Dalla democrazia alla cachistocrazia

Visto che si riparla di Churchill, come non ribadirne il merito di aver messo in circolazione il solo argomento veramente inattaccabile a favore della democrazia in quanto “peggiore forma di governo eccettuate tutte le altre”? Un merito che vale a fargli perdonare tutto: perfino di non essersi vergognato come un ladro nell’incassare il premio Nobel per la Letteratura.

A lui va la nostra perenne gratitudine perché quella sua frasetta ci immunizza dal rischio che ci vengano in mente le altaniane (non alfaniane) “idee che non condivido”. Anche se, avendo la democrazia il suo tallone d’Achille nella selezione del personale politico, cresce il timore che se non si ferma la deriva che la porta a degenerare in cachistocrazia, cioè in governo dei peggiori, l’argomento di Churchill rischia di risultare… a rischio; e qualcuno potrebbe preferirgli quello di Bertrand Russell: “La democrazia ha perlomeno un merito e cioè che un deputato non può essere più stupido dei suoi elettori, perché più stupido è lui, più stupidi sono stati loro a eleggerlo”. Come se l’elettore fosse sempre libero di votare per chi vuole (v. Rosatellum) e avesse sempre la possibilità di scegliere candidati con Q. I. pari o superiore al suo (idem come sopra)…

Lo scadimento del ceto politico italiano è sotto gli occhi di tutti da tempo, ma se si pensa a come i partiti, o meglio i capipartito, hanno gestito la formazione delle liste elettorali armati di Rosatellum, è difficile non concludere che stavolta hanno proprio esagerato. Una ministra dell’Istruzione e dell’Università entrata al ministero da laureata e prossima a uscirne da ex-laureata (niente da dire sul fatto che non sia (più) laureata: neanche il suo predecessore Benedetto Croce lo era. La differenza – o Dio, la differenza… diciamo una delle differenze – è che Croce non ha mai detto di esserlo), una ministra così, viene ricompensata candidandola a rappresentare in Senato una città che è sede di alcune delle più importanti istituzioni universitarie italiane: gaffe o voluto sberleffo? Altre ministre che, accusate di gravi scorrettezze, hanno preannunciato azioni legali a difesa della propria onorabilità, e poi rinunciato a quanto preannunciato (puntando evidentemente sul fattore tempo; il quale non sempre è galantuomo, ma spesso produce provvidenziali amnesie, oltre che provvidenziali amnistie), vengono premiate paracadutandole in una abnorme quantità di collegi sicuri, a spese di candidati ben più meritevoli, paracadutati anch’essi, ma in collegi a rischio, quindi paracadutati senza paracadute. Un non-partito che si illude di aver risolto il problema della selezione dei propri rappresentanti con un meccanismo che comincia con l’autocandidatura degli interessati (in ogni senso) e prosegue con i clic di parenti e amici da loro mobilitati; ignorando bellamente le ragioni addotte da Platone per convincere che non bisogna votare per chi tiene troppo a essere votato, e quelle analoghe che l’esperienza e il buonsenso avrebbero fatto scoprire autonomamente a Garibaldi qualche millennio dopo (chiedo scusa se parlo bene di Garibaldi). Un candidato-nominato esibito come un fiore all’occhiello solo per aver fatto seguire, in drammatiche circostanze, alle parole “Salga a bordo” una quarta parola che per la verità era una parolaccia, ma scandita con virile cipiglio e punto esclamativo incorporato. Torme di parlamentari dei quali è stata documentata l’incapacità di rispondere a domandine elementari, il cui mandato è rinnovato d’ufficio dai rispettivi boss, senza nemmeno prevedere l’obbligo di frequentare una scuola serale. Stimati dirigenti ruvidamente accantonati per far posto a militi ignoti con nessun altro merito se non quello di essere figli di qualcuno, o compagnucci della parrocchietta di qualcun altro, o di garantire fedeltà canina al padrone pro tempore… Ma basta così: non ce ne è abbastanza per prevedere che l’Italia sarà un giorno ricordata come un fulgido esempio di demeritocrazia eretta a sistema di governo?

Adesso qualche nostro amico riterrà doveroso intervenire con l’indice alzato, o magari puntato, stile zio Sam che chiama alle armi (I want you), spiegandoci: “È la politica, bellezza”. Ma a chi ha la sua patria nel secolo scorso, perché in esso ha passato la parte più lunga della vita, sarà consentito limitarsi a replicare bofonchiando come don Bartolo, il vecchio barbogio del Barbiere di Siviglia: “La musica ai miei tempi era altra cosa”.

P.S. Questa filippica risulterebbe troppo faziosa se non si aggiungesse che nel giudicare gli attori che calcano la scena politica italiana non si può non dar loro atto delle capacità fuori dal comune che devono pur avere se sono riusciti nell’impresa titanica di far giganteggiare retrospettivamente i loro predecessori della Prima Repubblica. E ora anche in quella di farci scoprire nell’astensionismo una legittimità democratica che mai e poi mai avremmo immaginato di potervi trovare.

Mail box

 

Maam, l’ottimo esperimento rovinato dall’incuria

A Roma abbiamo tre poli museali di arte contemporanea eccellenti e a diversi anni luce tra loro. Il Maxxi, il Macro e per ultimo il Maam. Ultimo anche per i finanziamenti: zero euro! Si va verso la periferia est e nel fabbricato abbandonato della Fiorucci. É stato realizzato un ottimo esperimento: dare alloggio a duecento persone. Lo spazio a disposizione è notevole. Facile riconoscerlo per i dipinti lungo il perimetro dello stabile abbandonato, un cancello di ferro che si apre al pubblico solo di sabato. Gli altri giorni possono entrare solo gli ospiti abusivi. L’edificio in alcune parti non ha più neanche il soffitto, stanze allagate e molte opere a rischio. Chi non c’è mai stato si affretti perchè se continua così tra poco resterà solo odore di muffa, di scarichi fognari, erbacce e cicche di sigarette. La proprietà ha intenzione di vendere.

Tanti gli artisti che hanno lasciato in dono le loro creazioni, sono circa 500. La Street Art la fa da padrona e trasforma questo luogo di morte, vi macellavano animali, in un percorso esistenziale. Questo romano è un esperimento molto stimolante sul piano umano, potrebbe aprire la strada ad una nuova forma di vivere in una collettività, peccato che senza una vera educazione sui diritti e doveri si arriva a ciò che oggi è diventato questo luogo così speciale. Uno spazio così grande e con lavori importanti da fare per preservarlo, a Qualcuno toccherebbe intervenire. Agli ospiti basterebbero quindici minuti al giorno per tenere in modo decoroso quel luogo.

Isabella Rigillo

 

Il voto utile è togliere peso a Renzi all’interno del Pd

Che cosa si intende per “voto utile”? Dipende dall’obiettivo che ogni elettore si pone. Il mio è sostenere Liberi e Uguali adesso, anche per riunificare più avanti la sinistra. Un obiettivo che passa per il ridimensionamento del fattore responsabile della sua divisione: Matteo Renzi.

Tanto più il Pd andrà sotto la “soglia Bersani”, tanto più il suo segretario diventerà rimovibile. Senza più Renzi il divisivo, potrebbero riattivarsi le diplomazie della sinistra per una riconciliazione e – forse – persino per una futura sua riunificazione. Tanto più ora, che anche Prodi è uscito dal suo riserbo, per sostenere la lista Insieme, con l’intendimento di aiutare Gentiloni in funzione di ricambio nel Pd. Il premier non brilla per carisma, ma Prodi pensa con la sua flemma ignifuga possa almeno sedare gli animi dopo la batosta. Mentre il “ritiro” di Gianni Cuperlo da candidature e talk show televisivi fa presagire una suo ruolo post-elettorale più deciso. Vedremo.

Quello che invece sarà decisivo per favorire – se non innescare – un ricambio nel Pd, sarà la reazione dei suoi elettori al probabile ritorno del berlusconismo cronico, nell’ipotesi – molto probabile – di un governo di larghe intese. Ogni limite ha una pazienza, diceva il grande Totò. E gli eroici militanti del Partito democratico stanno in rosso fisso.

Massimo Marnetto

 

Le commedie che i cittadini non comprendono

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Dodicesima disposizione finale della Costituzione. Il Vituperato e “fascista” Scelba ha poi tradotto in leggi questa disposizione. Invece gruppi dichiaratamente fascisti, come Forza Nuova, fanno manifestazioni, si presentano alle elezioni, fanno violenza. Il tutto con il beneplacito delle “istituzioni”, i prefetti, dipendenti dal ministero dell’Interno, dunque con il consenso delle massime istituzioni governative. Ora, questa è solo uno degli aspetti assurdi di questa legislatura. Prima commedia: le istituzioni non fanno il loro dovere, anzi il contrario, poi la “sinistra”, di governo, il Pd, chiama i cittadini alle adunate antifasciste, solo per deviare la percezione dai veri problemi che ci affliggono e sempre più ci rovineranno.

Seconda commedia: da quando è stata fatta la legge Bossi-Fini vi sono stati quattro governi dove il Pd era presente e tre a maggioranza Pd. In sette anni non poteva il Pd, così rottamatore, rottamarla, cambiarla, demolirla? Non ha dimostrato a sufficienza che quando voleva fare leggi, come la legge elettorale, era in grado di farle? Dunque a questo orrore di Bossi-Fini, che tra l’altro intasa i tribunali, non ci poteva mettere mano nessuno?

Terza commedia: il prode Gentiloni, che ora piace a tutti i servi dei poteri forti, aveva detto che non avrebbe messo mano alla legge elettorale, poi invece ha messo addirittura la fiducia del governo, in una materia squisitamente parlamentare. E intanto il presidente della Repubblica, che pure se ne intende di leggi elettorali, l’ha firmata senza neppure un vomito. Ed è probabilmente incostituzionale. I cittadini non sempre capiscono di trovarsi in un vortice di commedie, prese per i fondelli, bugie, crimini. E soprattutto non sanno che tutto ciò non è democrazia.

Augusto Giuliani

 

I NOSTRI ERRORI

Sul numero uscito domenica, a pagina 8, accanto al nome del deputato Francesco Cariello è stata messa per errore la foto del suo collega Giorgio Sorial. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

Fq

Democrazia. “Tutti i sistemi di governo sono finzioni, perché convinti di essere legittimi”

La tesi esposta da Massimo Fini in un articolo apparso sul FQ del 13 febbraio 2018 è contraddittoria, perché sostiene che una “democrazia liberale” deve riconoscere il diritto di esistenza, e dunque anche di espressione e di libera circolazione, anche a “idee antidemocratiche”, “purché, naturalmente, non cerchino di farsi valere con la violenza”. Ciò implica logicamente che, se tali idee non si facessero valere con la violenza, ma si imponessero a maggioranza con metodo democratico, dovrebbero essere accolte e riconosciute come legittime (in applicazione dell’Articolo 21 della Costituzione). A danno del sistema, perché un regime antidemocratico non concederà al precedente regime democratico lo stesso diritto a esistere. Piero Calamandrei ha affermato che “nei regimi dove manca una legalità da difendere, può avvenire che il giurista ‘senta il dovere di deporre la toga per prendere le armi’”. Ciò che Massimo Fini non vuole ammettere è che i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza emersi dalle ceneri della Rivoluzione francese del 1789 non sono e non possono essere “universali”. E nemmeno possono essere considerati ideali cui tendere come possibilità teorica, perché in realtà sono una impossibilità logica. Portati alle loro estreme conseguenze, tali principi mostrano il loro limite e la loro radicale illusorietà. La stessa di cui si alimentano i populismi emergenti, i quali pretendono di vedere realizzate per tutti promesse a priori impossibili da mantenere. E chi diffonde consapevolmente tali illusioni è responsabile del disordine politico attuale più di chi a tali illusioni ingenuamente crede.

Giorgio Sirtori

 

Non vedo che differenza ci sia fra un sistema democratico che impedisce il diffondersi di idee antidemocratiche (vedi la proposta Boldrini tipicamente ‘fascista’) e un sistema totalitario che impedisce il diffondersi di idee democratiche. Come scrive Flaubert ne “L’educazione sentimentale” nessun sistema di governo, democratico, totalitario, di diritto divino è legittimo perché si basa su una petizione di principio: l’autoconvinzione di essere l’unico legittimo. Tutti questi sistemi di governo, e altri che si potrebbero citare, non sono, come scrive Flaubert, che finzioni. Nessuna legalità è veramente tale. Faccio notare che la Democrazia nasce da una Rivoluzione violenta, quella francese, in seguito Napoleone si incaricherà di portare la ‘buona novella’ in Europa sulla punta delle baionette. Non vedo perché non possa avvenire il contrario. A meno che non si creda, come è insito in ogni storicismo, che la democrazia sia destinata a essere eterna e sanzioni quindi la fine della Storia.

Massimo Fini

Scuola magistrati: il nome è sbagliato

Sbagliare l’identità annunciando un convegno sull’identità: sembra lo scherzo di qualche spiritello dispettoso. Invece è un errore dei promotori del convegno “Il diritto all’identità personale”, che si terrà sabato 24 febbraio a Milano. Dove? “Nell’aula magna Alessandro Galli ed Emilio Alessandrini”, dicono i manifesti affissi a Palazzo di giustizia. Galli e Alessandrini: due magistrati che in quel palazzo hanno lavorato e che sono caduti vittime del terrorismo. Peccato però che “Alessandro” Galli sia in realtà Guido Galli, il giudice milanese assassinato il 19 marzo 1980 da un nucleo armato di Prima Linea. E peccato, ancor più, che a organizzare il convegno sia nientemeno che la Scuola superiore della magistratura, struttura di formazione decentrata del distretto di Milano. Per uno scherzo del destino, nel convegno si tratterà – dice il programma – del diritto di cittadinanza, del diritto all’immagine, del diritto all’identità di genere e anche “del diritto al nome”. Ma lo spiritello beffardo ha tolto ahimé “il diritto al nome” a Guido Galli. Un errore in buona fede. Aggravato però dalle reazioni – dure – contro chi per primo quell’errore aveva segnalato, il sito giustiziami.it, reo di aver osato scrivere che proprio la Scuola superiore della magistratura aveva sbagliato il nome di un magistrato che non merita di essere dimenticato.

“Ferie a Poggioreale?” L’accusa: Woodcock ha intimidito Vannoni

Quando c’è di mezzo il pm di Napoli Henry John Woodcock, suo malgrado, le eccezioni sono all’ordine del giorno. E così è stato ieri all’apertura del processo disciplinare davanti al Csm per vicende legate all’inchiesta Consip nata a Napoli e finita a Roma per competenza. Caso quantomeno singolare, in uno dei capi di incolpazione, che riguarda anche la pm Celeste Carrano, non erano indicati tutti i fatti contestati. La difesa ha protestato e il Csm ha ordinato all’accusa l’integrazione.

A Woodcock e Carrano, per aver sentito l’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni come testimone, quindi senza difensore, viene contestata dal Pg della Cassazione Mario Fresa la “violazione dei doveri di imparzialità, correttezza e diligenza”: non lo hanno indagato nonostante Vannoni “al pari” del ministro Lotti, dei generali Del Sette e Saltalamacchia, “invece ritualmente” indagati, fosse stato indicato da Luigi Marroni, ex Ad della Consip, “come fonte delle sue informazioni riservate”. Woodcock e Carrano, il 21 dicembre 2016, hanno sentito Vannoni “con modalità non rispettose della sua dignità”, ha denunciato lo stesso Vannoni durante l’interrogatorio romano da indagato. In che modo i pm napoletani avrebbero calpestato la sua dignità? Fresa annuncia in aula che lo dirà “durante la requisitoria. Certamente non sono né il fumo – di Woodcock nella stanza dell’interrogatorio – né il freddo” che Vannoni “avrebbe patito in attesa di entrare”, precisa Fresa per opporsi ad alcuni testi che Marcello Maddalena e Antonio Patrono, difensori dei pm, vogliono ascoltare per far emergere che “Woodcock non fuma e Vannoni mente”. “Come possiamo condurre la difesa – protestano – se non sappiamo quali siano le scorrettezze?”. Anche il collegio disciplinare era perplesso tanto che il consigliere Nicola Clivo aveva chiesto delucidazioni, senza risultato. Fresa, solo dopo l’ordine del collegio, chiarisce i presunti soprusi: Woodcock e Carrano hanno permesso alla polizia giudiziaria “di svolgere in maniera confusa e contemporaneamente, una molteplicità di domande, invitando Vannoni a ‘confessare’”. Inoltre, Woodcock invitò Vannoni “a guardare dalla finestra il carcere di Poggioreale, chiedendogli se volesse fare una vacanza” e gli mostrò “dei fili” per fargli “percepire”, senza che fosse vero, “di essere intercettato” e Vannoni si sentì “sconvolto, scioccato”.

Cosa dirà la difesa alle prossime udienze? “La legge impone al pm” di ricordare al testimone che “ha l’obbligo di dire la verità e che se mente può finire in carcere”. Quanto all’accusa di non aver indagato Vannoni, non potevano farlo “per la insussistenza degli elementi” tanto è vero che i pm di Roma lo indagano ma dopo una nuova informativa. Solo Woodcock è incolpato per un articolo di aprile scorso su Repubblica in cui Liana Milella riporta indirettamente il suo pensiero sulle polemiche attorno a Consip. Secondo l’accusa è stato “gravemente scorretto” con il procuratore reggente Fragliasso il quale, durante una riunione del 12 aprile, aveva caldeggiato “il più assoluto riserbo”. Il pm specifica di aver parlato con Milella, “ amica”, solo l’11 aprile, non dopo la riunione, e “in via confidenziale”. La giornalista conferma. Fragliasso, invece, sostiene che proprio Woodcock gli disse di aver parlato con Milella pure dopo la riunione.

I pm ci riprovano: adesso la fonte del Fatto è Scafarto

Inizialmente la Procura di Roma riteneva che ad aver rivelato l’inchiesta Consip al vicedirettore del Fatto, Marco Lillo, fosse stato il magistrato napoletano Henry John Woodcock e la conduttrice del programma Chi l’ha visto? Federica Sciarelli. Queste due posizioni però sono state archiviate per mancanza di prove e ora i pm cambiano rotta: secondo l’accusa, c’è Gianpaolo Scafarto dietro gli scoop di fine dicembre 2016 firmati da Lillo. Per questo per il maggiore del Noe, già indagato per falso e depistaggio, è stata formulata una nuova contestazione: rivelazione di segreto d’ufficio.

L’interrogatorio di Scafarto, interdetto per un anno dal proprio lavoro, è fissato per oggi. In mano, i magistrati capitolini avrebbero un messaggio di un maggiore del Noe e le testimonianze di due colleghi di Scafarto. Al centro delle rivelazioni contestate ci sono gli articoli pubblicati sul Fatto il 21 dicembre 2016, quando Lillo svela l’esistenza dell’inchiesta Consip, e nei giorni successivi, quando è stata rivelata l’iscrizione dell’ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette, e del ministro dello Sport, Luca Lotti, per rivelazione di segreto e favoreggiamento.

In un primo momento erano stati accusati il pm Woodcock e la giornalista Sciarelli: alla fine la stessa Procura, in mancanza di prove, è stata costretta a chiedere (e ha ottenuto) l’archiviazione. Adesso viene accusato Scafarto. “Per la seconda volta – spiega Marco Lillo – la Procura di Roma ritiene di aver individuato una mia fonte. Nel primo caso, quando sono stati accusati Woodcock e la Sciarelli, è andata male e sono intervenuto facendo una eccezione alla regola secondo la quale i giornalisti non parlano mai delle fonti, solo perché c’era un riferimento a un’amica e collega, Federica Sciarelli, tirata in ballo. In questo caso, come sempre, non voglio entrare nella questione fonti. Suggerisco alla Procura di valutare bene queste nuove accuse a Scafarto e di non ripetere l’errore fatto in passato”.

Il maggiore del Noe era già indagato per aver falsificato una parte dell’informativa del 9 gennaio 2017 quando attribuiva la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” all’imprenditore Alfredo Romeo (ora a processo per corruzione di un dirigente Consip). In realtà dai brogliacci risultava che ad aver pronunciato quella frase era stato l’ex parlamentare Italo Bocchino (indagato, intanto, in un filone dell’inchiesta, per traffico di influenze). Scafarto è accusato anche di rivelazione di segreto – per aver inviato alcuni atti dell’indagine ad ex colleghi poi passati nei servizi segreti – e di depistaggio, in questo caso con il vicecomandante del Noe, Alessandro Sessa.

L’indagine Consip però è molto più ampia. In un altro filone d’inchiesta è accusato di traffico di influenze il padre dell’ex premier, Tiziano Renzi, e il suo amico, Carlo Russo.

Delitto Rostagno, ergastolo confermato per il capomafia Virga

Lo uccise la mafia per il suo lavoro di giornalista. Anche in appello esce confermata, con la condanna del mandante all’ergastolo e l’assoluzione del presunto sicario, la tesi che Mauro Rostagno venne eliminato perché dagli schermi di un’emittente locale aveva alzato il velo sugli interessi di Cosa nostra a Trapani. Ed erano gli interessi criminali di una mafia in ascesa intrecciati con la politica, gli affari e i poteri occulti. Figura centrale del delitto il boss Vincenzo Virga che trent’anni fa era il rappresentante “provinciale” della cupola mafiosa: è stato condannato in primo grado e ora anche in appello come regista dell’agguato di Lenzi, vicino Trapani, del 26 settembre 1988. Rostagno venne prima colpito in auto e poi finito. Prima di morire riuscì a fare rannicchiare e a salvare la segretaria Monica Serra che era al suo fianco. L’accusa era convinta che a impugnare il fucile, spezzato dalle esplosioni, fosse stato Vito Michele Mazzara, capomafia di Valderice: sembravano portare a lui e a un parente biologico non identificato le tracce di Dna ritrovate nell’arma. E per questo in primo grado era finito anche lui all’ergastolo. Si aggiungeva a un altro ergastolo per l’uccisione nel 1995 dell’agente di custodia Giuseppe Montalto. La difesa del boss ha condotto una battaglia per mettere in discussione l’affidabilità degli esami scientifici. E la Corte d’assise d’appello ha sentito il bisogno di acquisire un manuale dei criteri di interpretazione delle tracce di Dna. Pare che i dubbi siano rimasti se alla fine per Mazzara l’ergastolo in primo grado è diventato assoluzione in appello. E almeno per questa parte la sorella di Mauro Rostagno, Carla, ha detto che si tratta di una “sentenza illogica”. La figlia Maddalena ha invece accolto il verdetto in silenzio. Il giudizio di appello ha confermato comunque l’impianto del processo e la tesi dell’accusa secondo cui Rostagno svolgeva un “esemplare lavoro giornalistico” che aveva indispettito la mafia. Giunto a Trapani dopo gli anni della contestazione per fondare la comunità Saman per tossicodipendenti, con i suoi interventi e le inchieste per Rtc, il giornalista-sociologo era diventato una camurria (un rompiscatole, ndr). Così lo aveva apostrofato Francesco Messina Denaro, papà del superlatitante Matteo. Seguiva le tracce dei traffici di droga, riannodava i legami tra la mafia, la massoneria deviata, la politica e il malaffare. Aveva così alzato il velo sul “nuovo volto della mafia” e sul processo di trasformazione da organizzazione tradizionale a a struttura moderna. Prima di arrivare a queste conclusioni, la magistratura aveva dovuto superare omissioni prolungate, sottovalutazioni inspiegabili, depistaggi. Solo 25 anni dopo il quadro investigativo ha segnato una svolta con il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara.

Firenze-Reggio Calabria: sgominata la “banca” dei clan di ’ndrangheta

Dodicipersone arrestate dalla Procura di Firenze e la Dda di Reggio Calabria ha eseguito altri 27 provvedimenti di fermo: il minimo comune denominatore è Antonio Scimone considerato il regista delle movimentazioni finanziarie della ’ndrangheta. I magistrati calabresi e quelli toscani hanno stroncato una vera e propria “banca” delle cosche. Le inchieste “Vello D’oro” e “Martingala” hanno portato anche al sequestro di oltre 50 società “cartiera” e beni per oltre 100 milioni di euro. Ufficialmente venditore di piastrelle, in realtà Antonio Scimone era l’elemento di vertice dell’organizzazione criminale. Al suo fianco c’erano personaggi di primo piano delle cosche della Locride come Antonio Barbaro, Bruno Nirta e suo figlio Giuseppe. Il meccanismo prevedeva un gruppo di società “cartiere” (che avevano sede in Croazia, in Slovenia, in Austria e in Romania). Attraverso queste, Scimone e i suoi sodali mettevano in piedi operazioni commerciali inesistenti per le quali ricevevano pagamenti fittizi su cui non era possibile fare accertamenti perché la sede legale, dopo due anni, veniva trasferita nel Regno Unito dove poi cessava ogni attività. In quelle società finiva anche denaro pubblico. I fondi europei Pisu venivano centrifugati nel reticolo di imprese di Scimone prima di rientrare in Italia attraverso bonifici a imprenditori che poi restituivano le somme ad Antonio Scimone.

Il Riesame ne scarcera 21 su 58: di nuovo liberi i mafiosi di Agrigento

Fuori dal carcere, nonostante decine di accuse delle vittime del racket. Sono stati scarcerati ieri 21 dei 58 boss ed estersori arrestati per ordine della Direzione distrettuale antimafia di Palermo lo scorso 22 gennaio.

Il Tribunale del Riesame di Palermo ha annullato le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip e ora dovranno passare almeno 45 giorni prima che la Procura possa presentare ricorso in Cassazione. Tanto si è preso il Riesame per depositare la motivazione dei provvedimenti, che hanno liberato presunti capimafia della provincia agrigentina, taglieggiatori e gregari di Cosa Nostra. Una situazione che ora preoccupa gli inquirenti, dal momento che – circostanza anomala – decine di vittime del racket stavolta hanno confermato in fase di indagini di aver subito le estorsioni e potrebbero trovarsi faccia a faccia con gli aguzzini rimessi in libertà.

Il Tribunale del Riesame ha anche stabilito che dovrà invece restare in carcere Giuseppe Quaranta, ex capomafia di Favara che, dalla fine di gennaio, ha cominciato a collaborare con i magistrati.

L’indagato ha ammesso di avere rivestito un ruolo di vertice nel clan fino al 2013-2014, ha parlato di estorsioni e di traffico di stupefacenti e ha indicato agli inquirenti i capimafia della provincia. Tra gli scarcerati del Riesame ci sono anche nomi eccellenti della Cosa nostra agrigentina, come i boss Raffaele Fragapane, Antonino Vizzì, Giuseppe Vella, Luigi Pullara e Giuseppe Blando.

Alla base degli annullamenti ci potrebbe essere un vizio formale – per esempio il difetto di motivazione dell’ordinanza emessa dal gip, che non sarebbe sufficientemente argomentata – e in quel caso le porte del carcere potrebbero aprirsi per decine di altri detenuti.

L’agente provocatore ci serve

La coraggiosa e meritoria iniziativa di Fanpage.it ha portato, in primo piano, anche grazie alla forza delle immagini (900 ore di filmati), il problema se introdurre nella nostra legislazione, anche per i reati di corruzione, l’agente provocatore. L’attuale normativa regola le “operazioni sottocopertura” introdotte, per la prima volta, in materia di indagini antidroga. La norma prevede la possibilità di svolgere attività “undercover” “al solo fine di acquisire elementi di prova”, quando si procede per i reati in materia di contraffazione, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio e reimpiego di denaro, riduzione in schiavitù, prostituzione e pornografia minorile, armi, munizioni ed esplosivi, immigrazione e per fattispecie delittuose commesse con finalità di terrorismo o di eversione ed in materia di stupefacenti. Queste “operazioni sottocopertura” sono dell’ “infiltrato” che ricorre in colui che si insinua nel tessuto associativo di una organizzazione criminale al fine di scoprirne i partecipanti, la struttura e le finalità perseguite o del falsus emptor come nel caso di falso acquirente di sostanze stupefacenti.

La nostra legislazione non prevede la figura del “falso corruttore”, cioè di colui, (appartenente alle forze dell’ordine o privato cittadino), che si infiltra nella P.a. sotto mentite spoglie per verificare la corruttibilità o meno di un funzionario pubblico promettendogli denaro od altra utilità in cambio di un provvedimento di favore relativamente ad appalti, concessioni ecc..

Il lavoro di Fanpage.it ha riaperto la polemica tra magistrati “contrarissimi” o “tendenzialmente contrari” e quelli “favorevolissimi” alla introduzione dell’agente provocatore anche per i reati di corruzione. Tra i primi, i capi storici di Md, (tutti ex Csm), Edmondo Bruti Liberati, Nello Rossi, Giuseppe Cascini; quest’ultimo ha precisato: “Sì agli agenti sottocopertura, no ai provocatori per la corruzione, non si può usare la polizia per commettere reati; in una parola, non si può ‘creare’ un crimine”. Tra i secondi vi è, oltre naturalmente Piercamillo Davigo, l’ex procuratore Antimafia Franco Roberti secondo il quale “la corruzione è un reato mafioso quindi, contro di essa devono essere usati gli stessi strumenti investigativi”.

Ora, non vi è dubbio che per contrastare la dilagante corruzione sia necessario prevedere la figura dell’agente provocatore. È vero che la Corte di Strasburgo, ritiene violata la clausola “del processo equo” nel caso in cui un soggetto venga condannato per un reato provocato “in senso stretto” dalle stesse forze di polizia, ma – a parte le non sempre perspicue motivazioni delle decisioni della Corte Edu sia in questa materia che in quella sulla criminalità organizzata (basti pensare alla “sentenza Contrada” basata su errori di diritto) – va ricordato che l’art. 50 della Convenzione Onu contro la corruzione consente agli Stati membri di porre in essere “operazioni sottocopertura”. Del resto, poiché il pubblico ufficiale non può, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, ricevere indebitamente denaro o altre utilità, (o accettarne la promessa), da chicchessia, è evidente che egli deve rispondere del reato di corruzione anche se il denaro o l’utilità (o la promessa) provenga dal falso corruttore con il quale ha stretto un accordo corruttivo. Quest’ultimo – se la sua figura è prevista per legge ed agisca sotto le direttive e il controllo del pm – sarà scriminato, ai sensi dell’art. 51 cp, perché, se è agente di pg, la sua condotta sarà stata posta in essere in adempimento del dovere di cui all’art. 55 cpp in virtù del quale la pg ha l’obbligo di assicurare le prove dei reati e di ricercare i colpevoli; mentre se il ruolo di agente provocatore sia rivestito da un privato, sarà sempre operante la scriminante dell’art. 51 poiché la sua condotta è giustificata dall’incarico e dall’ordine legittimamente impartitogli dall’autorità giudiziaria.