Scajola si candida a sindaco di Imperia: “Me l’ha chiesto B.”

L’ex ministroClaudio Scajola è pronto a candidarsi a sindaco di Imperia. “Offro questa candidatura ai cittadini imperiesi perché Imperia chiama”, ha detto Scajola, che farebbe un passo indietro solo “se Marco (il nipote, ndr) avesse l’intenzione di candidarsi”. La candidatura dell’ex ministro rischia di spaccare il centrodestra in Liguria. Il governatore Toti e il segretario della Lega Rixi hanno già espresso la loro contrarietà. “Io Forza Italia l’ho costruita, fianco a fianco con Berlusconi, di lì non mi sono mai spostato; l’ho sentito nei giorni scorsi: gli elettori di Forza Italia sicuramente sono contenti della mia candidatura, così come sicuramente è contento Berlusconi” ha ribattuto Scajola rispedendo le critiche ai mittenti. “Ho letto di Toti e di alcuni suoi alleati che non sono contenti – ha affermato l’ex ministro – ma io non ho parlato di lista Arancione o di lista Toti, che possono fare ciò che vogliono, io ho parlato di Forza Italia che ho rappresentato nel passato e che oggi è con me”. L’arancione è il colore della Fondazione Change voluta da Toti. La Lista Toti è il raggruppamento che ha portato il centrodestra al successo in Comuni come Genova, Savona e La Spezia.

No a Ovadia: a Catania il teatro va all’ex candidata dem

Nonostante il Teatro di Catania – ex Stabile, ora Tric (Teatro di rilevante interesse culturale) – versi in cattivissime acque e sia stato persino commissariato, in 58 hanno riposto al bando per la nuova direzione: a spuntarla è stata Laura Sicignano, studi liceali genovesi e teatrali milanesi, già fondatrice del Teatro Cargo di Genova e – dettaglio che ha fatto insospettire i più – candidata nel 2010 al Consiglio regionale della Liguria per il Pd.

Sconfitto è Moni Ovadia, nella rosa degli ultimi quattro papabili, che minaccia ricorso e si sfoga: “Il problema non è il mio, né mi interessa commentare la nomina. Il problema sono i criteri che – è evidente, anche questa volta – non hanno nulla a che fare con un bando pubblico. La scelta è stata fatta a monte, alla solita maniera italiana: i ‘caciccati’ di potere, i piccoli accordicchi di bassa lega”.

Non è la prima volta che a Ovadia vengono preferiti teatranti meno blasonati: nel 2014, ad esempio, fu escluso dalla direzione degli Stabili del Friuli Venezia Giulia e di Genova (per cui concorreva anche Sicignano): “Io lo faccio apposta a presentarmi, ma non mi ci faranno mai direttore perché questo è un paese non democratico: le cose vengono decise sempre a monte da politici-cacicchi che fanno il bello e il cattivo tempo. La qualità e il merito non c’entrano nulla. Si sono giustificati dicendo che è la Sicignano è nuova e che è donna, ma questi non sono parametri!”.

Persino per Vittorio Sgarbi, assessore regionale ai Beni culturali, la nomina è politica perché Sicignano “è gradita al Pd e al ministro Franceschini”. Ovadia, intanto, medita ricorso: “Non l’ho mai fatto, ma stavolta penso che lo farò perché voglio capire, davanti a un giudice, quali siano esattamente le caratteristiche richieste per dirigere un teatro”.

Epilatori, viaggi e beautyfarm: i 28 candidati di Rimborsopoli

Dalle leggendarie mutande verdi contestate al leghista Roberto Cota – poi assolto – ai gratta e vinci messi in conto in Regione Liguria: negli ultimi anni le spese private con soldi pubblici, per lo più regionali, hanno dato la cifra di una certa classe politica locale. Ironia della sorte, mentre le mancate donazioni dai propri stipendi minano la credibilità del Movimento 5 Stelle, molti di quegli ex consiglieri coinvolti negli scandali sui rimborsi indebitamente intascati dalle tasche dei cittadini si ritrovano candidati per il Parlamento. Ecco una breve e incompleta rassegna dei fasti dei potenziali futuri onorevoli.

Augusta Montaruli ex consigliera comunale a Torino per FdI, nel 2016 è stata condannata in primo grado per essersi fatta restituire 200 euro per una cena in sostegno dell’ex marito Maurizio Marrone. Poca roba, anche se l’accusa aveva citato acquisti più fantasiosi, come un epilatore – poi derubricato a caricabatterie – e il libro erotico Sexploration. “Se me lo contestano dimostrerò che era riconducibile all’attività istituzionale – si giustificò con La Stampa – i libri sui trans sono distribuiti nelle scuole e non mi sembra che qualcuno sia imputato”. Nello stesso processo era stato assolto Riccardo Molinari (Lega): il giudice ha ritenuto che alcune centinaia di euro di rimborsi sospetti, tra cui quelli per un disco di Guccini e per le sigarette, fossero frutto di un “plausibile errore”. La stessa motivazione ha salvato Paolo Tiramani (Lega), che mise in conto alla Regione – per errore, secondo i giudici – anche giocattoli e ricariche telefoniche per la moglie.

Degne di nota le spese contestate a Luigi Fedele, candidato calabrese di Noi con l’Italia, rinviato a giudizio per la rimborsopoli della sua Regione. Tra le fatture scovate dalla Finanza (oltre 200mila euro) ci sarebbero anche i quattro giorni di soggiorno a La maison du relax, Fasano del Garda, dal costo di 4.285 euro. Ma anche i 1.500 euro per le gomme dell’auto e l’acquisto di 100 copie di un libro di fiabe, oltre a un aperitivo pre-natalizio con 65 coperti: tutti a carico della Regione. La stessa per cui hanno lavorato Ferdinando Aiello e Antonio Scalzo, entrambi candidati col Pd e coinvolti nello stesso scandalo. Ma a Reggio si ricorderanno a lungo anche il passaggio di Bruno Censore (Pd), ora in corsa per la Camera. Rinviato a giudizio, dovrà spiegare, tra l’altro, i 3.997 euro spesi per la stampa di 7.000 copie per il volume “Attività consiliare dell’onorevole Bruno Censore”, cioè lui stesso. Un culto della persona che, ha sostenuto l’accusa, “non può essere fatto gravando sui fondi a disposizione della Regione”.

Altro cult delle spese pazze è la rimborsopoli laziale, scoppiata nel 2012 con le accuse a Franco “Batman” Fiorito e i cui strascichi sono ancora in corso. Tra i candidati al prossimo Parlamento c’è anche il recordman dei rimborsi contestati: all’ex consigliere Claudio Mancini (Pd) l’accusa chiede spiegazioni per 188mila euro. Mancini è in buona compagnia: al suo fianco ci saranno altri ex consiglieri Pd al centro di quello scandalo, come Claudio Moscardelli (181mila euro contestati) e Bruno Astorre (122mila), oltre a Giancarlo Lucherini.

C’è poi Mario Abbruzzese, candidato nel Lazio per il centrodestra, già condannato dalla Corte dei Conti a risarcire, in concorso con altri, 628mila euro, la cifra pagata a un consulente chiamato dalla Regione per “confezionare uno studio sulle modifiche dei regolamenti consiliari”. Il consulente, scelto anche da Abruzzese, avrebbe dovuto stilare periodicamente una relazione, ma secondo la Corte contabile si sarebbe limitato a un documento scopiazzato da due tesi sul web. Un metodo di lavoro comunque premiato dal rinnovo del contratto di consulenza, da parte di Abbruzzese, allora Presidente del Consiglio regionale.

Spazio in lista anche per la forzista Renata Polverini, su cui non pende alcun rinvio a giudizio, ma che lo scorso anno fu protagonista delle cronache che ne raccontarono i viaggi a New York a spese, pare, del sindacato Ugl: oltre 2.000 euro in quattro giorni, tra Banana Republic, Victoria’s Secret e Ralph Lauren (è a tutt’oggi indagata).

Dalla East Coast al Mar Adriatico il passo può esser breve, se si parla di rimborsi. Sono quattro i candidati marchigiani indagati per peculato per le spese pazze regionali presenti nelle liste elettorali. A Graziella Ciriaci (FI) i pm contestano di non aver motivato rimborsi per 4.800 euro, a Paolo Petrini (Pd) vengono chiesti lumi su spese non giustificate per riviste e libri, nello stesso scandalo in cui è coinvolto anche Francesco Acquaroli (FdI). A Maura Malaspina (Civica Popolare), invece, i magistrati chiedono chiarimenti su banchetti con oltre venti persone, molti bambini, fatti pure di domenica e fuori dalla Regione.

La lista però è ancora lunga. Paolo Romani, ex ministro berlusconiano, è stato condannato per aver fatto pagare al Comune di Monza, quando era assessore, 12mila euro, poi restituiti, per le spese telefoniche della figlia. Folta la carica dei liguri: Sandro Biasotti (FI) deve giustificare circa 11mila euro, a Francesco Bruzzone (Lega) l’accusa chiede chiarimenti per 78mila euro, con cui avrebbe pagato viaggi e ristoranti. Ma anche Edoardo Rixi (Lega) deve rispondere per spese sostenute in Costa Azzurra e in Valle d’Aosta e finite, secondo il pm, nei rimborsi regionali per circa 19mila euro, più del doppio dei 7mila contestati a Vito Vattuone (Pd). Stesse accuse per i campani Nicola Marrazzo (Pd) e Pietro Foglia (Fi), entrambi a giudizio, come anche i dem sardi Gavino Manca e Silvio Lai. Guai anche in Emilia, dove sono rinviati a giudizio Enrico Aimi e Galeazzo Bignami (Fi), già condannato anche dalla Corte dei Conti a dare indietro circa 11mila euro. Tutti in lizza per un posto in Parlamento.

Il rottamatore e la psicosi Salvini

La campagna elettorale di Matteo Renzi è di alto profilo. C’è un argomento infallibile che l’ex rottamatore sta citando quotidianamente, di fronte a ogni platea, per persuadere gli elettori a votare Partito democratico. Suona più o meno così: “Non vorrete davvero aiutare Salvini?”. Secondo Renzi il voto per Renzi è l’unico voto utile. Ora, il ragionamento è discutibile, ma l’utilizzo forsennato di questo espediente da parte del segretario del Pd comincia ad assumere contorni piuttosto imbarazzanti. Succede così che nella stessa giornata, di fronte a due pubblici diversi, Renzi abbia pronunciato a poche ore di distanza le seguenti frasi. La prima: “Lo dico ai moderati di Napoli. Chi vota Forza Italia consegna a Matteo Salvini la leadership, perché oggi il centrodestra è in mano a Salvini”. La seconda, qualche ora più tardi, in un’intervista al Tg5: “Chi vota oggi D’Alema e il suo partito (Liberi e Uguali, ndr) aiuta Salvini e la destra, per come sono fatte le regole nei collegi”. Insomma non si scappa: c’è un Renzi per tutte le stagioni e per tutti i pubblici. E c’è un Salvini per ognuno di questi Renzi. Se voti a sinistra, favorisci Salvini. Se voti a destra, favorisci Salvini. Andrà a finire che per evitare di aiutare Salvini, voteranno per Salvini in persona.

Le 4 domande di Leu: “Fatti gravissimi, i dem rispondano”

Sul caso De Luca parte alla carica Liberi e Uguali, la lista di Pietro Grasso. Con un comunicato firmato da Arturo Scotto e Peppe De Cristofaro, due dei capilista di Leu in regione: “In Campania – scrivono – emerge in maniera prepotente un intreccio significativo tra familismo e clientelismo. Un fatto gravissimo che ci impone di lanciare 4 domande al governatore della Campania, Vincenzo De Luca, e al segretario del Pd, Matteo Renzi, in relazione all’inchiesta sugli appalti per lo stoccaggio dei rifiuti che coinvolgerebbe anche Roberto De Luca, figlio del presidente della Regione”. Ecco le quattro domande dei due candidati di sinistra: “Perché il figlio di De Luca trattava a nome e per conto della Regione Campania? Perché bandi dei lotti più consistenti relativi allo smaltimento delle ecoballe sono andati deserti e nulla si è fatto per accelerare? Chi è il ‘collettore’ Francesco Igor Colletta e perché un’azienda partecipata dalla Regione è stata appaltata a un noto esponente del centrodestra come Luciano Passariello? È questo il lanciafiamme usato da Matteo Renzi nei confronti di una dinastia politica che costruisce la propria tenuta al potere in combutta con la destra?”.

Casini con Gramsci e Togliatti. E la foto diventa subito virale

L’immagine parla da sé: in primo piano c’è Pierferdinando Casini, democristiano da sempre e a lungo in maggiornza con Silvio Berlusconi, oggi invece candidato del Partito democratico nel collegio uninominale di Bologna. Alle sue spalle, in una sede dem del capoluogo emiliano, spiccano le foto di quattro icone della storia socialista e comunista: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Giuseppe Di Vittorio e Giacomo Matteotti. L’ha pubblicata la pagina Facebook “Una foto diversa della prima Repubblica. Ogni giorno”, un prezioso profilo che condivide quotidianamente – tra ironia e nostalgia – vecchie (e nuove) immagini della politica italiana. Con la didascalia: “Continuità nella discontinuità. Più o meno”. La foto è diventata subito virale. Numerosissimi i commenti, non tutti ironici. Per qualcuno quest’immagine “è come una mattonata nei denti”. Un altro utente condivide una vignetta di Altan: “Clinicamente siamo già morti democristiani. Ci tengono in vita con la macchina, sperando in un miracolo”.

Prodi non vota Pd, ma vuole Gentiloni

La notizia, volendo, è che nemmeno Romano Prodi vota Partito democratico. Il professore il 4 marzo metterà la croce sul simbolo di Insieme, la listarella fondata dal socialista Riccardo Nencini, dal verde Angelo Bonelli e dal prodiano – appunto – Giulio Santagata.

Nel logo del partito c’è un ramoscello d’ulivo, il resto l’ha fatto l’ex premier. Chiarendo una volta per tutte – ieri mattina, durante un comizio di Insieme a Bologna – il posizionamento della sua famigerata tenda (ovvero la metafora poi diventata abusatissima con cui ha misurato la distanza da Matteo Renzi e dalla linea del suo Pd). La tenda, dicevamo, è piantata fuori dal partito che Prodi ha contribuito a fondare, ma dentro al perimetro della coalizione di centrosinistra.

Più rumoroso ancora è il suo secondo endorsement, quello che scava una distanza sempre maggiore tra Renzi e il suo ritorno a Palazzo Chigi: il professore ieri ha dato il suo abbraccio pubblico a Paolo Gentiloni. “C’è una certa commozione nel tornare a un’assemblea politica dopo quasi nove anni – ha detto Prodi – e c’è commozione anche proprio per il riconoscimento a Paolo del lavoro che sta facendo in un momento difficile in cui dobbiamo mostrare un Paese sereno, che ha idee chiare, che riconosce i propri limiti e i propri meriti nell’ambito europeo e ricostruisce un ruolo per avere una influenza nel mondo. Per essere l’Italia che noi vogliamo: sana, forte, rigorosa”.

Così a due settimane dalle elezioni il Pd renziano si aggrappa – paradossalmente – a chi resta nel centrosinistra, ma voterà “contro” il segretario del Nazareno. Nell’elettorato (che si ritiene) progressista si sono moltiplicati editoriali ed appelli a favore di Emma Bonino e la sua lista +Europa (l’ha fatto per esempio Michele Serra nella sua rubrica sul Venerdì). Con il risultato che il partito della radicale – e di Bruno Tabacci – è cresciuto nei sondaggi fino ad avvicinarsi alla soglia del 3%, quella che garantirebbe l’ingresso in Parlamento (sottraendo seggi agli alleati del Pd).

Il rischio è che la sortita di Prodi produca un effetto simile anche per Insieme. Difficile pensare che possa aumentare il bacino elettorale del centrosinistra – la dichiarazione del professore per il Sì al referendum costituzionale, ad esempio, non ebbe proprio un effetto trascinante – magari però potrebbe rimescolare qualche punto percentuale all’interno della coalizione. Complicando ulteriormente la gestione del partito per Renzi, il giorno dopo il voto.

In ogni caso il giudizio di Prodi nei confronti dell’ex rottamatore è piuttosto lapidario. Il professore parla di Renzi senza nominarlo mai, ma confrontandolo implicitamente al suo erede a Palazzo Chigi: “L’ultima fase di governo – quella di Gentiloni – mi sembra particolarmente positiva rispetto a dove eravamo arrivati. Si è capito che questo è un Paese che ha bisogno di essere guidato non comandato”. Prodi loda il “cambiamento di stile” del successore di Renzi. Gentiloni ringrazia, porta a casa e ricambia: “Romano è il simbolo del centrosinistra che vince”. E Matteo, al Tg5, commenta laconico: “La scelta di Prodi è comprensibile”.

Matteo gira Napoli insieme al fantasma di Don Vincenzo

De Luca dov’è, De Luca non c’è. Matteo Renzi è perseguitato dalla famiglia De Luca durante il frenetico sabato a Napoli (con tappa a Giugliano): un incontro ogni due ore, sempre anticipato da Gennaro Migliore, detto ‘o statista, che va in ricognizione nei luoghi degli eventi elettorali. In pubblico Renzi ignora l’inchiesta che coinvolge Roberto De Luca, il secondogenito di Vincenzo, assessore al Bilancio a Salerno, indagato per corruzione e inchiodato dagli strepitosi servizi di Fanpage. In privato Renzi spinge per le dimissioni di Roberto, finché capisce che le dimissioni passano per il padre. Cioè lì si fermano. Per ora.

De Luca dov’è, De Luca non c’è. Il governatore Vincenzo, il capofamiglia, è ubiquo e loquace: un po’ in patria a Salerno a riflettere, un po’ in Regione a reagire all’ultimo scandalo, l’ennesimo, sui rifiuti e il malaffare in Campania. Il rampollo Piero, candidato dem in Campania e fratello maggiore di Roberto, è figlio unico: “Non vi confondete, lui non c’entra”, ripete il segretario Pd per nascondere l’impotenza davanti a De Luca. Don Vincenzo, l’eterno sindaco di Salerno anche se ha dismesso la fascia tricolore, si fa impresentabile perché non si presenta al Sannazaro di Napoli, minuscolo e delizioso teatro nell’elegante quartiere di Chiaia, né in libreria al Vomero per la passeggiata poi annullata con Paolo Siani, altro fratello, di Giancarlo, giornalista ammazzato dai camorristi, bandiera della legalità esposta al vento delle contraddizioni.

Oltre al già citato Migliore, avvolto in un cappotto da capodanno a Cortina d’Ampezzo, forse intirizzito dalle correnti che soffiano al Vomero, sfilano Valeria Valente, Pina Picierno, Assunta Tartaglione e dirigenti più o meno sconosciuti di un partito che a Napoli è straniero, a Salerno è De Luca, in Irpinia è De Mita, a Benevento è Del Basso De Caro, a Caserta è quasi inesistente e nei sondaggi è un disastro. Perché la Campania è divisa in tribù e quella più numerosa, forse necessaria per strappare un paio di seggi in più nei collegi, è di proprietà di De Luca. Matteo non può rinunciare a don Vincenzo, ma quel che resta del partito in Campania ha un desiderio troppo peccaminoso: disfarsi di Renzi e De Luca in un colpo solo. Perdere con disonore, ma perdere assieme. Perdere per ricostruire.

Il viaggio di Renzi a Napoli è perfetto, e dunque scolastico, assai inutile: non rischia il contatto prolungato con la gente, non fa discorsi legati al territorio (insulta Matteo Salvini, qui adorato come la polenta e scherza sui capelli in crescita di Silvio Berlusconi), non sfiora neanche il sindaco Luigi De Magistris e non affronta l’argomento De Luca. Renzi è in gabbia, sballottato da un palco all’altro per tamponare l’emorragia di consensi e ormai privo dei guizzi che l’hanno reso capo di un partito al 40 per cento, acclamato nei congressi e fra la gente. Agli industriali di Napoli ha poco di mirabolante da offrire se non sconsigliare quello che offrono gli avversari: “Se vince Salvini o il Movimento non è la stessa cosa che se vinciamo noi, né per le imprese né per i lavoratori”. Al contrario, le richieste degli industriali sono più precise; tant’è che, dopo l’intervento, il segretario ha un lungo (e riservato) incontro con gli imprenditori.

E Migliore, scalata la collina del Vomero, appare esausto: “Un tizio ancora mi chiede colloqui faccia a faccia con Matteo. Basta”. Tra una scorpacciata di selfie e qualche autografo al libro – scortato da Salvo Nastasi, vicesegretario generale a Palazzo Chigi e commissario per la bonifica di Bagnoli – Renzi sfugge al tema De Luca. Intervistato da Fanpage se la cava così: “Io sono garantista, anche con voi giornalisti che avete ricevuto un avviso di garanzia”. Soltanto in serata al Sannazaro Renzi spende una parola sulla famiglia De Luca, vistosamente assente in sala. Ma non ha il coraggio di nominarla. E sfrutta l’assalto mediatico dei Cinque Stelle: “Offendono il mio popolo, io ho il dovere di dire che la stragrande maggioranza qui è fatta di persone oneste. C’è qualcuno che fa il furbo? Lo vediamo, ma è la stessa cosa che sta accadendo nei 5Stelle. Ci danno lezioni di onestà dall’alto di un partito fondato da un pregiudicato”. Repertorio classico, apprezzato dall’apparato del partito stipato in teatro.

Fuori, i pescatori di Mergellina cantano e pregano la madonna dell’Arco. I passeggini si scontrano nel vicolo in salita, grosse code in zona negozi. L’unica certezza è la formazione del Napoli. Un cartello piccino, affisso all’ingresso del Sannazzaro, ricorda la visita di Renzi: “Perciò c’è ’sto bordello. Chisto m’ha fatto paià novecento euro re Imu”. Un signore anziano protesta, perché pure i posti in piedi sono finiti e non lo lasciano entrare: “Io me ne vaco a casa”. I pescatori ritornano, una piccola offerta e un’immagine votiva. Cinque camionette della polizia presidiano l’indifferenza. Nessuno protesta. Nessuno esulta. Dov’è De Luca, De Luca non c’è. Sipario.

De Luca jr. indicò all’ex boss l’esperto di ecoballe di papà

L’indicazione di Roberto De Luca all’ex boss dei rifiuti Nunzio Perrella che vuole entrare nel business delle ecoballe in Campania è precisa. Il nome è quello giusto, il professore Vincenzo Belgiorno, 42 anni, docente di Ingegneria sanitaria civile all’Università di Fisciano (Salerno), consulente da due anni del presidente della Campania Vincenzo De Luca “per lo studio di proposte normative per i profili di tutela dell’ambiente in capo all’amministrazione regionale”, compenso di 66.000 euro lordi annui. Belgiorno è lo specialista di papà per i temi dell’ambiente a tutto campo. E la Regione Campania nel 2017 gli ha affidato un incarico di supporto alla progettazione dell’impianto che dovrebbe smaltire a Caivano milioni di ecoballe dimenticate.

Ieri mattina Fanpage.it ha messo in rete il video dell’incontro tra l’ex pentito di camorra e l’assessore Pd al Bilancio di Salerno e c’è un punto che merita un fermo immagine. Perrella è il “provocatore” di una videoinchiesta della testata diretta da Francesco Piccinini, e da mesi gira l’Italia con una telecamerina nascosta nel bavero, a cercare “affari” proponendo tangenti. Attraverso la mediazione di un commercialista e consulente del lavoro, Francesco Colletta, Perrella il 7 febbraio incontra De Luca jr nel suo studio di Salerno. E chiede al rampollo del governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca come lavorare nel campo delle ecoballe e come stabilire un contatto operativo.

È questione di competenza della Regione Campania, non si capisce a che titolo se ne dovrebbe occupare un assessore comunale di Salerno, ma siamo uomini di mondo: Roberto viene cercato (e si fa trovare) perché è il “figlio di”. Il perché è chiaro all’inizio della seconda puntata dei videoreportage di Sacha Biazzo, ascoltando i colloqui di un personaggio con Perrella alla ricerca di sponde: “Io ho conosciuto il figlio di De Luca… bisogna andare a parlare con questi qua”. Perrella: “Tanto parla col padre, no?”. E infatti Roberto ha la risposta pronta alla necessità dell’ex boss con 20 anni di arresti alle spalle, che si presenta col suo nome vero e i panni fasulli di imprenditore di una multinazionale: “Non so ancora – gli dice De Luca jr. – chi sarà il tecnico (che stabilirà il contatto, ndr), se il professore Belgiorno o qualche altro tecnico della Regione”. Qualche minuto dopo Roberto rafforza il concetto: “Vi faccio chiamare dal tecnico”. Al commiato, Perrella sciorina la proposta: “Da qui non ci vediamo più, parlo solo con lui (Colletta, ndr) per stabilire la percentuale… Roberto, questo signore ha carta bianca da te?”. E il figlio del governatore risponde: “Va bene”.

Il giorno dopo, ad Angri, in assenza di De Luca jr., Colletta precisa la “percentuale”. Ed è su questa conversazione che si regge l’ipotesi accusatoria di corruzione formulata dalla Procura di Napoli per De Luca jr e il mediatore. Perrella: “Comunque dentro questo 11-12 è comprensivo pure di Roberto, è così?”. Colletta: “10-15, non 11”. Perrella: “È comprensivo pure Roberto?”. Colletta: “Sì, massimo il 15”. Perrella insiste: “15, comprensivo, mi ripeti un’altra volta, del signor Roberto, è così?”. Colletta: ”E’ così”.

Belgiorno – estraneo alle indagini – è “il professore B.” delle anticipazioni pubblicate ieri da Il Fatto Quotidiano. Non è un caso che a Roberto De Luca venga in mente proprio quel nome. L’appartenenza del docente di Salerno al cerchio degli uomini di piena fiducia del governatore è provata da più indizi combacianti.

Estate 2015. Uno dei primi atti di De Luca, appena insediato, datato 17 agosto, è la nomina di Belgiorno a commissario dell’Ato 3, uno dei consorzi obbligatori per il ciclo delle acque. Ci sono poi i decreti di nomina di consulente del Presidente, e un ultimo, recentissimo incarico a direttore generale dell’Ente idrico campano. Belgiorno avrà pieni poteri su tariffe e scelta del gestore in un Ente che subentra agli Ato e che è presieduto dal renzianissimo Luca Mascolo, sindaco di Agerola (Napoli), Comune che a fine luglio ha ospitato l’ex premier.

Durante un convegno, ieri, il governatore è tornato sulla vicenda del figlio, parlando di “ricatto”: “Mettiamo in conto resistenze, nelle ultime ore addirittura l’uso di camorristi per ricattarci”, riferimento al boss pentito che ha lavorato con Fanpage.it Su Facebook aggiunge: “Barbarie, ai camorristi faremo reingoiare tutto”.

Tre italiani scomparsi in Messico: il mistero dei generatori elettrici

La Farnesina è in fibrillazione per tre italiani in Messico di cui non si ha notizia dal 31 gennaio scorso. Sono tre napoletani commerciavano in generatori elettrici. Sono Raffaele Russo, 60 anni, suo figlio Antonio e suo nipote Vincenzo Cimmino, rispettivamente di 25 e 29 anni. Il ministero degli Esteri segue attivamente il caso in collegamento con l’ambasciata a Città del Messico. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta affidata al pm Sergio Colaiocco, al momento senza ipotesi di reato, che avvierà i contatti con i magistrati locali. I tre si trovavano a Tecaltitlan, nello stato di Jalisco, dove la criminalità organizzata è particolarmente forte. Il primo a sparire sarebbe stato Raffaele Russo. Due ore dopo – secondo i familiari – il figlio Antonio e il nipote Vincenzo sono andati a cercarlo nell’ultimo punto segnalato dal gps dell’auto a noleggio su cui viaggiava. E sono scomparsi anche loro. La vicenda desta particolare allarme perché in passato sono già scomparsi in Messico, o ritrovati senza vita, napoletani che commerciavano in generatori elettrici. I familiari negano qualsiasi accostamento al narcotraffico e alla malavita.