Tempo scaduto: nessuna riforma per le carceri.
“Il Fatto Quotidiano”
“Perché voi giornalisti scrivete di tutto anche di cose poco interessanti e non vi occupate mai della riforma che può umanizzare l’esistenza di noi detenuti, che può cambiarci la vita?”, chiede a un certo punto Marco. Forse, rispondo, saremo anche distratti da cose meno importanti ma, detto in tutta sincerità, voi non siete molto popolari tra la gente là fuori, anzi si dice che avete già troppi privilegi e che per molti bisognerebbe buttare via la chiave, soprattutto quando si parla dei reclusi immigrati. Siamo nel carcere di Rebibbia dove, come altre volte, mi ha condotto Giorgio Poidomani, amico e compagno della prima ora al “Fatto Quotidiano”, che da molti anni collabora con l’associazione non governativa Antigone nel seguire i detenuti che fanno parte della redazione che realizza il giornale radio del carcere romano. Purtroppo, per Marco e per gli altri 57 mila ospiti del sistema penitenziario italiano le ultime novità non sembrano promettenti. Anche se proprio in extremis il premier Gentiloni si è impegnato a varare la riforma in via definitiva prima del voto del 4 marzo. Ma se così non fosse tutto sarebbe destinato a finire nel nulla con l’avvento della nuova legislatura (eventualità contro cui si battono i radicali di Rita Bernardini, da un mese in sciopero della fame). Detto ciò non possono passare sotto silenzio le critiche ai decreti attuativi del governo che abbiamo letto venerdì scorso su queste colonne a firma del procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, ex direttore dell’ufficio detenuti. Egli, come numerosi altri magistrati che operano sul campo è convinto che approfittando di alcune norme, garantiste in eccesso, ci sono boss mafiosi che potrebbero uscire dal regime del 41 bis. Poiché lo stesso Ardita riconosce che nella riforma ci sono “disposizioni ispirate da sacrosante intenzioni di civiltà”, una domanda sorge spontanea: non sarebbe assurdo se una legge studiata per concedere ai reclusi (che lo meritano) una serie di benefici su sanità, lavoro e affettività finisse soltanto per allargare le maglie della giustizia indebolendo la sicurezza della collettività?
Lo chiediamo prima di tutto al Guardasigilli Andrea Orlando promotore di una riforma attesa da quarant’anni. Nello stesso tempo non ci abbandona il dubbio che, come avvenuto per la legge sullo Ius soli, il governo a guida Pd dopo aver tirato il sasso preferisca ritirare la mano. Infatti non v’è chi non veda che nell’attuale pessimo clima elettorale parlare di diritti non solo non porta voti ma rischia di farne perdere parecchi. E molti di più se si tratta di immigrati e carcerati. Speriamo che non sia così: pensare di salvarsi la coscienza con una riforma studiata male per poi scegliere di lasciare tutto immutato rappresenterebbe una scelta politicamente vile. Allora molto meglio sarebbe stato non generare illusioni infondate.