Biglietti in calo in tutta Europa. L’Italia la peggiore: -12% di ingressi

Poltrone sempre più vuote nelle sale europee nel 2017. Secondo i dati dell’European Audiovisual Observatory infatti, i biglietti venduti nell’Ue sono scesi dello 0,7% con 985 milioni di ingressi nell’anno appena trascorso, pari a 6,6 milioni in meno rispetto al 2016. E – come spesso accade – in cima alla classifica dei peggiori risultati c’è l’Italia che ha registrato una flessione del 12.9% e -14,7 milioni di biglietti: un drastico calo. A farne le spese sempre più i film nazionali: passati dal 28,7% nel 2016 al 18,3% dell’anno scorso.

Ma, numeri a parte, secondo l’osservatorio che ha diffuso i suoi dati al Festival di Berlino, il cinema europeo non va male visto che nel lungo periodo è il secondo miglior risultato dal 2004. È tra il 2010 e il 2014 invece che la frequentazione della sala ha subito un calo. Al di fuori del nostro continente, pare che gli ingressi abbiano toccato la cifra record di 1,29 miliardi, con una crescita in 13 paesi, un calo in 7 mercati e la stabilità nei 5 restanti.

“Le donne sanno ricostruirsi come dopo un terremoto”

“Negli ultimi anni ho visto, almeno nel centro storico, un grande fermento costruttivo. Ma non so quanto illudermi: basta allontanarsi un po’ dal centro per rendersi conto che le cose sono rimaste più o meno come negli anni scorsi”. Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’arminuta, abruzzese di nascita e aquilana d’adozione, questa volta torna alle prese con Caterina, una donna ancora giovane che ha perso sua sorella gemella, Olivia, sotto le macerie del terremoto. E proprio lei che non ha voluto figli, si ritrova alle prese con un nipote adolescente. Bella mia (riedito ora da Einaudi) è il racconto delle fragilità umane. Sullo sfondo, una città ancora in ginocchio.

Di Pietrantonio, Caterina – come la protagonista de L’arminuta – è una donna che, pagina dopo pagina, diventa più forte. È una caratteristica dei suoi personaggi o di tutte le donne?

Quello che mi lascia sempre ammirata e un po’ stupita è la possibilità di trasformare le fragilità in punti di forza. Quando l’adeguatezza alle situazioni della vita è già data, non mi interessa più. Preferisco il percorso di trasformazione dalla fragilità alla resilienza. È il percorso formativo di ogni essere umano. Forse noi donne siamo più abituate a riconoscercela, la fragilità. Ma in generale nell’esperienza umana si parte sempre dal basso nella costruzione di sé.

Caterina è un’artista, plasma la materia e la dipinge. Come fa lei con la scrittura?

Quando si usa l’io narrante l’identificazione dell’autore con il personaggio è notevole. In qualche modo assomiglia a quella parte di me che da giovane si è sentita inadeguata a certe situazioni. Però assomiglia anche a quella parte che poi, come dicevamo, sulla fragilità ha costruito, ha investito.

Il suo personaggio si ritrova a dover fare da madre al nipote adolescente, pur non avendo voluto figli.

Si era negata l’esperienza della maternità perché le sembrava già troppo difficile stare in piedi da sola, ma poi si ritrova a doversi relazionare non con un bambino piccolo, più facile da gestire, ma con un ragazzo scontroso, scostante, silenzioso e molto sofferente. Quella maternità che non sentiva di poter sostenere se la ritrova improvvisamente e in una situazione molto problematica. Eppure Caterina lentamente, con fatica e dolore quotidiano, riesce a sviluppare queste competenze materne.

Lei è nata ad Arsita, ma vive a Penne. È legata a L’Aquila?

Mi sono laureata in Odontoiatria, vivendo a L’Aquila negli anni universitari. La considero la mia città.

Nel libro non risparmia stilettate alla mancata o manchevole ricostruzione.

Proprio perché sento questo forte legame con la città, sono rimasta delusa negli anni dopo il terremoto da come veniva gestita la ricostruzione, dalle lentezze, dalle inefficienze, dalla macchina burocratica. Nelle mie ultime visite ho visto almeno nel centro storico un grande fervore ricostruttivo. Ma basta andare nei quartieri più lontani per rendersi conto che le cose sono rimaste più o meno uguali. Anche questa modalità di ricostruzione a macchia di leopardo non so quanto porti lontano.

Eppure per la ricostruzione si è speso tanto…

Anche troppo per delle soluzioni provvisorie. Ma forse si è speso tanto perché si sapeva già che la provvisorietà si sarebbe molto protratta nel tempo. A distanza di 9 anni, molti di questi quartieri non sono nemmeno più adeguati alla provvisorietà. Mostrano segni di usura, che ormai li rendono già obsoleti.

Torniamo alla letteratura. Da medico, come ne giudica lo stato di salute?

Per la letteratura femminile è un buon momento. Stanno venendo fuori delle scrittrici e dei libri importanti. Se vogliamo citare un ultimo caso, c’è Rossella Postorino con Le assaggiatrici, un libro che ho amato. Non so quanto sia opera del caso, però mi sembra ci sia una buona accoglienza nei confronti dei testi delle scrittrici.

E gli uomini?

Sto aspettando il nuovo romanzo di Paolo Giordano. Non tutto piace allo stesso modo, ma c’è una buona produzione letteraria. Io sono lettrice molto selettiva, non mi entusiasmo facilmente.

Sta seguendo il caso #MeToo? Crede sia un punto di svolta?

Non so prevedere il futuro, ma voglio pensare che il fatto che siamo più pronte a parlarne, a condividere questi temi, sia un grande passo avanti rispetto a un passato in cui l’omertà e la paura non consentivano l’emersione di questi fenomeni di violenza di genere.

I giochi linguistici di Eco. Quando scrivere è genialità

L’aspetto colto e quello ludico, la provocazione intellettuale e l’affermazione del divertimento puro. Tutto questo è Umberto Eco, uno degli intellettuali italiani più completi, autorevoli e versatili della seconda metà del Novecento; il semiologo che ha impresso un marchio indelebile non solo nell’ambito accademico del nostro Paese, ma soprattutto nella cultura di massa.
Così, a pochi giorni dal secondo anniversario della sua morte, il 19 febbraio, pubblichiamo uno dei suoi giochi linguistici preferiti, quello di parole, apparso nel marzo 2002 su Golem l’Indispensabile (nata nel 1996 su iniziativa di Eco, Gianni Riotta e Danco Singer, fu il primo esempio al mondo di rivista culturale italiana pensata specificatamente per il web).
Storielle, come le definisce Eco, poi diventate un capitolo del libro “Sator arepo eccetera” (il nome del quadrato magico leggibile in qualsiasi verso e direzione), edito da Nottetempo e pubblicato nel 2006. Eco stupisce semplicemente con dei raffinati esercizi di stile: quartine fatte di omonimi, omofoni e omografi, che l’autore ha realizzato in maniera privata, per diletto e passatempo. Sul filo dell’ironia e della genialità, il grande semiologo va oltre il rapporto tra piano della forma e piano del significato e – come spiega all’inizio del suo scritto – si diverte con parole uguali per suono ma con significati diversi, o parole con grafia diversa che suonano allo stesso modo, perché tutto diventa un gioco di divertita complicità con lo stesso lettore.
E anche se non si ha l’onore di far parte degli “amici dell’Oulipo” (l’officina matematico-artistica nata dal sogno di fondere letteratura e scienze esatte), si può comunque godere dell’ennesimo rompicapo del prestigiatore di parole.

Alcune di queste storielle presentano degli omonimi (come granata – pietra – e granata – bomba), altri invece degli omografi (come capitàno e capitano) e altri ancora omofoni (come bardo e Bardot); si tratta di altrettanti incoraggiamenti all’ambiguità, offerti, come tali, sere fa, agli amici dell’Oulipo.

La tempesta

Il grande anglista, in un momento prospero

scrisse un saggio su Ariele (e anche su Prospero).

“Ai miei lettori non importa un prospero”,

disse, “ma a me non può che far buon pro’ (spero)”.

Sogno di Achab

Dopo aver catturato la balena

farei un busto con la sua balena…

Ed è nel viaggio che l’idea balena

da Basilea al Vesuvio (Bâle-NA).

Dolce Gabbana

Sarto qual son, un giorno lesto abbordo

una dama assai bella e d’alto bordo,

e con mano leggera ecco le bordo

al fondo della veste un vago bordo,

con una delicata tinta bordò.

E questo avviene in un incontro a bordo

del Transeuropa da Nimega a Bordeaux.

Progetto infame di pellicciaio

Da William mi travesto, ecco mi bardo

in modo da sembrare quel gran Bardo

Poi un calice colmo offro, ed al bar dò

(come alla Rosamunda il gran Lombardo)

alla mia arcinemica Brigitte Bardot.

Fan esagerato

Siccome Pavarotti non è un cane

ed io gli son devoto come un cane,

l’affronto, del revolver alzo il cane

ed in latin gli grido: “Cane, cane!”

Matrona longobarda ripudiata

Cuoceva male tutti gli alimenti,

si pretendeva un angelo (Ali? Menti!)

Divorziare? E chi paga gli alimenti?

La spedii al confino: “A limen, ti!”

Amorosi sensi

Alla mia bella dissi un giorno “gioia,

io voglio solamente la tua gioia,

per cui io ti regalo questa gioia,

poi ci faremo un viaggio a Tauro Gioia”.

Scavezzacollo

Per andare all’esame e fare un tema.

Un giorno un giovanotto senza tema

Chiese “Papà, mi presti la tua Tema?”

Gli rispose il papà: “Non è ch’io tema,

ma lascia ch’io mi chieda: Guidar te? Mah!”

Santa lebbrosa

“Perché la faccia, ch’era un giorno rosa,

e profumava come fosse rosa,

poi che presi la lebbra ho tutta rasa?”

Lo chiedeva a san Ro. Perché Ro sa.

Non fare mai troppi sforzi

Mi fan male le spalle e pure il collo

per via che ho trasportato quel gran collo.

Della bottiglia ora mi attacco al collo.

Mi siedo, disegnando come Giotto, coll’O.

Visita

Dottor, sono malato. Io ritengo

Che un bidone d’urina io ritengo.

Ghiottone

Goloso, la mia pesca io mi pelo,

col succo imbratto i baffi e tutto il pelo.

L’osso quasi inghiottivo, per un pelo!

Astutissimo dirigente

Filippo nell’azienda è solo un quadro

ma appende nell’ufficio suo un gran quadro,

più che rettangolare, proprio quadro,

e pensa: “Chi mi vede in questo quadro

crederà che son bravo e i conti quadro!”

Competizione sfrenata

Salvatore, che è un gran calcolatore,

per batter gli altri, col calcolatore,

ora lavora. Orsù, calcola, Tore,

e arrivi primo! Che calcolatore!

Bibliofilia

Trovò il bibliotecario un dì un volume

Di un inconsuetissimo volume

(ne calcolò perimetro e volume)

e poi per legger disse: “ora vo’ lume!”

Detti memorabili dei padri del deserto

Un giorno una bestiola, all’eremita,

parve un paguro al povero eremita,

che disse: Ecco Bernardo l’Eremita!

De musica

Per fare ciò che faccio ho un buon motivo

(me ne convinco, e quindi mi motivo):

compongo per il piano un bel motivo,

seguendo passionali moti vo,

e cantare, mio caro, mo’ ti vo’.

Impiegato fannullone

Lascia l’ufficio e, mangiando una pesca,

ogni mercoledì va P. a pesca

e molti pesci e pesciolini pesca.

Ma al ritorno il suo capo urla: P., esca!”

Casual

Se vuoi dei comodissimi vestiti

con la T-shirt, caro Gustavo, vèstiti,

su dammi ascolto, indossa e vesti T!

Sono soldi benissimo investiti!

Sciocchino

“Come si chiama quel Rabanne, Pacco?”

“Se mi dici così mi fai un pacco!

Empi di ghiaccio, prego, questo pacco,

e sulla testa fatti un bell’impacco!”

Giornalista inabile spendaccione

L’articolo che hai fatto io cestino.

La nota spese butto nel cestino.

Il vagon restaurant? Mangia al cestino!

Ed usa una valigia! Cesti, no!

Esortazione a un’imperatrice

Lea, dell’Oriente grande Basilea,

vai da Bisanzio sino a Basilea.

Conquistala, poi ll ti basi, Lea!

Aurora boreale con psicanalista

A mezzanotte tutto intorno luce,

si diffonde nel cielo una gran luce.

Risparmio la bolletta della luce

e mi guardo beato anche il Film Luce

con quella Irigaray, la cara Luce,

benché in geografia certo non luce

e mi domanda: “In Piemonte, Lu’ c’è?”

Letterato

Leggo strane avventure sul mio libro,

fantasticando nel cielo mi libro.

Certo non vo alle corse e non allibro!

Desideri e doveri io ben calibro,

non son materialista di quel calibro.

Esortazione a una èpave.

Disperata perché hai perso il bus, sola

ti senti? Orsù non perdere la bussola,

studia il cammin guardando la tua bussola,

chi ha fede in sé giammai non si scombussola.

Fantasiosa e ghiottona

Racconti storie, tu, con la tua penna,

di uccellini che han perso la lor penna,

e poi al pomodor ti fai la penna.

Storia di Ana

Con Ana sto partendo per l’Indiana

perché originalmente era un’indiana.

Infatti veste una veste d’indiana

e se le fai domande fa l’indiana.

Monto primo sul jet, e indi Ana.

Ingerenza ecclesiastica

Pel suo sacerdotale ministero

il cardinal si reca al ministero.

Egli ha avuto dal papa un ministero:

il Pubblico far tacere Ministero

che ha messo sotto accusa il ministero.

Feticista

Quel macho castiglian vede una stanga

come Dolores. Subito la stanga

(per farlo, lui la picchia con la stanga),

e poi annusa il suo (ay, Dolores!) tanga.

Pedofilo e sodomita reale

Acceso di passion, ecco l’Infante

vorrebbe approfittarsi di un infante.

Il bimbo scappa, lui rimane infante,

chiama un soldato, e se la gode in fante.

Storie dei Caraibi

Pirati di Siviglia, proprio loro,

sul galeon volean rubare l’oro.

Li vide il pappagallo, detto Loro,

che si mise a gridare. E il capo loro

mangiò la bestia, cotta con l’alloro.

Poi rivolto alla Vergine, l’orò,

ed in spagnolo disse: “quiero l’or, o

la muerte. Yo sin l’oro lloro!”

Linguista e contestatore

Con Chomsky ed Enza m’incontro a Potenza.

Chomsky critica sempre la potenza

militare degli USA, ed in potenza

è un rivoluzionario che a potenza

eleva una sua elettrica potenza.

Ormai sedotta ama Poi Pot, Enza.

Ulivo alla Casa Bianca

Si batté Prodi, preso dallo scrupolo

di non ridur la lira a mero scrupolo.

Vinse, ed a Clinton disse “Well, I screw Polo!”

Incitamento di leghista succube

Tra siepi di Padania ed alti bossi

vado a incontrare il mio padrone Bossi

ed in anglo-latin l’incito: “Boss, i!”

Colonialisti

Se vieni a casa ci prendiamo il tè,

e so che piace specialmente a te.

lo te lo porgo un poco brusco, “teh!”

Poi andiamo in Vietnam con il T.E.

il compleanno a celebrar del Te.

Social forum

Metto la mia maglietta marca Polo

che uso per giocare a golf e a polo,

e son pronto ad andare sino al Polo

per affrontare gli uomini del Polo.

E quanto a Bossi, se raggiungo il Po, l’ò.

Bolzaneto

Per non sembrare essere di meno

disse l’agente: “Te in prigion ti meno,

perché tu sei di Francoforte/Meno,

e se fai resistenza io ti meno.

Se poi qualcun mi accusa dico: Me? No!!”

Tuta nera

Vo a Genova, mi porto anche una sbarra

e assalto chi la zona rossa sbarra.

E vola

“Per preservar la forza della razza

Mangio ogni giorno un cefalo e una razza”.

Così dicendo gode, e assai s’arrazza.

 

“Sette anni dopo, sindrome siriana in Libia”

Il domino della Primavera Araba, scoppiata il mese precedente in Tunisia, colpì la Libia il 17 febbraio 2011, innescando una reazione a catena. Bengasi come Sidi Bouzid, le periferie dei due Paesi nordafricani culle delle rivolte. Era normale che il dissenso libico scaturisse proprio da città come Bengasi.

Lo conferma il professor Antonino Pellitteri, docente di storia dei paesi arabi e di islamistica dell’università di Palermo, che più volte si è recato in Libia: “Ricordo bene allora la differenza tra la cosmopolita Tripoli, vicina agli standard europei, capitale di un Paese del ‘primo mondo’ rispetto al resto dello scenario africano, e le città orientali. Girando a piedi a Bengasi o Derna, mi accorsi, proprio alla vigilia della rivoluzione, come fossero state dimenticate. Quanto vedevo mi faceva pena. Strade di fango, quartieri abbandonati, sfiducia e paura. La Giamahiria, la ‘Guida’ incarnata da Gheddafi, iniziò a vacillare, poiché senza istituzioni e con una centralizzazione assoluta del potere. Gheddafi diceva “Ana”, Io, e questo non piaceva ai giovani. E ha offerto il fianco all’intervento di alcuni Paesi arabi, Turchia e Qatar in primis, con le informazioni pompate da al-Jazeera che amplificava la portata degli eventi, prima dell’arrivo delle potenze occidentali nel marzo 2011”.

Corruzione, stipendi bassi e malcontento non avevano messo ancora in ginocchio l’economia, accompagnata dal dinaro che reggeva, costi limitati e prezzi bassi e un sistema del welfare basato sul modello socialista, ma attento ai bisogni della classe media: “Le cose cambiano dal 2014 in avanti – precisa Pellitteri – l’inizio del crollo generale della Libia. Le banche depredate, i beni di maggior consumo come pane e uova con prezzi alle stelle, la diffusione delle milizie e, poco dopo, l’arrivo di Daesh, guarda caso proprio a Bengasi. Inizia l’esodo dei libici, se ne contano almeno un milione; prima i benestanti che scappano rifugiandosi nei Paesi vicini, come Tunisia ed Egitto, comunque stabili, oppure lontano, in Malesia a esempio. Restano le classi più povere e i milioni di immigrati dall’Africa sub-sahariana, i nuovi schiavi, la maggior parte dei quali non aveva alcuna intenzione di partire verso l’Europa, ma stabilirsi in Libia, un Paese, fino ad allora, ricco”.

L’Italia, appunto, e la sua strategia di lungo periodo: dal tentennamento interventista nel 2011 alle politiche migratorie del 2017: “Il nostro Paese cosa voleva e cosa vuole dalla Libia – si chiede Pellitteri ? Sempre questa sensazione di timore, di poca chiarezza, mai una volta che assuma decisioni autonome, costretta a correre dietro agli altri stati occidentali, al punto da far dire: Italia, dov’è l’Italia? La Francia ha un altro passo, sa ciò che vuole e cerca di ottenerlo, noi no, siamo sempre al traino. L’istituto di cultura francese non ha mai smesso di proporre attività, il nostro è chiuso da tempo. Eppure i libici amano il nostro Paese, cercano di apprenderlo, la storia del Mediterraneo riporta sempre all’Italia. Oggi non esiste più nulla di quella tradizione. Sulle mosse prese per le migrazioni e sui profughi, qualcosa di buono è stato fatto tra accordi strategici con le autorità, rimpatri assistiti, i corridoi umanitari e le missioni delle nostre ong. Certo non può bastare. Appoggiare Tripoli e il governo di al-Serraj? Io farei altro, ascolterei tutti, in particolare il generale Haftar, l’unico a possedere un esercito e con una traccia istituzionale alle spalle. La Libia sta assumendo una deriva irreversibile, peggio della Siria. Per evitarlo bisogna intervenire subito e in maniera efficace”.

Il nostro governo conferma la bontà della strategia in materia di migranti: “Grazie al nostro impegno sono diminuiti gli sbarchi e i morti, mentre aumentano i ritorni volontari e assistiti dalla Libia verso i Paesi d’origine” ha detto ieri il premier Paolo Gentiloni, incontrando Angela Merkel a Berlino. Intanto pochi giorni fa, seppur con un mese di ritardo per problemi di natura burocratica, è partita la missione di 4 mesi delle nostre ong per la ‘Prima emergenza’ in Libia, dedicata ai profughi reclusi nei centri di detenzione.

Navalny e il “pesciolino” che fa tremare lo “zar”

Privet, eto Navalny”. Ciao, sono Navalny. Quasi tutti i messaggi sul suo canale personale di notizie su YouTube cominciano così. “Forse vi sono mancate le nostre inchieste, siate felici, oggi ne ho una nuova”. Nella rete digitale dell’oppositore del Cremlino ora è finito un “rybka”, un piccolo pesce, che nuota adesso nell’ultimo capitolo della saga anticorruzione del blogger. A Mosca la vicenda della modella di 21 anni, Anastasia Vashukevich, detta “Rybka”, non è più un caso da “zeltye izdanie”, giornali gialli, come i russi chiamano i rotocalchi. Il “rybkagate” è l’ultimo scandalo che scuote l’alba delle future elezioni russe, a Mosca, ma anche il tramonto di quelle americane, ormai trascorse, a Washington. La storia del piccolo pesce è quella di un oligarca e della sua escort e potrebbe bagnare le sponde a stelle e strisce d’oltreoceano. È anche la storia di un blog censurato che parla dei legami tra i due uomini più potenti della terra: Donald Trump e Vladimir Putin.

L’abbraccio d’agosto 2016 su uno yacht tra il magnate dell’alluminio, il miliardario Oleg Deripaska e la giovane Rybka-Anastasia è finito sull’account Instagram dell’escort nel 2017. Quei momenti vengono ricordati da Rybka anche nella sua biografia. Titolo: “Come sedurre un milionario”. In quei giorni d’estate nordica, un anno fa, tra champagne, prostitute e coste norvegesi, a discutere delle elezioni negli Stati Uniti, sulla barca c’era il vice premier russo, Sergey Prikhodko, consigliere di Putin.

Secondo Navalny, Deripaska stava aggiornando Prikhodko sulle informazioni ricevute da Paul Manafort, ex responsabile della campagna presidenziale di Trump, ora testimone chiave nell’indagine Russiagate. Erano “informazioni per Putin, per i servizi segreti”, dice, ma senza prove, Navalny. Secondo il Washington Post, Manafort avrebbe contattato Deripaska via mail il 7 luglio 2016 e da lui ha ricevuto dei soldi. Quando la storia del piccolo pesce sullo yatch da Instagram è finita sul blog di Navalny, il sito è stato subito oscurato dai provider russi per ordine statale della Rkn, la Roskomnadzor, agenzia statale per il controllo delle comunicazioni. La censura è arrivata dopo una sentenza della corte del tribunale di Ust-Labinsk, Russia del sud, che aveva dato ordine di tutela della privacy violata dell’oligarca. Youtube e Instagram hanno dovuto rimuovere il materiale della video inchiesta dell’oppositore: il prezzo da pagare, se giganti digitali avessero rifiutato, era la perdita del mercato russo.

Domani in Russia comincia il conto alla rovescia dell’ultimo mese. Tra trenta giorni il paese sceglierà di nuovo il suo presidente, questi sono colpi di coda e di guerra, prima che le urne vengano aperte domenica 18 marzo, per le elezioni che Navalny ha chiesto al popolo di boicottare, perché lui non ne potrà far parte. Dopo i martelli dei giudici, battuti più volte sui banchi dei tribunali per condannarlo all’incandidabilità, dopo fermi e arresti per le manifestazioni di piazza, a Navalny è rimasta un’unica voce reale: quella virtuale. Il team internet di Navalny è riuscito a creare un sito specchio del precedente e ha aggirato il blocco digitale. In Russia l’oppositore è tornato online, ma la storia del piccolo pesce, del suo oligarca e del vice premier invece no.

L’Fbi ammette: “Sapevamo che avrebbe attaccato, ma non abbiamo fatto nulla”

Per ben due volte l’Fbi è stata allertata sul conto di Nikolas Cruz, il 19enne che mercoledì ha ucciso 17 persone e ferito altre 14 al liceo Marjory Stoneman Douglas di Parkland, in Florida. In entrambi i casi, però, le segnalazioni sono cadute nel vuoto, e il Bureau è finito nella bufera per quella che forse era una strage evitabile.

È la stessa agenzia ad ammettere di non aver fatto nulla, non solo dopo la segnalazione già nota del blogger che lo scorso settembre avvertì gli agenti del commento in cui Cruz sosteneva: “Diventerò il più grande massacratore nelle scuole”. Ma neppure quando, il 5 gennaio, una persona vicina al giovane contattò l’agenzia per segnalare comportamenti preoccupanti. L’Fbi riconosce che in quest’ultima circostanza il protocollo non è stato seguito nella sua interezza: “Le informazioni fornite avrebbero dovuto essere valutate come una potenziale minaccia vitale”, si legge nella nota, dove il direttore Christopher Wray esprime rammarico “per l’ulteriore dolore che ciò ha provocato in coloro che sono rimasti coinvolti in questa orribile tragedia”, spiegando di stare “ancora indagando sui fatti”. Ieri sera il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto le dimissioni di Wray.

Stando a quanto riferisce il Bureau, le indicazioni ricevute su Cruz avvertivano che il giovane potesse “potenzialmente condurre una sparatoria a scuola”, sulla base del fatto che aveva manifestato “desiderio di uccidere, comportamenti sopra le righe e postato messaggi inquietanti sui social media”. Informazioni che l’agenzia avrebbe dovuto analizzare e trasmettere all’ufficio competente. “Abbiamo stabilito che il protocollo non è stato seguito le informazioni non furono inviate all’ufficio di Miami e non furono condotte ulteriori indagini”.

Ed emergono sempre più dettagli sul killer. Secondo la Abc Cruz, che ha detto agli investigatori che sono state voci nella sua testa, descritte come “demoni”, a dargli istruzioni su cosa fare per portare a termine il massacro.

Intanto, il presidente Usa Donald Trump vola a Parkland: “Parto oggi per la Florida per incontrare alcune delle persone più coraggiose sulla Terra”, ha scritto su Twitter senza fornire ulteriori dettagli sull’incontro con i sopravvissuti. L’arrivo di Trump però non è stato apprezzato dal vice sindaco della contea di Broward, Mark Bogen, che con la Cnn ha definito la visita “assurda”: “È un ipocrita”.

Tredici piccoli russi che portano Mueller verso The Donald

Robert Mueller gioca al gatto col topo con Donald Trump. Il procuratore speciale del Russiagate non mira per ora al bersaglio grosso, ma gli fa tutt’intorno terra bruciata: incrimina i suoi uomini, smonta la tesi difensiva che le ingerenze russe sono tutte fandonie. Un grand giurì federale ha ieri incriminato 13 cittadini russi e tre entità russe, nel quadro delle indagini sulle interferenze di Mosca nelle elezioni 2016, quando Trump battè Hillary Clinton alla conta dei Grandi Elettori. I russi “hanno coscientemente e intenzionalmente cospirato” per “interferire con i processi politici ed elettorali americani”, a favore di Trump e contro Hillary, si legge nelle 37 pagine del documento.

La notizia, subito data al presidente che ha seccamente smentito ci siano mai stati condizionamenti sul voto, scuote la Borsa, che inverte la tendenza e finisce in rosso.

Nessuno dei russi incriminati è al momento nelle mani delle autorità. Ma agli arresti, nell’inchiesta, sono già finiti l’ex capo della campagna di Trump Paul Manafort e il suo braccio destro Rick Gates; e sotto accusa ci sono pure l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, e suo figlio Michael jr, oltre ad altre figure minori. Il figlio del presidente Donald jr ha già dovuto fornire chiarimenti su un incontro sospetto con un’avvocatessa russa alla Trump Tower.

Sta passando l’idea che alla Casa Bianca possa essere finito ‘the Manchurian candidate’, l’uomo – magari a sua insaputa – del Cremlino. Due giorni or sono, il direttore dell’intelligence Dan Coats diceva che Cina e Russia vogliono espandere, in modo sempre più aggressivo, la loro influenza; e che la Russia mesta nei voti altrui. E gli Stati Uniti hanno appena accusato la Russia di essere all’origine della diffusione di ‘virus del riscatto’ in Ucraina e ovunque nel Mondo nei mesi scorsi.

Fra le entità incriminate, c’è la Internet Research Agency, organizzazione con cui i 13 incriminati – nessuno è un nome noto – hanno lavorato o avuto contatti: l’Ira è una sorta di troll factory, che dava notizie false e propagandistiche sull’allora candidato Donald Trump, usando Facebook, Twitter e altre piattaforme di social media e manipolando “individui ignari” della campagna presidenziale.

Il lavorio dei russi sarebbe iniziato nel 2014. Il 10 febbraio 2016, a primarie appena iniziate, l’Ira cominciò a definire le linee guida della propria azione, in primo luogo “usare ogni opportunità per criticare Hillary Clinton e tutti gli altri (tranne Sanders e Trump, li appoggiamo)”.

Prima di quel voto, è opinione diffusa a Washington, la politica non si muoverà sul Russiagate, perché i democratici, in minoranza sia alla Camera che al Senato, non intendono giocare la carta dell’impeachment del presidente, sapendo in partenza che non la spunteranno. Se però le elezioni dovessero cambiare i rapporti di forza nel Congresso, allora il cerchio intorno a Trump comincerebbe a stringersi.

Ne è pure convinto Michael Wolff, autore del controverso, ma vendutissimo ‘Fuoco e Furia. Dentro la Casa Bianca di Donald Trump’, che sfrutta le acri rivelazioni di Steven Bannon, guru della campagna ed ex consigliere speciale, ‘licenziato’ in estate e da allora divenuto una spina nel fianco dell’Amministrazione.

Per Wolff, che non è affidabile, ma che è informato, se a novembre cambierà la maggioranza, “saliremo sicuramente sul treno dell’impeachment”. Mueller, però, faticherà a provare la collusione di Trump nel Russiagate: “Bisogna dimostrare intenzionalità ed è sempre difficile, ancora di più quando le persone sono così stupide”. Ma il procuratore punterà sull’ostruzione alla giustizia: Mueller “farà un rapporto al Congresso devastante” e darà “un gancio forte” all’impeachment. Va a finire che il licenziamento del capo dell’Fbi James Comey, che voleva indagare sul Russiagate, condurrà al licenziamento del presidente.

Per un tedesco liberato, Erdogan condanna 6 turchi

In carcere per un anno e due giorni in attesa della formalizzazione delle accuse. Libero in attesa del processo, nel corso del quale la Procura è intenzionata a chiedere una condanna di 18 anni per sedizione e propaganda terroristica. Deniz Yücel, 44enne corrispondente del quotidiano Die Welt dalla doppia cittadinanza (tedesca e turca), è uscito dal carcere ieri pomeriggio, giusto un giorno dopo l’incontro del primo ministro Binali Yildirim con Angela Merkel a Berlino. L’arresto di Yücel aveva lacerato le relazioni tra Turchia e Germania, dove il cronista e altri fermati per ragioni politiche erano stati paragonati a degli ostaggi.

Per Yildirim la scarcerazione di Yücel dovrebbe aver eliminato un ostacolo importante nella distensione dei rapporti fra i due paesi.

Assieme alla moglie che lo ha abbracciato fuori dal penitenziario, il giornalista del quotidiano tedesco è passato a raccogliere alcune cose a casa prima di rientrare in Germania. Il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel ha lavorato molto dal punto di vista diplomatico, anche se la Turchia, a cominciare dal presidente Erdogan, ha sempre difeso l’indipendenza della magistratura. Il contributo dell’ex cancelliere Gerhard Schröder sarebbe stato fondamentale. Gabriel ha escluso qualsiasi tipo di accordo o promessa, che peraltro Yücel aveva fatto sapere di non volere in cambio della propria libertà. Il sospetto è che in ballo ci siano i tank Leopard 2, dei quali Ankara avrebbe bisogno per le operazioni terrestri.

La messa in discussione delle cooperazioni economiche e delle forniture militari, oltre che una sorta di avvertimento ai turisti tedeschi in viaggio per la Turchia, erano stati le “ritorsioni” annunciate dalla Germania. Che continua a essere preoccupata per altri 5 connazionali in prigione nel paese per ragioni politiche. L’attivista dei diritti umani Peter Steudtner era stato liberato in ottobre, sempre con il contributo di Schröder come mediatore, così come la giornalista e interprete Mesale Tolu, che però non è stata autorizzata a lasciare il paese.

La Germania ha stigmatizzato con la ministra della Difesa Ursula von der Leyen che le questioni legate ai diritti civili e alla libertà di espressione sono tutt’altro che superate. E lo sconcerto è grande per la simultanea condanna all’ergastolo di 6 persone. I giudici hanno emesso a una sentenza a vita per lo scrittore 67enne Ahmet Altan, per il fratello economista e giornalista di 2 anni più giovane, Mehmet, per la 74enne Nazli Ilack, la veterana del giornalismo turco, per l’intellettuale Sahin Alpay e altri 2 reporter. Per tutti l’accusa avallata dalla corte è quella di aver tentato di “sovvertire l’ordine costituzionale”. Seppur con prove che gli analisti indipendenti hanno giudicato tutt’altro che solide, i 6 sono stati ritenuti colpevoli di aver supportato la presunta rete golpista di Fethullah Gulen, considerata responsabile del fallito golpe del 15 luglio 2016. E altri 150 cronisti sono in prigione in attesa di giudizio.

Il male del mondo e l’anestesia delle coscienze

“I giornali puzzano di morte, e qualunque momento celebrino viene dimenticato in fretta”

(da “Darke” di Rick Gekoski – Bompiani, 2017 – pag. 190)

Il massacro della ragazza, drogata, uccisa e occultata in due valigie a Macerata; la coppia di anziani aggrediti a calci e pugni da un nordafricano a Padova, rimproverato perché circolava in bici sul marciapiede; le molestie e gli abusi sessuali di “Medici senza frontiere”; l’infermiere che infilava gli aghi di siringa nei sedili dei bus Roma-Subiaco per far pungere i passeggeri.

Certo, rispetto alla strage di 17 ragazzi a scuola in Florida, tutto si ridimensiona nella scala della brutalità e dell’orrore. Ma il nostro mondo sembra impazzito, in preda a una sindrome diffusa di furore cieco e perverso. Quasi fosse incline all’autodistruzione.

Sì, d’accordo: esistono anche tante buone notizie e i giornali, per dire tutti i mass media, tendono a sottovalutarle e trascurarle alterando la realtà. E così rischiano di alimentare una crisi di rigetto che allontana e respinge i lettori. Ma la malvagità tracima dalla quotidianità della vita collettiva, come un fiume in piena – inarrestabile e maleodorante – che trascina con sé rifiuti e detriti di ogni genere.

C’è un rimedio, un antidoto a tutto questo? Oppure dobbiamo arrenderci al “male del mondo”, al pari di una maledizione biblica? O imparare a convivere con questa escalation di violenza, come si predicava ai tempi del terrorismo?

È vero: la gente dimentica in fretta, tutto viene macinato dal frullatore dell’informazione, “chiodo scaccia chiodo” come si dice nel cinismo del nostro mestiere. Ma il pericolo maggiore è proprio quello dell’assuefazione che alla lunga provoca indifferenza e insensibilità. E in questo processo di anestesia delle coscienze, l’intero sistema mediatico – dalla carta stampata alla televisione e al cinema – ha senz’altro una grande responsabilità.

Non si può fare, però, un giornale o un telegiornale solo di “buone notizie”. Sarebbe altrettanto falso e ingannevole. Eppure, la domanda di informazione positiva, o quantomeno di un riequilibrio fra buone e cattive notizie, cresce nell’opinione pubblica al di fuori del circuito autoreferenziale di chi le produce.

Non c’è da meravigliarsi, allora, se il pubblico dei lettori si ritrae e si rifugia nell’evasione consolatoria della tv: dalle partite di calcio al Festival di Sanremo “modello Baglioni”, fino all’inesauribile saga di Don Matteo o a quella di un eroe civile come Il commissario Montalbano, o magari agli edificanti racconti di Alberto Angela sulla “Grande Bellezza” italiana.

O ancora, piuttosto che scomodarsi per andare al cinema, il teledipendente sprofonda nel divano di casa per narcotizzarsi con i film e le serie on demand del piccolo schermo. E lì spesso e volentieri s’addormenta, senza aprire mai un libro.

L’informazione, per lo più, denuncia e allarma; la televisione distrae e diverte o comunque riesce a spettacolarizzare perfino l’avvilente politica nostrana. Senza dire che a volte, come nel caso dell’inchiesta delle Iene sulla rimborsopoli pentastellata, rivela e accusa anche più dei giornali. E quando la tv non basta, c’è Internet che offre un’altra via di fuga verso l’interattività e la multimedialità dei social network.

Ma è dall’era del tam-tam che l’umanità ha sempre avuto bisogno dell’informazione per crescere. Né può farne a meno oggi la moderna civiltà della comunicazione. Anzi, ne richiede sempre di più e di maggiore qualità. È proprio questa la sfida della società contemporanea all’industria delle notizie.

Le mie domande a Franceschini censurate su la7

Mercoledì 14 febbraio vengo interpellato da La7 per registrare alcune brevi domande da porre al ministro della Cultura, Dario Franceschini, in studio il giorno dopo a L’aria che tira. Ignoro che altrettanto venga richiesto parallelamente a Tomaso Montanari.

Li metto in guardia su un fatto: Franceschini non ama domande pungenti, scantona appena può; a proposito del Manifesto per la tutela firmato da oltre cento esperti, ex soprintendenti, ex direttori di Musei, molto polemici verso le sua “riforme”, ha commentato “Sono i soliti nemici”, e via. Però accedo alla richiesta: sono in tutto 40 secondi.

Sto guardando la trasmissione, quando da La7 mi comunicano imbarazzati che le mie domande non andranno in onda. “Censurate, vero?”, chiedo amabilmente. Parole smozzicate sulla trasmissione già in ritardo, purtroppo… Lascio perdere. Loro del resto ci hanno provato. Mandano il breve intervento di Tomaso Montanari, polemico ovviamente. E il ministro ancora una volta slalomeggia con la furbesca motivazione che “Montanari ormai è un politico e non più uno storico dell’arte”…

Dario Franceschini, che, oltre a essere un ex giovane dc, viene da Ferrara e s’intende di anguille, evita di cacciarsi nei guai di fronte a certe domande. Non risponde con la scusa del tempo che manca e tanti saluti.

Ecco le mie domande, tutte basate su dati e fatti inoppugnabili: “Matteo Renzi ha scritto tempo fa che ‘sovrintendente’ è il termine più brutto, fastidioso, odioso, di tutta la burocrazia. Lei è d’accordo?”

“Maria Elena Boschi, in un duetto televisivo da Vespa con Matteo Salvini, ha assicurato che le Soprintendenze sono state già indebolite e verranno magari abolite. Lei è d’accordo?”

“Agli Uffizi e a Pitti i biglietti sono rincarati di un terzo e adesso costano un po’ più di quelli del Louvre. Una visita alla Venaria Reale costa 20 euro più di una visita alla Reggia di Versailles. Facile far soldi così. È giusto in un Paese in cui 7 cittadini su 10 dichiarano di non essere mai entrati in un museo?”

“Nel sito del ministero si legge che al Pantheon nel 2017 sono entrate più di 8 milioni di persone. Lo sa che sono oltre 22.000 al giorno, cioè una curva e mezzo dello Stadio Olimpico? Non è un po’ una statistica da film con Totò e Peppino che si vendono il Pantheon?”.

Fare l’anguilla non era facile, lo riconosco. E magari adesso Franceschini darà la colpa a La7…