Non ci si improvvisa fabbricanti di sogni

Sebbene svariati designer, in tutte le epoche, ci abbiano messo del loro per smentire questa affermazione, l’auto non è un elettrodomestico. Neanche quella elettrica, per quanto ci si affretti a considerarla tale. Decenni di progresso tecnologico in campo automobilistico hanno insegnato che la componente meccanica è importante come quella, per così dire, elettrico-digitale. Non basta, insomma, disporre di una batteria affidabile, capiente, che garantisca grandi autonomie d’esercizio, per poter costruire dal niente un’auto con la spina.

Con tutto il rispetto per chi come James Dyson, le cui aspirazioni sono ben spiegate nel pezzo di fianco, ha fiutato il business e ci si vuole buttare a capofitto. E che magari ci smentirà arruolando schiere di ingegneri specializzati e facendo il miracolo di andare oltre il suoi (peraltro ottimi, dicono) elettrodomestici. Che non ci si improvvisi costruttori di automobili, lo hanno capito anche giganti come Google e Apple: dopo una partenza in quinta verso l’El Dorado dei veicoli autopilotati da realizzare in casa chiavi in mano, anche loro hanno realizzato che forse è più consigliabile rimanere nel proprio ambito e pensare solo a software e sistemi di guida autonoma. Non perché non riescano a sostenere investimenti onerosi, ma semplicemente perché si guadagna di più (e si rischia di meno) sviluppando e vendendo tecnologie. Da fornitori privilegiati, se vogliamo. Una scelta di cui sarebbe un errore sottovalutare il significato.

Aspirapolvere e auto. Tutti costruttori, anche Dyson

Mentre i costruttori di auto si scervellano per mettere a punto l’autopilota, gli aspirapolvere a guida autonoma esistono da anni: puliscono i pavimenti senza urtare mobili o pareti e, a lavoro finito, da soli, tornano a ricaricarsi alla presa elettrica. Un’indipendenza dall’uomo che aspirano, in senso morale s’intende, a raggiungere pure le vetture di domani. Forse sono queste premesse che stanno spingendo la Dyson, nota società inglese di elettrodomestici, ad allargare il suo business all’automotive: la volontà è di investire 2,25 miliardi di euro per produrre tre modelli a emissioni zero, di cui il primo nel giro di due o tre anni.

L’azienda punta sulla tecnologia delle batterie allo “stato solido”, con maggiore autonomia e ridottissimi tempi di ricarica (la stanno studiando pure Toyota, Hyundai e Volkswagen), per concorrere con i carmakers tradizionali. Anche se le prime Dyson con luci e targa avranno i comuni accumulatori a litio: le due migliaia di vetture sfornate inizialmente serviranno a definire la clientela, a integrarsi al meglio coi fornitori di componentistica e al perfezionamento produttivo. Il target a lungo termine è fare numeri di massa: un progetto su cui lavorano 400 esperti, in parte provenienti dal mondo delle quattro ruote.

C’è poi anche da stabilire un sito di fabbricazione: si scommette su Singapore, Malesia e Cina.

Il piano è apparentemente brillante ma ricorda da vicino quello di Tesla, il fascinoso marchio del vulcanico Elon Musk che prova a generare utili da 15 anni ma che, fino a oggi, ha bruciato diversi miliardi: e proprio con la Model 3, il modello “economico” (35mila dollari in Usa), Tesla sta accumulando debiti e ritardi a causa di una capacità manifatturiera ancora acerba. Senza contare la necessità di mettere in piedi reti di vendita e assistenza all’altezza delle aspettative nonché, per chi è sensibile al tema, maturare il cosiddetto blasone di marca: tutte cose che richiedono anni.

In fin dei conti l’industria dell’automobile rimane altamente concorrenziale e con risicati margini di guadagno: è difficile improvvisarvisi, anche se si possiedono le tecnologie giuste. Lo hanno capito pure giganti come Apple e Google, rettificando le loro ambizioni automobilistiche, come spiegato in questa pagina. Inoltre, con la corsa all’elettrificazione (innescata dallo scandalo emissioni diesel), il settore è anche alle prese con le prospettive commerciali del futuro, quando il concetto di auto di proprietà potrebbe essere superato da quello di auto condivisa. Svolta che sta già costringendo i costruttori a reinventare il loro modo di fare affari.

The Fratellis: Daltrey ci aveva visto molto lungo

Tempo fa, Roger Daltrey degli Who, in occasione di un concerto di beneficenza, presentando la band scozzese The Fratellis esagerò dicendo: “Se la Scozia avesse mai prodotto gli Who si sarebbero chiamati The Fratellis!”. Inutile dire che i tre ragazzi di Glasgow rimasero sbalorditi, nonostante avessero appena conquistato con il loro disco d’esordio Costello Music, il titolo di “Miglior band britannica emergente” e un Brit Award. Senza dimenticare che il ritornello di Chelsea Dagger, è ancora oggi uno dei cori più cantati negli stadi di calcio. Ma rispetto agli Who ne hanno ancora molta di strada da fare…
Ora, a oltre 10 anni dal loro esordio, i Fratellis tornano sulle scene con un nuovo album, in uscita il 16 marzo, intitolato In your own sweet time. Undici brani caratterizzati da una spavalderia glam-rock, melodie da music-hall e testi caratterizzati da black humor. Da ascoltare: Stand Up Tragedy (con voci in falsetto e rimandi a Sympathy for the devil con i suoi “ooh ooh”), The next time we wed e Told you so.

Fresu e Devil Quartet colgono l’Italian style

Paolo Fresu, Bebo Ferra, Paolino Dalla Porta e Stefano Bagnoli – il “Devil Quartet” – sorprendono ancora proponendo il gruppo sostanzialmente più “elettrico” del jazz italiano in versione completamente acustica.

Ribaltando canoni e punto di vista con Carpe Diem, la “buona invenzione dell’Italian Style” – come li definì Vittorio Franchini anni fa – trova nelle composizioni dell’universo sonoro popolare nuovi spazi da esplorare. Al centro del nuovo album c’è, infatti, il gusto tutto italiano per la melodia, per sonorità capaci di trasformarsi velocemente in canzone senza doversi per questo affidare alle parole. Del vivere e fare jazz resta la libertà di guardarsi attorno con mente aperta. E, soprattutto, di attingere senza limitazioni alle esperienze individuali per riscoprire, insieme, il piacere di fare musica. “Abbiamo voluto lasciare quale aiuto alla comprensione – scrivono i “Devil” presentandosi – una parte dell’azzeccato titolo di Franchini ma sappiamo che non è bene “dormire sugli allori”, quindi dopo un’alba “elettrica” e aver attraversato i territori della musica del nostro tempo, eccoci pronti a dare un nuovo senso alla musica melangè, per dirla con Fresu”. Nasce così Carpe Diem, frammenti di un racconto (14 composizioni) che spaziando a tutto campo nell’immaginario musicale collettivo regala nuovi colori a emozioni senza tempo. In apertura Medley (Home, Carpe Diem), poi In Minore, Enero, Dum Loquimur Fugerit Invida Aetas e Lines che aprono la strada a “canzoni” capaci raccontarsi senza bisogno di parole: Secret Love, Ballata per Rimbaud, Ottobre, Un Tema per Roma e Human Requiem. Con Quam Minimum Credula Postero l’incontro diventa festa.

Giocosità in vista dell’omaggio a chi è ha creato capolavori della musica leggera italiana, da Mina a Celentano, senza negarsi l’incontro con Chet Baker, Giulio Libano. A chiudere un’ironica rilettura di Un posto al sole, sigla dell’omonima soap, e le radici jazz trionfano fedeli alle parole di Orazio, “Chi passa i mari muta il cielo, non l’anima”. E già si guarda al futuro.

“Suoniamo per non doverci turare il naso”

Il male minore è il male oscuro degli italiani. E gli A67 ce lo raccontano nel loro ultimo singolo dal titolo, appunto, il Male minore, feat d’eccezione Caparezza. Il brano melodicamente scorretto e politicamente ballabile, è prodotto dall’etichetta iMusic e distribuito sulle piattaforme digitali da Universal.

La band di Scampia torna sulla scena musicale con graffiante ironia e un suono internazionale grazie alla produzione artistica di Gigi Canu dei Planet Funk. Caparezza è co-protagonista anche del videoclip, regia di Cosimo Alemà. Nelle immagini, parte della band lancia di tutto al frontman Daniele Sanzone. Latte bianchissimo che viaggia al rallentatore, vernici gialle, ketchup, farina. E in tanto imbrattare: qual è il male minore? “Anche nella produzione del video, ci piaceva l’idea – spiega la band – di scherzare sul fatalismo degli italiani che continuamente ci porta a scegliere per il male minore e quindi a sopportare le peggiori ingiustizie. Un male che alla fine cronicizzandosi è finito per diventare il vero cancro di questo paese”. Daniele Sanzone, musicista, scrittore e collaboratore del Fatto, veste i panni del provocatore e si pone una serie di domande. “Il fatalismo ci ha portato ad accettare di tutto, anche l’impossibile. Pur di non ribellarci, di non scendere in piazza. Siamo fatti così, ci turiamo il naso e andiamo avanti, sempre comodamente seduti sulle nostre poltrone”. Stesso atteggiamento per le prossime elezioni? Voto utile? Daniele se la ride. “Troppo bello, il concetto di male minore è trasversale. Se uno è di destra, che fa sceglie Salvini o Berlusconi, e se è di sinistra il Pd o Potere al popolo? Se sono un chiattone e faccio la dieta, quando prendo il caffè metto lo zucchero di canna? Non è dolce come quello bianco e raffinato, ma è il male minore. Viviamo di alibi, quelli che ci fanno comodo e ci consentono di non scegliere”. “…ho le vertigini roller coaster. Abituati al meno peggio il naso ce lo siamo turati in almeno un seggio, ma il mondo resta fermo, snapshot, ci siamo spesi tutto nell’illusione del jackpot…”. È una parte del brano. Tutto scritto rigorosamente in italiano. Un linguaggio nuovo per gli A67. “Per noi – risponde Daniele – e per me, che vengo da Scampia, l’italiano è una lingua nuova. Anche l’album che uscirà prima dell’estate, tranne due canzoni, è tutto in italiano. Musicalmente e a livello di sound di napoletano è rimasta la rabbia, come nei primi album, ma è più matura, consapevole, più forte”.

Nel video Daniele Sanzone indossa due t-shirt, una bianca ma solo per pochi attimi (i suoi colleghi di band provvederanno a renderla di mille colori), e una nera con l’effigie di James Senese. Perché? “Perché James è il faro, la sintesi di quello che vorremmo fare noi. Perché è uno capace di mettere insieme il Mississippi e Mergellina e farli uscire dal suo sax”. E qual è il contrario del male minore? “Il bene maggiore, ad esempio Caparezza che considero il migliore rapper italiano, ma soprattutto un uomo generoso. Che ha ballato e cantato con noi anche nel video”.

Il massacro di Utoya in un piano sequenza

Il film che non avremmo mai voluto vedere (nella realtà) è approdato ieri in concorso. Utøya 22 July porta nel suo titolo l’eloquenza di una strage indimenticabile eppure – paradossalmente – non abbastanza ricordata. Il regista norvegese Erik Poppe ha infatti ritenuto urgente e necessario realizzarlo alla luce di due fattori inquietanti: “La crescente ondata di estrema destra dilagante in Europa e le discussioni avvenute nel mio Paese su dove collocare i monumenti ‘memoriali’ sia della bomba di Oslo che del massacro dei giovani a Utøya. Un dibattito surreale che ha surclassato la memoria e il rispetto delle vittime, delle loro famiglie e dei sopravvissuti alle tragedie del 2011”. L’ex fotografo e ora cineasta Poppe si è armato di coraggio e ha ripercorso i dettagli spazio-temporali dell’attentato operato da Anders Breivik, intervistando ogni sopravvissuto nella speranza di elaborare un film che desse la miglior giustizia possibile a chi l’ha subìto.

E tra le opzioni possibili, Poppe ha scelto la più complessa tecnicamente ma di certo la più adatta a mantenere alta la tensione: il suo film infatti è un unico pianosequenza di 72’, ovvero la durata precisa del massacro dei giovani laburisti riuniti sull’isola, 69 dei quali persero la vita in quel maledetto pomeriggio di luglio. Iniziando con un prologo con scene d’archivio sull’attentato di poco precedente, quello di Oslo, Utøya 22 July conduce lo spettatore nel punto di osservazione della giovane Kaja che, mentre tenta di proteggersi dagli spari, non smette di cercare la sorella minore Emilie fra le tende del campo. Poppe ha girato nei luoghi indicati dai testimoni per cinque giorni. I sopravvissuti e le famiglie delle vittime sono stati i primi a visionare il film, e Dieter Kosslick ha deciso di farlo concorrere per l’Orso d’oro.

“Sono stanca del killer che tortura e abusa sempre delle solite donne”

“Quando mia figlia compì due anni, un amico le regalò un secchiello di gessetti colorati. Passammo tutto il pomeriggio a disegnare pupazzi sul vialetto di casa. Più tardi, quella stessa notte, sono uscita e quei disegni, avvolti nel buio, erano sinistri e inquietanti. Ecco la scintilla che aspettavo”. Sì, talvolta le storie nascono da sole. O forse erano sempre lì, in attesa che ci accorgessimo di loro, risvegliando i nostri incubi. Così è accaduto alla scrittrice inglese under 40, C. J. Tudor che ne L’Uomo di gesso, venduto in 25 paesi richiama le atmosfere di Stand by me e Stranger Things. La nostalgia per i giochi in sella alla bici incontra il terrore che quegli incubi possano avverarsi. La voce narrante è Eddie Munster, un ragazzo imbranato di una tipica cittadina inglese. Fa parte di una banda di amici spensierati finché la morte piomba tra loro, contaminandone il candore. Trent’anni dopo, Tudor racconta quei ragazzi ormai adulti, costretti a fare i conti con qualcuno che continua a giocare con loro, usando il linguaggio segreto dei gessetti e il cadavere di una ragazza decapitata.

Crede che esista un lato oscuro nell’infanzia?

Senza dubbio. I bambini possono essere incredibilmente crudeli e sadici. Ci siamo già dimenticati del bullo che ce la faceva fare sotto o di quello che strappava le zampette agli insetti? Spesso non riescono ad aprirsi con gli adulti e stanno ancora decidendo i confini fra bene e male. I bambini e gli adolescenti vivono in uno strano mondo parallelo, sono attratti dalle cose oscure, desiderano ardentemente andare nei boschi e trovare qualcosa di spaventoso. Gli adolescenti perdono il velo dell’innocenza e non sempre gli adulti meritano fiducia.

Dica la verità, lei aveva una banda?

Ovviamente. Ed eravamo dei ragazzacci, sempre in sella alla bici. La scena dei bulli che si prendono a sassate con i ragazzi fra sangue e insulti? L’ho vissuta sulla mia pelle. Per fortuna noi non abbiamo trovato un cadavere nel bosco!

Come si perde il candore?

Un po’ alla volta se hai fortuna. Una parte di te vuole ancora credere nella magia di Babbo Natale ma l’adolescenza è momento molto confuso e in più devi fare i conti con i tuoi ormoni scatenati. Inoltre, molte persone non realizzano i propri sogni e non lo accettano e in queste pagine la fine del candore innesca le delusioni dell’età adulta.

Un poco alla volta ci rendiamo conto che Eddie è un narratore inaffidabile…

Ma le persone nella vita reale sono così, non ti dicono tutto. Usiamo i social media per presentarci come vorremmo essere ma ognuno di noi ha dei segreti. Alcuni sono inconfessabili.

In Inghilterra è nato lo Staunch Book Prize: ammette solo libri in cui nessuna donna viene uccisa. Che ne pensa?

Capisco il segnale ma sono perplessa. Tuttavia non ho interesse nel leggere l’ennesimo serial killer contorto capace di escogitare metodi ancora più depravati per torturare e abusare delle sue – prevalentemente – vittime femminili. Mi sento a disagio.

Auspica una censura nel genere crime?

Non servirebbe. Scrittori e produttori hanno una responsabilità individuale delle proprie scelte creative. Del resto puoi rendere un libro spaventoso e intrigante senza ricorrere a scene truculente. Anzi, troppa violenza penso denoti una mancanza di immaginazione.

L’alternativa?

Lasciare che sia l’immaginazione del lettore a dar vita al libro può fare molta più paura. Si fidi.

“Da questa tragedia credevo potessero salvarmi le parole”

Da oggi in libreria “Resto qui” di Marco Balzano: storia di una madre che alla ferita collettiva di aver visto spazzato via il proprio paese, Curon, dall’acqua e i nomi sulle lapidi cancellati da Mussolini, somma il suo personale dolore. Sua figlia è scomparsa e di lei si sono perse le tracce. A questa tragedia Trina prova a opporre la forza del racconto: finché alla sua porta non bussa la guerra. Pubblichiamo di seguito l’incipit del libro.

Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro. Saprei descriverti nei minimi particolari. Anzi, certe mattine che la neve è alta e la casa è avvolta da un silenzio che mozza il respiro mi vengono in mente nuovi dettagli.

Qualche settimana fa mi sono ricordata di un piccolo neo che avevi sulla spalla e che quando ti facevo il bagno nella tinozza mi indicavi sempre. Ti ossessionava. O quel boccolo dietro l’orecchio, l’unico in quei capelli color miele.

Le poche fotografie che conservo le tiro fuori con prudenza, col tempo si diventa di lacrima facile. E io odio piangere. Odio piangere perché è da idioti, e perché non mi consola. Mi fa solo sentire spossata, senza più voglia di mandare giù un boccone o di infilarmi la camicia da notte prima di andare a dormire. Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie.

Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre. In tutti questi anni mi sono sempre immaginata come una buona madre. Sicura, brillante, amichevole… aggettivi che non mi calzano proprio. In paese mi chiamano ancora signora maestra, ma mi salutano da lontano. Sanno che non sono un tipo affabile. A volte mi torna in mente il gioco che facevo fare ai bambini di prima elementare. “Disegnate l’animale che vi assomiglia di piú”. Adesso disegnerei una tartaruga con la testa nel guscio. Mi piace pensare che non sarei stata una madre invadente. Non ti avrei chiesto, come ha sempre fatto la mia, chi era questo o quell’altro, se gli davi retta o se ti ci volevi fidanzare. Ma forse è un’altra delle storie che mi racconto e se ti avessi avuta qui ti avrei tempestata di domande, guardandoti di sghimbescio a ogni risposta evasiva.

Piú passano gli anni e meno ci si sente migliori dei genitori. Se faccio paragoni adesso, poi, sono in netto svantaggio. Tua nonna era spigolosa e severa, aveva le idee chiare su tutto, distingueva facilmente il bianco dal nero e non si faceva problemi a tagliare con l’accetta.

Io invece mi sono persa in una scala di grigi. Secondo lei era colpa dello studio. Considerava chiunque fosse istruito una persona inutilmente difficile. Uno scioperato, un saccente, uno che sta a spaccare il capello in quattro. Io invece credevo che il sapere piú grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

 

Il partigiano Bisagno, Gesù con il fucile a tracolla

Da oggi in libreria “Uccidete il comandante bianco” il nuovo libro di Giampaolo Pansa, che narra la storia del partigiano cattolico Aldo Gastaldi, più noto come Bisagno, chiamato così nei venti mesi di guerriglia tra il 1943 e il 1945. Pubblichiamo uno stralcio della prefazione.

Aldo Gastaldi, detto “Bisagno”, era nato a Genova nel settembre 1921, primo di cinque figli di una famiglia come tante. Riuscì a diventare un perito industriale e aveva trovato da poco un lavoro all’Ansaldo quando venne chiamato alle armi. Sembrava uno dei molti allievi della Scuola ufficiali del Genio a Pavia. Dimostrò invece di essere più capace degli altri e infatti risultò il terzo su settecento iscritti al corso.

Aveva anche una bella figura slanciata, da ventenne aitante, di una robustezza asciutta, capace di sopportare bene la fatica, ed era dotato di una straordinaria attitudine al comando. Tuttavia era il carattere a distinguerlo. Generoso, altruista, consapevole dei doveri che spettano a chi guida un reparto di ribelli. A differenza di molti giovani che si dichiaravano comunisti, lui non aveva una fede politica precisa. Ma era un cattolico convinto e di grande rigore. Cercava di vivere secondo un codice dai canoni imperativi: l’onestà personale, la moralità privata, la castità, il rifiuto della menzogna, a cominciare da quella insita nell’ideologia comunista che si riteneva superiore a tutte le altre.

L’armistizio dell’8 settembre 1943 lo sorprese a Chiavari da sottotenente del Genio. Non ebbe esitazioni. Si liberò della divisa, raccolse un po’ di armi tra quelle gettate dai militari in fuga e salì a Cichero, una frazione di San Colombano Certenoli, nell’entroterra chiavarese. La sua vita partigiana cominciò lì, in un casone malandato, con un pugno di uomini, poco o niente da mangiare, la fame e il freddo come primi nemici da sconfiggere.

Superato l’inverno tra il 1943 e il 1944, una stagione di solitudine, di stenti e di gelo, Bisagno cominciò a combattere. Mese dopo mese, la sua figura si impose e contro la sua volontà divenne un mito. Era un monaco atletico, un Gesù Cristo con il fucile a tracolla, il ragazzo dell’oratorio diventato capo ribelle.

Capace di un coraggio spericolato, veniva amato dai suoi uomini per come viveva il rapporto anche con l’ultimo dei partigiani. Questo rapporto era fondato su una grande generosità. Bisagno amava come fratelli i ragazzi che stavano in banda con lui. Li difendeva sempre. Era il primo ad affrontare il pericolo e l’ultimo a ritirarsi. Ma ai suoi partigiani chiedeva di combattere in modo pulito, senza crudeltà.

L’unico suo difetto era di essere schietto sino all’ingenuità. Le trame tra i partiti antifascisti, gli opportunismi, le trappole che si tendevano l’un l’altro non lo interessavano. Voleva un partigianato lontano dalle faziosità politiche e che avesse un unico traguardo: la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti per ritornare a vivere nella libertà. Diceva ai giovani della Divisione Garibaldi Cichero, fondata e comandata da lui: “Aspettate prima di aderire a un partito. Imparate a ragionare con la vostra testa. Dopo la guerra deciderete”. Estraneo alle ideologie, veniva osservato con diffidenza da chi ne brandiva una strapotente qual era il comunismo. Per questo, pur essendo fortissimo come capo partigiano, era debolissimo per non avere alle spalle nessuna parrocchia di partito. Anche i partigiani rossi, i ragazzi che combattevano con lui e rischiavano la vita, lo amavano e lo seguivano. Non era così per la struttura del Pci interna alla Cichero, molto robusta e ramificata in tutti i distaccamenti. E nel confronto con questa rete sarebbe sempre rimasto solo con se stesso.

Affiancato da pochi amici fidati, sino alla fine della guerra civile. Il suo carattere presentava anse misteriose, simili al corso della Trebbia, il fiume che attraversava il territorio della Cichero. A volte Bisagno sembrava risucchiato da un’improvvisa malinconia. Allora un velo opaco avvolgeva di colpo la sua schiettezza allegra.

In seguito qualcuno dei suoi pensò che quel velo gli portasse, in modo indecifrabile, il presagio di quello che gli sarebbe accaduto quando la guerra civile sembrava conclusa.

Lahav 433, la polizia che toglie il sonno a Bibi

Mentre il premier Benjamin Netanyahu mostrava ai partecipanti alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco di Baviera un pezzo di drone iraniano abbattuto sulle colline del Golan, diversi alti funzionari del suo governo – la legge per ora non permette la pubblicazione dei nomi – venivano presi in custodia a Gerusalemme dagli investigatori di Lahav 433, l’unità anticrimine della polizia. A Tel Aviv nelle stesse ore identica la sorte toccava ai massimi dirigenti di Bezeq, la principale società israeliana di telecomunicazioni.

Da giorni stampa e tv – il mondo della politica da settimane – sono ossessionati da “caso 1.000” e “caso 2.000” che riguardano il premier – sigari, champagne e vacanze e un tentato accordo con l’editore legato all’opposizione – ma adesso si sta accumulando un serio temporale chiamato “caso 4.000”. Se la Special Unit prende in custodia i massimi dirigenti di Bezeq e alti funzionari del governo, questo caso può diventare un affare ancora più serio per il premier Netanyahu.

“Questo scandalo è peggiore degli altri”, spiega il giornalista investigativo Amnon Abramovich della ITNC, e anche il quotidiano Haaretz scrive che su questa vicenda si è accumulata una montagna di prove. Ma su questo caso il premier non è stato ancora interrogato. Stando a quanto raccolto dagli investigatori, almeno due alti funzionari vicini a Netanyahu avrebbero lavorato dietro le quinte per influenzare il ministero delle Comunicazioni a favore di Bezeq, con riguardo alla riforma della telefonia fissa e all’approvazione della acquisizione da parte della compagnia telefonica della pay-tv satellitare Yes. Licenze e norme di cui ha largamente beneficiato la Company sono state varate quando il premier Netanyahu, fra gli otto interim che manteneva nelle sue mani, aveva anche quello di ministro delle Comunicazioni. La linea di Netanyahu non è cambiata in queste ore, per lui e i suoi fedelissimi è in atto un colpo di mano, guidato dal capo della polizia e da alcuni magistrati. La decisione del procuratore generale per un’incriminazione sulle “carte” che ha ricevuto potrebbe arrivare non prima di sette-otto mesi e il ritmo delle rivelazioni sta consumando l’immagine del premier. Sa per certo che la sua coalizione difficilmente sopravviverà al suo rinvio a giudizio.

Abituati a lavorare nell’ombra come i loro colleghi dello Shin Bet, la sicurezza interna di Israele, gli investigatori della Special Unit anticrimine di Lahav 433, in queste settimane finiscono in prima pagina tutti i giorni. Laehav – che in lingua ebraica vuol dire lama – 433 è un’unità di élite fondata all’inizio del 2008, per porre fine alla lunga guerra fra le gang che si contendevano (e si contendono) le attività criminali sulla costa, specie a Tel Aviv. L’allora ministro della pubblica sicurezza Avi Dichter – con una lunga carriera nel Mossad – volle una struttura snella, discreta, ma dotata di investigatori abili e capaci come le spie che aveva comandato. Il quartier generale di questo “Fbi israeliano” è nella periferia industriale della cittadina di Lod. L’unità si compone di quattro dipartimenti: crimine internazionale, sicurezza economica, furti, frodi e corruzione. Ecco il perché del numero 4. Il 33 è invece per la Special Unit Mista’arvim, che in ebraico significa coloro che sembrano arabi e sono specializzati nel camuffamento e in azioni sotto copertura.