Non lasciate l’educazione finanziaria in mano a banche e assicurazioni

Come si può essere contro una migliore formazione e maggiori conoscenze? Si può, se viene gabellata per informazione una pubblicità camuffata, se viene spacciata per insegnamento una manipolazione della realtà.

Sta iniziando la sua attività il Comitato per l’educazione finanziaria, voluto dal governo dopo i crac bancari dello scorso biennio. Visti i precedenti, è giusto partire prevenuti e fare il processo alle intenzioni. E marca male che ne parli bene Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera, rispolverando la storiella che le perdite dei risparmiatori derivano da “titoli che promettevano contestualmente bassi rischi e alti rendimenti”. Discendono piuttosto dalle malversazioni di parecchi banchieri e dai silenzi di chi doveva vigilare.

Presiede il comitato Annamaria Lusardi, sui cui per ora sospendiamo il giudizio. È certo sottoscrivibile quanto dichiarò al Sole 24 Ore il 18 settembre 2010: “A fare l’alfabetizzazione finanziaria non può essere un bancario, come invece accade in Italia con le iniziative dell’Associazione Bancaria Italiana”. Peccato che la strada dell’Inferno sia lastricata di buone intenzioni.

C’è un aspetto positivo: è la nomina di Antonio Tanza, a rappresentare i consumatori. È infatti il presidente dell’Adusbef, associazione non adusa alle pastette con banche e assicurazioni, a differenza di molte altre. Ma cosa farà invece il rappresentante dei venditori porta a porta, ribattezzati in consulenti, e poi la Banca d’Italia, la Covip ecc.?

Due sono comunque i punti focali da chiarire. Primo: a chi verrà demandata questa sedicente educazione finanziaria? C’è da scommettere che la parte del leone o addirittura il monopolio l’avranno soggetti quale il Museo del Risparmio, che è un pezzo di Banca Intesa, o la Feduf finanziata da decine e decine di banche. Pare addirittura che avranno titolo per fare “educazione finanziaria” Banca Intesa, Bnl, Unicredit, l’Ania (assicurazioni) ecc. Il loro fine è ammorbidire i clienti per rifilargli i prodotti più redditizi per sé, ovvero peggiori per i risparmiatori (polizze, piani previdenziali, fondi ecc. stracari e straopachi). E perché non dovrebbero agire così, trattandosi o essendo finanziati da società con fini di lucro?

Altra questione: come verranno ripartiti i soldi destinati alla educazione finanziaria, che potrebbero arrivare a 5,5 milioni di euro? Magari finiranno a chi già lucra sul risparmio degli italiani e invece niente a chi difende i risparmiatori.

 

Dopo l’operazione perde il posto letto

Esce dalla sala operatoria e perde il posto letto. Ecco un altro caso di malasanità all’ospedale San Paolo di Napoli. La signora Fortuna De Vita, 83 anni, dopo un intervento al femore si ritrova in barella. Parcheggiata in una stanza deposito dell’ortopedia perché il reparto è strapieno. Una scena da terzo mondo. Fortuna, sabato 10 febbraio, viene investita da un’auto e finisce al pronto soccorso. Rimane su una barella per una notte con il femore rotto. I medici dicono che possono operarla solo 20 giorni dopo. Quando invece secondo le linee guida internazionali l’intervento chirurgico andrebbe fatto entro 48 ore per evitare complicanze. La signora, temendo il peggio per sé, decide di usare i suoi risparmi per pagarsi l’operazione in intramoenia (5.500 euro) e saltare la lista di attesa. Lunedì va sotto i ferri. Intanto il giorno prima riesce a ottenere un letto in neurologia. Ma quando esce dalla sala operatoria non c’è più. La Campania è in piano di rientro dal debito sanitario da dieci anni. È la Regione con meno posti letto insieme alla Calabria (2,7 per mille abitanti) e non riesce a garantire i livelli minimi di assistenza. Fino a calpestare la dignità dei pazienti.

Bollette della luce: dopo le tasse occulte ecco il conto dei morosi

Lo sappiamo già dalla fine di dicembre: la bolletta della luce che sta arrivando nelle case degli italiani in questi giorni, e relativa al bimestre gennaio-febbbraio, è più pesante del 5,3%. Che fanno circa 37 euro in più a famiglia. A cosa serve questo aumento? Non si incentivano le infrastrutture né il risparmio energetico. L’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera) ha spiegato che è tutta colpa di una rete colabrodo, dell’aumento complessivo dei costi di approvvigionamento e di quello complessivo dell’elettricità “che contribuisce anche alla crescita della componente degli oneri generali di sistema su cui incidono gli effetti dell’applicazione della revisione delle agevolazioni per le imprese energivore prevista dal governo”.

Cosa significa? Che per aiutare 2.800 grandi imprese e renderle più competitive (si va dalla società del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, alle acciaierie di Emma Marcegaglia passando per industrie della ceramica o salumifici – come ha spiegato Stefano Feltri sul Fatto del 17 gennaio – il governo gli ha ridotto il prezzo pagato per l’energia scaricandolo però sui piccolo consumatori. La revisione degli “oneri generali di sistema”, una delle voci più pesanti della bolletta (l’Authority ha deciso che nel primo trimestre 2018 la spesa per la messa in sicurezza del nucleare, i contributi per e tariffe elettriche alle ferrovie, ma soprattutto per le energie rinnovabili valga il 19,65% del totale della bolletta), determina infatti uno sconto di 1,7 miliardi di euro per gli energivori e un aggravio di 250 milioni di euro per le famiglie e di 450 milioni di euro per le piccole imprese.

Ma, come se non bastasse, ora si aggiunge anche un’altra mazzata: il buco creato da chi non paga le bollette verrà in parte colmato da tutti i clienti onesti. A stabilirlo, dopo una serie di ricorsi e sentenza del Tar e del Consiglio di Stato, è stata sempre l’Arera (delibera 50/2018) secondo cui parte di questi oneri di sistema delle bollette inevase dal prossimo luglio debbano essere coperti dai clienti e non dalle imprese di vendita come previsto fino ad oggi. Un conto da circa 200 milioni di euro, come ha rivelato Il Sole 24 Ore. Il solito passo indietro per andare avanti. In attesa che il 30 giugno 2019 finisca il mercato a “maggior tutela”, ci sono 15 milioni di famiglie che dal 2007 si avvalgono di questo sistema come cuscinetto alla liberalizzazione del settore. In pratica comprano energia dalla società pubblica Acquirente unico ma a prezzi decisi dall’Autorità dell’energia. I piccoli consumatori, insomma, beneficiano delle stesse condizioni di prezzo che riescono a strappare i grandi consumatori. Poi però ci sono anche altri 10 milioni di consumatori che hanno già deciso di affidarsi al mercato libero dove circa 400 fornitori, tra grandi e piccoli, acquistano energia dai distrbutori e impongono loro le voci della bolletta.

Peccato che nel corso degli ultimi anni ci siano state diverse piccole aziende elettriche finite a gambe all’aria per colpa di clienti morosi (secondo il rapporto Arera nel 2016 le richieste di sospensione per morosità hanno superato quota 1,2 milioni di clienti domestici. Nel mercato libero si tratta del 6,4% dei consumatori, mentre per la maggior tutela il dato è del 3,3%) e che ora quegli oneri non pagati vengono spalmati sulla bolletta di tutti gli altri, dal momento che il gruzzolo per gli oneri di sistema deve comunque tornare nelle casse del gestore che vende l’energia e che, di fatto, ha anticipato ai venditori del mercato libero.

Il valor delle morosità sulle bollette elettriche dovrebbe ammontare a un miliardo di euro, ma come ha spiegato l’Authority dopo che è esploso il caso mediatico, “il provvedimento riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia”.

Una notizia che non è affatto piaciuta alle associazioni dei consumatori. Per Codici si tratta “della vecchia storia che quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore”. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori “la delibera è solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino”.

Chiamala col suo nome: Crema non è una fiaba

Quando chiedi a un bambino nato a Crema di fare un disegno spesso non fa il cielo. Dipinge la piazza, la chiesa, i lampioni accesi, un viale di alberi con una stradina colorata di marrone, ma il cielo rimane color del foglio. Per loro è bianco anzi neutro come la nebbia che il film di Luca Guadagnino, Chiamami con il tuo nome, girato in questa terra di bruma e cotechini, di nutrie e zanzare, di estati afose e ipermercati, di tangenziali e inquinamento, dimentica descrivendo il paradiso che non c’è più. O, forse, che non c’è mai stato.

D’altro canto solo chi è nato in pianura Padana (il regista è d’origini palermitane) sa quanto non sia facile vivere senza vedere il giallo del sole ma solo quel grigio per nulla misterioso e suggestivo che limita lo sguardo a pochi metri dal naso. Per mesi è il biglietto da visita dei luoghi raccontati da Guadagnino: se arrivi da Bergamo, giunto a Vailate, la nebbia è lì ad accoglierti. Se entri da Brescia eccola a Romanengo, il primo paese del Cremasco. Stessa sorte a chi arriva da Milano: a Pandino, il borgo che fa capolino nel film con il suo castello, sei avvolto in un tunnel che non filtra più uno spiraglio di luce. Un fascino che dura quanto un orgasmo perché dopo una giornata di nebbia sfido chiunque a celebrarne le lodi. La pellicola, candidata a quattro premi Oscar ,ha patinato di magia e bellezza la terra più inquinata d’Italia. È pur vero che Guadagnino sceglie gli Anni Ottanta per raccontare questa storia d’amore, ma ora tutti cantano le lodi di questa campagna dove “abbondano i torrenti, gli stagni, dove non ci sono insediamenti industriali” e “si possono raccogliere le pesche dagli alberi”. Peccato che la visione bucolica, l’atmosfera incantevole, debbano fare i conti con il rapporto di Legambiente che narra di una “Cremona che nel 2017 ha superato per ben 105 giorni la soglia critica dei 50 mg/mc di PM10, e di città padane dove si respira aria tossica un giorno ogni 4”. Guadagnino forse non lo sa ma a pochi metri dal laghetto dei Riflessi a Ricengo, scelto per una delle scene della pellicola, proprio negli Anni Ottanta si era scoperta una discarica abusiva di bidoni provenienti da un’azienda chimica del territorio.

Il traffico, i fumi che escono dai camini delle fabbriche mescolandosi alla nebbia, la nauseabonda puzza di maiali che infesta i fiabeschi borghi, non si vedono nei luoghi del cuore di Chiamami con il tuo nome che ha il pregio di far ascoltare suoni che da queste parti resistono ancora: il muggito delle vacche e il batacchio delle campane che nel 2018 suonano “a morto” quando qualcuno passa ad altra vita.

Di quel mondo incantato narrato nella pellicola è rimasto ben poco. Davanti alle cascine non c’è più la sciura Maria pronta a dare il bicchiere d’acqua ad Elio ed Oliver, i protagonisti del film: al suo posto c’è Danvir arrivato dal Punjab che ha ereditato i luoghi “sacri” della pianura e spala merda al posto dei padani. Accanto alle antiche ville sono sorti motel (nel Cremasco se ne contano ben quattro) che ospitano altri baci, altri amori. I negozi con i cartelli pubblicitari dei gelati hanno abbassato la serranda per lasciare posto ai supermercati che hanno invaso, con la benedizione della politica locale, i campi con i filari di pioppi. Nei borghi come Moscazzano, dopo le 20 in autunno e in inverno, non trovi un’anima ma la perpetua solitudine. Tant’è che persino i proprietari di villa Albergoni, dove è girato buona parte del film, hanno deciso di abbandonarla per lidi migliori alla cifra di 1,7 milioni di euro. Qualcuno d’estate gira ancora in bicicletta a torso nudo come Oliver, ma non c’è più nessuno che si butta nelle acque del fiume Serio dove la balneazione è persino vietata. È rimasta qualche osteria: sono sempre più difficili da scovare ma se qualcuno chiede, in qualche dispersa frazione, può trovare gli antichi sapori cucinati da chi parla il dialetto che spunta anche nella sceneggiatura di Chiamami con il tuo nome. È senz’altro più bello sognare un Cremasco da film ma la medaglia ha sempre due facce, come la realtà.

 

Italia a mano armata: molti arsenali nelle mani di pochi

Luca Traini, lo sparatore di Macerata, il fascio-leghista candidato dalla Lega, bodyguard ad un comizio di Salvini, che è stato immortalato mentre gli stringe la mano, era un regolare detentore di porto d’arma. Come lo era Gianluca Casseri, il suprematista bianco simpatizzante di Casapound, che il 13 dicembre 2011 uccise a Firenze due inermi cittadini senegalesi. Ma le analogie tra i due fatti non finiscono qui. Quando i vertici di Casapound seppero che un loro simpatizzante aveva fatto una strage, risposero con una alzata di spalle: “Noi non siamo soliti chiedere la patente di sanità mentale ai nostri militanti”. Stesso concetto espresso da Salvini poche sere fa nel confronto tv con Laura Boldrini: “Non faccio lo psichiatra”. Sì, perché, anche per giustificare l’azione di Traini si è tirata fuori una non meglio precisata “follia”.

Un modo per liquidare una questione che dovrebbe essere al centro del dibattito politico: in Italia girano troppe armi acquistate e detenute in modo legale. Le statistiche ci dicono che il 10% degli italiani possiede legalmente il suo “giocattolo” (titolo di un preveggente film che Giuliano Montaldo girò nel 1979). Traini e il suo predecessore fiorentino avevano la licenza di porto d’arma per uso sportivo. Apparentemente erano degli appassionati del tiro.

Ottenere questo tipo di autorizzazione è facile. Si va al commissariato di polizia, si riempiono dei moduli, compresa l’iscrizione ad una sezione di tiro a segno nazionale, o ad una associazione iscritta al Coni, ci si fa rilasciare dalla Asl un attestato medico di “idoneità fisica e mentale, oltre che assenza dell’uso di stupefacenti e alcol”, e il gioco è fatto.

Il permesso dura 6 anni e in questo lasso di tempo nessuna autorità, né di pubblica sicurezza, meno che mai sanitaria, controllerà la tua vita. Se bevi, se partecipi a strani movimenti politici, se in famiglia ci sono episodi di maltrattamenti e violenze. Niente di tutto ciò. Si scopre che il Traini della situazione è borderline, matto, oppure disagiato, solo dopo l’assassinio o la tentata strage. “Traini ha usato per il suo attentato una pistola Glock, regolarmente detenuta con licenza di tiro sportivo. Era, quindi, a tutti gli effetti un legale detentore di armi e anche le munizioni che ha usato erano state acquistate con regolare licenza. L’intento di Traini era di fare una strage. La miscela esplosiva che accomuna la tentata strage di Macerata a quelle negli Stati Uniti, come ad esempio la carneficina fatta da Dylann Storm Roof, il giovane 22enne suprematista bianco che nel giugno del 2015 uccise nove afroamericani nella chiesa metodista di Charleston in South Carolina, sta proprio nell’unione di questi due elementi: l’odio razziale e la legale detenzione di armi.

“Se la questione dell’odio razziale e dell’accrescersi nel nostro Paese di espressioni razziste, xenofobe e nazifasciste sono state ampiamente commentate, pochissima attenzione si è posta invece sulla facilità con cui, anche in Italia, si possono acquistare e detenere armi”, scrive Giorgio Beretta, analista del settore in un suo studio per l’onlus Opal di Brescia (l’Osservatorio permanente sulle armi leggere italiane). Ma c’è un di più: richiedere una licenza per uso sportivo o per caccia, oppure per semplice detenzione di armi in casa, è un escamotage per superare le difficoltà ad ottenere un porto d’arma per difesa personale. Un esempio, aumentano le licenze per la caccia, 774 mila, un più 12,4% negli ultimi quattro anni, ma diminuiscono i cacciatori. Lievitano (del 18,4%) i permessi per uso sportivo, arrivati ormai a mezzo milione. Il BelPaese si arma, e anche se non siamo ancora ai livelli degli Usa, da noi si registrano 0,71 omicidi con armi da fuoco ogni 100 mila abitanti.

Quante armi ci sono in Italia, quante se ne costruiscono e quanti sono i possessori, è difficile saperlo. Troppa opacità denuncia l’Opal. “Rendere noto il numero di armi legalmente detenute – si legge nei documenti dell’osservatorio – permetterebbe di raffrontare il dato con quello dei legali possessori di armi. E potrebbe balzare agli occhi una certa qual anomalia. Quale? Che un limitato numero di persone detiene un ampio quantitativo di armi. Non è un’ipotesi azzardata o peregrina: basti pensare che oggi in Italia con una mera licenza di nulla osta, uso sportivo o da caccia, un cittadino può detenere 3 armi comuni da sparo, 6 armi classificate ad uso sportivo sia lunghe che corte, 8 armi antiche e – si noti – un numero illimitato di fucili e carabine classificate “da caccia” (ed inoltre 200 cartucce per arma comune, 1.500 cartucce per fucili da caccia e 5 chili di polveri da caricamento). In parole semplici: più di qualcuno in Italia ha in casa un piccolo arsenale privato e relativo munizionamento. Pronto all’uso. Quali controlli vengono fatti su questi cittadini armati?”. Pochi, come abbiamo visto. E il futuro non promette nulla di buono. Basta leggere gli slogan della Lega e della destra sulla legittima difesa con al centro l’obiettivo di cancellare il reato di “eccesso colposo”. Armiamoci e partite.

Il canzoniere di papà Sgarbi, pensieroso e spensierato

Giuseppe Sgarbi, farmacista, anni 92, è solo apparentemente un autore che ha scritto tardi, è morto presto e ha fatto con garbo il dilettante. È morto presto perchè aveva cominciato solo adesso a scrivere (tre libri sorprendenti per immaginazione, visione, scrittura). E lascia indietro, con quella sua aria di andarsene via cantando sottovoce, da solo, un libro (Il canale dei cuori, Skira ) che non è affatto l’ultimo. Lo dico per una ragione strana e insolita che spiego subito: Il canale dei cuori è un libro che si rigenera. Passa e ritorna. L’autore attraversa lo spazio trasparente di una sua immaginazione lieve e concreta, che a momenti sembra ologramma, ma non è ricordo malinconico, è una sorta di gioia tranquilla (attenzione: non rivissuta) qualcosa che accade adesso, mentre l’autore la pensa, la vede, la tocca (l’impressione è fortissima) e la racconta. Qui il tempo passa attraverso il tempo, e raggiunge l’autore che lo condivide con noi, creando l’impressione di andare e venire tra luoghi e persone, interni ed esterni di vita di cui hai la strana e indebita impressione di essere partecipe e testimone. Crea un sorprendente “io c’ero” in una avventura che dovrebbe essere lontana, estranea e altrove. Poichè non è successo niente nel mondo non archiviabile di Giuseppe Sgarbi (niente nel senso del molto e del poco, della paura del vuoto e della minaccia del troppo con cui si costruiscono le biografie e i racconti), devi per forza domandarti come è possibile che la delicata insistenza di un uomo solitario sia così forte quando ti invita (e tu hai già accettato senza pensarci) di far parte della sua gita. Non puoi e non vuoi tirarti indietro. Dove si va? Si va dentro una percezione della natura che è allo stesso tempo una esperienza quasi tattile di tutto ciò che l’autore sta narrando, e una scampagnata lieve, cauta, di presenze e di affetti, attutita (come felpata) dalla scoperta di un luogo di osservazione dal quale vedi e partecipi senza gravarti del peso sociale del protagonismo mondano. Il legame che si crea è l’agile leggerezza, è un tipo di serenità profonda con cui l’autore si muove molto al di la dei confini del mondo ovvio.

La parola che ho appena usata (confini) non divide nè il luogo nè il tempo. Qui tutto si affida (e ci affida) a uno stato d’animo che non si incrina, all’apparizione improvvisa di una forma di bellezza grande, semplice, quotidiana, di persone amate per buone ragioni, di poesie che sono canzoni. E tu sai che, con la lieve e costante ossessione che genera lo spunto di una canzone quel canterellare sereno, così carico di pensieri, così stranamente spensierato, resta e ritorna.

“Il postino”, film-testamento del comico dei sentimenti

Diretto da Michael Radford e Troisi, “Il postino” è l’ultima interpretazione dell’attore napoletano scomparso solo 12 ore dopo la fine delle riprese. Il film è ispirato a “Il postino di Neruda”, roman-zo scritto da Antonio Skármeta. Troisi è riuscito, sulla sua pelle, a trasmettere gli stati d’animo del protagonista. Senza strafare, senza lunghi monologhi. Un atto d’amore verso il cinema. Inevita-bilmente commovente. Candidato a 5 Oscar, ne ha vinto uno minore.

“Pensavo fosse amore… invece era un calesse”

Scrittocon la fidata Anna Pavignano, “Pensavo fosse amore invece era un calesse” (1991) è l’ultima regia di Troisi di cui è anche sceneggiatore e protago-nista. Il film è una specie di manuale d’amore per animi dubbiosi, per amanti insicuri, per coloro che coltivano il dub-bio assiduo, sicuramente con molti in-terrogativi, ma senza risposte o comun-que contraddittorie. Musiche di Pino Daniele e Nastro d’Argento a Francesca Neri come migliore attrice protagonista.

Il Pulcinella de “Il viaggio di Capitan Fracassa”

Tratto dall’omonima opera del 1863 di Théophile Gautier, “Il viaggio di Capi-tan Fracassa” (1990) è il terzo ed ultimo film interpretato da Troisi sotto la dire-zione di Ettore Scola. La commedia in costume narra la storia del barone di Sigognac che si unisce ad una compa-gnia di guitti, dove Troisi veste i panni di Pulcinella, condivide con loro il viaggio per arrivare a Parigi alla corte del re. Nell’attore la formazione e il retaggio teatrale è radicato, forte ed evidente.

“Che ora è?” e il sodalizio con Marcello Mastroianni

“Quando girammo ‘Che ora è?’ (1989) il rapporto tra Mastroianni e Troisi era già diventato forte grazie a “Splendor”. Ma anche se Marcello impersonava il padre del personaggio di Massimo, durante la lavorazione sembrava che nella vita i due si fossero scambiate le parti. Era Massimo quello attento a Marcello”. Così Scola ricordava le riprese del film che valse ai due attori la Coppa Volpi al Festival del cinema di Venezia.