Birra, riciclo e start up “green”: come funziona (e chi ha aiutato) il microcredito dei Cinque Stelle

“All’inizio abbiamo faticato un po’ a capire quale banca erogasse il credito pubblicizzato dai 5Stelle, alla fine abbiamo trovato Unicredit, abbiamo spiegato la ‘mission’ aziendale, il business plan e ci hanno erogato 20 mila euro che sono stati preziosi per far partire la nostra attività”. Alessandro è uno dei titolari della GreenEvo di Tione di Trento, una piccola start up nata tre anni fa dall’idea di costruire un impianto di riciclo di rifiuti non pericolosi e fornire consulenza, formazione e progettazione ambientale alle aziende del nord. “Io sono napoletano, gli altri un siciliano e un pugliese, ci siamo ritrovati qui per caso”, sorride Alessandro spiegando al telefono uno dei rari casi di imprenditoria meridionale in Trentino che non sia una pizzeria. Ma perché vi siete rivolti al microcredito pentastellato? “Era complicato accedere con altre fonti, la società era nuova, non aveva niente alle spalle e nessuna garanzia da dare se non conoscenze, analisi di mercato e progetti green”, risponde l’imprenditore partenopeo.

I soldi sono solo un prestito e andranno restituiti. A garantire la banca, che decide di erogare il credito e cura l’istruttoria, dal rischio insolvenza è il Fondo pubblico gestito dai ministeri per l’Economia e per lo Sviluppo economico.

Istituito nel 1993 e attivato solo nel 2015, il Fondo di garanzia per le Pmi prevede indirettamente operazioni di “microcredito” destinate a lavoratori autonomi e piccole imprese con non più di 5 dipendenti. Il finanziamento pubblico copre fino a un massimale dei prestiti fissato a 25 mila euro estensibile a 35 mila in alcuni casi e viene alimentato dal Mef con 30 milioni di euro l’anno. Grazie a un emendamento alla legge 98 del 2013, presentato dai 5Stelle, possono contribuire al Fondo anche i privati.

Il Movimento ha utilizzato questa possibilità di partecipazione decidendo che i propri parlamentari alimentassero il fondo con metà dello stipendio (circa 5 mila euro) più la quota della diaria (circa 3.500 euro al mese) non spesa. Secondo una tabella del Mise, dal 31 dicembre 2013 al gennaio 2018 risultano versati contributi volontari per 23 milioni 192mila 331 euro e rotti. In questo momento sono attive 5.735 linee di microcredito, per altrettante imprese.

“Il Mise riceve solo, con cadenza regolare, un accredito dal Mef sul capitolo di gestione del fondo per il Microcredito, non abbiamo la possibilità di certificare che tutti quei soldi sono le rimesse del M5S (la dizione della tabella è ‘contributi privati’), anche se informalmente si sa che dovrebbe essere così”, spiega al Fatto l’Ufficio stampa del ministro Carlo Calenda.

Il fondo ministeriale non è l’unico canale usato dai 5Stelle per “restituire” ai contribuenti una parte della retribuzione prevista per gli incarichi istituzionali. In molte regioni sono state realizzate iniziative analoghe con l’istituzione di fondi locali e dove mancano si è arrivati anche al finanziamento diretto di piccole imprese.

Il birrificio Messina produce birra di qualità al di là dello Stretto. A fondarlo è stata una cooperativa di 15 ex dipendenti della Birra Messina, storico marchio della tradizione siciliana, che hanno deciso di investire le loro conoscenze, le energie e il loro Tfr per far nascere un nuovo stabilimento. “Abbiamo comprato tutto nuovo con 3 milioni di investimenti in parte finanziati dalle banche – ci racconta una delle fondatrici – sono tutti mutui e nessun fondo europeo”.

Al finanziamento della start up hanno partecipato anche i consiglieri regionali M5S: “Si tratta di 20 mila euro versati alla Fondazione Comunità che a sua volta ci ha attivato un prestito sotto forma di microcredito”, spiegano al birrificio, “siamo orgogliosi di aver avviato un’impresa che per noi e per la città ha il sapore della rivincita”.

Questa sceneggiata mariuola finirà con l’addio del pubblico

“Camma sazià tutte quante”: nella campagna elettorale più spassosa (e mariuola) che si ricordi, irrompe la sceneggiata napoletana, come racconta a Radio24 il direttore di Fanpage.it, Francesco Piccinini (’isso). Che per mesi registra con due cronisti, e un ex boss a fare da esca, come funziona il “sistema” dei rifiuti in Campania e mette nei guai il Pd De Luca jr, e un pezzo da novanta di FdI.

Con un famelico intermediario (’o malamente), spiccicato al camorrista don Fabrizio Fanucci del Padrino dove il grande Gastone Moschin rivolto a Robert De Niro getta il panama bianco sul tavolino e biascica minaccioso: “Se l’occhio non m’ha ingannato ce stanno cento dollari sotto il cappello eh…”. E quando si accorge che ce ne sono di meno, ringhia: “Quaa finisce maale…”.

Se si resta nei paraggi le cose vanno sicuramente meglio a Claudio Lotito, patron della Lazio e candidato con Forza Italia in quel di Sessa Aurunca, che sotto lo sguardo di Goffredo De Marchis di Repubblica già mena vanto (“faccio er senatore”) e poi per contestare il presunto dinamismo di Renzi mormora “pure io so’ dinamico…”, e “improvvisa un twist roteando la pancia fuori misura”. Dopo avere esposto il proprio modello di consenso (“mi faccio tutti i vescovi, uno per uno”) informato del “boicottaggio” di un sindaco del Pd estrae dalla fondina una parabola : “Oggi si sente la vacca sacra, domani magari diventa il toro che prendiamo per le palle” (che fa tanto Gli Intoccabili di Brian De Palma mentre i mitra crepitano nella Chicago anni Trenta).

Siamo invece in piena commedia brillante, a Otto e mezzo con Laura Boldrini e Matteo Salvini che duettano amabilmente come Myrna Loy e William Powell. Lui: “Tu incapace e razzista”. Lei: “Tu cattivo maestro”. Nell’immancabile lieto fine cinguettano: “È stato un confronto civile, no?” (con le note in sottofondo di Night and Day di Cole Porter).

Scontata Giorgia Meloni nella parte di Ben Stiller in Una notte al museo. Il segreto del faraone, inseguita dalle mummie egizie (e dall’insegnante di storia). Mentre Corrado Guzzanti nel Caso Scrafroglia con cappuccio nero e martello ci aveva già regalato i politici massoni, che oggi spuntano come funghi nelle liste M5S: “Inderrombbiamo la trasmiscione per una communicazione tra fratelli”.

Infine, last but not least, per celebrare degnamente Silvio Berlusconi e Bruno Vespa nella famosa gag del patto dal notaio ci vorrebbe Federico Fellini. Come nel film Roma del 1972 quando il comico spompato (“ecco a voi l’imitazione del signore che ha mangiato troppo”) viene insultato dal pubblico tra pernacchie e carogne di gatti tirati sul palco. “T’ho detto d’annattene… vabbè allora se n’annanmo noi…”.

Molti elettori ci stanno pensando.

Di Battista e lo scherzo telefonico ai colleghi: “Ti hanno beccato”

Non bastassero Le Iene e un clima nel Movimento che non è esattamente idilliaco, ci si mette pure Alessandro Di Battista. Il deputato uscente dei 5Stelle nelle pause della campagna elettorale – ieri era in Abruzzo in camper per un doppio comizio a Teramo e Sulmona – si è divertito a terrorizzare i suoi colleghi con uno scherzo telefonico sulla questione dei rimborsi. Di Battista, con l’intento di sdrammatizzare, ha chiamato altri deputati e senatori del suo gruppo fingendo di essere in possesso dell’elenco sui mancati bonifici de Le Iene. “Sei nella lista”… E così il deputato romano ha interrogato i colleghi pentastellati, chiedendogli di giustificare i soldi che si sarebbero tenuti in tasca violando le regole del Movimento. A Teramo, Di Battista è stato protagonista di un siparietto con alcuni militanti in piazza. ”Ero uno che votava a sinistra”, ha detto il grillino, interloquendo con una persona tra il pubblico. “Io ho votato Veltroni, scusami. Tu chi hai votato?”. Dalla folla qualcuno fa il nome di Occhetto. “Occhetto… manco me lo ricordavo Occhetto… ma tanto mo’ rimettono anche lui”.

Gli ex “curiosi”, le Iene e l’elenco del Mef

Che i reciproci sospetti covassero, era cosa nota da tempo. Almeno da tre anni, quando per la prima volta la deputata marchigiana Patrizia Terzoni si era decisa a chiedere l’accesso agli atti del Tesoro: “Nutrivo sospetti verso i colleghi espulsi o quelli prossimi a cambiare casacca – ha spiegato nei giorni scorsi – volevo controllare il loro operato, se fossero in regola oppure no”.

All’epoca – era il 2015 – tutto filò liscio, almeno nei nomi che la Terzoni si premurò di verificare. Difficile l’abbia fatto con tutti: non solo perché la maggior parte dei colpevoli era tra i cosiddetti insospettabili, ma soprattutto perché la lista consegnata dal Mef indicava data e ora dei bonifici ricevuti, ma non il nome di chi aveva effettuato l’operazione: per sapere chi stava bluffando (ovvero chi allegava ordini di pagamento e poi li revocava) bisognava incrociare le distinte pubblicate sul sito tirendiconto.it con i dati forniti dal ministero.

A spanne, allora, si trattava di 240 ricevute (una al mese, per due anni, per un centinaio di eletti), lievitate a oltre 600 alla fine del 2017. Ci voleva una discreta volontà, per spulciarle una a una. E chi aveva interesse a farlo? Insomma: chi è la fonte delle Iene?

Secondo quanto dichiarato dagli autori del servizio si tratta di ex attivisti del Movimento, vogliosi di danneggiare Grillo e soci alla vigilia delle elezioni. Ieri, sul Corriere della Sera, alcuni parlamentari Cinque Stelle hanno avanzato una serie di ipotesi che contemplano tra i mandanti della iena Filippo Roma sia gli oppositori politici (Berlusconi, visto che parliamo di Mediaset) che i soliti servizi segreti.

Di concreto c’è che, dopo la Terzoni, un’altra richiesta di accesso agli atti è arrivata al Tesoro, poche settimane fa. L’ha presentata Fabrizio Bocchino, ex senatore M5S espulso in qualità di dissidente a febbraio 2014 e ora candidato in Sicilia per Liberi e Uguali. Al Fatto Bocchino conferma di aver ricevuto i documenti e rinvia i dettagli ad una telefonata successiva che – ahinoi – non arriverà mai. C’è poi un altro ex deputato grillino, incuriosito dalla faccenda: Cristian Iannuzzi, espulso come Bocchino nei primi giorni del 2015. Anche Iannuzzi conferma di aver presentato una richiesta di accesso agli atti. Lui però assicura: l’ha fatto in questi giorni, a scandalo già esploso, e non ha ancora ricevuto alcuna documentazione.

Noi produciamo spettacoli teatrali. Se il Pd ci organizza una serata…

La deputata (e candidata) del Pd Anna Ascani si chiede: “Come mai sul biglietto dello spettacolo di Andrea Scanzi del Fatto compare il nome e la partita Iva di una consigliera regionale Cinque Stelle? In campagna elettorale gli spettacoli di un giornalista ospite fisso a La7 li organizza un partito?”. La replica: la Società Editoriale Il Fatto produce spettacoli come previsto dal proprio statuto e risponde alle richieste di teatri, associazioni e privati interessati e spesso affitta teatri a rischio impresa. Non produciamo spettacoli sotto commissione di alcun partito politico, ma se lo spettacolo viene richiesto da un privato che lo organizza, fosse anche un consigliere regionale, non costituisce per noi un problema. Certamente nel caso dello spettacolo Renzusconi non ci aspettiamo una mossa così lungimirante e autoironica come quella di una richiesta della stessa manifestazione teatrale da parte di un esponente del Pd. Ma, se ci arrivasse, saremmo lieti di soddisfarla. Infine, non si comprende il collegamento fatto dalla deputata Ascani con la presenza di Andrea Scanzi su La7. Comprendiamo che la normativa sulla par condicio offra una gamma di strumentalizzazioni tale da inibire chiunque anche all’uso del participio passato di partire (non sia mai che dica “partito”), ma le ricordiamo che i nostri giornalisti fanno i giornalisti, non sono candidati, né tantomeno a libro paga di un partito politico.

Minacce, rettifiche e veleni: gli esclusi M5S alzano la testa

Dice Carlo Martelli – il francescano (per via dei sandali) che si piazza al quarto posto nella classifica dei furbetti dei rendiconti – che non può “rimettere la frittata nelle uova”. Quel che è stato è stato, insomma. Tanto più che il 2 febbraio, il senatore ha versato al fondo per la piccola e media imprenditoria gli 80 mila euro che negli anni passati aveva restituito solo sulla carta. Così, a Martelli, adesso dà un po’ fastidio sentire Luigi Di Maio pontificare sulla “settimana dell’orgoglio M5S”, quella con cui i vertici del Movimento hanno intenzione di comunicare alla nazione che “le mele marce” sono state isolate. E chiede una rettifica. Lui mela marcia sarà, ma “umanamente – si è sfogato giovedì notte su Facebook – posso dire di aver messo in atto tutte le condotte riparatorie possibili, compresa la remissione della candidatura ed entrando in silenzio stampa come richiestomi dalla comunicazione stessa”.

Il tempo dell’autoflagellazione è finito. E ne comincia un altro: quello in cui Luigi Di Maio dovrà fare i conti con il 5 marzo. Almeno quattro degli esclusi faranno sicuro ingresso in Parlamento. E non è detto che da qui a due settimane abbiano digerito la pubblica gogna a cui sono stati sottoposti. C’è Martelli, dicevamo, capolista in Piemonte 2 e in vena di rivendicazioni. C’è Andrea Cecconi, sicuro eletto delle Marche, in silenzio da quando Le Iene lo hanno incastrato. E ancora Silvia Benedetti, in posizione blindata nel Veneto, che ora dice: “Non ho rubato un centesimo di soldi pubblici e non ho fatto alcuna furbata per intascarmi nulla”. E poi Giulia Sarti – prima candidata in Emilia Romagna – che a sorpresa ha deciso di autosospendersi, nonostante Di Maio non l’avesse inserita nell’elenco dei reprobi. Non vuole ledere l’immagine del Movimento, dice, perché la colpa è tutta del suo fidanzato che le gestiva i conti e ha omesso di versare 23 mila euro. Il clima, tra i due, non è serenissimo. Ieri, dopo aver saputo delle accuse della Sarti, ha reagito così: “Io ho un brutto vizio: registrare tutto e pure le telefonate”. Bogdan Andrea Tibusche – che in rete preferisce farsi chiamare Andrea De Girolamo – è il fondatore di Social Network Tv, un canale di informazione che “nonostante si professasse ‘indipendente’ – ricorda sul suo blog byoblu l’ex capo della comunicazione al Senato, Claudio Messora – era in realtà un canale gestito da collaboratori parlamentari o addirittura fidanzati di parlamentari del Movimento 5 Stelle”. Non sempre allineati con la linea ufficiale: un anno fa, per dire, commentando una foto del tour promozionale del manoscritto di Alessandro Di Battista, A testa in su, Tibusche chiosava: “Arridaje co sto cazzo di libro”.

Quello dei collaboratori – non di rado fidanzati – è un antico tallone d’achille del Movimento. E porta dritti al caso di Ivan Della Valle, che con i suoi 270 mila euro si piazza sul podio più alto dei furbetti del rendiconto. Lui ha già esaurito il limite dei due mandati, ma in compenso in buona posizione (è secondo) c’è proprio il suo fidato assistente, Luca Carabetta. Chissà se in passato Della Valle avrà condiviso con lui le valutazioni tranchant che sta ora dispensando sul Movimento: “Delle battaglie delle origini – ha sentenziato – non è rimasto nulla”.

Maurizio Buccarella, anche lui nella lista nera, rompe uno dei sacri pilastri del Movimento: “Fuori da ogni possibile ipocrisia, le regole dei tagli delle nostre retribuzioni e il sistema stesso della rendicontazione, non vanno bene”. Mentre Emanuele Cozzolino – dannato come gli altri – tace dal giorno in cui ha postato su Facebook un volantino elettorale contro gli sprechi e i costi della politica. Loro non sono in posizioni sicure, come non lo sono i tre massoni scovati nelle liste. Gli altri – assodato che rinunciare alla candidatura è impossibile – ogni giorno che passa sembrano aver sempre meno voglia di cospargersi il capo di cenere. Testa in su, direbbe Di Battista.

Botte al carabiniere, tre arresti. Il Gip: “Violenza gratuita”

“Una violenza gratuita e immotivata nei confronti di un carabiniere inerme a terra, colpito con puro odio, senza umanità, nel contesto di una logica da branco”. Sono le parole contenute nell’ordinanza di custodia cautelare per i tre giovani responsabili del pestaggio di un carabiniere a raccontare cosa è accaduto sabato scorso a Piacenza in occasione della manifestazione antifascista.

Nelle ultime 24 ore la Procura della Repubblica di Piacenza ha chiuso il cerchio su tre delle principali figure, ma trapela che le indagini sono ancora serrate per individuare gli altri esecutori e coautori del pestaggio, pare almeno altri cinque manifestanti. Ieri pomeriggio si è costituito Lorenzo Canti, 23enne di Modena: si è presentato con l’avvocato in caserma a Bologna dove gli è stato notificato il provvedimento firmato dal gip di Piacenza ed è stato trasferito nel carcere piacentino delle Novate. Qui si trovavano già anche Giorgio Battagliola, attivista piemontese No Tav di 29 anni, e Moustafa Elshennawi, l’egiziano 23enne fermato a Pavia, attivista del sindacato Si Cobas. Tutti e tre “incastrati” dalle ricostruzioni foto e video in mano a polizia e carabinieri di Piacenza.

Nardella paga pegno e offre i panini con finocchiona

Non ha offerto la cena ma schiacciata con finocchiona. Dario Nardella ha risposto con ironia all’ironia: aveva scommesso di pagare una cena ai fiorentini se la tramvia non fosse stata pronta per il 14 febbraio. E puntuali i fiorentini hanno ironizzato organizzando un flash mob con striscione: “Paga la cena”. All’iniziativa su facebook avevano aderito in cinquemila. Giovedì si sono presentati in poche decine. Il sindaco è arrivato con vassoi di schiacciate da distribuire.

Cosenza e i candidati scambisti. “Embè? È un gesto di coerenza”

Cosenza è la città dei Bruzi, l’Atene della Calabria per la sua Accademia. Si arrampica su di un pendio dal quale domina la valle del Crati. E proprio a Cosenza va in onda il più straordinario match politico. Centrodestra e centrosinistra hanno schierato nel collegio uninominale, pur di rendersi reciprocamente la pariglia, candidati scambisti, in qualche modo scambiati, naturalmente e perfettamente ubiqui. Giacomo Mancini (Pd), di nobile famiglia socialista, ha fatto garrire la bandiera riformista di qua e di là. Il suo solido competitore, Paolo Naccarato, raccoglie invece per Forza Italia la fiaccola democristiana con la quale si è fatto luce, nel recente passato, di qua e di là.

Quel che segue è il confronto verbale tra i due contendenti, pacato e responsabile, con isolati e trascurabili acuti.

Mancini: Mi state manganellando perché sono candidato nel Pd al Parlamento ma primo dei non eletti in Regione con Forza Italia. Dimenticando però due cose: la linearità del mio percorso e il fatto, incredibile, che il mio competitore ha fatto l’andirivieni che davvero fa paura.

Naccarato: Questo non permetto a nessuno di dirlo. Proprio no. Sono sempre stato l’interprete autentico della fede democratico cristiana. E quella fede mi ha fatto sostenere, a prescindere, tutti i governi del Paese. Chi fa politica, e qui ci vuole la P maiuscola, antepone l’Italia al proprio destino.

Mancini: Ma lui ha fatto l’accordo anche con la Lega alle scorse elezioni, si è inventato una lista, mi pare 3L, per passare con il centrodestra dopo che era stato sottosegretario nel governo Prodi.

Naccarato: Effettivamente ho creato, ed è stata un’invenzione straordinaria, la Lista 3L permettendo la volta scorsa a Salvini di fare le candidature da Roma in giù. Però, come benissimo si può verificare, io nel gruppo leghista del Senato ho fatto sosta per un giorno soltanto. Poi subito al Gal, col quale ho concluso il mandato parlamentare .

Mancini: Io sono sempre stato di sinistra, e la battaglia riformista è nel mio Dna familiare. Giacomo Mancini è la storia di questa città, il passato e ancora il presente. E il sottoscritto ne ha raccolto l’eredità facendo il meglio pur di tenere alta la bandiera. Si deve alla disgraziata deriva giustizialista del Pd retto da Walter Veltroni, che preferì l’alleanza con Di Pietro a noi socialisti, il distacco.

Naccarato: Come è noto io fui sottosegretario del governo Prodi solo per far sì che il collegamento con Francesco Cossiga, che permise la nascita di quell’esecutivo, non fosse spezzato. Come è noto io sono stato l’aiutante di campo del presidente Cossiga. E Massimo D’Alema, in una mirabile intervista, mi descrisse così: Naccarato più che ai rapporti con il Parlamento è stato nominato ai rapporti con Cossiga.

Mancini: Dimenticate che io sono stato candidato nel 2006 a sindaco di Cosenza con il sostegno dei radicali e di Rifondazione comunista? Però al voltafaccia di Veltroni del 2008, alla deriva manganellatrice del centrosinistra ho dovuto cercare rifugio per le mie idee e ho trovato un solo luogo che le avrebbe potute ospitare: il partito di Silvio Berlusconi. Forza Italia ha sostenuto e accolto convintamente le mie idee. Quindi ho fatto l’assessore al Bilancio in Calabria con Scopelliti, presidente di Alleanza nazionale.

Naccarato: Un democristiano ha un valore preminente: la governabilità. Io ho votato tutti i governi, di qualunque segno fossero. Sul convincimento che il bene comune viene prima. Prodi, Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni. Non c’è nessuno al quale abbia negato il sostegno responsabile. Non per niente ho militato nei Responsabili. Interpreto questo ruolo un po’ super partes.

Mancini: I settemila voti di preferenza delle scorse elezioni che ho ricevuto sono il frutto dei valori libertari che incarno schiettamente. Perciò quando nel Pd è iniziata l’era Renzi ho capito che era giunta l’ora di riportare il riformismo nella sua casa naturale.

Naccarato: Ghedini personalmente mi ha telefonato. Paolo, ci servi tu, solo tu che hai un profilo un po’ più alto puoi vincere la durissima battaglia per le politiche in città.

Mancini: Sono il candidato del Pd alle Politiche e il primo dei non eletti con Forza Italia alla Regione. Embè? E allora? Se proprio vogliamo scendere nel particolare avrei dovuto sostenere la candidatura del consigliere eletto, che gareggia per il Parlamento con Fratelli d’Italia. Farlo vincere e prendermi il suo posto in Regione. Invece, eccomi qua a lottare sul campo (tra parentesi: ho grandissime probabilità di successo).

Naccarato: La mia candidatura sale, sale, sale (tra parentesi: ho grandissime probabilità di successo).

Mancini: Le mie fiches ogni giorno che passa acquistano valore.

Naccarato: Ho ancora una lunghezza di distacco dal candidato dei Cinquestelle. Ma statisticamente è irrilevante. Stiamo facendo un recupero straordinario, ho con me la forza dei fratelli Gentile, dei fratelli Occhiuto e di Morrone. Ricorda di riportare bene il nome di Morrone perché è importante.

Brescia, il rettore democratico

Tra universitàe partiti le porte sono girevoli, sempre di più. Si finge di non conoscere un principio piuttosto elementare: chi fa il rettore dovrebbe evitare di far indossare al suo ateneo una maglietta politica. Una norma ignorata con estrema disinvoltura per esempio da Maurizio Tira, che guida l’Università di Brescia e senza colpo ferire venerdì prossimo tira la volata ai candidati del Pd locale alle prossime elezioni lombarde. Così recita il manifesto che presenta il comizio. Il rettore interverrà all’imperdibile iniziativa “Lombardia orientale, giovani e università: trinomio vincente?”. Insieme a lui ci saranno quattro candidati dem: Iacopo Baraldi, Marco Benedetti, Marianna Dossena, Michele Orlando. Per mantenere il pluralismo degli atenei bresciani, si legge sulla locandina, sarà presente anche “un rappresentante dell’Università cattolica”. Insomma il professor Tira introduce un evento della campagna dei candidati di Giorgio Gori. A quanto pare, a sua insaputa: al sito locale bsnews.it, ha fatto sapere di non aver autorizzato nessuno a comunicare la sua partecipazione. E di ritenere “inopportuno il coinvolgimento del rettore in campagna elettorale”. Dev’essere un caso di omonimia.