pd Vincenzo De Luca è ancora al palo, 5 milioni di ecoballe ferme a dispetto dei 400 milioni di euro stanziati da Renzi, e il persistere di emergenze sulle quali si pattuiscono le valigette di tangenti filmate da Fanpage. C’è anche la camorra che stringe accordi per smaltire camion di residui di inchiostro nei Regi Lagni, il reticolo di canali artificiali nel territorio tra Napoli e Caserta, tra le 900 ore di filmati della videoinchiesta Bloody Money su appalti, monnezza e corruzione ora in mano al pm di Napoli, Sergio Amato.

Il direttore della testata web, Francesco Piccinini, si è finto un industriale del Nord ed è andato a discutere con esponenti della criminalità organizzata per risolvere il “problema” degli scarti di produzione. Gli hanno creduto e l’affare era andato in porto: 30.000 euro a camion per il clan. Sarà una delle prossime uscite del reportage a puntate sul marcio nel sistema dei rifiuti. Il direttore di Fanpage come Toni Servillo. Ma dieci anni fa, la Campania era in emergenza rifiuti perenne: discariche chiuse, l’assenza di impianti, le montagne di spazzatura per strada. Dieci anni dopo, a dispetto degli annunci roboanti di De Luca, le cose non vanno benissimo. Più di 5 milioni di ecoballe non sono state smaltite, tre gare sono andate deserte, il ciclo dei rifiuti nel suo complesso si dimostra permeabile alle infiltrazioni della camorra e degli avventurieri alla Nunzio Perrella, l’ex boss pentito che Fanpage ha infiltrato nell’ambiente con la videocamerina nascosta.

Perrella ha avuto gioco facile a infilarsi nel giro perché l’emergenza non è palese, ma esiste ancora in alcuni settori chiave e lascia mano libera agli affidamenti senza gara e ai patti sottobanco. L’esempio è nella puntata di Bloody Money messa in rete ieri, protagonisti il presidente di Sma Biagio Iacolare e il suo mediatore Rory Oliviero, già presidente del consiglio di Ercolano. Due demitiani a godere dei frutti del patto di Marano, l’accordo in extremis del 2015 tra De Mita e De Luca per alleare l’Udc col Pd. La Sma è la società in house della Regione Campania che si occupa di cinque depuratori e dello smaltimento dei fanghi tossici e ieri abbiamo anticipato l’incontro tra Iacolare, Oliviero e Perrella avvenuto il 17 gennaio, il preliminare della successiva pattuizione tra Oliviero e Perrella di una tangente di 50.000 euro.

Iacolare ricorda di essere espressione “di un governo regionale” e di avere “un rapporto diretto con il vicepresidente con la delega all’Ambiente”, il deluchiano Fulvio Bonavitacolta (non indagato), con il quale deve relazionarsi. Perrella fa finta di voler entrare nel business dei fanghi, e poi c’è un regime di emergenza che consente a Sma di non fare gare. Ma di voti da comprare e di mazzette si discute solo nei giorni successivi in un bar di piazza dei Martiri e in assenza di Iacolare. È Oliviero a gestire la trattativa con Perrella, dopo aver avuto “carta bianca” dal presidente Sma. L’uomo è fieramente demitiano. “Io e Biagio siamo i delfini di Ciriaco e Giuseppe De Mita, Biagio lì (in Sma, ndr) ce l’ha messo lui”.

La salute dell’ambiente sembra l’ultima delle preoccupazioni: “Voi ce lo indicate dove smaltite – dice il consigliere comunale – ma a noi non ci interessa proprio”. Interessano le cifre. E i soldi che fluttuano tra i 90 euro a tonnellata del costo reale e gli oltre 200 euro da stabilire a tavolino, il margine della torta. Si ragiona su proroghe per 18/24 mesi e poi scatta la proposta di tangente del fiduciario di Iacolare. “25.000 euro prima che facciamo la lettera di invito e 25.000 euro con l’affidamento, dopo la lettera dobbiamo per forza darti il servizio. Io sono la Sma. Ti fidi di me? Non ci sono limiti”. E poi cosa sono 50.000 euro rispetto ai milioni che ballano? “Una stronzata – dice Oliviero – per stabilire fiducia… dei 25.000 euro non ce ne fotte proprio, è una questione di garbo”.

Il 9 febbraio, Perrella riconvoca Oliviero. “Ti do’ tutti i 50.000 euro subito così ti fai i cazzi tuoi altrimenti mi toccava fare altre tarantelle…”. La valigetta è piena di cartacce. Il pacco è servito. E ieri Iacolare si è dimesso.

 

Pestano un anziano e lo filmano: cinque minori identificati

Hanno aggredito un anziano pestandolo mentre lo riprendevano con un cellulare. Cinque minorenni della provincia di Pistoia sono stati identificati ieri dalla Squadra mobile di Pistoia e sono ritenuti responsabili di aver picchiato un anziano a Casalguidi (Pistoia) e di aver messo in mostra il pestaggio pubblicandone il video sui social network. L’episodio risale al 16 febbraio scorso ma è emerso ieri, dopo la diffusione delle immagini sul web. Uno dei ragazzini individuati ha meno di 14 anni – e non è quindi imputabile – mentre gli altri hanno tra i 14 e i 16 anni. La vicenda è ora al vaglio della procura dei minori di Firenze. All’identificazione dei giovani, a cui la polizia contesta il tentato furto con strappo, la squadra mobile è arrivata dopo essere venuta a conoscenza del video postato su fb. Dalle immagini, come fa sapere la questura, si rileva che il gruppo di adolescenti, dopo aver avvistato l’anziano, claudicante e sorretto da un bastone, ne preparano l’aggressione “tra risa e schiamazzi”, prima di aggredirlo in strada.

Rissa a scuola: 17enne sfregiato con un coltello

Accoltellato al volto e ricoverato in ospedale, dopo una lite scoppiata nei corridoio della scuola. É quanto successo ieri a Giulianova, dove un ragazzo di 17 anni è stato colpito con un coltello da un giovane diciottenne, sembra a seguito dell’ennesimo screzio tra i due, già venuti alle mani in passato. Al suono della campanella, di fronte a uno sgambetto da parte del presunto bullo di 17 anni, l’altro ragazzo ha reagito tirando fuori dallo zainetto un coltellino a serramanico, con il quale ha colpito il rivale alla guancia sinistra, provocandogli una ferita profonda e la rottura di un molare. I due studenti sono iscritti a un istituto professionale di Giulianova e lì è avvenuto lo scontro. Il ferito è stato trasportato all’ospedale di Teramo, mentre l’aggressore è stato ascoltato dai carabinieri in caserma. É denunciato per lesioni personali aggravate e porto abusivo del coltello. In base alle testimonianze raccolte a scuola, sarebbero emersi atteggiamenti di bullismo da parte del 17enne nei confronti degli altri studenti, con il minorenne che in più occasioni avrebbe provocato i suoi compagni di classe per cercare lo scontro fisico.

Mangiacapra, il macho escort che denuncia “la doppia morale di chi predica virtù”

Laureato in Giurisprudenza, Francesco Mangiacapra è un escort napoletano sulla trentina che ha iniziato a prostituirsi quando ha capito questo: “È meglio vendere il corpo, piuttosto che svendere il cervello”.

Come clienti ha avuto magistrati, politici, militari. E soprattutto tanti preti. Di loro ha conosciuto i vizi e le storie spesso inventate per nascondere, durante gli incontri di sesso, la loro vita con indosso la tonaca. Come quelle che andava in giro a raccontare don Luca Morini, il sacerdote di Massa Carrara oggi conosciuto come “don Euro”, che si spacciava per importante magistrato, mangiava in ristoranti di lusso e in cambio di prestazioni sessuali prometteva posti di lavoro, grazie alle sue millantate conoscenze. Una presa in giro verso ragazzi spesso in difficoltà che a Mangiacapra non è andata giù. Così nel 2015 ha segnalato il caso prima alla Curia di Massa. Poi, visto che nulla cambiava negli atteggiamenti di don Euro, ai giornali.

Dopo un servizio delle Iene è partita un’inchiesta della Procura che lo scorso gennaio ha chiesto il rinvio a giudizio di don Euro con l’accusa di aver fatto la bella vita con i soldi delle offerte dei fedeli. E insieme al suo, il rinvio a giudizio del vescovo Giovanni Santucci, accusato tra l’altro per un passaggio di denaro dal conto della Curia a quello del parroco.

Nel frattempo Mangiacapra ha scritto un libro, Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, in cui racconta le storie dei suoi clienti, coprendone il nome. Tra quelle righe erano già descritte anche le abitudini di don Crescenzo Abbate, il parroco della chiesa della Trasfigurazione del Santissimo Salvatore a Succivo, in provincia di Caserta, finito nello scandalo lo scorso dicembre: dopo essere stato ricattato da due giovani per un video hard, li ha denunciati facendo emergere lui stesso i suoi comportamenti non consoni alla vita di un prete. Così è stato sospeso temporaneamente dal vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Peccato che Mangiacapra avesse avvisato sua Eccellenza delle esuberanze di don Crescenzo già nell’aprile del 2016, senza però riuscire a convincerlo a prendere provvedimenti risolutivi.

E ora una nuova iniziativa di Mangiacapra, che ha intenzione di consegnare oggi stesso alla Curia di Napoli un dossier contenente i nomi di circa 50 sacerdoti e dieci seminaristi appartenenti a diocesi del Centro-Sud che conducono una vita sessuale opposta a quella predicata nelle omelie. Con la castità che lascia spazio a frequentazione di locali gay, sesso a pagamento, chat erotiche. Un documento che il Fatto Quotidiano ha potuto vedere, con allegati screenshot di chat e fotografie scambiate attraverso app e social network che definisce “un catalogo di mele marce” redatto “non con l’intento di gettare fango sulla Chiesa ma con quello di contribuire a estirparne il marcio che contaminerebbe tutto quanto c’è di integro”. E di spingere i vertici ecclesiastici a prendere provvedimenti: “Di solito i presuli si svegliano solo quando si montano i casi massmediatici”.

A chiedergli se non lo faccia anche per farsi pubblicità, replica: “La domanda è lecita e non mi offendo se lo pensate. Non lo faccio per fare marchette al libro. Ma per ritrovare la dignità che la prostituzione ti toglie. Per ritrovarla di fronte a quelle persone che ogni domenica puntano il dito dal pulpito contro le libertà sessuali di cui loro stessi usufruiscono, grazie anche al lavoro di persone come me”.

Per questo dice di denunciare l’ipocrisia della Chiesa: “I comportamenti dei preti segnalati sono in molti casi frutto dell’impunità a cui gli stessi vertici delle diocesi li hanno abituati: quella ingiusta tolleranza che alimenta l’idea di poter continuare a separare ciò che si esercita da ciò che si esprime, come è tipico di chi ha una doppia morale schizofrenica”.

“Sotto quel saio sei nudo?” Le chat segrete dei preti gay

Nel suo profilo Facebook si presenta come prete ortodosso. “Sotto il saio sei nudo?”, chiede a un certo punto della chat. “Noooo, fa freddo”, risponde il frate cappuccino. “In estate?”, insiste il primo. “Pantaloncini”, la replica. “Pensavo senza mutande”. E siamo ancora alle battute più caste del dialogo, perché un po’ più in là arriva lo scambio di foto delle parti intime e la proposta di un incontro a tre. Meglio in un eremo nella foresta, spiega il cappuccino: “Le chiavi le ho solo io”. Sono conversazioni che rischiano di fare tremare diverse diocesi, quelle contenute nel dossier che Francesco Mangiacapra, l’escort napoletano che in passato ha denunciato il caso di “Don Euro” (vedi articolo qui sotto), ha intenzione di consegnare oggi alla Curia di Napoli chiedendo che ne informi anche le altre curie interessate. Oltre mille screenshot di chat su Facebook, Whatsapp, Telegram e immagini prese da Grindr, il social network utilizzato per incontri gay, raccolte negli ultimi mesi da Mangiacapra o da alcune sue fonti che hanno avuto a che fare con quella che definisce “una lobby gay” all’interno della Chiesa. Il tutto allegato a un elenco di oltre 50 tra preti, appartenenti a ordini religiosi e seminaristi, che secondo Mangiacapra portano avanti una vita sessualmente dissoluta. Non solo le chat erotiche, ma anche sesso a pagamento, frequentazioni di locali per omosessuali, incontri di gruppo, a volte in canonica.

C’è per esempio monsignor F. (riportiamo solo le iniziali per proteggere la privacy delle persone citate nel dossier) che, secondo quanto si legge nel documento, si spaccia per un facoltoso diplomatico, viaggia con un autista privato e incontra ragazzi gay conosciuti in chat proponendo contratti di lavoro come autista o ricaricando la loro carta Postepay. Oppure don M., parroco di un paesino della Basilicata, che ha diversi profili su Grindr e il sabato sera sale in auto per raggiungere la Calabria, dove frequenta discoteche gay ubriacandosi e facendo sesso anche non protetto con sconosciuti.

Ne esce l’immagine di una Chiesa dalla doppia morale. Quella predicata, che vede il sesso come un peccato e l’omosessualità da bandire. E quella della vita vissuta da diversi suoi ministri, con il sesso come abitudine quasi quotidiana. Da condividere spesso con altri uomini di Chiesa. E i social network a fare da occasioni di incontro, prima virtuali e poi reali. A volte senza prendere nemmeno troppe informazioni sull’identità dell’interlocutore, visto che bastano poche battute per passare dal “grazie” per l’amicizia concessa su Facebook al “cosa mi fai vedere?”. E poi via con le foto o il collegamento video in diretta grazie alla cam. Magari per masturbarsi insieme, come in una chat in cui R., un seminarista che vive a Roma, si riprende sdraiato a letto. E sullo sfondo ha un comò con sopra una croce e una statua della Madonna. Sacro e profano vanno spesso insieme, tanto che anche la Messa può essere un momento per far ballare l’occhio e, magari, cogliere un’occasione. Ecco alcuni dei dialoghi scelti tra i meno spinti.

Il confine tra sacro
e profano

Lo stesso Mangiacapra è online con don M.

Mangiacapra: Un prete bono davanti a te seduto. Vicino a quello di colore.

Don M.: Ah ce ne stavano un paio. Uno mi guardava parecchio.

M.: E sì un paio. Davvero? Chi era?

Don M.: Era davanti a me un attimo a destra.

M.: Booo. Quello vicino al nero sta su fb (…)

Don M.: Lui mi ha fatto occhiolino al segno di pace.

M.: Mmmmmmm. Bono.

Agli esercizi
spirituali

Il tempo per una chat spesso si trova anche nei momenti di meditazione e preghiera. Come nel caso di M., che frequenta un seminario in Puglia, e di un ragazzo iscritto in un altro seminario.

Altro seminarista: E la sega? Quando la facciamo?

M.: Ora sono agli esercizi spirituali.

A.: E beh.

M.: Non posso.

A.: E quando?

M.: Poi vediamo un po’.

Oppure ecco il dialogo subito dopo uno scambio di foto tra don G., parroco in provincia di Matera che secondo il dossier ha la passione per i festini, e un seminarista della zona con cui aveva una relazione.

Don G. (dopo avere inviato una foto): Visto che bel regalo?

Seminarista: Il più bello. Mmmmm.

Don G.: Ci vorrebbe dal vivo.

S.: Ci vorrebbe proprio.

Don G.: Eh, se fossi solo. Ma un altro po’ di pazienza. Poi io avrò la stanza ai piani superiori, quindi puoi venire quando vuoi.

S.: Mmmmmmm. Siiiii.

Don G.: Per oggi non so come fare. Se vieni all’incontro col vescovo…

S.: Ma so’ agli esercizi.

Incontri
a tre

A volte don G. organizza incontri di gruppo. “Ho delle novità – dice al seminarista in una chat riportata nel dossier –. Giovedì pomeriggio te ne vieni con me per un’ordinazione diaconale e poi ce ne andiamo da amico prete cazzuto e porco lì vicino. E rientriamo la mattina in ora per la messa”.

Ed eccolo in un’altra conversazione.

Don G.: L’ultima volta davi segnali di piacere… mi facevi impazzire.

S.: Siiiiii.

Don G.: V. voleva scopare lunedì. Ma io sono impegnato.

S.: Lunedì. E dai rimanda.

Don G.: C’è festa in oratorio.

C’è anche spazio per dare qualche consiglio su come evitare che le tresche vengano scoperte, come quando don G. avverte: “So che in quella diocesi ci sono alcuni preti ‘pericolosi’, cioè che si sa in giro che scopano e sono ricchioni. Bisogna essere sempre prudenti”.

Di sesso si parla tra una funzione religiosa e l’altra. Don C., parroco in un paese di meno di 2000 abitanti in Calabria, è in chat con un seminarista.

Don C.: Tu hai Skype?

Seminarista: Sì.

Don C.: Se vuoi ci facciamo sega in cam che poi devo scappare che ho un funerale.

S.: Adesso?

Don C.: Sì tra 5 minuti.

S.: Ok.

Meglio nell’eremo che in convento

Padre E. è frate cappuccino in un convento in Puglia. La chat con l’interlocutore che si presenta come sacerdote di una piccola Chiesa ortodossa era iniziata con la curiosità su cosa ci sia sotto il saio del frate. Quando il prete ortodosso invia una sua foto con pene in erezione, padre E. chiede: “Quando?”.

Altro: Stamattina.

Padre E.: Intendevo quando posso scoparti.

A.: Vieni al mio paese?

Padre E.: Potrei oppure vieni tu. (…) Vieni facciamo a tre ti va?

A.: Dove scopi?

Padre E.: Abbiamo una struttura privata.

A.: Dove?

Padre E.: Un eremo nella foresta.

A.: Ah ok. Scopi pure nel convento?

Padre E.: Se non c’è nessuno. Tu sei passivo?

A.: V (versatile, ndr).

Padre E.: Ti andrebbe a tre?

A.: Certo. Chi sarebbe il terzo? Hai foto?

Padre E.: Un altro frate.

A.: Lui è passivo?

Padre E.: Vers (versatile, ndr). Ma lo vuole soprattutto.

Tra una preghiera
e l’altra

Don A. è parroco vicino a Urbino. Anche lui non disdegna le conversazioni in chat, come in questa con un seminarista.

Don A.: Vieni a trovarmi.

Seminarista: Dove?

Don A.: Da me.

S.: E che facciamo?

Don A.: Preghiamo un po’.

S.: Sì?

Don A.: Non vuoi?

S.: Solo pregare?

Don A.: No.

S.: Poi?

Don A.: Si vedrà

S.: Cioè?

Don A.: Quello che ti va. Tutto.

E come nelle migliori chat erotiche non mancano i giochi di parole, le allusioni. Come quelle di Don F., responsabile di una parrocchia nell’arcidiocesi di Salerno, che stuzzica il suo interlocutore: “Un bicchiere di vino, magari qualcosa di dolce”.

Altro: Una banana magari o no?

Don F.: Un babbà.

A.: Con crema bianca.

L’Italia a testa in giù

Per capire come vanno le cose nel Paese di Sottosopra, bisogna mettersi a testa in giù e guardare su. Altrimenti si rischia di impazzire. Indovinate: chi attacca il sito Fanpage che ha scoperchiato lo scandalo delle tangenti sulla monnezza in Campania? La Repubblica, un tempo paladina del giornalismo investigativo e ora angosciata dai misteriosi “fini poco limpidi” dell’inchiesta e dall’uso di un ex pentito della camorra per offrire mazzette a politici e funzionari. E non invece dal fatto che questi, anziché metterlo alla porta a calci, gli abbiano spalancato le porte. Intanto, siccome i fini sono poco limpidi, si dimettono tutti.

Sapete perché il Csm sta “processando” il pm Henry John Woodcock? Per non aver indagato subito Filippo Vannoni, il consulente di Renzi sospettato di essere una delle talpe dell’inchiesta Consip insieme a Lotti, Del Sette e Saltalamacchia. Avete capito bene: accusato per vent’anni di indagare troppa gente, ora Woodcock deve rispondere di non aver indagato qualcuno. Ma di averlo sentito come testimone. E di avergli ricordato che i testi devono dire la verità, sennò rischiano l’arresto. Lo dice la legge, lo fanno tutti i pm, ma Woodcock non può. Fra l’altro, che Woodcock abbia minacciato di spedire Vannoni in vacanza a Poggioreale lo dice Vannoni, ora indagato a Roma per favoreggiamento e pure per falsa testimonianza. E il Pg della Cassazione a chi crede, fra un pm irreprensibile e un indagato perché bugiardo? Al secondo. E perché i pm romani che non indagarono Renzi e De Benedetti dopo la denuncia Consob per l’insider trading sul decreto banche popolari non finiscono al Csm? Boh.

Ricordate l’inchiesta su Virginia Raggi, accusata di abuso d’ufficio per la nomina del dirigente Salvatore Romeo a capo della sua segreteria, nomina avallata dall’Avvocatura capitolina e dell’Anac? Per capire come mai la Raggi avesse scelto come segretario proprio Romeo e non, per dire, il Canaro della Magliana, la Procura di Roma fa accertamenti patrimoniali su Romeo e scopre che ha investito i suoi risparmi in una dozzina di polizze vita, indicando come beneficiari in caso di sua morte una decina di conoscenti, fra cui la Raggi. Nessuno di questi, a parte l’ex fidanzata, ne sa nulla. La sindaca viene torchiata per 8 ore, manco fosse Totò Riina. L’indomani la Procura precisa che la Raggi non sapeva nulla della polizze, che peraltro “non costituiscono fatto penalmente rilevante in quanto non emerge un’utilità corruttiva”. Ma intanto Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Giornale e Libero lavorano di fantasia.

Repubblica paragona il caso a Tangentopoli (“mesto déjà vu di una stagione lontana, quella della Milano di Mani Pulite”) e La Stampa a House of cards (dove Frank Underwood commette tre omicidi per diventare presidente). E giù piccanti allusioni all’intensissima attività sentimentale della Messalina del Campidoglio. Romeo, secondo Repubblica, ha un “legame privato, privatissimo con la Raggi, in pieno conflitto d’interesse”, anche se “quelle polizze potrebbero avere un’origine non privata, ma politica… una ‘fiche’ puntata su una delle anime del M5S romano, quella ‘nero fumo’” perché Romeo sarebbe un uomo della “destra” romana, anche se “peraltro nato a sinistra” (testuale). Un “figuro” seduto a “un tavolo di bari”. Libero sintetizza il tutto con un elegante titolo di prima pagina: “La patata bollente”. L’assessore Paolo Berdini esce di testa e confida a un cronista de La Stampa: “Questi erano amanti”. E i suoi deliri finiscono in prima pagina, con tanti saluti alla privacy, senza uno straccio di prova. Repubblica insiste sui “tesoretti segreti e ricatti” nascosti nelle polizze per “garantire un serbatoio di voti a destra” ai 5Stelle. Anche il Messaggero la sa lunga: “Spunta la pista dei fondi elettorali”, “l’ombra dei voti comprati”. “La pista che porta alla compravendita di voti”, conferma il Corriere: “Il sospetto di finanziamenti occulti al M5S”. La Stampa evoca “l’accusa di corruzione”, che è “vicina”. Poi i giornaloni “garantisti”, dando per scontato che sia colpevole, scrivono che la Raggi sta trattando con i pm per confessare e “patteggiare”, sprofondata nell’“abisso giudiziario e politico” (Repubblica). Anzi “La Raggi teme l’arresto” (il Giornale).

Poi la Procura chiede di archiviare sia la “corrotta” sia il “figuro”: secondo i pm, la nomina era illegittima, ma mancava il dolo, cioè l’intenzione di commettere il reato. Ora il gip Annalisa Marzano ha archiviato tutto, ma ha stabilito che la nomina era perfettamente legittima, come peraltro era evidente fin dall’inizio: bastava leggere il Tuel (testo unico enti locali) e il via libera di Raffaele Cantone che “il sindaco, nella trasparenza del suo operato, interpellava”. Di qui “l’inconsistenza delle accuse mosse al sindaco Raggi che, con la nomina di Romeo, si era mossa lungo il solco già tracciato dai precedenti orientamenti dell’amministrazione capitolina… nel genuino convincimento di non violare alcun dettato normativo”. Non solo: “francamente appare stravagante e probatoriamente inconsistente conferire valenza illecita alle tre polizze… Niente di più vero che Virginia Raggi non fosse neanche a conoscenza dell’esistenza delle tre polizze”. Dunque l’inchiesta è archiviata “per infondatezza della notizia di reato”. Qualcuno chiede scusa alla “corrotta” e al “figuro”? No, anzi. Sul sito di Repubblica la cronista Giovanna Vitale, visibilmente contrariata, spiega che “in realtà l’iter della delibera mostra diversi gradi di opacità della sindaca”. Ecco: il giudice sentenzia che la Raggi è “trasparente”, ma la Cassazione di Repubblica stabilisce che è “opaca”. Coraggio, ragazzi, la campagna elettorale è quasi finita.

Corbellati Missile, la hypercar da 500 km/h

Il mondo dell’auto e quello dei grandi colossi high-tech qualcosa in comune ce l’hanno e, dunque, la smania di “travaso” da una parte all’altra per certi versi si può capire. Ma a meno di considerare certe macchine come oggetti preziosi (e magari lo sono pure), le quattro ruote e la gioielleria da spartire hanno poco o niente.

Eppure un’azienda familiare italiana che da 70 anni si occupa di gioielli, la Corbellati, all’ormai prossimo salone di Ginevra (8-18 marzo) presenterà il prototipo di auto più rapida del mondo: motore V8 9.0 biturbo fornito dall’americana Mercury Racing, una potenza monstre di 1.800 cavalli, 2.350 Newtonmetri di coppia e una velocità di punta che toccherà i 500 chilometri orari, almeno stando alle anticipazioni. Un record che la famiglia di Sanremo, dove ancora gestisce una gioielleria storica, vuole conquistare l’anno prossimo sul lago salato di Bonneville, nello Utah. Perché sarebbe un ottimo biglietto da visita, dal momento che stiamo pur sempre parlando di un marchio semisconosciuto, nei confronti di quella futura e selezionatissima clientela a cui chiedere due milioni di euro: tale sarà più o meno il prezzo di listino della hypercar in questione, a cui giustamente è stato dato il nome di Missile. E che verrà prodotta al ritmo di dieci esemplari all’anno, anche se il numero esatto dipenderà dagli ordini, sull’isola di Tenerife: luogo senza dubbio più adatto alle vacanze che all’industria, ma la sede della Corbellati è proprio lì. L’auto più veloce del mondo, dunque, sarà prodotta da un’azienda di gioielli e costruita dove la frenesia non sanno neanche cosa sia. Niente male.