Super sconto per potenziare i fucili, alla faccia delle stragi

Nel President Day, un giorno di festa, gli Stati Uniti sono traversati da manifestazioni di studenti contro le armi facili, una delle cause delle sparatorie nelle scuole eccezionalmente frequenti (dall’inizio dell’anno, già venti) e sovente drammatiche – la più sanguinosa, giovedì, a Parkland, Florida, con 17 morti –.

Davanti alla Casa Bianca, si sono radunate centinaia di persone: i ragazzi di Teens for gun reform, ‘adolescenti per la riforma sulle armi’, si sono stesi a terra per simboleggiare le vittime della strage di Parkland, vicino a Fort Lauderdale. C’erano anche insegnanti e genitori, ad agitare cartelli e scandire slogan contro Donald Trump e la National Rifle Association, la Nra, lobby delle armi che nella campagna presidenziale del 2016 fece arrivare nelle sue casse oltre 30 milioni di dollari.

Trump non li ha visti, perché era nel suo golf club a West Palm Beach, proprio in Florida, dove sabato aveva fatto visita a familiari delle vittime e a feriti del massacro di Parkland. La Casa Bianca non ha però voluto dire se il presidente intendesse giocare a golf: i suoi consiglieri glielo sconsigliavano, così a ridosso della strage e così geograficamente vicino. Ma Trump spesso non dà loro ascolto; e nessun presidente ha mai trascorso tanto tempo come lui sul green. La strage di Parkland, compiuta da uno studente instabile, cacciato dalla scuola perché violento, suscita risposte contraddittorie. Nel fine settimana, mentre in Florida c’erano meeting di preghiera e contro le armi, a una cinquantina di miglia dal liceo del massacro si svolgeva una fiera delle armi. Gli organizzatori spiegavano di non averla annullata perché “sarebbe costato troppo”.

E ieri, proprio per il President Day, un’azienda texana offriva uno sconto del 10% sui bump stock, congegni usati dall’autore della sparatoria di Las Vegas (58 morti, il 1° ottobre 2017) per accelerare il ritmo dei colpi sparati da un’arma semi-automatica: per profittare dell’offerta, anche online, bastava usare il codice coupon Maga, acronimo dello slogan di Trump Make America great again.

La promozione è stata lanciata dalla Slide Fire Solutions di Moran. Dopo la tragedia di Las Vegas, Trump e la stessa Nra non esclusero la possibilità di vietare o limitare la vendita del congegno, ma nonostante indizi di una volontà politica bipartisan nulla è stato fatto. Adesso, l’eco del massacro ne fa vendere di più. E, come già accaduto in passato, il timore di controlli sulla vendita di armi induce gli appassionati a stringere i tempi degli acquisti.

Per compiere la sua strage, Nikolas Cruz, lo studente di Parkland, utilizzò un fucile semi automatico Ar-15, non dotato – pare – di bump-stock. Le proteste di ieri anti-armi erano una prova in vista della mobilitazione che gli studenti stanno preparando: il 24 marzo ci sarà a Washington e altrove nell’Unione una “Marcia per le nostre vite”. La determinazione dei giovani, inedita sul tema, sembra avere intaccato l’adamantina insensibilità del presidente Trump ai controlli sulle vendite di armi. Dopo non averne parlato per 72 ore, ieri la Casa Bianca ha aperto uno spiraglio: “Il presidente – ha detto un portavoce – sostiene gli sforzi per migliorare il sistema di controlli sull’acquisto di pistole e fucili”. Quest’azione federale potrebbe avere come base una legge bipartisan già presentata al Senato.

Parole di comodo o indice che qualcosa può accadere? In campagna elettorale e nel suo primo anno alla Casa Bianca, Trump è stato avvocato e garante della Nra. “È in gioco – diceva prima di Usa 2016 – il secondo emendamento della Costituzione”, su cui si basa la libertà di possedere un’arma.

A caldo, contro la piaga delle sparatorie tra scuole e Università, il presidente se l’è presa con l’Fbi: “Pensi alle stragi invece che al Russiagate”.

Hamas non gradisce il canale in rosa. “Taif Tv” bloccata prima del debutto

Discutere la condizione delle donne palestinesi, analizzare quali difficoltà di vita quotidiana ci sono per le ragazze nella Striscia di Gaza. Di questo voleva occuparsi Taif Tv, il primo canale tutto al femminile in un territorio dove il rapporto con gli uomini – per tradizione saldamente a capo delle strutture politiche e sociali – non sempre è facile. Il debutto tanto atteso, previsto domenica scorsa, non ci sarà; i dirigenti di Hamas hanno deciso che una tv delle donne non è gradita.

Hamas ufficialmente sostiene che Taif Tv non aveva ottenuto le autorizzazioni per andare in onda: “Alla direzione del canale è stato chiesto di sistemare la situazione legale e ottenere le licenze necessarie per iniziare a lavorare”. Vi sarebbe stato anche un problema con il nome della testata che è già utilizzato nella Striscia da un’altra organizzazione. Al contrario i responsabili dell’emittente affermano che avevano tutto in regola e i permessi erano stati chiesti al ministero dell’Informazione e dell’Economia; la loro intenzione, con Taif Tv, era quella di puntare l’attenzione sulle “donne palestinesi come parte integrante della fabbrica sociale e sul ruolo delle donne nella costruzione della società”.

L’idea, per i sostenitori della tv al femminile nella Striscia di Gaza, resta valida: proveranno ad andare in onda nei prossimi giorni, per il momento curano una pagina sui social media con gli aggiornamenti del caso. Ma non sarà una sfida facile da vincere. Andando a ritroso, è rimasta tristemente celebre la decisione di Hamas nel 2013 di vietare alle donne maggiori di 16 anni di partecipare alla maratona internazionale dell’Onu, dopo tre edizioni in cui tutto era filato liscio: “Uomini e donne non possono correre insieme”, dissero i capi di Hamas, e così la manifestazione fu cancellata: su 800 partecipanti adulti, 260 erano donne. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) provò a far cambiare idea ai leader sunniti, inutilmente.

Darmanin si difende: mai abusi sessuali ma usa la frase dei Pinocchi d’Oltralpe

“Non ho mai abusato di una donna né del mio potere. E lo dico guardandovi les yeux dans les yeux”. Dritto negli occhi. Il ministro dei Conti pubblici, Gérard Darmanin, si è difeso ieri su BFMtv dai sospetti di molestie sessuali che pesano da giorni su di lui. Una delle inchieste che lo riguardano, quella per stupro, è stata archiviata proprio alcuni giorni fa. E tanto il premier Edouard Philippe, quanto il presidente Macron gli hanno confermato la loro fiducia a più riprese. Darmanin esclude di dare le dimissioni dal governo e fa valere la presunzione di innocenza. Eppure le sue parole non riescono ad essere del tutto convincenti. In effetti i giovane ministro, 31 anni, ha utilizzato in sua difesa un’espressione infelice che, se serve a insistere sulla sincerità di chi parla ed è stata sempre cara ai politici (già Valery Giscard D’Estaing nel 74 diceva di voler guardare i francesi dritto dans les yeux), ormai ricorda un episodio recente non proprio virtuoso, che ha per protagonista un altro uomo politico. Sono infatti le parole che usò nel 2013, sulla stessa tv e con lo stesso giornalista, Jérôme Cahuzac, ex ministro del Bilancio del governo Hollande, sospettato all’epoca di frodare il fisco.

Cahuzac promise ai francesi, les yeux dans les yeux, di non possedere conti bancari in Svizzera, ma si scoprì che mentiva. Nel frattempo è stato condannato per frode fiscale in prima istanza e un nuovo processo in appello è in corso. Tornando a Darmanin, una prima denuncia per stupro è stata dunque archiviata. Una donna sosteneva di essere stata costretta ad avere un rapporto sessuale con lui dopo avergli chiesto aiuto per risolvere un caso giudiziario. Stando ai giudici non ci sono abbastanza elementi per provare che lei non fosse consenziente. Resta aperta un’inchiesta per abuso di potere. La presunta vittima che viveva in una casa insalubre di Tourcoing, città di cui Darmanin è stato sindaco, sostiene di aver sollecitato il suo intervento per trovare un’abitazione migliore. Lui le avrebbe chiesto in cambio dei favori sessuali.

Le molestie “umanitarie” dell’ex boss di Oxfam

A una settimana dalle rivelazioni del Times che hanno fatto precipitare Oxfam nello scandalo peggiore della sua storia, la charity britannica è costretta dalla pressione a scegliere la trasparenza, e pubblica sul proprio sito l’inchiesta interna in cui si ricostruivano gli abusi compiuti da alcuni componenti della missione inviata ad Haiti, dopo il terremoto del 2011.

Dall’indagine emergono particolari pesanti: per esempio, che tre membri del team di Haiti, accusati di sfruttamento sessuale di giovanissime nel corso di allegri festini, avrebbero minacciato fisicamente un collega per costringerlo al silenzio.

Un altro dipendente era stato mandato a casa per aver scaricato materiale pornografico da un computer di lavoro. I nomi degli impiegati coinvolti negli abusi sono stati espunti nella copia pubblica, ma non in quelle consegnata al governo haitiano e all’ambasciatore haitiano a Londra. Sono 9 nomi cancellati, e dalla lettura delle 11 pagine si capisce che si va da manager ad assistenti.

L’inchiesta era partita grazie a una email inviata dai Caraibi a Londra, con accuse precise di sfruttamento sessuale, frode, negligenza e nepotismo. Il team di investigatori era arrivato ad Haiti e aveva ottenuto quasi subito la confessione del capo missione Roland van Hauwermeiren, che aveva ammesso di aver pagato prostitute e di aver mancato di proteggere il personale femminile dalle molestie. Qui, la decisione controversa, condivisa dalla vicedirettrice della missione Penny Lawrence, che poi si è dimessa per questo: accettare le dimissioni immediate di van Hauwermeiren ma garantirgli, in cambio della sua piena cooperazione all’indagine, una uscita phased and dignified, cioè graduale e dignitosa. Questo, si legge nel rapporto, per le inevitabili “serie ripercussioni” sul programma e le associazioni partner e anche in considerazione del suo significativo contributo in passato”. Nessuna macchia non solo sul suo curriculum, ma nemmeno sul buon nome di Oxfam. E la possibilità, per lui e i suoi colleghi, di trovare lavoro presso altre charities.

Dopo le rivelazioni di stampa, Hauwermeiren si era difeso negando di aver pagato per il sesso ma ammettendo di aver avuto una relazione con una donna, non una prostituta. Il Times l’ha trovata e intervistata e il quadro è, se possibile, ancora più squallido: Mikelange Gabou, ragazza madre, che nel 2011 aveva solo 16 anni – lui 61 – ha dichiarato: “Non erano vere prostitute. Si fermavano a Oxfam per chiedere un lavoro. A Roland piaceva. Può essere che abbia fatto sesso con loro e gli abbia promesso un lavoro, o abbia dato loro dei soldi. Era buono. Gli piaceva la musica e certi spettacoli a casa sua. Spettacoli lesbici”. Sul sito di Oxfam si leggono le scuse senza riserve del Ceo Mark Goldring, che però sapeva e ha lasciato che questo e altri scandali venissero insabbiati. Accanto alle scuse, ora c’è un piano d’azione: trasparenza, revisione delle verifiche interne, creazione di un organo indipendente di controllo, collaborazione con le autorità britanniche. Cambiamenti non rimandabili, visto che le autorità hanno sospeso i finanziamenti finché Oxfam non dimostrerà di essere all’altezza degli elevati standard morali che sarebbe lecito aspettarsi. Garanzie necessarie, certamente. Ma ora il pericolo è che, persa la fiducia, si diradino anche le donazioni, sia individuali che delle grosse società della City che nel Regno Unito coltivano la tradizione di una generosa beneficenza, ma non vogliono essere associate a una reputazione in picchiata.

Termini Imerese, slitta l’ingresso di tutti i lavoratori

“La Blutecha ripresentato il progetto su Termini Imerese ma indicando tempi più lunghi per l’avvio delle attività principali e l’ingresso di tutti i lavoratori, non più la fine del 2018 ma entro il 2019. Così facendo se entro l’anno si garantisce l’ingresso di 20 operai a marzo e altri 100 entro l’ultimo trimestre, dovranno restare in attesa per un anno 450 tute blu. I lavoratori sono stanchi di queste interminabili attese”. Ad affermarlo, ieri, dopo la riunione sul progetto Blutec di Termini Imerese che si è svolta a Roma nella sede del Mise, sono stai Ludovico Guercio segretario Fim Cisl Palermo Trapani e Giuseppe Liuzzo Rampino Rsu Fim Cisl. L’azienda ha ribadito progetti come l’elettrificazione dei Doblò e dei due ruote delle Poste. “C’è in ballo anche una commessa con degli imprenditori provenienti dalla Cina, ma non basta – spiegano i due sindacalisti – siamo preoccupati di questo slittamento dei tempi per entrare a pieno regime. L’azienda ha chiesto al ministero del Lavoro la proroga della cassa integrazione per altri dodici mesi per non lasciare scoperti i lavoratori in attesa di rientrare, ma questi ritardi non sono più tollerabili”.

Deliveroo ritira i caschi dei riders: non sono a norma

Ti informiamo che alcuni dei caschetti da bicicletta forniti gratuitamente durante il ritiro del kit rider potrebbero essere difettosi”: così Deliveroo, l’azienda inglese da 2 miliardi di euro macinati sulle consegne di cibo a domicilio in bicicletta, ha invitato via mail i propri rider, i propri ciclisti, a riconsegnare il casco – che dovrebbe proteggerli da eventuali incidenti – per prenderne uno nuovo. Una comunicazione che arriva dopo la denuncia del programma d’inchiesta di Rai3, Presadiretta, della loro non conformità: i caschi non hanno infatti certificato CE e non sono quindi conformi alle direttive sulla sicurezza dell’Unione Europea. Insomma, Deliveroo li fornisce gratuitamente ma non sono a norma. Presadiretta ha anche effettuato una prova d’impatto nei laboratori del Dolomiticert, a Longarone, uno dei due enti accreditati dal ministero dello Sviluppo economico a rilasciare i certificati di omologazione CE. I caschi, acquistati su Amazon (dove costano circa 7 euro) non superano le prove d’urto. Sono stati sottoposti agli stress test, con relativa variazione di temperatura e condizioni (impatto con uno spigolo e impatto su una superficie piana): il polistirolo interno collassa e non assorbe l’urto mentre la parte esterna inizia a spaccarsi già al primo colpo. Le immagini del programma di Rai3 mostrano che a danneggiarsi è addirittura la falsa testa di metallo con cui viene effettuato il test. “L’esito è negativo: il produttore non può ottenere la marcatura CE” spiega il responsabile del laboratorio. I rider, racconta ancora Lisa Iotti di Presadiretta, hanno poi assicurazioni con massimali che l’azienda decide di non comunicare. Tutto a fronte di consegne a chilometri di distanza pagate 3,60 euro ognuna e gestite da un algoritmo il cui funzionamento (se distribuisca i turni in base all’efficienza oppure no) non è molto chiaro. Niente ferie, né malattia per un massimo di 600 euro al mese.

Creval, la Borsa schianta l’aumento di capitale

Milano

Nel primo giorno di aumento di capitale del Credito Valtellinese la bufera che si è abbattuta sul titolo non accenna diradarsi: le quotazioni ieri hanno ceduto il 7% chiudendo a 0,104 euro e i diritti d’opzione sulle nuove azioni sono crollati del 66%, a quota 2,55 euro. Per l’azione è il sesto giorno consecutivo in discesa. Il calo dei diritti è in parte attribuibile a vendite effettuate da chi vuole fare cassa per partecipare all’aumento senza sborsare altri soldi, ma mostra comunque la poca fiducia del mercato sulle prospettive dell’istituto.

La ricapitalizzazione della banca vale quasi 700 milioni, un aumento di proporzioni colossali e iper diluitivo per i vecchi azionisti, considerando che gli 11 milioni di azioni in loro possesso prima dell’aumento valevano in tutto circa 100 milioni.

Più in dettaglio, la banca offre ai soci 6.9 milioni di nuove azioni. Il diritto d’opzione loro assegnato permette di sottoscriverne 631 nuove per ogni vecchia posseduta, al prezzo di 0,10 euro l’una. Prima di rientrare in contrattazione i vecchi titoli, che venerdì avevano chiuso a 7,80 euro, sono stati rettificati (adeguati all’ipotetico valore post aumento) a 0,112 euro, col diritto d’opzione fissato a 7,688 euro. Una valutazione che non ha retto al giudizio del mercato.

Creval ha chiuso il 2017 con una perdita di 332 milioni, dopo i 333 milioni persi l’anno prima. Perdite dovute soprattutto alle rettifiche sui crediti, che restano però un aspetto altamente problematico. A fronte di una vigilanza Bce sempre più rigida nelle richieste di pulizia dei bilanci, l’istituto ha infatti ancora 2 miliardi di Npl (non performing loans) da smaltire, dopo averne ceduti 1,4 l’anno scorso. Il rapporto tra i crediti totali e crediti problematici è al 21,7%, più del doppio di quanto tollera la Bce. È non è scontato che la nuova pulizia metta definitivamente in sesto gli attivi della banca.

Nella bufera che si è abbattuta sull’istituto, gli addetti ai lavori hanno comunque avuto modo di guadagnarci. Hanno fatto buone plusvalenze i fondi speculativi, che avevano puntato al ribasso per un controvalore di oltre il 2% del capitale, e portano a casa buoni guadagni le banche del consorzio di collocamento e garanzia, con in prima fila Mediobanca, Santander, Barclays, Citigroup e Credit Suisse. La spesa complessiva per commissioni e consulenze ammonta infatti a 52 milioni di euro. Da notare che le banche del consorzio, che hanno firmato un contratto di garanzia per rilevare l’eventuale inoptato, hanno a loro volta firmato accordi di sub garanzia con Credito Fondiario, i fondi Algebris e la casa d’aste Dorotheum, che si accolleranno i primi 55 milioni di eventuale inoptato. Questi ultimi avranno il loro tornaconto. Creval ha infatti contestualmente affidato la redditizia attività di smobilizzo di una parte degli Npl in portafoglio agli stessi Credito Fondiario, Algebris e a Dorotheum per quanto riguarda i crediti garantiti da pegno.

Alla Bce il dopo-Draghi è iniziato senza l’Italia

Mario Draghi lascerà la presidenza della Banca centrale europea nel 2019, ma la successione è iniziata ieri: l’Eurogruppo, coordinamento informale dei ministri economici della moneta unica, ha indicato come nuovo vicepresidente il ministro delle Finanze spagnolo Luis De Guindos. Si insedierà a maggio, dopo la scadenza del mandato del portoghese Vitor Constâncio e dopo che il Consiglio europeo (i governi) avrà formalizzato la nomina.

L’Italia non esce bene dal negoziato su questa poltrona di peso a Francoforte. L’esito era prevedibile, visto che è la coda lunga di una spartizione iniziata mesi fa: la Spagna ha appoggiato la candidatura dell’Olanda per la nuova sede dell’Ema, l’agenzia europea per i medicinali, e Milano è stata sconfitta. L’Olanda è stata così risarcita dalla perdita della presidenza dell’Eurogruppo, dove è arrivato Mário Centeno, un portoghese che, nella lottizzazione per nazionalità, compensa la fine del mandato dell’altro portoghese, Constâncio alla Bce.

L’Italia è la vittima designata di questa spartizione: con il governo Gentiloni, prima ha perso l’Ema, sia pure al sorteggio finale per la parità di voti tra Milano e Amsterdam, poi ha tentato di candidare il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan alla presidenza dell’Eurogruppo, salvo ritirare subito il nome con la scusa delle elezioni imminenti (non certo una sorpresa). Per il posto di vicepresidente della Bce dal governo Gentiloni filtrava una preferenza per il candidato dell’Irlanda, l’economista Philip Lane. E ancora ieri mattina, Padoan frenava sul nome di De Guindos: “Stiamo ancora facendo le ultime valutazioni”. Poi l’Irlanda ha sbloccato il negoziato svuotando di senso il garbato ostruzionismo dell’Italia: ha ritirato la candidatura di Lane ed è rimasto in corsa il solo De Guindos. Forse Lane è stato preservato in vista della corsa per la presidenza, il prossimo anno, chissà. Il favorito per il dopo-Draghi, però, resta il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau: è in ottimi rapporti con Jens Weidamann della Bundesbank che però difficilmente correrà direttamente. E il presidente francese Emmanuel Macron ha già pronto il rimpiazzo: Sylvie Goulard, tra i fondatori di En Marche!, per un breve momento ministro della Difesa (si è dimessa per questioni spese per lo staff da eurodeputata).

La presidenza della Bce si deciderà però in un pacchetto di nomine che contempla anche la presidenza della Commissione, quella del Parlamento e del Consiglio Ue. Un risiko complesso in cui tutto tornerà in discussione, dopo le elezioni europee di primavera 2019. Da mesi gira la voce di un’ambizione europea per Matteo Renzi, se sfumasse Palazzo Chigi: la Commissione o il Consiglio, due cariche per le quali si fa il nome anche di Angela Merkel, indebolita in patria dai faticosi negoziati di coalizione dopo il voto di settembre 2017.

Ci sarà tempo per trovare un equilibrio, a Bruxelles l’unica certezza è che le decisioni si prendono soltanto sull’asse franco-tedesco, nonostante la fine del ciclo politico di Angela Merkel. La Germania ha anche appoggiato la nomina di De Guindos: la Spagna è da anni una specie di protettorato tedesco, insieme all’Irlanda è considerato a Berlino l’esempio che la combinazione di austerità e riforme può funzionare. De Guindos ha anche gestito il salvataggio del sistema spagnolo tra 2011 e 2012, con i soldi del fondo salva Stati europeo (20 miliardi), ma proprio questo gli viene rinfacciato dai critici. Il gruppo dei Socialisti e democratici nel Parlamento europeo ha espresso una critica ufficiale: “Non è la scelta migliore”. De Guindos non si è mai occupato di politica monetaria, passa direttamente da un governo a un’istituzione indipendente e nel 2008 lavorava per Lehman Brothers, quando la banca d’affari americana è fallita. Tutte obiezioni che l’Eurogruppo ha ignorato.

Annina Ascani: gli show si pagano, le “gittate” no

Giorni fa, Annina Ascani ha scoperto l’acqua calda: gli spettacoli si pagano. Una rivelazione sconvolgente. Convinta d’avere l’asso nella manica, ha calato il due di picche quando la briscola è quadri sostenendo che il Fatto si è fatto comprare lo spettacolo (Renzusconi, nello specifico) dai 5Stelle a Foligno. Che è verissimo, per il motivo molto semplice che un artista (musicista, giornalista, ufologo) si esibisce dove lo pagano e dove gli garantiscono libertà. Possono essere le Feste de L’Unità, le rassegne di Liberi e Uguali, le beneficenze per la tutela dei neuroni di Gasparri: è irrilevante. Basta pagare e garantire libertà. Nell’attesa che il Pd compri almeno una volta Renzusconi, dimostrando ironia e autocritica, e nella speranza al contempo che Annina (giusto un po’ permalosa) superi il trauma dell’ovazione con cui il pubblico folignate ha salutato la battuta iniziale su di lei, giova qui ricordare come Annina Ascani sia nata nel 1987 a Città di Castello. Se chiedi di lei in paese, non pochi ti rispondono: “Ha insegnato catechismo a mio figlio, che infatti si è subito allontanato dal mondo della Chiesa”.

Folgorata dalla politica senza che la politica rimanesse granché folgorata da lei, a 19 anni scrive a Letta (Enrico) dicendo che vuole aiutarlo a divenire segretario e presidente: una perversione come un’altra. Diplomata al Liceo Classico con 100, Laurea in Filosofia con una tesi dal titolo affascinante come una mietibatti bombardata al tramonto: “Accountability: la virtù della politica democratica”. Il padre, Maurizio, è stato vicesindaco a Città di Castello in giunte anomale Pci-Dc, a conferma quasi di una predisposizione genetica per l’inciucio (anche se una volta si chiamava compromesso storico e un senso ce l’aveva). Deputata a soli 26 anni, supera con agio sbarazzino il trauma dell’accoltellamento al suo #Enricostaisereno cercando (invano) di divenire “renziana ma non troppo”. Nel gennaio 2016 è misteriosamente inserita da Forbes tra i trenta personaggi under 30 più influenti della politica europea. Ogni mese Annina regala mille euro di indennità a qualche Onlus (brava). Ha rapporti privilegiati con Simona Malpezzi e Alessia Rotta (daje). Nel 2015 Renzi le dà un passaggio sull’elicottero presidenziale e si scatena il gossip: Annina, giustamente, si arrabbia per la solita deriva sessista del giornalismo italiano. Hanno invece un certo fondamento le cronache che la descrivono poco amata da Boschi et similia, gelose della sua ascesa. Nel frattempo Annina lotta per noi e si fa cucire per le edizioni 2018 un manifesto che pare appena photoshoppato. Va a L’aria che tira e si fa zimbellare dalla Santanchè, che è quasi peggio del balbettio straziato di Francesca Barra ad Agorà con la Ravetto (avessi detto Nilde Iotti). L’estate scorsa viene nominata Responsabile del Dipartimento Cultura del Pd. Ne ha tutti i crismi. Infatti, quando qualcuno mette in discussione la sua abilitazione per l’insegnamento, lei sbotta su Facebook: “Ho assistito a una gittata di fango che non si riserva a mafiosi, corrotti o ladri. Una gittata di fango indirizzata a me, che sono persona onesta, pulita, seria”. Senz’altro ha ragione, solo che “gittata” significa distanza e col fango non c’entra una mazza. Sempre per questa preparazione granitica, Renzi le chiede di perorare la riforma della “buona scuola”. Anche qui Annina è la persona giusta: infatti, su Twitter, inciampa in una gaffe mitologica e tramuta la “buona scuola” in “buona sola”. Quel che si dice lapsus freudiano. Che è poi una delle basi filosofiche del renzismo.

Cinema America: si può vincere, ma con il bando

Nuova Sfida all’Ok Corral. Al posto di Burt Lancaster e Kirk Douglas, i ragazzi che amano il cinema. Contro, la giunta 5Stelle. È diventata una vertenza nazionale, da quando Gian Antonio Stella le ha dato l’onore della prima pagina sul Corriere. Persino Gentiloni, sempre super cauto, è intervenuto in favore dei giovani. Spot elettorale? Protagonisti i ragazzi con alle spalle una storia di sane occupazioni, come quella dell’ex cinema America.

Nel 2014 l’hanno convertito in luogo di cultura, con eventi e proiezioni affollate anche la mattina. Grazie a loro si è evitato il degrado. Due anni dopo hanno dovuto sfollare per restituire la sala ai legittimi proprietari, che la destineranno a speculazione immobiliare. Trovandosi a pochi metri da San Cosimato, è parso naturale occupare pacificamente la piazza per le proiezioni estive, anche queste super frequentate. I guai sono iniziati quando alcuni residenti hanno protestato perché le voci delle pellicole “impediscono di dormire”. La petizione, scrive Stella con ironia, era firmata da 22 residenti su 3.063. Tra questi Gemma Guerrini, consigliera M5S. Su Facebook ha postato che non c’è nulla di culturale nel proiettare vecchi film, a suo parere un espediente per fare propaganda al Pd. Mah. Come se non bastasse ha accusato di “feticismo” attività che soffocano il quartiere grazie a una “civilizzazione di stampo colonialista”. Pillole di idiozia. Il vaso è traboccato quando il vicesindaco Luca Bergamo, assessore alla cultura, considerato persona di valore, ha messo a bando la rassegna. I ragazzi si sono visti in pericolo e l’hanno querelato per averli diffamati con le sue dichiarazioni. “È pieno di denunce sulla legittimità di quelle attività e sul disturbo alla quiete pubblica. Bisogna rispettare lo spazio fisico dell’abitato”, ha detto a Repubblica. Non abbiamo mai ricevuto denunce, hanno replicato i ragazzi. La guerra è divampata sul bando.

I ragazzi lo ritengono un sopruso. Mentre il vicesindaco lo ritiene un atto necessario. Anche lui si è rivolto a Zuckerberg, per postare la sua opinione: “Bisogna seguire le regole che valgono per tutti nelle medesime circostanze, anche se si è bravi”. Tutto è degenerato quando il 99% del cinema italiano si è schierato a favore dei ragazzi. Un manifesto firmato da autori e attori di chiara fama ha scatenato la battaglia. A costo di finire crocifisso, avrei trovato più saggio, considerando l’autorevolezza dei firmatari, se avessero scelto di offrirsi come mediatori tra le parti. Sono certo che avrebbero trovato la quadra e tutto sarebbe finito in gloria. Sarà un mio limite, ma diffido quando, per non essere scavalcati dai più giovani, entriamo in un terreno minato. Non condivido, ad esempio, la posizione di tante star, da Robbie Williams ai Radiohead, schierati in favore della pirateria e del download illegale per ingraziarsi le folle giovanili. Salvo poi cacciarle, quando ai concerti chiedono la riduzione del costo dei biglietti. Non si lamentino se, rispondendo picche, finiscono assordati dalle pernacchie.

La vertenza di San Cosimato poggia sulla legittima richiesta del Comune di emanare un bando, come per tutte le altre associazioni? Se è così, allora perché non avanzare domanda? Con la competenza e la passione, quei ragazzi stravincerebbero, dimostrando di non avere rivali. Mentre oggi pare abbiano deciso di trasferirsi altrove. Per una volta che l’amministrazione sceglie la via della legge, ha senso alzare le barricate? Non credo di poter essere tacciato di partigianeria: proprio sul Fatto scrivevo poche settimane fa che la sindaca Raggi dovrebbe pensare alla vergognosa manutenzione della città. Ma dov’eravamo, quando prima gli amici di centrodestra del sindaco Alemanno e poi quelli di centrosinistra di Mafia Capitale facevano della legge carne di porco?