Servi della velocità non solo di Amazon

La vecchiaia cambia le abitudini, si sa. Andavo a letto tardissimo e mi alzavo a mezzogiorno. Adesso vado a letto sempre tardi, anche se un po’ meno, ma spesso mi alzo un pochino prima dell’alba. Mi siedo nel soggiorno e davanti alla finestra, sul grande viale della Liberazione che congiunge il nuovo quartiere-Manhattan con la Milano anni Cinquanta o prefascista, vedo lunghe file di macchine i cui fari splendono nel buio del mattino che sta iniziando. Al volante c’è, in genere, una sola persona, uomini e, in misura minore, donne. I tram non sono zeppi come quando ero bambino, ma in ogni modo ci sono parecchi passeggeri, alcuni in piedi attaccati al corrimano. Il grosso viaggia sottoterra, in metropolitana. Altri stanno arrivando in treno dall’immenso hinterland e da quella che si chiama la “città metropolitana”. È tutta gente che va al lavoro.

Mi colpisce come, in soli due secoli e mezzo, ci siamo fatti ridurre a “schiavi salariati”. Nei “secoli bui” l’uomo, contadino o artigiano che fosse, disponeva del suo tempo. Per essere più precisi: il suo tempo, i suoi tempi dipendevano dalle esigenze della vita, non erano dettati da un imprenditore e dalle regole stabilite dalla società. Noi oggi, senza nemmeno tanto accorgercene, siamo diventati delle merci in movimento, i cui tempi sono contingentati, regolati fino al più piccolo gesto. Non siamo più nemmeno uomini ma oggetti. È stato un lungo processo. Fra il XVII e il XVIII secolo si compie in Europa un capovolgimento di portata copernicana: si passa da un’epoca in cui l’economia è ancora subordinata alle esigenze della comunità umana a un’altra in cui le leggi economiche prendono liberamente il sopravvento ed è l’uomo a doversi piegare a esse. Le leggi economiche vengono considerate, né più né meno, come leggi di natura, ineluttabili, alle quali è inutile cercare di opporsi, che bisogna anzi assecondare per evitare guai peggiori di quelli che si vorrebbero evitare. Si impone, come afferma Dijksterhuis, “la meccanizzazione della concezione dell’universo”. Si comincia, grazie anche al prepotente affermarsi del denaro (“la tecnica che unisce tutte le tecniche”, Simmel) a valutare l’esistente in termini matematici, contabili, quantitativi. La terra, prima inalienabile, e l’uomo, le sue energie, diventano merce. Prima della Rivoluzione industriale che porterà a compimento il primato assoluto dell’economia, l’uomo non era considerato una merce. Il signore, il maestro artigiano, il padrone della bottega non considerano i propri dipendenti una merce né essi si sentono tali. I rapporti sono talmente intrecciati, complessi e personali che il valore economico delle reciproche prestazioni ne rimane inglobato e non può essere enucleato. Il feudatario può considerare il servo casato addirittura una sua proprietà, ma sempre come persona, non come cosa, oggetto, merce. L’attività del dipendente è incorporata nella sua persona. E il lavoro non è una merce perché è impossibile staccarlo da chi lo fa e oggettivarlo.

Agli inizi dell’era industriale i tempi del lavoro, cioè dell’energia umana diventata merce, cominciano a essere conteggiati, contabilizzati, controllati fino al secondo, anche perché l’operaio deve adattarsi al ritmo della macchina. Si arriva al cronometraggio e all’analisi dei tempi. Nascono mestieri mostruosi: il cronometrista e l’aiutocronometrista che verificano i tempi di lavoro dei compagni. In seguito si inventeranno macchine non meno mostruose come il cronociclografo, un incrocio fra un orologio registratore ad altissima precisione e il cinema, che permette di studiare i tempi e i movimenti, anche minimi, del lavoratore mentre compie ogni singola operazione. La velocità del lavoro diventa un dogma (“il tempo è denaro”) bisogna abbattere i “tempi morti”. E’ il taylorismo. Il braccialetto brevettato da Amazon non è che l’ultima estremizzazione del dogma della velocità. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, vuole monitorare i suoi lavoratori e le loro mani in ogni singolo movimento con un braccialetto da far indossare ai suoi dipendenti, in grado di emettere ultrasuoni o vibrare in caso di errore per rendere più veloce la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini. Del resto, braccialetto o no, esiste già un “passo Amazon” con obbiettivi di smistamento da due pacchi al minuto, tempi contingentati per andare in bagno e una catena di montaggio controllata dal primo all’ultimo minuto. Amazon non è che l’emblema di uno dei più devastanti totem della modernità: la velocità appunto. Tutto deve essere veloce, andare veloce, sempre più veloce, ancora più veloce. I vecchi se ne accorgono più facilmente perché non riescono a tenere il passo, sono inesorabilmente superati. Ma anche generazioni più giovani, sempre più giovani, arrancano. Ma la velocità non è solo un problema individuale e sociale, è una questione che investe tutto il mondo occidentale e i Paesi che hanno adottato o stanno adottando il suo modello di sviluppo. Dove ci porteranno il dogma, il mito, la pratica della velocità? Nel 1989 andai al Cern di Ginevra a intervistare Carlo Rubbia per l’Europeo. Che titolo abbia dato il settimanale a quell’intervista non me lo ricordo, riprendeva però quello che il direttore di Pagina, Aldo Canale, aveva dato alcuni anni prima a una mia inchiesta sulla pericolosità della Scienza tecnologicamente applicata: “Scienza amara”. Rubbia all’inizio era molto infastidito. Scienziato, positivista, illuminista gli sembrava inconcepibile, addirittura irriguardoso, che si ponessero dei dubbi sulla Scienza. Mi bollò come “apocalittico” e, dopo cinque minuti, voleva già liquidarmi. Finché io, a mia volta spazientito, gli dissi: “Professor Rubbia lei è un fisico e le pongo una domanda per la quale vorrei una risposta da fisico: non è che andando a questa velocità noi stiamo accorciando il nostro futuro?”. “Ah, ma lei è un filosofo”, disse Rubbia che così cadde completamente nella mia considerazione. Però cambiò il suo atteggiamento. Disse: “Capisco la sua angoscia. Noi siamo su un treno che va a mille chilometri l’ora e che per sua coerenza interna deve aumentare continuamente la sua velocità. Ai comandi non c’è nessuno o se c’è si illude di averli sotto controllo. E non sappiamo nemmeno se abbiamo superato ‘il punto di non ritorno’. Se cioè sia ormai troppo tardi per invertire la rotta e scongiurare l’inevitabile scontro con la montagna”.

Mail box

 

Viviamo in uno Stato ingiusto con le persone disabili

Lo Stato, in una democrazia, è costituito da rappresentanti del popolo sovrano che hanno l’obbligo di garantire a tutti i cittadini pari dignità, pari opportunità e uguaglianza di trattamento. Se hai un’invalidità dal 74% in su, hai diritto a una serie di sconti pensionistici. Al di sotto del 74% di invalidità hai diritto a nulla.

Sei considerato come una persona sana, anche se non lo sei.

Nelle percentuali alte dal 60 al 74% sono collocate persone con patologie anche gravi. Abbiamo dato 80 Euro a chi aveva già un lavoro, abbiamo salvaguardato i lavori usuranti, abbiamo creato l’opzione donna, ecc. Secondo voi, che mi leggete, avere una malattia o un handicap per chi lo soffre e lo vive, è usurante? Se qualcuno ha dei dubbi sulla risposta gliela suggerisco io: è tremendamente duro, costoso, logorante, angosciante, doloroso.

Nell’ultima legge di bilancio sono stati respinti anche quegli emendamenti che per lo meno avrebbero permesso agli emofilici anziani (ddl 2794) di andare in pensione con uno sconto.

Dopo pochi mesi, in campagna elettorale, volano promesse miliardarie da parte di tutti e i soldi improvvisamente ci sono.

Mando un invito ai nostri rappresentanti: siate seri e non giocate sul dolore. Dopo sei anni qualcuno si prenda carico di noi.

Antonio Montoro

 

Gli italiani criticano i politici, ma hanno le loro colpe

Molto spesso additiamo la politica come causa dei nostri mali, quando in realtà sarebbe più corretto vederla come conseguenza dei nostri mali. Mi spiego meglio: la politica altro non è che la riflessione del popolo ed i nostri politici sarebbero, in linea teorica, il meglio che il popolo sa tirare fuori, come diceva già Aristotele oltre duemila anni fa.

Un popolo ignorante e disinteressato non tirerà fuori altro che una classe politica disonesta ed interessata esclusivamente al proprio tornaconto.

Ciò detto, troppo spesso vediamo la nostra politica sotto una lente negativa e ci scordiamo che, tra la casta, c’è tanta gente che fa onestamente il proprio lavoro, indipendentemente dal partito. Quando ci paragoniamo all’estero, poi, apriti cielo: siamo i primi a darci contro e ci scordiamo che anche gli altri hanno i loro scandali interni, i loro malcontenti.

La differenza, semmai, è che un cittadino olandese o tedesco vede che la macchina dello stato funziona, ad esempio, quando impiega pochi minuti per pagare le tasse o quando l’autobus passa in orario.

Forse loro, a differenza nostra, possiedono l’idea di essere parte di una comunità che forma la res publica, la cosa pubblica. Dovremmo esserne più consapevoli anche noi.

Marco Faltelli

 

La presunta rimborsopoli si rivelerà una bolla di sapone

Il nostro è l’unico paese al mondo e forse del sistema solare dove, invece di indagare su chi ruba, si indaga su chi dona.

Il presunto scandalo del milione di euro non versato al fondo per il micro-credito è una bolla di sapone senza senso, né reati. Non solo: attaccare di Di Maio & co con argomenti populisti finirà per dare loro implicitamente ragione. Tempo un paio di giorni e la gente non si chiederà più perché il Movimento Cinque Stelle ha versato al fondo per le piccole imprese 25 milioni anziché 26. Si chiederà perché il Movimento ne ha versati 25 e gli altri zero. E a quel punto il “capolavoro” dei partiti sarà completo.

Gianni Tirelli

 

La legge elettorale ha fatto fuori il Movimento 5 Stelle

Protagonista indiscussa di questa assurda campagna elettorale è la legge che la regola. Una legge ideata da Pd e Forza Italia per non far vincere il Movimento 5 Stelle. A pochi mesi dal voto, a colpi di fiducia, producendo una legge secondo molti esperti incostituzionale. I vecchi partiti si sono ridotti all’ultimo istante per colpa della loro incapacità solo di pensare ad una legge elettorale per il bene della democrazia e non per il proprio. Una legge elettorale che non permette al primo partito di governare ma lo isola all’opposizione. È questo che passerà alla storia. Serviva l’ingovernabilità dopo il voto, serviva una incertezza che un loro accordo nei corridoi avrebbe poi risolto per il bene del Paese. Un bel Nazareno II la vendetta, per il bene nostro ovviamente. Una mossa democraticamente criminale per un paese civile.

Una partita truccata, quindi, che ha reso questa campagna elettorale una lunga e noiosa attesa per capire se gli italiani ci cascano ancora o meno. Giornali e televisioni stanno facendo di tutto affinché il piano indecente di Renzi e Berlusconi vada in porto attaccando vilmente il Movimento e con esso il democratico desiderio di cambiamento di milioni di persone, ma il Rosatellum è una legge talmente complicata e contorta che perfino le società di sondaggi faticano a fare il loro lavoro.

La speranza è che sia sfuggita di mano a chi ha avuto il coraggio di escogitarla e che gli si rivolti contro. Nessuna legge elettorale, infatti, anche la più truffaldina, può contenere una imponente valanga di voti.

Tommaso Merlo

Centrodestra. La coalizione bugiarda di B. e Salvini e la porcata del Rosatellum

Se il popolo italiano capisse che sta vivendo la campagna elettorale più squallida da quando esiste la nostra Repubblica, e se capisse qual è il gioco di questi proci, che si stanno divorando l’Italia, capirebbero che il Rosatellum è una legge elettorale anche peggiore del Porcellum di Calderoli, per gli effetti che produrrà. E, invero, nel centrodestra è evidente che l’alleanza base Berlusconi-Salvini non è fatta per governare, ma per vincere le elezioni. E ciò per la semplice ragione che Salvini è un parafascista, mentre Bossi, con il quale B. ha già governato, era un indipendentista. E, quindi, se era spiegabile il governo B&B, oggi sarebbe impensabile un governo B&S, in quanto, con tutto il peggio che si può dire di B., certamente non è un fascista.

E, allora, se due più due fa ancora quattro, è probabile che B. vinca le elezioni alleato con S., ma che si alleerà, poi, con il suo giovane clone Renzi per governare. E questo sarebbe un raggiro dell’opinione pubblica e prima ancora dei propri elettori. Ma credo che gli italioti abbiano già capito l’antifona.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Gli effetti del Rosatellum sono proprio quelli che ha descritto lei, caro Luigi. Se il Porcellum presupponeva almeno delle coalizioni diciamo così coerenti, il Rosatellum è stato scritto con una riserva mentale. Cioè, Renzi e Berlusconi hanno pensato a come massimizzare i loro voti per poi accordarsi dopo le elezioni. Che ci sia voglia di larghe intese (vedremo poi come, e su questo non mancheranno le sorprese dalle urne) è ormai innegabile. Ma rimaniamo al punto che lei solleva. La coalizione finta o bugiarda del centrodestra. Talmente bugiarda che, secondo quanto raccontano le colombe di Forza Italia, lo stesso B. spererebbe di non prendere il 40 per cento per governare con Salvini e Meloni. I due maggiori azionisti, il capo azzurro e il capo in camicia fascioleghista, non si sopportano. Questione generazionale, più che ideologica. Diciamolo pure: le pulsioni fasciste sono solo una tigre da cavalcare e non farei troppe distinzioni tra Salvini e Berlusconi. Il leader del Carroccio ha la metà degli anni dell’Ottuagenario di Arcore e da mesi si rifiuta di riconoscere il primato del carisma berlusconiano. Anche perché, non lo dimentichi, gentile Ferlazzo Natoli, Forza Italia non ha più i numeri di una volta. Per il 4 marzo, la scommessa di B. è il 20 per cento, ma gli azzurri al momento non si schiodano dal 16-17, sentendo così il fiato sul collo della Lega. Le sembra poco?

Fabrizio d’Esposito

Vendita Alitalia, tutto rinviato a dopo le elezioni

Il destino di Alitalia si conoscerà solo dopo il voto del 4 marzo. I commissari straordinari hanno ufficializzato quello che era nell’aria, cioè che non si può chiudere prima delle elezioni. Intanto i pretendenti in campo continuano le manovre per poter ottenere la negoziazione in esclusiva: Air France che viene indicata al lavoro per una maxi cordata a quattro, fa sapere che sta studiando per far restare Alitalia in Skyteam, ma senza diventarne acquirente. Calenda, che già da qualche giorno si era detto “meno ottimista” sulla possibilità di chiudere, non si sbilancia sui potenziali acquirenti: “Le preferenze ci sono sulla base dei contenuti, ma non sono ancora sufficientemente definiti per prendere una decisione”, spiega il ministro, che non dice nulla nemmeno sulla cordata a quattro Air France-Delta-Easyjet-Cerberus. Qualche indizio lo fornisce la stessa Air France: “Con il nostro partner Delta studiamo diverse possibilità affinché Alitalia resti nella famiglia Skyteam senza che Air-France-Klm sia l’acquirente di Alitalia”, spiega l’ad Jean-Marc Janaillac in conferenza stampa. Un coinvolgimento che “non significa che entreremo nel capitale di Alitalia”, chiarisce il cfo di Air France, Frederic Gagey.

Trony in crisi, lavoro a rischio per centinaia di dipendenti

Da dicembre ricevono solo il 20% dello stipendio e ora rischiano anche di perdere del tutto il posto di lavoro. La crisi dei negozi Trony, causata anche dalla concorrenza dell’e-commerce, sta facendo tremare 600 lavoratori sparsi negli store di tutta Italia, 140 dei quali in Lombardia. Per questo, oggi protesteranno a Milano con i sindacati del commercio di Cgil e Cisl. Una situazione nata da una serie di strane operazioni societarie, con un sistema che i sindacati definiscono “di scatole cinesi”. La Dps, società che ora detiene il marchio Trony, si trova in fase di concordato preventivo. “La proprietà – spiega Danilo D’Agostino della Filcams Cgil – aveva creato un’altra società, la Vertex, trasferendo a quest’ultima i 500 dipendenti della Dps che era indebitata, ma le banche non hanno concesso il credito alla nuova azienda e i negozi hanno iniziato a chiudere o a svuotarsi di merci. Quindi la Dps ha ripreso il personale. Non è stato trovato nessun investitore interessato a rilevarla e ora si parla di un possibile fallimento. Oggi protestiamo anche perché i lavoratori negli scorsi anni hanno già fatto sacrifici”.

Pizzarotti brinda: Parma è Capitale della Cultura

Ci aveva già provato due anni fa, quando alla fine la scelta era ricaduta su Pistoia, ma questa volta la candidatura di Parma ha messo d’accordo tutti: sarà la città emiliana la capitale italiana della cultura nel 2020.

La notizia è stata annunciata ieri il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che ha specificato come Parma abbia battuto la concorrenza di altre nove città – Agrigento, Bitonto, Casale Monferrato, Macerata, Merano, Nuoro, Piacenza, Reggio Emilia e Treviso – con il voto unanime della commissione di esperti nominata dal ministero.

La designazione porta in dote un milione di euro di fondi ministeriali, che si aggiunge ai 5 milioni che il Comune di Parma, anche attraverso sponsor privati, ha già messo in conto per la realizzazione dei 32 progetti che hanno convinto la giuria. Si va dal recupero dell’Ospedale Vecchio, monumento architettonico del centro storico da anni in attesa di interventi, alla rigenerazione urbana delle periferie. Non solo: per il Comune scelto come capitale il ministero concede l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per gli investimenti necessari per realizzare i progetti. Non male, visto il costo milionario degli interventi.

A tutto questo si aggiunge l’accordo firmato pochi giorni fa tra il ministero dei Beni Culturali e Enel per la fornitura di mezzi di trasporto a energia elettrica alle città scelte come capitali della cultura. Parma ne beneficerà dopo Palermo, scelta per il 2018, e Matera, che l’anno prossimo sarà capitale europea. Ad istituire il riconoscimento era stato il governo Renzi nel 2014, attraverso il Decreto cultura: da allora, dopo un avvio sperimentale con cinque capitali, erano state selezionate Mantova (nel 2016) e Pistoia (2017), prima della designazione di Palermo. Finora i conti sembrano tornare: Mattia Palazzi, sindaco di Mantova, parla di un aumento “del 28% di pernottamenti e del 48% di ingressi nei musei” nella sua città, mentre a Pistoia il primo cittadino Alessandro Tomasi sventola un +20,7% degli arrivi.

Numeri che fanno gola a Parma e a Palermo. L’investimento iniziale del capoluogo siciliano era stato di 6,5 milioni di euro, ma stando a quanto dichiarato al Fatto dal regista Franco Maresco ci sarebbe già qualche difficoltà dovuta alla mancata copertura di alcuni progetti.

Intanto Parma si attrezza, potendo pianificare le opere con due anni di anticipo. Il ministero dice di voler “sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura”. Non un premio a chi si è distinto, quindi, ma un incentivo a realizzare i progetti che ogni anno una rosa di città sottopongono alla giuria del ministero, che poi rilascia una rosa di dieci finaliste tra cui verrà scelta la capitale.

“Puntiamo sulla trasversalità sociale della ricaduta degli interventi – dice il sindaco di Parma Federico Pizzarotti nella giornata che, per sua ammissione, lo rende “ancor più felice del giorno dell’elezione”. Non è chiaro a quale delle due amministrative si riferisca, se a quella che lo portò perla prima volta al Palazzo del Comune nel 2012, con i voti del Movimento 5 Stelle, o a quella che lo ha riconfermato sindaco lo scorso anno, da indipendente.

Pizzarotti e il Movimento si sono lasciati due anni fa, non senza polemiche, e da allora il suo nome ha iniziato a circolare anche come possibile federatore del centrosinistra. Lui intanto fa il coordinatore nazionale di Italia in Comune, il partito dei sindaci che riunisce 400 amministratori locali, e rivendica di aver risollevato una città che nel 2012 era sull’orlo del dissesto finanziario. In questo senso la nomina di Parma – città nella quale il prossimo 4 marzo si sfideranno Lucia Annibali (Pd), la leghista Laura Cavandoli e il grillino Mauro Nuzzo, acerrimo rivale di Pizzarotti in consiglio comunale – ha anche un significato politico. Nella corsa alla capitale della cultura l’ha spuntata un sindaco indipendente, tra i primi nomi noti ad aver rotto con i 5 stelle, che tre anni fa si era già battuto per il marchio Unesco di Città creativa per la gastronomia: “Al di là del ritorno economico del riconoscimento – dice – mi auguro che possa aiutare a far conoscere Parma. E la pubblicità che abbiamo ricevuto oggi è un buon inizio”.

Scontri tra polizia e centri sociali: “Fuori i fascisti da Bologna”

Duri scontritra forze dell’ordine e gruppi di sinistra hanno accompagnato ieri la manifestazione di Forza Nuova prevista a Bologna. In mattinata il collettivo Hobo ha fatto irruzione in Consiglio comunale, ferendo due agenti e sventolando uno striscione con scritto “Siete complici dei fascisti”. Intorno alle 14 la polizia ha caricato gli attivisti, che protestavano nelle vie del centro contro l’autorizzazione del comizio del partito di estrema destra. Il bilancio è stato di cinque feriti, tra cui un agente. La situazione è di nuovo degenerata verso sera, poco prima dell’arrivo di Roberto Fiore, leader di Forza Nuova. Un migliaio di manifestanti di sinistra ha invaso piazza Maggiore, tentando di raggiungere il luogo del comizio di Fiore. Lì sono intervenuti gli agenti della polizia, che hanno caricato con idranti e lacrimogeni. Poco prima un altro scontro si era verificato in via Farini, non lontano dalla piazza concessa alla destra. Fiore ha poi parlato, davanti a una quindicina di persone e protetto da un cordone di agenti che ha isolato la piazza. I collettivi, intanto, sfilavano per le vie del centro, vicino alle Due Torri, al grido di “Fuori i fascisti da Bologna”.

L’appello di Confindustria ai partiti, che non rispondono

Sarà che i tempi cambiano, ma la circostanza è sintomatica del declino inarrestabile che avvolge la Confindustria. Ieri l’associazione degli industriali, riunita a Verona per le assise generali, ha “lanciato una sfida” ai partiti proponendo un piano da 250 miliardi in cinque anni. Nessuno, ma proprio nessuno, ha risposto: neanche un segnale di ricezione. Sembra passata un’èra da quando, nel 2006, gli industriali accolsero con applausi scroscianti Silvio Berlusconi riservando posate risposte a Romano Prodi. Il presidente Vincenzo Boccia (nella foto), forte di un solido legame col mondo renziano e reduce dall’appoggio al referendum costituzionale bocciato da 20 milioni di italiani, non ha trovato niente di meglio che far aprire la convention all’ex presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. “L’Italia non deve vedere l’Ue come un nemico”, ha spiegato l’uomo che ha lasciato Bruxelles per entrare nella banca d’affari Usa Goldman Sachs scatenando un’ondata di proteste.

Ad ogni modo il piano è “sfidante”, ma “ci sono anche le coperture”, ha assicurato Boccia. Quali? Si va dai 58 miliardi dagli eurobond (che la Germania non vuole) ai “30 miliardi dalla spending review” (cioè tagli) fino ai 22 miliardi che si possono ricavare “dalla vendita di immobili pubblici”. Insomma, la ricetta che da anni Confindustria propone al governo con l’aggiunta del wishful thinking nei confronti di Bruxelles e un raddoppio di quanto già ottenuto, tipo “un fisco a supporto degli investimenti”, cioè altri sgravi dopo i 20 miliardi già stanziati (40 contando gli incentivi del Jobs act) e “una riduzione della pressione fiscale” (tradotto: tagliate ancora un po’ l’Ires). Non poteva mancare l’asupicio alle larghe intese in chiave usato sicuro: “È indubbio”, ha detto Boccia, che dal voto può scaturire “un quadro confuso e il nostro Paese diventerebbe presto l’anello debole mondiale. L’Italia è ad un bivio, tornare indietro è un rischio”. Applausi.

“Il primo compito post-voto è una nuova legge elettorale”

Il titolo del primo libro di Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, non lascia spazio a dubbi: Un Paese senza leader. L’analisi è amara e il bilancio degli ultimi anni deprimente. Tuttavia, nelle conclusioni, traspare un barlume di speranza.

Direttore, perché “Non può finire così”?

Il capitolo finale è più che altro l’appello del cuore di una persona che ha un’antica passione per la politica e un grande amore per un Paese che non merita questa situazione. La speranza è che la prossima legislatura, pur con le difficoltà dovute alla frantumazione, recuperi un po’ di razionalità e di unità su alcuni punti fondamentali. La legge elettorale va cambiata: penso che in uno scenario tripolare ormai radicato serva un sistema che al primo turno registri la rappresentanza dei cittadini e al secondo turno punti alla governabilità. L’alternativa è per forza avere governi innaturali: Lega e M5S, Pd e Forza Italia… Se devo formulare un augurio per il 5 marzo è che si facciano compromessi al rialzo, per il bene dell’Italia.

Gli scenari che lei vede sono tre.

Il primo è tornare rapidamente al voto: c’è chi pensa che le elezioni vere saranno le prossime. Ma a che serve tornare alle urne senza cambiare la legge elettorale? L’altra ipotesi è un accordo trasversale su punti precisi, come avviene per esempio in Germania. L’ultima prospettiva è quella che mi piace meno ed è un Paese che fa a meno della politica. Ma non siamo abbastanza solidi, e ci portiamo dietro due giganteschi nodi irrisolti: il debito pubblico e la burocrazia. Nel breve periodo può essere allettante l’idea che la politica passi in secondo piano, ha molto stancato l’opinione pubblica: se dovessi dire qual è l’idea forte per cui i tre schieramenti chiedono il voto non saprei rispondere. Nel lungo periodo sarebbe un grosso problema.

Scrive che il Rosatellum è stato concepito per neutralizzare i 5Stelle. Ma tutta la storia delle leggi elettorali dal 2006 a oggi restituisce l’idea di una classe dirigente immatura e non adeguata. Perché si aspetta che le cose cambiano?

Gli errori, ripetuti, sono stati imperdonabili. In questi 25 anni abbiamo cambiato troppe volte il sistema di voto. Non si può andare avanti in questo modo. Il Rosatellum è stato concepito pensando a una larga coalizione tra Pd e Forza Italia, con l’idea che, siccome i 5 Stelle non si coalizzano, per loro l’uninominale sarebbe stato penalizzante. Ora, secondo i sondaggi, possono prendere nell’uninominale più collegi del Pd soprattutto al Sud.

Berlusconi è diventato “ecumenico”, magari non padre ma nonno della patria. Come è riuscito a far dimenticare tutto, specialmente la condanna per frode fiscale?

Nelle élite c’è una grande paura dei 5Stelle: Berlusconi viene considerato il meno peggio. Un Berlusconi europeista, che dialoga con la Merkel probabilmente fa meno paura. E secondo molti osservatori l’alleanza Pd-Forza Italia è la strada più percorribile. In questo momento, stando ai sondaggi, non ci sono i numeri. Ma vedremo: anche D’Alema parla di governo del presidente. Se ci deve essere un patto di governo vorrei che avvenisse con meccanismi trasparenti, alla luce del sole. Non sono appassionato di grandi coalizioni, se deve succedere spero duri lo stretto indispensabile per dotare il Paese di un sistema in cui i cittadini decidano chi governa.

Nel libro dà conto anche dei suoi rapporti coi politici. Non sempre facili: con Renzi per esempio.

Quando fai il direttore i rapporti complessi con i politici sono la quotidianità… Ci sono politici con cui si discute e poi si ricostruisce un rapporto professionale normale, con altri è più complicato. Probabilmente Renzi pensava che il Corriere non dovesse mai criticarlo, sia quando c’era Ferruccio de Bortoli che poi con me. Personalmente ho un giudizio positivo della prima parte del suo governo, dagli 80 euro in poi ho cominciato ad avere dei dubbi. È stato un errore impostare in maniera tanto personalistica la campagna del referendum, così come ha sbagliato a voler fare terra bruciata attorno a sé: un leader sa che la squadra è fondamentale.

Il Salvini che descrive è diverso dalla sua immagine pubblica.

Quando l’ho incontrato mi è sembrato più pacato. Ha una grande voglia di misurarsi con un’esperienza di governo e un progetto chiaro di un partito nazional-populista. Credo che pensi un domani di ereditare da Forza Italia, dove non ci sono delfini, una buona fetta di elettorato. Ha una strategia comunicativa che spesso utilizza in modo preoccupante e spregiudicato.

Torniamo alla classe dirigente: è una questione di selezione o di qualità?

Bisogna rifondare luoghi in cui si costruiscono percorsi e formano competenze. Vale per tutti: per il Pd, che ha avuto in passato i circoli, le scuole di partito e ora non li ha più; vale per Forza Italia che essendo un partito proprietario ha selezionato la sua classe dirigente su base aziendale; vale per i 5Stelle che si stanno accorgendo che una classe dirigente non si sceglie con i casting o su Internet. Io non voglio essere rappresentato da qualcuno che ne sa come me o meno di me. Voglio essere rappresentato da persone capaci e che abbiano una visione: il problema, oltre che di saperi, è anche di princìpi.

Casa popolare a uno Spada, bagarre Pd. Ma è un atto obbligato

quando c’è di mezzo il nome “Spada” il caso politico e giornalistico è dietro l’angolo. A Ostia uno degli zii di Roberto e Carmine – figure di spicco del clan sinti che ha dominato il lungomare di Roma – ha ottenuto dal Comune la concessione della sanatoria della casa in cui abitava abusivamente dal 2001. Ora Giuseppe Spada è a tutti gli effetti titolare dell’edificio in piazza Ener Bettica, a Nuova Ostia, nel quale vive da 17 anni. L’ultima parola è stata pronunciata il 12 febbraio dagli uffici del Campidoglio. La notizia ha fatto salire sugli scudi il Pd. A cominciare dal senatore (uscente) Stefano Esposito: “A Roma Virginia Raggi assegna casa popolare occupata illegalmente a un membro della famiglia Spada. Questo è il modo di governare del M5S”. Non si tratta però di una decisione politica del Comune, ma di un atto amministrativo. Sostanzialmente dovuto, visto che la “sanatoria” di situazioni abitative come quella di Spada è prevista da una legge regionale del 2006: “Nei confronti di coloro che alla data del 20 novembre 2006 occupano senza titolo alloggi di edilizia residenziale pubblica il Comune dispone, in presenza delle condizioni richieste per l’assegnazione, la regolarizzazione dell’alloggio”.