Matteo esclude le larghe intese, ma tace su Silvio

La scrivania di ciliegio di Vespa non c’era, ma l’effetto scenico Matteo Renzi – ospite insieme a Marco Minniti a “In mezz’ora in più” (Rai3) di Lucia Annunziata – ha cercato ugualmente di evocarlo sfoderando il programma del Pd in 100 punti (100 promesse e 100 cose realizzate) che “verrà distribuito in milioni di copie nei prossimi giorni”. Poi, in virtù delle larghe intese, anche se annuncia “nessun accordo con gli estremisti”, tace su Berlusconi che non riesce proprio a considerarlo tale.

“Unica a far domande, volevano menarmi”

L’informazione in Italia è davvero ridotta male se, come riferisce la cronista di Fanpage Gaia Bozza, “ero l’unica a fare domande sul nostro video”. A una convention dei candidati del Pd di Salerno, coi De Luca schierati al completo, con l’agenda politica dominata dal caso di Roberto De Luca filmato di nascosto a discutere di appalti con un ex boss, in un paese normale le testate non si sarebbero occupate d’altro. E non deve sorprendere che se sei la sola a fare domande scomode, ti ritrovi isolata e qualcuno ti mette le mani addosso. “Nessuno dei dem presenti mi ha detto una parola di conforto, ma non so quanti abbiano visto, c’era confusione”. In serata Richetti le ha espresso solidarietà “a nome di tutto il Pd”.

Bozza, si era qualificata come cronista di Fanpage?

C’era scritto sul microfono.

Che clima ha trovato?

Ostile. Violento.

Chi ha provato a sentire?

Ho iniziato con Franco Alfieri e subito sono iniziate le contestazioni alle mie spalle. Ero l’unica nel gruppetto a porre un certo tipo di domande.

Perché, cosa chiedevano gli altri?

Domande da campagna elettorale, sulle aspettative dei candidati.

E sui vostri video?

Io non ne ho ascoltate.

Ha provato a farle lei.

Ci ho provato.

E una donna ha cercato di prenderla a schiaffi.

Mi volevo avvicinare a Roberto De Luca, volevo chiedergli qualcosa sull’indagine che lo riguarda. Un cordone di sicurezza mi ha tenuto a distanza. Ho ascoltato una signora che gridava ‘basta con queste domande, sono monnezza, De Luca è un grande’. Mi sono girata per chiederle se sapesse qualcosa dei video, volevo intervistarla per capirne qualcosa di più. Mi ha insultato e poi si è avventata su di me. Per fortuna mi sono scansata.

E addio intervista a De Luca junior.

Inquietante un’aggressione avvenuta davanti ai candidati.

Vincenzo De Luca sabato parlava di “camorristi assoldati per ricattarlo”.

Una violenza verbale di quel tipo spiana la strada ad altre violenze.

Il sistema dei media non vi ha difeso del tutto.

Siamo amareggiati. Abbiamo solo fatto il nostro lavoro. Ma abbiamo avuto tante attestazioni di stima.

 

Macerata antifascista sfila sulle note di “Bella ciao”

“Macerata è Libera”, e “combatte i nuovi fascismi” dice il sindaco Romano Carancini. Sfilano gli articoli di quella Costituzione che fatica ad essere applicata. Circa mille persone, Cgil, Cisl, Uil, Anci, 12 sindaci della provincia, ad eccezione del sindaco di Visso, Pazzaglini, candidato per la Lega, sotto la pioggia, da Piazza della Libertà hanno raggiunto il Monumento dei Caduti dove il nazifascista Luca Traini, terminata la sua “vendetta” contro gli immigrati a colpi di pistola, ha sfoderato la bandiera italiana con l’orgoglio del saluto romano. Il sindaco ricorda la povera Pamela e gli immigrati feriti: Gideon, Jennifer, Wilson, Omar, Mahamadou, Festus, sottolineando il “rispetto” per la manifestazione dei Movimenti, dei Centri sociali della settimana scorsa. Parole di dialogo per “ricostruire un percorso comune in nome di quella Costituzione nata grazie al sangue di tante donne e tanti uomini”, spiega.

Nell’aria risuonano le note di Bella Ciao. C’è chi si ribella e chi continua a rilasciare “dichiarazioni come se fascismo e razzismo facessero parte della contesa politica” scrive Sergio Labate, docente di Filosofia teorica all’Università di Macerata e socio di Libertà e Giustizia: “Eppure la Costituzione riconosce l’antifascismo come evento fondatore della nostra Repubblica. È sempre più necessario ripetere, anche ai politici, che l’antifascismo non è parziale, non è una parte. Il neutralismo è fascismo”. L’importanza di “non diventare vili nemmeno una volta per non diventare vili per sempre” per dirla con Josè Saramago. Conservando quella stessa speranza di papà Cervi al quale i fascisti uccisero sette figli: “Dopo il temporale torna sempre il sole”.

“In lista anche altri massoni con il Pd e il centrodestra”

Stefano Bisi, gran maestro del Goi, il Grande Oriente d’Italia, è di ritorno da Norcia, dove ha premiato sei studenti della zona terremotata e dove il sindaco azzurro, Nicola Alemanno, tempo addietro ha ricevuto la massima onorificenza del Goi riservata ai non massoni, la Galileo Galilei.

Nelle liste grilline è venuto fuori un altro fratello in grembiule del Grande Oriente, il quarto – un avvocato candidato all’uninominale a Ravenna, David Zanforlini – e Bisi non si tiene più: “Contro di noi c’è una caccia all’uomo e si viola pure la Costituzione, perché una volta eletto un parlamentare non si può dimettere contro la sua volontà, nella nostra Carta non c’è il vincolo di mandato. Ma lo sanno i Cinquestelle che senza di noi l’Italia sarebbe ancora nel Medioevo? Antonio Baslini (liberale, ndr) e Loris Fortuna (socialista, ndr) fecero la legge sul divorzio ed erano due fratelli, due massoni”.

La caccia all’uomo lamentata da Bisi, giornalista senese a capo della maggiore obbedienza massonica italiana, con più di ventimila affiliati, è fondata appunto sul paradosso dei pentastellati, in sonno o no, candidati con il M5s. E così da un lato c’è Luigi Di Maio che minaccia cause per danni d’immagine, dall’altro Renzi che ironicamente dà la sua solidarietà ai massoni finiti nel tritacarne dell’intransigenza grillina. Ché poi è dal 2010 che il Pd non ha più l’incompatibilità tra politica e massoneria. Ad abolirla, dopo il caso di alcuni assessori dem-massoni, fu Luigi Berlinguer alla guida dei garanti.

Continua Bisi: “Abbiamo sempre avuto esponenti impegnati nelle istituzioni, cito per tutti Lando Conti, libero muratore e sindaco di Firenze, che venne ammazzato dalle Brigate Rosse il 10 febbraio 1986. Altri candidati per le elezioni del 4 marzo, oltre a quelli del M5s? Ho fatto le mie verifiche, sì che ce ne sono, almeno tre fra Regionali e Politiche, sia nel centrosinistra, sia nel centrodestra. Le dico però che tutta questa corsa del massone a candidarsi non c’è stavolta. I liberi muratori preferiscono l’impegno nel sociale”. Bisi si sofferma pure sul rapporto con il Pd. Se non altro per un certo strabismo del partito renziano nei confronti del Grande Oriente, laddove germinò la P2 di Licio Gelli, loggia deviata e coperta, zeppa di fratelli di prestigio iniziati “all’orecchio”, la cui affiliazione era nota solo al gran maestro. Tra questi c’era anche Silvio Berlusconi. “Per carità, da noi le logge coperte non ci sono più”, precisa Bisi.

Per spiegare lo strabismo. Bisi e il Goi sono stati stroncati dall’Antimafia presieduta da Rosy Bindi nella relazione finale su massoneria e mafie, che fa anche il punto sui fratelli in rapporti coi clan, ben 193. Al tempo stesso, Bisi ha incassato in queste settimane la gratitudine pubblica di due big renziani per l’impegno nelle zone terremotate dell’Italia centrale: i governatori di Umbria e Marche, rispettivamente Catiuscia Marini e Luca Ceriscioli.

Sostiene Bisi (coinvolto nel crac senese della Mens Sana basket): “Io so solo che il Pd ufficialmente ha abolito l’incompatibilità tra massoneria e partito per i suoi iscritti. La Bindi? In commissione Antimafia mi sono trovato di fronte a cinquanta inquisitori spietati. Ricordo Giarrusso, Lumia, la Sarti che ora ha problemi per la storia dei bonifici. Ma a lei non riservo il trattamento che ha avuto con me, quando ha messo in collegamento la mia elezione a gran maestro con la morte del mio amico Davide Rossi (l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi, ndr) a Siena. In realtà, la morte di Rossi era stata un anno prima”.

La secondaobbedienza massonica italiana è la Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori (Alam). Nacque da una storica scissione del Goi nel 1908. Per motivi politici. Gli scissionisti non vollero allinearsi all’ordine di votare in Parlamento la mozione del socialista massone Leonida Bissolati per abolire l’ora di religione nelle scuole. Il gran maestro della Gran Loggia è Antonio Binni, avvocato. Dice: “Noi siamo circa 7mila e le nostre logge sono miste, uomini e donne. Le dico subito che noi non abbiamo candidati alle elezioni. Per un semplice motivo: per noi la politica non è una questione partitica ma la difesa del diritto costituzionale dell’eguaglianza, delle garanzie di libertà e democrazia. E non diamo neanche indicazioni di voto anche se i fratelli sono intelligenti. Che vuol dire? Che sanno quali sono i due partiti che stabiliscono incompatibilità tra politica e massoneria, cioè i Cinquestelle e la Lega”.

Binni non si sottrae alla questione della trasparenza sugli iscritti: “Facciamo come in Francia dove dal 1902 c’è una legge sulle associazioni. A quel punto tireremo fuori tutti i nostri iscritti, così come i sindacati e i partiti, che sono i primi a non voler questa legge. Senza la massoneria non ci sarebbe stata l’unità d’Italia. Cinque presidenti del Consiglio furono massoni, ce lo ha riconosciuto in un convegno anche il dottor Paolo Mieli”. Ma si può essere ex massoni? Risposta: “Dire che si è stati massoni per hobby è una follia. Il nostro è un percorso iniziatico sulla natura umana”. Insomma si è massoni per sempre. Compreso Berlusconi, o no?

Via De Luca jr. e Renzi insulta Fanpage: cronista aggredita

Dimissioni e scaricabarile. L’exit strategy di Roberto De Luca va in due direzioni. Sul versante politico, il colpo di teatro delle dimissioni da assessore al Bilancio di Salerno. Roberto le ha annunciate ieri mattina a sorpresa durante una convention dei candidati Pd al Grand Hotel Salerno, alla presenza del padre, il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Sul versante giudiziario, una difesa che punta a smontare la genuinità dei video di Fanpage – “montaggio strumentale e visione distorta rispetto alla versione integrale”, scrive l’avvocato Andrea Castaldo – e ad accollare tutte le responsabilità su Francesco Colletta, il ‘mediatore’ dell’incontro con l’ex boss di camorra Nunzio Perrella per discutere di appalti per lo smaltimento delle ecoballe, un affare da oltre 400 milioni di euro di competenza della Regione Campania. L’obiettivo è quello di derubricare le accuse di corruzione a millantato credito, di cui risponderebbe solo Colletta. Il commercialista di Angri è l’unico ad accettare (e rilanciare) le proposte di tangenti “del 10-15%” nell’ultimo dei tre incontri con Perrella, peraltro avvenuto in assenza di De Luca jr. Se questa linea fosse accolta dalla Procura di Napoli, e ci sono buone possibilità in tal senso, Roberto potrebbe ottenere una rapida archiviazione. E tornare a fare l’assessore a elezioni avvenute e bufera superata.

Sì, perché ieri De Luca jr ha dosato bene le parole. “Ho ricevuto attestati di stima e solidarietà, anche da tanti avversari politici, dopo la vicenda oscura in cui sono stato coinvolto. È chiaro a tutti che è stata messa in piedi una provocazione vergognosa addirittura con l’ingaggio di ex camorristi. Ma non intendo offrire alibi a nessuno, né pretesti per operazioni di aggressione politica. Quindi rimetto il mio mandato di assessore al Comune di Salerno”. Il sindaco è Vincenzo Napoli, già ex vice sindaco di De Luca padre. Napoli è il cappello del governatore della Campania su Salerno: potrebbe decidere di congelare le deleghe, in attesa che il peggio sia passato. Ieri De Luca padre si è visibilmente commosso e qualcuno giura di averlo visto in lacrime mentre il figlio si dimetteva.

Ma non c’era altra strada. La pressione su Roberto era insostenibile e le ripercussioni elettorali di questa storia, in assenza di un segnale forte, sarebbero state incalcolabili. Persino Matteo Renzi, sabato in tour elettorale a Napoli, aveva chiesto in privato un passo indietro del rampollo del governatore. Lo ha ottenuto e lo apprezza: “Sono un gesto personale che lui ha fatto con grande serietà, grande rispetto perché dice di non aver fatto niente. Penso e spero che querelerà Luigi Di Maio che gli ha dato dell’assassino e spero che Di Maio rinunci all’immunità parlamentare, se è un uomo” ha detto il segretario del Pd Matteo Renzi a In 1/2 ora in più.

“Aspetto la querela di De Luca (se mai arriverà visto che oggi si è dimesso), ma soprattutto aspetto una dura presa di posizione da parte di Renzi e Gentiloni contro l’aggressione Pd alla giornalista di Fanpage“ ha replicato il candidato premier del M5s sui social, che aggiunge: “Sono nati comunisti, stanno morendo squadristi”. Ieri, infatti, è successo anche questo. Una videoreporter di Fanpage, Gaia Bozza, nel tentativo di fare qualche domanda a Roberto De Luca, seduto in prima fila della sala convegni insieme al fratello Piero (capolista Pd della Camera a Caserta e candidato nel collegio uninominale di Salerno) e al padre Vincenzo, è stata aggredita da una supporter della ‘family’. Uno spintone, uno schiaffo sulla telecamera, un tentativo di sberla al viso non andato a segno. “De Luca è numero uno, no questa monnezza”, le parole della signora davanti alla telecamera.

Le dimissioni di De Luca jr non placano gli animi dei grillini. Oggi il gruppo M5s in Campania darà vita a un flash mob “per invocare la cacciata della dynasty dei De Luca dalle istituzioni”. Alle 11.30 parlamentari, candidati e attivisti organizzeranno presidi simultanei davanti ai palazzi della Regione Campania e del Comune di Salerno. “Il figlio assessore l’abbiamo fatto fuori ma non basta che i De Luca siano fuori dalle istituzioni. Vogliamo che se ne vadano anche tutti i loro uomini, eterodiretti dal governatore”.

Ma mi faccia il piacere

Il selezionatore. “Noi facciamo una selezione prima, a noi non succede come a M5S, di avere sorprese dopo” (Matteo Richetti, portavoce del Pd, Dimartedì, La7, 13.2). I suoi arrivano già mangiati.

I soliti Casini. “Con grande rispetto per un bolognese doc, a me di fare l’accordo con Pierferdinando Casini non me ne frega nulla! Non mi interessa! Non c’ho niente contro Casini, è simpatico, ci si sta bene. Ma scusate, che senso ha dire ‘abbiamo casini perchè almeno prende il voto dei moderati’? Questa me la spiegate!” (Matteo Renzi, aspirante leader Pd, tre giorni prima delle primarie del centrosinistra, 22.11.2012). “Casini è il candidato a Bologna della nostra coalizione, che mette insieme Casini e Bonino” (Renzi, Circo Massimo, Radio Capital, 10.1.2018). Questa me la spiegate.

Democrazia rappresentativa. Lilli Guber: “Gli elettori in che collegio la possono trovare?”. Emma Bonino (leader +Europa): “Non me lo ricordo” (Ottoemezzo, La7, 14.2). I famosi radicali liberi.

L’alternativa. “Berlusconi a Salvini: ‘Tu ministro’. ‘No, sarò premier’” (la Repubblica, 18.2). Comunque vada, sarà un successo.

Family Day. “Berlusconi firma il patto pro mamme” (il Giornale, 18.2). Purchè gli portino le figlie.

La puzza che tira. Matteo Renzi (segretario Pd): “Non credo di puzzare, eppure nessuno vuole incontrarmi per un confronto all’americana”. Myrta Merlino: “È vero, Renzi non ha un profumo particolare ma non puzza” (L’aria che tira, La7, 12.2). Appello a Di Maio, Meloni, Grasso e Salvini: fategli la carità, incontratelo, ha solo un profumo particolare, chiedete a Berlusconi che lo inala sempre.

Dissintonia tetragonale. “I 5 Stelle hanno tutte le capacità di governare il Paese. Il problema è se vogliono governare l’Italia in qualche modo con una formula tetragonale che contiene in sé ogni risposta, in dissintonia con le complessità e con le problematiche che questo Paese mostra, in un contesto continentale che ci impone delle scelte perchè siamo in ritardo di trent’anni su grandi scelte del Paese che abbiamo rinviato” (Tommaso Cerno, ex condirettore di Repubblica, candidato col Pd, Zapping, Radio Rai, 15.2). Ma, beninteso, con scappellamento a destra.

Il ballo del massone. “Quando mi affacciai a questo mondo (la massoneria, ndr), fui spinto dall’amore per la cultura, per l’arte e la storia d’Italia… personaggi come Croce, Voltaire, Mozart, Wilde, Doyle, Totò, Fermi, Carducci, Bixio, Beccaria, Mazzini e tanti altri mi hanno determinato a cercare di capire cosa li unisse e il pensiero che hanno condiviso… La massoneria era un hobby” (Catello Vitiello, candidato M5S, 11.2). La prossima volta, dài retta: meglio collezionare francobolli.

Se potessi avere. “Io ho portato le pensioni minime a mille lire al mese! E allora bastavano” (Berlusconi, presidente FI, alla Confcommercio, 13.2). Sempre in forma, il ragazzo.

La banda degli onesti. “Abbiamo trovato il modo di arrivare a 270 miliardi di coperture” (Berlusconi, il Giornale, 16.2). La tipografia di Totò e Peppino.

Bau. “Io vado molto al cinema, mi piace: sono un cinofilo” (Ignazio La Russa, L’aria che tira, La7, 9.2). Poi va al ristorante cinese perchè è un cinefilo. E porta a spasso il cane perchè è un sinologo.

Benedetto compagno. “Il voto più a sinistra che abbia mai dato è stato per Mario Monti” (Benedetto della Vedova, candidato della lista +Europa alleata col Pd, Corriere della sera, 10.2). Era troppo a destra anche per Berlusconi, quindi l’ha chiamato Renzi.

Il Partigiano Silvio. “Durante la Guerra Mondiale io dovetti lasciare Milano, sfuggii ai bombardamenti e andai per tre anni in un paesino vicino a Como: feci il contadino. Imparai a mungere le vacche a 8 anni, mungevo le vacche a otto anni!, e venivo pagato con una calderola di caciada, latte rappreso, lo yogurt di allora. Tutto ciò mi ha dato una cultura privilegiata” (Berlusconi alla Confartigianato, citato da www.nonleggerlo.it, 14.2). E, da questi traumi infantili, si capisce tutto.

Il titolo della settimana/1. “I guai dei grillini. Figuraccia sul massone in lista. Vitiello è affiliato a una loggia” (il Giornale, 12.2). Mica tutti possono permettersi uno della P2.

Il titolo della settimana/2. “Sui moralismi grillini aveva ragione De Luca” (Il Foglio, 14.2). Infatti il giorno dopo gli hanno indagato anche l’altro figlio, l’unico membro della famiglia che ancora non lo era. Il rag. Cerasa porta sempre buono.

“La Sonnambula” che nacque tre volte. Dalla Svizzera a Bari, si sveglia a Roma

Buona la prima, anzi, la terza. Questo devono aver pensato al Teatro dell’Opera di Roma nel mettere in scena La Sonnambula, questa sera la prima al Teatro Costanzi. L’opera andata in scena per la prima volta nel 1831 al Teatro Carcano di Milano, arriva nella Capitale in un “nuovo allestimento”, si sperticano a scrivere il sovrintendente Carlo Fuortes e compagnia su brochure, comunicati e locandine, salvo però a questa definizione accostarne un’altra, “in coproduzione con il Teatro Petruzzelli di Bari”. È da lì infatti che proviene, andata in scena nella stagione 2013.

Ricapitolando, quindi, l’opera di Bellini che vedremo da stasera è in una veste nuova o no? Non è dato saperlo con certezza. Sul sito dell’Opera, infatti, regna la confusione: nella versione italiana, l’allestimento è “in coproduzione con il ecc… ecc…”, in quella inglese, invece, “New production”. Tanto si sa per gli stranieri basta che sia Opera. Per non parlare dei siti che riprendono il comunicato. C’è chi scrive che si tratta di “un nuovo allestimento che arriva dal Teatro Petruzzelli di Bari, dove ha debuttato con successo pochi anni fa”, (sic!) ma anche chi racconta “l’attesa per la regia di Giorgio Barberio Corsetti”, il quale però già nel 2013 firmava quella barese. Per non parlare delle scenografie di Cristian Taraborrelli, e delle immagini di Gianluigi Toccafondo. Anche queste già viste.

Ma è nel guadagno che si nasconde il diavolo. Per la nuova produzione di un’opera, infatti, il Teatro impiega in media da un minimo di 300-400 mila euro a un massimo anche di 1,5 milioni, come nel caso della Traviata firmata Valentino che ha chiuso la stagione 2016/2017. In base a questo, e al valore attribuito all’opera, il Teatro riceve dal Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) i finanziamenti corrispondenti. Soldi che arrivano in maniera molto ridotta nel caso si tratti di una “ripresa”, cioè di una vecchia produzione. Nel caso specifico, poi, il trucco del “nuovo” era già stato utilizzato dallo stesso Fuortes, nel 2013 quando era commissario del Petruzzelli di Bari facendo passare la Sonnambula come nuovo allestimento, pur arrivando, in quel caso, dal Theater St Gallen in Svizzera, dove era stata rappresentata tre anni prima. In quell’occasione – all’interrogazione al Comune di Bari – Fuortes aveva risposto con una supercazzola.

“Nuovo allestimento” doveva indicare dei generici “motivi artistici” che avrebbero portato il regista Giorgio Barberio Corsetti a sviluppare un progetto diverso sul palco del Petruzzelli rispetto a quello svizzero. Fuortes aveva anche aggiunto che tra gli elementi nuovi della messa in scena vi fosse “il lavoro con il M° Gianluigi Toccafondo che ha molto influenzato le idee delle parrucche e della attrezzeria legata agli artisti”. Peccato che il sovrintendente non possa addurre le stesse scuse per Roma, visto che il Maestro è lo stesso di Bari. Toccafondo, appunto.

Al netto di alcune scene consumate (a riprova degli otto anni di anzianità), dal Petruzelli a Roma è arrivato l’intero spettacolo, lo stesso che a sua volta proveniva dalla Svizzera, pur essendo stato inserito nel Bilancio consuntivo 2013 di Bari come nuovo allestimento e quindi tra le opere che hanno ricevuto i 7.001.471,30 euro del Fus. L’unica variante romana pare siano i costumi, pietra dello scandalo in Puglia. Solo a chiusura del Bando di gara per gli abiti di scena, infatti, i partecipanti scoprirono che si trattava di cucirne il 20%. Il restante 80%, indovinate un po’, era svizzero.

“La Ginzburg”, il modo diretto e sincero di stare al mondo

Di Natalia Ginzburg colpiva subito lo sguardo. Ti inchiodava con i suoi occhi scurissimi, e ti sentivi senza scampo. “Occhi neri e pungenti, femminili” li ha descritti Cesare Garboli, il critico che fin da Lessico famigliare ne ha incoraggiato e seguito l’opera, grande amico della vita adulta. Ed era una donna severa, qualità oggi così fuori uso che è persino difficile spiegare in cosa consistesse. Si trattava, credo, di un modo di stare al mondo senza maschere, diretto e sincero. Raro anche in quei primissimi anni Ottanta in cui l’ho conosciuta io, quando mi convocò a casa sua per dirmi cosa pensasse di un manoscritto che le avevo inviato in lettura.

Venne lei ad aprirmi, in piazza Campo Marzio, ultimo piano di un vecchio palazzo romano. In un racconto indimenticabile, La casa (in Mai devi domandarmi), descrive le divertenti avventure della ricerca, insieme al secondo marito, l’anglista e scrittore Gabriele Baldini, dal carattere roboante, diversissimo dal suo, che l’aveva lasciata vedova una seconda volta, nel ‘69.

Il primo marito, Leone Ginzburg, il grande intellettuale che con Giulio Einaudi aveva fondato la casa editrice, e resistente fra i più temuti dal fascismo, era morto all’inizio del ’44 a Regina Coeli, in seguito agli “interrogatori” dei tedeschi che avevano occupato Roma.

Per tutto questo Natalia era circondata da un’aura speciale, di dolore e di grandezza, oltre a essere l’autrice rispettatissima di un libro-culto, Lessico appunto. Ma su quel pianerottolo mi trovai di fronte una donna semplice, cardigan blu e gonna a pieghe, scarpe maschili, niente trucco. Il contrario delle donne colorate che eravamo noi in quegli anni di prorompente femminismo, anni di rivendicazioni e cortei. Il mio romanzo assomigliava a quella festa di strada: come mi era venuto in mente di sottoporlo a lei? Ho avuto un brutto presentimento davanti alla targhetta della porta in cui il suo nome seguiva quello del marito rinunciando al proprio: Gabriele e Natalia Baldini.

Ci sedemmo sul divano blu, suo colore preferito. La cartellina che conteneva i miei fogli giaceva su un tavolino basso davanti a noi. Mi guardò a lungo con quel suo sguardo che pareva capire tutto di te. “Possiede antenne misteriose che captano gran parte dei sentimenti profondi della gente” diceva Einaudi. Mi sembrò emanasse da lei una qualche segreta simpatia per me. Ma il responso fu lo stesso durissimo. Prese fra le mani la cartellina e me la porse. “Io questo libro non l’ho capito. Siccome non l’ho capito, non mi piace. Ma siccome non l’ho capito, non posso dare un giudizio” disse senza allentare l’arpione dello sguardo. Il resto non me lo ricordo. Un silenzio lunghissimo. Ero tramortita, e poi per le scale, dovetti sedermi su uno scalino, a piangere: vivevo l’esperienza di un fallimento totale ed eterno, perché l’aveva decretato “la Ginzburg”, la scrittrice che amavo di più, e che era la Storia, era il Potere Editoriale del marchio, lo Struzzo, che aveva formato la mia generazione, come quelle precedenti fin dal dopoguerra.

Quel mio romanzo poi lo pubblicai con l’aiuto (un editing radicale) di un altro scrittore, Giorgio Manganelli. Non ricordo se lo inviai a Natalia. Ma intanto avevo conosciuto Giulio Einaudi, perché facevo parte di un gruppo di giovani intellettuali e scrittori riuniti intorno a Theoria, una nuova casa editrice che si stava facendo notare e a cui Einaudi era molto vicino. Si andava spesso a cena con lui, quando era a Roma, e qualche volta, raramente, veniva Natalia, che parlava pochissimo. Guardava Giulio con affetto divertito, come si fa con un figlio ribelle.

Un giorno mi arrivò un suo biglietto perché sul Corriere mi avevano pubblicato un racconto che le era piaciuto. Era un biglietto affettuoso. Diceva quanto aveva amato il racconto e che addirittura se l’era ritagliato! Ho sempre pensato che avesse esagerato per potermi risarcire della precedente bocciatura. Ma forse no. Forse era, ancora una volta, se stessa: sincera in modo estremo, irrinunciabile.

“Sono ancora un outsider e Sanremo è il peggiore ricordo di tutta la mia vita”

Bandiera rossa con falce e martello all’entrata di casa, (“acquistata in un mercatino di New York”), televisore sintonizzato sulla Cnn (“però a volte guardo Bbc o Fox”); il libro scandalo dedicato a Donald Trump davanti al divano, in lettura. E la Guerra fredda sembra risolta a Milano, dentro casa di Eugenio Finardi. “È la mia dicotomia, la stessa che mi porto dietro fin dalla nascita”. Sessantasei anni, oltre quaranta di palco, e una vita perennemente in bilico; in bilico tra la musica rock e quella classica (“nell’Ipad ho Beethoven come gli ZZ Top”), tra l’impegno politico di sinistra e l’accusa di essere, in realtà, solo e sempre un cittadino statunitense (sua mamma, Eloise Degenring, era una cantante lirica); in bilico tra il ruolo di artista di successo, e quello di artista senza un successo conclamato, un assoluto “come Baglioni, De Gregori o altri”. Droghe, acidi in particolare, un on the road datato 1965 con destinazione la California, il primo bacio dato su un transatlantico, l’Isola di Wight vissuta dal vivo, e non davanti alla televisione.

Lei è un sopravvissuto.

Un po’ è vero. Mi ci sento. Sono parte di un movimento, quello degli anni Settanta, oggi quasi del tutto scomparso. Sono uno dei pochi vivi.

Sopravvissuto, ma con i capelli sempre lunghi…

Quelli che sono rimasti, quindi pochi; non li taglio per scaramanzia, tre volte l’ho fatto e tre volte ho affrontato una brutta notizia: la prima è di 35 anni fa, quando è nata mia figlia Elettra con la sindrome di down; la seconda mia moglie mi ha lasciato; la terza si è ammalato mio padre. Risultato? Fino a quando ne avrò solo uno, sarà lungo.

Lei ha dichiarato: “Sono un outsider”.

E lo confermo, anzi mi ci sento da sempre. Un esempio? Il mio maggiore successo, Extraterrestre, è in realtà il lato B del singolo Cuba, dove usavo il termine “riflusso”…

Una tragedia?

Allora sì, e parliamo del 1978. Cantavo: “Viviamo in un momento di riflusso e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso, che tutto quel cantare sul cambiar la situazione non sia stato che un sogno o un’illusione”.

Beh, nel 1978…

Per me il riflusso era solo una delle conseguenze di quando mi facevo troppe canne. Mi dissero che ero un traditore.

Comunque “Extraterrestre” è solo uno dei suoi successi.

Ho fatto subacquea, volo leggero, parapendio, esperienze di ogni tipo, ho cambiato pelle tante volte, ho realizzato un tour di blues con 130 date, in Italia mai nessuno prima, eppure il dato finale è uno: non ho mai prodotto grandi numeri economici, e non solo per me stesso, anche per gli altri. E mi riferisco ai discografici, management, e via…

Com’è possibile?

La forza dell’amore (1990) in quanto a vendite, è stato il mio picco, con 250.000 copie vendute: però non è arrivato oltre l’ottavo posto in classifica… no, addirittura credo dodicesimo.

Non è male…

Nello stesso periodo Battiato vendeva un milione di copie, ed eravamo nella stessa etichetta musicale.

Vi conoscete da tempo.

Dal 1973, con noi c’era anche Alice; quando Franco ha deciso di arrivare al successo, ci è riuscito e La voce del padrone è il miglior album della discografia italiana, un capolavoro: il bello è che all’interno dà dei “cretini” ai fan: “E avete voglia di mettervi i profumi e deodoranti siete come sabbie mobili tirate giù…”. Una lucidità straordinaria.

Mentre lei…

Torniamo al discorso di prima: sono un eterno outsider, in bilico. Sono americano o italiano?

Risposta?

Conosco una comunista di 103 anni, ebrea, vera newyorkese, una che si è beccata sei mesi di galera sotto il maccartismo, e senza mai rivelare i nomi degli altri compagni.

Quindi lei è un comunista statunitense.

Fosse per me andrei in Russia, dove ci sono le statue di Lenin abbandonate, e le porterei a casa. A me piace la loro estetica, mi seduce pure quella nord coreana.

No, coreana no…

Invece non è male. Però in questo caso parlo di estetica, non di politica.

Negli anni Settanta, come si rapportava con lei il mondo di sinistra?

Allora essere nato negli Stati Uniti era un’onta, non dimentichiamoci che c’era la guerra nel Vietnam, e il mio garante con il mondo della musica è stato Demetrio Stratos, e oltre a lui il mio migliore amico, Alberto Camerini, nato per metà brasilianio. Il papà di Alberto ha garantito per me quando mi sono iscritto al Pci.

Camerini lo sente?

Ogni tanto, quando è possibile. Ma il nostro legame è ancora quello di un tempo: lui è un genio assoluto, ha un quoziente d’intelligenza da record, 171, uguale a quello di Unabomber (celebre criminale statunitense).

Così bravo come artista?

Consiglio di riascoltare la sua chitarra in Voglio (1976): stile unico, straordinario.

Lei, Camerini, Stratos: tutti artisti sotto contratto della Cramps.

Odiati dall’industria musicale. La copertina del disco tratto dal concerto al parco Lambro (Milano 1976) era la pagina della classifica dischi di Tv Sorrisi e canzoni accartocciata: per anni non ce l’hanno perdonata.

Parco Lambro ha ormai echi che sfociano in mitologia.

Quando sono sceso dal palco mi sono beccato una cinquina in faccia da Gianni Muciaccia (musicista): mi accusava di essere “un fascista impegnato con il rock americano”.

Però “rock”.

I miei primi quattro dischi sono di rock militante, il quarto più di riflessione, nel quale cercavo di dire: occhio ragazzi, qui girano le pistole.

Le ha viste?

Cacchio. Ero con Demetrio quando ci siamo affacciati al balcone di via De Amiciis, un caos terribile, urla e paura, e all’improvviso abbiamo visto scappare tutti: era il giorno nel quale è stata scattata la celebre foto con il tipo imbacuccato, braccia tese, pistola puntata. E poi mi ricordo ancora l’angoscia nella tournèe del 1978, quando hanno rapito Moro.

Per una teoria, Demetrio Stratos è morto anche a causa della sua ricerca vocale.

È vero, secondo alcuni è andato a toccare dei misteri sciamanici pericolosi, dai quali non si torna indietro.

Anche per lei era così geniale?

Eccezionale. Aveva una voce molto potente, delle doti e una dedizione rare, poi era una persona dalla grande sensualità, una incredibile forza di attrazione sulle donne, quasi spaventosa.

Ne beneficiava?

Sì, però lui teorizzava l’amore con le donne non troppo belle, perché più generose: ‘Dopo ti cucinano’

Rimorchiavate insieme?

Mai. Era un fratello maggiore, un mentore, non eravamo compagnoni. Lui stava sempre con Mauro Pagani.

Prima ha accennato di sua figlia.

Negli anni Ottanta la nascita di Elettra è stata uno sconvolgimento, e poi l’inizio di una lotta vera, reale, con lo Stato, la burocrazia, le follie per i mancati diritti o sostegni. Poi quando ha compiuto 18 anni è scoppiato il caso della patente.

Voleva guidare l’auto?

Purtroppo lei è intelligente abbastanza da comprendere la sua condizione e la vive con rabbia e frustrazione. Tanto da decidere di entrare in una casa famiglia, nella quale vive con altre tre persone. Mia figlia per tanti versi è stata un dono, e se sono qui, in parte lo devo a lei.

Le ha dedicato “Amore diverso”.

È la canzone che lei ama di più.

Riprendiamo il dilemma: è più italiano o statunitense?

Sono milanese, ferocemente italiano, e mi incazzo quando sento termini come Jobs Act, che per me è solo la ‘recita di Steve Jobs’.

Amerà Renzi quando parla in inglese.

Lì sto malissimo. (Ci pensa un attimo) E poi detesto gli americani, e l’ho capito a 19 anni quando ho frequentato l’università di Boston: lì ho scoperto quanto mi stavano sulle palle.

Cosa, in particolare?

La loro arroganza, ignoranza, non conoscono il mondo, ottusi, pieni di ritualità. Se un italiano è nato a Roccacannuccia sa di non essere al centro del mondo; mentre se uno statunitense è del Wyoming è certo di stare al centro dell’universo. Questa è la differenza.

Assodato, lei è milanese-italiano.

Però uno dei giorni più tristi della mia carriera è legato proprio a questa città: quando hanno aperto la Feltrinelli, vado, entro e noto l’arredamento, sulle pareti era, ed è, tutto giocato con le foto, da Buster Keaton a Vecchioni; da Venditti a De Andrè. Di tutto. Meno io. A Milano. Nella mia città.

Perché?

Sempre l’outsider. Ma sempre a Milano ho raggiunto anche il picco della mia storia musicale, quando sono salito sul palco della Scala. Un sogno. Il mio sogno.

Tra i colleghi, chi apprezza?

Battiato, Pagani, De Gregori, Bennato, i Pooh, Baglioni, gli Afterhours. Non amo molto Mina e Celentano.

Mina no, Baglioni sì?

Perché Mina non mi dà emozioni, lei non commuove, con i suoi pezzi non scendono lacrime, preferisco interpreti come Amalia Rodrigues o Kate Bush.

Con Baglioni pianti ininterrotti.

Quando ti pianta una donna, Claudio è fondamentale. E poi è un grande musicista.

Avrà visto Sanremo.

No, il Festival mi fa male, mi addolora.

Ci è andato tre volte.

I tre peggiori ricordi della mia vita professionale.

Tranchant.

Per me la musica è un qualcosa di sacro, di stupendo, esattamente come il sesso: per questo non amo la pornografia, non mi arrapa, è una distorsione.

E Sanremo?

È la pornografia della musica: so quanto soffrono i colleghi, quanto si soffre in assoluto su quel palco, quanto costa, quante energie deruba alla discografia; quanto rompe una stagionalità. (Su uno degli scaffali c’è una sua foto negli anni Settanta. Oggi c’è chi scambierebbe quell’immagine per Manuel Agnelli).

Avete punti in comune.

Forse. Ma la mia somiglianza inquietante è con il cantante dei Maneskin, mia figlia li adora, e io l’ho avvertita: “Stai attenta perché rischi di cadere in una situazione freudiana”.

Anche Agnelli si è rivisto in lui, ora lei: cerchio chiuso.

Con gli Afterhours ho inciso Adrenalina (accende lo stereo, inserisce il disco). Però ho modificato l’attacco del pezzo, da “forse non è proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi”, in “forse non è proprio normale sai, ma sono forte vestito di lividi”.

Come mai?

Non fa parte di me causare del dolore a una donna, magari è accaduto il contrario: qualche livido l’ho vissuto.

Ha detto: “Non amo il jazz”.

Confermo. Non mi emoziona. Esclusi pochi fenomeni, a partire da Miles Davis; lui l’ho ascoltato all’Isola di Wight, in acido.

Prego?

Sì, mi ero calato un acido, credo con me anche Alberto Camerini.

Riusciva a controllare queste droghe?

In parte. Gli acidi di allora erano un’esperienza, non si prendevano per piacere, era una visione sciamanica della società.

I suoi figli le pongono mai domande sulla droga?

Certo, e se capita rispondo: ‘Se pensi di farti una canna, allora io mi sparo una pera’.

Funziona?

Sono per l’educazione paradossale, non sono un predicatore.

E loro?

Restano zitti, vivono nel terrore (Ride).

Lei è un competitivo?

Un tempo forse, oggi non direi. Più che altro sono stato uno stronzissimo, arrogantissimo, e pure su questo sorrido quando vedo il cantante dei Maneskin. Nella vita sono caduto in delle vere figuracce.

(È tardi. Mancano quaranta minuti all’ultimo treno. “L’accompagno in stazione” No, grazie. “Mi fa piacere così parliamo ancora”. Grazie. Finardi sale su un’auto elettrica. “Comprata per scelta, serve per l’ambiente”)

A lei chi l’ha scoperta?

Una giovanissima Mara Maionchi, era in mezzo alla casa discografica di Mogol e Battisti.

Lei era più per Battisti o Mogol?

Assolutamente Battisti, con Mogol non ho mai trovato grande affinità sia umana che politica.

Anche con Battisti non avrà trovato molte affinità politiche…

Era un musicista, uno vero, un uomo solo, non inquadrabile in certi schemi.

In carriera ha suonato con Fabrizio De Andrè.

Quando l’ho conosciuto, tutti intorno lo trattavano da “sacra reliquia”, e lui detestava questo atteggiamento. Quasi si imbarazzava. Poi era un grande aristocratico, nel bene e nel male, nel senso che è stata anche la sua grande maledizione.

Qual è la canzone che la rappresenta maggiormente?

Dipende a quale Finardi si riferisce.

Tradotto?

Chi sa quanto sono quello che volevo essere, o quanto sono quello che gli altri mi hanno fatto diventare…

Una risposta se la sarà data.

Dopo 45 anni, quando ho un concerto, dico: “Vado a fare Finardi”. Comunque in questo periodo, se dovessi prendere una chitarra in mano, suonerei Estrellita…