Si fa presto a dire “Figlia mia” quando le madri sono due

Lunghi capelli rossi su un corpicino minuto, lo sguardo pronto alla sfida. Vittoria sembra una fata in miniatura uscita dalle fiabe irlandesi, ma è sarda di Alghero e ne va fiera. È lei il tesoro conteso da due madri, ciascuna diversamente in diritto di chiamarla Figlia mia. E con questo titolo Laura Bispuri è giunta ieri alla Berlinale che sembra averla “adottata” proprio come una figlia, avendola nuovamente invitata in concorso come due anni fa con il film d’esordio Vergine giurata.  Interpretato da Valeria Golino e Alba Rohrwacher e con l’11enne Sara Casu nel ruolo di Vittoria, Figlia mia non solo rappresenta  l’Italia nella corsa all’Orso d’oro, ma suona come risposta concreta al tanto parlare “al femminile”, non sempre efficace. Insomma, un film scritto, diretto e interpretato dalle donne e sulle donne, raccolte attorno all’elemento primigenio ed esclusivo della propria identità: la maternità.

Ma nessuna strumentalizzazione legata al “tema di tendenza”, con Bispuri a chiarire subito intenzioni e posizioni: “Il mio percorso finora ha sempre messo le donne in primo piano. È una scelta che risponde a un interesse personale, ma anche un gesto politico perché sono stufa di vedere tanti film in cui le donne sono relegate in secondo piano, in perenne ‘attesa’ dell’uomo. Voglio personaggi femminili a tutto tondo, esplorarli nelle pieghe delle loro imperfezioni: penso la mia strada continuerà su questa direzione”.

Accolto con calore dalla stampa internazionale – specie quella femminile – con qualcuno che ha addirittura paragonato Golino e Rohrwacher rispettivamente a Loren e Masina in una sfida anche “fisica” fra “cavalli di razza” (definizione di Bispuri), Figlia mia lavora su territori ancestrali su più livelli, dalla Sardegna scelta come location e ambientazione (“un paesaggio disarmante, prepotente ma malinconico. Con una fortissima identità isolana e un rapporto contraddittorio con l’esterno”) al discorso sul duello fra madri nella contesa di un figlio. “Un intreccio antichissimo che spazia dal biblico re Salomone a Brecht; ho tentato di arricchirlo con domande contemporanee per rimettere in discussione la famiglia classica”, sottolinea la regista romana. In uscita italiana giovedì prossimo per 01 Distribution e prodotto da Vivo Film e Colorado Film con Rai Cinema, il film si origina dal racconto di una 20enne che parecchio tempo fa confidò a Laura Bispuri il desiderio di essere adottata da un’altra madre.

Così è partita la ricerca che è sfociata nel secondo lungometraggio di una cineasta meticolosa e tenace, lei stessa cuore di mamma, ma guerriera a difesa di un’idea di cinema ardito e autoriale. Complessi pianisequenza, casting alla ricerca della perfezione (la piccola Sara è il risultato di un setacciamento per tutta la Sardegna e non solo), elaborazioni metafisiche nonostante la presenza di territori dalle forti connotazioni linguistico-culturali. In tal senso il contesto sardo non fa eccezioni: a parte il contorno di performer locali oltre a Sara, alle due protagoniste Golino e Rohrwacher non è stato chiesto di parlare in lingua sarda o forzare l’accento perché nel cinema di Bispuri non c’è spazio per le macchiette o gli stereotipi. Grande spazio invece è dedicato ai “luoghi inesplorati” diversamente intesi, come quelli verso i quali Rohrwacher – già protagonista di Vergine giurata – si è trovata ad affrontare di fronte a personaggi ferocemente scomodi.

Difatti la sua Angelica, giovane donna alla deriva di se stessa, è la madre naturale di Vittoria data in adozione al momento della nascita a Tina (Golino), che invece si rivela d’istinto materno ineccepibile nonostante non abbia figli propri.

Roma-Milano, andata e ritorno in un obbligatorio ufficio perenne

Il bluff, l’apparire, il presunto essere qualcuno, la maschera fuori Carnevale si indossano sulla tratta Roma-Milano e viceversa: è il palco, l’andata e il ritorno da tronisti di un ego gonfio di anabolizzanti mentali. Treno o aereo, uguale, la sostanza resta, mutano solo alcune sfumature e il tempo di esibizione; muta la possibilità di apparire, non l’obiettivo da raggiungere.

Visi seri, concentrati, cravatte ben annodate, o tailleur nuovo di pacca, 24 ore o borse muniti di tablet, mai più senza, i libri sono oramai sorpassati, quasi derubricati a perdita di tempo. Qui si lavora. Si fa business, mica cacchi. Così appena partiti scatta l’operazione cellulare, si parla, si parla sempre più forte, e ancora, di più, un vociare perenne, una sorta di prova di forza per misurare i decibel del proprio impegno. Di quanto si è necessari. Necessari, per chi? Spesso non è dato saperlo, ma chi urla in questo campionato su binari, vince, s’impone, prende appunti, segna appuntamenti. Cade la linea. Riprende la linea. Cade la linea. Occhi al cielo al limite dell’imprecazione. “Dove eravamo rimasti? Ah, sì, allora…”. E giù di nuovo la chiamata, la tratta Firenze-Bologna è mortale per il business, le gallerie sono dei bachi nel sistema, dei sabotaggi conclamati sull’altare del pressappochismo ferroviario. Per fortuna durano poco. Da Bologna si ricomincia, e via filati fino alla meta. Tutti sanno tutto, o tutti non capiscono nulla del tutto, è il calderone generale, in pochi, rarissimi casi, qualcuno si alza e va a parlare nella zona franca, quel metro e mezzo tra scompartimento e scompartimento, ma lì c’è il rischio dell’apertura del bagno con associato rumore dello sciacquone, poco da businessman, molto da sfigati.

Più ci si avvicina alla meta più la recita entra nel vivo, l’adrenalina sale, si guarda l’orologio, più per mostrare l’orologio stesso, più per dimostrare l’impellenza che per vedere l’ora giusta (oramai è sul cellulare, basta eccome); quindi ci si riassetta, si stirano le pieghe dei vestiti, meglio chiedere un altro caffé, energie a noi!

Il ritorno a Roma è leggermente differente. L’atteggiamento giusto è quello “è stata dura ma anche questa l’abbiamo portata a casa”, oppure è del “signora mia, non me ne parli. Anche oggi ne ho passate”. In questi casi si parte con aperitivi a raffica, bollicine? Mai più senza. Spritz? Un classico. Patate fritte mangiate avidamente, dita sporche di unto, noccioline come corollario, cellulare per raccontare delle imprese appena compiute, ultimi accordi, o seduzioni improvvisate tra avventori dello stesso spazio. Seduzioni “silenziose”, come detto è difficile rivolgersi la parola, ma soprattutto abbordare è come scendere di una gradino nella scala della celebrità, riconoscere nell’altro la forza di aver suscitato in noi un desiderio di conoscenza. Per carità.

L’aereo regala una chiave sociale. Ore dieci di un martedì mattina qualunque. Al gate due file: una Sky priority (quando è Alitalia), una per tutti gli altri. Persone in fila per Sky priority: 64; in quella normale: 4. I quattro permettevano ai 64 di mantenere lo sguardo fiero del privilegio.

Twitter: @A_Ferrucci

Vent’anni fa Sex & The City, 4 donne in cerca di Godot

C

he si trattasse di qualcosa di improbabile, poetico ed esagerato lo avevamo già capito dalla sigla. Ve la ricordate? Sulle frizzanti note di Douglas J. Cuomo compare una fanciulla (Sarah Jessica Parker) – che presto scopriremo chiamarsi Carrie Bradshaw ed essere una giornalista – con una cascata di riccioli biondi che se ne va a spasso per New York con sorrisetto furbo e occhi curiosi. Guarda di qua, guarda di là, poi all’insù: il cielo è sempre più blu, gli edifici sono quelli da cartolina e le strade straripano di macchine e taxi gialli. All’improvviso la ruota di un autobus entra in una pozzanghera e schizza la bella riccioluta che resta a bocca aperta mostrando al pubblico (a questo punto ugualmente a bocca aperta) di indossare un tutù. Stacco. La fiancata dell’autobus incriminato riporta una immagine della giovane – accompagnata dalla scritta “Carrie Bradshaw knows good sex” – che pubblicizza gli articoli da lei scritti settimanalmente sul New York Star, appunto nella rubrica Sex and the City.

In questa scena ci sono già tutti gli elementi che renderanno Sex and the City una delle serie più fortunate della HBO (andata in onda nel 1998 negli Usa e nel 2000 qui in Italia, con le sue 94 puntate e sei serie, senza contare i film): il sesso (in primis), la bellezza, la moda, New York, il fuori programma e, soprattutto, tantissime domande, a partire da quella di apertura, “le donne fanno sesso come gli uomini?”.

Alle tante domande (per la precisione 92) Carrie non cerca di rispondere nella solitudine del suo appartamento al 245 East 73rd Street, perché crede nel dialogo e nello scambio di opinioni con le sue inseparabili amiche: Charlotte (Kristin Davis), gallerista raffinata e romantica che sogna il grande amore e non vuole cedere a compromessi, Miranda (Cynthia Nixon), avvocatessa cinica e in carriera che dovrà imparare a fare posto nella sua vita a un essere di sesso maschile (suo figlio) mettendo in conto che non se ne separerà più, e Samantha (Kim Cattrall), pr spregiudicata, interessata ad avere relazioni fortemente sessuali e scarsamente emotive. E di che cosa discutono, tra un Cosmopolitan e un Margarita, queste quattro ragazze con molti abiti, molti partner, molte scarpe e pochi scrupoli, sfatando miti e tabù, facendo arrabbiare (a torto) schiere di femministe e facendo impaurire (a ragione?) schiere (forse ancor più folte) di uomini che, al loro cospetto, si sentono messi seriamente in discussione (con la loro identità, la loro virilità e chi più ne ha più ne metta)?

Di tante cose. Per esempio, nella prima serie, davanti alle tenere sembianze di un sex toy rosa a forma di coniglio dal quale Charlotte non riesce più a separarsi, si domandano che differenza ci sia tra fare sesso con un vibratore e con un uomo, ovviamente tenendo presenti le diversità tra i due (il primo è un mero mezzo in vista del piacere, il secondo, come ci insegna la seconda formulazione dell’imperativo categorico kantiano – “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua come nella altrui persona, sempre anche come fine e mai unicamente come mezzo” –, è un fine in sé).

Giungeranno alla conclusione che tutto dipende da quello di cui si è in cerca: se soltanto un piacere sessuale (e senza brutte sorprese), allora meglio lasciar perdere gli uomini e affidarsi a quegli oggetti che, se le pile funzionano, hanno due ore sicure di autonomia; se invece interessa anche qualcuno con cui far due parole o andar fuori a cena, forse è meglio tener presenti anche gli uomini. Quello che si dice aver le idee chiare.

Trasversalmente nelle varie serie si parla poi spesso di matrimonio. Charlotte sogna di sposarsi più o meno da quando ha cominciato a parlare. Carrie lascia Mr. Big quando si rende conto che le intenzioni di lui non sono abbastanza serie (in effetti la presenta alla madre come una amica). Samantha è certa di non volersi mai sposare e Miranda ha una opinione del genere maschile che fa pensare a tutto, fuorché al matrimonio.

Ma perché una donna del XXI secolo bella, ricca e intelligente dovrebbe aver voglia di sposarsi? Perché stufa di passare da un uomo all’altro tra un locale e l’altro e desiderosa di parcheggiarsi in maniera stabile da qualche parte, oppure perché a un certo punto si fa impellente il desiderio di realizzare il Sogno con tanto di principe azzurro, due o tre marmocchi che gridano in giardino e un Labrador che dorme ai piedi del letto? E poi, dentro o fuori il matrimonio, che dire dei giochi di coppia? Sono davvero importanti all’interno di una relazione?

Pensiamo allo strip-tease di Miranda con l’uomo della casa di fronte. Senz’altro divertente e sensuale, a patto di ricordare che un bel gioco dura poco e che non va mai confuso con la realtà, altrimenti si rischia di fare la fine di Rousseau che giocava a “piccolo e mammà” con la vedova svizzera Madame de Warens (ed è significativo che poi si sia anche cimentato in un romanzo pedagogico: Emilio o dell’educazione). D’altra parte se Miranda – anziché riservare lo spettacolo al suo compagno di giochi – avesse fatto lo spogliarello à la Kim Basinger anche nei camerini di prova dei negozi o dal dentista, allora avremmo avuto ottimi motivi di pensare che avesse qualche problema. Così come se ci trovassimo di fronte un partner zuzzurellone (à la Rousseau) che vuole giocare da mattina a sera, dovremmo (a ragione) preoccuparci.

Un ultimo interrogativo (se lo pongono a denti stretti anche coloro che lo scorso autunno hanno visto andare in fumo le loro speranze di potersi godere il terzo film) è: ma che cosa manca a Carrie & C.? Ancora il principe azzurro? E poi, come fanno gli uomini, completamente disorientati da tanta emancipazione femminile, a sapere che cosa si aspettano da loro queste donne che sembrano aver capito che dagli uomini conviene non aspettarsi nulla (perché tendono inesorabilmente a deludere le aspettative)? E per le nostre amiche, che senso ha aspettare qualcuno che forse non arriverà mai?

Sono, come Vladimiro ed Estragone nella pièce beckettiana (con la differenza che anziché su una strada di campagna con albero sono a New York), bloccate in una attesa tanto paziente quanto disperata? Difficile a dirsi. Magari anche loro stanno ancora aspettando Godot. O magari, invece, stufe di aspettarlo sono andate a cercarlo.

Roma, per Livia e la sua bimba non c’è mai un posto sicuro

Livia ha 40 anni, ma ne dimostra una decina in più. È confusa mentre alle sette di sera di un giovedì di fine gennaio, davanti al poliziotto di un commissariato di Roma Sud, racconta di come sia scappata. Non ha un soldo e nessuno a cui rivolgersi. Ha una figlia di sette anni seduta lì di fianco.

È corsa lì a fare denuncia, perchè è così che inizia, e lei lo sa. Viene dall’Europa dell’Est Livia. È in Italia da una decina d’anni, ma il suo italiano è incerto e poi, ovvio, è anche confusa. Il padre della bimba non c’è. È andato via anche lui anni fa. Poi ne è arrivato un altro, manesco. Livia anche allora era fuggita e si era rialzata. All’epoca con la bimba piccola aveva abitato in una casa famiglia fuori Roma da dove si era pian piano emancipata. Con Portaportese, il giornale degli annunci, aveva trovato un lavoretto, poi un altro. Un passo alla volta, mese dopo mese, con l’aiuto dei servizi sociali. Aveva trovato una stanza e un lavoro in un b&b non lontano dalla Tiburtina. Certo la mattina bisognava fare i salti mortali per portare la bimba a scuola e certo una stanza non è una casa, ma assomigliava a qualcosa di normale.

Alle sette di sera di quel giovedì di fine gennaio al commissariato non sanno che pesci prendere. Lei è confusa. È accaduto di nuovo. Ha trovato un tizio, delle promesse, ed è finita schiava in un appartamento fuori dal raccordo anulare. Ora che si fa? Le dicono di chiamare l’assistente sociale ma lei ha paura. Ha fatto il medesimo errore, rischia di perdere la figlia? I suoi interlocutori, seppure cortesi, non sanno darle risposte. Le forniscono una lista di centri antiviolenza da poter chiamare. Ma quando? E stasera dove si va? Le soluzioni sono due: separarsi dalla bimba e trovare spazio in una struttura di emergenza del Comune oppure cercare qualcuno che la ospiti e che la venga a recuperare al commissariato.

Trova il numero di telefono della mamma di una compagna di classe della figlia. L’avrà vista due volte, ma pareva gentile. La chiama. La prima notte la passa in una casa.

Dal giorno seguente telefona. Ai centri antiviolenza che sono tutti pieni, a preti e suore che non hanno posto per lei e la bimba, chiama anche il Telefono Rosa, l’unico a darle una prospettiva: c’è una casa famiglia non lontana da Roma, forse lì c’è un posto per ricominciare. L’appuntamento è fissato alla settimana seguente. Frattanto le due dormono un giorno qua e uno là a casa di alcune famiglie che hanno i figli nella scuola della bimba. Si aspetta.

Giorno 7. Anche la casa famiglia non ha posto per lei. Il suo caso è meno grave di quello di altri: non ha referti medici, l’uomo che l’ha sottomessa non è papà della bimba, e certo c’era una pistola in casa ma non si sa se era vera o finta. Fatto sta che sono ancora per strada, aiutate solo da una rete di sei-sette famiglie alle prese con la burocrazia.

Lui continua a chiamare, a minacciare, a millantare. Una volta che Livia riesce a recuperare le sue cose da casa dell’uomo apre la valigia a casa e trova tutto distrutto. I vestiti suoi e quelli della bimba. Altra denuncia, altra sofferenza. Intanto la piccola è tornata nella scuola che aveva lasciato qualche mese prima, si cercano “lavori” tra amici e conoscenti, si riprende Portaportese. Si chiama l’assistente sociale, ma non esiste niente per una donna sola vittima di violenza. E sotto di quello la situazione è pure peggio.

Il sistema scoppia, non risponde. Addirittura non le segnala che può chiedere il reddito di inclusione. Bisogna passare da un Caf, consegnare l’Isee alla scuola, pagare le rette arretrate della mensa, fornire una residenza. Lei a volte si perde, avrebbe bisogno di un aiuto psicologico, ma per i centri di salute mentale la fila è lunga. Livia ha 40 anni. Ed è sola.

30 anni fa l’Italia scoprì la violenza sulle donne

Si fa presto a dire “la violenza contro le donne nasce dall’ignoranza”. Non è così. E non è neanche vero che a subirla sono le donne che non hanno strumenti culturali. Non lo dicono soltanto gli esperti, lo dicono i numeri. Nel 2017 il 9,7 per cento delle donne che si sono rivolte al 1522 – il numero verde promosso dal dipartimento Pari Opportunità e gestito dall’associazione Telefono Rosa – ha un diploma di laurea; il 15,25 per cento una licenza media superiore. In totale, per prendere contatti, ricevere informazioni, chiedere aiuto o segnalare casi di maltrattamenti, gli operatori hanno registrato in tutta Italia 33 mila 466 chiamate. La maggioranza? Al Nord, in Lombardia soprattutto (2.549 richieste, il 7,6 per cento). Forse perché al Sud ancora si denuncia poco: ci sono realtà – ma questo purtroppo vale anche altrove – in cui gli atteggiamenti violenti del marito sono considerati quasi la normalità. Vergogna, difficoltà ad esprimersi, mancanza di informazioni, paura di controlli di polizia: le straniere che chiamano sono soltanto il 15 per cento del totale. Di norma le vittime si convincono a telefonare quando hanno paura per l’incolumità dei propri figli: soltanto il 30 per cento delle richieste di aiuto è arrivata da donne non madri. Capitolo a parte quello dello stalking: in questo caso hanno avuto bisogno soltanto 818 donne – una cifra irrisoria rispetto a un fenomeno così esteso –, il 33 per cento delle quali ha una laurea o un diploma superiore. Anche in questo caso, si tratta in prevalenza di italiane, ma sono quasi la metà quelle senza figli.

Il 1522 è un servizio istituito nel 2009, attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno e gratuito. Si parlano l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo e l’arabo. Le operatrici forniscono una prima risposta alle vittime, con assoluta garanzia di anonimato, offrendo loro informazioni e un orientamento verso i servizi socio-sanitari pubblici e privati presenti sul territorio nazionale. I casi che rivestono carattere di emergenza vengono accolti con una specifica procedura condivisa con le Forze dell’Ordine.

Recuperare i bambini ed educare i giovani

“Sulla violenza si è cominciato a lavorare con serietà – spiega Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa – mentre non si è fatto quasi nulla su quella sommersa, che viene assorbita dai bambini. Il loro modello è quello di un padre violento e di una madre che lo subisce. Quindi va bene continuare a lavorare sulle donne, dando loro la consapevolezza di non sapersi sole, ma bisogna anche sradicare questo esempio culturale”. È l’eterna questione mai realmente affrontata in questo Paese: come si fa a prevenire quelli che, con una parola orribile, vengono chiamati femminicidi? “Partendo dalle scuole. Noi nel Lazio abbiamo realizzato un progetto di formazione scuola/lavoro a spese nostre, che coinvolge 800 studenti”. Una classe a turno, dopo essere stata istruita dai docenti, si trasferisce per un sabato in una casa-famiglia, per stare con donne e bambini. Viene realizzato un laboratorio, i ragazzi possono parlare con le vittime – quelle che accettano – incontrano le psicologhe, le educatrici e le avvocate. Capiscono come potrebbe essere lavorare in questo campo e, a volte, riescono a tirar fuori anche sentimenti altrimenti messi a tacere, come la rabbia o gli attacchi di ira. “Ma la cosa più bella sa qual è? – prosegue Carnieri Moscatelli – Vedere le facce dei bambini, che magari per la prima volta in vita loro si trovano davanti a uomini ‘normali’”. Se un progetto come questo fosse rifinanziato nel tempo, si potrebbero vederne i risultati tra qualche anno. Perché questo è uno dei problemi, i finanziamenti. Lo Stato finora concede fondi dietro la presentazione di progetti.

Finanziamenti a pioggia ma non dove serve

Attualmente si discute di trasformare la modalità dei finanziamenti, adeguandola a quanto si fa per gli stranieri: 35 euro al giorno a persona assistita. “Non si rendono conto che mangiare e dormire non sono le nostre voci di spesa principali – conclude la presidente di Telefono Rosa – perché il compito più importante per noi è recuperare quelle donne. L’assistenza legale, quella psicologica, le trasferte per seguire i processi, i gruppi di auto-aiuto, il ‘dopo’, che significa il reinserimento nel mondo del lavoro e la possibilità di trovare un alloggio. Una donna non la si salva soltanto togliendola alle percosse, bisogna darle gli strumenti per cavarsela da sola sei mesi dopo. E questo ha un costo che va ben oltre i 35 euro al giorno”.

Pronto? Qui 1988: le donne al Telefono

È un esperimento temporaneo. Cinque volontarie, tra cui la futura presidente Giuliana Dal pozzo in una stanzetta del Tribunale 8 marzo, in via della Colonna Antonina, Roma rispondono a un numero di telefono attivato in caso le donne avessero bisogno di segnalare violenze e abusi. In mano ognuna ha una matita e un foglio di carta su cui prendere appunti. Ma quale matita e quale foglio. In quattro anni arrivano 75 mila chiamate. È l’Italia “segreta”: dall’altro capo del telefono ci sono mogli, figlie e anche madri. Il primo teatro di violenza sono le mura domestiche e a perpetrarla uomini con un buon livello di cultura e una professione importante. Così qualche mese dopo quel febbraio 1988 i fogli diventano questionari. Domande che arginino lo sfogo incontrollato delle donne al Telefono Rosa, e che diano la possibilità a chi vuole aiutarle di raccogliere dati indispensabili. Nomi, cognomi e indirizzi di chi fino a quel momento aveva bussato ai commissariati di Polizia, dove funzionari in pantaloni rispondevano perlopiù: “Signora, torni a casa, suo marito la picchia perché è geloso, la ama”. Allora c’è bisogno di una struttura ora, di qualcosa di più di una linea amica. Per questo nel ’90 le volontarie si costituiscono in associazione. Iniziano a prendere lezioni. Si impara a reagire a quelle confessioni quasi incredibili. Si insegna a riportare le donne alla realtà. Quello non è uno sfogatoio, bisogna risolvere i problemi delle vittime, che nel frattempo si scopre essere anche madri. Cioè, a picchiare sono anche i figli. E allora una ricerca aiuterebbe. Nasce nel ’94 e si chiama “Le voci segrete della violenza”. Col Telefono iniziano a parlare anche le istituzioni e da questa sinergia si scrive la prima legge contro le molestie e lo stalking con un nuovo punto di vista: l’impressione di chi subisce, non di chi abusa.

L’Europa è Paese: la rete e i progetti antiviolenza

Da cinque volontarie il Telefono arriva a 47, la sede cambia: prima Piazza Navona, poi in Viale Mazzini. E guarda all’Europa, ma soprattutto alla prevenzione e all’educazione dei rapporti. L’Ue finanzia opuscoli e guide su “come difendersi da aggressioni, stupri e molestie, in casa e per strada”. E a Bruxelles il Telefono porta Cercando Eva storie di giovani donne che viaggiano per il Continente. La fondatrice, Dal Pozzo, raccoglie le storie in un libro Così fragile e così violento. È il 2000. Potrebbe essere oggi.

“Non toccate le allieve”: Weinstein alla Sapienza

È il 1994 e le avvocatesse del Telefono Rosa raccolgono le denunce delle studentesse molestate all’Università di Roma. È il caso Weinstein italiano. Si fanno nomi e cognomi dei professori implicati. Il Rettore minaccia querele. I giornali titolano: “Sapienza, lezioni insidiose”. Viene istituita una linea apposita. Ed escono le prime cifre. Su 3.000 studenti il 50 per cento dichiara di essere stato molestato.

La Commissione parlamentare: i dati oggi

“Negli ultimi 6 anni – si legge nella relazione finale pubblicata questo mese – una graduale riduzione (con una lieve risalita nel 2012) del numero dei delitti di violenza sessuale denunciati: sono passati dai 4.617 episodi del 2011 ai 4.046 del 2016 (-12 per cento circa)”. Anche se il dato evidente è la “divergenza fra il numero dei delitti di violenza sessuale denunciati e quelli, più esigui, relativi alle condanne”. Trent’anni dopo il Telefono squilla ancora. Qualcuno risponde?

La Chiesa e la rivoluzione della conservazione

Oggi Camillo Ruini compie ottantasette anni. Ogni tanto l’anziano cardinale – che fu longevo presidente dei vescovi italiani – interviene per condannare l’irrilevanza dei cattolici in politica. Ruini ha attraversato (e assommato) vent’anni di potere: le spoglie della prima Repubblica, la discesa di Silvio Berlusconi, l’ascesa di Romano Prodi, finanche i prodromi del grillismo. Con la nomina di Gualtiero Bassetti – arcivescovo di Perugia, tenero di carattere e riformista di formazione – proprio sul trono che fu di Ruini, la Conferenza episcopale si è perfettamente allineata al pontificato di Francesco. Vuol dire che non esistono governi vicini o lontani per definizione o addirittura per ideologie, ma politiche che possono soddisfare la dottrina sociale della Chiesa. A un paio di settimane dal voto per il Parlamento, lo sguardo dei vescovi si posa sulle manovre del 5 marzo e non sui risultati del 4 marzo. Perché la Cei teme il vuoto (o il nulla) fra il mandato di Paolo Gentiloni e la complicata formazione del prossimo governo e teme, soprattutto, la prevalenza nelle urne del blocco di centrodestra a trazione leghista. Il cambiamento più rivoluzionario, confidano al Fatto autorevoli vescovi, sarebbe prolungare il presente nel futuro e non interrompere il lavoro di Gentiloni e di Marco Minnini, il ministro più apprezzato per la gestione dell’immigrazione.

I vescovi diffidano dai partiti che esaltano la “famiglia tradizionale” e combattono per il “presepe natalizio” e poi alimentano lo scontro fra italiani e stranieri, negano l’umana accoglienza e deridono Jorge Mario Bergoglio quando paragona Gesù ai profughi. Il cardinale Gualtiero Bassetti ha diluito l’evidente sfiducia nei leghisti nell’elaborata prolusione all’ultimo consiglio permanente: “Ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società. Immorale lanciare promesse che non si possono mantenere”.

Un tempo c’era sintonia, però, fra il centrodestra di Berlusconi e la Conferenza episcopale, adesso la Cei – che a qualche monsignore pare di “sinistra” – osserva l’ex Cavaliere con distacco perché lo considera l’abito dentro cui si nascondono le pulsioni leghiste e dell’estrema destra. All’ineffabile coalizione che va da Berlusconi a Salvini, la Cei preferisce i Cinque Stelle per un semplice motivo: non hanno connotazioni nette sugli argomenti sensibili per la Chiesa e, in campagna elettorale, sui migranti e l’Europa hanno assunto posizioni più morbide. Il voto che spaventa gli anonimi mercati finanziari e le fattucchiere vestite da analisti non impensierisce la Conferenza episcopale, non ostile alle larghe intese, se servono a escludere le istanze leghiste, e fiera sostenitrice di Gentiloni.

Non da sempre, ma dall’intensa estate 2017. Quando Minniti ha imposto il codice di condotta alle Organizzazioni non governative e Palazzo Chigi ha ripreso il controllo del Mediterraneo. Un pezzo di cattolici – importanti associazioni e il quotidiano Avvenire (dei vescovi) – hanno aspramente criticato Minniti. Per un tempo lungo, forse eccessivo, il Vaticano ha taciuto. Poi la segreteria di Stato ha avviato una trattativa con Palazzo Chigi che s’è conclusa a casa di monsignor Angelo Becciu, il sostituto per gli affari interni, con il colloquio fra Bergoglio e Gentiloni. Bassetti si è adeguato volentieri e pure Nunzio Galantino, il segretario generale, che all’inizio del pontificato fu spedito da Bergoglio in Cei per sorvegliare Angelo Bagnasco, allora presidente.

Al rientro dal viaggio in Colombia, in settembre, Francesco ha benedetto ufficialmente la linea di Minniti su Libia e migranti: “Un governo deve gestire tale problema con la virtù propria del governante, la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho. Secondo: non solo ricevere, ma integrare”. E sui campi libici: “Ho l’impressione che il governo italiano stia facendo di tutto – con lavori umanitari – per risolvere anche questioni che non può assumersi”, ha detto Bergoglio in versione postulatore della causa per san Minniti. Dopo qualche mese di rodaggio, la Conferenza episcopale e il governo italiano hanno “aperto” i corridoi umanitari. Il primo, a ridosso di Natale, ha portato 162 profughi libici all’aeroporto di Pratica di Mare. I vescovi hanno stanziato altri fondi dell’otto per mille per consentire ai migranti, non più costretti a rischiare la morte nel Mediterraneo (o almeno, non sempre), di vivere con dignità in strutture religiose. Che sia un compromesso modesto o l’unico rimedio (pragmatico) a una questione gigantesca, il modello Minniti sull’immigrazione funziona perché Minniti è ministro degli Interni e Gentiloni è un premier prudente. Il buon rapporto fra la Chiesa e lo Stato è sfruttato anche per circostanze diverse. Per esempio, due settimane fa, i vescovi con Libera di don Ciotti e il governo hanno firmato un protocollo – che la Cei finanzia con mezzo milione di euro in tre anni – per l’assistenza a donne e minori provenienti da famiglie della criminalità organizzata o vittime di violenza mafiosa.

E dopo Gentiloni, che accadrà? Il dubbio spaventa. In epoca renziana c’erano più contrasti col governo. E non soltanto perché – legittimamente – Renzi ha ottenuto l’approvazione delle unioni civili. Più banalmente, non è mai scattata l’empatia personale fra papa Francesco e il segretario dem né mai – oltre alla stretta cerchia di Bagnasco – Luca Lotti è riuscito a influenzare la Cei. Non si ricordano memorabili visite di Renzi da Bergoglio né proficui dialoghi fra palazzo Chigi e il governo vaticano di Pietro Parolin. Claudio De Vincenti coltivava i tradizionali contatti con Becciu e Parolin, ma le interferenze di Lotti con la Chiesa non giovavano all’autorevolezza del sottosegretario. Gentiloni non ha delegato a Maria Elena Boschi – erede di De Vicenti a Palazzo Chigi – neanche un dossier sul Vaticano. La scorsa settimana all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, alla cerimonia per la ricorrenza dei Patti Lateranensi, c’era mezzo governo con in testa Gentiloni. E non c’era, però, la nostalgia di un’esperienza che sta per finire. I vescovi pregano per un Gentiloni bis.

Iran, precipita aereo: nessun sopravvissuto

Un aereo iraniano con a bordo 66 persone, partito da Teheran e diretto nella città sudo-ccidentale di Yasuj, si è schiantato a sud di Isfahan. Il portavoce della compagnia aerea ha dichiarato alla tv di Stato che i passeggeri sono tutti morti nello schianto. I resti del velivolo non sono ancora stati individuati a causa delle pessime condizioni meteo. Sotto accusa torna la flotta di aerei iraniani commerciali che, dopo decenni di sanzioni internazionali, continua a essere obsoleta.

Incidenti sulle Alpi, muoiono tre sciatori

È stata una domenica di incidenti gravi sulle Alpi. Tre i morti nell’Alta Savoia, in due episodi diversi: un 29enne è morto in un fuori pista a Etale, mentre padre e figlia di 11 anni hanno perso la vita su una pista non battuta in Val d’Isère. Dieci alpinisti sono invece stati travolti da una valanga nel cantone Vallese nel sud della Svizzera: tratti in salvo, soltanto due di loro hanno riportato ferite. E ce l’hanno fatta anche venti sci-alpinisti originari di Schwarz, in Tirolo, travolti a Racines, in Alto Adige, a quota 2.300 metri.

De Falco: “Mai violento, accuse denigranti”

Sostiene di non essere mai stato “violento” e che “è evidente che si tratta di una strumentalizzazione mediatica volta alla denigrazione”. Così Gregorio De Falco, il capitano anti-Schettino, celebre per il “Salga a bordo, cazzo”, ora candidato al Senato con M5s respinge le accuse della moglie che negli scorsi giorni si è presentata alla polizia raccontando di essere stata aggredita dal coniuge, insieme a una delle figlie. De Falco, che non ha negato l’alterco, ha detto che è “dovuto a questioni economiche sul divorzio”.