La riforma carceraria illude, ma non porta voti

Tempo scaduto: nessuna riforma per le carceri.

“Il Fatto Quotidiano”

 

“Perché voi giornalisti scrivete di tutto anche di cose poco interessanti e non vi occupate mai della riforma che può umanizzare l’esistenza di noi detenuti, che può cambiarci la vita?”, chiede a un certo punto Marco. Forse, rispondo, saremo anche distratti da cose meno importanti ma, detto in tutta sincerità, voi non siete molto popolari tra la gente là fuori, anzi si dice che avete già troppi privilegi e che per molti bisognerebbe buttare via la chiave, soprattutto quando si parla dei reclusi immigrati. Siamo nel carcere di Rebibbia dove, come altre volte, mi ha condotto Giorgio Poidomani, amico e compagno della prima ora al “Fatto Quotidiano”, che da molti anni collabora con l’associazione non governativa Antigone nel seguire i detenuti che fanno parte della redazione che realizza il giornale radio del carcere romano. Purtroppo, per Marco e per gli altri 57 mila ospiti del sistema penitenziario italiano le ultime novità non sembrano promettenti. Anche se proprio in extremis il premier Gentiloni si è impegnato a varare la riforma in via definitiva prima del voto del 4 marzo. Ma se così non fosse tutto sarebbe destinato a finire nel nulla con l’avvento della nuova legislatura (eventualità contro cui si battono i radicali di Rita Bernardini, da un mese in sciopero della fame). Detto ciò non possono passare sotto silenzio le critiche ai decreti attuativi del governo che abbiamo letto venerdì scorso su queste colonne a firma del procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, ex direttore dell’ufficio detenuti. Egli, come numerosi altri magistrati che operano sul campo è convinto che approfittando di alcune norme, garantiste in eccesso, ci sono boss mafiosi che potrebbero uscire dal regime del 41 bis. Poiché lo stesso Ardita riconosce che nella riforma ci sono “disposizioni ispirate da sacrosante intenzioni di civiltà”, una domanda sorge spontanea: non sarebbe assurdo se una legge studiata per concedere ai reclusi (che lo meritano) una serie di benefici su sanità, lavoro e affettività finisse soltanto per allargare le maglie della giustizia indebolendo la sicurezza della collettività?

Lo chiediamo prima di tutto al Guardasigilli Andrea Orlando promotore di una riforma attesa da quarant’anni. Nello stesso tempo non ci abbandona il dubbio che, come avvenuto per la legge sullo Ius soli, il governo a guida Pd dopo aver tirato il sasso preferisca ritirare la mano. Infatti non v’è chi non veda che nell’attuale pessimo clima elettorale parlare di diritti non solo non porta voti ma rischia di farne perdere parecchi. E molti di più se si tratta di immigrati e carcerati. Speriamo che non sia così: pensare di salvarsi la coscienza con una riforma studiata male per poi scegliere di lasciare tutto immutato rappresenterebbe una scelta politicamente vile. Allora molto meglio sarebbe stato non generare illusioni infondate.

 

Il suolo devastato dai partiti inerti

Fra i record negativi (che abbondano) di questa morente legislatura ce n’è uno che rischia di sfuggire ai radar, tanto si è allontanato dalla pubblica attenzione: il consumo di suolo. Un disegno di legge per contenerlo c’era già, rarissimo lascito positivo dell’era Monti, grazie all’allora ministro Mario Catania. Eppure, con manovre degne della corte di Bisanzio, i tre governi di sedicente sinistra, mentre fingevano di volerlo rilanciare, sono brillantemente riusciti a insabbiarlo, riscrivendolo mille volte in estenuanti quadriglie, emendamenti, furbizie d’ogni sorta. In compenso, il super-cementificatore Maurizio Lupi, già vituperato dal Pd quando era schierato con Berlusconi, veniva imbarcato fra i padri della patria al governo, e in amorevole duetto con Renzi lanciava il cosiddetto Sblocca Italia, consacrazione e decalogo di chi il suolo lo devasta.

Il tema venne in discussione ai cosiddetti Stati Generali del Paesaggio, convocati con molte buone intenzioni e poco potere reale dal sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni il 25-26 ottobre. Qualcuno fece allora notare che, in simultanea, a un passo da Palazzo Altemps dove si svolgeva il convegno, il Senato stava votando la fiducia all’indegno Rosatellum. Perché, fu chiesto allora a Dario Franceschini che era presente, di non mettere invece la fiducia sulla legge contro il consumo di suolo, onde approvarla prima della fine della legislatura? Il ministro dichiarò che era un’ottima idea, e che ci avrebbe provato. Ma niente di fatto: si opposero altri esponenti di spicco del Pd (a quel che pare, l’on. Puppato). 1834 giorni di legislatura non sono bastati a portare la legge in porto. Complimenti.

Quel che accadrà a valle del 4 marzo nessuno lo sa; quali che siano i veri o finti proclami dei partiti in corsa, i programmi veri salteranno fuori dal cappello dei negoziati e dei compromessi solo se e dopo che si sarà formata una coalizione coi numeri per governare. Perciò tornare su questo tema è come lanciare un messaggio in bottiglia, col rischio che si disperda nell’oceano di chiacchiere in cui il Paese affonda. Proviamoci lo stesso.

Ricordo solo qualche dato Ispra. 23.000 chilometri quadrati di territorio divorati dal cemento negli anni 1950-2016: il 7,64% della superficie del Paese, più o meno quanto la Lombardia. Tre metri quadrati al secondo, trenta ettari al giorno coperti dal cemento. Ogni giorno, ogni secondo, anche a Natale e a Pasqua, anche mentre leggiamo questo articolo. E il suolo che si consuma è il più prezioso, quello che dovremmo destinare all’agricoltura di qualità, dalla pianura padana alla Campania già felix (cioè fertile). Sei milioni di ettari persi per l’agricoltura, riducendone la produzione con una perdita netta vicina a un miliardo di euro l’anno; per non dire che il cibo che non produciamo più dobbiamo importarlo. Intanto non si arresta l’erosione delle coste, ormai smangiate al 51% (stima Legambiente) da porti turistici, villette, alberghi e resort. La fragilità idrogeologica e sismica del territorio costringe periodicamente a correre ai ripari (3,5 miliardi di costi l’anno secondo Ance-Cresme), senza mai avviare opere di prevenzione. Salvo stracciarsi le vesti a ogni alluvione, esondazione, terremoto, frana, “bomba d’acqua”, con relativi morti e feriti.

Perciò un messaggio in bottiglia lanciato alla disperata a chi ci governerà ha alcuni temi d’obbligo. Il degrado dell’ambiente e la crescita a macchia d’olio delle città sono due aspetti complementari, che comportano da un lato enormi perdite di produzione agricola, dall’altro l’agonia delle città storiche, sottoposte a una gentrification che espelle dai quartieri più preziosi i giovani, i vecchi, i meno abbienti, creando nuovi ghetti urbani. Paesaggio urbano, periurbano ed extraurbano vanno concepiti sotto il segno di una superiore unità, che ha bisogno di uno sguardo lungimirante. È intollerabile che solo tre Regioni abbiano provveduto al piano paesaggistico, e che il ministero non abbia esercitato, nelle altre, il potere sostitutivo previsto dal Codice dei Beni Culturali.

Qualcosa si potrebbe fare subito, in attesa di correggere il maggior difetto dell’ordinamento italiano, cioè la sovrapposizione fra le quattro nozioni giuridiche di paesaggio, ambiente, territorio, suoli agricoli, con norme distinte e spesso conflittuali. Sarebbe facile, per esempio, commisurare per legge i piani urbanistici a previsioni di crescita demografica certificate dall’Istat: si sa, infatti, che i Comuni truccano spesso le statistiche, autoattribuendosi mirabolanti crescite di popolazione, onde poter consentire la speculazione edilizia. Si dovrebbero stabilire, Comune per Comune, parametri di edificabilità basati sul tasso di edilizia condonata, sulla frequenza di edifici abbandonati, invenduti o inutilizzati e di aree de-industrializzate da destinare a uso collettivo. Si dovrebbe consolidare la norma della legge di bilancio 2016 (comma 460), che riporta gli oneri di urbanizzazione all’originaria funzione della legge Bucalossi, senza più destinarli alla spesa corrente.

Intanto, mentre si moltiplicano i segni premonitori dei prossimi disastri, e aleggia, da Berlusconi a Renzi, il fantasma del Ponte sullo Stretto, bandiera e simbolo dell’irresponsabile gestione del territorio, qualcosa si muove. Reagendo all’inerzia di Parlamento e governi, il Forum “Salviamo il Paesaggio” ha lanciato una proposta di legge d’iniziativa popolare “per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati”. Un’altra fra le mille prove che, mentre i politici di mestiere s’affannano per lo più a conservare poltrone e appannaggi, un gran numero di cittadini è pronto a operare “dal basso” per ridare a questo Paese il respiro e il futuro che meriterebbe. È ancora attuale il monito di Luigi Einaudi, in un appunto che scrisse, da Capo dello Stato, al presidente del Consiglio De Gasperi: “Il problema massimo dell’Italia è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo contro la progressiva distruzione che lo minaccia. L’uomo di Stato deve guardare lontano nello spazio e nel tempo, anche contro la volontà degli uomini viventi oggi. La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli Italiani” .

Tosi: “Il teatro (pubblico) di Verona mi ha censurato”

La campagnaelettorale a Verona s’infiamma con l’accusa di censura lanciata dall’ex sindaco Flavio Tosi per lo stop alla sua partecipazione ad uno spettacolo teatrale. “Lascia senza parole, e al tempo stesso solleva molte ombre – rileva Tosi – la decisione di Paolo Valerio, direttore del Teatro Nuovo di Verona, partecipato da Regione, Comune e Provincia, di impedire che il sottoscritto, invitato dall’attore comico Enrico Bertolino, partecipi come ospite allo spettacolo Di male in seggio”. “Lo staff dell’attore – ha spiegato Tosi – mi aveva chiesto di salire sul palco una ventina di minuti per rispondere a una serie di domande che nulla avrebbero avuto a che fare coi temi della campagna elettorale, basta leggere il titolo dello spettacolo poi per capire che non si sarebbe trattato certo di un comizio elettorale a mio favore”. “E invece – ha aggiunto l’ex sindaco – Valerio ha posto il veto: Tosi non può salire sul palco, una cosa simile non era mai capitata in nessuna città dove si è svolto lo spettacolo: vi hanno partecipato Parisi, Salvini, Martina, Fassina, Sala, nei giorni scorsi Toti e Cofferati a Genova, solo a Verona è andato in scena un gravissimo quanto insensato atto di censura, ispirato da qualcuno che sta a Palazzo Barbieri”.

Il governo costretto alle scuse per far pace con vescovi e Curia

“La campagna elettorale? Mi faccio tutti i vescovi del mio territorio, uno per uno”. L’ultimo a spiegare come si fa è stato il candidato Claudio Lotito. Il governo del Pd, dal canto suo, non è da meno e, dopo aver irritato assai la Conferenza episcopale italiana (Cei) e la Curia, ha dovuto cospargersi il capo di cenere nel corso della cerimonia per l’anniversario dei Patti lateranensi martedì scorso: hanno dovuto chiarire e scusarsi prima, irritualmente, la sottosegretaria Maria Elena Boschi in pubblico e poi, in privato, il Guardasigilli Andrea Orlando, il vero responsabile dell’incidente col Vaticano.

Tutto comincia a fine novembre durante gli Stati generali della lotta alle mafie organizzati a Milano dal ministero della Giustizia. Il problema deriva dal Tavolo 13 dedicato a “Mafia e religione”, coordinato dallo storico Alberto Melloni, da sempre vicino al Pd e in particolare ad Orlando: nelle conclusioni viene ad esempio menzionata, tra le “proposte non accolte”, quella di “costituire un osservatorio sulla predicazione in Italia, composto di studiosi e giornalisti, per consentire ai responsabili delle comunità di fede nelle quali si suppone vi sia un reclutamento criminale, di vigilare e poter intervenire”. E si parla di “un lavoro d’inchiesta” per “registrare lo stato attuale della predicazione pronunciata contro o a favore delle organizzazioni mafiose”. Una sorta di controllo delle omelie presenti e passate che non è piaciuto affatto alla Cei (che peraltro ai lavori del tavolo non aveva partecipato). Anche se le proposte non vengono accolte e dunque non se ne farà niente, il documento viene considerato un’invasione di campo inaccettabile. E, per di più, arretrato rispetto alla reale situazione della Chiesa.

Lo scontro a bassa intensità era iniziato già prima, quando Melloni – nella fase di preparazione degli Stati generali – chiede al segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, secondo quanto racconta al Fatto Quotidiano, di avviare una consultazione con i vescovi sui rapporti tra la Chiesa e la mafia. In particolare, gli chiede di raccogliere le omelie dei sacerdoti vittime di mafia dal 1945 in poi. Galantino non risponde. E così nella sintesi finale si legge: “La difficoltà manifestata dalla presidenza e dalla segreteria generale della Cei a contribuire in forma di audizione scritta ai lavori del tavolo e il diniego alla richiesta di indirizzare all’episcopato una lettera che chiedeva a ciascuna chiesa diocesana di confessione cattolico-romana di prendere posizione sul tema è indice della fattuale estraneità delle Chiese – o, almeno, sicuramente della Chiesa cattolica – a una lotta alle mafie che, essenzialmente, è condotta soltanto dalle istituzioni dello Stato”. E ancora: “Non siamo in grado di porre nelle condizioni il magistero dei vescovi diocesani e delle stesso vescovo di Roma di agire con efficacia contro le mafie”.

La cosa provoca l’irritazione di vescovi e Vaticano. Galantino, come detto, agli Stati generali non si presenta (il suo precedessore Angelo Bagnasco a quelli precedenti, dedicati all’esecuzione penale, c’era invece andato), ma all’assemblea dell’associazione antimafia “Libera” all’inizio di febbraio attacca duramente il documento di Melloni: “Tra le affermazioni, banalità non documentate, scritte con una buona dose di arroganza e sicuramente sostenute da preconcetti e mancanza di conoscenze dirette, leggo di una fattuale estraneità della Chiesa cattolica a una lotta alle mafie”. E invece nella guerra alle associazioni criminali “ci siamo anche noi. La Chiesa italiana ci sta. Ci stanno i singoli credenti, tanti preti e vescovi, tante realtà ecclesiali”.

Per un governo che con la Chiesa si è sempre preoccupato di tenere ottimi rapporti, l’incidente, a un mese dalle elezioni, non è proprio il massimo. E così la questione riemerge martedì per il compleanno dei Patti Lateranensi. Le delegazioni sono al gran completo. Lato Chiesa: il segretario di Stato Pietro Parolin, il sostituto monsignor Angelo Becciu e il segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher; per la Cei, Galantino, il presidente Gualtiero Bassetti e il portavoce, don Ivan Maffeis. Lato governo: Paolo Gentiloni, ovviamente, e i ministri Valeria Fedeli, Marianna Madia, Pier Carlo Padoan, Roberta Pinotti, Marco Minniti e la stessa sottosegretaria Boschi (oltre, ovviamente, al capo dello Stato Sergio Mattarella e al presidente del Senato Pietro Grasso). “La collaborazione tra noi e il governo italiano è molto buona”, chiarisce in apertura il presidente dei vescovi Bassetti. Poi, racconta chi c’era, butta lì un accenno a certe “incomprensioni” recenti. A portare pace ci pensa, zelante, Boschi: “Mi rifaccio a quello che ha detto Bassetti per ribadire la nostra ottima collaborazione. Se ci sono stati dei fraintendimenti, sono stati superati”. Non proprio delle scuse, ma quasi, e per di più concesse in modo inedito da una sottosegretaria alla presenza del premier e di molti ministri (nel governo Renzi era Luca Lotti che teneva i rapporti coi vescovi e Gentiloni non le ha mai affidato questo compito). Palazzo Chigi, comunque, appoggia Boschi: “Parla a nome del premier”.

Orlando era assente. Piuttosto singolare che si discuta di una cosa seguita dal suo ministero senza di lui. Il ministro però arriva dopo la cerimonia e si intrattiene con Galantino. Un “chiarimento” ulteriore è necessario. Melloni e il ministero (e il ministro) della Giustizia hanno fatto evidentemente il passo più lungo della gamba. Tanto è vero che lo stesso storico col Fatto minimizza: “Io e Galantino ci siamo chiariti. Quando nel documento parlavamo di estraneità, volevamo semplicemente riportare un fatto, ovvero che la Cei non ha collaborato con i nostri lavori. C’è stato un equivoco”. Se equivoco è stato, di certo è stato parecchio importante, visto che alla prima occasione il governo si è fatto bacchettare in pubblico.

L’attore Marescotti: “Meglio il voto corsaro a Grillo che astenersi”

L’attoreIvano Marescotti, comunista doc, candidato alle ultime Europee per la lista l’Altra Europa con Tsipras, conferma il suo voto, che definisce “tattico”. In un’intervista a Micromega spiega: il 4 marzo barrerà il simbolo del M5S “come argine a Berlusconi, alle destre xenofobe e contro qualsiasi ipotesi di inciucio”. “Il mio ragionamento parte da una convinzione – argomenta Marescotti – non esiste più un voto ideologico e non c’è più nulla che mi rappresenti, gli attuali partiti di sinistra non mi convincono e allora, piuttosto che astenermi o votare scheda nulla, preferisco votare il M5S, sono gli unici che possono rovesciare il tavolo e cacciare la peggior classe politica dal dopoguerra ad oggi”. Un governo pentastellato è difficilissimo, fa notare l’intervistatore Giacomo Russo Spena. “Ci ho riflettuto molto – ribatte Marescotti – avevo già deciso di non andare a votare a queste elezioni, ma chi sceglie il non voto per “dare un segnale” deve guardare le Regionali in Emilia Romagna, ha votato il 37 per cento, una Regione in cui prima l’astensionismo era bassissimo. La disaffezione nei confronti delle istituzioni è tanta ma piuttosto che non recarmi alle urne confido nel voto corsaro al M5S, con tutte le contraddizioni del caso”.

“Votavo B. e ora Di Maio mi candida in Basilicata”

A Potenza il Movimento 5 Stelle ha candidato un Santo. Può sembrare una battuta, ma nella città lucana c’è un uomo di cui i giornali locali scrivono questo: “I potentini ormai chiedono la grazia a lui anziché a San Gerardo”. Il santo-profano è Salvatore Caiata, 47 anni, presidente del Potenza calcio da questa stagione e scelto da Luigi Di Maio come candidato alla Camera nel collegio uninominale di Potenza e Lauria. Una candidatura che ha fatto discutere perché Caiata è uno di quei personaggi che ha diviso la città tra chi lo definisce “beato” per le soddisfazioni che sta regalando alla squadra (prima in classifica in serie D, una sola partita persa ad oggi) e chi lo definisce “beota” per via delle sue pirotecniche esternazioni di felicità quando il Potenza vince. I video in cui esulta correndo come un cavallo pazzo a bordo campo con il suo immancabile zainetto hanno anche 100.000 visualizzazioni. Leggendarie alcune sue iniziative quali la campagna per gli abbonamenti allo stadio che lo vedeva ritratto su un immenso cartellone con la scritta “U’ Putenza è semb’ nu squadron”, il divieto per i tifosi di cori violenti e l’obbligo per i suoi atleti di ripulire gli spogliatoi prima di lasciare lo stadio che li ospita. Ora, all’uomo dei miracoli, il M5S chiede un altro miracolo: farsi eleggere. Quando chiamo al telefono il quasi santo patrono mi dice che ha appena finito un lungo incontro coi cittadini: “Dormo 2 ore e mezzo a notte dai tempi dell’università e quindi lavoro anche 17 ore al giorno”.

Mi pare di capire che il lavoro sia sempre stato la priorità nella sua vita.

Sì, da Potenza ho scelto di andare a Siena per fare l’università. Mi sono laureato in Scienze bancarie con 110 ma a 18 anni già mi mantenevo da solo facendo il pizzaiolo. Poi sono diventato ad di una società fino ad aprirne delle mie.


Società di cosa?

Gestione di ristoranti (alcuni in Piazza del Campo a Siena), hotel, case di riposo. E poi nel settore immobiliare.


Quindi fino al 2017 la sua era la vita di un imprenditore di successo. Poi cosa succede?

Da imprenditore mi sentivo tartassato e la mia città mi chiamava. Il Potenza Calcio annaspava e in tanti anche tra i miei amici mi chiedevano di intervenire. Poi un giorno sono lì nel bar storico, il caffè Da Vito dove ho portato anche Di Maio a bere un caffè, e il proprietario mi dice: dacci una mano.


E le società?

Le ho lasciate. Io oggi sono solo il presidente del Potenza. E non è solo un fatto calcistico, è una rivoluzione sociale per la mia città. La felicità nel riavere un’identità calcistica ha portato aggregazione e dignità ai potentini.


Lei è famoso per questo zainetto che porta sempre con sé allo stadio. Cosa c’è dentro?

Non posso rivelarne il contenuto.


E perché?

Perché diciamo che ci sono amuleti, oggetti portafortuna…

Cosa hanno detto i suoi calciatori della candidatura?

Ho dato la notizia e ho detto a tutti che non dovevano sentirsi obbligati a votarmi.


Non chiede il voto neppure agli amici?

Io non chiedo voti a nessuno, mi imbarazza.


Come è arrivata la proposta di Di Maio?

Stavo guidando verso Roma e ho risposto al telefono. “Pronto, sono Luigi Di Maio”. Pensavo fosse uno scherzo.


Ha detto che vuole una riforma dello sport dilettantistico.

Lo sport dilettantistico è uno strumento di prevenzione sociale, in molti paesi e quartieri i ragazzi scendono in strada e scelgono se andare al bar, a delinquere o a fare sport. Le uniche risorse dello sport dilettantistico sono le sponsorizzazioni, per cui io credo siano importanti le agevolazioni per i privati che ci investono.


Per chi ha votato fino ad oggi?

Dc, poi all’università centrodestra. Nel 2005 ho conosciuto Beppe Grillo a Siena e mi raccontò cose che non sapevo sull’inquinamento, lo smaltimento dei rifiuti in Basilicata. La sua figura mi affascinò, ma non esisteva neppure il Movimento.


Ha ricevuto il premio “Lucano dell’anno”, una bella soddisfazione.

In una società popolata anche da gente che salva vite umane, da scienziati, da ricercatori, se premiano il presidente di una squadra di calcio vuol dire che il sistema è malato, non riconosce i veri eroi.


Perché l’inno del Potenza è diventato
Se mi lasci non vale
di Iglesias?

Perché era la canzone con cui chiudevo tutti i miei locali prima di andare a dormire.


Ma non è che Di Maio le ha chiesto un po’ più di sobrietà adesso che fa politica?

Ma figuriamoci, andrebbe contro la mia indole. Se mi eleggono io andrò in aula col mio zainetto.


E continuerà a fare il presidente del Potenza?

Se mi eleggono non solo non lascio, ma raddoppio il mio impegno da presidente.


Che mi dice di “Rimborsopoli”?

È assurdo che si possa rimproverare qualcuno di aver regalato meno o di più.


Viene dall’imprenditoria, ha comprato una squadra di calcio… Lei sa di ricordare qualcuno, vero?

Spero di avere i risultati calcistici di quel qualcuno. Per il resto, se sarò eletto mi dedicherò alla politica per la mia Basilicata, non per miei interessi personali.

E di cosa ha bisogno la Basilicata?

Di una politica che dia la zappa, non l’ortaggio.

L’ex fidanzato va in Procura, la Sarti si sospende dai 5Stelle

Chat di whatsapp, mail, file audio, videochiamate. Ha impiegato qualche ora per ordinarle e salvarle su chiavetta, poi le ha consegnate agli inquirenti di Rimini. Bodgan Andrea Tibusche, alias Andrea De Girolamo, fino alle 4.30 di ieri mattina ha spiegato quali fossero i suoi rapporti con Giulia Sarti. La parlamentare del Movimento 5 Stelle che non ha rimborsato 23 mila euro al fondo destinato alle piccole imprese voluto dai pentastellati e, una volta scoperta, di quella mancanza ha dato la colpa all’ex fidanzato Bodgan, denunciandolo. Lui è indagato per appropriazione indebita aggravata.

Appena lo ha scoperto, venerdì sera, il giovane ha contattato la questura per difendersi ed è stato messo in contatto con la procura. Il pubblico ministero Davide Ercolani ha ricevuto alle 23 Bodgan, assistito dall’avvocato Mario Scarpa, e insieme agli agenti della squadra mobile ha interrogato il ragazzo e ascoltato la sua ricostruzione dell’accaduto.

Il verbale è stato poi secretato per “non dar adito a possibili ripercussioni che nulla c’entrano con l’indagine”, ha spiegato Scarpa riferendosi alla polemica politica sui rimborsi in piena campagna elettorale. Sarti fino a ieri ha resistito sulla sua posizione, ma nel pomeriggio ha preferito autosospendersi affidando un messaggio a Facebook: “Per il Movimento farei qualsiasi cosa e ho scelto di autosospendermi perché finché questa storia non verrà chiarita io voglio affrontarla da sola e non arrecare il benché minimo danno a questa fondamentale campagna”, ha scritto Sarti. “Tutto dovrà essere chiarito nelle sedi opportune. È chiaro che io in Parlamento non sopporterei mai di stare nel gruppo Misto quindi o la questione verrà risolta prima della eventuale proclamazione, oppure rassegnerò immediatamente le dimissioni dalla Camera”. In 5 anni di Aula Sarti ha restituito al fondo 160 mila euro. La deputata ha definito la vicenda “un calvario personale” derivato dal “processo mediatico utilizzato per indebolire la credibilità del Movimento”.

Pure Lezzi multata: dovrà versare 3 mesi in più al Fondo

L’avevano scagionata del tutto, ma in serata le hanno appioppato una multa. Effetto probabilmente del nuovo servizio de Le Iene sulle rendicontazioni, che tornano ad accusare Barbara Lezzi, senatrice pugliese uscente, capolista nel plurinominale e candidata nell’uninominale contro (tra gli altri) Massimo D’Alema. “Per lei – scrivono sul sito – manca all’appello un bonifico per 3500 euro. Lei sostiene che il bonifico sia stato rifiutato e che non l’avesse mai revocato. Ma Le Iene hanno sentito la sua banca che, carte alla mano dice che quel bonifico è stato revocato dal cliente”. In particolare “Antonio Bordiga, responsabile dei sistemi di pagamento di Banca Sella, ha detto che la revoca del bonifico poteva essere fatta solo tramite richiesta e firma del cliente”. Sta di fatto che in serata il blog delle stelle modifica un post già uscito sulle restituzioni, e sanziona la senatrice: “ Vi è un bonifico contestato di circa 3500 euro (-2,5%) immediatamente sanato. E in accordo col Movimento verserà tre mensilità di restituzione in più al fondo per il microcredito come penale per l’errore fatto”. Una multa last minute.

La leghista con la pistola non ama le critiche

La legittima difesa è un argomento tra i più cari alla Lega.  Salvini ritiene che la difesa sia sempre legittima, peccato che nella storia che sto per raccontare la difesa appaia decisamente sproporzionata. I fatti. Due giorni fa Angela Colmellere, sindaca di Miane (Treviso) e capolista nel proporzionale alla Camera per la Lega nel collegio Belluno-Treviso, pubblica una sorta di manifesto elettorale su Facebook: accanto al simbolo del partito c’è una sua foto al poligono, impugna una pistola e sorride mentre mira. Nel post scrive quanto sia importante la sicurezza dei cittadini. La sindaca viene segnalata  a Facebook che rimuove il post. A quel punto scrive un altro post stizzito col suo programma elettorale: “Dare alle forze dell’ordine uomini e mezzi adeguati per difendere i cittadini, e ai Comuni i fondi per assumere polizia locale non per far multe ma a presidio del territorio”.

Tenete a mente questo passaggio e torniamo indietro di un giorno. Mercoledì la sindaca pistolera era al ristorante in un comune vicino Miane (3200 abitanti). Con lei due politici di zona. A un altro tavolo c’è anche un suo concittadino il quale ascolta alcune conversazioni e, una volta a casa, scrive un post su Facebook. Dice che era capitato per caso in un ristorante in cui tre politici avevano chiesto un trattamento di favore in quanto “futuri parlamentari” e che nonostante uno di questi lo avesse anche salutato, non lo voterà per questa arroganza. Nessun nome, nessuna offesa o minaccia. Ma al signore dopo un po’ suona il campanello di casa. Sono i carabinieri: la sindaca è andata da loro per segnalare il suo post, per cui il signore è invitato a rimuoverlo. I carabinieri che si presentano in casa di un cittadino qualunque come se stesse confezionando una bomba da far esplodere su un treno, come se avesse appena scritto “faccio saltare in aria il Comune”. Il signore, intimorito, cancella tutto. Per capire come sia possibile un episodio del genere, chiamo la sindaca. “Sono stata dai Carabinieri, certo, questo signore ha scritto cose per screditarmi perché è uno della minoranza che voleva fare il sindaco ma non ce l’ha fatta”.

Come sono andate le cose?

Sono entrata in questo ristorante con un mio amico orgoglioso che io fossi candidata, mi ha presentato al gestore, il resto l’ha inventato quella persona, nessuno era tenuto a regalarmi il pranzo.

Ma questa persona ha scritto di “politici” che hanno chiesto di essere trattati bene. Perché lei è andata dai carabinieri se non ha scritto il suo nome?”.

Io a quel signore gli ho mandato anche un messaggio: Come ti permetti a screditarmi?

Ma le sembra il caso di recarsi dai carabinieri?.

Se ci sono situazioni pesanti sì, se uno dice che mi sono fatta offrire un pranzo e non è vero, per esempio.

E questa è una cosa da scomodare i carabinieri?

Ma io mica li ho mandati da lui, ho detto ai carabinieri che avevo piacere a procedere contro questo signore. E loro hanno deciso di procedere così.

Suona come un abuso di potere.

Perché?

Perché non ha commesso reati. E comunque, se ci si sente diffamati, si fa una denuncia. L’ha denunciato?

Lo farò visto che il signore insinuava che io avessi commesso il reato di farmi offrire un pranzo.

Un reato un pranzo offerto?

Mi dà il suo nome e cognome per cortesia?

Chiamo M. P., l’uomo che ha commesso il fatto altamente diffamante: “I carabinieri mi hanno stupito, la signora ha preso troppo sul personale un post scherzoso. Non so poi perché pensi che ci sia dell’astio, ho provato a fare il sindaco ormai 9 anni fa, me ne son fatto un ragione”.

Ora abbiamo capito cosa intende la candidata della Lega per “presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine”. Nel suo mondo ideale i carabinieri suonano a casa di chiunque scriva cose riferibili a lei e le forze dell’ordine agiscono su mandato di un sindaco, senza ragioni evidenti. La tanto odiata (dalla Lega) Laura Boldrini che manda la Digos a casa per un fotomontaggio, al confronto della sindaca pistolera è una dilettante.

M5S, l’epidemia delle restituzioni: fuori altri due

Le stelle sono sempre cinque, non si scappa. Ma i massoni ormai sembrano quattro e gli espulsi sono certamente dieci. E chissà se ne spunteranno ancora tra i candidati del M5S, che nell’attesa butta fuori un consigliere regionale e un deputato uscente, Francesco Cariello. E sempre per le restituzioni mancate, l’epidemia a 5Stelle. Proprio nel giorno in cui Le Iene fanno i nomi di altri tre parlamentari, presunti colpevoli: ossia lo stesso Cariello, già escluso dalle Parlamentarie, e soprattutto Emanuele Scagliusi e Federica Dieni, candidati rispettivamente in Puglia e Calabria, che hanno alterato l’importo di due distinte. Metodo diverso dagli otto parlamentari già scomunicati, che ritiravano i bonifici per cui avevano fatto scattare l’ordine. Sta di fatto che il M5S caccia via blog Cariello: “Ha una irregolarità negli ultimi bonifici: non ci ha dato l’autorizzazione di accedere ai dati in possesso del Mef e a questo punto è fuori”. Con Scagliusi e Dieni invece si scopre comprensivo, e ai due recapita un semplice “richiamo”. Mentre il primatista di donazioni mancate, Ivan Della Valle, alle Iene dice dritto: “Taroccavo i bonifici con photoshop”.

D’altronde da un palco a Genova, il candidato premier Luigi Di Maio lo ammette: “Non è semplice restare calmi, mentre tutti si appassionano ai rimborsi del M5S”. Normale, con questo stillicidio. E il primo colpevole di giornata è il consigliere regionale in Emilia Romagna Gian Luca Sassi, che stando ai controlli del M5S avrebbe restituito 26mila euro a fronte degli 81mila dichiarati. Lui ai suoi aveva già ammesso, addebitando tutto a problemi economici. E in serata il blog delle stelle è secco: “Sassi è espulso”. Ma rischia grosso pure la sua collega in Regione Silvia Piccinini: “Sostiene che ci sia un errore della banca, porterà le prove” scrive gelido il blog. E lei su Facebook giura: “Lunedì raccoglierò tutta la documentazione che comprova la mia totale buonafede”.

Però i guai in Emilia Romagna, continuano. Perché detona anche la vicenda di David Zanforlini, candidato nel collegio uninominale. Avvocato, presidente dei centri di azione giuridica di Legambiente, era un nome molto ostentato dal Movimento.

Ma il Corriere della Romagna due giorni fa lo ha messo nero su bianco: “Il legale avrebbe avuto un ruolo di maestro venerabile nella propria loggia e di giudice circoscrizionale del Grande Oriente d’Italia dell’Emilia Romagna fino alla decisione di andare in sonno”. Zanforlini, interpellato, l’ha buttata sul formale: “Quando ho firmato per la candidatura mi è stato chiesto se ero nella massoneria e ho risposto di no”. E in passato? “Sul passato esiste una clausola di riservatezza. Ma valuterò se ritirare la mia candidatura”.

Ieri invece al sito Estense.com ha manifestato indignazione: “È un reato appartenere alla massoneria? Gandhi, Washington, Walt Disney, Cavour e Garibaldi erano massoni, fanno schifo?”. Dovrebbe chiederlo al Movimento per cui si è candidato, dove sono in enorme imbarazzo.

In serata, come detto, Le Iene tirano fuori altri tre nomi. Si parte con Cariello, a cui imputano bonifici mancati per quasi 6mila euro. E si continua con Scagliusi, candidato ad Altamura, e Dieni (nell’uninominale di Reggio Calabria, terza e quindi inellegibile nel plurinominale). “Nel loro caso – sostiene il programma – si parla di bonifici arrivati solo parzialmente nel fondo, cioè per cifre inferiore a quelle nei documenti presentati dai due onorevoli”. In particolare la Dieni “ammette di aver gonfiato la cifra su un bonifico”. I 5Stelle sanno. E in serata pubblicano il post in cui definiscono i loro come “casi minori”. Scagliusi riconosce di aver modificato di mille euro la cifra di una distinta (“quei soldi mi servivano per controlli medici”), che ha poi ridato. Il M5S lo perdona, con multina: “Verserà una mensilità di restituzione in più come penale”. Poi c’è Dieni, che “doveva fare un bonifico di 6139,93 euro, ma ne ha fatti due invece di uno. Non riuscendo a caricare su tirendiconto.it entrambe le distinte ha caricato solo la prima modificando (falsando quindi la distinta) l’importo. Ma l’importo totale delle restituzioni è corretto”. Intanto Le Iene insistono contro Massimiliano Bernini, che pure è primo per restituzioni: “Quattro bonifici del deputato per 19mila euro non sono arrivati a destinazione”. Lui minaccia querele. La saga continua.