L’avvocato della Juve si prende la Reggia

Uomini degli Agnelli nelle residenze dei Savoia, alla Reggia di Venaria. La Regione Piemonte, a cui spetta la nomina della presidenza dell’ente costituito insieme al ministero della Cultura, alla Città di Venaria Reale e a due fondazioni bancarie, ha scelto un nome importante: quello di Michele Briamonte, 44 anni, partner dello studio legale fondato da Franzo Grande Stevens, “l’avvocato dell’Avvocato”, cioè Gianni Agnelli.

Domani 4 novembre, scadrà il regime di prorogatio iniziato con le dimissioni della presidente, Paola Zini, e il governatore Alberto Cirio ha ufficializzato ieri sera la nomina di Briamonte. Dopo aver sondato alcuni nomi, la scelta è ricaduta sul legale esperto di affari, calcio e “white collar crimes” e con una passione per le arti marziali. È un nome che conta molto, come i clienti che assiste: l’imprenditore Roberto Ginatta e l’imprenditrice del settore petrolifero Anna Bettozzi, ma prima ancora il suo maestro Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, imputati nel processo Ifil-Exor sull’aggiotaggio informativo nato in seguito all’operazione finanziaria che nel 2005 permise alla famiglia Agnelli di mantenere il controllo della Fiat nonostante i debiti con le banche.

Socio fondatore della Camera di commercio italo-israeliana (è nipote di un alto ufficiale del Mossad, il servizio segreto israeliano), oltre al ruolo di difensore, Briamonte ha avuto incarichi prestigiosi come consigliere d’amministrazione nella Juventus (maggio 2010 – agosto 2012), nell’Istituto per la ricerca del cancro di Candiolo (sempre legato alla famiglia Agnelli) e anche nel Monte dei paschi di Siena. Da quest’ultimo ruolo fu sospeso in via cautelare per due mesi nell’ambito di un’inchiesta (poi archiviata) per insider trading. Prima ancora di Rocca di Salimbeni, Briamonte aveva cominciato a frequentare il Vaticano come consulente legale dello Ior. Aveva destato scalpore un fatto. Nel febbraio 2013 gli investigatori della Guardia di finanza avevano fermato monsignor Roberto Lucchini, diplomatico della Santa sede, e Briamonte all’aeroporto di Ciampino: nell’ambito di un’inchiesta sullo Ior per riciclaggio, le Fiamme gialle avrebbero voluto perquisirli, ma il monsignore e l’avvocato hanno mostrato i passaporti diplomatici vaticani mettendosi al riparo dai controlli. Dopo la pubblicazione della notizia, Briamonte ha smentito la circostanza con una nota. Attento alla sua immagine sui media, l’avvocato torinese ha di recente intrapreso una battaglia giudiziaria contro l’inviato de Le Iene, Antonino Monteleone, autore di inchieste giornalistiche sul suicidio di David Rossi, responsabile della comunicazione di Mps.

Un indagato e 3 ex inquisiti: Gualtieri sceglie il passato

Prima grana giudiziaria per la squadra del neosindaco della Capitale, Roberto Gualtieri. Il nuovo city manager del Campidoglio, Paolo Aielli, è indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio. L’inchiesta in capo al Nucleo Economico Finanziario della Guardia di Finanza riguarda il ruolo di ad dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, che Aielli ha ricoperto fino a pochi giorni fa. Aielli è accusato, insieme ad altri due manager del Poligrafico, di aver favorito nel 2017 la Heidelberg Italia srl nella fornitura di stampanti utili alla produzione, fra le altre cose, delle schedine del gioco del lotto. Secondo i legali del Poligrafico, l’inchiesta nasce da una “denuncia pretestuosa, una delle decine arrivate da operatori esclusi dal giro degli affidamenti dopo le internalizzazioni dei servizi”.

L’acquisto sarebbe avvenuto senza bando di gara, affidamento diretto possibile grazie a un accordo per l’upgrade di macchinari già usati. Secondo chi indaga, la Heidelberg avrebbe fornito le stampanti a prezzo pieno, circa 1,8 milioni di euro, quando per i privati sarebbe previsto uno sconto standard del 25-30%. La differenza, 593 mila euro, è stata oggetto di un decreto di sequestro preventivo operato a luglio dalla Finanza sui conti della Heidelberg, confermato dal Riesame. I legali della società faranno ricorso in Cassazione. Aielli sarà interrogato dai pm nelle prossime settimane e qualora venisse accertata la buona fede dei manager del Poligrafico, la Procura potrebbe archiviare e, nel caso, girare l’incartamento alla Corte dei Conti.

Aielli non è l’unico nella squadra del nuovo sindaco Gualtieri ad aver avuto qualche grana con la giustizia. Nella giunta ci saranno tre persone sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo, tutti archiviati su richiesta della Procura nel 2016: Sabrina Alfonsi (Ambiente), Eugenio Patanè (Mobilità) e Alessandro Onorato (Turismo). Alfonsi, da presidente del I Municipio, fu indagata per corruzione con Emiliano Sciascia (ex IV Municipio) e accusata di aver “dato la propria disponibilità ad attivare delle procedure per destinare” alle coop di Salvatore Buzzi circa 360 mila euro di finanziamenti arrivati grazie a un emendamento. Buzzi finanziò in maniera del tutto legale la campagna elettorale di Alfonsi con 5 mila euro. I pm chiesero ed ottennero l’archiviazione per entrambi, registrando “l’assenza di riscontri alle dichiarazioni” di Buzzi. Che oggi al Fatto chiarisce: “Alfonsi è una persona corretta e onesta, con lei solo rapporti istituzionali”.

Patanè era indagato per turbata libertà degli incanti per una gara di Ama Spa sulla raccolta differenziata. In un dialogo fra Buzzi e la compagna Alessandra Garrone “il primo comunicava alla donna – scrivevano i pm – che la sera precedente aveva cercato Franco Cancelli della cooperativa Edera, in quanto dovevano pagare Eugenio Patanè, consigliere regionale del Pd, per la gara”. Intercettato, Buzzi diceva ai suoi che “Patanè voleva 120 mila euro a lordo (…) io comunque una parte dei soldi gliela darei”. Patanè al Fatto ribadisce: “Mai avuti rapporti con Buzzi (e Buzzi, al Fatto, conferma, ndr), la Procura ha accertato la mia totale estraneità”. Anche in questo caso la Procura archiviò perché “non sono emerse ulteriori risultanze idonee a suffragare il suo ruolo nella dinamica corruttiva”.

Infine Onorato, all’epoca capogruppo della Lista Marchini. I pm ipotizzavano un “accordo mai concretizzatosi” con lui e l’allora capogruppo Pd, Alfredo Ferrari, per destinare “400 mila euro (…) mediante emendamenti al gruppo imprenditoriale di Buzzi, a seguito della promessa di una remunerazione compresa tra il 5 e il 10%”. Poi l’archiviazione totale per entrambi. “Non fui mai nemmeno sentito dai pm – ricorda Onorato al Fatto – semmai mi spesi contro quel sistema, anche in aula”. Non è mai stato nemmeno indagato, infine, Maurizio Pucci, già assessore con Ignazio Marino e tra i nomi in pole per Ama Spa. Di lui, intercettato, Buzzi diceva: “Pucci è un ladro, rubava per il partito, ma tanta roba gli è rimasta attaccata”. Lui al Fattoribadisce: “Non ci fu alcun seguito, era solo gossip”.

In cielo come in terra: Letta si fa il mausoleo ad personam come B.

C’è chi dice che Berlusconi sia di nuovo ringiovanito a dispetto degli anni che sono ormai 85. E che per il Quirinale abbia un piano, anzi due o tre pronti a esser calati al tavolo da gioco dal più bravo di tutti: l’eterna eminenza azzurra, Gianni Letta, che di anni ne ha 86 suonati, ma non li dimostra. È accreditato di essere al contempo il gran suggeritore dell’inquilino di Palazzo Chigi, Mario Draghi, senza aver mai dismesso i panni di gran visir dell’ex Cav. che punta alla gloria eterna già che ora è riabilitato pure a sinistra. Ma per la verità Letta, detto “Zolletta” o “presidente emerito della repubblica dei velluti” (il copyright è di Pino Corrias), pure lui punta alla gloria eterna ché non sta al Colle, ma ad Avezzano: il 24 settembre ha fatto richiesta per vedersi assegnare un pezzo di terra ove realizzare la sua dimora eterna, una cappella gentilizia nel cimitero monumentale della città che gli ha dato i natali. E, se per questo, pure la cittadinanza onoraria che gli è stata assegnata nel 2015 per aver servito la madre patria marsicana che oggi gli serve come grimaldello per ottenere l’ambita concessione funeraria. “Ritenuto che questa onorificenza evidentemente non pone limiti temporali e che tale assegnazione e tale casistica non trova nemmeno limiti nel vigente regolamento di polizia mortuaria, tra le aree è stato individuato il lotto n. 273” ha spiegato l’assessore avezzanese Loreta Ruscio a ridosso della Festa dei Santi e della celebrazioni dei morti prima che il consiglio comunale all’unanimità approvasse la sua proposta di omaggiare con un’area di 15 metri quadri il concittadino più illustre: il dottor Letta che “per la sua straordinaria levatura morale ed intellettuale ha saputo distinguersi in numerose attività di interesse nazionale e internazionale, specialmente attraverso un riconosciuto impegno al servizio dello Stato quale figura di eccellenza delle istituzioni repubblicane, offrendo anche per tale via notevole lustro alla sua città natale Avezzano e alla Marsica tutta”. Dunque delibera con immediata esecutività senza nemmeno l’incomodo dei pareri di regolarità tecnica e contabile: si tratterà di sbrigare qualche scartoffia, ma il più è fatto e con tutti gli onori.

Letta, insomma, si è messo in pari con Berlusconi che il suo mausoleo l’ha già bell’e pronto da quel dì: se l’è fatto costruire ad Arcore, dal grande Pietro Cascella, che per lui ha modellato statue e 12 colonne, sfere e pure una squadretta massonica a decorar 7 metri e spicci di fregi in giardino. Ma il grosso è sottoterra, nelle auguste catacombe degne di Tutankhamon che son leggenda: raccontano le cronache che l’ex Cav. abbia tentato, quando era ministro il suo Pietro Lunardi, di far approvare la solita legge ad personam pur di sanare il sacrario stile assiro-milanese che comprende anche un gruppo elettrogeno tanto poderoso che potrebbe servire giusto a chi intenda ibernarsi. E pure un dormitorium destinato a ospitare 36 fedelissimi, la gens berlusconiana: Dell’Utri, Confalonieri e pochi altri avrebbero già un posto assegnato per l’eternità. Altri lo hanno perso perché hanno tradito come Sandro Bondi o perché hanno rifiutato la profferta di entrare nel club. Come Indro Montanelli che declinò la lusinga di B. con un “Domine, non sum dignus”. Berlusconi ci ha provato pure con Vittorio Feltri che è invece ricorso agli scongiuri, tanto per non rischiare: mano sui pantaloni e tanti saluti al mausoleo. Apotropaico.

E Matteo chiede scusa a Bolsonaro a nome dell’Italia

Al cimitero di San Rocco, piccola frazione a nord di Pistoia, entrano solo i giornalisti brasiliani vicini al presidente. Troppo rischiose, per Jair Bolsonaro, le domande sul Covid che “non esiste” (608 mila i morti dall’inizio della pandemia in Brasile), sulla deforestazione selvaggia dell’Amazzonia, sulle pistole facili, sui diritti umani violati. E allora i cronisti ostili – quelli che a Roma sono stati malmenati dalla sua scorta – vengono tenuti fuori dalla cerimonia. Insieme alla claque. Quando alle 11 Bolsonaro arriva per commemorare i soldati brasiliani caduti nella Seconda guerra mondiale uno sparuto gruppo di suoi connazionali lo accoglie con cori di giubilo: “Mito, mito, ti amiamo!”. Sono pochi e colorati ma fanno rumore. Prendono di mira i giornalisti italiani, che qualche dubbio sulla democraticità del loro capo di Stato provano ad avanzarlo: “È tutto falso, siete comunisti!”. Di contestatori non ce ne sono, stanno manifestando un paio di chilometri più in là, in piazza Duomo, al grido “fora Bolsonaro!”.

Ma il presidente brasiliano, scortato da almeno dieci macchine, al cimitero di Pistoia non trova né Mario Draghi né altri rappresentanti istituzionali. Ad accoglierlo c’è Matteo Salvini, unico leader ad averlo voluto incontrare nei quattro giorni del G20 in Italia. Nessun capo di Stato a Roma ha voluto fare un bilaterale con lui e sì che di autocrati ce n’erano (vedi Erdogan). Sergio Mattarella lo ha ricevuto al Quirinale perché non poteva fare altrimenti e Draghi lo ha salutato con freddezza. Ma il leader leghista non voleva perdersi l’occasione di incontrarlo, di stringergli la mano e di farsi una foto con lui. Ognuno ha gli amici che si merita. Con Salvini, vestito di blu e cravatta di ordinanza, c’è il deputato livornese Manfredi Potenti e la sottosegretaria leghista alla Difesa Stefania Pucciarelli. Fonti di governo fanno sapere che lei era lì a titolo personale, come leghista, e non in rappresentanza dell’esecutivo. L’imbarazzo del governo italiano è evidente. A cui si aggiunge quello degli alleati di Salvini nel centrodestra. Perché oltre al governatore dem della Toscana Eugenio Giani e all’assenza di Luca Zaia di lunedì ad Anguillara Veneta con annessi scontri (“non tocca a noi processarlo”), ieri a Pistoia non c’erano né il sindaco di FdI Alessandro Tomasi né la sua vice di FI Anna Maria Ida Celesti, sostituiti dall’assessore all’Urbanistica Leonardo Cialdi (della Lega). Anche il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli ha declinato l’invito. Salvini no, lui è venuto da Roma apposta. Nessuna parola contro l’ex militare negazionista. Anzi. “È un presidente eletto di un Paese amico – lo elogia il leader della Lega – trovo le contestazioni surreali”. E ancora: “Devo ringraziarlo per aver estradato il terrorista Cesare Battisti, se avessimo aspettato i presidenti di sinistra sarebbe ancora in spiaggia”. Poi aggiunge, riferendosi alle manifestazioni di protesta in Veneto e in Toscana tirando una frecciata anche agli alleati del centrodestra: “Mi scuso con il popolo brasiliano per le polemiche incredibili perfino nella commemorazione di caduti che hanno dato la vita contro il nazifascismo”. Un concetto che ribadisce durante la cerimonia. Con un’aggiunta. Parla, non si sa a che titolo, a nome degli italiani: “Le chiedo scusa, i contestatori non rappresentano il nostro popolo”.

Parole che fanno arrabbiare gli alleati di governo con Mario Perantoni del M5S (“presenza indigesta”) mentre Stefano Bonaccini chiede a Salvini di non parlare a nome degli italiani. “Meglio dialogare coi talebani?” è la risposta della Lega. Anche nel centrodestra c’è il gelo: da FI accusano Salvini di “estremismo”, FdI tace. Al termine della cerimonia i due si scambiano una battuta sulla sinistra “che sa solo criticare” e si salutano: Bolsonaro fa una breve tappa per visitare la torre di Pisa prima di ripartire da Roma, Salvini va ad inaugurare la nuova sede della Lega a Pistoia. Poco più in là il centrosinistra e l’Anpi stanno manifestando contro di lui e le agenzie battono le parole di Giorgetti che accusa Salvini di una svolta “incompiuta” sulle alleanze internazionali. Lui si concede ai selfie coi militanti. Gli riferiscono le parole del suo numero due. Lui, scuro in volto, se ne va: “Gli assenti hanno sempre torto”.

Giorgetti fa il golpetto: Draghi premier dal Colle. Conte: “Non si può fare”

È l’unico nel governo a dare del tu a Mario Draghi. Ed è anche uno dei pochi che, quando parla, interpreta il suo verbo. Così, ieri, il ministro dello Sviluppo economico e numero due della Lega lo ha detto senza girarci tanto intorno: “Per il Quirinale la soluzione migliore sarebbe un altro anno di Mattarella, ma se non è possibile va bene Draghi”. Parole dette a Bruno Vespa per il suo nuovo libro. Trapelate non a caso dopo quelle di domenica di Giuseppe Conte (“Non possiamo escludere Draghi al Colle”) e di Matteo Salvini, che voterebbe “domattina” l’ex presidente della Bce al Quirinale.

Però, con Vespa, Giorgetti aggiunge di più, agitando tutti i partiti: “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori” mettendo in piedi “un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarghi le sue funzioni approfittando di una politica debole”. E non è un’uscita casuale, perché Giorgetti sta giocando una sua partita per Palazzo Chigi. Non tanto per sostituire Draghi a febbraio, perché sa bene che il traghettatore non potrà essere un politico. Piuttosto il leghista guarda al 2023, in caso di vittoria del centrodestra. “Meloni e Salvini sono inadatti per governare, toccherebbe a Giancarlo – dice un parlamentare a lui vicino – e del resto lui con Draghi ha un rapporto speciale”. Per questo Giorgetti ha iniziato un tour nelle cancellerie internazionali – è appena tornato dagli Usa, partirà a breve per gli Emirati Arabi – così da accreditarsi all’estero. Per l’ira dei salviniani: “Ormai Giancarlo è fuori controllo”. Da Forza Italia invece cala il silenzio per l’ennesimo endorsement nei confronti di un avversario di Berlusconi per il Colle. Quel Caimano che a Vespa ammette: “Mi hanno proposto di fare il presidente, ma non sarebbe facile, il centrodestra da solo non ha i voti”. Anche se poi ammicca ai peones: “Ci sono 290 deputati e senatori usciti dai gruppi originari, in tanti mi sono amici”. Fratelli d’Italia invece, con Ignazio La Russa, conferma che Draghi può andar bene al Colle: “Ma poi si voti”.

Invece Giorgetti apre un nuovo fronte con Salvini anche sulle alleanze internazionali.

Proprio nel giorno in cui il leader leghista incontra Bolsonaro, il suo vice che vorrebbe portare la Lega nel Ppe lo bacchetta: “Se vuole istituzionalizzarsi Salvini deve fare una scelta precisa, la sua svolta europeista è un’incompiuta. L’alleanza con l’Afd non ha una ragione… il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori”. E ancora: “Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western, ma è difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso…”. Salvini gli replica che non vuole far entrare la Lega nel Ppe. Ma altrove tutti discutono del semi-presidenzialismo alla Giorgetti. Anche Giuseppe Conte, che a Porta a Porta parla di “un’uscita” da censurare. Secondo l’ex premier “non dobbiamo auspicare che si stravolga o si alteri il disegno costituzionale: un semi-presidenzialismo di fatto non va assolutamente bene”. Tanto più, fa notare, che “io ho lavorato fianco a fianco con Sergio Mattarella, e ne ho apprezzato le qualità umane, la grande competenza da costituzionalista. Non abbiamo bisogno di uomini della provvidenza”. Neanche se una maggioranza larghissima mandasse al Colle Draghi, verso cui Conte conferma l’apertura: “Nessuna preclusione verso di lui, ma bisogna verificare se ci siano tutte le condizioni”.

Il leader dei 5Stelle ormai si è rassegnato all’ipotesi, come ha spiegato anche ai big. Ma deve evitare che i gruppi parlamentari a 5Stelle vadano in frantumi nel voto. E allora la condizione per il sì alla salita al Colle dell’attuale premier resta quella di evitare il voto anticipato: “Andare alle urne prima del 2023 sarebbe una soluzione improvvida”. Proprio ciò che pensa Luigi Di Maio, che su La Stampa ieri aveva riservato sillabe al miele a Giorgetti: “Lui è decisamente diverso da Salvini e lavoro molto bene con lui”. Complimenti che in realtà vogliono allargare la faglia tra il ministro e il capo del Carroccio. Anche perché Di Maio e diversi 5Stelle sono convinti che il centrodestra punti al voto anticipato. E che Giorgetti aspiri davvero a Palazzo Chigi. Per questo a Di Martedì il ministro degli Esteri lo dice dritto: “Salvini vuole il voto anticipato perché teme che Giorgia Meloni cresca troppo”. Schermaglie, con vista sul Colle.

L’erba convoglio

Proseguono titanici gli sforzi della classe politica per riavvicinarsi al “paese reale” e recuperare il 60 per cento di astenuti, soprattutto giovani. Grande entusiasmo sta riscuotendo la candidatura al Quirinale di un vecchio pregiudicato puttaniere e finanziatore della mafia che, non avendo udienze alle viste, si dice in gran forma anche se è totalmente sordo e dice che è colpa degli aerei anche prima di prenderli. Delirio nelle periferie, con assembramenti, rave party e transenne, per gli ultimi sviluppi del dibattito interno al Pd, magistralmente sintetizzati dal titolo di Repubblica “Lo strappo con Iv agita il Pd. Base riformista: ‘Avanti col campo largo’. La frenata del Nazareno: ‘Sì al Nuovo Ulivo anche senza Renzi’”, che suscita vivaci dibattiti anche nei reparti psichiatrici. Lunedì il pubblico femminile ha adorato l’Innominabile che spiegava a Report i suoi tour birichini nel Nuovo Rinascimento saudita: “Lì adesso le donne possono guidare”, sempreché abbiano ancora le mani e non siano state arrestate, torturate con scosse elettriche, frustate e violentate.

Molto apprezzati, specie nei reparti geriatrici, gli spingitori di candidati al Quirinale in via provvisoria, a tempo, per tenere in caldo la poltrona all’unico italiano su 60 milioni degno di sedervi: Draghi, e chi sennò? Chi preme su Mattarella e chi – come il Foglio – lancia “la soluzione ponte” di Giuliano Amato (candidato fisso al Colle fin dagli anni 80 del secolo scorso), che “spunta, ma per 2 anni”. Non sia mai che gli passi qualche grillo per la testa, tipo restare 7 anni come prescrive la Costituzione. La Presidenza della Repubblica, da massima istituzione dello Stato, viene degradata ad albergo a ore e il capo dello Stato a surrogato dello scaldino o della borsa dell’acqua calda per le terga di chi sappiamo. Prospettive radiose che già inducono la gran parte dei 30 milioni di astensionisti a pentirsi e a scaldare i motori per le prossime elezioni. Ma la spinta decisiva alla riconciliazione fra Palazzo e Popolo verrà dal nuovo libro di Vespa, di cui giornali e agenzie hanno iniziato a distillare le quotidiane anticipazioni. Tipo Giorgetti che riforma la Costituzione senza cambiarla con un simpatico golpetto: SuperMario subito al Quirinale e un suo prestanome a Palazzo Chigi, così “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori” (il convoglio sarebbe l’Italia) e “badare all’economia”. E con quali poteri? “Sarebbe un semipresidenzialismo de facto: il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”. Una delizia. Ah, il libro s’intitola Perché Mussolini rovinò l’Italia (e perché Draghi la sta risanando): la proposta Giorgetti rientra nella prima parte, fuori parentesi.

Woolf sente gli uccelli cantare in greco, Manzoni odia le piazze. Che svitati, gli scrittori

Tutti hanno delle stranezze, ma quelle più buffe appartengono probabilmente agli scrittori. Alessandro Manzoni, ad esempio, dà il nome a moltissime piazze italiane e, fra i passaggi più noti dei Promessi Sposi, racconta i tumulti a Milano per i rincari del pane; ebbene, proprio lui era agorafobico, ovvero aveva il terrore degli spazi aperti ricolmi di persone. Questa è una delle tante chicche presenti in Le buffe vite degli scrittori, firmato da Andrea Micalone per Gallucci.

È un libro pensato per i bambini dagli undici anni in su, ma in realtà così pieno di dettagli e aneddoti da risultare interessante anche per i lettori più maturi. Il saggio si compone di più di venti capitoli, ognuno dedicato a un personaggio della storia della letteratura e alle sue stravaganze, accompagnato per l’occasione dalle caricature di Ivan Bigarella, le cui illustrazioni immortalano scrittori e scrittrici nel bel mezzo delle loro attività più buffe.

Virginia Woolf, altro esempio, è ritratta in un giardino all’aperto, con un faldone di appunti sulle gambe e parecchi passerotti a svolazzarle attorno. Questo perché l’autrice di Gita al faro un giorno si mise in testa che tutti gli uccellini cinguettavano in greco antico; corse fuori ad ascoltarli e cominciò addirittura a prendere appunti, sicurissima che avessero conservato in qualche modo le memorie di Omero, che lei voleva annotare minuziosamente. Woolf soffrì di importanti disturbi mentali, specie verso la fine della sua vita per suicidio, ma viene raccontata con garbo e delicatezza da Micalone, che ne mette in risalto gli aspetti più fragili e al tempo stesso comici.

Il libro segue un ordine cronologico, dal burlone Omero a Dante narcolettico, da Giacomo Leopardi, ghiotto di gelati, a Italo Calvino, che si vergognava di parlare di sé. Anche Virgilio – pare – era timidissimo e al suo primo processo, in quanto avvocato, non riuscì a spiccicare neanche una parola: ma chi può dire che andò veramente così? Consapevole di questo, Micalone ammette di aver infiocchettato i fatti in alcuni casi al fine di renderli più divertenti. Non ci sono grossi stravolgimenti della realtà e le libertà che l’autore si prende sono sempre giustificate dal modo in cui le racconta, contestualizzate poi da una breve presentazione degli scrittori: per aiutare a capire cosa si sa di certo su di loro e per evitare a Micalone gli “immaginari professori armati di nodosi randelli, che lasceranno tranquilli i miei sogni”.

Rebora tra Dante e Pound: “Non lasciamolo ai fascisti”

È l’estate del 1955 quando l’editore Vanni Scheiwiller chiede al poeta Clemente Rebora (1885-1957), una delle grandi voci della lirica del 900, ispiratore degli Ossi di seppia di Eugenio Montale, un testo a favore della liberazione di Ezra Pound dal manicomio criminale St. Elisabeths di Washington. Il poeta americano vi è rinchiuso da quasi un decennio, dopo essere stato trasferito dal carcere militare vicino a Pisa in cui era detenuto per collaborazionismo con il fascismo. Scheiwiller scrive il 15 agosto a Rebora, spiegandogli che bisogna far sì che Pound “non sia dato in pasto ai fascisti vecchi e nuovi né ai fascisti alla rovescia”.

All’inizio il poeta, che dal 1936 è diventato sacerdote rosminiano, sembra rifiutare. Rammenta il professor Roberto Cicala, docente alla Cattolica di Milano, che Rebora poi ci ripensò e rispose di avere “eventualmente… qualche verso”. Così, “quando Scheiwiller si reca a Stresa” – dove Rebora viveva al Collegio Rosmini – “gli consegna un foglietto dattiloscritto intitolato ‘Per Pound’”. Era la prima versione del testo che comincia così: “Da eterna Poesia a noi vien Dante/ per incuorar su quella traccia l’arte/ che al viver vero, se vera, solleva”.

Cicala narra l’episodio in uno dei capitoli del suo ponderoso saggio Da eterna poesia. Un poeta sulle orme di Dante: Clemente Rebora (Il Mulino): “Ho scoperto e studiato una sua Divina Commedia che postilla, dagli anni 20 alla morte nel ’57, e ho trovato decine di cartigli sulla figura di Ulisse. La sua vita è passata dall’Inferno della Grande guerra (dove fu ferito e finì al manicomio con la diagnosi di “mania dell’eterno”, la cifra della sua poesia) al Purgatorio dell’attesa della “scelta tremenda” (con l’amore di una pianista russa e il trauma di un aborto terapeutico) e infine col Paradiso della fede. Con un finale, tuttavia, di grave malattia e sofferenza a Stresa”, dove Montale andò a trovarlo.

È ormai anziano e infermo, dice Cicala, quando Rebora, nel 1955, scrive a Stresa i versi “‘Da eterna Poesia a noi vien Dante’, che sembrano l’unica testimonianza esplicita del suo amore per l’Alighieri”. In verità, “Dante è un modello da sempre, fin da dal 1913 quando il giovane autore esordisce con i Frammenti lirici, che vorrebbe intitolare dantescamente I guinzagli del Veltro. E ancora prima, in una lettera del 1909, mentre fa la sua tesi di laurea, risponde al padre che mal digerisce la sua propensione letteraria: ‘Io sto con Buddha Cristo Dante…’. Infatti arriva a Dante anche attraverso Mazzini e le religioni orientali, va detto. Basti pensare che avrebbe voluto seguire in India Tagore, conosciuto negli anni 20”.

“Gigi, il mio Amleto da ridere”. “Quanto ci manca Proietti”

Oggi è un anno senza Gigi Proietti.

(Silenzio lunghissimo) Eh… (di nuovo zitta) Si accavallano le emozioni, i ricordi, le sensazioni (sospiro) . Al di là della definizione.

Quale?

Non posso chiamarlo “maestro” perché non ci teneva, però ripenso alla mia vita e lui ha rappresentato e rappresenta molto.

Paola Cortellesi, il primo incontro su Proietti.

Ripenso alla mia infanzia, all’adolescenza e agli anni successivi: mi ha accompagnata tutta la vita.

Nel documentario di Edoardo Leo dedicato a Proietti, lei racconta i viaggi estivi con i suoi genitori.

Mio padre in auto estraeva l’audiocassetta di A me gli occhi please: i miei ovviamente seduti davanti e noi tre fratelli dietro, stretti stretti, a ridere come cretini. Momenti meravigliosi.

Scena da film.

Sì, sembravamo la sequenza di Nanni Moretti ne La stanza del figlio quando cantano in auto; comunque conoscevo a memoria A me gli occhi please nonostante fossi piccola; (ci pensa) qualcuno potrebbe leggerci i prodromi del mio mestiere, ma non è così: lo sapevo a memoria perché ridevo.

Proietti e lei adolescente.

Papà ci porta a teatro. Davanti a I sette re di Roma, seduta sulla poltrona rossa del Sistina, mentre rido, penso: “Quanto mi piacerebbe stare sul palco con lui”. Non al suo posto, con lui. Ma non sapevo come, quando e cosa si dovesse studiare; poi, finalmente, anni dopo, l’ho conosciuto e a cena ho vissuto il terzo tempo…

Cioè?

Finito lo spettacolo ufficiale ne iniziava un altro per chi mangiava con lui ed erano serate a colpi di barzellette e racconti; (ride) non solo non so raccontarle, anzi mi prende l’angoscia perché mi sento costretta a fingere ilarità.

Qui c’è un però.

Con lui ho riso, riso e ancora riso.

Lui arrivava dal teatro sperimentale.

Esperienza fondamentale per poi giocare con altri ruoli: A me gli occhi please nasce pure da quello; quando recitava l’Amleto era unico perché passava dal classico e arrivava all’innovazione, con tempi e toni non convenzionali.

Alla parola “Amleto” ha istintivamente riso.

Da bambina ero convinta che Amleto fosse un personaggio allegro (e la Cortellesi inizia a recitarlo in stile Proietti). Solo da grande ho capito la verità e ho capito quanto era genio.

Torniamo al post spettacolo.

Alle cene era irresistibile: partiva in sordina, quasi timido, poi quando apriva bocca restavamo tutti zitti per ascoltarlo. Non era un’esibizione molesta, di quelli che pretendono di stare per forza al centro dell’attenzione. No, era condivisione. E poi non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno.

Neanche una battutaccia?

Macché! Amava i giovani, amava trasmettere, formarli. Questo è un mestiere di pazzi, ma con lui esisteva il “boh”.

Tradotto?

Ancora si stupiva del suo successo. Non si rendeva conto. Un po’ perché non smetteva mai di ricercare, di approfondire, di sperimentare. Ed è un tratto distintivo di chi ha una vera passione per questo mestiere e non si accontenta dei traguardi raggiunti.

Proietti sosteneva: “Mai dare del tu al palco”.

Non lo sapevo. Aveva ragione. Ci vuole rispetto, sempre, altrimenti uno può incappare nella maledizione della seconda: dopo che la prima è andata bene, ci si rilassa ed ecco il danno.

Ha ricevuto consigli?

Con me ha fatto di meglio: mi ha seguita da quando ero una ragazzetta, a un certo punto mi ha guardata, mi ha dato una pacca sulla spalle e invitata a continuare; può sembrare un gesto piccolo, ma nel nostro mestiere ci sono dei momenti dove non hai più il coraggio di proseguire (cambia tono). Quella pacca è stata un incoraggiamento importante e non era per consolazione: era il gesto di una persona che conosce la professione.

La prima volta che Proietti l’ha vista.

Credo quando in televisione, a Macao, interpretavo un personaggio. “M’hai fatto ride’”. Ma che, davvero? “Sì, mi sei piaciuta”. Io stupita. (Pausa) Questo mestiere tocca le situazioni personali, le incertezze, le fragilità: quando sei in scena metti in gioco tutto, non torni indietro e se trovi qualcuno che ti spinge ad andare avanti, con consapevolezza, diventa tutta un’altra cosa.

Un mentore.

A un certo punto della mia carriera sono arrivate persone che mi hanno detto “scegli”. Perché venivo dal teatro, ed era prosa, poi andavo in televisione con la Gialappa’s, ed era satira; infine giravo film con ruoli drammatici. Mi vergognavo a rispondere: “Voglio fare tutto”. Invece Gigi mi ha spinto con il suo esempio e le sue parole a non rinunciare.

È passato un anno. Se lo vede in tv, ride come prima?

Uguale. L’altra sera alla proiezione del documentario, al momento del Cavaliere nero sono scoppiata in una risata; poi penso a lui che non c’è più e l’umore cambia un po’ (altro tono). Alla fine mi hanno chiesto: “Gigi ha lasciato un vuoto?”.

Risposta?

Il vuoto è non poterlo più vedere in scena o in quelle meravigliose cene, ma ha lasciato un pieno per quello che ha inventato, il suo linguaggio a disposizione di tutte le generazioni. Poi sì, non ci sarà più un artista come lui. E questo è un vuoto.

I grandi magazzini del pensiero unico

La notizia è che le direzioni di rete Rai verranno abolite a favore di grandi strutture produttive trasversali che forniranno a tutte intrattenimento, fiction, cinema, approfondimento, documentari, kids, sport, cultura ed educational.

Con il progetto annunciato da Carlo Fuortes ed approvato dal CdA, la Rai ha compiuto la sua intera parabola, per approdare alla “nuova normalità”. Nella storia della tv italiana ci sono tappe fondamentali, dalla televisione pedagogica delle origini, all’apertura all’audience per arrivare alla tv industriale di Celli, di cui questa nuova versione rappresenta in qualche modo il perfezionamento e la conclusione. La razionalizzazione della produzione, accorpata in grandi strutture per genere, non ha solo il significato di risparmio economico, ma rappresenta, soprattutto, un taglio alla possibile diversità di pensiero. Nell’epoca del pensiero unico, praticare la differenza non solo è uno spreco, ma anche un’infrazione del codice restrittivo della Cancel Culture. Tuttavia, queste considerazioni, che in altre epoche avrebbero creato scandalo, non sono oggi neanche oggetto di riflessione. La pianificazione editoriale è di fatto una pianificazione economica in cui il pluralismo è bandito, non tanto per censura, quanto per risparmio. E il risparmio è oggi molto più importante della libertà d’espressione. Ma cosa significa nei fatti tutto questo? La fine della televisione generalista e l’affermazione della logica delle piattaforme, grandi “magazzini” indifferenziati di prodotti omologati. In questo contesto, anche se temporaneamente vengono tenute in vita, che senso hanno le tre reti Rai? Nella logica delle cose si prospetta la vendita o l’accorpamento di una o più reti, tenuto conto soprattutto che attualmente la Rai non produce profitti, ma passivo e che la sua vocazione culturale di “complemento della pubblica istruzione” è così lontana nel tempo da essere stata rimossa e dimenticata.

Perché parlo di morte della tv generalista? Perché con il nuovo piano editoriale vengono meno le strutture che differenziano la tv tradizionale dagli altri media e da altri contenitori come le grandi piattaforme. Vengono infatti disarticolate quelle caratteristiche che ne costituivano la specificità mediatica. Con la cancellazione delle direzioni di rete viene meno lo specifico per eccellenza della tv generalista: il palinsesto, primo editoriale della rete. È un dispositivo che scandisce la giornata indirizzando la programmazione sulla base di una routine quotidiana predeterminata, il lavoro al mattino, la riunione familiare per il pranzo, il pomeriggio dedicato all’intrattenimento, il prime time destinato alla grande platea generalista con coerenza linguistica e stile. Col nuovo progetto il palinsesto diventa l’esposizione del magazzino e non più la scansione della vita sociale. Si tratta infatti di mandare in onda materiali interscambiabili e, come tali, privi di una specifica destinazione. Tutto questo però riflette in fondo il grande cambiamento sociale in atto: lockdown, coprifuoco, divieti incrociati che tendono a favorire la fine della presenza fisica sui posti di studio e di lavoro, spingono in direzione di un intrattenimento il cui unico scopo sembra essere quello di passare il tempo in vista di una totale perdita di senso della vita.

Il secondo elemento che viene meno nel nuovo piano editoriale è la perdita di riferimento al target. Il target è un elemento che la tv generalista eredita dalla televisione commerciale. Ma causa o grazie allo spirito del tempo, l’abolizione della distinzione tra maschile e femminile imposta a viva forza al pubblico con una martellante propaganda rischia di far morire il target. Il mio exploit a Canale 5 con Pomeriggio con sentimento destinato al pubblico femminile che non seguiva le serie d’azione o le partite di calcio, sarebbe oggi oggetto di censura da parte del decreto Zan. L’ultimo e più spinoso elemento cancellato dalla programmazione unica è costituito dalle differenze ideologiche che oggi, in presenza del pensiero unico, suonano come eresie. Ho sempre considerato la lottizzazione televisiva, che ha dato origine materiale alle tre reti Rai, per quanto discutibile, un simbolo del pluralismo. La fine delle direzioni di rete cancella anche un possibile pluralismo, non in chiave politica, ma culturale. Nelle varie direzioni in cui verrà divisa in futuro la produzione Rai, quella che desta più perplessità e inquietudine è la cosiddetta direzione APPROFONDIMENTI che, con chiaro riferimento alla neo lingua orwelliana minaccia di appiattire il sedicente approfondimento sulla superficie piatta e impenetrabile del pensiero unico. Cosa raggruppa l’approfondimento? L’informazione, che oggi è sempre più sinonimo di propaganda, ma anche il giornalismo d’inchiesta come Report o Presa diretta e il Talk. Riflettiamo. Affidare questa elencazione eterogenea a un unico centro produttivo rischia di far sparire quel poco di buono e di vero che la Rai è ancora in grado di esprimere. Se la stessa struttura sovraintenderà a Porta a Porta e a Report è più facile che Report si uniformi a Porta a Porta piuttosto che il contrario. In questi ultimi anni Report ha difeso la propria autonomia e indipendenza per esporre verità altrove indicibili. Questo sforzo di vero approfondimento rischia di essere normalizzato. Inoltre, dato il livellamento sull’intrattenimento di tutto il Talk, l’infotainment si candida a diventare il vero fulcro e modello di tutta la sezione approfondimento. Se la normalizzazione di questo settore genera ancora preoccupazione, ciò deriva dal fatto che, in maniera diretta o indiretta, l’approfondimento ha a che fare con l’informazione e all’informazione si attribuisce ancora un valore che giustifica la sopravvivenza del servizio pubblico.

Ma oggi i confini tra informazione e fiction non sono più così netti, non solo. Anche la fiction sta diventando sempre più importante nella costruzione dell’opinione pubblica, perché colonizza il nostro immaginario. Pensiamo alle fiction distopiche che hanno preceduto l’avvento di una pandemia largamente annunciata. Anche l’immaginario, e cioè la fiction può essere sinonimo di differenza. Quella differenza che sulle grandi piattaforme non esiste più se non, ancora una volta, nella canonizzazione Lgbt. Pensiamo a Netflix che manda in scena qualsiasi storia, purché il protagonista sia nero/a, il suo partner transgender e la morale della favola “politicamente corretta”. Concludendo, alla fine della semplificazione, avremo delle reti di troppo perché prive di quella funzione a cui le destinavano le differenze politiche e culturali ormai cancellate. Non dubitiamo che il nostro presidente del Consiglio, che, sino ad oggi ha espresso il suo massimo potenziale con le privatizzazioni, saprà “valorizzarle” adeguatamente.