Ma la scuola deve ascoltare le mamme

“Oggi la maestra ha scritto sul diario un compito di castigo dove chiede ai bambini di scrivere dieci volte in mensa e nel dopo-mensa devo comportarmi correttamente e devo rispettare le regole. Il compito di castigo è da pazzi. Non so cosa fare, che mi consigli?”. Elisa, la mamma di Claudio, otto anni, non si è precipitata a scuola a schiaffeggiare la maestra ma di fronte a quella punizione è rimasta perplessa. Così come nonna Chiara che mi scrive: “Mio nipote ha iniziato la seconda elementare e dopo aver passato l’estate su due libri di compiti delle vacanze, uno di inglese con cd annesso e uno di materie varie di 130 pagine ripetitive da morire, oggi è arrivato a casa con questa nota sul diario: “Mauro durante l’estate non ha letto nessun libro e non ha scritto nessun pensiero sulle vacanze trascorse”. Anche lei non è andata in aula ad alzare la voce ma è rimasta allibita, delusa, sconfortata al punto da scrivere alla mia chat.

Sono decine le mamme, le nonne, i papà che non prendono a pugni maestri e professori ma vivono un malessere. L’ultima l’altro giorno. Giulia, una mamma impegnata a promuovere una didattica montessoriana. Ritirata la pagella del figlio mi ha scritto: “In prima elementare ho consegnato alla scuola un bambino curioso di tutto, che amava leggere e fare le operazioni. In terza me lo dipingono in tutt’altro modo. La responsabilità chi se la prende?”.

Giulia non ha messo le mani addosso a nessuno ma il suo sms è un campanello d’allarme. I genitori non si sentono parte del processo educativo dei loro figli. È vero, molte mamme e papà hanno scambiato la scuola per un servizio di baby sitter o come parcheggio e non manifestano interesse ma la maggior parte dei genitori che ho conosciuto hanno voglia di entrare in classe, di dire la loro. Anche chi scrive non sempre va bene a mamme e papà ma ogni volta che avverto malessere ho una sola risposta: incontriamoci! Troppe volte le “note” sui diari, i “de relato” dei figli, creano equivoci che non aiutano ad instaurare un clima di benessere a scuola. Un compito da affidare a mamme e papà ogni volta che hanno dei dubbi è quello di mettersi nei panni dei maestri. Allo stesso modo dovrebbero fare quest’ultimi ogni volta che prendono in mano un diario o che mettono un cinque in pagella.

Oggi i genitori sono stati svuotati del loro ruolo all’interno della scuola. Vedono i maestri solo ai “colloqui”. Gli organi collegiali (consiglio di classe, d’istituto) spesso sono una sorta di rappresentazione teatrale dove mamme e papà fanno gli spettatori. Detto in una parola: la scuola non è percepita come una comunità ma solo come un “supermercato” dove i genitori comprano ciò che desiderano. È il consumismo dell’istruzione.

Eppure nessun ministro/a ha avuto il coraggio di metter mano al tema della rappresentatività delle famiglie nella scuola.

Diversa la questione dei ragazzi. Il bambino (perché di questo si tratta a 11 anni) che a Piacenza ha strattonato la maestra lo possiamo definire un delinquente? Non credo. Sono “solo” ragazzi che non sanno gestire le loro emozioni. Ha detto bene la preside della scuola emiliana: “Cercava attenzioni”. Lo ha fatto nella maniera sbagliata ma oggi i nostri allievi hanno bisogno di educatori che sappiano “perdere tempo” con loro. Magari anche a parlare di emozioni, di gestione della rabbia, della consapevolezza di sé. Si chiama educazione all’affettività e viene fatta poco e male a scuola. Non sempre chi sta tra i banchi è stato formato per poter accollarsi anche questo compito e si ritrova analfabeta di fronte alle richieste educative dei ragazzi. Qualche volta gli istituti chiamano gli psicologi in soccorso ma solo chi sta tutti i giorni in classe può assumersi questo compito perché conosce uno ad uno i suoi ragazzi.

Non sono tutti come il bambino di Piacenza ma chi non ha avuto un Gianluca che ha ribaltato il banco in un momento di ira? È in quel momento che chi ha gli attrezzi del mestiere e entra in classe con la passione e non solo i libri sottobraccio sa cosa fare.

 

 

Il bambino ucciso dal vetro e il pm che rinuncia al processo

Una cosa è sicura. Alessandro, 8 anni, è morto perché il vetro della porta finestra, nella casa popolare in cui viveva nella periferia di Bologna, era troppo sottile, “ricotto” anziché “temperato”o “stratificato”, due millimetri di spessore contro i 4-6 delle norme di sicurezza, anche se si discuterà a lungo di quando e come quelle norme siano state rese “cogenti” e cioè obbligatorie ai fini di un processo penale.

Il 5 agosto 2016 Alessandro, figlio di un sudanese e di una capoverdiana, era in casa con il figlio di sua sorella, di appena tre anni. La mamma e la sorella erano uscite a fare la spesa, il “nipotino” era rimasto sul balcone, Alessandro ha tentato di aprire, la maniglia era difettosa, ha premuto sul vetro con il piede e il vetro si è rotto, trasformandosi in una lama che gli ha reciso l’arteria femorale, uccidendolo per dissanguamento. Le posizioni della mamma e della sorella sono state archiviate perché in casa da solo Alessandro c’era già stato e soprattutto perché secondo il medico legale è morto talmente in fretta che neanche un intervento immediato l’avrebbe salvato.

L’altra cosa sicura è che, nella civile e legalitaria Bologna, il presidente della società Acer che gestisce le case popolari, l’ex dirigente Cisl Alessandro Alberani, dice ai giornali che “non ci sono i soldi” per mettere a norma i 20 mila alloggi di cui è responsabile. E intanto succede di tutto.

La questione infiamma il consiglio comunale con l’opposizione ormai leghizzata che attacca la giunta del sindaco Virginio Merola e di quello che rimane del Pd, che si impegnano a intervenire sulla manutenzione degli alloggi. L’inchiesta giudiziaria è stata segnata da vari colpi di scena come la denuncia di un apparente conflitto di interessi per l’ingegnere al quale la Procura ha delegato gran parte degli accertamenti e delle valutazioni: risulta iscritto in un elenco di “fornitori” dell’Acer, la società sotto inchiesta, anche se non avrebbe mai fornito alcunché. C’è poi l’incriminazione (già archiviata) dell’avvocato Giovanni Sacchi Morsiani che assiste il padre del ragazzino rimasto ucciso e la richiesta (subito revocata) di sequestrare al Resto del Carlino, che l’aveva messo sul sito, un filmato che documentava la scarsa consistenza del vetro montato nell’abitazione. Fino all’apparente clamorosa inversione dei ruoli tra l’accusa e il giudice: la Procura, sulla base della relazione dell’ingegnere, fissa al 2014 l’obbligatorietà delle norme comunitarie sui vetri e chiede l’archiviazione per il responsabile della manutenzione dell’Acer, unico indagato, neppure in servizio ai tempi della mancata sostituzione del vetro durante una ristrutturazione nel 2011; la presidente dei giudici per le indagini preliminari, Grazia Nart, respinge perché rileva contraddizioni nella consulenza e ritiene le regole “cogenti” fin dal 2007 per effetto del cosiddetto “codice del consumo” del 2005, ordina l’imputazione coatta del funzionario per omicidio colposo e chiede ai pm di individuare gli altri eventuali responsabili anche nella società che ha l’appalto per la manutenzione e nell’ente proprietario, cioè il Comune di Bologna. Il procuratore Giuseppe Amato e il pm Antonello Gustapane chiedono il processo per il funzionario ma per il resto ritengono che il provvedimento sia “abnorme” e propongono, cosa rara, ricorso in Cassazione.

Dovrà occuparsene la Suprema Corte, a Roma, solo per decidere se altri devono essere indagati come sembrerebbe ragionevole. Per sapere chi ha ragione ci vorranno anni e bisognerà di dirimere mille questioni tecniche e giuridiche, compresa quella sulla maniglia difettosa la cui manutenzione tocca al proprietario o all’inquilino a seconda che si tratti di “vetustà” o “usura”… Ma insomma, a cinque anni dalla ristrutturazione la porta finestra non si apriva e il vetro era di carta velina: non era meglio risarcire subito il danno?

 

“Ce la vediamo tra noi…” I beffati dello specchietto

“Mi sento un imbecille, sono riusciti a farmi il lavaggio del cervello. Dopo 6 mesi ci sto ancora malissimo, ma non è per gli 80 euro che mi hanno sfilato. Mi sento violentato psicologicamente”. Carlo, un omaccione romano 65enne, dall’alto del suo metro e 80 è una delle migliaia di vittime della truffa dello specchietto che da Torino a Salerno, da Genova a Brindisi, la stampa locale riporta ogni giorno etichettandola come “solita” e “banale sceneggiata” ai danni degli sventurati automobilisti. “Uno lì per lì non ci pensa. Ovvio che avevo sentito parlare della truffa e – confessa l’uomo – sapevo come funzionava. Ma d’istinto la prima reazione è un’altra: si pensa che queste cose capitino sempre agli altri. Poi succede tutto in pochissimo tempo”. E proprio da questa considerazione scatta lo sconforto di Carlo quando racconta la modalità, tanto semplice quanto diabolica, di come è stato beffato: “Ero incolonnato sulla via Portuense (una delle strade nevralgiche di Roma Sud, ndr), intorno all’ora di pranzo. Era una bellissima giornata di maggio, tipica di quelle romane, e avevo abbassato un po’ il finestrino, quando una Opel blu mi si accosta e tocca la fiancata della mia Panda. È un attimo, un colpo secco”.

Carlo si preoccupa, istintivamente rallenta, guarda nello specchietto retrovisore e vede il guidatore della Opel che, con ostinazione, lampeggia facendogli segno di accostare. Accanto a lui c’è anche una donna. Carlo lo fotografa subito: è un ragazzo giovane, sui 22 anni, magrolino, con i capelli a spazzola, che inizia a sbraitare dal finestrino: “Cazzo, m’hai rotto lo specchietto. Se sistemamo tutto tra di noi, famo prima e non te spacco la faccia”. Un attimo dopo Carlo lo vede accostare con le quattro frecce e scendere dall’auto: con atteggiamento risoluto, questo ragazzo gli mostra lo specchietto rotto e per sostenere la sua tesi indica un graffio lungo la fiancata destra della Panda. “Quando scendo anche io dall’auto – continua Carlo – il suo atteggiamento cambia: non è più aggressivo, mi stringe la mano e si dichiara disponibile ad accettare una cifra forfettaria senza mettere di mezzo assicurazioni, burocrazia, documenti. Ma io rispondo d’istinto che non gli ho rotto nulla, visto che non l’ho neanche sfiorato. E che il danneggiato sono io”.

In una manciata di minuti la tensione si fa alta tra parolacce, spinte e tanto pressing da parte del ragazzo che intima a Carlo di dargli 100 euro, pena la compilazione del Cid (il modello di constatazione amichevole). Nel frattempo, il sole batte sempre più forte, la fila delle auto incolonnate si fa più lunga e lo strombazzamento di alcuni clacson spingono Carlo a mettere mano al portafoglio. “Appena l’ho aperto – racconta – il ragazzo vede subito che non ho con me tutti i soldi che ha richiesto, ma arrivo solo a 80 euro. E mi dice subito che oggi è il mio giorno fortunato, perché per evitare di continuare a perdere tempo – e il farabutto dice di non averne perché deve portare sua moglie a fare una visita urgente all’ospedale di Ostia – si accontenta di quello che ho. Anche perché lì vicino non ci sono bancomat da cui prelevare. Così, mi strappa dalle mani i soldi, sale e in macchina e va via”.

Beninteso, il rumore percepito dalla vittima è stato intenzionalmente provocato da un bastone o da un lancio di pallina da parte della sua complice, mentre lo specchietto era già rotto prima. “Non ho fatto la denuncia e – ammette Carlo con ancora un po’ di tristezza negli occhi – non ho detto niente neanche a mia figlia. A Roma si dice che sono stato un fregnone”.

Eppure quello che è accaduto a lui è un vero fenomeno criminoso, talmente consolidato da essere approdato pure in Cassazione. Con una sentenza di pochi mesi fa (n. 40268/17), la Suprema Corte ha riconosciuto che il raggiro dello specchietto non solo fa scattare il reato di truffa, ma anche “l’aggravante per la minorata difesa del cittadino medio”. Per la Cassazione, infatti, il fatto stesso di essere imbottigliati nel traffico, tesi e innervositi dalle mille difficoltà della guida, rende credibile il tamponamento e abbatte le nostre capacità critiche e reattive. Ma la giurisprudenza più che fotografare una truffa che si ripete quotidianamente in tutta Italia non può fare molto altro senza una normativa ad hoc. E anche i pochi dati a disposizione sul fenomeno dimostrano che c’è ancora tanto da fare: nel 2016, secondo l’Istat, le denunce per truffe e frodi informatiche (vengono conteggiate insieme) hanno toccato un nuovo picco storico, arrivando a 250 ogni 100mila abitanti, più di furti d’auto, minacce e lesioni, e in misura ancora maggiore rispetto ai reati legati agli stupefacenti. Ma i dati – sottolinea l’Istat – arrivando già aggregati dal ministero dell’Interno e non dettagliano il tipo di truffa. Un limite che impedisce di definire chiaramente i singoli fenomeni.

Cosa si può fare? I siti delle associazioni dei consumatore sono prodighi di consigli su come comportarsi e la polizia da un paio di anni sta portando avanti una campagna di comunicazione. “Il senso di umiliazione che si prova è una componente stessa della truffa”, spiega Sarah Scola, vice questore aggiunto della polizia che incentiva le vittime a sporgere denuncia per monitorare quello che sul piano penale viene spesso archiviato come un furto compiuto soprattutto da giovani italiani. “La difficoltà maggiore in questi casi è rimanere calmi: le vittime che hanno pensato bene di chiamare subito le forze dell’ordine, o anche il solo fatto di averlo minacciato, hanno messo in fuga il truffatore”, conclude la Scola.

La regola aurea è chiara: quando si avverte “puzza di bruciato”, ci si rende conto che la situazione è strana, il consiglio è di restare chiusi nella propria automobile, chiamare il 112 e segnarsi la targa dell’altra automobile.

Lo scandalo tangenti all’ex premier nella Grecia in crisi

Sono scoccati dieci anni dall’inizio della crisi greca. Una tragedia socio-economica tra malapolitica e corruzione dei partiti conservatore Nea demokratia e socialista Pasok, che per trent’anni hanno governato il Paese fino alla vittoria, nel gennaio 2015, del partito di sinistra radicale Syriza. Nonostante gli indicatori macroeconomici segnalino un miglioramento, le condizioni di vita del “coro greco” sono ancora molto difficili. La microeconomia, e di conseguenza le possibilità economiche della gente comune, rimangono bloccate a causa delle scioccanti misure di austerity imposte dalla troika (Unione europea, Banca centrale europea e Fmi) e via via inasprite fino ad arrivare allo zenith con l’accordo capestro siglato due anni e mezzo fa da Alexis Tsipras, leader di Syriza pre e post scissione avvenuta in seguito al tracollo del sistema bancario dopo il pasticcio del referendum del luglio 2015. A dirigere fin dall’inizio l’orchestra dell’austerity è stato il ministro uscente delle finanze tedesco, Wolfgang Schauble, che mirava a punire la Grecia per mostrare al resto dell’Ue che i desiderata di chi tiene la bacchetta economica europea in mano vanno seguiti. Pena l’espulsione. Ma non prima di aver sostenuto, neanche troppo indirettamente, il saccheggio degli asset dello Stato greco da parte di societá tedesche. Un esempio per tutti: l’acquisto in blocco a prezzo stracciato da parte di Fraport delle concessioni per la gestione dei 14 aeroporti interni greci. Ad approfittare della miserrima condizione socio-economica e della corruzione endemica della classe politica greca hanno contribuito anche multinazionali di paesi esterni all’Unione. Come il gigante farmaceutico svizzero Novartis che avrebbe corrotto secondo la magistratura i principali esponenti dei partiti Nd e Pasok. In cambio di tangenti all’ex primo ministro conservatore Samaras (nella seconda foto), all’ex vice premier ed ex ministro degli Esteri socialista Venizelos (nella prima foto), al governatore della banca centrale greca Stournaras e ad altri ministri e parlamentari, Novartis è riuscita a imporre i propri farmaci al sistema sanitario pubblico. E ha imposto anche l’aumento dei prezzi-parametro per determinare i costi degli stessi medicinali negli altri paesi Ue; Italia compresa. Tutto questo su il Fatto Quotidiano del lunedì in edicola domani.

Gianni Letta: “Ne ho parlato con Renzi”. Hanno intercettato il patto del Nazareno

Quando Matteo Renzi era premier discuteva alcune nomine con un berlusconiano doc dal calibro di Gianni Letta, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi. È il patto del Nazareno, finito in alcuni atti della Procura di Roma. La vicenda emerge da alcune intercettazioni di Antonio Catricalà, ex magistrato del Csm, ex presidente dell’Antitrust, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e pure ex viceministro allo Sviluppo.

La telefonata in cui viene captata la voce di Gianni Letta e che riguarda la nomina (poi saltata) di Antonio Alì – già dirigente del Ministero dell’Istruzione – a membro del Consiglio di Stato, è del 20 luglio 2015. Catricalà è finito indagato, ma già archiviato, in un filone dell’inchiesta della procura di Roma che ha portato all’iscrizione dei due rappresentanti legali di Roche e Novartis Farma con l’accusa di rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato. In un filone di questa indagine i pm volevano verificare se vi fossero state influenze sul Consiglio di Stato che doveva emettere una sentenza che riguardava i due colossi. Non sono state trovate prove, anzi i giudici ancora non si sono espressi. E quindi tutte le ipotesi d’accusa iniziali, compreso quella per Catricalà, sono state archiviate.

Intanto però alcune telefonate sono finite in un’informativa del 17 novembre 2015 del Noe dei carabinieri. “I contatti tra Catricalà e Gianni Letta (estraneo alle indagini, ndr) – è scritto nell’informativa – hanno per oggetto anche altre questioni, tra cui quella inerente l’interessamento dello stesso Catricalà per la nomina a consigliere di Stato di Mario Alì”.

Si tratta dell’ex direttore della Direzione generale per l’internazionalizzazione della ricerca del Ministro dell’Istruzione e dell’Università, che – secondo quanto emerge dalle intercettazioni – era destinato in un primo momento al Consiglio di Stato. E di questo Letta dice di averne parlato con Renzi. Annotano i carabinieri: “Catricalà riferisce che per Alì lui ha fatto tutto quello che poteva, però, attualmente, non c’è speranza che lo nominino perché non le fanno adesso. Letta riferisce che ha parlato con Renzi e gli ha detto che entro la fine del mese va in pensione e una piccola speranza c’è. Letta chiede se c’è qualche eccezione”. Le nomine del Consiglio di Stato avvengono per tre quarti per concorso pubblico e un quarto scelti dal Governo tra professori, avvocati, dirigenti e magistrati onorari. Chissà se Matteo Renzi oltre che con Forza Italia, ne discute allo stesso modo anche con altre opposizioni.

Il giorno dopo aver sentito Letta, il 21 luglio 2015, Catricalà riceve una telefonata da Alì. Annotano i carabinieri: “Mario chiama Catricalà e gli dice che l’ha chiamato Gianni Letta e gli ha detto che ha parlato con Renzi, e lo sa anche Lotti”. Il 27 luglio Alì manda un messaggio all’ex sottosegretario. “Scusa se ti rompo ma solo di te mi fido ciecamente. Io sono preoccupato per l’iter e il tempo. Possiamo parlarne? Abbiamo solo quattro giorni. Vorrei capire come posso essere utile, pensi che devo insistere con G.L.? Vorrei evitare di parlare per telefono, se vuoi ti rubo i soliti cinque minuti e ti parlo anche dell’altra questione di lavoro”. Catricalà fissa un appuntamento alle 12,30. Alì (estraneo all’inchiesta) non verrà nominato al Consiglio di Stato. Poi il 20 luglio 2016 va alla Corte dei Conti.

Sentito dal Fatto, Catricalà, sulla telefonata con Gianni Letta spiega: “Ero fuori dal Coniglio di Stato. Mi pare che chiesi solo se c’erano posti vuoti e mi dissero di no. Niente di più”. Catricalà non sapeva di essere indagato e archiviato a Roma. “Non sono mai stato interrogato, nè mi è mai arrivato nulla. Io non ho mai parlato di Novartis con nessuno. Mi chiesero, dall’ufficio legale, solo se mi potevo interessare all’appello dell’azienda ma io dissi di no. A parte questo non ho mai avuto alcun rapporto con Roche e Novartis”.

Lo Stato pagava mille euro il farmaco che ne costava 80

Questa è la storia dell’uso di una molecola – il bevacizumav – che ha portato prima i due colossi farmaceutici Roche e Novartis a risarcire le casse pubbliche italiane per un danno da 180 milioni di euro. E poi i loro rappresentanti legali a essere indagati dalla procura di Roma. La stessa molecola, secondo le accuse, veniva utilizzata in due diversi farmaci, perfettamente sovrapponibili – l’Avastin della Roche e il Lucentis della Novartis – a prezzi enormemente diversi tra loro. Le due multinazionali avrebbero spinto l’Aifa a scegliere, per il mercato del servizio sanitario nazionale, quello più costoso: Lucentis. Il punto è che i medici oculisti avevano scoperto, da parecchi anni, che l’Avastin, inizialmente utilizzato solo per le malattie del colon, aveva un’ottima resa per le malattie oftalmiche. Un affare enorme, poiché la maculopatia colpisce un anziano su tre, sopra i 70 anni.

Secondo le accuse, così, i due colossi s’accordano per spingere il costosissimo Lucentis al posto del più economico Avastin. La differenza di prezzo tra i due è abissale: dai circa 80 euro dell’Avastin, si passa ai circa 900 del Lucentis. Nella vicenda, come vedremo, avrà un ruolo persino la Federanziani, che attiva un call center e che, secondo gli investigatori, finisce per taroccare i dati sull’Avastin a vantaggio della politica sul Lucentis.

L’intervento dell’Aifa sugli ospedali

L’intervento dell’Aifa, che nei fatti obbliga gli ospedali a utilizzare il Lucentis al posto di Avastin, arriva nel 2012. Due anni dopo l’Antitrust punisce Roche e Novartis multandoli per 180 milioni di euro: secondo il garante della concorrenza, “i due gruppi si sono accordati illecitamente per ostacolare la diffusione” di Avastin “nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio del più costoso Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti”. In che modo? Presentando “il primo come più pericoloso del secondo e condizionando così le scelte di medici e servizi sanitari”. L’intesa tra Roche e Novartis secondo l’Antitrust è costata, nel solo 2012, un esborso aggiuntivo per il Servizio sanitario nazionale di oltre 45 milioni di euro, “con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni l’anno”.

Il caso finisce anche sotto la lente della magistratura. Nel settembre 2017 la procura di Roma chiude l’inchiesta (atto che di norma prelude a una richiesta di rinvio a giudizio) nei confronti degli amministratori delegati di Roche e Novartis Farma Spa, Maurizio De Cicco e Georg Schrockenfuchs, accusati di rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato, per aver messo in atto “manovre fraudolente” finalizzate, secondo il pm Stefano Pesci, a turbare il mercato e realizzare ingiusti profitti patrimoniali. “Tale manovra anticoncorrenziale – è scritto nel capo di imputazione – portava all’ingiustificata esclusione del prodotto (Avastin, ndr) dall’elenco dei farmaci rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale”, influenzando le scelte dell’Aifa e degli oculisti. De Cicco ha chiesto di farsi interrogare la prossima settimana. Poi la procura deciderà se chiedere il processo o archiviare.

Tra Palazzo Chigi e Consiglio di Stato

Nella vicenda, dopo la multa dell’Antitrust, viene coinvolto anche il governo. In un’informativa del Noe, del giugno 2015, si legge che gli uffici legali di Novartis contattano l’entourage del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, per informarlo che “Palazzo Chigi potrebbe essere interpellato dalla Commissione europea”. “Contatti normali”, spiegano al Fatto dallo staff di Lotti, “per chi svolge il ruolo di sottosegretario. In ballo c’era la multa che le case farmaceutiche hanno pagato. In quel momento la presidenza del consiglio doveva gestire la questione”.

Agli atti però ci sono anche alcuni incontri del legale della Novartis, Ovidio D’Ovidio (non indagato), con Antonio Catricalà, ex sottosegretario ed ex consigliere di Stato che, per questa inchiesta, finirà indagato, in un filone a parte, per corruzione in atti giudiziari. I pm volevano verificare se vi fossero state influenze sul Consiglio di Stato che doveva emettere una sentenza sul caso. Non è stata trovata alcuna prova e per Catricalà è stata chiesta l’archiviazione.

Le mail dell’ad e i comunicati falsi

Intanto in Roche si raccolgono dati sui problemi che l’Avastin sta registrando, secondo i suoi dirigenti, nelle cure oftalmiche: “Caro Maurizio, stiamo parlando di una ventina di casi – scrive Andrea Lanza all’ad De Cicco – (…) Dire se venti casi siano pochi o tanti è difficile perché il problema è che non conosciamo la popolazione esposta, quindi non abbiamo il dato di incidenza”. Nella mail si legge che Roche due anni prima ha “avvisato” gli oculisti italiani “dei pericoli associati all’utilizzo di Bavacizumap nella maculopatia degenerativa dell’anziano”.

In sostanza, a giudicare dalla lettera, è come se Roche avesse informato gli oculisti sui presunti pericoli dell’Avastin nelle cure oftalmiche. Eppure, stando alle accuse, Lucentis e Avastin sarebbero sovrapponibili. La tesi dei problemi creati da Avastin viene sposata anche dalla Federanziani. La Guardia di finanza s’insospettisce dopo aver letto il comunicato dell’associazione dell’8 ottobre 2014. Federanziani ha messo in piedi un call center che, da luglio a novembre del 2014, riceve 1523 telefonate da malati di maculopatie. Nel comunicato si affermava, scrive la Finanza, che “in soli 40 giorni sono arrivate oltre 245 chiamate con il 46% di questionari completi. Sul totale dei rispondenti si è riscontrato che ben il 17,8 per cento ha dichiarato di aver avuto reazioni avverse, tra cui gravissime emorragie per il 25%, perdita della vista per il 15% e infine reazioni avverse non gravi di cui rossore, bruciore e fastidio sino al 60% dei casi”. Gli investigatori però rilevano delle incongruità in questi dati che potrebbero non esser state riportate correttamente. Vengono così interrogate alcune persone che si sono rivolte al call center. Si scopre che i signori Del Pesce e Brunzo, ad esempio, “sono stati curati sia con iniezioni di Avastin che Lucentis”. E che ai signori Esposito e Marinelli sono state “somministrate iniezioni di Lucentis”. Il signor Collella è “stato sottoposto a un ciclo di iniezioni di Macugen e successivamente a uno di Lucentis”. Eppure nel comunicato della Federanziani, scrive la Finanza, “non è mai stato fatto alcun riferimento a Lucentis e Macugen”. Inoltre, “nessuna delle persone” interrogate “ha avuto dei reali effetti collaterali” tali “da considerarli gravi a seguito delle cure con Avastin”. La Gdf sospetta che il tutto sia stato creato ad hoc per “avvalorare la tesi della scarsa sicurezza dell’uso oftalmico dell’Avastin”. Il comunicato sembra sortire il suo effetto. Roberto Messina (non indagato), presidente della Federanziani, viene intercettato mentre ne parla direttamente con l’ex direttore generale dell’Aifa Luca Pani (estraneo alle indagini): quest’ultimo lo consiglia sulla futura diffusione dei dati. Di lì a poco, l’Aifa autorizzerà il servizio sanitario nazionale a utilizzare il Lucentis per le malattie oftalmiche. Revocando la possibilità di acquistare l’Avastin. Il che crea enormi problemi di budget nelle casse sanitarie regionali.

“Io intimidita dalle case farmaceutiche”

Dagli atti si scopre anche altro. Gli investigatori sentono come persona informata sui fatti Emilia Chiò, all’epoca funzionario del settore acquisti della Regione Piemonte, nell’Assessorato Tutela e Salute. La Chiò nel 2011 prende parte a un gruppo di lavoro che si occupa delle “linee di indirizzo” per “i trattamenti farmacologici” sulle maculopatie. Manca un anno al documento di Aifa. Ormai sul mercato, Lucentis, in base alla legge Di Bella, dovrebbe essere utilizzato in quanto farmaco specifico per le maculopatie, ma le Regioni possono in alcuni casi preferirgli l’Avastin. “L’utilizzo del Lucentis in luogo dell’Avastin – dice Chio – a livello regionale, nel primo semestre 2011, aveva determinato una maggiore spesa di circa 0,67 milioni”. Il gruppo aveva cercato di studiare gli “eventi avversi di Avastin” ma un dirigente della Novartis (non indagato) non è d’accordo. L’uomo, racconta la Chiò, “mi riferiva di non procedere allo studio di Avastin perché la Novartis non gradiva questa iniziativa. (…) Il suo atteggiamento era perentorio a tratti intimidatorio”.

Scene da un manicomio

C’è un virus, in questa campagna elettorale, che ottenebra le menti dei politici (come se ne avessero bisogno) e contagia anche quelle di chi politico non è. Si chiama doppiopesismo. È vero, la faziosità è sempre stata consustanziale alla politica, e non solo in Italia. Ma di solito è mascherata, o almeno imbellettata, da una sana dose di ipocrisia, che La Rochefoucauld definiva “la tassa che il vizio paga la virtù”. Ora si evade anche quella. Così la faziosità si squaderna in tutta la sua indecenza agli occhi degli elettori e diventa un boomerang: chi la pratica per guadagnare voti, li perde. L’autogol più plateale è lo sdegno unanime dei vecchi partiti che – seduti su montagne di finanziamenti pubblici, di rimborsi regionali per spese private, di superstipendi e di vitalizi – fanno la morale ai 5Stelle – che hanno rinunciato ai 48 milioni di finanziamenti pubblici, non sono coinvolti nelle Rimborsopoli regionali, si sono battuti fino all’ultimo per la legge taglia-vitalizi del Pd Richetti (sabotata dallo stesso Pd) – perché 7 o 8 dei loro parlamentari uscenti (su 130) non si sono tagliati lo stipendio, cioè hanno fatto quel che fanno da sempre tutti i parlamentari dei vecchi partiti. Risultato: il M5S non perde consensi, almeno stando agli ultimi sondaggi, perché milioni di persone hanno scoperto ciò che i media di regime avevano sempre nascosto. E cioè che alla fine di ogni mese dell’ultima legislatura, e cioè 60 volte, ciascun parlamentare 5Stelle (eccetto i furbastri, cacciati appena scoperti) ha prelevato circa 2mila euro dal proprio conto in banca per donarli a un fondo ministeriale per il credito alle piccole imprese, per un totale di 23 milioni, grazie a cui sono nate 7mila startup.

Un altro autogol riguarda un caso romano, ma tutt’altro che locale: la contesa fra i Ragazzi del Cinema America e il vicesindaco e assessore alla Cultura Luca Bergamo. Questi ragazzi fanno cose ottime a Trastevere: prima occupano un cinema storico condannato a diventare un residence di lusso, lo salvano dalla speculazione, poi tre anni fa rianimano la moribonda piazza San Cosimato, proiettandovi nei mesi estivi grandi film alla presenza di attori e registi. L’anno scorso la giunta Raggi mette a bando l’Estate Romana con un’ottantina di manifestazioni: cioè fa le gare, affinché vinca il migliore e i fondi pubblici siano erogati su criteri meritocratici, dopo decenni di appalti e nomine senza gara agli amici degli amici, su su fino a Mafia Capitale. I “ragazzi” rispondono che il bando è tardivo e non fanno in tempo a partecipare, perchè la loro iniziativa è già cominciata.

Provvede il I municipio, retto dal Pd, a farsi assegnare la piazza per lasciarla a loro. La Regione li finanzia con 50 mila euro in cambio di spot alla giunta Zingaretti. Bnl li sponsorizza. I “ragazzi”, prima dei film, attaccano spesso e volentieri la sindaca Raggi che osa bandire le gare. Ora Bergamo annuncia i bandi per la prossima Estate Romana, San Cosimato inclusa, così chi vuole partecipare ha tutto il tempo. E i “ragazzi” passano dalla parte della ragione a quella del torto. Contestano l’idea stessa di bando. Annunciano che non parteciperanno, per non aver nulla a che fare col Comune: “Non vogliamo fondi comunali” (ma allora perché hanno accettato i 50mila euro dalla Regione? E perché hanno partecipato a un bando comunale, vincendolo, per la Sala Troisi ai tempi di Marino e Tronca?). E gridano allo “scippo”, come se la piazza non fosse del Comune, ma di loro proprietà. Per usucapione. Come se i beni comuni non fossero pubblici, ma privati, del primo che ci mette il cappello (la distinzione l’ha spiegata martedì Tomaso Montanari sul Fatto). Decine di attori, registi e intellettuali si schierano dalla parte dei “ragazzi”, guardando solo ai loro meriti passati, ma ignorando un concetto fondamentale: i bandi di gara sono la base per riportare alla legalità una capitale ridotta a Far West dai partiti, a cominciare dal Pd che ora solidarizza per bocca di Gentiloni, Franceschini e Veltroni e che il 4 marzo teme di perdere pure la Regione. Mentre gli uomini di governo strillano contro i bandi di gara previsti dalla legge, il presidente Anac Raffaele Cantone elogia la giunta Raggi proprio per “l’aumento del numero di gare a evidenza pubblica” e la “riduzione del ricorso alle procedure negoziate” rispetto agli anni del magnamagna. Se davvero il cineforum in piazza è un’idea così originale da poter essere realizzata solo dai “ragazzi”, non hanno che da partecipare alla gara e la vinceranno di sicuro. Se non vogliono, liberissimi: i film in quella piazza li proietterà qualcun altro. Purché nessuno racconti balle su inesistenti “scippi” ed “espropri” (ieri Michele Serra, su Repubblica, tuonava contro il presunto “sfratto” e un non meglio precisato “accanimento della giunta Raggi… contro l’intero cinema italiano”: ma de che?). A questo punto provvede una sciagurata consigliera comunale M5S, Gemma Guerrini, vicepresidente della commissione Cultura, a passare dalla parte del torto, definendo “feticismo la reiterata proiezione di vecchi film”. Una così, vista la sua palese allergia alla cultura, dovrebbe uscire ipso facto dall’omonima commissione consiliare, altro che vicepresiederla. Ma i ragazzi del Cinema America, col consueto supporto di grandi registi e attori (ma senza più Carlo Verdone e Sabrina Ferilli) e la solita grancassa dei giornaloni, chiedono non solo le sacrosante dimissioni della Guerrini, ma pure quelle di Bergamo, che non c’entra nulla (non è neppure iscritto al M5S). E ripassano dalla parte del torto.

Di buono, in questo impazzimento generale, c’è solo che la campagna elettorale finisce fra 14 giorni. Speriamo che si porti via anche il virus.

Derby a Torino, e il Napoli vuole la fuga

Mi ritorni in mente, derby come sei. Domani all’ora di pranzo, Torino-Juventus. È la cima Coppi della giornata. Belotti contro Higuain, in campo e non dal “divano”. Occhio agli allenatori: Mazzarri ha rianimato i granata, tre partite casalinghe tre vittorie, otto gol fatti e zero subiti; Allegri deve ricaricare una squadra avvilita dalla rimonta del Tottenham. All’andata c’era ancora Mihajlovic, Baselli si fece espellere e Madama dilagò: 4-0. Due li realizzò Dybala, recuperato dall’ennesimo infortunio e pronto per la panchina. Il Toro insegue l’Europa e schiuma di rivincita, la Juventus è al bivio della stagione. Non c’è paragone, con tutto il rispetto, fra il suo impegno ad altissimo rischio e quello del Napoli, la Spal al San Paolo, una pratica largamente segnata. Dopo Champions e Coppa Italia, Sarri sta per uscire “trionfalmente” anche dall’Europa League, come certifica l’1-3 inflittogli dal Lipsia. “Scudetto first”, direbbe in versione Trump. E allora, largo ai titolarissimi in attesa di buone nuove dalla Mole. Vi consiglio, per oggi, Udinese-Roma e Genoa-Inter. Sono trappole che, con Lazio-Verona di lunedì, agitano la zona Champions. I posti, tre fino al maggio scorso, sono diventati quattro, due dei quali già prenotati da Napoli e Juventus. Ne restano due. La classifica recita: Inter 48, Roma 47, Lazio 46. Oddo ha rigenerato l’Udinese, ma l’assenza di Lasagna potrebbe pesare. In viaggio verso l’Ucraina, Di Francesco dovrà dosare pedine ed energie, forte di un’arma in più: il turco Under, classe 1997. L’arma in più di Spalletti si chiama invece Karamoh, classe 1998. Niente Miranda, niente Perisic, niente Icardi: attenzione al Genoa, con Ballardini ha cambiato marcia.

Maioli è oro: nel caos generale, la Corea (ora) un po’ ci sorride

Dopo Arianna e lo short track, Michela e il suo snowboard. Per ora Pyeongchang è l’Olimpiade delle prime volte azzurre. E delle donne. Mai l’Italia aveva vinto l’oro (almeno a livello individuale) in queste due discipline: dopo il trionfo della portabandiera Fontana, è arrivato anche quello atteso, e forse proprio per questo ancora più difficile, di Michela Moioli. Un successo da dominatrice nella prova del cross femminile che proietta la nazionale al nono posto del medagliere. Con ancora 9 giorni di gare e diverse carte da giocare, il risultato di Sochi 2014 è già migliorato: il presidente del Coni, Giovanni Malagò, gongola soddisfatto a Casa Italia.

Arrivati quasi al giro di boa, è tempo di primi bilanci. Quello dei Giochi coreani non può che essere negativo: tra gare rinviate, pubblico sparuto e percorsi modesti, l’edizione di Pyeongchang rischia di essere ricordata come una delle peggiori di sempre. In Europa non c’è più nessuno disposto a spendere oltre 10 miliardi di euro per una manifestazione dall’appeal limitato e il ritorno quasi nullo. Così per ragioni economiche e geopolitiche le Olimpiadi sono finite in un posto sperduto dell’estremo Oriente, che sembra quasi la “Barriera” del Trono di spade, più che una rinomata località sciistica: solo neve, vento, gelo e null’altro intorno, nemmeno le montagne. Lo spettacolo ne sta risentendo parecchio.

Discorso diverso per l’Italia. Non è tutto oro quel che luccica nel medagliere, ci sono anche tre bronzi e l’argento di Federico Pellegrino nella sprint di sci di fondo, per un totale di sei podi. Siamo più o meno in linea con la tabella di marcia della vigilia, grazie alle sorprese di Dominik Windisch nel biathlon e Nicola Tumolero nel pattinaggio di velocità che hanno coperto i buchi di slittino e discesa maschile. Certo, ci sono state pure delle cocenti delusioni: vedi il gigante femminile, dove dopo il 1°, 3° e 5° posto della prima manche era lecito sperare in qualcosa di più del bronzo di Federica Brignone, o Dorothea Wierer nel biathlon. E poi arrivano segnali preoccupanti proprio dagli sport con più tradizione azzurra, come sci alpino e di fondo. Ma le edizioni precedenti erano finite talmente male (zero vittorie a Sochi, una a Vancouver), che comunque vada di qui alla fine sarà un successo. E già oggi il bottino potrebbe essere rimpinguato: nella notte si sarà disputato il Super-G femminile (Goggia e Brignone corrono per il podio), in mattinata tocca di nuovo alla Fontana (insieme a Martina Valcepina) sui 1.500 metri di short track.

Per il momento, a spostare gli equilibri e proiettare l’Italia nella Top Ten mondiale è soprattutto l’oro di Michela Moioli nello snowboard cross, la prova forse più imprevedibile di tutti i Giochi. Trionfare in una gara dove basta una raffica di vento o l’errore di un avversario per finire gambe all’aria è un po’ come vincere alla lotteria. Lei lo ha fatto solo con merito, senza un briciolo di fortuna: presentandosi da favorita (veniva da 7 podi consecutivi in Coppa), dominando dalle qualifiche alla finale, dalla prima all’ultima curva. La sua è una storia di vita, più che di sport: bimba prodigio dello snowboard, nel 2014 era arrivata in finale ai Giochi ad appena 18 anni, ma ormai a un passo dalla medaglia era caduta all’ultimo salto, rompendosi i legamenti. Si è rialzata, ha ricostruito ginocchio, testa e carriera, è diventata una campionessa. E a Pyeongchang si è presa l’oro olimpico che meritava, adesso che di anni ne ha compiuti 22, è ancora spericolata ma non più incosciente. “È il giorno più bello della mia vita”, ha detto al traguardo. Di nuovo in lacrime, proprio come a Sochi, ma stavolta di gioia. E l’Italia sorride con lei.

Il fulcro della musica sacra di Bach è Bach

Molti considerano Beethoven il culmine dell’arte della musica e del suo sviluppo storico; altri vedono tale apice in Wagner; certo con pari fondamento tale culmine può essere reputato Bach. Ma del pari Johann Sebastian è considerato il vertice della musica sacra luterana, e del rapporto fra il luteranesimo e la musica. Nella trattazione che, per i cinquecento anni della Riforma, ho promessa del tema, eccoci al punto capitale.

Che la fama di Bach si fosse oscurata nel Settecento oggi sempre meno si crede. La sua opera per tastiera, atta al clavicembalo ma ancor più al moderno pianoforte, e in particolar modo Das wohltemperierte Clavier, venne da subito vista come il testo capitale per la formazione pratica e di altissima teoria musicale del pianista, e del compositore; e direi, insieme con le Sonate del coetaneo Domenico Scarlatti. Pure, la rivendicazione che di Bach si fece sin dal primo Ottocento ha il doppio carattere del nazionalismo tedesco e del nazionalismo luterano: che poi sono una cosa sola. La biografia del Maestro incoraggia a vederlo l’aedo principe della Riforma. Ebbe varî impieghi, ma a un certo punto fu dipendente della città di Lipsia nella qualità di Cantor. Doveva provvedere al servizio di musica liturgica, nonché all’insegnamento.

In questa veste Bach compose le sue opere oggi più celebri, le Passioni; e la gran massa di Cantate per il servizio domenicale. Sono impregnate di una pietà religiosa profondissima; e certo nell’intenzione dell’Autore esse debbono, se non propagandare la religione, di certo esortare verso di essa. Ma con quali mezzi? Bach è un sommo architetto della musica, e certo v’è in lui qualcosa dei costruttori di cattedrali gotiche. Ma è una personalità dotata d’una necessità espressiva violentissima, a tratti addirittura morbosa, d’un lirismo intenso e debordante. Le sue Passioni sovente scandalizzavano i pii ascoltatori perché apparivano loro musica teatrale. La musica doveva essere al servizio della Parola liturgica; la musica di Bach la prende, la Parola, la sussume, la incornicia entro forme gigantesche, ne fa oggetto di una interpretazione, poi di una rappresentazione, così violenta, così personale, così pittorica, così scultorea, così derivata sia dalla tecnica dell’affresco che da quella della miniatura, da annullarne l’obbiettività. Il protagonista della musica sacra di Bach è Bach assai più che il Dio veterotestamentario e il Cristo Salvatore; allo stesso modo, per esempio, che la Cantata Avevo molta afflizione incomincia con la poderosa ripetizione corale del pronome Io, tre volte: “Ich, ich, ich”.

Nessuno ha eretto al Corale luterano il monumento della sue opere per organo – e dei suoi Mottetti, che sono forse il culmine stesso della polifonia vocale. Ma la selva del linguaggio e le proporzioni lo eternano sottraendolo alla liturgia, alla stessa religione. L’insieme della creazione di Bach lo mostra genio faustiano e proiettato verso il futuro. Forse la musica strumentale gl’importava addirittura di più. La stessa finitura, la stessa pervicacia, egli adopera nelle Variazioni scritte per alleviare l’insonnia di un nobile diplomatico, nella Messa cattolica per l’elettore di Sassonia, nei Concerti, nelle Sonate e Partite: nelle grandiose Cantate profane, che ce lo mostrano sommo Autore di teatro che al teatro non si accostò mai. Le opere teoriche di questo latinista e grecista – Il sacrificio musicale e L’Arte della Fuga – palesano un’ambizione, pienamente attuata, di chi si considera il punto di confluenza della storia della musica e addirittura l’erede di Pitagora. E questo sarebbe il pio artigiano al servizio della Fede?

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