La giornalista Angeli in aula contro il clan: “Denunciare sempre”

“Il giorno in cui mi è stata assegnata la scorta, nel luglio del 2013, ho capito che la mia vita sarebbe stata stravolta”. È quanto dichiarato dalla cronista di Repubblica Federica Angeli, sentita ieri come testimone nel processo per minacce e violenza privata a carico di Armando Spada, esponente dell’omonimo clan di Ostia, e Paolo Riccardo Papagni, fratello dell’attuale presidente della Federbalneari. Rispondendo al giudice, la giornalista ha ricostruito la sua vicenda. “Ho denunciato Spada cinque anni fa prima per le minacce ai miei danni e ai due operatori freelance durante l’inchiesta sui roghi negli stabilimenti balneari e poi per aver assistito a un duplice tentato omicidio”. Da quel momento “non posso più andare a prendermi un gelato, non mi posso neppure affacciare al balcone, perché io ho scelto di continuare a vivere a Ostia”. In contemporanea, fuori dalla Cittadella giudiziaria si è svolto un sit-in di solidarietà indetto da Fnsi, rete No bavaglio e Ordine dei giornalisti, mentre in aula era presente in segno di vicinanza Matteo Orfini, presidente del Pd. “La lotta alla mafia deve unire sempre, anche quando si hanno opinioni non sempre coincidenti”, il messaggio della sindaca di Roma, Virginia Raggi.

“Salto di partito? Qui in Lucania non si chiede l’esame del sangue”

Nella Lucania di Rocco Scotellaro ogni vizio si fa virtù. La vita scorre lenta, le soddisfazioni sono rare, la noia è sempre in agguato cosicché quest’anno i latifondisti del potere locale (famiglia Pittella da una parte, berlusconiani dall’altra) hanno scelto di provare a sperimentare la proprietà commutativa. Se cambi l’ordine dei fattori il risultato resta immutato. La campagna elettorale, spassosissima già di suo, ha preso nuovo brio e vigore con l’entrata in campo dei contendenti. Il centrosinistra schiera infatti Guido Viceconte, già pluri-sottosegretario di Berlusconi. Il centrodestra gli risponde con l’imprenditore Nicola Benedetto, tra i più ricchi di Basilicata, che qualche anno fa voleva fare il presidente della Regione col centrosinistra. Scambisti, scambiati, naturalmente ubiqui.

Viceconte: Guardi, sto riscoprendo la bellezza della campagna elettorale. Lei mi deve credere, sto andando una favola.

Benedetto: Sarei stato disposto a candidarmi anche col centrosinistra perché ho le idee chiare e sono un uomo del fare. Centoquaranta dipendenti nell’azienda di profilati d’alluminio e un magnifico albergo a Matera, nel quale se vorrà lei sarà mio ospite.

Viceconte: Non ho sentito uno, dico uno, che abbia chiesto del mio passato.

Benedetto: Chi mi conosce sa che per me la politica è fare e fare bene. Sono stato assessore regionale nel centrosinistra, e come ripeto spesso, non sarà il colore o la siglia di questo o quello a fermarmi. Credo veramente e fermamente di vincere, ma il mio competitore non è Viceconte che sta con le ruote a terra.

Viceconte: Passo dopo passo, casa dopo casa, riscopro il piacere del contatto umano e ritrovo nuova energia…

Benedetto: Mi preoccupa il candidato dei 5Stelle.

Viceconte: La gente mi tocca, vuole sapere, vuole conoscere. Sa che sono lucano al cento per cento.

Benedetto: Io nasco con Di Pietro, poi quando abbandona l’agone costruisco in regione il Centro democratico di Tabacci divenendone segretario amministrativo. Non so bene perché, ma mi fanno la guerra. A quel punto, fratello caro, la decisione è presa.

Viceconte: Non dimentichiamoci che ho attraversato quest’ultima legislatura con Angelino Alfano, quindi di qua.

Benedetto: Quando ho deciso che di là non c’era nulla, sono andato ad Arcore, accompagnato da Maurizio Belpietro (possiedo una quota della proprietà del giornale La Verità). Mi era parso che Berlusconi fosse contento della mia presenza. Poi non so come, ha rifiutato di candidarmi.

Viceconte: Con Beatrice Lorenzin abbiamo composto questa lista, la Civica Popolare alleata di Renzi. Corriamo per vincere.

Benedetto: Io credo che proprio Viceconte, che continua ad avere colleganze nel centrodestra, temendomi abbia tramato per farmi fuori. Comunque non c’è riuscito. Dopo il no di Berlusconi mi hanno chiamato Raffaele Fitto e Gaetano Quagliariello e mi hanno detto: vuoi fare la quarta gamba del centrodestra? E ho fatto la quarta gamba. Ma alla quarta gamba non è stato dato il collegio di Matera, cosicché io, materano (là sono fortissimo), mi sono ritrovato a giocarmela a Potenza, fuori casa.

Viceconte: Se le dico che solo una volta un dirigente del Pd in un incontro mi ha chiesto: ma lei da dove viene e dove va? E io ho risposto senza trascurare nessun dettaglio. Alla fine quel signore quasi mi abbracciava. Mi ha detto: ‘Grazie, adesso ho capito tutto’.

Benedetto: Qua i Pittella rischiano veramente di farsi male. Queste elezioni daranno risultati sorprendenti.

Viceconte: In tutta sincerità non ricordo di essere stato interrotto per via del mio voto in Parlamento su Ruby nipote di Mubarak. A parte che sono cose passate.

Benedetto: In Basilicata sarà un fracasso. Le faccio vedere che riusciremo a dare un seggio anche alla Lega, cose mai viste.

Viceconte: Faccio mente locale, ma su Ruby davvero nessuna obiezione ho ricevuto. Qui poi vale molto il dato territoriale. Io nasco a Francavilla sul Sinni, non so se mi spiego. Ho dato sangue a questa terra.

Benedetto: Il mio problema sono i 5stelle. Sono forti, adesso hanno candidato questo presidente della squadra di calcio del Potenza. In tutta sincerità, Viceconte non lo vedo proprio.

Viceconte: Stringo mani, incontro gente. Sto lottando pancia a terra e il consenso sale, sale, sale.

Benedetto: Non c’è alcun dubbio che il sottoscritto se dice una cosa poi la fa. Col centrosinistra ho fatto l’assessore regionale, ho capito come funziona la politica, ho lì’esperienza giusta.

Viceconte: Sono molto più che ottimista.

Benedetto: Domani sono pronto a fare il deputato per il centrodestra, e mi preparo per dopodomani quando mi candiderò per presidente della Regione.

Viceconte: Queste elezioni sono strane ma per fortuna i lucani sono un popolo operoso e concreto. Non ti chiede le analisi del sangue.

Benedetto: Il Pd farà un bagno. Hanno candidato la sua collega, Francesca Barra. Secondo me non sa neanche dove si trova. Zero.

Viceconte: La politica è una passionaccia. Mi crede se le dico che sto attraversando un periodo formidabile?

Benedetto: Ho fatto sempre tutto da solo. Alle primarie del centrosinistra raggiunsi il 22 per cento.

Viceconte: Siamo a un’incollatura.

Benedetto: Non lo stia ad ascoltare.

Grasso: “Allora Prodi dovrà turarsi il naso e votare Pierferdi”

A giudicaredalle reazioni, quelli di Liberi e Uguali si aspettavano meno attivismo da parte di Romano Prodi. Il Professore, invece, prima ha attaccato la lista fuori dal centrosinistra, poi dichiarato che voterà Insieme (lista apparentata al Pd) e contestualmente fatto un endorsement a Paolo Gentiloni come prossimo premier. Pietro Grasso, solitamente assai moderato, ieri ha tratto le conclusioni dell’annuncio di Prodi: “Se Renzi ha detto che bisogna turarsi il naso per votare Pd, non c’è dubbio che anche Prodi si dovrà turare il naso per votare a Bologna Casini e non certamente Errani”. In generale, dice il presidente del Senato, “il momento è quello di riconoscere se stessi, i propri valori e principi, che sono stati abbandonati dal Pd”. Pure Massimo D’Alema non ha gradito: “È Prodi il compagno che sbaglia, non si può votare per Gentiloni. È Gentiloni che ha imposto con 8 voti di fiducia questa legge elettorale, che prevede che ci sia il capo del Pd, che si chiama Matteo Renzi. E se c’erano dubbi Renzi ha imposto delle liste con metodo padronale. Prodi dice che abbiamo commesso un errore? È la stessa cosa che io penso di lui”.

“Le radici non sono acqua: la sinistra sono io, non Casini”

Errani, lei ha pochissima voce. Forse sta facendo troppi comizi.

Più che comizi, incontro tantissime persone ogni giorno e parlo con loro. Vado nelle fabbriche, tra i pensionati, i giovani, cerco di uscire da una rappresentazione astratta della politica.

Lei è un pragmatico.

Sono un riformista.

L’Emilia Romagna è la culla del riformismo italiano.

Ho sempre detto che è una regione europea che guarda al futuro.

Vasco Errani è stato per tre lustri governatore dell’Emilia Romagna, dal 1999 al 2014. Fino a un anno fa era nel Pd. Poi ha rotto con il partito renziano e aderito ai demoprogressisti di Articolo 1. Alle elezioni politiche gli tocca una sfida che è nemesi e sentimento: nel collegio di Bologna del Senato corre con Liberi e Uguali contro Pier Ferdinando Casini, storico esponente conservatore del centrodestra oggi con il centrosinistra.

Casini alla Casa del Popolo, Casini che parla sotto le sacre immagini di Gramsci e Togliatti. Che effetto le fa?

Casini è un moderato e non lo nasconde. Ha sempre interpretato in questa terra progetti profondamente diversi dai miei.

Molto diversi.

Non è tanto l’effetto che fa a me, ma quello che sentono tanti e tante, c’è un disagio vero che non è risolvibile con il richiamo al voto contro i barbari alle porte. Chi siamo? Dove andiamo? Questo è il punto.

Un effetto diluito per lei.

Le radici non sono acqua. Io ho fatto una scelta dolorosa ma le persone mi conoscono bene, le idee per cui mi batto sono le idee che ho perseguito per tutta la mia vita.

I valori di sinistra.

Il lavoro e la dignità del lavoro, il welfare, la lotta alle diseguaglianze. Sa che mi ha emozionato in questi giorni?

Certo, non Renzi e Casini.

L’incontro con una staffetta partigiana di 93 anni. Mi ha detto una cosa straordinaria: ‘Avevo paura, non sono un’eroina, ho fatto quello che dovevo fare per il nostro futuro’. Ecco questi sono i miei riferimenti.

L’antifascismo non è più scontato.

In questa terra sa qual è la vera grande risorsa?

La spieghi.

Nel mio stare bene non c’è solo quello che guadagno ma anche guardare chi non ce la fa. Il segreto è essere passati dall’io al noi. Ecco perché questa regione, povera come la Calabria agli inizi del Novecento, è diventata terra di benessere e ricchezza.

Poi anche qui è arrivata la crisi. E la crisi porta radicalizzazione. Oggi vanno di moda Corbyn e Mélenchon.

Usciamo dalle parole e dalle logiche politiciste.

Usciamo.

Un riformista intende la radicalità in modo concreto. Qui la crisi demografica è serissima, non è che la si può affrontare col bonus. Occorrono servizi, lavoro, case a prezzi accettabili. Questo per me è il riformismo radicale.

Una visione, non un ossimoro.

Abolire il Jobs Act e tornare all’articolo 18; finanziare pienamente il servizio sanitario nazionale perché 12 milioni di cittadini non accedono alle cure; cambiare l’università classista: vista la situazione del Paese oggi questo riformismo diventa radicale.

In più il Pd vota Casini a Bologna. Che cos’è il suo ex partito: centrismo democristiano, imitazione berlusconiana? Dia una definizione.

Non sono un professore.

Non sfugga, forza.

Al posto mio hanno già risposto tantissimi elettori che hanno abbandonato il Pd.

E che voi rincorrete.

Se non ci fosse la sinistra in Parlamento sarebbe un problema per la democrazia non solo per noi di LeU.

La sua è una sfida difficile, oltre che carica di simboli e significati.

Tutte le sfide sono difficili, ma il problema maggiore è un altro. Noi di Liberi e Uguali siamo nati da poco e dobbiamo farci conoscere. Molti non lo sanno ancora.

Mancano solo due settimane.

Anche l’attenzione dei media è quella che è.

Fa più notizia Prodi che dice che voi sbagliate.

Sono amico di Romano e dico una cosa semplice: gli elettori che non votano più per il Pd non si possono lasciare soli, purtroppo il progetto dell’Ulivo oggi non c’è più. In ogni caso mi sembra significativo che Prodi voterà per Insieme e non per il Pd.

Il post-voto è un’incognita, a causa del Rosatellum.

Un sistema che oggi sembra non avere più madri e padri.

Renzi e Berlusconi, e le larghe intese dietro l’angolo.

Dopo il 5 marzo, voglio contribuire a costruire e rilanciare una sinistra di governo.

Con o senza Renzi?

Il punto non sono le persone, sono sempre stato lontano dai personalismi, comunque io penso che una fase si stia chiudendo, una fase che per me ha un segno negativo. Bisogna rompere con le politiche che hanno fatto perdere tanti e tanti voti al centrosinistra.

Il busto di Nathan per virginia Raggi

Massoni a Cinquestelle. Per rispondere alla linea dura di Luigi Di Maio contro i quattro candidati con il grembiule scoperti nelle liste grilline, il Goi ha in mente un regalo e un invito. Il Goi è il Grande Oriente d’Italia ed è la prima obbedienza massonica del Paese. Il Gran Maestro è Stefano Bisi, giornalista senese prosciolto, e quindi non più inquisito (come scritto ieri erroneamente dal Fatto), per il crac della Mens Sana basket. Il regalo è per la sindaca di Roma, Virginia Raggi. E cioè un busto di Ernesto Nathan, che guidò l’amministrazione capitolina dal 1907 al 1913. Ebreo, mazziniano e anticlericale, Nathan è tuttora considerato il più grande sindaco di Roma nel Novecento e fu anche Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. L’invito è invece per Di Maio, candidato premier del M5S. Il prossimo primo marzo, il Goi celebrerà la Giornata della fierezza massonica e aprirà a tutti le porte delle proprie sedi, dalle 18 alle 23 di quel giorno. A cominciare dalla sede del Vascello sul Gianicolo a Roma. Dice Bisi: “Di Maio può venire al Vascello ma anche a Napoli, non abbiamo problemi. Del resto è andato a Milano al ‘Pane Quotidiano’, come visto in tv, che è un’associazione di volontariato che venne fondata nel 1898 dai massoni”.

Anche Gentiloni ha la sua (piccola) mossa elettorale: Rai gratis agli over 75

Il canone Rai e la televisione pubblica sono sempre un tema politico, ancora di più in campagna elettorale. Matteo Renzi ha infilato la “tassa” da cento euro (poi novanta) in bolletta per combattere l’evasione: il gettito è aumentato di poco per Viale Mazzini, ma gli italiani non l’hanno presa bene. Poi il segretario del Pd ha promesso l’abolizione per un giorno, il seguente si è rimangiato la parola. Paolo Gentiloni, invece, ha trovato una misura spendibile subito ai fini del voto: ha allargato la fascia di esenzione degli over 75 – includendo quelli con un reddito sotto gli 8mila euro – e la platea passa da 115mila italiani a 350mila. Il decreto interministeriale, che coinvolge il Tesoro e lo Sviluppo Economico, è stato annunciato dallo stesso presidente del Consiglio. In Rai seguono Palazzo Chigi ed esultano: “Rai prende positivamente atto del provvedimento. La disposizione, volta a promuovere l’inclusione sociale, è in linea con analoghe misure già in atto per i principali broadcaster pubblici europei ed è in completa sintonia con i principi di uguaglianza sostanziale e di libero accesso all’informazione sanciti dalla Costituzione e propri della mission Rai. – è la linea dell’azienda – Il sostegno alle fasce più deboli della popolazione rappresenta un valore imprescindibile per il servizio pubblico radiotelevisivo”. Critico il leghista Roberto Calderoli: “Venghino signori venghino, vi promettiamo tutto, anche la Luna. In questi suoi ultimi scampoli il governo Pd sta regalando soldi a pioggia a tutti…”.

Il pranzo (nazareno) della domenica

Domenica è andato in onda il governo di unità nazionale prossimo venturo. B. da Fazio su Rai1, mummificato nel suo inalterabile Es travestito da Super-Io antipopulista; Renzi da Giletti su La7, a tentar di smorzare i sondaggi con una nota di finta baldanza.

“Il centrodestra non è a trazione Berlusconi, è a trazione leghista”, aveva detto Matteo dopo pranzo alla Annunziata su Rai3 (giacché fino al 4 marzo è tutto un Telethon di ininterrotte panzane), e “Mai al governo con gli estremisti” ha ribadito la sera a Giletti. Chi vuole intendere intenda: noi ci alleeremmo pure con il centrodestra, ma dentro c’è Salvini, e Salvini (incensurato, a parte una condanna per aver tirato uova a D’Alema) è peggio di B., frodatore dello Stato e amico dei mafiosi.

I contraenti nazareni si lisciano a distanza (nei collegi si sono fatti vicendevoli cortesie di non belligeranza); i nemici sono i 5Stelle. Renzi mette B. dentro una gag famigliare: lui e la moglie lo sentono dire in Tv che “il trattato di Dublino l’ha firmato Renzi” (fa l’imitazione di B.) invece l’ha firmato lui (risate in studio), come se il difetto di B. fosse una simpatica tendenza a mentire. Il non detto affoga nella melassa nazionalpopolare: la Fiorentina, le nonne (“98 e 88 anni”), i figli (“17,15 e 12 anni; la piccolina Ester è nata nel 2004, Francesco nel 2001, a maggio”). Alle facezie segue la filigrana sentimentale (tecnica del chiaroscuro): “Io dico che se trovi un bambino o una donna in mare lo salvi perché sei un uomo, non un animale” (stringe gli occhi a dire il pathos); “Due ragazze sono state uccise, avevano l’età di mio figlio, Pamela e Jessica”.

Il nulla, per occultare la verità. Che è questa: nello stallo alla messicana determinato da una legge elettorale voluta da entrambi, basterà che B. si liberi di Salvini perché il padrone del Pd possa dire: “Io avevo detto che non avrei fatto un governo con gli estremisti, e B. non lo è”, e l’ennesimo rivoltante pasto sarà servito.

I neo “responsabili” fanno i conti per l’ammucchiata

Questa volta potrebbero chiamarsi “grossisti”, tanto per evocare la Grosse Koalition di Angela Merkel. Sono quelli pronti a sostenere il “governo di unità nazionale”. Ovvero, l’ammucchiata per salvare il Paese da un baratro non ben definito: ufficialmente, l’ingovernabilità. In maniera più prosaica, si tratta dei “responsabili”, emuli di quelli che nel 2011 salvarono il governo Berlusconi (e la propria poltrona), sotto la guida di statisti della caratura di Mimmo Scilipoti.

I sondaggi sono proibiti, ma le ultime rilevazioni fotografano un Parlamento senza maggioranza, neanche con le larghe intese Pd-Forza Italia. Pagnoncelli sul Corriere della Sera ipotizzava una media di 283 deputati al centrodestra (129 a FI, 101 alla Lega, 39 a Fratelli d’Italia, 14 alla quarta gamba); 136 al Pd; 18 +Europa; 4 Civica Popolare, Insieme, Svp; 24 Leu e 152 M5s.

Allora, i pallottolieri sono in movimento. “Certo, per capire che governo ci sarà, bisogna aspettare le elezioni. Magari il risultato non è quello che ci aspettiamo”, mormorano sconfortati quelli che stanno lavorando per il “governo di tutti”. L’operazione è – ovviamente – informale e riservata, ma tutti parlano con tutti. I più attivi sono i vari big del Pd. I componenti della cosiddetta squadra di Renzi (da Marco Minniti a Graziano Delrio, passando per Dario Franceschini e Andrea Orlando) sono già al lavoro per capire se ci saranno i numeri per un esecutivo senza Renzi, ma a guida Pd. Perché ciò si realizzi, i Dem devono prendere più del 22% e meno del 26% (sopra, entrerebbe in gioco Renzi). A quel punto, Paolo Gentiloni, con la benedizione di Sergio Mattarella e quella dei “padri nobili” (in primis Romano Prodi) e l’aiuto di Carlo Calenda e Emma Bonino, potrebbe aspirare a mettere insieme una maggioranza amplissima. Dentro, nelle intenzioni di chi ci lavora, dovrebbe starci, prima di tutto, Liberi e Uguali al completo. Sia Massimo D’Alema che Pietro Grasso hanno parlato pubblicamente di “governo del presidente”. Quello a cui molti di loro si dicono potenzialmente disponibili è un governo solo per la legge elettorale. Per farla a volte non basta una legislatura. LeU potrebbe far parte del gioco se arrivano pezzi di Cinque Stelle. Al Pd parlano di una quindicina di deputati. Attenzionati personaggi come Maurizio Buccarella e Carlo Martelli al Senato e Andrea Cecconi e Silvia Benedetti: finiti nella questione delle “restituzioni” potrebbero essere eletti e poi trasmigrare nel Gruppo Misto. Speranze anche sui parlamentari al secondo mandato, che non otterrebbero la ricandidatura. L’offerta della presidenza della Camera a Luigi Di Maio sarebbe una sorta di cavallo di Troia per favorire una spaccatura. I “grossisti”, infatti, puntano a uno sfaldamento di tutti i partiti. Nella Lega, Matteo Salvini nelle liste ha fatto tabula rasa di maroniani ed esponenti vicini a Luca Zaia. L’incognita arriva dal centro sud, dove è stato costretto a imbarcare gente proveniente da altri partiti. Qualche esponente vicino a Francesco Storace in Lazio e Abruzzo, ex fittiani in Puglia (Altieri e Marti), nomi passati per diverse casacche in Campania, Calabria e Sicilia (Cantalamessa, Attaguile, Lo Monte), mentre in Sardegna sono candidati esponenti del Partito Sardo d’Azione (Solinas capolista per il proporzionale in Senato). “Da lì potrebbero arrivare sorprese”, racconta un ex parlamentare leghista. In politica, la fedeltà è volatile. Tra i big si guarda a Giulia Bongiorno e Giancarlo Giorgetti. Più difficili i “tradimenti” da parte di eletti di FdI.

Il capitolo premier, peraltro, non è definito: Gentiloni regge se il Pd non è al tracollo e se è più o meno pari a FI. Altrimenti, l’azzurro Antonio Tajani è il nome numero 1, ma si ragiona anche su figure “tecniche”. Sempre, urne permettendo.

“Vinciamo noi, e facciamo un governo nostro. Dura quello che dura”: i candidati di centrodestra, galvanizzati, raccontano di ultimi giorni decisivi. In effetti, sia alla Camera che al Senato, i seggi mancanti sono pochi. In FI, l’asse Toti-Ghedini potrebbe puntare a evitare il divorzio da Salvini. In LeU molti prevedono un governo di centrodestra, con qualche transfuga dai Cinque Stelle e magari pure dalle liste coalizzate del Pd (sospetti anche su Emma Bonino). E Renzi? Se non è lui che dà le carte (possibile solo con il Pd oltre il 26%) potrebbe lavorare per affossare l’operazione “unità nazionale”. Magari garantendo a Berlusconi una mano “sotto banco” in Senato, con l’idea di staccargli la spina appena può.

Istruzioni per il voto

Lo sanno tutti, perché chi comanda nell’ombra ha già deciso così, ma nessuno lo dice: la sera del 4 marzo i maggiori partiti che hanno sgovernato l’Italia negli ultimi 24 anni, cioè FI, Pd e i centrini loro alleati rinnegheranno le solenni promesse “larghe intese mai” e daranno vita (si fa per dire) a un governo di larghe intese guidato da Paolo Gentiloni, noto frequentatore di se stesso. Che però, verosimilmente, non avrà la maggioranza né alla Camera né al Senato. Quindi si provvederà a ingaggiare l’ala maroniana della Lega (in cambio di un ministero a Maroni, che ha appositamente rinunciato al bis di governatore in Lombardia) e ad acquistare i 5 o 6 eletti nei 5Stelle espulsi per storie di massoneria o di mancate donazioni dai propri stipendi (che, da putribondi figuri in campagna elettorale, diventeranno insigni statisti “responsabili” e “moderati” per il governissimo che fa benissimo). Si spiegano così due fatti accaduti domenica: l’assenza di B. e Salvini alla manifestazione anti-inciucio indetta da Giorgia Meloni; e la risposta di Renzi a Massimo Giletti sulle larghe intese: “Nessuna alleanza con gli estremisti”, cioè “con i 5Stelle e con un centrodestra a trazione leghista”.

Dunque con FI sì, perché sarebbe “moderata”, così come i leghisti maroniani e i vecchi democristiani di centrodestra che si fanno chiamare Noi con l’Italia: personcine ammodo come Cesa, Fitto e Formigoni. Naturalmente saranno della partita gli ex berlusconiani candidati nel Pd e nelle liste fiancheggiatrici. Cioè +Europa di Emma Bonino, che nel ’94 non si fece problemi a convivere con B., Dell’Utri e Previti, anzi ne sposò sempre le posizioni anti-magistrati, anti-Statuto dei lavoratori e pro-guerre in Afghanistan e in Iraq (ovviamente in nome di Gandhi). E Civica Popolare di Lorenzin&Casini che, dopo una vita trascorsa con B., non avranno problemi a tornare all’ovile di Arcore. Questa orrenda ammucchiata sarebbe, per l’Italia, il peggio del peggio. Peggio persino di un governo di centrodestra, che avrebbe almeno il pregio di premiare chi ha vinto e non chi ha perso le elezioni; di risparmiarci il quinto governo consecutivo non legittimato dalle urne, con conseguente lacerazione democratica e sociale; di far nascere una sinistra moderna dalle ceneri del fu Pd; e di rinfrescare la memoria agli italiani, vaccinandoli per sempre dall’eterno ritorno del Caimano frodatore e puttaniere travestito da nonnino buono e rassicurante, tutto canile e famiglia.

Ormai l’establishment si muove come se le Larghissime Intese, per tener fuori anche stavolta chi vince le elezioni, fossero cosa fatta.

Gentiloni rassicura la Merkel che, dopo il voto, l’Italia avrà un “governo stabile e non populista”, cioè uguale a quelli di prima: per lui il fonte battesimale del Parlamento non sono gli elettori, ma qualche terrazza romana, un paio di banche tedesche e un pugno di fondi d’investimento inglesi. Intanto i politicanti e gli opinionisti al seguito passano il tempo a dissuadere noi elettori dall’idea malsana che il nostro voto conti qualcosa e che il nuovo governo dipenda dal risultato delle elezioni. Lo fanno per scoraggiarci dal votare per chi si opporrebbe all’inciucio, cioè i 5Stelle, Fratelli d’Italia e forse Liberi e Uguali (ma D’Alema ha scriteriatamente evocato un “governo del Presidente”). E per farci intruppare tra le file dell’astensionismo, che tutti deplorano a parole ma fomentano nei fatti, nella speranza che alle urne vadano solo gli elettori comprati, controllati, ricattati e quelli liberi se ne stiano a casa. Il resto lo fanno le tv e i giornaloni, con tre mosse a tenaglia. 1) Nobilitano i voltagabbana (dei 350 che hanno cambiato casacca nell’ultima legislatura, i partiti ne ricandidano 100), elogiando preventivamente i prossimi tradimenti degli elettori per sostenere l’inciucione. 2) Ingigantiscono le pagliuzze di chi non ci sta (la decina di parlamentari 5Stelle che si sono tenuti lo stipendio diventano peggio dei ladri e dei mafiosi) e rimpiccioliscono le travi di chi ci sta (silenzio sugli 81 indagati o imputati, quasi tutti nelle liste Pd, FI e centriste, molti per aver rubato rimborsi pubblici per spese private; zero tituli in prima pagina su Repubblica, Stampa e Messaggero per lo scandalo delle tangenti in Campania, la fuga di De Luca jr. e l’aggressione alla cronista di Fanpage). 3) Vista l’impopolarità di Renzi & C., creano il mito di Emma Bonino, facendo credere agli antirenziani di centrosinistra che votare Emma sia un dispetto a Matteo, mentre è l’opposto: se +Europa non supera il 3%, tutti i suoi voti vanno al Pd, cioè a Renzi; se +Europa supera il 3%, porta in Parlamento una pattuglia di radical-berlusconian-democristiani (c’è pure Tabacci) prontissimi al governissimo. L’ha detto la stessa Bonino a Radio Capital: “Larghe intese? Dopo il voto si vedrà cosa si può fare. Con Berlusconi ho già governato. Purché non ci sia Salvini”. Ma fior di intellettuali “di sinistra” ci sono già cascati: voteranno Bonino contro Renzi. Più che un voto, un ossimoro.

Ma, anche se è tutto già deciso alle nostre spalle, non è detto che la Banda Larga abbia i numeri per l’ennesimo golpe. Per strano che possa sembrare, dipende proprio da noi elettori. Purché conosciamo le conseguenze del nostro voto, che tutti si sforzano di spacciare per inutile e invece non è mai stato così utile. Chi non vota aiuta l’inciucio. Chi vota una delle liste di centrosinistra (Pd, +Europa, CP e Insieme) sceglie l’inciucio. Così come chi vota FI, NcI e Lega. Chi non vuole le larghissime intese ha quattro opzioni: M5S, LeU (sperando che Grasso non ceda alle sirene mattarelliane), Potere al Popolo (che però difficilmente supererà il 3%, dunque i suoi voti, senza alleati, andranno dispersi) e, a destra, FdI. Tutto il resto è Renzusconi.

Garibaldi, il barbone portafortuna

Lo chiamano Garibaldi, per via della sua folta barba bianca e della coperta rossa con la quale si riscalda. Abita sotto il cavalcavia accanto a Ponte Milvio, in una casa di cartoni ordinatissima, dorme su un giaciglio di vecchie coperte, cucina il suo caffè su un fornelletto in riva al fiume, e trascorre le giornate a guardare il mondo dal basso. È dignitoso, e anche profumato, sa di sapone di marsiglia. Garibaldi è il nostro portafortuna, è un barbone amuleto che ci protegge da mali e pericoli.

Tutte le mattine io e Manolita ci fermiamo a salutarlo prima di proseguire verso scuola. Ci saluta affettuosamente con un grande sorriso. Se hai un esame importante lo tocchi, e lui recita una serie di strani scongiuri con le mani, fa tre gesti di corna all’ingiù ed esclama: “Sciò, sciò, ciucciuvè, uocchio, maluocchio, prezzemmol’e fenuocchio…”. La sua è una missione: è uno sciamano nato, e per niente sciamannato. Non vuole denaro, accetta solo doni e generi di conforto. È la sua etica, la sua morale. Si lamenta dei barboni finti, in particolare di una signora barbona che la sera si fa venire a prendere dall’autista, o un altro che addirittura ha un proficuo conto in banca. Garibaldi è sempre in compagnia di uno strano personaggio con degli strani occhiali da saldatore, discreto, mite e defilato. Si chiama Osvaldo, il barbone che ha sempre caldo; ma non è prudente spogliarsi e lasciare i vestiti sotto il ponte, così Garibaldi indossa a cipolla tutti i suoi golfini e giacconi, gli fa un po’ da attaccapanni. E passeggiano sorridenti lungo il Tevere, padroni di se stessi e del loro tempo, sotto un raggio di sole che batte solo per loro.