La vicenda di Marco Cappato, processato per aver aiutato il dj Fabo, reso cieco e tetraplegico da un incidente stradale, a morire in una clinica svizzera, pone una questione delicatissima che merita attenzione e rispetto. Tra etica, religione e diritto, il prestare aiuto a chi in condizioni di dolore inimmaginabile non vuole più essere costretto a condurre quella che non è più un’esistenza dignitosa è un problema antichissimo. Nella civiltà romana il suicidio era ammesso, l’atto di annientamento di se stessi non era considerato uno scandalo. Non lo era per i canoni morali né andava contro precetti religiosi, tanto che non vi era alcuna prescrizione giuridica. Secondo il diritto romano il suicidio era del tutto legittimo, anzi i giuristi lo definivano una libertà naturale. Ma era assolutamente condivisa l’idea che un essere umano potesse darsi la morte per sottrarsi alle sofferenze di una malattia. A proposito dei malati terminali, Plinio il Vecchio scriveva che “tra tutti i beni che la natura offre agli uomini, nessuno è migliore della morte tempestiva” (Storia naturale 28.1-14); Cicerone, che invece rimetteva alle divinità la decisione del tempo della morte di un uomo, ammetteva ma solo per evitare sofferenze la libertà di darsi la morte quale “eterno rifugio per non sentir più nulla” (Dispute Tuscolane 5.40.117); allo stesso modo Seneca, disposto ad accettare il suicidio dinanzi a un corpo divenuto “un edificio putrido e decadente” o alla malattia incurabile (Lettere 6.58.34-36). E allora basta guerre di religione o ideologiche: la Corte costituzionale abbia la forza di far uscire questo paese dalle sagrestie per affermare il diritto di morire o alla dignità dell’esistenza.
“La mia meravigliosa favola d’amore con Francesca”
Ohi, la rete. Luogo di ribalderie e di tangheri grafomani… E invece vi si incontrano eccezioni di delizia. Io, ad esempio, mi imbatto da tempo in un signore più anziano di me ma che possiede l’innocenza dei fanciulli. Si firma “Raffaele Pisani appassionato di poesia e napoletano a Catania”. Che cosa ci faccia a Catania non lo so, ma immagino, data l’età assai matura, che vi conduca vita da pensionato. Che sia napoletano, però, questo è certissimo. L’altro giorno ha fatto irruzione nel mio spazio virtuale per San Valentino. Con una lettera aperta. Una pubblica dichiarazione d’amore per la moglie, tenera autobiografia.
“Caro San Valentino – si leggeva – sono un vecchio scugnizzo nato 77 anni fa in un vicolo di Napoli che è stato la mia scuola e la mia famiglia, che mi ha protetto dai bombardamenti della guerra e mi ha dato qualcosa da mangiare quando nella mia umiliata città si moriva anche di fame, quando quel poco di pane che riuscivi a trovare era fatto con cento grammi di farina e mezzo chilo di segatura. Puoi immaginare la mia infanzia… le profonde ferite dell’orrore della guerra… di tanta miseria… Ti assicuro, caro San Valentino, che te le porti dentro tutta la vita! Ma bando alle passate malinconie! A te, Santo e protettore di tutti gli innamorati, voglio presentare mia moglie Francesca”. Andavo su e giù con gli occhi e non ci credevo. Intendiamoci, i riferimenti affettuosi alla moglie Francesca li avevo già incontrati nel corso di altre apparizioni.
Ma quanto scorreva sullo schermo aveva un che di scandaloso, travolgeva le convenzioni su quel che a un anziano sia consentito dire. C’era una sequenza di frasi, ciascuna recante in apertura una grande lettera, di modo da formare alla fine il nome amato: Francesca. Funzionava così: F come “Felicità senza confini”. R come “Rappresenti tutto quello che io sognavo, desideravo, speravo”. A come “Ancora… sempre e solo te, ancora per sussurrarti: ti amo… e ancora per dimostrarti tutta la mia gratitudine per avermi fatto ritrovare quel cuore bambino…”. Si arrivava in fondo con crescente stupore.E siccome si vive pur sempre in un mondo pieno di pregiudizi, un lettore qualunque pensava di avere a che fare con un personaggio decisamente eccentrico. Invece quella storia sciorinata davanti a tutti, quella vicenda d’amore iniziata 37 anni fa, il 23 maggio del 1981, riconciliava con la rete. Perché, per chi ha avuto la fortuna di leggerlo, “Raffaele Pisani appassionato di poesia e napoletano a Catania” è uomo di intelletto che viaggia con naturalezza tra società, politica e cultura.
Credo sia uomo di sinistra, deluso come tanti, se hanno un senso i suoi rimbrotti scagliati come frecce verso il Matteo fiorentino. È amante di Eduardo e del suo teatro, mi sembra di ricordare sotto Natale qualche accenno al famoso, irresistibile dialogo sul presepio. Porta di sicuro negli occhi e forse anche nelle narici il golfo di Napoli, con i suoi venti e il profumo dei suoi flutti. Difensore appassionato del dialetto, e non solo di quello napoletano, a cui pure, un giorno, dedicò una lettera che ho conservato. Mi conquistò il titolo, eco del grande Lucio bolognese.
“Caro dialetto ti scrivo”, incominciava. Aggiungendo un’informazione che non avevo: “Il 17 gennaio è la giornata dedicata a te, ed io ti scrivo innanzitutto per dirti che da 77 anniti voglio bene perché sei stato‘la prima lingua’ che ho parlato, che ho imparato nei vicoli e perché sei stato tu che mi hai avvicinato alla poesia e mi hai fatto vivere di poesia. Per questo ti voglio ringraziare, di cuore”. E aggiungeva: “Non ho mai condiviso quanto diceva l’Unesco nel 2012 affermando che tu, straordinaria parlata napoletana, ti saresti estinta entro la fine di questo secolo. […] Non ritengo di alcuna utilità la promulgazione di leggi che prevedano l’introduzione dello studio dei dialetti nelle scuole. […] Sono le poesie e le canzoni ‘lo scrigno’ dove ritroviamovocaboli e detti della nostra storia e delle nostre radici”.
Era un autentico, splendido trattato. Chiuso da versi dialettali probabilmente suoi (“Voce d’ ‘a terra mia, voce sincera, ca saje purtà tutte ‘e penziere mieje p’ ‘e strade d’ ‘a poesia, a tte, stanotte…”) e dedicati, credo, proprio a lei, Francesca. Francesca “acquerello dipinto dal sorriso di un angelo con i colori dell’arcobaleno, il volo delle rondini, la forza dell’amore…”. Incredibile. E voi dite che in rete si trovano solo violenza e spazzatura?
Ristoratori, contro le recensioni selvagge fate la “battaglia delle forchette”
Cara Selvaggia, so quanto ti appassiona la questione delle recensioni su Tripadvisor e Booking per cui voglio raccontarti questa vicenda che mi ha distrutto. Un mese fa circa viene una coppia nel mio hotel. La mattina di quella stessa giornata mi si ammalano il cuoco e l’aiuto cuoco evidentemente aggrediti dalla stessa influenza. Ho un sostituto ma non due, quindi mia moglie di 65 anni si mette in cucina a dargli una mano. Sfiga vuole che abbia l’hotel pieno (è sabato e c’è una fiera in città) e quindi non ho potuto chiudere il ristorante perché include anche la preparazione delle colazioni. Decidiamo così di offrire regolamento servizio. Questa coppia (sui 45 anni circa, aria facoltosa), dal momento del suo arrivo, si rivela esigente e litigiosa. Non gradiscono la vista e cambiano stanza. Chiamano perché il frigobar non ha la loro marca di birra preferita e spieghiamo che non siamo un bar. Si lamentano per l’affollamento nella spa, ma noi accettiamo solo i clienti e quando l’hotel è pieno non possiamo fare delle selezioni. Poi decidono di fermarsi a cena nel nostro ristorante e sì, riconosco che quella sera abbiamo avuto dei problemi. Mia moglie ha sempre cucinato in casa per tre persone al massimo, non ha mai avuto tempo per imparare a cucinare come uno chef perché lavoriamo da una vita, è anche brillante e in gamba ma non ha 20 anni. Qualche volta ha dato una mano in cucina ma con l’hotel mezzo vuoto come quasi sempre, purtroppo, accade. Quella sera avevamo 78 persone sedute. Siamo stati lenti nel servire la cena, abbiamo faticato a servire tutti gli ospiti ad una tavola contemporaneamente, qualcosa non era buono come ci riesce di solito. È vero. Però non c’era nulla di impresentabile, abbiamo offerto il dolce, ci siamo scusati. Nessuno si è lamentato. A parte loro due, che dopo l’attesa per il primo se ne sono andati lasciandoci lì due controfiletti quasi pronti nella padella. Il giorno dopo, al checkout, abbiamo fatto presente la cosa dicendo che comunque avevamo le nostre colpe e quindi i controfiletti non li avremmo inclusi nel conto, benché fossero stati ordinati. Lei ci ha risposto con un secco “Ci mancherebbe” e se ne sono andati con un freddo mutismo. La parola gli è tornata poco dopo, precisamente due giorni dopo, quando ci siamo ritrovati una recensione devastante in cui il nostro hotel 4 stelle veniva più o meno definito un incrocio tra un ostello, un postribolo e il peggiore bar di Caracas. Mia moglie si è sentita responsabile e a 65 anni, disabituata a questo mondo virtuale in cui tutti giudicano tutto, per la prima volta mi ha detto: “Ma chi ce lo fa fare?”. Certo, non molleremo per questo, ma avrei tanto voglia di far passare una giornata in hotel ai signori che tornano a casa e affidano alla tastiera le loro lamentele anziché a noi, prima di andare via. Avessero almeno il coraggio di dircele, le cose, anziché umiliarci pubblicamente.
Donato
Caro Donato, la mia sulle pagelle agli hotel e ai ristoranti date dal primo che passa l’ho detta più volte. Fosse per me impedirei di far giudicare “Uomini e donne” al primo critico improvvisato che passa, figurati un ristorante. Detto ciò, ritengo che la vostra categoria dovrebbe lottare di più per ottenere un regolamento che impedisca recensioni selvagge. Inventatevi una “battaglia delle forchette” e fate la storia, su.
Denunciare le violenze vuol dire anche proteggere le altre
Molto tempo fa ho avuto una storia con un uomo che si è rivelato violento, narcisista, dispotico e con una propensione al sadismo psicologico che mi ha tenuta legata a lui per due anni. Non l’ho mai denunciato, ma avrei potuto. Ci ho messo parecchio a riprendermi dopo la mia fuga da lui. Ora ho un compagno che mi adora, un figlio e per fortuna sono andata avanti. Un mese fa scopro che quest’uomo si è appena fidanzato con una cara ragazza, mia ex collega. Ma se la penso in mano a quell’uomo mi viene da piangere. È gentilissima, una che in ufficio chiamavamo Bridget perché aveva quella timidezza goffa alla Bridget Jones. Vorrei alzare il telefono e gridarle di scappare, raccontarle i miei due anni di inferno, prepararla a quello che l’aspetta: lui appare un santo, all’inizio. Vorrei dirle che è fragile per stare con un uomo così e che poi non basta lasciarlo perché c’è il tempo della ricostruzione emotiva. Vorrei dirle che la schiaffeggerà, che le dirà che è brutta, che ha la fortuna di stare con lui, che non vale nulla. Ma è compito mio? Ne ho il diritto? Il dubbio mi tormenta.
L.
Temo di no. Sarebbe bello un mondo ideale in cui gli uomini violenti girano con una lettera scarlatta sul petto o con una specie di alone viola intorno come nella memorabile pubblicità sull’aids, ma non si può fare, purtroppo. Non hai un rapporto così solido e confidenziale con questa ragazza per metterla in guardia senza passare per una ex livorosa e ahimè, temo sia anche nella fase in cui non ti crederebbe. Quella in cui lui le fa vedere il trailer di un film che non ci sarà. Purtroppo, puoi solo sperare che lei sia meno Bridget di quello che pensi e offrirti di darle una mano nel caso entri in quella spirale e decida di fartelo sapere. Resta una domanda: perché non l’hai denunciato all’epoca? Perché denunciare non vuol dire solo proteggere noi stesse, vuol dire anche proteggere le altre donne, quelle che arriveranno dopo di noi e che purtroppo non possiamo aiutare imbastendo processi sulle intenzioni. Si denunciano i fatti avvenuti, su quelli che avverranno non possiamo fare nulla, ahimè.
Agguerrite dunque cattive, un sillogismo da poveretti
Reductio ad nazium: tattica retorica che mira a squalificare l’avversario paragonandolo ai nazisti e può ottenere l’effetto di escludere la persona coinvolta dal campo sociale o politico evitando ogni dibattito con esso”. È Wikipedia, non Asia Argento, a spiegarci la genesi del termine “nazifemminismo”, frutto di un folle sillogismo confezionato da menti bacate dalla paura e dalla malafede: le femministe sono agguerrite e convinte delle loro idee, anche i nazisti erano agguerriti e convinti delle loro idee, ergo le femministe sono naziste.
Pure Aristotele, che considerava la donna un errore biologico, ma di logica se ne intendeva, si metterebbe le mani nei capelli. Ma “nazifemministe” non sono solo le scocomerate sessuofobe che parlano di “arte degenerata”» davanti ai quadri di Balthus o dei preraffaelliti (che nel privato un po’ degenerati erano davvero, però come artisti bisogna lasciarli stare). No, l’epiteto colpisce tutte le donne che denunciano abusi e discriminazioni, quelle che pretendono che l’ex marito versi regolarmente l’assegno di mantenimento, quelle che chiedono di essere pagate come gli uomini. Che se l’avessero fatto durante il nazismo sarebbero finite in galera: il Terzo Reich predicava alle donne le tre K, cioè Kinder-Kueche-Kirche, bambini, cucina e chiesa. Caduta la K di Kirche (a condannare violenze e gender gap ci si è messo anche il Vaticano), restano le altre due K, la sintesi della femminilità secondo conservatori e sessisti di complemento, che a buon diritto potrebbero essere chiamati nazimaschilisti.
Ma noi non usiamo la “reductio ad nazium”, perché non intendiamo evitare il dibattito con chi la pensa diversamente. Non ce l’abbiamo con gli uomini, ma con le idee ingiuste e arretrate sostenute da certi uomini. E poi, santo cielo, la camicia bruna non fa per noi: questa primavera, ad esempio, vanno il rosso ciliegia e il giallo lime.
Nazifemministe no, piuttosto chiamateci stracciapalle
Si è fatta strada piano piano, nei post sui social, nei commenti, nelle chat. E oggi la usano in tanti, in fondo è pratica, intuitiva. È la categoria di “nazifemminismo”, che cade sulla testa di qualunque donna denunci con particolare pathos la condizione femminile, magari criticando quegli uomini – non gli uomini – che ancora difendono, sotto una patina di modernità, il tanto comodo patriarcato. Sei una donna che chiede il divorzio? Nazifemminista che distrugge la famiglia. Una madre separata che parla ad alta voce della situazione a dir poco complicata delle madri sole? Nazifemminista che porta via i figli e lascia l’ex sotto un ponte. Una donna che denuncia molestie? Nazifemminista che non capisce il gioco della seduzione.
Insomma, ci si si mette a riparo di un facile cappello, che crea solidarietà maschile e affibbia alle donne un epiteto definitivo e sottratto al dibattito. Già, perché finché le femministe erano mezze pazze, ridicole, lesbiche, frustrate qualche margine di dialogo, sia pure all’insegna dello scontro, poteva pur esserci. Invece se sei nazista bisogna solo combatterti, annientarti, ridurti al silenzio. E tuttavia: se i nuovi maschilisti si radunano all’insegna della lotta contro le gerarche in gonnella, noi donne qualche domanda potremmo anche farcela. Forse, perse nel furore della denuncia, abbiamo spesso peccato di carenza di ascolto. Forse abbiamo pensato prima a noi stesse, forse abbiamo creduto, sbagliando, che i nostri figli avessero bisogno più di una madre che di un padre.
Insomma, anche nel paese delle diseguaglianze tra uomo e donna c’è sempre qualche ragione per fare mea culpa. Però per favore, nazifemministe no. Magari chiamateci semplicemente stracciapalle, che a volte lo siamo davvero. È più carino, pure ironico. E costringe comunque a chiedersi: ok, questa donna mi sta asfissiando, vediamo almeno se ha ragione.
“Impostore”, “gradasso”, “Lucifero”: gli insulti al papa dei tradizionalisti
La “resistenza” clericale e farisea anti-Bergoglio, com’era prevedibile, non ha reagito bene alla dura invettiva di Francesco contro siti, vaticanisti illustri e semplici blog tradizionalisti che considerano il pontefice argentino un vero e proprio eretico a capo della Chiesa.
Le parole del papa, consegnate alla fidata Civiltà Cattolica di padre Antonio Spadaro sono state queste: “Per salute mentale io non leggo i siti Internet di questa cosiddetta resistenza. So chi sono, conosco i gruppi, ma non li leggo, semplicemente per mia salute mentale… Alcune resistenze vengono da persone che credono di possedere la vera dottrina e ti accusano di essere eretico. Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro”.
Tra i più lesti a rispondere gli “anonimi della Croce”, misteriosi autori di sapidi retroscena curiali, che oltre a ribadire le accuse di eresia a Francesco pubblicano commenti zeppi di insulti cattolici all’indirizzo del papa. Un assaggio: “pappa Francesco”, “stolto”, “impostore argentino”, “falso papa”, “gradasso” persino “Lucifero”. In questa sede, e non solo, abbiamo già dato conto della consistenza più che altro telematica non reale di questa opposizione interna. Si tratta di élite tradizionaliste con l’aggiunta di autorevoli vaticanisti tra cui spicca quello del Tguno, Aldo Maria Valli.
La guerra a Bergoglio, soprattutto per le aperture ai divorziati dell’Amoris Laetitia, ha però solidi punti di riferimento nel clero, tra cui il cardinale americano Raymond Leo Burke, non più patrono dei Cavalieri di Malta per volontà di Francesco. Burke è uno degli autori dei cinque Dubia (dubbi) sull’Amoris Laetitia e più di una volta ha accusato il pontefice di eresia. Di qui la minaccia di un clamoroso scisma nella Chiesa di Roma. Per Burke, Bergoglio potrebbe già decadere per “manifesta eresia”. Non quindi un processo da fare, ma una semplice e solenne “declaratoria” del collegio cardinalizio. La “deposizione” di Bergoglio è solo una delle tre ipotesi sperate da questo fronte fariseo. Le altre due sono le dimissioni e la morte.
Gigi Buffon, chi si ritira è perduto
Quando Andrea Agnelli, nel bel mezzo dell’assemblea degli azionisti-Juve del 19 ottobre 2011, con un vero e proprio coup de theatre mise di fatto alla porta Alessandro Del Piero “grande uomo e grande capitano” ringraziandolo per i 19 anni trascorsi in bianconero (“E’ stato proprio Alessandro a dire che questo sarebbe stato il suo ultimo anno alla Juventus”, chiarì a scanso di equivoci il presidente), Pinturicchio non aveva ancora compiuto 37 anni. Era la stagione che si sarebbe conclusa col primo scudetto di mister Antonio Conte, che in tutta evidenza non gradiva la presenza (ingombrante) del Capitano, considerato la quarta scelta in attacco dopo Vucinic, Matri e Quagliarella. A Torino, sponda bianconera, Del Piero era un po’ l’equivalente di Totti a Roma, sponda giallorossa: i tifosi volevano sempre vederlo in campo e i mugugni e le discussioni erano sempre all’ordine del giorno anche se tu, allenatore, riuscivi nell’impresa di vincere lo scudetto strappandolo al Milan di Ibra e Robinho, Nesta e Tiago Silva. A proposito, proprio in quell’ultimo grande Milan giocava ancora, a 38 anni, Pippo Inzaghi: anche se “giocare” era una parola grossa perché la verità è che l’allenatore, Max Allegri, vedeva Inzaghi come il fumo negli occhi e non lo schierava mai; e addirittura il primo settembre 2011, praticamente al pronti-via della stagione, l’aveva escluso fra mille polemiche dalla lista dei 25 utilizzabili in Champions League (il Milan era campione d’Italia in carica).
E insomma, ricapitolando: c’erano due immensi giocatori che proprio non volevano saperne di ritirarsi, uno di 37 anni (Del Piero), uno di 38 (Inzaghi); e c’erano un presidente (Agnelli) e un allenatore (Allegri) che usando le maniere brusche li obbligarono, in pratica, a togliere il disturbo. Del Piero emigrando in Australia, Inzaghi mettendosi ad allenare gli allievi del Milan.
Domanda: vi dice niente il particolare? Quello della strana coppia A&A (Agnelli e Allegri) che dopo aver costretto, sotto tetti diversi, due campioni amatissimi come Del Piero e Inzaghi a farsi da parte si ritrovano oggi sotto lo stesso tetto col problema della leggenda vivente Gigi Buffon che a 40 anni e un mese, dopo aver pianto calde lacrime in tv annunciando il suo ritiro, non pare più dell’avviso: e sorprendendo persino la compagna di vita, donna Ilaria D’Amico, dice adesso di voler ancora andare avanti non solo nella Juve, ma persino in nazionale (che non ha nemmeno un c.t., ma non fa niente, Gigi si è messo avanti col lavoro auto-convocandosi). E, ironia della sorte, concede una lunga intervista televisiva a Maurizio Costanzo (un altro dal ritiro difficile) proprio all’indomani del suo allarmante ritorno in Champions League: contro il Tottenham che segna in rimonta 2 gol alla Juventus con Buffon che prima sbaglia completamente i tempi d’uscita finendo col sedere a terra di fronte allo scarto di Kane; e poi, sulla punizione di Eriksen, tra sistemazione della barriera e tuffo in ritardo combina un pastrocchio che nemmeno Fantozzi e Filini nel match Scapoli vs. Ammogliati.
E allora: come finirà la storia di Buffon che insegue il sogno della sua prima Champions in realtà pregiudicandolo già a febbraio? Agnelli e Allegri per il momento tacciono. E anche il mite Szczesny, portiere di riserva. Molto bravo. E, per la cronaca, ventisettenne.
Il caso Macerata e il vuoto di una politica irresponsabile
Tanto è stato già detto dei fatti di Macerata, che hanno portato alla ribalta alcuni dei problemi più drammatici del Paese – molti, a giudicare dalle reazioni: immigrazione, fascismo, droga, xenofobia, buonismo, insicurezza, bullismo, ecc. Qui, lasciando da parte questioni moralmente più drammatiche, voglio concentrarmi su un problema ulteriore e forse altrettanto serio: il peculiare rapporto del nostro dibattito pubblico con la nozione di causa ed effetto.
Il dibattito su Macerata è stato una lente di ingrandimento: qualcuno muore (o gli sparano cercando di ammazzarlo), e il discorso pubblico si aggroviglia su chi sia il responsabile. Non tanto su chi abbia sparato, ma su chi siano i mandanti morali, su quali forze ideologiche, sociali ed economiche più o meno remote siano dietro al gesto. È una sfida tra catene causali più o meno sostenibili, più o meno logiche. Vale la pena soffermarsi, perché i problemi dell’Italia, come tutti i problemi, di norma hanno delle cause e su queste cause bisogna agire per tentare di risolverli. Insomma, un discorso pubblico che parli di cause, responsabilità ed effetti probabili con un po’ di rigore è indispensabile se non si vuole far danni, che si stia a destra, a sinistra, al centro, di sopra, di sotto o di traverso.
Ricapitolando, tre spacciatori nigeriani ammazzano a Macerata una povera ragazza, Pamela, fuggita da una comunità di recupero (e, alla ricerca di droga, convinta anche a prostituirsi per soldi con un italiano). Una storia terribile. Di chi è la responsabilità? Dei tre, certo, ma non solo: ci spiega Salvini che la responsabilità è del fenomeno di cui sono parte – l’immigrazione – e quindi di chi li ha lasciati arrivare – la sinistra buonista. Perché, va da sé, se non ci fossero immigrati (solo dalla Nigeria o in generale?), i tre non avrebbero ucciso la ragazza – problema risolto. Folle oceaniche di leoni da bar e da tastiera convergono sulla spiegazione: l’immigrazione (nel suo complesso) è causa della morte di Pamela e quindi tutti gli immigrati, e tutti quelli che li lasciano arrivare, sono responsabili. Sulla base di questo ragionamento un matto fascista, già candidato della Lega, si mette a sparare a caso alla gente secondo il colore della pelle: un attentato terroristico bello e buono.
Chi è responsabile? Ci si divide. Per alcuni è Salvini e quelli come lui, con la loro retorica dell’invasione che poi spinge i matti fascisti a sparare. Ma, scopriamo da Salvini stesso, da CasaPound, da Forza Nuova e dalle legioni di leoni da tastiera e da bar, che responsabile è in realtà sempre la sinistra buonista che fa arrivare gli immigrati – se non ci fossero gli immigrati i nigeriani non avrebbero ammazzato la ragazza, e quindi il matto fascista (che alla fine va capito, dicono) non si sarebbe incazzato e non sarebbe andato in giro a sparare a caso ad immigrati innocenti (che peraltro, come abbiamo visto, non ci sarebbero stati a monte, per cui sarebbe stato difficile centrarli).
Dal Pd Minniti ci spiega, con uno svolazzo sul tema salviniano, che tutto questo è dimostrazione che ha avuto ragione lui ad adoperarsi con successo per ridurre gli sbarchi e fare in modo che gli immigrati restino (a morire?) in Africa. Quando vengono qui, poi finisce che ammazzano le ragazze a Macerata e come risultato vengono presi a pistolettate dai matti fascisti – insomma, meglio restare (a morire?) in Africa, no? Un ingenuo potrebbe domandare: ma se sono davvero gli sbarchi la causa del problema e la loro riduzione ne è la soluzione, com’è che, nonostante Minniti abbia ridotto gli sbarchi, i tre nigeriani hanno comunque ammazzato la povera ragazza e il matto fascista ha comunque sparato agli immigrati a Macerata? Renzi ci mette del suo e spiega, commentando il gesto del matto fascista, che è sempre sbagliato farsi giustizia da soli. Il che, a rigor di logica, implicherebbe che in qualche modo quei poveri cristi immigrati a cui il matto fascista ha sparato fossero responsabili della morte di Pamela. Altrimenti in che senso parla di “fare giustizia”?
Al M5S non sfugge la complessità dei rapporti di causa ed effetto. Di Maio sa bene che condannare senza se e senza ma il matto fascista sarebbe interpretato dalle legioni di leoni da tastiera e da bar come equivalente a disconoscere l’intera catena causale di cui sopra. Se il matto fascista è responsabile delle sue azioni in quanto matto e in quanto fascista, allora vuol dire che causa dell’attentato è, primo, che è matto e, secondo, che a forza di certa retorica lo si è fatto diventare fascista – non dell’immigrazione in generale. Di Maio lo sa, e tace.
Alcuni dei rapporti di causa effetto che ho riassunto sono più assurdi e illogici di altri. Alcuni sono poi più cinici, più feroci, più strumentali di altri. Ciò che hanno in comune però, mi pare, è che al centro non c’è un tentativo di capirci davvero qualcosa, di avanzare il dibattito pubblico su temi e problemi complessi. Non c’è neppure un’attenzione vera per le vittime o per i carnefici. Tutto è parte di un balletto scoraggiante, in cui l’analisi delle cause di episodi specifici come di fenomeni epocali è asservita agli scopi elettorali di questa o quella tribù. Che da questo groviglio di interessi, di pregiudizi e di miopie possano emergere soluzioni pare davvero, ad oggi, impossibile.
Un popolo fiero tradito e trafitto nell’orgoglio
Una delle feste nazionali più importanti in Grecia cade il 28 ottobre. È il giorno del “Grande No”. Il No con cui Ioannis Metaxas nel 1940 rispose a Mussolini e alla sua pretesa di occupare militarmente il Paese. Nel nuovo millennio greco, invece, non esiste data più importante del 12 luglio 2015. La notte in cui Tsipras ha trasformato un altro “Grande No” in un drammatico Sì. La notte in cui l’attuale Premier sconfessò il risultato del referendum di una settimana prima in cui oltre il 60 per cento dei Greci aveva rifiutato il memorandum imposto dalla Troika, firmandone uno a condizioni ben peggiori del precedente.
La storia probabilmente ricorderà quella data come la fine della Primavera greca. Ma chi conosca bene il Paese sa che quel giorno si è perso molto di più. Non soltanto l’entusiasmo di una specie di vague che aveva fatto di Atene il centro del mondo occidentale, con tutte le speranze di cambiamento e nuove prospettive per l’intera Europa e il capitalismo occidentale tutto. Quel giorno i greci esterrefatti si sono ritrovati senza l’arma più grande con cui hanno vissuto la loro storia secolare: l’orgoglio. Bisogna tenere a mente due fatti che, con la loro potenza ideale, formano il Dna del greco moderno. Innanzitutto la dominazione turca durata oltre quattro secoli. Eppoi l’indipendenza, raggiunta nel 1827 e coronata nel 1832 dall’istituzione di una monarchia imposta dalle grandi potenze che scelsero per Atene un re bavarese: Ottone di Wittelsbach.
Un Paese dalla storia immensa fu dunque costretto a subire l’umiliazione di percepirsi come un Protettorato anche nel momento della più gloriosa indipendenza. L’orgoglio, tuttavia, ha continuato a formare il carattere greco. Il radicalismo antiamericano ne è stato una prova lampante nel secondo Novecento. Oggi, quell’orgoglio è ferito a morte. Autore del crimine il politico di sinistra che per dar seguito alle promesse fatte a Bruxelles ha sconfessato tutte quelle fatte al popolo, lasciando al Paese solo il senso dell’offesa. I numeri con cui le analisi macroeconomiche sanciscono una presunta ripresa non possono raccontare questa offesa. Tanto violenta da annichilire le illusioni di ogni generazione e ogni credo politico.
Ricordo perfettamente l’entusiasmo trasversale dei giorni che precedettero quel 12 luglio. Erano in pochi a non sentirsi fieri di poter di nuovo offrire una via all’Europa. Anche chi aveva votato Sì partecipava con speranza. Ricordo uomini e donne storicamente conservatori improvvisamente rapiti dal fascino di Yanis Varoufakis, massima incarnazione del No greco alla Troika. Notoriamente, nulla è peggio dell’umiliazione di un popolo orgoglioso nel momento della sua massima speranza. Quel che è venuto dopo infatti è stata la disillusione più profonda che ha conquistato tutti i segmenti sociali e politici del Paese.
Una perdita di prospettive radicale come potrebbe solo il radicalismo greco. La scorsa primavera, Atene ha accolto dOCUMENTA 14 la più grande manifestazione di arte contemporanea in Europa per la prima volta uscita dai confini di Kassel per “imparare da Atene”, come recitava lo slogan. Ma si trattava di uno slogan forgiato prima del luglio 2015. Quel che s’impara da Atene in questi anni è semmai la rabbia di chi è stato irriso, umiliato e calpestato per dimostrare la forza di un’Europa di cui nessuno cura più l’anima.
I dieci anni di rabbia e povertà di Atene
La prima volta in cui Alexis Tsipras neo-leader di Syriza, la coalizione di sinistra radicale, pensò di avere qualche chance di vincere le elezioni fu nel 2012. Lo sottolineò in apertura del primo comizio elettorale all’inizio della campagna per le consultazioni di giugno di quell’anno. Ad ascoltarlo, nel quartiere operaio di Nikea (Vittoria, ndr) nei pressi del Pireo, il porto di Atene, c’era però solo un centinaio di persone. La maggior parte erano donne, perlopiù mogli e figlie delle migliaia di disoccupati di quella che fino al 2009 era l’industria più fiorente del paese: la cantieristica navale. I loro mariti e padri, fieri operai che fino ad allora avevano votato per il partito comunista greco e soprattutto per i socialisti del Pasok, preferirono invece rimanere a casa o cambiare percorso. In direzione del comizio di Alba Dorata, a poca distanza. Il partito neonazista e xenofobo greco stava infatti ritirando fuori la testa con una spavalderia mai mostrata fino a quel momento e toni ancora più populisti del solito, approfittando della crisi politico-economica di giorno in giorno più drammatica e dell’affluenza sempre più massiccia di profughi da Afghanistan e Siria.
Ufficialmente il tracollo economico greco diventò di dominio pubblico nel 2009, ma era un segreto di pulcinella anche tra i non addetti ai lavori già da un anno. Sono pertanto dieci anni che la maggior parte dei greci – 11 milioni in tutto – vivono in condizioni da terzo mondo. Anche durante questi mesi invernali sono ancora in tanti a non potersi permettere di pagare il riscaldamento e a ricorrere alle stufe a legna.
La tragedia più devastante della storia contemporanea greca dopo la fine della dittatura dei Colonnelli nel 1974 fu dichiarata da George Papandreou, figlio di Andreas, fondatore del partito socialista panellenico Pasok e già primo ministro. George (esponente della famiglia che dall’uscita di scena della Giunta militare si è alternata fino al 2015 alla guida della repubblica greca con la famiglia Karamanlis e Mitsotakis del partito conservatore Nea Dimokratia), da poco diventato premier ammise apertis verbis che il deficit statale era in realtà il doppio di quello stimato dal precedente governo. Per questo lo Stato greco sarebbe potuto collassare a causa dei debiti contratti e dichiarare bancarotta. Poco dopo l’agenzia di rating Fitch retrocesse il Paese da A- a BBB, definendo spazzatura i titoli di Stato. Nel 2010, per la prima volta dalla costituzione dell’Unione europea, un paese membro si ritrovò a chiedere un prestito alla stessa Ue e al Fondo Monetario Internazionale.
Da allora, nonostante e a causa dei prestiti capestro della troika – Unione europea, Banca Centrale Europea e Fmi – la disoccupazione è andata via via impennandosi e nemmeno la vittoria di Syriza alle elezioni del 2015- dunque 3 anni dopo l’inizio della scalata al potere di Tsipras – ha invertito la spirale negativa. Eletto due volte durante l’anno, dopo il pasticciaccio del referendum del 5 luglio e il crollo del sistema bancario, il leader della sinistra radicale si è ritrovato a dover fare i conti con la dura realtà di chi va al governo e quindi ad accettare i compromessi della realpolitik. Emblematica fu la frase: “Volete anche la mia giacca?” che Tsipras pronunciò durante il tesissimo incontro con gli esponenti della troika nell’agosto di quell’anno per ottenere il terzo salvataggio. Ovvero una nuova tranche di prestiti in cambio di riforme draconiane che hanno strangolato ancora di più il ceto medio spingendolo nell’indigenza vera e propria.
Una tragedia socio-economica di cui Tsipras non aveva alcuna colpa. Perché era stata provocata dalla malapolitica e dalla corruzione del partito conservatore Nea Demokratia e del socialista Pasok, che per più di quaranta anni hanno governato a fasi alterne il Paese.
Nonostante gli indicatori macroeconomici segnalino un miglioramento, le condizioni di vita del “coro greco” sono ancora molto difficili. La microeconomia, e di conseguenza le possibilità economiche della gente comune, rimangono pressochè bloccate a causa delle scioccanti misure di austerity imposte dalla troika. A dirigere fin dall’inizio l’orchestra dell’austerity è stato il ministro uscente delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, che mirava a punire la Grecia per mostrare al resto dell’Unione che i desiderata di chi tiene la bacchetta economica della Ue in mano vanno seguiti senza discutere. Pena l’espulsione. Ma non prima di aver di fatto appoggiato il saccheggio degli asset dello Stato greco da parte di società tedesche, come Fraport. Un esempio per tutti: l’acquisto in blocco a prezzo stracciato delle concessioni per la gestione dei 14 aeroporti interni greci.
A lucrare sulla miserrima condizione socio-economica e sulla corruzione endemica della classe politica greca hanno contribuito anche multinazionali di paesi esterni all’Unione. Come il gigante farmaceutico svizzero Novartis che ha corrotto, secondo la magistratura ellenica, i principali esponenti dei due maggiori partiti oggi finiti all’opposizione sopra citati. In cambio di cospicue tangenti all’ex primo ministro conservatore Samaras, all’ex vice premier ed ex ministro degli Esteri socialista Venizelos, al Commissario Ue all’’Immigrazione Avramopulos fino al governatore della banca centrale greca Stournaras e ad altri ministri e parlamentari, Novartis è riuscita a imporre i propri farmaci e ausili paramedici al sistema sanitario pubblico. Inoltre ha imposto anche l’aumento dei loro prezzi che fungono da parametro di riferimento per determinare i costi degli stessi medicinali negli altri paesi dell’Unione. Tra i quali l’Italia. Mentre la magistratura attende che il Parlamento decida se acconsentire o meno a togliere l’immunità ai parlamentari coinvolti per metterli sotto processo, proprio Stournaras – in qualità di governatore della Banca Centrale – ha recentemente diffuso previsioni economiche positive per l’anno in corso e soprattutto per il 2019. La luce in fondo a un tunnel lungo dieci anni.