De Luca all’attacco: “Siete camorristi, vi ringoierete tutto”

Siamo oltre le parodie di Maurizio Crozza ma c’è poco da ridere. Vincenzo De Luca ieri ha reagito in maniera furibonda alle inchieste di Fanpage.it. Ha postato un video sulla pagina istituzionale del presidente della Regione Campania che accusa la redazione della testata web di aver orchestrato “una campagna di aggressione mediatica e di pseudogiornalismo, una operazione camorristica e squadristica. Una vergogna nazionale”. E poi a Caserta definisce “camorrista” l’inviato della testata web arrivato lì per seguire un’iniziativa elettorale del Pd. Il governatore si scatena dopo l’annuncio del leader di Leu Piero Grasso di una manifestazione a Napoli “per il primato della politica pulita”. Parole che De Luca interpreta come uno schiaffo in pieno volto a lui e al figlio Roberto, indagato per corruzione. Il governatore è furioso contro una video-inchiesta dove è stato “ingaggiato un camorrista, uno che si presenta mascherato”, che “va a fare un’intervista a mio figlio e parla solo lui”.

L’ex camorrista, Nunzio Perella, “parla di cose che non c’entrano niente e tenta di tirare in ballo la Regione”, mentre “l’interlocutore resta lì sconcertato, è una cosa vergognosa”. Proprio ieri due flash mob dei Cinque stelle tra Napoli e Salerno hanno chiesto le dimissioni del governatore e sollecitare l’ufficializzazione di quelle di Roberto De Luca da assessore comunale, protocollate ieri sera ma non ancora accettate ufficialmente dal sindaco di Salerno. Uno dei flash mob si è svolto sotto Palazzo Santa Lucia. Il governatore ne avrà ascoltato i cori e sentito il rumore.

Mentre a due chilometri di distanza in Questura gli investigatori dello Sco e della Squadra mobile lavorano a sbobinare 900 ore di video ripresi di nascosto da Nunzio Perrella e dal videoreporter Sasha Biazzo, De Luca si chiude nelle sue stanze e usa gli uffici della Regione Campania come studio televisivo di Lira Tv: per attaccare tutto e tutti senza contraddittorio. Contro Grasso, che da giorni usa parole dure sui fatti napoletani: “Ho visto le sue dichiarazioni, c’è da vergognarsi, non una parola sui camorristi che vengono a fare operazioni di aggressione. Sfido anche questo nostro amico a un dibattito sulla moralità pubblica”. Grasso replica: “Non ci interessano le vicende personali su cui indaga la magistratura. Non risponderò alle provocazioni e alle sfide a duello sul terreno del moralismo. Saremo il 26 a Napoli per rivendicare il primato di una politica indisponibile a qualsiasi contatto con affaristi e criminali, una politica pulita che lotta per il benessere dei cittadini”. E aggiunge: “Non ne faccio una vicenda personale tra me e De Luca. La moralità o si ha o non si ha”.

Non risparmia, De Luca, neppure il M5s: “I migliori utilizzatori di questa vicenda ignobile sono loro, sono mesi che sfido Luigino Di Maio a un confronto pubblico ma lui scappa”. E poi: “Abbiamo cominciato a buttare fuori la camorra dalle istituzioni e continueremo a farlo, faremo ringoiare tutto a quelli che hanno messo in piedi questa aggressione mediatica e a quelli che si sono prestati a questa aggressione”. “Ringoiare” è lo stesso odioso verbo di un post pubblicato sabato, il giorno prima dell’aggressione a Salerno di una cronista di Fanpage.it da parte dei supporter della famiglia De Luca. Il candidato premier del M5s risponde su Twitter: 2Le minacce di De Luca sono assolutamente intollerabili e inconciliabili con il suo ruolo istituzionale. Cosa vuol far ringoiare? La valigetta piena di soldi? Deve dimettersi immediatamente e mi aspetto che Renzi e Gentiloni prendano subito le distanze”. Ma De Luca non ci sta: “Siamo sotto attacco perché la Campania è un modello nazionale di rigore, correttezza amministrativa, onestà e trasparenza. Per la prima volta stiamo facendo pulizie” e “ci sentiamo partigiani di una nuova Resistenza”. Gli risponde nel flash mob del M5s, sotto la Regione, Roberto Fico: “È possibile che nello studio di Roberto De Luca arrivi un ex camorrista, entri tranquillamente e parli come se niente fosse di rifiuti? È una vergogna assoluta che si possa gestire anche un solo grammo di spazzatura in questo modo”.

A colloquio con l’ex boss: “Io sono qui per la Regione”

I fanghi tossici da smaltire, il passaggio di una valigetta che doveva contenere 25 mila euro di tangente ma era vuota, e un politico Udc, Biagio Iacolare, famoso per aver mediato nel 2015 il passaggio in extremis di Ciriaco De Mita dal centrodestra di Caldoro al centrosinistra di De Luca, e poi nominato presidente di una società in house della Regione, la Sma Campania, che si occupa di ambiente. Iacolare viene registrato mentre dialoga con l’ex boss dei rifiuti Nunzio Perrella che propone una “stecca”, e ricorda al faccendiere che “mi ha messo qui il governo”. Inteso come governo regionale, ovvero il vicepresidente con delega all’Ambiente Fulvio Bonavitacola, già parlamentare democratico, il salernitano storico braccio destro di Vincenzo De Luca, al quale Iacolare fa esplicito riferimento durante la “trattativa”: “Io ho un rapporto diretto con il vicepresidente, al quale devo spiegare che qui stiamo favorendo alcune situazioni… sono loro che mi hanno messo accà…” .

Eccoli, gli ingredienti della nuova puntata ancora inedita della videoinchiesta di Fanpage.it su appalti e rifiuti. Dalla redazione di via Generale Orsini a pochi metri dal lungomare di Napoli rimbalzano notizie che rendono ancora più furibondo De Luca e il suo entourage. Il Fatto Quotidiano è in grado di raccontare i contenuti essenziali di una vicenda per la quale Iacolare e il suo mediatore, Rori Oliviero, ex presidente del consiglio comunale di Ercolano, sono indagati per corruzione (Bonavitacola non è indagato). Il fascicolo è del pm di Napoli Sergio Amato, il magistrato che ha indagato Roberto De Luca per corruzione e che sta visionando i filmati integrali di Perrella a colloquio con Francesco Colletta e col rampollo del governatore per discutere di smaltimento delle ecoballe e di quote “del 15 per cento comprensive del signor Roberto”. Che domenica ha annunciato le dimissioni da assessore al Bilancio di Salerno ma ieri non le aveva ancora protocollate (in serata sono apparse su Facebook). L’incontro tra Iacolare e Nunzio Perrella, l’ex ministro dei rifiuti del clan che Fanpage.it ha infiltrato con una telecamerina nascosta nel bavero, avviene il 17 gennaio nel bar dell’Hotel Holiday Inn al centro direzionale. Iacolare veste una giacca a quadretti marroncina e una maglia bordeaux, Oliviero è in giacca bluette e cravatta rossa. Davanti a un caffè i tre parlano di un problema.

La Sma si occupa di cinque depuratori campani e deve smaltirne i fanghi. C’è un regime di proroga in corso, l’emergenza è la chiave per sbloccare gli affidamenti diretti. Perrella si propone come l’uomo giusto per la soluzione. E per l’affare: un prezzo ultrascontato di meno di 100 euro a tonnellata quando il mercato ne chiede oltre 200, e la possibilità di procurare voti “a 50 euro l’uno”. Iacolare appare interessato e spiega che però deve riferire a chi lo ha messo lì: “Io ho un rapporto diretto con il vicepresidente, è assessore al ramo, gli devo spiegare che accà stiamo favorendo delle situazioni… Devo dargli dei numeri precisi, Io sono espressione di un governo, anche se sono autonomo. Sono loro che mi hanno messo accà”. Durante la trattativa, Iacolare fa salire l’asticella fino a 140 euro e poi fino a oltre 200. La differenza coi 90 euro iniziali diventa la “cresta” della tangente. Oliviero viene investito del compito di proseguire il discorso con Perrella nei giorni successivi. Gli accenna ad aver compiuto “verifiche con il vicepresidente” sulle problematiche dei fanghi. Poi si pilotano le condizioni dell’appalto: dieci tir al giorno di fanghi verso una discarica, 25 mila euro di tangente subito, con la lettera di invito all’affidamento, altri 25 mila euro al momento della firma. Il 9 febbraio l’appuntamento in un bar di piazza dei Martiri per la consegna della valigetta coi primi 25 mila. La telecamerina ne filma l’ingresso nel portabagagli di Oliviero. È vuota. E da allora scatta l’allarme rosso in Sma. Fanpage.it decide che non si può aspettare oltre per andare in Rete, la borsa vuota ha lasciato odore di bruciato. Il direttore Francesco Piccinini avverte la Procura, che ribatte accelerando le perquisizioni, prima che l’inchiesta diventi pubblica.

In un altro filone su appalti Sma è indagato Luciano Passariello, Fratelli d’Italia, candidato nel collegio della Camera di Napoli-Ponticelli. Giorgia Meloni aveva detto “è pulito”. Ma è imputato a Cagliari dal 2016 con l’accusa di riciclaggio per il clan: la procura sarda gli contesta un “giro” di 130 mila euro provenienti da assegni e denaro liquido sospetti nel periodo tra agosto e settembre del 2003.

Restituzioni M5S, il legale di Tibusche: “Sarti lo aiutava…”

“L’opinione che mi sono fatto è che in qualche momento forse c’erano state delle spese eccessive, e questo può accadere, e qualche bonifico non sia andato a buon fine. Lui non ha trattenuto per sé nessuna somma comunque”. Lo assicura intervenendo a Un giorno da pecora Mario Scarpa avvocato di Bogdan Andrea Tibusche, detto Andrea De Girolamo, ex fidanzato della deputata Giulia Sarti finita nel caso delle restituzioni del M5S. Tibusche è stato denunciato dalla deputata, che lo accusa di non aver effettuato le restituzioni che lei gli affidava periodicamente. E il suo legale commenta: “So che ci sono stati ulteriori sviluppi e che c’è stata un’integrazione di questa denuncia-querela di cui ancora non conosco il contenuto”. Ma Sarti sapeva? Scarpa è chiaro: “Condividevano anche l’abitazione, quindi se quella casa non era Buckingham Palace credo che lei fosse al corrente quando lui operava online per fare bonifici. Senz’altro c’erano delle elargizioni, perché lui è un tecnico e ha detto che in qualche occasione la sua compagna lo aiutava con delle elargizioni a pagare l’affitto”. Dal M5S guardano in silenzio. Ma la sensazione è che la deputata sia ormai con un piede e mezzo fuori dal Movimento.

Riciclati, sorelle e vecchi ràs. Tutti in corsa per il Lazio

La candidatura di Stefano Parisi come governatore del Lazio per il centrodestra, dopo aver corso già nel 2016 per la stessa coalizione come sindaco di Milano, riassume bene la crisi di rinnovamento che da anni attraversa la politica romana e laziale. Perché, al di là delle liti interne al centrodestra o delle alleanze variabili nel centrosinistra, da anni i nomi che ricorrono nella Capitale quando si arriva a stilare le liste elettorali sono sempre gli stessi. A dispetto anche delle inchieste giudiziarie, che negli ultimi anni hanno coinvolto numerosi eletti nelle istituzioni cittadine.

Nelle liste dei candidati al Consiglio regionale del Lazio presentate in vista delle regionali del 4 marzo lo schema non cambia: basta scorrere i nomi in corsa per dare vita a un mix fatto di portatori di voto di lungo corso, esperti in cambi di casacca, transfughi da altre istituzioni e parenti. Date le premesse, sono pochi i giovani e i volti nuovi che avranno una reale possibilità di entrare a far parte del nuovo parlamentino laziale.

Nella lista Energie per l’Italia di Stefano Parisi c’è forse il caso più eclatante di “trasformismo”: Claudio Bucci. Fedele alle sue origini socialiste, così come Parisi, Bucci nel 2005 è entrato in Consiglio regionale eletto con Forza Italia, poi nel 2010 è arrivato il bizzarro passaggio all’Italia di Valori di Antonio Di Pietro, premiato ancora una volta con l’elezione in aula. Nel 2013 un ritorno “a casa” con la candidatura in Campidoglio nella lista del Partito Socialista Italiano. L’anno successivo è il turno di un nuovo cambio di casacca, con una candidatura stavolta all’Europarlamento sotto il simbolo del Pd. Adesso arriva la corsa nella lista che fa parte della coalizione di centrodestra. Stavolta almeno il manifesto elettorale lo ha cambiato, visto che nel 2005 e nel 2010 aveva usato la stessa foto in barba al cambio di casacca.

Con la formazione di Parisi corre anche Giovanni Centrella, già segretario dell’Ugl, sindacato storicamente posizionato a destra, dimessosi nel 2014 dopo l’avvio di un’indagine sull’utilizzo dei fondi della confederazione.

Tra i nomi in cerca di una riconferma nella lista Civica Zingaretti c’è invece Michele Baldi, imprenditore che dieci anni fa sedeva in Consiglio Comunale come capogruppo di Forza Italia. È passato per le file degli azzurri anche Gianfranco Zambelli, oggi ormai consigliere regionale Pd di lungo corso a caccia di un nuovo mandato. Lo stesso presidente uscente, Nicola Zingaretti, è tra i 27 nomi per i quali il Tribunale ha chiesto ai pm romani di indagare per l’ipotesi di falsa testimonianza per la loro deposizione al processo Mafia Capitale.

Per Insieme, cartello che unisce Verdi e Socialisti, si presenta poi il consigliere uscente Daniele Fichera, già assessore nella giunta di Franco Carraro nei primi anni Novanta.

La Civica Popolare di Beatrice Lorenzin ha pescato perfino il candidato governatore dagli altri schieramenti: Jean Leonard Touadì nel 2013 era stato capolista Pd alle regionali ma non era riuscito a conquistare il seggio. Nel suo passato ci sono ruoli di assessore in Campidoglio con la giunta di Walter Veltroni, mentre negli ultimi anni Touadì ha ricoperto l’incarico di presidente dell’Ipab Sacra Famiglia, assegnatogli dallo stesso Zingaretti.

Nel centrodestra invece corre una buona metà dei protagonisti della giunta comunale di Gianni Alemanno. La lista di Forza Italia annovera tre ex assessori di peso con la destra in Campidoglio: Sveva Belviso, Antonio Aurigemma e Fabio De Lillo. Altri due componenti di quella giunta sono Fabrizio Ghera, attuale capogruppo di Fratelli d’Italia in Campidoglio, ed Enrico Cavallari con Noi Con Salvini.

Tra i 5Stelle in corsa per il parlamentino laziale spicca Francesca De Vito, sorella di Marcello, attuale presidente dell’Assemblea Capitolina e molto vicino alla candidata governatrice del Movimento Roberta Lombardi, che già fece parlare di sé per una polemica via social con la giunta guidata da Virginia Raggi.

Insomma, più che un’aula legislativa il prossimo parlamentino laziale rischia di ospitare una fiera del riciclo e dell’usato “sicuro”.

Embraco, il Calenda show a uso di giornali e tivvù

L’Embraco non ha alcuna intenzione di ripensarci: 497 licenziamenti ha annunciato allo stabilimento di Riva di Chieri, a Torino, e quelli saranno. Ieri la multinazionale brasiliana – che produce compressori da frigoriferi per Whirlpool, casa madre del gruppo – ha risposto picche all’ennesima richiesta del governo. Maurizio Landini della Cgil ha parlato di posizione “irresponsabile e provocatoria”, mentre il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha definito “gentaglia” i vertici dell’azienda. Uno sfogo che non si trasformerà in azione perché, di fatto, l’esecutivo non ha il potere di fermare l’azienda.

Insomma, l’Embraco lascerà il Piemonte, lo farà subito e si aggiungerà alla lista delle imprese scappate dall’Italia per spostare le attività in altri Paesi dell’Unione europea che permettono risparmi sugli stipendi. In questo caso, la destinazione è la Slovacchia, dove sono già presenti fabbriche Embraco. Secondo il ministro Calenda potrebbe esserci un accordo fiscale tra Embraco e il governo slovacco e per questo vuole chiedere all’Ue di verificare che non si tratti di aiuti di Stato, vietati dalle regole comunitarie.

Nelle scorse settimane il ministero aveva già provato a trattare, senza successo. La proposta avanzata all’Embraco era utilizzare la cassa integrazione fino a settembre (la legge permette altri nove mesi di ammortizzatori sociali) e intanto cercare un investitore interessato a rilevare il sito. Una soluzione che avrebbe permesso, sempre a detta di Calenda, “una reindustrializzazione in continuità”. Cioè, avremmo avuto più tempo per un rilancio, da attuare senza spegnere lo stabilimento. Ieri mattina alla sede dello Sviluppo economico, la multinazionale ha ribadito che non ne vuole sapere, così a margine dell’incontro è partito il Calenda show: “Dicono che devono licenziare per forza, adesso, ora perché sennò hanno un problema con la Borsa – ha spiegato il ministro – Francamente non mi era mai capitato di sentirlo. Ci troviamo di fronte al peggior caso di una multinazionale che dimostra totale irresponsabilità nei confronti dei lavoratori e totale mancanza di rispetto nei confronti del governo”. Quando gli è stato chiesto se ci saranno nuovi tentativi di mediazione, il titolare dello Sviluppo ha rincarato la dose con un finto lapsus: “Io non li ricevo più questa genta’… questa gente – ha risposto – perché ne ho fin sopra ai capelli, di loro e dei loro consulenti del lavoro italiani che sono quasi peggio di loro”.

E qui si è passati alle comiche. Indignato il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro: “La vertenza non è stata seguita da nessun nostro iscritto. Non è accettabile che si accostino termini denigratori come gentaglia, diffamando 27 mila persone”. Ora resta la “giocata dell’Ave Maria”: un progetto di rilancio dello stabilimento con Invitalia, l’agenzia del Tesoro per l’attrazione degli investimenti.

Scaroni, requisitoria del pm: “Tangente per ingraziare il ministro”

La presunta maxi-tangente da oltre 197 milioni di euro versata al ministro dell’Energia algerino Chakib Khelil e al suo entourage in cambio di appalti petroliferi sarebbe stata una sorta di “biglietto di invito per Saipem per scansare gli avversari” e “per avere il favore” dello stesso ministro “e la sua protezione nelle fasi di gara”. È un passaggio della requisitoria del pubblico ministero Isidoro Palma nel processo in corso a Milano a carico, tra gli altri, dell’ex numero uno di Eni Paolo Scaroni, dell’ex responsabile per il Nordafrica del gruppo petrolifero Antonio Vella e di Farid Bedjaoui, fiduciario dell’allora ministro algerino, finiti sul banco degli imputati per corruzione internazionale. Imputate, in base alle legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, anche la stessa multinazionale e la sua controllata Saipem. La Procura di Milano concluderà il suo intervento lunedì prossimo. In quel giorno formulerà le richieste di condanna per gli ex vertici del gruppo petrolifero.

Poi la palla passerà alle difese degli imputati.

Meglio soli che coi tg del servizio pubblico

In apertura dei tg Rai dell’ora di pranzo c’è la notizia del giorno, il grande annuncio di Gentiloni: via il canone per gli over75. Viale Mazzini applaude, il Tg1 riporta l’applauso mattina e sera, visto che la notizia merita un posto privilegiato anche nella scaletta delle 20. Tanto qualcun altro che paga, da qualche parte, si troverà. Il servizio del Tg2 sull’intervento del premier inizia con una spruzzatina d’amarcord: “Solo l’italia può vantare 7.000 km di coste, 400 musei, 300 parchi archeologici, 600 complessi monumentali”. L’ultimo a sciorinare dati del genere era stato Berlusconi, nella celebre lite col kapò

Martin Schulz al Parlamento Europeo, e avremmo fatto a meno del bis. Avanti col servizio su Matteo Renzi, che parla a Bologna – il tg1 riesce a non nominare neanche per sbaglio Pier Ferdinando Casini – con chiusura da telefono rosa: “Se c’è qualche candidato che picchia le donne bisogna dire No”. Il riferimento è al caso del capitano Gregorio De Falco, che non sfugge nemmeno al tg2. Dopo ampi servizi su Pd e centrodestra, infatti, l’Agcom impone un congruo tempo d’antenna anche per i grillini, sennò scattano le multe. Ecco il servizio: “Dopo la vicenda dei mancati rimborsi, i 5 Stelle sono alle prese con il caso De Falco”. Uno scandalo dopo l’ altro insomma, mentre all’ora di pranzo l’inchiesta sui rifiuti che coinvolge il figlio di Vincenzo De Luca finisce in appendice ai servizi proprio sui 5Stelle (“che vanno al contrattacco”). Ci vuole il video Facebook pubblicato nel pomeriggio da De Luca per ribaltare i ruoli (per il governatore l’inchiesta è “un’operazione camorristica”) e concedere alla vicenda un servizio tutto suo. E anche la giornalista di Fanpage

Gaia Bozza, presa a schiaffi al comizio di De Luca ­ a proposito di uomini he odiano le donne ­ è ormai già consegnata all’oblio. D’altra parte lo dice anche il Tg1, riportando le parole di Gentiloni: “La televisione è l’antidoto alla malattia della solitudine”. Con un servizio pubblico così, meglio l’isolamento perpetuo.

Milan, i guai del socio cinese. Fuorigioco di B. dalle elezioni

Niente più colpi di calciomercato, trofei da esibire, sciarpe rossonere da sventolare: ai tempi del Milan, per Silvio Berlusconi fare campagna elettorale era più semplice. Oggi il club è stato venduto tra mille sospetti, riaccesi dalle rivelazioni del Corriere della Sera sullo stato di insolvenza della società di Yonghong Li: in futuro potrebbe finire nelle mani del fondo Elliott, magari con l’ex ad di Eni Paolo Scaroni come nuovo presidente. Intanto, però, il leader di Forza Italia non ha più a disposizione quello che è stato uno degli strumenti preferiti di creazione del consenso. Ma questo non vuol dire che abbia accantonato la sua passione per il pallone, tra manager sportivi prestati al partito, manovre politiche per controllare Lega e Federcalcio e un occhio vigile alla succulenta partita dei diritti tv.

Rui Costa e Kakà, Ibrahimovic e Balotelli: nei ricordi rossoneri ogni elezione della storia recente è legata a un grande campione. Fin dal 1993, quando a ridosso della sua discesa in campo B. acquistò a suon di miliardi il francese Marcel Desailly, determinante per l’accoppiata scudetto-Champions League che accompagnò la prima, storica affermazione alle Politiche del ’94. Nella campagna elettorale del 2008 si parlava più di Ronaldinho che di tasse e disoccupazione, nel 2014 alla vigilia delle Europee fu acquistato Balotelli che secondo i sondaggisti poteva valere l’1% dei voti.

Perché stupirsi: panem et circenses, il giochetto funzionava. Per 30 anni il Milan è stato un enorme spot elettorale. Neanche troppo a buon mercato, considerando che il diretto interessato ha sostenuto di averci investito un miliardo di euro. Ma vuoi mettere il ritorno d’immagine: presidente della seconda squadra d’Italia e più vincente in Europa, con oltre quattro milioni di tifosi. E di voti a disposizione. La macchina del consenso li contattava uno a uno, scrivendo agli iscritti dei vari Milan Club in giro per l’Italia di “votare Berlusconi” (come alle Comunali milanesi del 2011): “Un gesto tanto semplice quanto decisivo per fare di Milano una città all’altezza della nostra straordinaria squadra di calcio”.

Senza Milan, B. ha messo su un altro “squadrone” in vista del voto: il centravanti è Adriano Galliani, storico amministratore delegato del Milan, pronto a sbarcare in Parlamento dopo essere transitato per Mediaset. “Mi piacerebbe continuare ad occuparmi di sport”, dice lui, in predicato di una poltrona da ministro. Ed è il pensiero anche di Berlusconi. Si spiega così la presenza tra i candidati di Claudio Lotito, esuberante patron della Lazio che è entrato a tutti gli effetti nella squadra di Forza Italia e sta provando a piazzare in Lega Calcio Giuseppe Vegas, ex capo della Consob e viceministro dell’Economia. A Milano è tornato ad affacciarsi anche Mauro Bogarelli, un passato in Fininvest, ora consigliere degli spagnoli di MediaPro che si sono appena aggiudicati i diritti tv del campionato: quando il manager era al comando di Infront, Mediaset ha sempre fatto buoni affari col pallone.

Se le cose fossero andate secondo i piani, poi, il senatore azzurro Cosimo Sibilia (ricandidato alla Camera) sarebbe dovuto diventare il nuovo presidente della Figc al posto di Tavecchio. La Federazione è stata commissariata, come voleva Malagò, ma per B. non è una catastrofe: non mancano certo i contatti col presidente del Coni (dove da qualche mese Gianni Letta è ospite fisso), mentre in via Allegri è arrivato un milanista doc come Billy Costacurta.

La formazione per continuare a vincere tra campo e politica è già pronta. E il caro, vecchio Milan? Fino a prova contraria, non è più affare di Berlusconi. I suoi eredi hanno spinto per liberarsi del club, che veniva considerato un ramo morto, sempre in perdita e ormai politicamente inutile. Dopo i dubbi sullo stato patrimoniale dei compratori e l’effettiva provenienza dei soldi, ora un’inchiesta di Milena Gabanelli scopre che il nuovo proprietario è insolvente in patria, con la sua holding messa all’asta dal tribunale. Il che significa che anche il Milan rischia di finire nelle mani del fondo Elliott, nei cui confronti Li ha un prestito di 300 milioni difficile da onorare. La transizione potrebbe essere gestita da Paolo Scaroni, ex ad di Eni, che in passato ha già smentito l’ipotesi di voler fare il presidente rossonero: “Non è il mio mestiere”. Intanto, però, siede nel consiglio di amministrazione, e non solo in qualità di numero due di Rothschild (advisor dell’affare) quanto per i buoni rapporti con Elliott.

Da quella vendita, tutt’ora controversa (di recente La Stampa ha scritto di una presunta indagine per riciclaggio, smentita dalla Procura), Fininvest ha incassato 520 milioni di euro, liberandosi di altri 220 milioni di debiti e chiudendo una plusvalenza da oltre 600 milioni. La famiglia è rimasta soddisfatta, B. un po’ meno: dice di non seguire più la squadra, ma come un ex ancora innamorato continua a lanciare stoccate a gioco e allenatore (mai alla nuova proprietà, chissà perché). Lui la cessione non l’ha mai digerita per davvero, e oggi forse la rimpiange persino: il 4 marzo, giorno delle Politiche, si gioca Inter-Milan, con i nerazzurri di Spalletti in crisi nera e i rossoneri trascinati in panchina da Rino Gattuso a una clamorosa rimonta. Chissà quanti voti in più avrebbe potuto portargli una vittoria nel derby.

Lecce, riassegnata la maggioranza al centrodestra

“Ribaltone” per via giudiziaria: con una sentenza emessa ieri dal Consiglio di Stato, il sindaco di Lecce Carlo Salvemini non ha più la maggioranza in Comune e si ritrova nella cosiddetta situazione dell’anatra zoppa. A un anno di distanza dalle elezioni che hanno decretato la vittoria di Salvemini al ballottaggio con il centrosinistra, il premio di maggioranza viene riassegnato al centrodestra. E il sindaco, quindi, si ritrova a governare senza avere l’appoggio della maggioranza dei consiglieri comunali.

Il ricorso, che era già stato approvato dal Tar salentino nell’ottobre scorso, era stato presentato da alcuni candidati non eletti delle liste del centrodestra, le cui liste – al primo turno – avevano ottenuto il 52 per cento delle preferenze. Il consiglio comunale del capoluogo pugliese è composto in tutto da 32 consiglieri più il sindaco: nella formazione precedente alla sentenza, erano 20 di centrosinistra, 11 di centrodestra e 1 del M5S. Con il “ribaltone” decretato dai giudici amministrativi, diventano 14 di centrosinistra, 17 di centrodestra e 1 M5S.

Parla come governi: è l’ora più buia del politico italiano

D’accordo, lui si chiamava Winston Churchill. D’accordo, l’Inghilterra e il mondo libero attraversavano l’ora più buia della storia, proprio come il titolo del film di Joe Wright molto apprezzato nelle sale italiane. Eppure il paragone che accompagna gli spettatori all’uscita del cinema è inevitabile: tra la formidabile energia intellettuale di quel leggendario primo ministro e la miseria del discorso pubblico dei nostri politici in campagna elettorale. “Ha scatenato la lingua inglese e l’ha mandata in battaglia”: è non a caso la frase chiave pronunciata dallo sconfitto Neville Chamberlain, disposto a trattare con Hitler, mentre il suo avversario (un Gary Oldman da Oscar) infiamma la Camera dei Comuni il 4 giugno 1940, con il celebre discorso del “non ci arrenderemo mai”. Ora (scusandomi ancora per il confronto maramaldo), poi tornare a casa e ascoltare i farfugliamenti dei vari Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini istiga una parafrasi di quel capolavoro dialettico: hanno malmenato la lingua italiana e l’hanno gettata nel… cestino.

Come il segretario del Pd protagonista indomito di una sfilza di ammiccamenti, battutine, smorfie, frasi fatte di cui (fortunatamente per lui) non resta nulla. O come l’ex Cavaliere di Forza Italia nel solito desolante sketch del carnevale a villa arzilla. Agevolati (o forse vieppiù danneggiati) da cerimoniosi e ridanciani conduttori con domande del tipo svolga un argomento a piacere. Eppure sapevamo che la costruzione di un pensiero logico, la capacità di argomentare, di convincere, di tenere desta l’attenzione di chi ascolta, l’uso della parola affilata come arma implacabile furono il sillabario della politica. Qui invece domina tra gli sbadigli il solito schemino da ufficio stampa della sagra della bruschetta: parlare d’altro in mancanza di argomenti, parlare male dell’altro che è sempre peggio di me, parlare sull’altro quando l’interruzione non è gradita. Comunque: parlare, parlare, parlare per riempire il vuoto delle idee e dei programmi bidone. Peggio di Donald Trump che assicura di non aver mai completato un libro in vita sua, questi da come si esprimono lasciano il dubbio che di libri non ne abbiano cominciato uno. Altrimenti consiglieremmo loro almeno di sfogliare qualche discorso di Margaret Thatcher o di Charles de Gaulle o di Tony Blair o di Barack Obama. Senza contare che anche in Italia annoveriamo autori di eccellenti discorsi politici. Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Enrico Berlinguer. Perfino la drammatica chiamata di correo di Bettino Craxi sui finanziamenti illegali ai partiti sarebbe, non si sa mai, da rileggere. Scusate, mi rendo conto che sono argomenti ridicoli su una politica ridicola, e me ne torno al cinema.