Guardare, leggere, ascoltare, esplorare. Il “Fatto” si fa Extra

Cari lettori, da domani il Fatto offrirà un “Extra”. Si chiama così la nostra nuova sezione digitale riservata agli abbonati, che impegna una squadretta di colleghi coordinati dal nostro vicedirettore Salvatore Cannavò con la grafica firmata dal nostro art director Fabio Corsi e dai suoi collaboratori. Vi offrirà un sistema molto più facile e accattivante di leggere il giornale e che garantirà anche un surplus di contenuti aggiuntivi: i podcast, i video, le nostre newsletter, le grafiche interattive. È un pacchetto per gli abbonati, ma anche per tutti i lettori che si recano ogni giorno in edicola e continuano a essere fondamentali per l’indipendenza e la vitalità del nostro quotidiano.

Perché abbiamo deciso di offrirvi questo “Extra” in più? Non solo per tenere il passo con le innovazioni tecnologiche, ma anche per mantenere e migliorare continuamente il nostro rapporto privilegiato con voi: con la Comunità del Fatto. Mentre l’informazione quotidiana, specialmente quella dei grandi giornali e delle maggiori tv, si fa sempre più omologata verso il pensiero unico e asservita ai poteri politici e finanziari (per parlare solo di quelli palesi), noi come sempre rilanciamo.

“Extra” è un pacchetto informativo multiforme che consente non solo di leggere il Fatto, ma anche di ascoltarlo, guardarlo, esplorarlo. Da domani ci potrete leggere direttamente sul web, in una sezione del nostro sito (che continuerà a svolgere la sua funzione) e, fra poche settimane, anche con una App nuova di zecca, molto più innovativa dell’attuale per ampliare e diversificare il nostro rapporto quotidiano.

La sezione “Extra” sarà visibile nell’home page del sito ilfattoquotidiano.it – in realtà lo è già da qualche giorno – e permetterà di accedere alla lettura del giornale in edicola, che si arricchirà anzitutto con i podcast. Così potrete ascoltare ogni mattina una selezione dei nostri articoli letti da speaker in carne e ossa, a partire dal mio editoriale, ma anche una serie di rubriche realizzate dalle nostre firme. Troverete anche molti dei programmi della nostra TvLoft trasformati in podcast (da ascoltare magari mentre siete in auto, o sui mezzi pubblici, o in palestra, o sulla cyclette e il tapis roulant), a cominciare da quelli di Peter Gomez, Antonio Padellaro, Marco Lillo, Tomaso Montanari, Andrea Scanzi, Barbara Alberti e così via. Una sezione a parte sarà a cura del mensile Millennium e produrrà altri podcast a partire dai migliori servizi sin qui realizzati. È già disponibile, per esempio, la biografia non autorizzata del premier Mario Draghi in cinque puntate. Fra pochi giorni troverete poi una serie di contenuti speciali, realizzati da autrici e autori esterni al giornale che animeranno la sezione “Storie”: ve la racconteremo non appena sarà pronta a partire.

Quanto ai video, oltre a quelli già disponibili giornalmente sul sito, vi offriremo reportage, inchieste, interviste ad hoc di durata più lunga e molto curati per completare la nostra produzione editoriale. Tra quelli già disponibili, uno riguarda la parabola discendente di Matteo Salvini, uno è un viaggio a Taranto tra i veleni dell’ex-Ilva, un altro è il nostro racconto di una serata vissuta da un rider, altri ancora raccolgono le voci e i volti della “Generazione Zero”, cioè dei ragazzi che si battono contro il cambiamento climatico. Sarà disponibile anche la storia in quattro puntate del Fatto quotidiano realizzata da TvLoft.

Quanto ai contenuti del quotidiano ogni giorno in edicola, saranno arricchiti da nuovi inserti (“Fatto economico”, “Fatto for future”, “A parole nostre”, “Giustizia”, “Internazionale”, “Che c’è di bello”) creati dalle nostre newsletter e da servizi esclusivi e aggiuntivi. E non perdetevi la sezione “Visual”, che presenterà le notizie e gli approfondimenti in una forma grafica molto innovativa.

Tutti questi “Extra” sono a disposizione di chi si abbona, e nel corso dell’ultimo anno siete stati in tantissimi a farlo. Ma non vogliamo dimenticare né penalizzare chi ci (e si) sostiene acquistandoci ogni giorno nelle edicole, contribuendo anche a supportare quelle sentinelle della libera informazione che sono gli edicolanti: per chi lo fa abbiamo deciso di creare un Qr Code che troverete sulla copia cartacea e potrete riprendere con il cellulare per entrare nella nuova sezione “Extra” e fruire anche voi dei tanti contenuti aggiuntivi.

Anziché piangerci addosso per la crisi dell’editoria, il calo degli acquirenti dei giornali di carta e la chiusura di tante edicole, ancora una volta il Fatto parte al contrattacco: investe con nuove proposte, nuovi giornalisti, nuove tecnologie e nuove iniziative nell’informazione indipendente e di qualità. Quindi, da domani, godetevi non solo il Fatto quotidiano, ma anche “Extra”. Poi scriveteci che cosa ne pensate e magari anche che cosa aggiungereste per migliorare ancora. Grazie.

Mancate tutele per Attanasio: verifiche anche sulla Farnesina

Luca Attanasio era la “figura individuata quale datore di lavoro, cui spettano, nell’ambito della propria autonomia gestionale e finanziaria, la valutazione dei rischi e ogni opportuno intervento a mitigazione degli stessi, con pieni poteri organizzativi e di spesa”. Marina Sereni, viceministro degli Affari Esteri, rispondeva così a un’interrogazione parlamentare del maggio scorso. In quel momento erano passati appena tre mesi dalla morte di Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano ucciso in Congo insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista Mustapha Milambo, in un’imboscata di un commando di sei persone. Alla risposta scritta della viceministro non mancò qualche mese dopo una reazione di Zakia Seddiki, moglie del diplomatico, che commentò: “Luca non era formato per fare il militare. Non ritengo spettasse a lui valutare e gestire la sicurezza”. E dunque: chi era responsabile della valutazione dei rischi di una sede diplomatica complicata come quella del Congo? Era compito dell’ambasciatore stesso, come sostiene la viceministro, o del ministero degli Esteri? La Farnesina ha messo in campo tutte le tutele e i controlli necessari? Lo accerterà la Procura di Roma che da otto mesi indaga sull’attentato di febbraio scorso. Il fascicolo è affidato al procuratore aggiunto Sergio Colaiocco.

Ispezioni e controlli il nodo del “datore di lavoro”

Il nodo da sciogliere è normativo. Nella sua risposta scritta alle interrogazioni parlamentari infatti, Sereni fa riferimento al decreto legislativo numero 81 del 2008 che riguarda la tutela delle salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro. All’articolo 2 il decreto, nel definire chi sia il “datore di lavoro” nelle pubbliche amministrazioni, lo indica come “il dirigente al quale spettano i poteri di gestione” “e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa”. Nella ricostruzione della viceministro, che fa riferimento anche ad altri decreti, l’autonomia gestionale e finanziaria ricade sul titolare gli uffici all’estero. Quindi sull’ambasciatore. Ma è davvero così? O è la Farnesina ad avere “potere di spesa”? Le risposte le stanno cercando gli investigatori che vogliono anche capire quali tipi di controlli siano stati svolti nelle sede diplomatica del Congo.

“L’esercizio di classificazione dei vari Paesi in fasce di rischio si svolge attraverso riunioni periodiche, coordinato dall’Ispettorato Generale”, ci spiegano fonti della Farnesina. Che aggiungono: “Le valutazioni sulle misure di sicurezza da adottare sono oggetto di comunicazioni classificate per la rete dall’estero”. La Repubblica democratica del Congo quindi si trova in fascia 3 (su 4), che denota un livello di minaccia alto. Prima dell’omicidio di Attanasio, l’ultima ispezione (che rientra nell’attività di controlli ordinaria, secondo un piano stabilito di anno in anno), risale a luglio 2018. Marina Sereni a maggio scorso spiegò che nel corso di quel controllo “fu stabilito di mantenere un attento monitoraggio dell’evoluzione della situazione politica e ambientale, al fine di valutare l’eventuale necessità di rafforzamento (…) del servizio di tutela…”. Che fu anche predisposto per un periodo, in occasione delle elezioni presidenziali e nazionali, come richiesto dal diplomatico stesso. Poi per Attanasio tornò la tutela di sempre, composta da quattro carabinieri.

Su questo ci sono state interlocuzioni tra il ministero e la Procura che sta cercando di sciogliere il nodo della responsabilità sulla tutela del diplomatico. Ma ci sono altri tre fronti di indagine aperti.

Il funzionario Pam indagato: sospetto che scrisse il falso

Il primo riguarda la dinamica dei fatti, ormai accertati: i due italiani sono morti nel corso della sparatoria tra la banda di sei sequestratori, armati di kalashnikov, e i ranger del parco. Attanasio e Iacovacci erano stati prelevati dalla jeep dalla banda e portati nella foresta. Qui è avvenuta la sparatoria costata la vita al diplomatico e al carabiniere. I responsabili non sono stati ancora identificati. Per provare a scovarli un gruppo di carabinieri del Ros è pronto a partire per una missione a Goma, ma si è in attesa dell’ok definito di Monusco, la missione dell’Onu. Le interlocuzioni vanno avanti da maggio, manca ancora il via libera definitivo.

Come pure non sono mai arrivate le risposte alle rogatorie della Procura di Roma. Chissà se qualche rassicurazione sarà stata data al premier Mario Draghi che, qualche giorno fa, a margine dei lavori del G20, ha incontrato il presidente della Repubblica democratica del Congo Felix Tshisekedi. Draghi ha chiesto aggiornamenti sulle indagini riguardanti l’omicidio di Attanasio. Sono due le rogatorie inviate finora. La prima risale a marzo: il pm Colaiocco ha chiesto gli atti dell’indagine congolese che ha portato all’arresto di quattro persone, che però non sono ritenuti i responsabili dell’omicidio. A settembre poi è partita una seconda rogatoria: sono stati richiesti i tabulati telefonici per poter identificare chi fosse presente nella zona dell’attentato il 22 febbraio.

L’altro filone di indagine riguarda invece le omesse cautele in merito alla scorta che avrebbe dovuto accompagnare il convoglio di Attanasio. Un funzionario del Programma alimentare mondiale (Pam), agenzia delle Nazioni Unite, è indagato per presunte omesse cautele per non avere correttamente applicato le procedure. Il sospetto dei magistrati è che il funzionario, in ritardo nella compilazione della richiesta di autorizzazione per quella missione, avesse indicato circostanze non reali. E da qui la mancata scorta. I pm stanno verificando anche se vi sono altri responsabili. L’indagine sulla morte del diplomatico può riservare ancora sorprese.

Caso Epstein, trema la City: si dimette il boss di Barclays Bank

Il capo della Barclays Bank se ne va tra l’imbarazzante chiacchiericcio della City di Londra: Jes Staley, amministratore delegato del colosso bancario che ha guidato per sei anni, si è dimesso per un’indagine a suo carico per il suo coinvolgimento nell’inchiesta sul finanziere e pedofilo Jeffrey Epstein. Lo ha sostituito, proprio nella notte di Halloween, il banchiere americano di origini indiane C.S. Venkatakrishnan, meglio noto solo come Venkat, già a capo del settore dei mercati globali del gruppo. Epstein – morto in carcere nel 2019, ufficialmente per suicidio – era sotto processo per abusi sessuali su minori e traffico di prostituzione, ma nelle maglie degli scandali sessuali venuti alla luce dopo decenni, sono rimasti impigliati anche principi, attori, politici e adesso anche il superbanchiere che fino a ieri sedeva sul trono della Barclays.

Nel mirino degli uomini della Fca, Financial Conduct Authority, organismo britannico di regolamentazione finanziaria, ci sono le relazioni che il banchiere ha intrattenuto con Epstein: i dati dei risultati preliminari delle indagini, iniziate solo alla fine del 2019, evidenziano le transazioni di tipo economico allacciate tra i due nel 2000, quando l’ex amministratore era a capo di una filiale bancaria privata JP Morgan. Con Epstein, condannato per istigazione alla prostituzione già nel 2008, il capo della Barclays continua ad avere contatti per altri sette anni: emerge dal loro scambio di email, ha scritto per primo il Financial Times. Mentre il finanziere sconta la sua condanna in Florida, Stanley lo va a trovare e quando abbandona la JP Morgan, nel 2013, lo invita a seguirlo ed entrare a far parte del fondo BlueMountain. “Pensavo di conoscerlo bene, ovviamente mi pento di aver avuto contatti con Epstein” ha detto Stanley quando la notizia della sua indagine è stata resa pubblica, dichiarando anche di aver interrotto i rapporti nel 2015. La banca che fino a due giorni fa guidava non ha commentato se non con frasi di circostanza: “Ha ricoperto il suo ruolo con impegno e abilità concrete”. È questo il nuovo capitolo della saga a tinte fosche che riguarda il miliardario: appena due giorni fa, gli avvocati del principe Andrew hanno chiesto al tribunale di Manhattan di archiviare la denuncia in sede civile di Virginia Giuffre: a 17 anni sarebbe stata costretta da Epstein ad intrattenere il principe ben tre volte.

L’aeroporto delle beffe. Berlino, rischio fallimento

L’aeroporto di Berlino Brandeburgo è stato inaugurato esattamente un anno fa, ma oggi è già sull’orlo della bancarotta. L’apertura è stata rimandata per otto anni, poi in piena pandemia il primo volo. Secondo le previsioni dovevano passare da questo scalo 30 milioni di passeggeri all’anno, lo scorso febbraio vi sono transitate meno di 150 mila persone. Pochi voli, pochi soldi. Il governo tedesco aveva stanziato 2,4 miliardi di euro fino al 2026 per sostenere l’avvio delle attività. Ma la pandemia e i difetti strutturali dello scalo hanno messo in ginocchio l’ente gestore. “Abbiamo bisogno di soldi in fretta, abbiamo bisogno di contante”, ha detto sabato l’amministratore delegato Aletta von Massenbach al quotidiano Tagesspiegel. Nelle casse dello scalo ci sono soldi solo per garantire l’operatività fino a inizio 2022. E se i fondi del governo non arrivassero “non esiste un piano B” ha sottolineato Von Massenbach.

Negli ultimi giorni siamo transitati quattro volte per questo aeroporto. E di problemi ne abbiamo avuti parecchi. Sabato 23 ottobre, poco prima dell’alba, suona l’allarme al piano terra del Terminal 1. Evacuazione. I passeggeri vengono indirizzati verso una scala esterna e al piano di sopra tutto procede, nel caos assoluto. Le code ai check-in sono infinite. Come ogni anno i tedeschi hanno due settimane di vacanze autunnali, in centinaia di migliaia hanno scelto di prendere un aereo. Le compagnie invitavano i passeggeri a presentarsi in aeroporto quattro ore prima del volo. Mancanza di personale di terra. Gli imbarchi vengono fatti senza che nessuno controlli i documenti d’identità, tanto meno i pass Covid. Fatto notare a un operatore, risponde: “Avete fatto tutto online, non abbiamo tempo di controllare”. I problemi non sono solo per chi decolla, ma anche per chi atterra. Domenica sera gli aerei in arrivo avevano a disposizione una sola pista. Il nostro volo da Monaco di Baviera, una tratta di 60 minuti, è rimasto fermo sulla pista in attesa del via libera di Berlino. Partenza con 40 minuti di ritardo. Durante la guerra fredda la città aveva quattro aeroporti civili. Uno a settore: Gatow per gli inglesi, Tegel per i francesi, Tempelhof per gli Usa e Schönefeld per la DDR. Ognuno di questi scali ha una storia e ha subito ristrutturazioni e riconversioni. Quello di Tempelhof è forse il caso più emblematico. La struttura centrale è considerata come uno degli esempi architettonici più riusciti e rappresentativi della città.

Fino alla costruzione del Pentagono era l’edificio più grande al mondo. L’archistar Norman Foster lo ha definito “la madre di tutti gli aeroporti”. Oggi sulle sue piste non ci sono aerei, ma pattini, skateboard e orti cittadini. Nel 2008 il senato di Berlino scelse di chiudere l’aeroporto e di non vendere il terreno per renderlo edificabile. Lo trasformò in un parco di cemento, a pochi chilometri dal centro città. Ma l’aeroporto più amato dai berlinesi è Tegel. Il piccolo scalo al nord della città era la base di Lufthansa. Chi ci è passato, anche solo una volta, non può averlo dimenticato. I controlli di sicurezza erano separati per ogni porta d’imbarco. Il piano urbanistico ha scelto di puntare su un grande hub con tanti terminal a sud-est della città. Schönefeld l’ex aeroporto della DDR è diventato uno dei terminal di Berlino Brandeburgo. La prima apertura era programmata per giugno 2012, ma i tecnici inviati a controllare la struttura riportarono 120 mila violazioni. I tempi e i soldi per la messa a norma sembravano non bastare mai. Gli schermi che indicano arrivi e partenze sono rimasti appesi per anni mentre l’inaugurazione continuava a essere rimandata. All’apertura dello scalo i pannelli erano vecchi e non più adeguati, sono stati cambiati senza mai essere stati utilizzati. Costo dell’operazione, 500 mila euro. Poi c’erano i quasi 170 mila chilometri di cavi installati in modo errato e le luci accese per tutto il 2013 perché non c’era modo di spegnerle. Otto anni e sette miliardi di euro dopo lo scalo ha iniziato a operare. Solo un terminal con altri quattro ancora da terminare. Tra i punti che sta negoziando la nuova coalizione di governo c’è anche il divieto di tratte aeree nazionali che si possano percorrere in treno in meno di cinque ore. Grosso modo la distanza dalla capitale alle grandi città a ovest del paese. Lufthansa ha due grandi hub intercontinentali a Francoforte e Monaco. La compagnia di bandiera tedesca è forse la meno interessata a investire su Berlino: la capitale con tante piste d’atterraggio, molti passeggeri e pochi aerei.

Mail box

 

Il summit? Utile solo per visitare Roma

Meno male che il Fatto c’è, altrimenti avrei capito che il G20 è servito ai popoli! Invece ho capito che è servito a: 1) far visitare Roma alle consorti; 2) aumentare l’inquinamento di Roma, facendo rimanere a casa migliaia di studenti; 3) far partecipare Biden alla messa in Vaticano; 4) concludere accordi privati tra capitalisti statunitensi ed europei; 5) tranquillizzare i “ricchi” che, a differenza dei poveri, pagheranno solo il 15 per cento di tasse; 6) gustare la cena italiana al Quirinale. A questi ipocriti le proteste dei giovani sul clima da una parte entrano e dall’altra escono.

Raffaele Fabbrocino

 

“In piazza subito contro B. al Quirinale”

De Nicola, Einaudi, Segni, Gronchi, Saragat, Pertini, Ciampi. Tutti presidenti della Repubblica che hanno onorato e tenuto alto il prestigio del nostro Paese, con la loro specchiata onestà, moralità e rispetto verso i propri concittadini. Ma veramente si vuole mettere come successore una figura come B., condannato a quattro anni per evasione fiscale e definito “delinquente abituale”? Che nelle assise internazionali veniva indicato non come capo del governo italiano, ma come capo del “bunga bunga”? Che potrebbe essere capo del Csm proprio chi ha ancora quattro pendenze giudiziarie e che, quando governava, si è confezionato sette leggi ad personam, prendendo in giro la giustizia? Facendo eleggere al Parlamento i suoi avvocati? Fin quando lo propongono Minzolingua e l’ex direttore “Arlecchino servo di due padroni” che fanno il loro lavoro (si fa per dire) se ne può anche ridere. Ma con la nuova maggioranza, che include l’Innominabile, potrebbe diventare realtà. Una sciagurata realtà, con la destra al governo che potrà modificare la Costituzione. La proposta di candidare la senatrice Segre ha portato una ventata di aria fresca e apprezzo la sua classe e il suo senso dello Stato nel declinare l’invito. Vedo per fortuna due posizioni positive: finalmente Letta ha capito chi è l’Innominabile, e Paola Taverna propone Rosy Bindi. Speriamo che il segretario del Pd accolga la proposta. Nel frattempo, propongo di pianificare una mobilitazione di massa per sbarrare la strada subito, ma proprio subito, alla candidatura di B. Chiudo facendo notare, su questa surreale candidatura, l’assordante silenzio di Sabino Cassese, esimio giudice emerito della Corte costituzionale; forse è in consulto con la Sibilla Cumana, o con Frate Indovino. Sicuramente attenuerà la nostra ansia il prima possibile. Solo sull’operato di Conte era in diretta 24 ore su 24.

Carlo Di Girolamo

 

Sorrentino e “Loro”: Silvio fa ancora paura

Ho appena terminato di vedere il film Loro di Paolo Sorrentino. Non voglio neanche pensare che Berlusconi possa diventare presidente della Repubblica, cosa che renderebbe l’Italia ridicola in tutto il mondo, ma se per caso lo votassero, sia pure per bandiera, sarà il caso di indire la più grande manifestazione che si sia mai svolta in Italia, almeno pari a quella oceanica a difesa dell’articolo 18 promossa dalla Cgil di Cofferati. Quando la democrazia è in gioco il Paese risponderà.

Gianpietro Patelli

 

Una piccola proposta per riformare le pensioni

Il pensionamento va ripensato, ma uscendo dagli schemi delle quote. Meglio sarebbe lasciare il vincolo a 67 anni, ma ridurre dai 63 anni le giornate lavorative settimanali, fino alla presenza di un solo giorno a settimana nell’ultimo anno. Questo Decremento d’Intensità della Prestazione nell’ultimo quinquennio (Dip-5) avrebbe il vantaggio di rendere i pensionandi tutor dei nuovi assunti, con il tempo necessario per trasferire loro competenze in affiancamento; e nel contempo, assicurerebbe ai lavoratori maturi un ingresso morbido nella fase di cessazione lavorativa. Certo, nella retribuzione, occorrerebbe mettere a punto una “dissolvenza incrociata” tra componente stipendiale calante e quella della pensione crescente, ma sarebbe un compromesso più sostenibile per le casse della previdenza, rispetto al dilagare di pensionamenti non parametrati a una lunga speranza di vita.

Massimo Marnetto

 

Le relazioni pericolose tra Renzi e il Caimano

Onore alla senatrice a vita Liliana Segre ma per favore, ve lo chiedo in ginocchio, fate di tutto perché B. non venga eletto. Vi ricordate quando, come sindaco di Firenze, Matteo Renzi andò in visita ad Arcore? Col senno di poi è facile, ma ho sempre pensato a una loro alleanza, e gli ultimi fatti mi sembra che lo dimostrino.

Anna Maria Bruscolini

 

La sudditanza dei media nei confronti del premier

Ormai il lavaggio del cervello a cui sono sottoposti i cittadini sul nome di Mario Draghi – per colpa dei media che, nella quasi totalità, lo esaltano – permetterà al premier di arrivare al Colle senza colpo ferire. A me personalmente è venuta la nausea solo a sentire il suo nome, ma spero che ci possano essere sorprese: d’altronde la percentuale delle persone che vanno a votare lo dimostra.

Michele Lenti

 

Un “sacrificio solidale” per aiutare i giovani

E se i pensionati, che sono molti, invece di pagare l’Irpef, versassero solo i contributi all’Inps, anche per sostenere le pensioni future dei giovani, che sono pochi e precari?… Il “buco” fiscale dell’Irpef potrebbe essere compensato dal risparmio sui “sussidi” e dal superamento della legge Fornero e/o quote 102, 104… Insomma, un “sacrificio solidale” della fiscalità generale produrrebbe risorse aggiuntive e metterebbe fine alle speculazioni “pelose” sul conflitto generazionale.

Amedeo Salvatori

“L’applauso è una ferita: l’Aula non è lo stadio. Serve rispetto”

Gentile “Fatto Quotidiano”, sono mamma di un figlio che ha il coraggio di vivere la sua scelta libera. Con questa lettera mi rivolgo a tutti quei parlamentari italiani che hanno applaudito per l’affossamento del ddl Zan: il vostro esultare in un’aula istituzionale dimostra che non avete rispetto e il vostro applauso vi sotterra agli occhi dei giovani che, a differenza vostra, non hanno barriere mentali e culturali ma rappresentano il nostro presente e il nostro futuro. Un futuro e un presente di cui voi non fate parte perché chi crede che lavorare in un Parlamento sia come andare allo stadio e chi ignora la realtà semplicemente è incapace di ascoltare la società che cambia.

Cari parlamentari, non meritate di rappresentarci perché la politica vera è rispetto per chi la pensa diversamente da noi. Non riporterete la nostra Italia nel baratro: non ve lo permetteremo. Non fate giochetti per tornare ai tempi della tensione sociale… Ogni nostro voto sarà molto calibrato: vorremo vedere i vostri curricula, vorremo capire se siete preparati perché, cari signori, dovete imparare a lavorare, a leggere i dati, ad approfondire i dossier. Forse non vi siete accorti, ma noi e le nostre famiglie italiane ed europee siamo permeati di cultura del rispetto per la diversità e voi, con il vostro applauso plateale, avete offeso la sacralità delle istituzioni, quelle che noi cittadini riteniamo siano importanti e da non svilire. Il vostro applauso è una ferita aperta nel cuore e nella mente di chi soffre per essere discriminato e non accettato. Ebbene, siamo noi che voteremo prossimamente, noi che crediamo nella libertà di pensiero, noi che amiamo i nostri figli e ci vergogniamo che alcuni adulti che siedono in sedi istituzionali possano comportarsi così senza stile né decoro nei confronti dei cittadini. Grazie, però, così infatti abbiamo compreso che occorre creare nuovi partiti fatti di persone preparate, educate, rispettose. Oggi voi avete perso perché quando si trafigge l’anima dei giovani si perde sempre.

Cinzia Boschiero

Dove, perché e come ci si vuole crioconservare

Chiavi. Peso sul Pil di tempo ed energia complessivi sprecati dalla popolazione britannica per cercare le chiavi di casa smarrite: 250 milioni di sterline. (Andres Sandberg)

Emancipazione. Transumanesimo: movimento di liberazione che rivendica una totale emancipazione dalla biologia. Punto di vista alternativo: tale apparente liberazione, in realtà, sarebbe il definitivo e totale asservimento alla tecnologia.

Resuscitare. Il punto Omega: momento in cui la vita intelligente pervaderà tutta la materia dell’universo, sfociando in una singolarità cosmologica che consentirà alle società future di resuscitare i morti.

Poltiglia. Desiderio molto diffuso tra i transumanisti: che i loro corpi, dopo la morte, vengano conservati nell’azoto liquido fino al giorno in cui con tecnologie adeguate non sia possibile scongelarli e rianimarli o, in alternativa, rimuovere il chilo e mezzo di poltiglia neurale dall’interno del loro cranio, scansionare le informazioni lì depositate, trasformarle in codice e caricarle in qualche nuovo tipo di corpo meccanico, esente da invecchiamento o morte e da qualsiasi altro deficit umano.

Freschi. La Alcor Life Extension Foundation, impianto di crioconservazione nel deserto di Sonora, a una mezz’oretta di auto a nord di Phoenix, Arizona, appositamente ubicato a fianco dello Scottsdale Municipal Airport ai fini di un’efficiente consegna di cadaveri freschi.

Quattro. Impianti di crioconservazione al mondo: tre in Russia, uno negli Stati Uniti.

Testa. Le due scelte possibili. Primo: per duecentomila dollari farsi tenere l’intero corpo in sospensione, fino al momento in cui tornerà utile, Secondo: per ottantamila dollari farsi crioconservare solo la testa, che in questo caso viene staccata dal corpo, pietrificata e rinchiusa nell’acciaio.

Morsetti. Procedura per la crioconservazione. Il cadavere viene adagiato su un tavolo operatorio reclinabile, circondato su tutti e quattro i lati da lastre di plexiglas. Subito dopo gli vengono praticati piccoli fori nel cranio, perché il team crionico possa valutare le condizioni del cervello, verificando se è gonfio o contratto. Al cadavere viene aperto il torace, vene e arterie del cuore vengono collegate a una macchina per trasfusione, il sangue viene fatto defluire ed è sostituito, il più velocemente possibile, con un agente crioprotettivo che previene la formazione di cristalli di ghiaccio. Per chi paga solo 80 mila dollari, va affrontato il problema della decapitazione. Le teste mozzate vengono messe in contenitori di plexiglas al cui interno un sistema circolare di morsetti le mantiene capovolte fino al termine della procedura.

Cilindri. Il “reparto degenza” della Alcor, grande capannone dal soffitto alto, pieno di cilindri di acciaio di due metri e mezzo circa detti dewar, pieni di azoto liquido.

Quarantacinque. Un dewar può contenere quattro corpi interi, chiusi in una specie di sacco a pelo all’interno di una custodia di alluminio, oppure fino a quaranta mozzate, disposte in piccoli cilindri di metallo.

Primo. James H. Bedford, PhD, classe 1893, professore di psicologia alla University of California: il primo essere umano mai sottoposto a crioconservazione.

Turing. “Credo che entro la fine del secolo sarà possibile parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetti” (Alan Turing, 1950).

Notizie tratte da: Mark O’Connor, “Essere una macchina”, Adelphi, pagine 260, € 182. Fine

 

Da Draghi ai leader, giù giù fino a Renzi: un’Italia al capolinea

Èun momento di noia e (lunga) stanca nella politica. Questa settimana, più che un identikit singolo, facciamo quindi una ricognizione generale.

Draghi. Celebrato, adorato, venerato. Tutto quello che fa, a prescindere, è buono o giusto. “Draghi santo subito!”. La solita vecchia storia del giornalismo italiano che, troppo spesso, più che cane da guardia della democrazia è cane da riporto del potente. Al tempo stesso, chi lo critica perde spesso la misura e lo cannoneggia oltre le sue colpe effettive. Draghi non ha fatto miracoli e non ha fatto disastri. Più che altro ha sfruttato il lavoro del precedente governo, che invece – per gli stessi giornalisti – aveva la rogna sempre. Draghi è l’uomo ideale per i voleri della destra tecnocratica. In questo è bravissimo. Il problema non è lui, ma casomai chi sta dentro un governo che gli somiglia pochissimo.

Letta. Troppo timido. Ci ha messo anni a dire che con Renzi non si poteva più recuperare il rapporto (lo ha detto dopo la Waterloo sul ddl Zan), salvo poi ricominciare con la litania insopportabile dell’“alleanza larga”. È incredibile come una persona seria e intelligente come Letta non abbia ancora capito chi sia Renzi. O magari l’ha capito benissimo, però fa finta di niente per non dimenticare i tanti renziani ancora dentro il Pd. Nel frattempo i sondaggi dicono che il Pd sta benino, ma se al Nazareno pensano che sia già tutto risolto allora son proprio bischeri.

Conte. Non ha colpe sui risultati assai mesti alle Amministrative, ma non ha ancora dato la svolta radicale al M5S che lui per primo vuole attuare. È presto, siamo d’accordo, ma allo stato attuale quel 16-17 per cento disposto a votare i 5 Stelle lo farebbe più che altro per stima e affetto nei confronti di Conte. E il mito personalistico, da solo, non basta per edificare una realtà partitica consolidata.

Meloni. È incredibile come questa donna, tutt’altro che stupida o ignorante, abbia sbagliato tutto dall’inchiesta di Fanpage in poi. La difesa a spada tratta dell’improponibile Michetti, da lei imposto non si sa su quali basi. Le frasi minimizzanti su Fidanza, la belinata del “non conosco la matrice” dopo le violenze fasciste a Roma. Il patetico “Yo soy Giorgia” a Madrid. Le frignate sui social per gli insulti ricevuti (lei che sui suoi profili, come noto, ospita soltanto intellettuali oxfordiani). Le baracconate sul ddl Zan. Eccetera. Per non parlare poi della “classe dirigente” del suo partito, pieno com’è di Santanchè e Donzelli qualsiasi. Disastro.

Salvini. Verrebbe voglia di non menzionarlo neanche e di ricordarlo politicamente da vivo, ma la vergogna della destra (Lega in testa) sul ddl Zan rimarrà una delle pagine più vomitevoli nella storia del Parlamento. Un leader in caduta libera, che continua però a fare più danni di Renzi.

Renzi. No: Renzi fa molti più danni. La Diversamente Lince di Rignano resta la più grande sciagura politica della Seconda Repubblica. È indagato e invoca l’immunità parlamentare. Va a braccetto con Miccichè. Quando si vota il ddl Zan vola in Arabia Saudita. La sua è un’escalation al contrario da record. Se vuole ambire a stare sui coglioni agli italiani più del Covid, è vicinissimo al traguardo.

Calenda. Chi?

Paragone. Lo vedrei bene come leader del partito Tso. Ancor meglio se riuscisse a coinvolgere nel progetto politico Donato, Meluzzi, Ronnie, Brigliadori, il brainstorming di IoApro e “Kierkegaard” Montesano. Sarebbe leggenda.

Bersani. Al Quirinale subito.

L’Italia. Al capolinea da un bel pezzo.

 

Le monetine nella fontana, tipico populismo delle élite

La fotografia che immortala i sedicenti Grandi della Terra Quasi Tutti Maschi mentre, di spalle, buttano una moneta di speciale conio (con sopra il povero Uomo Vitruviano del povero Leonardo) nella Fontana di Trevi è particolarmente avvilente anche per i disastrosi standard culturali attuali.

Come nel caso del dissennato giro trionfale del pullman della Nazionale dopo gli Europei, ne viene fuori un impietoso autoritratto del draghismo, che potremmo intitolare il “populismo delle élite”, cioè il populismo di un establishment che pensa di essere antipopulista e invece è antipopolare. Coloro che si definiscono senza autoironie Grandi della Terra mentre il loro colpevole, imperdonabile blabla condanna a morte la Terra, si mostrano qua come semplici turisti replicandone le più trite, superstiziose, consuetudini. “Siamo come tutti voi – è il messaggio –, siamo il popolo”: ma noi lo sappiamo che non è vero. Lo sappiamo che siete i nostri padroni, non i nostri servitori. Lo sappiamo che siamo in una post-democrazia: e che proprio per questo i nuovi sovrani hanno bisogno di legittimarsi con pose di degnazione tipiche dell’antico regime, pose grottesche che fino a vent’anni fa non sarebbero mai venute in mente a nessun leader del mondo libero.

Ma per fortuna le immagini sono da sempre subdole, infide, polisemiche, libere: e la loro interpretazione è del tutto indipendente dalla volontà dei committenti e perfino da quella degli autori. E così è impossibile non leggere quella fotografia come una potente allegoria dell’irresponsabilità politica ed economica dei Grandi: potenti che gettano i soldi (di noi tutti) dietro le proprie spalle, senza nemmeno curarsi di vedere dove vanno a finire. Scherzano, ma attraverso quel motto di spirito dicono, malgrado se stessi, la verità. Non per caso la Caritas (cui sono destinate le monetine ripescate ogni settimana nella fontana) ha rotto la quarta parete della finzione, andando al sodo: “Speriamo che tra i frutti di questo meeting, in cui si parla di migrazioni e di vaccini ai Paesi meno sviluppati, per i poveri non ci siano solo le monetine della più bella fontana del mondo”.

E fa molto pensare anche un altro aspetto della foto: i potenti danno, appunto, le spalle a quello straordinario monumento dell’età barocca. Nella tradizione italiana le fontane sono monumenti “politici”: unendo la funzione pratica di rendere accessibile l’acqua alla bellezza con cui danno forma alla città, esse sono volute e progettate come “manifesti” attraverso i quali i governi si rivolgono direttamente ai cittadini. La Fonte Gaia di Siena, per esempio, fu il coronamento della straordinaria impresa urbanistica di Piazza del Campo, e si decise di costruirla nel 1309, iscrivendone la delibera all’interno del Costituto, lo statuto comunale che metteva la “bellezza della città” al centro delle preoccupazioni dei governanti. Dietro ognuna delle nostre strepitose fontane monumentali sta la profonda convinzione che esse manifestassero visibilmente il “bonum commune”, cioè il bene comune, l’interesse generale, ciò che tiene insieme la comunità civile. Ancor oggi esse offrono a tutti, e gratuitamente, l’“utilitas” dell’acqua, e lo fanno attraverso l’“ornamentum” dell’arte: utilità e bellezza, natura e artificio si trovano uniti nelle fonti monumentali come in nessun altro luogo delle città antiche. Cosa ha in comune con tutto questo una élite mondiale che non riesce a svincolare nemmeno la comune sopravvivenza del genere umano dal totalitarismo del mercato? Cosa possono capire di bene comune i Capi che non riescono nemmeno a vaccinare tutta l’umanità, per sordide questioni di soldi? Niente: per questo danno le spalle alla Fontana, per questo pensano solo alla moneta che hanno in mano. Mai ritratto fu più giusto.

 

Legge elettorale: tutti ne parlano senza sapere

Si è detto che i partiti avrebbero approfittato dell’interludio garantito dal governo Draghi per procedere a una loro raccomandabile ristrutturazione politica e programmatica. Ingenuamente ho sperato che anche i parlamentari e i giornalisti utilizzassero questo tempo per leggere e per imparare. Invece, leggo sul Corriere della Sera (29 ottobre), un occhiello in bella evidenza: “Berlusconi è il padre del maggioritario, è lui che ha creato il sistema bipolare. La legge elettorale deve restare maggioritaria”. Questa frase, non commentata, in buona parte riflette il pensiero politico-istituzionale di Antonio Tajani, ma anche di chi ha scelto di evidenziarla. Contiene almeno quattro errori gravi e fuorvianti. Il primo è che il padre dell’unico sistema elettorale quasi maggioritario, vale a dire la legge Mattarella, fu il referendum elettorale del 18 aprile 1993 (osteggiato dagli amici politici di Berlusconi). Mai davvero gradita a Berlusconi poiché attribuiva tre/quarti dei seggi in collegi uninominali nei quali i candidati di Forza Italia, spesso poco conosciuti (ah, già: i “civici”), non ottenevano prestazioni brillanti, la legge Mattarella venne sostituita dalla legge Calderoli nel 2005. Una legge elettorale proporzionale con un più o meno ingente premio di maggioranza non è, secondo errore, un “maggioritario”. Nel migliore dei casi, che non è quello della legge Calderoli, è un sistema misto a chiara prevalenza proporzionale. No, terzo errore, non è Berlusconi che ha “creato” il sistema bipolare. Il bipolarismo, al quale se, seguendo gli accorati appelli dei commentatori del Corriere, Direttore incluso, facesse la sua comparsa un centro di buone dimensioni, non arriveremmo mai, è stato incoraggiato e quasi conseguito dalla legge Mattarella. Vero è che i premi di maggioranza incentivano una competizione bipolare, ma il rischio in questo caso è che, invece di due poli, si facciano strada due coalizioni eterogenee (qualcuno ha usato il termine “ammucchiata”, ma non mi permetterei mai espressioni così antipolitiche!) nelle quali i piccoli ma indispensabili contraenti farebbero valere il loro potere di ricatto, che sperimenterebbero non pochi problemi di governo.

Il quarto errore consiste nel sostenere che la legge elettorale vigente, legge Rosato, sia maggioritaria e, peggio, che debba restare. Tanto per cominciare, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, la legge Rosato dovrà comunque essere ritoccata e molto poiché il numero dei parlamentari da eleggere è stato ridotto di un terzo. Inoltre, da qualsiasi parte la si rigiri, la legge Rosato non è maggioritaria. Infatti, poco più di un terzo dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali, mentre quasi due terzi sono eletti con riferimento proporzionale alle percentuali di voti ottenute dai loro partiti che abbiano superato una bassa soglia percentuale di accesso alla Camera e al Senato. Dunque, ripeto: la legge Rosato non è maggioritaria. Per la precisione, in tutti i testi sui sistemi elettorali solo due di loro vengono definiti maggioritari: l’inglese applicato in collegi uninominali dove vince la candidata che ottiene un voto più dei concorrenti, e il francese, dove, nei collegi uninominali vince al primo turno chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi, e al secondo turno chi ottiene la maggioranza relativa.

Temo che fare chiarezza sulla definizione dei sistemi elettorali, pur assolutamente indispensabile, non sia sufficiente, non lo è stato finora, per influenzare la necessaria stesura di una nuova, sperabilmente buona a duratura, legge elettorale. L’ossessione, intrattenuta dai politici, alimentata dai commentatori, non contrastata dagli studiosi, alcuni dei quali, anzi, ne sono complici, è che la legge elettorale serva/debba servire a eleggere il governo (meglio se la sera stessa del voto). Invece, come tutte le democrazie parlamentari del continente europeo, alcune da più di cent’anni, e lo stesso Regno Unito confermano con la forza dei dati, il compito delle leggi elettorali consiste nell’eleggere bene un Parlamento, nel dare buona rappresentanza politica all’elettorato, alla società. Poiché l’ho già detto e scritto una pluralità di volte sono certo di essermi salvato l’anima. Vorrei, però, che i legislatori andassero nella direzione giusta che è quella, non di governi di larghe intese al massimo ribasso, ma della rappresentanza politica degli italiani, con i parlamentari che rispondono in maniera responsabile ai loro elettori (non ai dirigenti dei partiti che li hanno nominati in collegi sicuri o collocati ai vertici delle liste elettorali) di quanto fanno, non fanno, fanno male e con gli elettori che hanno la possibilità di premiarli e di punirli con il loro voto. Guardando fuori dei confini dello stivale si può fare. Questo è il momento.