Corso Como 10, il simbolo della moda a rischio sfratto

È da oltre 25 anni l’icona simbolo della moda milanese, il luogo per eccellenza del fashion italiano. Ma dietro la facciata del palazzetto di Corso Como 10, nel cuore del quartiere scintillante di Porta Nuova, c’è il baratro dei conti che traballano sempre più. La creatura di Carla Sozzani, sorella di Franca, deceduta poco tempo fa, e direttrice storica di Vogue, vive o meglio sopravvive sul filo del rasoio.

La Dieci srl, la società che gestisce l’emporio-store più famoso d’Italia sta trattando in questi giorni per evitare uno sfratto esecutivo. Una pendenza che dura da tempo e che l’amministratore unico di Dieci, Donato Maino, ex marito di Carla Sozzani, sta provando a evitare. Sarebbe uno smacco dover traslocare dalla via che ha dato i natali all’icona-store. La trattativa in corso è con i nuovi proprietari: Tiziano Sgarbi e Simona Barbieri ex padroni di Twin Set, azienda di moda ceduta agli americani del fondo Carlyle, hanno rilevato l’anno scorso lo stabile per 30 milioni di euro dalla famiglia Rusconi. La prima cosa è stata chiedere lo sfratto: lo si fa di solito quando ci sono rate d’affitto non pagate. La trattativa punta a trovare un accordo tra Maino e gli ex di Twin Set per un affitto lungo, di sei anni più sei, che consenta a Corso Como 10 di non traslocare. Ma i guai veri per il tempio in crisi della moda meneghina vengono dal fisco. Equitalia chiese due anni fa il fallimento della società per debiti con l’erario mai saldati di oltre 5 milioni di euro. Una cifra che vale da sola quasi l’intero fatturato annuo. Dopo una lunga trattativa si trovò l’exit strategy: la rateizzazione del debito che avrebbe evitato il fallimento.

Contattato dal Fatto , l’amministratore unico di Dieci srl, Donato Maino, risponde che “la società sta pagando regolarmente gli importi dovuti con piani di rateizzazione di lungo periodo autorizzata dall’ex Equitalia, oggi Agenzia delle Entrate riscossione”. L’ex Equitalia non ha voluto commentare inducendo ragioni di privacy. Tutto risolto per il meglio? Sembra proprio di no. A vedere i conti dell’ultimo bilancio depositato pochi mesi fa, la situazione pre-fallimentare di Dieci srl non pare essere cambiata di molto. Anzi. I ricavi sono scesi da 6,5 a 5,2 milioni; il valore della produzione da 7,9 milioni a 7,1. Corso Como 10 non chiude in utile ormai da anni. La perdita cumulata nell’ultimo triennio supera il milione di euro. E il capitale di fatto non c’è quasi più. Il patrimonio è sceso a soli 290mila euro. Un’inezia anche perché quel piccolo capitale deve sorreggere un debito cumulato ormai gigantesco in rapporto sia al patrimonio che al fatturato annuo. Corso Como 10 siede infatti su un debito totale di 13,8 milioni di euro. Ripagarlo con un fatturato complessivo che è la metà del debito e con la società perennemente in perdita pare assai arduo anche se sei il tempio del fashion.

Già ma chi corre il rischio della fallimentare gestione di Corso Como? I fornitori sicuramente che vantano un debito di 4,8 milioni e che con ogni probabilità, non producendo reddito la società, rischiano di non venir pagati o pagati con ritardi abissali. Poi i 29 dipendenti che, come riferisce una fonte al Fatto, vengono pagati con grande ritardo. E alla fine lo Stato. Quel debito con l’Erario è sempre lì passato un anno e più dalla richiesta di fallimento avanzata da Equitalia. Non solo, quel debito è lievitato nel corso dell’ultimo esercizio salendo da 5,5 milioni a 5,8. Le rate pagate nel frattempo avrebbero dovuto far scendere lo stock di debito fiscale, così non pare.

Sommergibili e droni, urne Made in Italy

Sommergibili e droni militari. Sono queste le armi con cui il Pd sta giocando la campagna elettorale in una delle regioni più strategiche per l’esito del voto del 4 marzo: la Liguria. L’obiettivo è garantirsi il sostengo dei tanti dipendenti di due importanti gruppi industriali locali, Fincantieri e Piaggio Aerospace.

Il primo siluro lo ha lanciato la ministra della Difesa Roberta Pinotti – candidata in Liguria – a inizi febbraio parlando agli operai del cantiere navale Fincantieri di Riva Trigoso una nuova commessa per altri due sommergibili U-212 del valore di un miliardo di euro. Annuncio sorprendente, dato che questa decisione non è mai stata sottoposta al parere del Parlamento, all’oscuro della decisione della Marina di acquistare altri 2 battelli oltre ai 4 già autorizzati dalle Camere (la prima coppia nel 1995 e altri due nel 2008). Non risponde dunque al vero quanto dichiarato dalla Pinotti: “Il programma prevedeva 6 sommergibili, quattro li abbiamo già consegnati, due li abbiamo deliberati nel bilancio 2018”. Nessuno ha mai deliberato l’acquisto della terza coppia.

Il riferimento al bilancio 2018 indica solo il rifinanziamento da 36 miliardi del fondo investimenti quindicennale destinato alle opere pubbliche (rete ferroviaria, prevenzione antisismica, dissesto idrogeologico, edilizia scolastica e sanitaria, riqualificazione periferie, ecc.) di cui la Difesa aspira ad accaparrarsi almeno 7 miliardi, oltre ai 13 già incassati l’anno scorso (8 per nuovi armamenti).

La ripartizione del fondo deve essere decretata dal presidente del consiglio Gentiloni prima delle elezioni. L’acquisto dei nuovi sommergibili (in versione potenziata per missioni a lunghissimo raggio) prosegue l’ambizioso programma di rinnovamento della flotta da guerra italiana avviato nel 2014 con la Legge Navale (5,4 miliardi di commesse) con cui la Pinotti ha rilanciato il gruppo industriale pubblico, come ha ricordato con riconoscenza l’ad Giuseppe Bono: “Senza la Legge navale Fincantieri non avrebbe potuto quotarsi in Borsa”.

Il secondo missile è stato lanciato pochi giorni fa, sempre dal ministero della Difesa, con un decreto sottoposto al dissolto Parlamento per ottenere il via libera all’acquisto da parte dell’Aeronautica Militare di 20 droni P2HH della Piaggio Aerospace per 766 milioni di euro (cifra che comprende 10 stazioni terrestri di comando oltre al sostegno logistico).

Una commessa che consentirà all’azienda aeronautica di Villanova di Albenga (dal 2014 di proprietà degli Emirati Arabi) di evitare il fallimento (è in perdita di 247 milioni con debiti per 336 milioni) e il licenziamento di 1.300 dipendenti.

L’operazione, da finanziare anche in questo caso con le risorse del già citato fondo investimenti, non risponde evidentemente a esigenze strategiche di difesa nazionale (l’Aeronautica possiede già 7 droni ricognitori Predator appena aggiornati e 6 droni armati Reaper) bensì a logiche di sostegno all’industria, anche in chiave di “prospettive di export” che, si legge nel decreto firmato Pinotti, sono “legate principalmente al ritorno di immagine conseguente all’impiego dei mezzi in attività dal forte impatto mediatico”. Difficile distinguere tra campagna elettorale e campagna commerciale.

“Russiagate, solo chiacchiere”: Mosca snobba Mueller

Su twitter, e nelle prese di posizione ufficiali della Casa Bianca, Donald Trump si frega le mani dalla soddisfazione: gli sviluppi del Russiagate dimostrano che lui e la sua squadra non c’entrano con le interferenze del Cremlino nella campagna presidenziale di Usa 2016: le mene russe erano, infatti, iniziate nel 2014, un anno prima che il magnate scendesse in campo. Il presidente, uso ai cortocircuiti logici, salta subito alle conclusioni e scrive: “I risultati del voto non sono stati influenzati. La mia campagna non ha fatto niente di sbagliato. Nessuna collusione!”. In realtà, l’incriminazione di 13 cittadini russi e 3 entità russe, fra cui una ‘troll factory’, decisa dal procuratore speciale Robert Mueller è una prova “incontrovertibile” dell’interferenza di Mosca nelle presidenziali, ammette il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, generale H. R. McMaster.

Il che permette al Washington Post di affermare che gli sviluppi dell’inchiesta impongono a Trump di agire nei confronti della Russia, dopo avere a lungo sostenuto che le presunte interferenze erano solo ‘fake news’ e avere affermato, a due riprese, dopo altrettanti incontri con Putin, d’essere soddisfatto dei dinieghi del presidente russo. Il New York Times incalza: l’America è “senza leader”, nella “guerra virtuale” che la Russia le sta facendo.

Mosca continua a negare. Prima in un’intervista a Euronews, poi all’annuale Forum della sicurezza di Monaco, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov dice: “Fino a quando non vediamo i fatti, sono tutte solo chiacchiere. Non abbiamo mai influenzato la campagna presidenziale Usa”. Lavrov, però, non alza i toni contro Washington: è attendista, spera che Trump inizia a mantenere le promesse, “sviluppare con la Russia normali, reciprocamente rispettose e mutualmente vantaggiose relazioni”.

Fonti vicine al procuratore speciale fanno sapere che l’inchiesta è lungi dall’essere conclusa; anzi, “è solo all’inizio”: Mueller continuerà a indagare per accertare se il presidente sia stato “colluso” o abbia “ostruito la giustizia”. Il lavoro degli investigatori andrà avanti “ancora per mesi”. Giuridicamente, più che sulla collusione con i russi si punta sull’ostruzione alla giustizia, quando Trump licenziò il capo dell’Fbi James Comey che si rifiutava di ‘andarci leggero’ sul Russiagate. Politicamente, il nesso con il voto di midterm del 6 novembre è chiaro: se i democratici dovessero conquistare il controllo di Camera e Senato, il percorso dell’impeachment, attualmente un sentiero stretto e impervio, diventerebbe una strada maestra larga e dritta.

Mentre la giustizia fa il suo corso, l’industria di Internet corre ai ripari: Facebook sta raddoppiando il personale addetto alla sicurezza del social network, fino a 20mila unità; e sta lavorando con l’Fbi per impedire interferenze durante la campagna da parte di russi o altri.

Fra i personaggi incriminati c’è Evgheni Prigozhin, noto come lo “chef di Putin”. Dopo 9 anni in prigione per frode e rapina negli Anni ’80, Prigozhin è divenuto protagonista del catering e della ristorazione: organizza le feste di compleanno di Putin e le cene con ospiti tipo Bush e Chirac; e ha contratti redditizi per le scuole e le forze armate russe. Il tesoro Usa lo aveva già sanzionato per il sostegno finanziario all’azione russa in Ucraina. È sua la Internet Research Agency di San Pietroburgo, la ‘troll factory’ che usando conti correnti e patenti americane danneggiava Hillary Clinton e favoriva Trump, riuscendo a organizzare da migliaia di chilometri di distanza eventi pro-Trump.

Venezuela colonia cubana tra ideologia e petrolio

Solo l’Avana, amica per forza e per amore, appoggia la decisione di Maduro di anticipare le presidenziali venezuelane al 22 aprile. Dopo il fallimento delle trattative in corso da più di un mese a Santo Domingo tra esponenti del governo di Caracas e dell’opposizione, il presidente Nicolás Maduro è deciso ad approfittare del momento di debolezza e divisione degli avversari per organizzare una campagna elettorale corta e probabilmente senza un antagonista forte. La decisione è stata fortemente criticata sia dal Segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, sia dal presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, che chiedono “elezioni libere e giuste”. Anche l’Unione europea ha votato una risoluzione di condanna alle elezioni anticipate. Cuba ha accusato gli Usa di aver ripreso una politica “di ingerenza” e di minacce.

“Cuba è interessata a proteggere una grande fonte di petrolio. Ma non solo, il Venezuela è il cardine della politica bolivariana, ovvero anticapitalistica e anti-Usa, in America Latina”, sostiene l’avvocato Jason Poblete, consulente per le sanzioni economiche contro Caracas decise da Trump.

A metà dicembre dell’anno scorso Cuba e Venezuela hanno firmato all’Avana il piano di cooperazione per il 2018, che include 9 programmi di interscambio e 27 nuovi progetti nelle aree dei servizi sanitari, fornitura di medicinali, promozione culturale e sportiva. Progetti che si aggiungono a quelli in corso dal Duemila e che secondo l’analista cubano-americano e professore all’università del Texas, Arturo López-Levy, contribuiscono “tra il 25 e il 28% al Pil di Cuba”. “L’unica possibilità che Cuba ha di uscire dalla depressione degli ultimi due anni dipende basicamente dal suo interscambio col Venezuela”, conferma l’economista cubano Pavel Vidal, professore all’Università di Cali in Colombia.

Gran parte di questi servizi sono pagati da Caracas con forniture di greggio. Da quando, quattro anni fa, la crisi politico sociale in Venezuela è entrata in una fase acuta che mina l’economia e la legittimità del governo bolivariano, i rifornimenti di petrolio all’Avana sono stati drasticamente ridotti –da 115 mila barili al giorno a circa 80.000- e hanno obbligato l’Avana a cercare altre sponde (Russia e Algeria) in previsione di un ulteriore calo quest’anno. Ma sia dal punto di vista economico che geopolitico la salvaguardia del governo di Caracas è una delle priorità per l’Avana.

Secondo una fonte cubana, ovviamente anonima, l’assistenza dei servizi di sicurezza cubani è stata fondamentale per mantenere l’appoggio dei militari a Maduro e impedirne la caduta sotto i colpi delle grandi (e sanguinose) proteste di strada oganizzate dall’opposizione nel 2014 e soprattutto nel giugno-luglio dello scorso anno (appoggiate dagli Usa).

In più occasioni membri dell’opposizione venezuelana hanno sostenuto che agenti cubani avrebbero il controllo sia dei sistemi informatici preposti sia al rilascio dei documenti di identità –passaporti compresi -, sia delle reti istituzionali della compagnia petrolifera statale, Pdvsa, sia dei ministeri pubblici.

Il centro operativo di tali aiuti sarebbe il Gruppo di cooperazione e collegamento (Gruce) delle Forze armate rivoluzionarie cubane (Far) che opera in Venezuela, basato nel Forte Tiuna a Caracas e diretto da un generale cubano.

Il segretario dell’Organizzazione degli Stati americani (Oea), Luis Almagro, in un intervento al Senato Usa nel luglio 2017, ha affermato che vi sono circa 15.000 tra militari e agenti della sicurezza cubani che operano in Venezuela “come un esercito di occupazione”. Le cifre fornite da Almagro, però, non sono mai state avallate dal governo americano, nemmeno quando il presidente Trump ha deciso nuove pesanti sanzioni contro il Venezuela e contro Cuba.

Secondo fonti dell’opposizione vi sarebbero circa trentamila cubani che operano in Venezuela. Il governo di Cuba ha di recente informato che 24.231 “internazionalisti” operano in territorio venezuelano in varie “misiones” – dalla salute (medici, infermieri, fisioterapisti, biologi), all’educazione (con personale specializzato che ha praticamente eliminato l’analfabetismo), alla cultura e allo sport. Non vi è invece alcuna informazione ufficiale per quanto riguarda l’assistenza militare e nel settore della sicurezza.

Non vi sono dubbi né reticenze, invece, sull’importanza dell’alleanza politica tra i due Paesi. Maduro è solito recarsi a Cuba a consultare lo staff del presidente Raúl Castro alla vigilia di decisioni importanti. Anche quando il vertice politico bolivariano ha deciso di indire elezioni presidenziali anticipate – sfruttando la debolezza e le divisioni interne all’opposizione – il ministro degli Esteri venezuelano, Jorge Arreaza, è stato inviato all’Avana per consultazioni.

Il risveglio degli abusati dai preti argentini

Lo spettro dello scandalo degli abusi sessuali non dà tregua a papa Bergoglio, anche dalla sua terra. Pure nella sua Argentina, dal 2002, sono ben 62 le denunce presentate per abusi sessuali da parte di 59 sacerdoti e 3 monache: secondo le giornaliste Lucia Toniniello e Marian Garcia, autrici di un’inchiesta, solo 3 casi sono stati sanzionati con la massima pena prevista dal diritto canonico, l’allontanamento dal sacerdozio. E solo 8 hanno ricevuto condanne dalla giustizia ordinaria: in molti casi le denunce presentate dalle vittime, non dalla Chiesa stessa, hanno provocato da parte di quest’ultima solo il trasferimento in altre sedi degli accusati.

Il caso più eclatante è quello di padre Grassi, condannato nel 2009 a 15 anni di prigione per abuso di una minore che viveva nella sua fondazione “Felices los Niños” (accusato anche di malversazione di fondi). Il religioso a breve uscirà dal carcere in base a un discutibile decreto che prevede il dimezzamento della pena, senza nessun provvedimento da parte delle autorità ecclesiastiche. Nella lunga lista degli abusi ci sono anche quelli perpetrati nel tristemente famoso istituto per disabili Provolo di Mendoza.

Singolare anche il caso di padre Fernando Enrique Piciocchi, denunciato per abuso di 5 minori nel Collegio marianista di Buenos Aires dove operava. Ne abbiamo parlato con Sebastian Cuattromo, una delle vittime che ebbe il coraggio di denunciare e ha creato, insieme a Silvia Piceda, abusata da vicini di casa quando aveva 11 anni, un’associazione denominata Adultxs por los derechos de la infancia.

“Tra il 1989 e ’90, quando avevo 13 anni, venni abusato più volte, insieme ad altri compagni di classe, da fratello Piciocchi. Per dieci anni ho tenuto la cosa dentro di me, soffrendo al punto da mettere in difficoltà le relazioni affettive, fin quando nel 2000, aiutato da un amico, ho avuto il coraggio di denunciare tutto con altri compagni. Il reato non era caduto in prescrizione e il 25 settembre 2012 il mio aggressore venne condannato a 12 anni di prigione per il delitto di violazione di minore ripetuta. Dieci anni prima si era rifugiato negli Stati Uniti sotto falso nome: venne trovato ed estradato dopo un lungo iter; la sua condanna, in base a uno sconto di pena, si è estinta nel 2016”.

Come ha reagito la Chiesa?

In un primo momento il Collegio marianista aveva sottoscritto un accordo di risarcimento in cambio del silenzio, avallato dalla gerarchia cattolica di Buenos Aires. Quando il fatto divenne di dominio pubblico il Collegio si assunse la responsabilità civile dell’accaduto.

Cosa si può fare per combattere il fenomeno?

Bisogna sconfiggere il silenzio e far emergere la questione del sistema educativo, applicando le leggi che già esistono. L’abuso di minore non è collegato al sesso bensì al potere. Vorrei tanto incontrarmi con le autorità e anche con il Papa per spingerli ad affrontare insieme questo problema e sconfiggerlo.

Le elezioni e le questioni di metodo: una rivelazione

Siamo sempre stati, e fermamente, convinti che se qualcuno pone una “questione di metodo” sta tentando di fregarci. Eppure, confessiamo, dobbiamo porre una questione di metodo: lo chiameremo “il metodo che piace alla gente che (si) piace”. Prendiamo questo ukase della democraticissima Emma Bonino: il Consiglio dei ministri, scrive su Facebook, giovedì deve approvare i decreti sulle carceri e “naturalmente, ci aspettiamo che il provvedimento venga approvato senza dar corso a nessuna delle modifiche proposte dalla commissione Giustizia del Senato, che sono sostanzialmente demolitorie della riforma”. Ora, la riforma è assai criticata anche da Procure e Tribunali, ma il punto è di metodo: è possibile che una candidata al Parlamento consigli all’esecutivo di fottersene del parere del Parlamento? È cambiata la forma della Repubblica? È la stessa logica di Paolo Gentiloni quando si dice sicuro che “l’Italia avrà un governo stabile e non caratterizzato da posizione antieuropee”: può uno che chiede il voto degli italiani ipotecarne l’eventuale volere? È un po’ come se il capo di una istituzione politicamente irresponsabile dicesse, dopo il voto, che “il processo delle riforme in Italia continua, c’è il pilota automatico”. La cosa, in effetti, è già successa: lo disse Mario Draghi a marzo 2013 e i fatti gli hanno dato ragione. Pare quella canzone di Giorgio Gaber (Si può): “Ma con tutta la libertà che avete, volete anche la libertà di cambiare?”. Ed è qui che le questioni di metodo cominciano a sembrare proprio di merito.

Le Boccionomics, il solito Pantalone paga ai prenditori

Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia, non trovando qualche milione di euro per salvare Il Sole 24 Ore, ha ripiegato su una ricetta da 250 miliardi per salvare l’Italia. Anche perché nel frattempo il quotidiano economico deve aver risolto i suoi problemi e si è potuto permettere di inviare ben sei giornalisti alle Assise confindustriali di Verona per elevare il peana a pensate dell’azionista agevolmente consultabili in rete. La geniale raffica di soluzioni è racchiusa in un documento modestamente intitolato “La visione e la proposta”, che Boccia invierà ai segretari dei partiti per dare spessore alla campagna elettorale. A leggerlo bene, però, appare peggiore di una contesa politica miserabile ma fiera di esserlo, quindi non ipocrita. Se ne sconsiglia quindi la lettura a quei leader politici, forse la maggioranza, che hanno con la lettura un rapporto non del tutto sereno dopo le naturali incomprensioni della prima elementare: è una fatica inutile e per qualcuno potrebbe suonare irritante. Perché invocare “il contrasto all’evasione fiscale per restituire fiducia al sistema Paese”? Gli iscritti alla Confindustria vogliono forse proporsi come modello di fedeltà fiscale? O forse Boccia vuol farsi beffe di Silvio Berlusconi, premiato dai sondaggi nonostante la condanna definitiva a quattro anni per frode fiscale?

È anche sconsigliabile che il documento confindustriale finisca in mano a Matteo Renzi, che tra poco avrà i figli alle prese con la gigantesca beffa chiamata “alternanza scuola-lavoro”. Lo statista di Rignano, uno dei politici più permalosi di sempre, potrebbe sentirsi sfottuto leggendo che secondo Boccia la sua pensata “consente alle imprese di intervenire nei processi formativi degli studenti, accompagnandoli in modo coerente e pro-attivo verso una effettiva occupabilità”. Chissà dove ha visto questo film. Ma Boccia e i suoi amici è ovviamente sui soldi che, come avrebbe detto Alberto Sordi, si sono fatti riconoscere. La notizia a uso dei tg è: 250 miliardi di investimenti in 5 anni per creare 1,8 milioni di posti di lavoro. Poi uno legge bene e vede che i posti di lavoro generati dalle Boccionomics sono 800 mila perché il milione si creerebbe anche senza fare niente. Non solo. Dei 250 miliardi di investimenti ben 90 sono tasse in meno per le imprese. E da dove vengono quei 250 miliardi? Il grosso, oltre 200 miliardi, ce lo mettono l’Europa e lo Stato italiano. Poi ci sono 38 miliardi investiti dal “settore privato”. Sarà questa la “svolta” celebrata dal Sole 24 Ore? Gli imprenditori vogliono smettere di essere solo prenditori? Macché. I 38 miliardi li devono mettere i risparmiatori, sottoscrivendo innovativi fondi immobiliari non meglio descritti, o indirettamente attraverso fondi pensione e enti previdenziali. Boccia è bravissimo a fare quello che è appena arrivato da Marte. Propone “la costituzione di un fondo nazionale che investa in fondi immobiliari con un forte legame territoriale, per gestire e valorizzare un mix di immobili ceduti a titolo definitivo e conferiti in gestione dagli enti locali”. Questa faccia non mi è nuova, avrebbe detto Totò. E viene spontanea una richiesta al dottor Boccia. Visto che si è laureato in Economia e commercio anziché fare le scuole professionali dove vorrebbe mandare i figli dei suoi operai, prima di toccare un solo euro dei concittadini ci spieghi che cosa hanno combinato in questi anni i suoi colleghi, tutti iscritti alla Confindustria, con i fondi immobiliari, quanto risparmio hanno bruciato e come. Giusto per non finire come con le subordinate bancarie. Questo sì sarebbe un vero contributo alla salvezza del Paese.

Fermiamoci nel deserto come Gesù e scopriamo cosa anima la nostra vita

“In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. (Marco 1,12-15).

Mercoledì scorso, detto delle ceneri, è iniziato il tempo della Quaresima che porta alla Pasqua.

È antica proposta penitenziale per rientrare in se stessi, per dedicarsi più assiduamente all’ascolto della Parola di Dio, fare scelte di vita più sobria, per ricordarci che se non vediamo umanità negli altri, soprattutto nei più bisognosi e negli ultimi, non ci riconosciamo come uomini.

Davvero merita di essere richiamato l’impegno di Dio espresso dopo il diluvio nel libro della Genesi: “Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra” (9,8-15). Questo Dio che parla a Noè vuole stabilire un’alleanza per sempre con gli uomini. Non ci lascerà mai a noi stessi!

L’evangelista fa principiare la missione di Gesù mentre viene tentato nel deserto. Diversamente da Luca e Matteo, Marco non si sofferma a descrivere approfonditamente il contenuto delle prove. Solo le fiere e gli angeli sono i testimoni di questo combattimento. Nella solitudine intima e personale della sua scelta, nel deserto inospitale, divenuto tempo di lotta e di paura Gesù combatte con Satana, si confrontano due amori: quello di Dio per la vita e quello del Separatore per la morte. Gesù è chiamato a rispondere positivamente, sceglierà quell’alleanza che sta a cuore a Dio. Anzi a prendervi talmente parte da compierla completamente.

Si comprende anche quale sarà l’esito della vita di Cristo. “Dopo che Giovanni fu arrestato” è lo sfondo dell’inizio della missione di Gesù. Se il “battistrada” dà la vita per rimanere fedele alla sua vocazione profetica, sorte diversa non può avere Colui sul quale risuona la dichiarazione di amore del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11). Il compimento della missione sarà quello di donarci la vita che viene dalla sua morte e risurrezione, di farci ritornare in noi stessi, di riscoprire la bellezza originaria di essere “immagine e somiglianza” di Dio.

Se dal deserto inizia l’annuncio della buona notizia dell’amore infinito e fedele di Dio per l’uomo, allora bisogna girarsi verso questa direzione (detta metànoia biblicamente), porvi attenzione, far spazio a questa Parola. Occorre decidersi perché è ora che vengono offerte forza e libertà per vivere bene, costruire una storia nuova, in un mondo cambiato perché sognato da Dio per noi in Gesù Cristo: vicinanza, prossimità di Dio!

Umanissimo il canto del poeta e prete Clemente Rebora per il suo cambiamento di mentalità: “E un giorno … il discorso iniziato venne meno / in una turbazion vicina al pianto: la Parola zittì chiacchiere mie…/ mi fece attento a Pietro e alla sua Chiesa; dei martiri la fede venne accesa”(Le poesie, Curriculum vitae, p.315).

Non evitiamo forme o momenti di deserto per ben discernere ciò che anima la nostra coscienza. Le nostre ambiguità affaticano la vita, oscurano la luce che cerchiamo, rendono difficili le nostre relazioni. Nella loro semplicità essenziale, capitano opportunamente i verbi proposti nella meditazione delle ceneri da Papa Francesco: fèrmati, guarda, ritorna, contempla.

Emma Bonino è un’extraterrestre

Avete notato che le Tribune politiche (par condicio, ognuno, da solo, dice la sua a qualcuno che ascolta in silenzio, come in una terapia) sono uguali ai talk show?

Il giornalista è diventato un prudente ufficiale di stato civile che prende nota, da estraneo ben educato. In questo modo certifica le più clamorose affermazioni, estranee del tutto alla realtà e ad ogni evidenza, e scoraggia il compito di verificare. I media sono sottomessi, spaventati e benevoli con i politici, come gli insegnanti nelle classi di certe scuole. Temono di essere picchiati.

Il meno violento dei leader anti-giornalismo ha detto che i giornalisti se li voleva mangiare, per poterli espellere nel modo che meritano. Dilaga un furore politico contro l’informazione. Il furore non è contro la verità, che ciascuno di noi già conosce dalla rete, prima che alcuni venduti ce la comunichino secondo le istruzioni ricevute, di solito, da Soros, vedi la storia delle Ong che facevano affaroni salvando gli annegati.

Il furore riguarda la pretesa di dimostrare con i fatti come le cose sono accadute. I fatti ingombrano il percorso dei politici e dei loro fans, sono ostacoli che vanno sciolti nell’acido delle “fake news”, che non sono bugie ma la grande trovata dei “fatti alternativi”.

È un lavoro grande e accurato, pieno di dettagli sbagliati da collocare nel punto sbagliato in modo da impedire ogni scoperta ragionevole. Proprio mentre il film americano The Post, di Steven Spielberg, racconta (ricorda dal vero) che sono state coraggiose e rischiose rivelazioni giornalistiche a far finire la guerra nel Vietnam e a scoperchiare la scatola di un potere senza controllo, noi viviamo in un Paese dove molte indagini essenziali per sapere e capire (da Piazza Fontana all’assassinio di Aldo Moro), si sono svolte (o sono state deviate) come l’inchiesta Regeni al Cairo o quella di Ilaria Alpi in Somalia. Esagero se dico che il tipo di reporting giornalistico che ho descritto rappresenta bene il modello giornalistico di queste elezioni, un gioco con due partecipanti, in cui ciascun intervistatore, ciascun commentatore, ciascun moderatore Tv seguono e assecondano i politici che vengono loro affidati, cercando in tutti i modi di non dispiacere mai, a costo di non rivelare niente, con moderate obiezioni e nessuna correzione, anche dopo affermazioni incredibili, se compare, in persona, il capo partito populista?

E così noi sappiamo da Giorgia Meloni, presidente, che la soluzione politica per tutti i problemi italiani, a cominciare dall’immigrazione, è nelle culle italiane, che lei farà tornare a crescere. Dovremo ammirare il coraggio di Luigi Di Maio, presidente, che, mentre si trova di fronte a rilevanti problemi di credibilità e di immagine, tra candidati massoni, candidati ribelli, candidati a 7 euro al mese di affitto, deputati già eletti altrove, e con altri partiti, deputati che non hanno pagato il dovuto secondo gli impegni del gruppo, proclama la settimana dell’orgoglio dei Cinque Stelle.

Sa che nessuno gli dirà che ha sbagliato settimana. Intanto, su un’altra rete e vari altri quotidiani, Salvini presidente si è già impegnato, senza obiezioni, a rimandare a casa subito 600 mila immigrati, secondo lui illegali, presumibilmente utilizzando la flotta italiana per anni.

Circondato da selve di microfoni, Berlusconi presidente spiega l’immediata efficacia della “flat tax” (tutti, da Benetton al conduttore di autobus, pagheranno la stessa tassa, anche se con conseguenze un po’ diverse e qualche buco nelle entrate dello Stato). Renzi, da parte sua, lavora duro ad allontanare più gente che può, fantasioso nella cattiveria e preciso nel colpire dove si perdono voti.

La sinistra invece ritorna al popolo, e nessuno fa notare che, purtroppo, non conosce la strada. Voi direte: ma Emma Bonino? Non fa parte di questo racconto. Per la sua diversità e quella di altri radicali (come Marco Cappato che non vede la necessità di lasciar morire qualcuno nel dolore) trovo un’unica spiegazione: sono extraterrestri arrivati in pochi, su una astronave troppo piccola. Ma non contate sui media.

Il giornalismo italiano, compresi gli esperti, (con pochissime eccezioni) si è organizzato per non correre rischi con politici permalosi.

Come si sa, l’Italia ripudia la guerra. E pazienza per i soldati italiani in Niger, e quel che succede in Libia. L’importante è stare in pace con potere e proprietà.

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Roma, non chiamatela “voragine”: è malaffare

Non chiamatela “voragine”! Continuo a sentir parlare della voragine che si è aperta a Roma, in Via Livio Andronico nel quartiere Balduina, e abitandoci da quando sono nata e affacciandosi il mio palazzo sulla “voragine” terrei a precisare che con il termine “voragine” si intende qualcosa di accidentale, improvviso e non prevedibile. Invece quello che vedo io dalle mie finestre è un incessante scavare da mesi, in maniera spericolata e folle, 50 metri al di sotto del manto stradale di una stradina a doppio senso, già oltremodo trafficata, su cui passano autobus e parcheggiano macchine, confidando nella robustezza dei vecchi pali conficcati a terra negli anni 50 quando fu costruita Santa Maria degli Angeli, istituto scolastico religioso di cui sono stata allieva.

La “voragine” è quindi opera del lavoro indefesso, ignorante e indisturbato di una ditta che da questa estate sta sottoponendo le 12 palazzine che circondavano la scuola a inquinamento da polveri e da suono durante la distruzione della scuola e a inquinamento ambientale ora durante gli scavi per le fondamenta delle ben 3 ahimè palazzine lusso che si dovevano costruire.

Per far ciò hanno posizionato con tanto di contrappesi una gru che svetta sopra i tetti dei palazzi aggirandosi minacciosa con carichi pendenti da spostare da una parte all’altra del cantiere. Chiederei anche di far luce sulla vendita dell’istituto da parte degli ordini religiosi: 10 anni fa fu venduto tutto l’esterno della scuola, furono abbattuti pini fantastici, io tentai invano di chiamare il comune, la polizia, ma mi fu detto che era uno spazio privato.

Dieci anni dopo, ormai assuefatti dal grigiore di quello che ci avevano promesso sarebbe stato un giardino con tanto di panchine e che invece è rimasto una distesa di cemento grigio acquitrinoso con 4 piante più morte che vive, tetto squallido dei box sottostanti, partono a distruggere e a scavare la voragine! Lavorano fino a notte fonda e attaccano alle 6 di mattina e a nulla valgono le telefonate alla polizia, gli esposti, le denunce dei cittadini che dicono di sentir tremare le case: io sentivo il tintinnio costante dei bicchieri dentro alla mia cristalliera, subiamo la rottura delle strade e dei tubi dell’acqua….

Subiamo e continuiamo a subire, però non ci prendiamo in giro: non si chiama “voragine”, si chiama malaffare, si chiama poteri occulti ecclesiastici e politici, si chiama becero interesse. spero di sbagliarmi, ma il tempo saprà dire se ho ragione. Se questa è una voragine ha di buono che è talmente profonda ed eclatante che non può e non deve passare inosservata.

Ennesima testimonianza della deriva della legge che si accoda ai poteri a discapito dei cittadini. Vediamo di svegliarci tutti da questo torpore e riprendiamoci quello che è nostro!

Maria Carolina Salomè

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo da voi pubblicato ieri dal titolo “Agenzia dello Spazio, la corsa per ‘blindare’ il presidente” si precisa che non c’è alcuna corsa nel rinnovo dei vertici dell’Agenzia Spaziale Italiana. Tutt’al più, in nome dell’indispensabile efficienza amministrativa, c’è l’ovvia necessità di evitare soluzioni di continuità alla guida di un Ente di ricerca strategico per il Paese. L’avviso per la selezione del nuovo Presidente è stato pubblicato dal Miur in data 1 febbraio 2018, con scadenza per la presentazione delle domande entro il 5 marzo 2018. Il Comitato di valutazione delle candidature concluderà i lavori di analisi del profili ricevuti entro e non oltre 60 giorni dalla pubblicazione del bando dunque, entro il 4 maggio. Valutati i tempi minimi necessari al completamento delle verifiche amministrative e alla conseguente adozione del decreto ministeriale di nomina del nuovo Presidente, la data di pubblicazione dell’attuale avviso rappresenta per questa Amministrazione il tempo minimo congruo e necessario per garantire l’espletamento di tutta la procedura entro i termini di scadenza dell’attuale organo di vertice. Quanto alla clausola che prevede che non siano ammissibili candidature alla presidenza di coloro che saranno collocati in quiescenza prima dei cinque anni dalla data di presentazione della domanda, si fa presente che non si tratta di una scelta dell’Amministrazione, ma di una disposizione di legge (articolo 5 comma 9 del decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012 e ,articolo 6 della legge n. 90 del 24 giugno 2014). Disposizione analoga, non casualmente, vale anche per le nomine dei Rettori. Nessuna “blindatura”, insomma. Il Miur si è attenuto rigorosamente alle disposizioni di legge per garantire l’efficienza e l’efficacia dei mandati degli Organi.

Ufficio stampa Miur

Prendiamo atto della cortese precisazione del Miur. La descrizione dell’iter per la nomina del nuovo presidente dell’Asi conferma comunque modi, tempi e riferimenti di legge da noi regolarmente riportati nell’articolo.

VDS

Sul Fatto di ieri per errore è stata pubblicata la foto di Dario Franceschini a corredo dell’articolo sulla crisi della catena di negozi Trony. Ce ne scusiamo con l’interessato e con i lettori.

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